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A proposito di tradimenti

Ascoltiamo ultimamente le accuse che partiti e leader politici fanno l'uno verso l'altro di "tradimento", di non aver rispettato i patti o di svendere la sovranità nazionale a istituzioni o forze sovranazionali. Chi viene accusato di tradimento trova sempre modo, evidentemente, di giustificarsi affermando come il suo comportamento sia giusto, necessario, o conveniente, se non ai propri interessi di parte, tipicamente "agli interessi superiori della nazione". C'è persino chi considera il proprio tradimento "un atto di eroismo".

Non entrerò più in merito a questa questione. C'è però un campo in cui il tradimento è una realtà molto seria, e più seria di quanto i più siano disposti ad ammettere. E' il tradimento della creatura umana verso Dio, il Signore dell'universo, di cui il peccato, ogni peccato, è espressione. Il teologo R. C. Sproul aveva definito il peccato come "tradimento cosmico". Esagerato? Non direi proprio. Ascoltiamo prima che cosa diceva lo Sproul, e poi faremo qualche riflessione al riguardo dell'estrema serietà del peccato - cosa di cui oggi si tende a prendere, come si dice, parecchio "sotto gamba".

"Il peccato è tradimento cosmico. Il peccato è tradimento contro un Sovrano perfettamente puro. E' un atto di suprema ingratitudine verso Colui al quale dobbiamo tutto, a Colui che ci ha dato la vita stessa. Non avete mai considerato le profonde implicazioni anche del peccato più piccolo, quelli che consideriamo peccatucci o mancanze? Che cosa diciamo al nostro Creatore quando gli disubbidiamo anche solo minimamente? Diciamo di no alla giustizia di Dio. Diciamo: 'Dio, la tua legge non è buona. Il mio giudizio è migliore del tuo. La tua autorità non si applica a me. Io sono al di sopra ed oltre la tua giurisdizione. Ho il diritto di fare quel che voglio, non quello che tu mi comandi di fare" (R. C. Sproul, La Santità di Dio).

Ad "esagerare" al riguardo non è lo Sproul, ma la Sacra Scrittura stessa quando, per esempio, l'apostolo Paolo scrive a proposito della Legge di Dio: "Ciò che è bene allora è diventato morte per me? No davvero! Ma il peccato, per rivelarsi peccato, mi ha dato la morte servendosi di ciò che è bene, perché il peccato risultasse oltre misura peccaminoso per mezzo del comandamento" (Romani 7:13).

Qual é il modo in cui la Scrittura descrive il peccato? Sostanzialmente in tre modi: 1) Il peccato è un debito; 2) è un'espressione di inimicizia; 3) è rappresentato come un crimine.

Un debito. In primo luogo, ogni creatura umana, nella condizione in cui la troviamo, è descritta dalle Sacre Scritture come debitori che non sono in grado di pagare i loro debiti. In questo senso non parliamo di indebitamento monetario, ma di indebitamento morale. Dio ha diritto sovrano di imporre obblighi alle sue creature umane, creature che, rispetto alle altre sono state rese responsabili di sé stesse di fronte a Lui. Quando manchiamo di adempiere agli obblighi che ci sono imposti, diventiamo debitori verso Dio. Questo debito equivale ad aver mancato di adempiere ai nostri obblighi morali.

Inimicizia. Il secondo modo in cui biblicamente viene descritto il peccato è un'espressione di inimicizia. A questo riguardo, il peccato non è circoscritto unicamente come azione esterna che trasgredisce una legge morale stabilita da Dio, ma pure una motivazione interiore, una "causante" che risiede in un'ostilità di fondo, del nostro cuore verso Dio, il sovrano dell'universo. Si ode raramente menzionare, persino nelle chiese che la Caduta, la degenerazione della creatura umana, includa l'imputazione, l'accusa che siamo diventati nemici di Dio, che in noi c'è un'ostilità radicata verso di Lui (anche l'indifferenza è fondamentalmente ostilità). Nella nostra inimicizia verso di Lui noi non vogliamo avere Dio nemmeno nel nostro pensiero: non vogliamo neppure pensarci! Si tratta di un'ostilità verso il fatto stesso che Dio ci comandi di ubbidire alla sua volontà rivelata. E' proprio per questo motivo che il Nuovo Testamento così spesso descrive la nostra redenzione nei termini di riconciliazione. Uno dei presupposti necessari della riconciliazione è che di fatto noi si sia "in guerra" verso di Dio, che vorremmo estrometterlo dalla nostra vita, e lo facciamo in molti modi.

