Bibbia/La facoltà di dare un nome

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La facoltà di dare un nome

"Dio, il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli avrebbe dato. L'uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l'uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui" (Genesi 2:20-21).

 
Nel racconto della creazione, quando Adamo, così com'è scritto, viveva da solo nell'Eden, Dio gli sottopone "tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo", affinché egli, Adamo, dia loro un nome. Di solito non prestiamo molta attenzione a questo episodio: ci sembra qualcosa di irrilevante e persino di ingenuo, "un elemento della favola", come qualcuno crede, al quale si è disposti a dare, semmai, "un valore poetico". 
 
"Dare un nome", nella cultura biblica, è molto più che un arbitrario esercizio estetico e poetico. I nostri pregiudizi e la cultura moderna, lontana dalle prospettive bibliche, ci rendono ciechi al fatto che anche questo elemento del racconto della Genesi ha precise connotazioni antropologiche. Esso ci parla delle capacità uniche nel loro genere che Dio ha concesso alla creatura umana. vale a dire, quella di dominare sul creato e di elaborare il linguaggio formando ed identificando dei concetti. Questo "semplice" riferimento biblico, ci parla così delle capacità e delle responsabilità umane rivelandosi fondante persino della stessa razionalità umana.
 
1. Dare un nome - facoltà di dominio
 
Genesi 2, dove troviamo questo episodio, si pone in parallelo funzionale al racconto che troviamo in Genesi 1. Quelli che chiamiamo "i due racconti della creazione" non sono due racconti giustapposti di origine diversa, ma rispondono ad un'unica struttura letteraria: il primo si prefigge di dare un'immagine complessiva, "cosmica" della creazione, il secondo un'immagine più dettagliata. Di fatto i due racconti procedono in parallelo. L'episodio del "dare un nome" in Genesi 2 corrisponde a quello, in Genesi 1, dove Dio concede alla creatura umana di avere dominio sul creato: 
'"Dio li benedisse; e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra»" (Genesi 1:28). '
Di fatto, "dare un nome", nella cultura biblica, designa la facoltà di dominare, di gestire, quella propria di chi, in quanto superiore, esercita una responsabilità. Nel comando di "dare un nome", Dio assegna alla creatura umana una podestà, una responsabilità delegata. Potrebbe farlo Lui stesso, ma Dio delega alla creatura umana di "dare un nome". Rispetto a Genesi 1, Genesi 2 spiega come Adamo riceva dominio su "ogni animale che si muove sulla terra". Dando personalmente nomi a ciascun animale, Adamo riceve dominio personale su di loro, come Dio aveva inteso.
 
Nel pensiero antico, il nome è un attributo mistico e potente. Nell'antica Grecia si credeva che uno potesse acquisire potere su una persona apprendendone il nome e si poteva solo invocare il potere di una divinità se si conoscesse "il vero nome" di quella divinità .Il nome è importante pure nella cultura ebraica. Nell'epistola agli Ebrei, l'autore afferma che dopo la risurrezione di Cristo, Gli è stato dato un nome più esaltato, quello che corrisponda alla sua nuova dignità: "Così è diventato di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro" (Ebrei 1:4). Dopo che il patriarca Giacobbe lotta con l'angelo, egli lo prega dicendo: «Ti prego, svelami il tuo nome» (Genesi 32:29). Nel Nuovo Testamento, quando Pietro e Giovanni vengono interrogati dalle autorità, chiedono loro: «Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?» (Atti 4:7), rivelando così che essi comprendevano il nome come sinonimo della potenza stessa. Come in Ebrei, ricevere un nuovo nome può riflettere una condizione esaltata, così in Isaia 62:2: "Allora le nazioni vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del SIGNORE pronuncerà". Secondo l'Apocalisse, "A chi vince io darò della manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve" (Apocalisse 2:17). Poi Cristo dichiara che colui che "vince": "...io lo porrò come colonna nel tempio del mio Dio, ed egli non ne uscirà mai più; scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio (la nuova Gerusalemme che scende dal cielo da presso il mio Dio) e il mio nuovo nome" (Apocalisse 3:12).
 
L'associazione con un nome - specialmente al nome di Dio - nell'antichità pure è segno della propria dignità. Nell'Apocalisse i giusti avranno il nome del Padre scritto sulla fronte: "Poi guardai e vidi l'Agnello che stava in piedi sul monte Sion e con lui erano centoquarantaquattromila persone che avevano il suo nome e il nome di suo Padre scritto sulla fronte""vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte" (Apocalisse 14:1; 22:4).
 
