Ecclesiologia/Il Papato

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Il Papato

Di Edoardo Labanchi, da “I quaderni” (Novembre 1997)

  Invito i lettori a far lavorare un po' la loro fantasia. Immaginatevi Piazza San Pietro, a Roma, piena di pellegrini venuti da ogni parte del mondo. Il Papa sta parlando da una lontana finestra del suo palazzo. Non ha la Bibbia in mano, ma legge da un foglio di carta. Tutta la gente lo guarda fisso e pende dalle sue labbra. Di solito parla in italiano, ma a volte saluta i vari gruppi presenti nella piazza nelle loro lingue. Ogni tanto la gente sovreccitata batte le mani. In certe occasioni particolari si stabilisce una specie di atmosfera magica, che può coinvolgere perfino i non cattolici che si trovano là per pura curiosità. So di fatto che vi sono evangelici, specialmente stranieri, che vanno a San Pietro "per vedere il Papa". E infatti tutto questo costituisce una grande attrazione per i turisti che visitano Roma.

Il colonnato di San Pietro sembra fatto poi di due braccia che accolgono calorosamente i pellegrini - è una scena davvero impressionante, non c'è che dire! Sono come le simboliche braccia della "Madre Chiesa", che è sempre pronta ad accogliere anche tutti i suoi "figliuoli prodighi", tra cui spera che vi siano perfino alcuni evangelici.

Roma, e specialmente la Città del Vaticano con la chiesa di San Pietro, è considerata da molti "il centro della Cristianità" per la presenza del Papa, che si ritiene sia il capo della Chiesa Cristiana ed il cui potere, in questioni religiose, sembra quasi illimitato. Leggiamo a tal proposito nel nuovo Codice di Diritto Canonico, edito dal Vaticano nel 1983 e, com'è scritto sul frontespizio, "promulgato con l'autorità di Giovanni Paolo II" - in questo Codice, dico, nel canone 331 leggiamo:

"Il Vescovo della Chiesa di Roma, che esercita l'ufficio dato dal Signore nostro a Pietro, il primo degli Apostoli, e che viene trasmesso ai suoi successori, è il Capo del Collegio dei Vescovi, il Vicario di Cristo e il Pastore della Chiesa Universale sulla terra. Grazie a tale ufficio, egli esercita un'autorità suprema, completa, diretta ed universale sulla Chiesa, e può esercitare tale autorità liberamente in ogni tempo".

Questa è una mia traduzione letterale dall'originale latino, che, del resto, può essere consultato facilmente da chiunque, dato che il Codice di Diritto Canonico è in vendita nelle librerie cattoliche. Nel canone 333, paragrafo 3, è poi affermato:

"Contra sententiam vel decretum Romani Pontificis non datur appellatio neque recursus", cioè "Non è possibile alcun appello o ricorso contro una sentenza del Pontefice Romano".

Com'è scritto poi nel canone 338, soltanto il Papa può convocare i Concilî Ecumenici a cui tutti i vescovi cattolici sono invitati a partecipare. Il Papa, inoltre, può interrompere o revocare del tutto un Concilio Ecumenico, e spetta solo a lui approvare tutte le decisioni o decreti dei Concilî . In altre parole, i Concilî Ecumenici o Universali e tutti i sinodi dei vescovi cattolici in tutto il mondo, sono soltanto degli organi consultivi, mentre il Papa mantiene sempre la sua personale autorità suprema per quanto riguarda tutte le questioni che hanno a che fare con la dottrina e la morale. I sinodi locali hanno per lo più poteri in questioni puramente amministrative. Ne segue che l'autorità dei vescovi dipende completamente da quello del Vescovo di Roma o Papa.

Il Codice di Diritto Canonico qui non fa altro che riassumere le decisioni del Concilio Vaticano I, convocato da Pio IX e tenutosi dall'8 dicembre del 1869 al 20 ottobre del 1870, e specialmente i decreti della IV sessione tenutasi il 18 luglio 1870 e che hanno a che fare, appunto, con l'autorità del Papa. In questa famosa sessione fu solennemente definita l'infallibilità personale del Papa. Ecco il testo di questa definizione, sempre in una mia traduzione dal latino:

"Noi definiamo che il Pontefice Romano, quando parla 'ex cathedra', cioè quando, come Pastore e Dottore di tutti i Cristiani, definisce una dottrina concernente la fede e la morale e che deve essere creduta da tutta la Chiesa, a causa della Sua suprema autorità apostolica, aiutato com'è da Dio secondo la promessa fatta al beato Pietro, gode di quella infallibilità di cui il divin Redentore volle che la Sua Chiesa godesse, quando avrebbe definito una dottrina concernente la fede e la morale. Ne segue che tutte le definizioni del Pontefice Romano sono immutabili in quanto tali e non per l'approvazione della Chiesa. Se qualcuno osa non essere d'accordo con questa nostra definizione, sia scomunicato" ( Denzinger - Schoenmetzer, Enchiridion Symbolorum et Declarationum de rebus fidei et morum, n. 3074 ).

Ciò significa che se uno non crede nell'infallibilità del Papa, è fuori della Chiesa Cattolica, e se non si pente, corre il rischio di andare all'inferno.

Fino a che non fu definita l'infallibilità papale, i Cattolici potevano non credervi, ma una volta che tale dottrina è stata solennemente definita dal Concilio Vaticano I, tutti i Cattolici devono accettarla.

Bisogna però precisare che prima di questa definizione, nella Chiesa Cattolica si riteneva che solo i Concilî Ecumenici fossero infallibili, quando definivano dottrine riguardanti la fede e la morale. Si riteneva certamente che il Papa fosse il Capo Supremo della Chiesa, ma non che fosse personalmente infallibile - almeno tale dottrina non era ufficiale. Ma proprio a causa della definizione dell'infalibilità papale, le cose cambiarono radicalmente per quanto riguardava la costituzione della Chiesa Cattolica. In pratica, il Concilio Ecumenico rinunciò all'autorità fino ad allora riconosciutagli. E' vero che nel Concilio Vaticano II il ruolo dei Vescovi della Chiesa Cattolica è stato messo particolarmente in rilievo, ma sostanzialmente nulla è cambiato rispetto al Concilio Vaticano I, come si deduce specialmente dalla cosiddetta Costituzione Dogmatica "Lumen Gentium" ( Luce delle Genti ) sulla Chiesa, promulgata il 21 novembre 1964. Difatti al paragrafo 25 leggiamo:

"Di questa infallibilità il Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi, gode in virtù del suo ufficio quando, quale supremo Pastore e Dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, sancisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale. Perciò le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa... Né ammettono appello alcuno ad altro giudizio".

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 1992 dal Vaticano, ribadisce questo concetto citando sia il Concilio Vaticano I sia il Concilio Vaticano II . Sarà stato quindi disilluso chi pensava che vi fossero grandi cambiamenti nelle dottrine ufficiali della Chiesa Cattolica, e particolarmente per quanto riguarda la figura e la funzione del Papa.