Trasgressione. Il terzo modo in cui la Bibbia parla del peccato è nei termini di trasgressione della Legge. La quattordicesima domanda del Catechismo Minore di Westminster, chiede: "Che cos'è il peccato?". La risposta è: "Peccato significa non conformare sé stessi alla legge che Dio ha stabilito [su di noi] oppure trasgredirla". qui vediamo come il peccato sia descritto sia come disubbidienza passiva che attiva. Parliamo infatti di peccati di "commissione" (il commettere peccato) che di "omissione" (quando omettiamo di fare quel che dovremmo). Quando manchiamo di compiere ciò che Dio si aspetta da noi vediamo questa mancanza di conformità al suo volere. Non siamo però solo colpevoli di mancare di fare ciò che Dio esige, ma pure attivamente facciamo ciò che Dio proibisce. Il peccato, così, è una trasgressione alla legge di Dio.

Ogni peccato commesso è un crimine. Quando violiamo seriamente le leggi stabilite nella nazione in cui viviamo non parliamo di queste azioni semplicemente come di illeciti, ma, in ultima analisi, di crimini. Da questa stessa prospettiva le nostre azioni di ribellione e di trasgressione alla Legge di Dio non sono da Lui considerate come semplici illeciti, ma come delitti gravi, quelli che antico diritto feudale era il delitto fellonìa, cioè di tradimento del giuramento di obbedienza e fedeltà verso il proprio signore o sovrano, che comportava la rottura del contratto feudale e la perdita del feudo. Il peccato, similmente, è un atto criminale.

Se prendiamo seriamente, come dovremmo, il peccato, vediamo come di fatto essi è un crimine commesso contro un Dio santo e contro il suo regno, e come tutti noi siamo dei traditori del suo regno, pienamente meritevoli della massima sua condanna. I nostri crimini non sono virtù, sono vizi, ed ogni trasgressione commessa contro un Dio santo è per definizione viziosa, vale a dire perversa, dissoluta, depravata. Fintanto che non comprederemo chi è Dio, non comprenderemo la serietà del peccato. Proprio perché viviamo fra gente peccatrice, una società in cui i criteri del comportamento umano sono stabiliti da ciò che a noi pare giusto o sbagliato, non vedremo mai la serietà delle nostre trasgressioni alla Legge di Dio. Viviamo come "gli spensierati di Dio" (Amos 6:1) che vivono tranquilli come se niente fosse, inconsapevoli della gravità dei loro comportamenti. Quando, però, prendiamo coscienza del carattere di Dio allora misureremo le nostre azioni non in termini relativi confrontandoci con altri essere umani, o con i comportamenti accettabili o tollerati in questo mondo, ma nei termini assoluti rispetto a Dio, il suo carattere, la sua Legge. Sarà allora che apriremo finalmente gli occhi sul carattere criminoso della nostra ribellione verso Dio, e sarà allora che noi apprezzeremo veramente ciò che ha compiuto il Signore e Salvatore Gesù Cristo.

Se non prendiamo Dio seriamente non prenderemo mai abbastanza seriamente il peccato. Se però riconosciamo il carattere giusto di Dio, allora noi, come i cristiani del passato, ci copriremo la bocca con la mano e faremo come il biblico Giobbe, che disse: "Ritiro le mie accuse e mi pento, mi cospargo di polvere e di cenere per la vergogna" (Giobbe 42:6).