Confessioni di fede/Augustana/22

Indice generale

Confessione augustana (1530)

Prefazione - Confessioni_di_fede/Augustana/01/I Dio - Il. Il peccato originale - III. Il Figlio di Dio - IV. La giustificazione- V. Il ministero della chiesa - VI. La nuova obbedienza - VII. La chiesa - VIII. Che cos’è la chiesa? - IX. Il battesimo - X. La cena del Signore - XI. La confessione - XII. La penitenza o conversione - XIII. Funzione dei sacramenti - XIV. L’ordine ecclesiastico - XV. I riti della chiesa - XVI. La vita nella società civile XVII. Il ritorno di Cristo per il giudizio - XVIII. Il libero arbitrio - XIX. La causa del peccato - XX. Fede e buone opere - XXI. Il culto dei santi - XXII. La cena del Signore con ambedue le specie - XXIII. Il matrimonio dei preti - XXIV. La messa - XXV. La confessione - XXVI. La distinzione degli alimenti - XXVII. I voti monastici - XXVIII. Il potere ecclesiastico - Conclusione

Parte seconda

ARTICOLI NEI QUALI SI PASSANO IN RASSEGNA GLI ABUSI CHE SONO STATI CORRETTI

Poiché le chiese presso di noi non si discostano dalla chiesa universale in nessun articolo di fede, ma tralasciano soltanto alcuni pochi abusi che sono recenti e che furono accolti contro le disposizioni dei canoni per gli errori dei tempi, chiediamo che la vostra maestà imperiale ascolti benevolmente che cosa sia stato modificato e quali siano state le cause a motivo delle quali il popolo è stato costretto a praticare quegli abusi contro coscienza. E non accordi fiducia, la vostra maestà imperiale, a costoro che, per suscitare l’odio degli uomini contro i nostri, diffondono incredibili calunnie fra il popolo. Così, dopo aver eccitato l’animo degli uomini buoni, fin dall’inizio essi hanno cercato un pretesto per questo dissidio e, con le stesse arti, si affannano ora allo scopo di accrescere la discordia. Senza alcun dubbio, infatti, la maestà imperiale riconoscerà che la forma sia dell’insegnamento sia delle cerimonie, è presso di noi più tollerabile di quella che viene descritta da quegli uomini ingiusti e malevoli; né la verità può certo essere colta dalle dicerie del volgo e dalle maldicenze dei nemici. Del resto si può senza difficoltà convenire che nulla giova più a mantenere il decoro delle cerimonie e ad alimentare la devozione e la pietà del popolo, del fatto che le cerimonie si celebrino nelle chiese nei modi prescritti dalle norme.

XXII. La cena del Signore con ambedue le specie

Ai laici, nella cena del Signore, si dà l’una e l’altra specie 67 del sacramento, perché questa usanza ha a suo favore un comandamento del Signore: «Bevetene tutti» (Mt. 26:27), , dove Cristo, parlando del calice, ordina inequivocabilmente che tutti ne bevano.

E perché nessuno possa ricorrere a cavilli sostenendo che ciò spetterebbe soltanto ai sacerdoti, Paolo, nella Lettera ai Corinti, [ Cor 11 ,2Oss] cita un esempio da cui risulta in modo evidente che tutta la comunità fruiva delle due specie. Questa usanza si conservò a lungo nella chiesa e non ci è noto in quale tempo e per opera di chi sia stata modificata per la prima volta, anche se il cardinale Cusano[1] ricorda la data in cui [modifica] è stata apportata. Cipriano in alcuni passi[2] attesta che ai suoi tempi si somministrava al popolo il [ del] sangue; e la medesima cosa attesta Girolamo che afferma: «I sacerdoti am ministrano l’eucaristia e distribuiscono al popolo il sangue di Cristo[3]". Anzi lo stesso papa Gelasio ordina di non amputare il sacramento (distinctio li de consacratione, caput Comperimus[4]). Soltanto una consuetudine; non c’è altro di antico. Ma è noto che un’usanza introdotta contro l’esplicito comandamento del Signore non può essere approvata, come attestano i canoni distinctio Viii, caput Ventate, con quelli che seguono[5]. Invece tale usanza è stata accolta, non solo in contrasto con la Scrittura, ma anche Contro gli antichi canoni e contro l’esempio della chiesa.

Perciò, se alcuni hanno preferito ricevere ambedue le specie del sacramento, non avrebbero dovuto essere costretti ad agire altrimenti, con offesa alla loro coscienza. E, dato che la divisione del sacramento è contraria all’istituzione di Cristo, presso di noi ci si astiene dal fare la consueta processione[6].

Note

  1. Nicolò CUSANO, cardinale e vescovo di Bressanone (1401-1464), nella sua Eptst. lii ad Bohemos (Opera. Parigi, 1514), afferma che il calice venne tolto ai laici da una delibera del IV concilio Lateranense (1215).
  2. Vescovo di Cartagine, martirizzato nel 258. affronta il problema nella sua Epistola 57 (CSEL III, 2. 652. 7).
  3. GIROLAMO (331-420) ne parla nel suo Cornment. ad Soph., c. 3: PL 25, 1375.
  4. Gelasio I, papa dal 492 al 496, viene citato secondo il Decr. Grat., parte III, De consecr., dist. 2, e. 12.
  5. Decr. Grat. 1, dist. 8, c. 4.
  6. La processione del Corpus Domini, sorta nel XLJI sec., dopo che il IV concilio Lateranense aveva proclamato il dogma della transustanziazione.