Ora, se ad un teologo cattolico dite che dagli scritti del Nuovo Testamento non risulta affatto che Pietro, presunto primo Papa, abbia mai esercitato un'autorità suprema nella Chiesa, e che il famoso passo del Vangelo di Matteo nel capitolo 16 - "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, ecc" - se gli dite che questo passo per alcuni secoli non fu affatto interpretato come l'interpreta oggi la Chiesa Cattolica, e che di un vero e proprio Papato si può cominciare a parlare forse dal V- VI secolo in poi; e se gli dite anche che non vi spiegate come mai ci siano voluti tanti secoli per arrivare alla definizione ufficiale dell'infallibilità papale - se dite tutto questo ad un teologo cattolico, vi risponderà che nel caso del Papato, come di varie altre dottrine proprie del Cattolicesimo Romano, questa dottrina era contenuta implicitamente nelle Scritture e che è stata compresa sempre meglio fino ad arrivare alla sua definizione ufficiale, così come un albero viene fuori da un seme: l'albero è già contenuto sostanzialmente nel seme, ma deve solo spuntare e crescere.

Oltre a ciò, il teologo cattolico vi dirà che la Scrittura non è l'unica fonte della Rivelazione cristiana, ma c'è anche la tradizione. Ecco come si esprime a tal riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica, al paragrafo 81, citando la Costituzione Dogmatica "Dei Verbum" ( La Parola di Dio ) del Concilio Vaticano II:

" La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito divino. Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, e la trasmette integralmente ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito della verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l'interpretazione della Rivelazione, attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra ( cioè la Scrittura e la Tradizione ) devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto".

Una tale affermazione riflette ciò che era stato già dichiarato dal Concilio di Trento l' 8 aprile del 1546, e cioè che la Rivelazione divina è contenuta "in Libris scriptis et sine scripto traditionibus", cioè "In Libri scritti ( la Sacra Scrittura ) e nelle tradizioni non scritte" ( Denzinger 1501 ), nel senso di tradizioni che si trovano al di fuori della Sacra Scrittura. Si ritiene che tali tradizioni contengano gli insegnamenti orali di Cristo trasmessi agli Apostoli e non riportati nel Nuovo Testamento. Tali insegnamenti orali, sempre secondo la dottrina cattolica, furono poi in vario modo messi per iscritto e si trovano nei cosiddetti "Padri della Chiesa", cioè gli scrittori cristiani dei primi quattro secoli - di particolare importanza sono considerati gli scritti dei "Padri Apostolici", cioè degli scrittori della prima metà del secondo secolo.

Ma il fatto è che su vari punti le dottrine della Chiesa Cattolica, a cominciare proprio dal Papato, sono molto diverse sia da quanto deduciamo dalla Sacra Scrittura, sia da quanto deduciamo proprio dai "Padri della Chiesa". Inoltre, si notano alcune divergenze dottrinali tra la testimonianza del Nuovo Testamento e le affermazioni degli stessi "Padri della Chiesa", quanto più ci allontaniamo dall'epoca apostolica, cioè dal primo secolo. Ora, se, come dicono i documenti cattolici, le due fonti della Rivelazione divina - la Sacra Scrittura e la tradizione - scaturiscono da un'unica fonte, non vi dovrebbero essere tali differenze; ma esse pur vi sono, come si può dimostrare.

Ho già accennato al fatto che, tra l'altro, il Papa è ufficialmente chiamato Vicarius Christi, cioè Vicario di Cristo, nei documenti ufficiali. Ma qual è il significato di Vicarius? In latino indica chi sostituisce un altro, prende il posto di un altro, rappresenta un altro. In questo caso significa che il Papa rappresenta Cristo sulla terra. Si ha quindi la netta impressione che il Papa potrebbe dire a tutti ciò che Cristo disse a Filippo a proposito del Suo rapporto con Dio Padre, ma cambiando naturalmente i termini del paragone. Il Papa potrebbe dunque dire così: "Chiunque ha visto me, ha visto Gesù Cristo" ( si veda Gv.14:9 ). Certo, i Cattolici negherebbero tutto ciò, dandosi a sottili distinzioni, ma è proprio questo che deduciamo dai loro documenti ufficiali, se l'espressione "Vicario di Cristo" ha un senso. E' comunque un fatto che i Papi hanno sempre cercato di prendere il posto di Cristo, proprio in forza dell'ufficio che hanno esercitato, o meglio usurpato - sia che il Papa si chiami Giovanni XXIII o Giovanni Paolo II.

Storicamente parlando, non abbiamo notizie di alcun Papa, come lo si intende oggi, per almeno cinque secoli. C 'erano vescovi nella Chiesa di Roma, ma non avevano nessuna autorità assoluta, né dottrinale né amministrativa, su tutta la Chiesa - soltanto un Concilio generale, a cui partecipava almeno la maggior parte dei vescovi, era considerato autorevole, quando definiva dottrine riguardanti la fede e la morale. Dobbiamo però ammettere che la Chiesa di Roma ebbe sempre un posto importante nella Cristianità. La ragione è che Roma per secoli è stata il cuore dell'Impero Romano. E la sua importanza non venne meno neanche quando Costantino fece di Costantinopoli la nuova capitale politica dell'Impero.

Questo lo deduciamo anche da un importante documento che riguarda la posizione della Chiesa Cristiana nell'Impero Romano, cioè l'Editto di Tessalonica, emesso da Teodosio I, imperatore di Oriente e da Graziano, imperatore d'Occidente, nel 380. Nell'ottobre del 382 Teodosio concluse uno storico trattato con i Visigoti ammettendoli come truppe alleate nell'ambito dell'impero. Teodosio, inoltre, dovette anche proteggere il suo collega occidentale da vari rivali. Egli però è passato alla storia specialmente per la sua presunta vittoria sul paganesimo. Infatti col famoso editto si dichiarò, almeno implicitamente, ma chiaramente, che il Cristianesimo era ora religione di Stato. Ma ecco l'editto come ci è stato conservato nel Codice di Giustiniano, l'imperatore che promosse la sistemazione del diritto romano nel VI secolo - la versione dal latino è mia:

"Gli imperatori Graziano Valentiniano e Teodosio al popolo della città di Costantinopoli. Tutte le nazioni governate dalla nostra Clemenza rimarranno in quella religione che fu tramandata dall'Apostolo Pietro ai Romani e che ora è seguita dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo d'Alessandria ed uomo dalla santità apostolica, in modo che crediamo che, secondo l'insegnamento apostolico e la dottrina evangelica, v'è un solo Dio, che sussiste in tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, che godono della stessa dignità e quindi costituiscono la santa Trinità. Ordiniamo dunque a quelli che osservono questa legge di prendere il nome di Cristiani Cattolici, mentre tutti gli altri, che noi riteniamo stupidi e pazzi, devono essere dichiarati eretici. Essi saranno puniti dall'ira di Dio, ma anche dalla Nostra Autorità, guidati come siamo dalla sapienza divina".