In modo simile al racconto di Genesi 2, dove il fatto che Adamo dia un nome agli animali rappresenta il suo dominio su di essi, quando Israele conquista nuovi territori, esso assegna loro nuovi nomi per significare il suo predominio su di essi [cfr. Salmo 49:11 "Pensano che le loro case dureranno per sempre e che le loro abitazioni siano eterne; perciò danno i loro nomi alle terre"]. Lo stesso motivo è riflesso quando nella Bibbia vediamo Dio che assegna alle persone nuovi nomi, ad esempio Abraamo ["non sarai più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abraamo, poiché io ti costituisco padre di una moltitudine di nazioni" (Genesi 17:5)], e Giacobbe/Israele ["Quello disse: «Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto»" (Genesi 32:28)]. Nel Nuovo Testamento altresì, troviamo che Gesù assegna a Simone il nome Pietro ["Simone, al quale mise nome Pietro" (Marco 3:16)].

Comprendere l'importanza del nome - specialmente quelli di Dio - nel pensiero antico, getta nuova luce, così, sul significato, tutt'altro che banale, che Dio chieda ad Adamo di dare un nome agli animali ed agli uccelli. Questo mostra pure la serietà del comandamento dato a Mosè di non nominare il nome di Dio invano (Esodo 20:7), come pure la minaccia del Signore di cancellare in cielo il nome degli empi ["Colui che ha peccato contro di me, quello cancellerò dal mio libro!" (Esodo 32:33) "...lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto il cielo e farò di te una nazione più potente e più grande di loro" (Deuteronomio 9:14); "Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche, e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli" (Apocalisse 3:5).

2. Dare un nome - capacità concettuale e linguistica

Dio dà agli esseri umani la capacità e la podestà di assegnare dei nomi. Proprio come Dio separa la luce dalle tenebre e l'asciutto dall'acqua, questo testo biblico afferma che gli esseri umani, creati all'immagine di Dio, "pongono ordine" al nostro mondo "caotico" e dinamico attraverso il separare e il distinguere concettuale. Dare un nome significa classificare e distinguere le cose a seconda della loro natura ed aspetti caratterizzanti che Adamo è in grado di analizzare.

Una delle caratteristiche della razionalità umana, infatti, è la nostra capacità cognitiva di identificare una certa entità rispetto alle sue caratteristiche e di formarcene un concetto. Analizziamo qualcosa, ne identifichiamo le caratteristiche, lo distinguiamo da altre entità e, sintetizzando o unendo l'osservazione della sua molteplicità di proprietà, lo "nominiamo". Dopodiché, lo classifichiamo e lo categorizziamo. Adamo è dunque in grado (perché il Creatore gli ha dato questa capacità e lo chiama a farne uso) di "cogliere l'essenza" delle entità che gli si presentano, di esaminarle e così di assegnarvi un nome che corrisponda a quell'essenza. Nel fare così Adamo esercita la sua capacità al linguaggio articolato. Egli forma dei concetti in coerenza organica con la loro essenza e le parole corrispondenti a quei concetti.

È l'inizio della disciplina razionale della tassonomia. La tassonomia (dal greco ταξις, taxis, "ordinamento", e νομος, nomos, "norma" o "regola") è, nel suo significato più generale, la disciplina della classificazione. Abitualmente, si impiega il termine per designare la tassonomia biologica, ossia i criteri con cui si ordinano gli organismi in un sistema di classificazione composto da una gerarchia di taxa annidati. Con il termine tassonomia, dunque, ci si può riferire sia alla classificazione gerarchica di concetti, sia al principio stesso della classificazione. Praticamente tutti i concetti, gli oggetti animati e non, i luoghi e gli eventi possono essere classificati seguendo uno schema tassonomico. La tassonomia è la scienza che si occupa genericamente dei modi di classificazione (degli esseri viventi e non). Per classificazione si intende la descrizione e la collocazione in un sistema tassonomico di una entità per determinazione si intende il riconoscimento o l'identificazione di un soggetto. Soprattutto in ambito scientifico (es. botanica, zoologia). L'esercizio della tassonomia è espressione della razionalità umana.

La stessa capacità tassonomica umana non è limitata, poi, al distinguere animali e uccelli, ma si estende al resto del creato. Quando Dio, infatti, prescrive ad Adamo: "Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai" (Genesi 2:16-17), Egli presuppone nell'essere umano la stessa capacità di distinguere "gli alberi del giardino" e quindi la capacità e il dovere di ubbidire all'ordine che Dio gli ha posto. Fra parentesi, Dio riserva a Sé stesso di "dare un nome" all'albero proibito come "albero della conoscenza del bene e del male" e quindi la facoltà di distinguere sovranamente ciò che per l'essere umano deve essere da lui considerato un bene e ciò che deve essere considerato un male. Adamo lo identifica come "l'albero dal quale non mi è consentito di mangiare". Adamo può e deve riconoscere, così, "i limiti" entro i quali gli è consentito di muoversi, e quindi, di identificare razionalmente la legge di Dio, quella che egli deve rispettare.