Filosofia/Filosofia cristiana sarebbe inutile

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La filosofia cristiana sarebbe inutile o superflua?

Il fatto che non vi fosse al tempo della riforma o dell'ortodossia riformata una disciplina strutturata come la filosofia cristiana riformazionale, potrebbe dare a qualcuno l'impressione che non sia necessaria o utile. E' valida questa obiezione?

Questa è una delle obiezioni più importanti da affrontare, perché parte da un dato storico vero — Calvino, gli ortodossi riformati e i grandi teologi della Riforma non possedevano una disciplina chiamata “filosofia cristiana riformazionale” — ma ne ricava una conclusione che non è affatto necessaria.

Si potrebbero proporre almeno sei risposte.

1. L'assenza storica di una disciplina non dimostra la sua inutilità

Il fatto che una disciplina non esistesse in una determinata forma in un'epoca precedente non significa che essa sia inutile. La Riforma stessa mostra che la fedeltà alla fede non consiste nel conservare necessariamente le forme intellettuali del passato, ma nel ritornare ai princìpi della Parola di Dio e applicarli alle circostanze concrete.

L'argomento «i Riformatori non lo facevano» sarebbe valido soltanto se si potesse dimostrare che essi avevano escluso come illegittimo proprio il tipo di riflessione che oggi chiamiamo filosofia cristiana. Ma questo è tutt'altro che evidente.

2. I Riformatori non erano privi di filosofia: utilizzavano una filosofia ereditata

L'ortodossia riformata nacque in un mondo intellettuale profondamente influenzato da Aristotele, dal tomismo, dall'agostinismo, dalla scolastica medievale e dall'umanesimo rinascimentale. I teologi riformati utilizzavano categorie filosofiche per articolare la dottrina, discutere con i loro avversari e costruire sistemi teologici.

Il punto, dunque, non è: «I Riformatori facevano teologia senza filosofia». Piuttosto: «I Riformatori facevano teologia utilizzando gli strumenti filosofici disponibili nel loro tempo.»

E questo apre una questione decisiva: erano tutti quegli strumenti filosofici pienamente compatibili con i princìpi della Riforma?

La filosofia riformazionale nasce precisamente anche come tentativo di affrontare questa domanda.

3. La Riforma non può essere congelata nel XVI-XVII secolo

Qui c'è un principio metodologico fondamentale. Se prendessimo l'assenza di una determinata disciplina al tempo della Riforma come argomento contro il suo sviluppo successivo, dovremmo rifiutare moltissime elaborazioni che oggi consideriamo perfettamente legittime.

I Riformatori non potevano affrontare, nella forma in cui oggi si presentano:

  • l'idealismo tedesco;
  • il positivismo;
  • il materialismo storico;
  • il naturalismo scientifico;
  • la filosofia analitica;
  • l'esistenzialismo;
  • la secolarizzazione moderna;
  • la crisi dei fondamenti della matematica;
  • le moderne scienze sociali;
  • le neuroscienze;
  • l'intelligenza artificiale.

Non perché queste questioni siano irrilevanti per la fede, ma semplicemente perché non appartenevano ancora al loro contesto storico.

La domanda che dobbiamo porci non è quindi: «Che cosa faceva Calvino?», ma anche: «Come devono essere applicati oggi i princìpi della Riforma alla totalità della realtà?»

4. La filosofia riformazionale non pretende di sostituire la teologia

Questo punto è particolarmente importante per evitare un equivoco.

La filosofia riformazionale non dice che la teologia sia insufficiente e debba essere sostituita dalla filosofia. Dice piuttosto che anche il pensiero filosofico deve essere sottoposto alla signoria di Cristo.

La teologia studia Dio e la sua rivelazione secondo il proprio oggetto e metodo. La filosofia cerca invece di comprendere, in modo radicalmente integrale, la realtà creata nella sua totalità, comprese le sue diverse modalità, strutture e relazioni.

Perciò una filosofia cristiana non è una sorta di «teologia semplificata», né una raccolta di argomenti apologetici. È la domanda: Che cosa accade quando confessiamo realmente che “da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose” (Romani 11:36)?

Se Cristo è Signore di tutte le cose, allora lo è anche del nostro pensiero filosofico.

5. Il vero problema è che una filosofia è inevitabile

Il cristiano può decidere di non fare filosofia, ma non può decidere di vivere e pensare senza presupposti filosofici.

Ogni volta che parliamo di:

  • realtà;
  • conoscenza;
  • verità;
  • uomo;
  • libertà;
  • società;
  • scienza;
  • causalità;
  • legge;
  • morale;
  • significato;
  • storia;

stiamo già assumendo una determinata concezione della realtà.

Per questo la questione non è veramente: «Avremo oppure no una filosofia?» ma: «Quale filosofia sta governando il nostro modo di comprendere la realtà?»

Un cristiano può non leggere mai un libro di filosofia e tuttavia assorbire inconsapevolmente categorie filosofiche attraverso la scuola, i media, la cultura, la scienza, la politica e la mentalità dominante.

La filosofia riformazionale cerca quindi di rendere espliciti e criticamente esaminabili quei presupposti, alla luce della fede cristiana.

6. La filosofia riformazionale può essere vista come una continuazione, non come una rottura, della Riforma

Qui si può formulare una tesi particolarmente interessante.

La Riforma ha compiuto una radicale riforma della teologia, della chiesa e della comprensione dell'autorità della Scrittura. La filosofia riformazionale si domanda:

Che cosa significa applicare coerentemente la radicalità della Riforma anche alla nostra concezione della realtà, della conoscenza e della scienza?

In questo senso, Dooyeweerd e Vollenhoven non sostengono semplicemente di aver scoperto una nuova «scuola filosofica cristiana». Essi cercano di portare avanti il principio riformato secondo cui nessuna area della vita e del pensiero è neutrale davanti a Dio.

È proprio qui che emerge la grande intuizione riformazionale: non esiste una sfera della ragione autonoma rispetto a Dio.


Una formulazione sintetica per presentare l'opera di Van der Walt

S potrebbe quindi rispondere all'obiezione storica così:

Il fatto che ai tempi della Riforma non esistesse ancora una disciplina strutturata come la filosofia cristiana riformazionale non dimostra che essa sia oggi superflua. I Riformatori operarono nel quadro intellettuale del loro tempo, utilizzando anche categorie filosofiche ereditate dalla tradizione. La questione che si pone oggi è se quelle categorie, e soprattutto quelle sviluppatesi successivamente nella cultura moderna, siano realmente compatibili con la fede riformata. La filosofia riformazionale non pretende dunque di correggere la Riforma, ma di applicarne coerentemente i princìpi anche alla sfera del pensiero filosofico. Se Cristo è davvero Signore di ogni cosa, allora anche il nostro modo di pensare la realtà, la conoscenza, l'uomo, la società e la scienza deve essere sottoposto alla sua signoria.

In altri termini:

Il fatto che i Riformatori non avessero elaborato una filosofia riformazionale non significa che i cristiani possano fare a meno della filosofia; significa piuttosto che noi abbiamo il compito di affrontare, con i princìpi della Riforma, le questioni filosofiche che il nostro tempo ci pone.

Questa impostazione permette anche di evitare un errore opposto: non dobbiamo trasformare la filosofia riformazionale in una nuova autorità accanto a Calvino o alle confessioni riformate. Il suo valore deve essere misurato proprio dalla sua capacità di sviluppare, senza comprometterli, i princìpi fondamentali della fede riformata.