Da questo editto deduciamo che la Chiesa di Roma era considerata dagli imperatori come un importante punto di riferimento per quanto riguardava la fede cristiana. Tale fede era quella di Damaso, vescovo di Roma, ed anche del vescovo d'Alessandria, un'altra importante chiesa dell'epoca. Ma anche se nell'editto è menzionato anche il vescovo della chiesa d'Alessandria, è un fatto che la chiesa di Roma acquistò sempre più importanza e la fede ivi professata era l'unica fede ammessa nell'Impero. Perciò gli eretici Ariani, che negavano la divinità di Cristo, furono considerati fuorilegge e quindi passibili anche di pene giudiziarie. Anche i pagani cominciarono ad essere perseguitati e tra il 391 ed il 392 i sacrifici pagani furono proibiti e molti templi furono chiusi. Possiamo dunque dire che per l'anno 394 il Cristianesimo era diventato una vera e propria religione di Stato e che l'Impero era stato "cristianizzato", nel senso che essere cristiani non era più soltanto una questione di fede personale in Cristo, ma anche una questione politica. Ed in tutto questo la Chiesa di Roma, col suo vescovo, aveva sempre più la preminenza sulle altre chiese.

Ma per quale ragione specifica il Vescovo di Roma divenne sempre più importante? Prima di tutto, secondo una tradizione che ritengo attendibile, Pietro fu a Roma e dovette esercitarvi il suo ministero apostolico. Ora, Pietro era considerato un grande leader ed il suo insegnamento non si discuteva, essendo stato uno dei discepoli prediletti da Gesù. Ne seguiva che nella Chiesa di Roma, dove Pietro aveva insegnato, certamente si professava la verità. Da ciò seguì anche che tutto ciò che veniva insegnato nelle altre chiese doveva essere in accordo con quanto veniva insegnato nella Chiesa di Roma. Non dico che questa era una regola generale ed ufficiale, ma questa era certamente la tendenza della Chiesa Cristiana nel suo insieme.

La Chiesa di Roma era quindi considerata la "Chiesa Cattolica" per eccellenza, poiché dottrinalmente esprimeva la fede di tutta la Chiesa Cristiana. e questa sembra sia stata la tendenza sin dalla seconda metà del secondo secolo, tanto è vero che Ireneo, vescovo di Lione, nella sua famosa opera "Conro le Eresie" parla della Chiesa di Roma come della "chiesa più grande ed antica, nota a tutti, fondata e costituita dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo", e quindi, secondo lui, "ogni altra chiesa deve essere d'accordo con questa chiesa a causa della sua maggiore autorità" ( Ireneo, Contro le Eresie III, 3, 2 ).

Leopoldo Ranke, famoso storico tedesco del secolo scorso, ha comunque ragione quando afferma nel primo capitolo della sua "Storia dei Papi" che "è una pretesa vana asserire che la supremazia dei vescovi di Roma era universalmente riconosciuta in Oriente ed in Occidente già dal primo secolo in poi "; ma egli aggiunge subito: "è però ugualmente certo che i vescovi di Roma ottennero ben presto la preminenza, elevandosi al di sopra di tutti gli altri dignitari ecclesiastici ".

A tal proposito, c'è un importantissimo documento - una vera pietra miliare nella storia del Papato - tradizionalmente noto come "Decreto Gelasiano", perché attribuito a Gelasio I, vescovo di Roma dal 492 al 496. Questo documento si presenta come il risultato di un sinodo romano tenuto nel 494. Sembra però che soltanto una parte possa essere attribuita a Gelasio senza alcun dubbio. Ciò che comunque qui ci interessa è che in tale decreto è chiaramente affermata la presunta origine apostolica del Papato e si insiste sulla supremazia del Vescovo di Roma su tutta la Chiesa Cristiana. Si asserisce in esso esplicitamente che, sebbene la Chiesa di Cristo, sparsa in tutto il mondo, sia una, "la Chiesa di Roma non è stata preposta alle altre chiese da qualche sinodo ecclesiastico, ma ha ricevuto la supremazia dalla voce stessa del Signore e Salvatore nostro" ( Denzinger 350 ). Quindi nel documento si cita Matteo 16:18-19, dove Gesù dice a Pietro: " Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'inferno non le potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto in cielo ". Secondo la tradizionale interpretazione cattolica di questo famoso passo, Pietro fu costituito da Gesù quale primo Papa o Capo della Chiesa Universale, ed il suo ufficio fu trasmesso anche ai suoi successori nell'episcopato romano. Vi sono anche altre chiese importanti, ma la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo, è la più importante ed ha la supremazia su tutte le altre chiese locali - questo è quanto, in fondo, viene affermato nel Decreto Gelasiano. Questa dottrina sul Papato è stata poi sviluppata attraverso i secoli fino a prendere la sua forma attuale nei documenti ufficiali degli ultimi Concilii Ecumenici.

Ora, c'era una qualche verità nell'affermazione che la vera fede era conservata nella Chiesa di Roma. Difatti, come ho già accennato, personalmente credo che Pietro sia stato a Roma, considerando la costante tradizione a riguardo. Tuttavia in nessuno dei documenti più antichi a nostra disposizione è scritto che Pietro era considerato il Capo della Chiesa Universale e che da Roma governava tutta la Cristianità. In particolare, Eusebio di Cesarea, vescovo e storico, contemporaneo dell'imperatore Costantino - siamo quindi nel IV secolo - parla sia di Pietro che di Paolo come responsabili della Chiesa di Roma, ma non fa alcuna distinzione tra di loro. Ma ecco le sue parole tratte dalla "Storia Ecclesiastica":

"Sembra che Pietro abbia predicato ai Giudei della diaspora nel Ponto, nella Galazia nella Bitinia, nella Cappadocia, nell'Asia, e, da ultimo, venuto a Roma vi fu crocifisso con la testa all'ingiù, poiché egli espressamente aveva chiesto di soffrire quel genere di morte". Poi Eusebio aggiunge: "Che dire poi di Paolo? Da Gerusalemme fino all'Illirico compì la predicazione del Vangelo di Cristo e, compiuta la sua missione, più tardi subì il martirio a Roma, sotto Nerone... Dopo il martirio di Paolo e Pietro, il primo che ottenne l'episcopato della chiesa romana fu Lino" ( III,1,2-3 ; III,2,1 ed. Desclée 1964, p.150 ). Notate che, nell'ultima frase citata Paolo è menzionato prima di Pietro. E' certo quindi che un tale eminente scrittore e vescovo non credeva che Pietro fosse il primo Papa o Capo della Chiesa Universale.

In un altro passo della sua opera Eusebio cita, a sua volta, Ireneo, vescovo di Lione, che fa un elenco dei vescovi di Roma - ecco il testo:

"I beati Apostoli, che hanno fondato ed edificato la Chiesa di Roma, ne trasmisero il governo episcopale a Lino, ricordato da Paolo nelle Lettere a Timoteo. Lino ebbe come successore Anacleto. E dopo Anacleto, terzo a partire dagli Apostoli, Clemente. Anche Clemente aveva veduto i beati Apostoli; era vissuto con loro, ne aveva sentito con i propri orecchi la predicazione, ed aveva quindi veduto bene lo svolgersi della tradizione. Non era solo. Al suo tempo, poi, vivevano ancora molti di quelli che erano stati ammaestrati nella fede degli Apostoli... A Clemente successe Evaristo..." ( V ,6, 1-5 ; ed. cit.pp.366,368 ; si veda Ireneo,Contro le Eresie III, 3, 3 ).

E così via - l'elenco arriva fino al vescovo di Roma contemporaneo di Ireneo. E la conclusione di Ireneo, citato da Eusebio, è questa: "Attraverso questa serie di Pastori ed il loro insegnamento, sono pervenute a noi la tradizione degli Apostoli e la predicazione della verità".

Anche qui Pietro non è elencato come il primo vescovo di Roma, dal momento che è menzionato assieme a Paolo. Questo poi non è l'elenco dei primi Papi, ma soltanto di quei vescovi che si supponeva avessero ben custodito e trasmesso ad altri la dottrina insegnata dagli Apostoli. In fondo qui si applica il principio stabilito dall'Apostolo Paolo nella II Lettera a Timoteo 2: 1-2, " Tu dunque, figliuolo mio, fortificati nella grazia che è in Cristo Gesù, e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, affidale ad uomini fedeli, i quali siano capaci di insegnarle anche ad altri ".

Ma - possiamo chiederci - come si può esser certi che ciò che è stato tramandato alle nuove generazioni di cristiani è sempre costituito dagli stessi autentici insegnamenti di Gesù Cristo e degli Apostoli?

Ireneo di Lione, che ho citato, e che è stato citato anche dallo storico Eusebio di Cesarea, lui stesso ci dice, all'inizio del III Libro della sua opera "Contro le Eresie", che gli Apostoli nel loro insieme, "e ciascuno di loro avevano lo stesso Vangelo di Dio.Matteo che stava tra gli Ebrei pubblicò il Vangelo in ebraico, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondavano la chiesa. Dopo la loro scomparsa, Marco, discepolo ed interprete di Pietro, pose per iscritto ciò che Pietro aveva insegnato. Luca, compagno di Paolo, redasse a sua volta il Vangelo da questi predicato. Più tardi Giovanni, discepolo del Signore, che posò il capo sul petto di Lui, pubblicò il suo Vangelo al tempo che dimorava ad Efeso, in Asia" ( ed. Cantagalli, Siena 1968, vol. I, p.231 ).

Tutto questo significa che, secondo Ireneo, l'insegnamento di Gesù e degli Apostoli è stato fedelmente riportato prima di tutto nei Vangeli e nel resto del Nuovo Testamento, tanto che Ireneo lo cita spesso nella sua opera, perché considerava le Scritture come il punto assoluto di riferimento in questioni riguardanti la fede cristiana. La tradizione orale, diceva Ireneo, è utile per quelli che non sanno leggere; deve essere inoltre usata quando si ha a che fare con gli eretici che non accettano tutte le Scritture: a costoro bisogna indicare ciò che si insegna nelle chiese dove gli Apostoli hanno insegnato. Dopo tutto, scriveva Ireneo, "se gli Apostoli non ci avessero lasciato le Scritture, non si sarebbe forse dovuto seguire l'ordine della tradizione da essa trasmessa a quelli ai quali affidavano le chiese? " ( op.cit. III, 4, 1 ; ed.cit.vol. I, p. 237 ). Ma, grazie a Dio, aggiungo qui io, gli Apostoli ci hanno lasciato le Scritture, e noi consideriamo le Scritture come unica fonte autentica delle dottrine che stanno alla base della fede cristiana.

In ogni caso, se vi fosse un'autentica tradizione al di fuori delle Scritture, tale tradizione non potrebbe mai essere in contrasto con le Scritture, dato che la Rivelazione di Dio è una e senza contraddizione. Ma proprio questo è il punto! Difatti ciò che il Cattolicesimo Romano presenta come tradizione e genuina rivelazione di Dio, spesso è in contraddizione con quanto leggiamo nelle Scritture. In particolare, le Scritture sono contro la dottrina secondo cui la Chiesa Cristiana dovrebbe avere un capo universale che esercita un'autorità suprema su tutta la Chiesa, e che sarebbe infallibile quando definisce dottrine concernenti la fede e la morale. Come ho già accennato, a parte l'interpretazione del famoso passo di Matteo 16:18-19, si deduce dai Vangeli, dagli Atti degli Apostoli e dal resto del Nuovo Testamento che Pietro non esercitò mai una tale autorità suprema su tutta la Chiesa. E se vogliamo parlare di tradizione a tutti i costi, è un fatto che per almeno cinque secoli non c'è stato nessun Papato nella Chiesa.

Quanto al passo di Matteo a cui ho fatto riferimento più di una volta, io credo che effettivamente Gesù abbia voluto fondare la Sua Chiesa su Pietro, ma non su Pietro come individuo, ma su Pietro come simbolo vivente del vero Cristiano. Ciò significa che Gesù ha fondato la Sua Chiesa sulla fede di Pietro, che rappresenta tutti i veri credenti - Petros , che corrisponde all'aramaico Cefa , che significa "roccia", come difatti è esplicitamente chiamato a volte Pietro nel Nuovo Testamento. Si tratta, insomma, della roccia della sua fede posta sulla Roccia per eccellenza, cioè su Gesù stesso. E la fede di Pietro era come una roccia, perché il suo oggetto era lo stesso Gesù. A tal proposito, dobbiamo tener presente ciò che lo stesso Pietro ha scritto nella sua I Lettera : "Accostandovi a Lui ( cioè a Gesù ), pietra vivente, riprovata bensì dagli uomini, ma innanzi a Dio eletta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati quale casa spirituale, per essere un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo ". Ora, né in questo passo né nel resto del Nuovo Testamento troviamo un versetto in cui si dice che Pietro è la pietra più importante basata sulla Pietra angolare che è Cristo. Infatti tutti i Cristiani indistintamente sono "pietre viventi" basate sulla Pietra vivente, che è il Signore Gesù Cristo.

Sono inoltre interessanti le parole rivolte da Gesù a Pietro, secondo Luca 22:31-32, " Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli ". Indubbiamente all'inizio e per alcuni anni l'Apostolo Pietro fu un esponente di primo piano del gruppo apostolico, un leader riconosciuto tra loro, ma mai un "Papa" con poteri assoluti sulla Chiesa, seppur in nome del Signore.

Lo stesso dicasi di Giovanni 21:15-19, "Quand'ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro:

'Simone di Giovanni, mi ami più di questi?' Egli rispose: 'Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene'. Gesù gli disse: 'Pasci i miei agnelli'. Gli disse di nuovo, una seconda volta: 'Simone di Giovanni, mi ami?' ' Egli rispose: 'Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene'. Gesù gli disse: ' Pastura le mie pecore'. Gli disse la terza volta: 'Simone di Giovanni, mi vuoi bene?' Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: 'Mi vuoi bene?' Egli rispose: 'Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene'. Gesù gli disse: 'Pasci le mie pecore. In verità, in verità ti dico che quand'eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti '. Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, dopo aver parlato così, gli disse: "Seguimi".

Il riferimento al fatto che Pietro aveva rinnegato Gesù è evidente: qui si tratta della riabilitazione ufficiale dell'Apostolo, che certamente non fu il solo a "pascere il gregge" del Signore. Pietro aveva bisogno di quelle parole di conforto, che confermavano la sua chiamata all'apostolato.

Quanto poi alla posizione di Pietro nella Chiesa del primo secolo, sono degni di considerazione i suoi rapporti con l'Apostolo Paolo. Molto illuminante è a tal riguardo il capitolo 2 della Lettera ai Galati. Paolo, per ispirazione divina, andò a Gerusalemme per esporre ai leaders della Chiesa, gli Apostoli, i contenuti della sua predicazione. Si trattò di un'opportuna verifica, considerando anche che egli non apparteneva al gruppo dei Dodici ed era quindi nel numero degli Apostoli che, come Barnaba ed altri, nel primo secolo ed in seguito sarebbero stati le guide della Chiesa, pur non possedendo tutte le caratteristiche dei Dodici, come quella di essere stati discepoli di Gesù mentre Egli era sulla terra, e testimoni oculari della Sua risurrezione ( Atti 1:21-22 ).

Paolo è messo qui sullo stesso piano di Pietro - "...perché Colui che aveva operato in Pietro per farlo Apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi Apostolo dei Gentili ", cioè dei non-Ebrei ( Ga.2:8 ). Anzi nel versetto 9 Pietro o Cefa è menzionato tra Giacomo e Giovanni, "che sono reputati colonne", e con Paolo viene menzionato Barnaba - Paolo e Barnaba avrebbero evangelizzato prevalentemente i non ebrei, mentre gli altri avrebbero evangelizzato prevalentemente gli Ebrei.

Dal versetto 11 fino alla fine del capitolo ci troviamo poi dinanzi ad un Paolo che riprende in pubblico il presunto "primo Papa". Infatti Pietro che ormai non osservava più tante norme tradizionali giudaiche, tra cui quella di non mangiare assieme a non giudei, quando si accorse della presenza di giudei cristiani, ma ancora incoerentemente osservanti di tali norme, anch'gli si separò dai non giudei, ma cristiani, non mangiando più con loro, ed inducendo così anche altri, tra cui lo stesso Barnaba, a fare lo stesso. C'era quindi bisogno di un chiarimento di idee sia di ordine dottrinale che di ordine morale, e questo fu proprio quello che Paolo fece, sottolineando il fatto che ormai le "opere della Legge" non avevano più il valore di un tempo, perché ora si era giustificati dinanzi a Dio esclusivamente "mediante la fede in Cristo" ( v.16 ).

Paolo non ci dice quale sia stata la reazione di Pietro, che, comunque, certamente non fece leva su un suo presunto "primato" per giustificarsi: se lo avesse fatto, sarebbe stato un evento troppo importante da non trascurare in quella lettera. Ma non troviamo qui il minimo accenno ad una simile reazione.

Tutto questo dunque ridimenziona di molto il ruolo avuto da Pietro nella Chiesa del primo secolo : tra la posizione dell'Apostolo e quella di un Giovanni Paolo II nella Chiesa Cattolica di oggi c'è un abisso che neanche le più sofisticate argomentazioni della teologia cattolica possono e potranno mai colmare.

E' comunque un fatto che il celebre passo di Matteo 16:18 ss. non fu interpretato da Pietro stesso e dagli altri Apostoli come l'interpreta oggi la Chiesa Cattolica. Non c'è dubbio che Pietro svolse un ruolo importante nella Chiesa del primo secolo, ma solo per qualche tempo, considerando che gli Atti degli Apostoli si occupano per lo più di ciò che fece Paolo, e nelle Scritture non si fa alcuna differenza tra ciò che fece Pietro e ciò che fece Paolo. Certo, Pietro fu adoperato dal Signore per aprire la porta del Regno di Dio ai non-ebrei, come deduciamo dall'episodio della conversione di Cornelio e della sua famiglia, narrato nei capitoli 10 e 11 degli Atti degli Apostoli ; ma dopo di ciò Dio usò Paolo e molti altri, tutti forniti delle "chiavi" dell'Evangelo per far sì che molti potessero entrare nel Regno di Dio. Sebbene Pietro sia stato una figura eminente tra gli Apostoli, non ne fu mai il capo riconosciuto - tra l'altro, fa fede di questo specialmente un passo degli Atti degli Apostoli 8:14, dove leggiamo: " Ora gli Apostoli che erano a Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria aveva ricevuto la Parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni ". Si noti qui che il testo non dice che Pietro, quale capo degli Apostoli e della Chiesa, mandò Giovanni, ma che gli Apostoli, nel loro insieme, decisero di mandare in Samaria Pietro e Giovanni.

Inoltre, sempre negli Atti degli Apostoli, capitolo 11, Pietro fu chiamato dagli altri Apostoli a rendere ragione del fatto che aveva mangiato assieme ad un incirconciso. Pietro, allora, non si appellò ad una sua presunta autorità personale su tutta la Chiesa per giustificare il suo atteggiamento, ma, come un qualsiasi altro Apostolo trovatosi in una circostanza simile, spiegò loro che la sua iniziativa era stata presa in seguito ad un chiaro intervento del Signore ( Atti 10 ).

Quanto al senso di Matteo 16:19, " Io ti darò le chiavi del Regno dei Cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli ", bisogna tener conto soprattutto della terminologia rabbinica qui usata. Difatti i termini greci deô ( legare ) e luô ( sciogliere ) corrispondono rispettivamente ai termini aramaici asàr e shera' , che si riferiscono alla facoltà che avevano le autorità religiose giudaiche di dichiarare proibite o lecite determinate cose. Inoltre tale facoltà comprendeva la "scomunica", cioè il potere di allontanare dalla sinagoga chi era ritenuto indegno ( come, ad esempio, in Gv.9:22 ) e riammetterlo, se si pentiva sinceramente ( si veda Strack-Billerbeck , Kommentar zum neuen Testament aus Talmud und Midrasch, Munchen, ed. 1982, vol. I, pp.738 ss. ).

In Matteo 16:19 la facoltà di "legare e sciogliere" sembra dunque essere una precisazione del potere delle "chiavi del regno dei cieli": chi possiede queste "chiavi", può anche "legare e sciogliere".

C'è inoltre da considerare che il potere dato a Pietro secondo questo passo, è dato da Gesù anche agli altri discepoli secondo Matteo 18:18. Da ciò si può dedurre che la detenzione della "chiavi" non comporta uno speciale potere concesso soltanto a Pietro, in quanto tale potere si identifica con quello di "legare e sciogliere", concesso anche agli altri discepoli - " Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo ". Queste parole seguono immediatamente le disposizioni del Signore concernenti la disciplina da praticare nella Chiesa:

" Se tuo fratello ha peccato contro di te, va e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d'ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta d'ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo " ( Mt.18:15-18 ).

Queste ultime parole non possono logicamente essere legate a quelle che seguono nei versetti 19 e 20 e che riguardano la preghiera comunitaria - esse seguono logicamente ciò che è stato affermato dal versetto 15 al versetto 17.

Tenendo quindi conto di tutto il contesto del Nuovo Testamento, possiamo dire che i discepoli del Signore, per quanto riguarda l'evangelizzazione, con l'annunzio dell'Evangelo "legano" cioè dichiarano che una determinata persona è ancora legata dal peccato e dall'ignoranza, se non ha accettato l'Evangelo, credendo in Gesù quale Signore e Salvatore, e quindi "chiudono" il Regno di Dio ad una tale persona; oppure "sciolgono", cioè dichiarano che una persona è libera dal peccato ed è figlio o figlia di Dio, perché ha creduto in Gesù quale Signore e Salvatore, dopo essersi sinceramente pentito dei propri peccati - in tal caso, i Cristiani che evangelizzano, "aprono" il Regno di Dio. Inoltre, come già ho affermato, il potere di "legare e sciogliere" comporta anche la facoltà di una chiesa locale di esercitare la disciplina nei confronti dei suoi membri indegni e che hanno commesso un peccato pubblico. La chiesa, mediante il presbiterio o insieme degli Anziani , può mettere un suo membro "fuori comunione", non ammettendolo alla Cena del Signore finché non si sia sinceramente pentito del mal fatto, e quindi può essere riammesso ( si veda 1Co.5:1-5 ; 2Co.2:5-11 ). Quando i Cristiani esercitano tali funzioni secondo la volontà di Dio, ogni loro decisione o dichiarazione è avallata da Lui stesso.

Pietro quindi, strettamente parlando, non ebbe nessun potere particolare, ma in base alla sua dichiarazione di fede che per primo formulò chiaramente sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, ebbe solo il privilegio di essere il primo ad esercitare tale potere in varie occasioni come, ad esempio, con il suo discorso nel giorno di Pentecoste, quando si convertirono migliaia di persone, e con la sua missione presso il centurione Cornelio, fatto questo che costituì il primo passo verso l'ammissione di non-ebrei nella Chiesa.

Questi testi, infine devono essere considerati alla luce di Giovanni 20 : 21 - 23, "Allora Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch'io mando voi. Detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; e chi li riterrete, saranno ritenuti ". Questo non può significare altro - lo ripeto - che i Cristiani possono dichiarare che una persona è stata liberata dai propri peccati, se crede in Gesù Signore e Salvatore e si è pentito sinceramente di tali peccati, o che rimane in stato di peccato se rifiuta di credere. Gesù infatti si riferisce all'evangelizzazione che Egli affida ai Suoi discepoli.

Da tutto ciò segue che la tradizionale interpretazione cattolica del passo in questione è errata, perché è condizionata dalla dottrina cattolica sul Papato, affermatasi non per obbedienza alla Parola di Dio, ma per un lungo e complesso processo storico, che qui sarebbe difficile anche riassumere, considerando i limiti di questa monografia.

Tuttavia è molto interessante, a questo punto, conoscere il pensiero di alcuni scrittori cristiani dei primi cinque secoli su tale questione: ci troviamo di fronte ad una "tradizione", che di solito è in contrasto con l'attuale dottrina cattolica sul Papato.

Facciamo qui solo qualche esempio. Ho già fatto riferimento allo storico Eusebio di Cesarea, contemporaneo dell'imperatore Costantino: Eusebio, a metà del IV secolo non sa nulla di un primato del vescovo di Roma o Papa, e tanto meno di una sua infallibilità personale. Ma andiamo a qualche secolo prima, ad Origene, famoso e controverso dottore e scrittore, che visse tra il II e il III secolo. Ecco che cosa scriveva sul celebre passo di Matteo 16:18 ss. :

"Se anche noi abbiamo detto come Pietro, 'Tu sei il Cristo, il Figlio dell'Iddio vivente', senza che questo ci sia stato rivelato dalla carne e dal sangue, ma dalla luce proveniente dal Padre Celeste e che è brillata nel nostro cuore, noi diveniamo Pietro, e quindi anche a noi potrebbe essere detto dalla Parola, 'Tu sei Pietro, ecc.'. Infatti è una pietra o roccia ogni discepolo di Cristo, dal quale bevvero quelli che bevvero dalla roccia spirituale che li seguiva, e su ognuna di tali rocce è fondata ogni parola della Chiesa... Ma se supponi che soltanto su Pietro sia costruita tutta la Chiesa di Dio, che diresti di Giovanni, il figlio del tuono, e di ognuno degli Apostoli ?... Le chiavi del Regno dei Cieli sono state date solo a Pietro ?... Se dunque la promessa ' Io ti darò le chiavi del regno dei Cieli ' è stata fatta anche agli altri, non è dunque possibile che tutto ciò che è stato detto prima a Pietro sia stato detto anche a loro ?... Chi imita Cristo, riceve il soprannome di 'Pietro' ( si veda Origene, Commentario su Matteo, par. 10-11 ).

Anche secondo Tertulliano, vissuto anche lui tra il II e il III secolo, "Pietro" è un nome simbolico dato a Simone, in quanto l'Apostolo doveva rappresentare il credente in Cristo, che basa la sua vita esclusivamente su Cristo, la Pietra o Roccia per eccellenza. "Muta anche a Pietro il nome", scriveva Tertulliano, "da quello di Simone, che aveva, poiché anche il Creatore aveva rifatto i nomi di Abramo, di Sara e di Osea ... Ma perché l'ha chiamato Pietro? Se fu per il vigore della fede, molte materie e solide, avrebbero potuto dargli un nome dalla loro sostanza. O non forse perché Cristo è Pietra e Sasso ? Se è vero che leggiamo che Egli è stato posto come Sasso di inciampo e Pietra dello scandalo... Pertanto cercò di comunicare in modo tutto particolare al più caro dei Suoi discepoli il suo nome, per mezzo delle sue allegorie" ( Tertulliano, Contro Marcione IV,13,6 ; in Opere scelte, ed. UTET, Torino 1974, p. 501 ).

Il celebre scrittore poi precisa il suo pensiero così, commentando proprio Matteo 16:18 ss. :

" 'Su di te - Egli dice - edificherò la mia chiesa' , e 'ti darò le chiavi', e 'tutto ciò che scioglierai o legherai '... La Chiesa dunque è stata eretta su Pietro stesso, cioè mediante lo stesso Pietro; Pietro stesso usò la chiave - ma quale chiave? Ecco quale chiave: 'Uomini d'Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, Uomo che Dio ha accreditato fra di voi...', ecc. ( At.2:22 ). Pietro stesso, dunque, fu il primo, mediante il battesimo di Cristo, a spalancare la porta del Regno dei Cieli, in cui sono 'sciolti' i peccati che erano una volta 'legati', e quelli che non sono stati 'sciolti' sono 'legati' nei confronti della vera salvezza" ( Tertulliano, De Pudicitia o Sulla Modestia 21 ).

Tertulliano, dunque, pur ritenendo che Cristo abbia costruito la Sua Chiesa su Pietro, vide nell'Apostolo solo colui che ebbe il privilegio, per primo, di essere lo strumento della conversione dei primi pagani. In altri termini, non vide nelle famose "chiavi" un potere assoluto conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori sulla Chiesa.

Tutta particolare, sempre a tal riguardo, è la posizione di Cipriano, vescovo di Cartagine - siamo così in pieno III secolo. Egli si inserisce nella schiera degli scrittori cristiani dei primi secoli, occupando un posto di notevole rilievo. E' noto soprattutto per la sua opera "Sull'unità della Chiesa". Abbiamo in questo trattato la prima "teologia della Chiesa", formulata evidentemente sotto l'incalzare delle eresie che tendevano a minare l'unione dei Cristiani. Si spiegano quindi le espressioni drastiche di Cipriano come quella rimasta famosa: "Habere non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet matrem", cioè "Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre". Ma che cosa Cipriano intendeva per Chiesa? E' senz'altro il "Corpo di Cristo", l'insieme di tutti i credenti in Gesù Signore e Salvatore. Secondo lui, non vi possono essere più "Chiese cristiane", nel senso di chiese separate l'una dall'altra, con dottrine proprie e con una propria organizzazione indipendente, per non parlare ovviamente di "chiese eretiche". "Una è la Chiesa - afferma Cipriano - mentre si estende al largo abbracciando una grande moltitudine per la sua crescente fecondità. E' come il sole, che ha molti raggi, ma una sola è la sorgente luminosa" ( Cipriano, L'unità della Chiesa, 5 - 6 ; ed. Città Nuova, Roma 1967, pp. 83 , 85 ).

Garanti e pilastri di questa unità sono, a suo avviso, i Vescovi o capi delle comunità locali:

"E' proprio questa unità che dobbiamo conservare fermamente e difendere soprattutto noi vescovi, che stiamo a capo della Chiesa, e ciò affinché possiamo provare che anche l'episcopato è uno e indiviso "( ibidem ).

Cipriano prova che "l'episcopato è uno ed indiviso" appoggiandosi su una sua interpretazione, estremamente interessante, del famoso testo di Matteo 16:18-19.

La difficoltà fondamentale dell'interpretazione del famoso passo da parte di Cipriano è che essa ci è pervenuta in due differenti edizioni che, a detta di alcuni esperti, potrebbero benissimo essere dovute entrambe all'autore di tutta l'opera. Eccole:

Prima edizione : " Sopra uno solo ha edificato la Chiesa. E benchè a tutti gli Apostoli dopo la Sua risurrezione abbia conferito la stessa potestà, dicendo: 'Come il Padre ha mandato me, anche Io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati vi saranno rimessi; a chi li riterrete vi saranno ritenuti', tuttavia, perché si manifestasse l'unità dispose con la Sua autorità che l'origine della stessa unità derivasse da uno solo. Anche gli altri Apostoli erano certamente ciò che era Pietro, insigniti con eguale partecipazione di onore e di potestà; ma l'inizio viene dall'unità, affinché la Chiesa di Cristo si mostri una. Chi non conserverà questa unità della Chiesa, crederà forse di conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, penserà di essere nella Chiesa? " ( Poi cita Ef.4:4-6 ).

Seconda edizione : "E dopo la risurrezione gli dice: 'Pasci le mie pecore'. Sopra uno solo edifica la Chiesa e a lui comanda di pascere le sue pecore. E benché dia a tutti gli Apostoli una eguale potestà, tuttavia costituisce una sola cattedra e stabilisce con l'autorità della Sua Parola l'origine dell'unità. Anche gli altri Apostoli erano certamente ciò che era Pietro, ma il primato fu dato a Pietro, sicché si mostrasse una la Chiesa e una la cattedra. E tutti sono pastori, ma ne risulta un sol gregge, poiché tutti gli Apostoli lo pascolano con unanime accordo. Chi non conserverà questa unità, raccomandata anche da Paolo, crederà forse di conservare la fede? Chi abbandonerà la cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa, penserà di essere ancora nella Chiesa? " (L'unità della Chiesa 4, ed. cit. pp. 80-81).

Come è chiaro, la prima edizione è poco "pietrina", mentre l'altra sembra addirittura affermare un primato universale di Pietro e dei suoi successori. Resta però il fatto che pure nel testo "pietrino" non è evidente che Cipriano avesse già delineato una chiara dottrina sul Papato. Nella sua interpretazione, infatti, la ragione per cui fu dato a Pietro il primato è che l'Apostolo doveva essere simbolo dell'unità che doveva regnare nella Chiesa cristiana. Particolarmente non risulta affatto che Cipriano ammettesse l'esistenza di "successori di Pietro", in questa sua particolare funzione simbolica.

La Chiesa locale, governata dal vescovo o pastore e dal collegio degli anziani ( presbiteri ) godeva quindi di ampia libertà disciplinare e organizzativa. Significativa è, in questo caso, la famosa controversia sul battesimo degli eretici.

Attorno alla metà del III secolo si pose il problema della validità del battesimo conferito da eretici: coloro che provenivano da un'eresia e si convertivano, dovevano essere ribattezzati ? Cipriano, vescovo di Cartagine, assieme ai vescovi africani, non ha alcun dubbio in merito:

" Se la Chiesa, poiché è una ed indivisibile, non ha posto tra gli eretici; se presso di essi non si trova lo Spirito Santo, poiché è uno e non può essere presso gente profana e di fuori, evidentemente neppure il battesimo, che posa sulla medesima unità, può stare presso gli eretici, per la ragione che non può sussistere distaccato dalla Chiesa e dallo Spirito Santo... Qual pretesa è mai questa di sostenere polemicamente che si possa ben essere figli di Dio, senza essere nati nella Chiesa? E' nel battesimo, infatti, che l'uomo vecchio muore e nasce di nuovo: ne fornisce chiara testimonianza l'Apostolo: 'Ci ha salvati mediante un lavacro di rigenerazione' ( Tito 3:5 ) " ( Epistola 74,4, 2 ; 74, 6,1 ; in "Le Lettere", ed. Paoline 1979, pp. 483,484 ).

Un consiglio di vescovi riunitosi a Cartagine nel 255 confermò la posizione di Cipriano.

Tuttavia Stefano, vescovo di Roma, pensava il contrario e non intendeva cambiare idea: " Ci si attenga alla tradizione! Se degli eretici vengono a voi, si impongano loro le mani per accoglierli in penitenza " ( parole di Stefano riportate da Cipriano nell'Epistola 74, 1,2 ; ed. cit. p. 479 ). Egli minacciò perfino di considerare fuori della comunione fraterna chi avesse agito diversamente.

Cipriano però fu anch'egli irremovibile, non riconoscendo a Stefano l'autorità di imporre le sue idee ad altri. Riferendosi quindi all'atteggiamento del vescovo di Roma, egli domanda a se stesso:

" Se è così che a Dio si rende onore; se così sono rispettate il timor di Dio e la disciplina dai suoi adoratori e dai vescovi, abbassiamo le armi, porgiamo le mani alle catene, cediamo al Diavolo la legge dell'Evangelo, l'ordinamento tracciato dal Cristo, la maestà stessa di Dio. Sciogliamo il giuramento della divina milizia, ammainiamo le bandiere dell'accampamento celeste. Si pieghi la Chiesa e s'arrenda all'eresia, la luce alla tenebra, all'empietà la fede, la speranza alla sfiducia, il vero all'errore, l'immortalità alla morte; di fronte all'odio capitoli la carità, alla menzogna la veracità, il Cristo all'Anticristo" ( Lettera 74, 8, 3 ; ed. cit. p.487 ).

Certo, queste non sono parole da rivolgersi, seppur indirettamente, al vescovo di Roma, ad uno dei primi "Papi"...

Cipriano in realtà non riconosceva al vescovo di Roma un'autorità suprema su tutta la Chiesa; infatti si appellò piuttosto alla Scrittura, negando la validità della tradizione invocata da Stefano:

"Ma questa tradizione da dove proviene? Deriva forse dall'autorità del Signore e dell'Evangelo? Da una disposizione degli Apostoli o dalle Lettere loro?... Ora, se nell'Evangelo - o almeno nelle Lettere degli Apostoli negli Atti - troviamo l'ingiunzione di non battezzare 'quelli che provengono dall'eresia, di qualsiasi sorta essa possa essere', ma di 'imporre loro le mani soltanto, per riceverli a penitenza', allora questa tradizione, santa e divina, sia rispettata. Se, al contrario, dapperttutto nessun altro nome è riservato agli eretici che non sia quello di avversari e di anticristi; se vengono segnati come uomini da schivare, 'gente ormai fuori strada e che si condanna da se stessa' ( Tito 3:11 ), quale stravaganza è mai quella di non considerare meritevole di condanna persone che chiaramente, come conferma l'Apostolo, si condannano da se stessi! " ( Lettera 74, 2, 2-3 ; ed. cit. pp. 480,481 ).

Ecco dunque che il vescovo di Cartagine proclama la netta superiorità della Scrittura al di sopra della tradizione - anzi la Scrittura deve essere l'unico punto assoluto di riferimento in questioni riguardanti la fede e la morale - anche se lo stesso Cipriano, come vedremo in seguito, non sempre sia stato coerente con questa sua posizione.

Ancor più complessa è la posizione di Agostino, vescovo di Ippona ( 354-430 d.C. ) e considerato "santo" dai Cattolici. In un primo tempo egli aveva ritenuto che la Chiesa fosse stata fondata da Cristo su Pietro come persona, ma in seguito cambiò idea. Difatti nelle "Ritrattazioni", un'opera in cui fa una revisione delle sue opinioni teologiche, afferma esplicitamente:

"In un passo di questo libro ( il suo commentario al Vangelo di Mt.) dissi dell'Apostolo Pietro: 'Su di lui come su una roccia, fu edificata la Chiesa'. So però che in seguito spesso così ho spiegato ciò che disse il Signore: 'Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa' - questo deve essere inteso nel senso che Egli avrebbe costruito la Chiesa su ciò che Pietro aveva confessato dicendo, 'Tu sei il Cristo, il Figlio dell'Iddio vivente' . Quindi Pietro, così chiamato da questa roccia, ha ricevuto le chiavi del Regno dei Cieli. Infatti fu detto a lui 'Tu sei Pietro' e non 'Tu sei la Roccia'. Ma 'la roccia era Cristo', confessando il quale, come fa tutta la Chiesa, Simone fu chiamato Pietro" ( Agostino, Ritrattazioni, 20, 1 ).

Altrove così il vescovo di Ippona precisa ancor più il suo pensiero: Il nome di Pietro gli fu dato dal Signore, perché doveva simboleggiare la Chiesa. Infatti se Cristo è la Roccia ( Petra ), Pietro è il popolo cristiano...

"Pietro dunque è così chiamato dalla Roccia, non la Roccia da Pietro, proprio come Cristo non è chiamato Cristo da cristiano, ma il cristiano da Cristo. 'Quindi', Egli dice, 'Tu sei Pietro e su questa pietra', che hai confessato, su questa pietra che tu hai riconosciuto dicendo, 'Tu sei il Cristo, il Figlio dell'Iddio vivente, Io edificherò la mia Chiesa', cioè su Me stesso, il Figlio dell'Iddio vivente, 'costruirò la mia Chiesa'. Costruirò te su Me, non Me su te. Uomini desiderosi di costruire sugli uomini dicono: 'Io sono di Paolo, io di Apollo, ed io di Pietro'. Ma altri, che non volevano essere edificati su Pietro, ma volevano essserlo sulla Roccia, dicevano: Io sono di Cristo" ( Sermone XXVI , 1 - 4 ).

Indubbiamente Agostino esaltò, forse fin troppo, il ruolo di Pietro nella Chiesa del primo secolo, ma nelle sue opere non c'è traccia del Papato, nel senso che mai l'illustre teologo sostenne che il vescovo di Roma fosse l'infallibile capo della Chiesa universale.

(Nota:quando non è indicato altrimenti, le citazioni "patristiche" sono tratte da William Webster, Peter the Rock, ed. Christian Resources Inc., Battle Ground, Wa, U.S.A. 1996 - è un'importante antologia di testi riguardanti l'esegesi di Mt.16:18 ss.).