Filosofia/Introduzione alla filosofia cristiana riformazionale/Che cos'è la filosofia cristiana?
4. Che cos'è la filosofia cristiana?
4.1 Introduzione
Siamo finalmente giunti al punto in cui possiamo rispondere alla domanda principale di questo saggio, vale a dire: «Che cos'è la filosofia cristiana?». Che cosa distingue la filosofia cristiana da tutte le altre filosofie, come il platonismo, l'oggettivismo, il marxismo e l'esistenzialismo?
Prima di dare una risposta a questa domanda, è necessario sottolineare ancora una volta che, strutturalmente parlando, la filosofia riformazionale ha lo stesso campo d'indagine di tutte le altre tradizioni filosofiche. Non è come se i filosofi riformazionali si occupassero di un campo misterioso e completamente diverso. Tutti i filosofi, indipendentemente dalla tradizione nella quale operano, si confrontano con questioni fondamentali riguardanti la natura della realtà (ontologia) e della conoscenza (epistemologia). Si confrontano inoltre con le risposte che i filosofi del passato hanno dato a queste domande (storia della filosofia). I filosofi possono differire enormemente quanto alle domande cui dare la priorità e quanto al modo in cui i problemi pertinenti devono essere formulati e affrontati. Tuttavia, tutti i filosofi, compresi i filosofi cristiani, operano all'interno dello stesso dominio teoretico-astratto che chiamiamo «Filosofia».
Richiamandoci alla distinzione tra struttura e direzione (cfr. par. 3.1), l'unicità della filosofia cristiana riformazionale deve essere ricercata in termini della sua direzione. È la direzione della filosofia cristiana che la distingue dalle altre tradizioni filosofiche.
Verranno pertanto spiegati due elementi relativi alla direzione. L'unicità della tradizione della filosofia riformazionale consiste: i) nel rifiuto dell'ideale della neutralità e dell'idea di una ragione umana autonoma e ii) nell'adozione deliberata di alcune tematiche bibliche come principi guida.
Saranno poi enunciate brevemente sei caratteristiche che la filosofia riformazionale dovrebbe manifestare. Infine, saranno menzionati alcuni fraintendimenti comuni riguardo a ciò che è la filosofia cristiana. Questo serve a sgombrare il campo da idee preconcette e a prevenire malintesi.
4.2 Rifiutare la neutralità e l'autonomia
Nel corso dei secoli, l'idea di una filosofia cristiana integrale non è sorta nella mente della maggior parte dei pensatori, oppure è stata da essi respinta. Inoltre, molti non cristiani, così come molti credenti, si oppongono attivamente all'idea di una filosofia cristiana integrale.
Le obiezioni a una filosofia integrale sono diverse. Ciononostante, le coppie di categorie «natura e soprannatura», insieme a quelle di «ragione e fede», costituiscono il presupposto decisivo della maggior parte di queste obiezioni.[1] Secondo tale impostazione, la filosofia viene associata alla natura e alla ragione, mentre la religione cristiana viene associata al soprannaturale e alla fede.
Il modo preciso in cui «natura / ragione» e «soprannaturale / fede» dovrebbero essere messi in relazione può essere concepito in modi diversi. Queste differenze nella concettualizzazione si riflettono nelle diverse obiezioni a una filosofia cristiana integrale. Anche in questo caso, le obiezioni provengono tanto da cristiani quanto da non cristiani.[2] Purtroppo non possiamo esaminare qui tutte le diverse versioni. In generale, tuttavia, l'obiezione si riduce all'idea che la filosofia, in quanto attività, debba essere puramente razionale e che le convinzioni religiose non debbano svolgervi un ruolo integrale.
Una concezione spesso sostenuta dai cristiani è che tutte le persone possiedano per natura una «ragione» mediante la quale la realtà può essere esaminata, ma che non tutte ricevano il dono della fede.[3] Secondo questa concezione, la fede del cristiano può essere un'aggiunta[4] alla filosofia, perfezionandola, ma la filosofia stessa deve rimanere neutrale.
Per «neutrale» si intende che il contenuto delle teorie filosofiche dovrebbe essere fondato su basi puramente razionali. Il consenso dovrebbe essere raggiungibile perché sarebbe la ragione umana a svolgere l'attività filosofica. Di conseguenza, non dovrebbe esserci una grande differenza tra il contenuto delle teorie filosofiche dei cristiani e quello delle teorie dei non cristiani. Essi ritengono quindi che la filosofia debba essere religiosamente neutrale.
Questo ideale della neutralità va di pari passo con l'ideale dell'autonomia. La parola «autonomia» è composta da due parole greche, autos («sé») e nomos («legge»), e significa letteralmente «legge per se stesso». Di conseguenza, la «ragione umana»,[5] attiva nel dominio della filosofia, sarebbe una legge per se stessa. Questo ideale non riconosce alcuna autorità superiore alla razionalità umana, neppure le leggi di Dio per la creazione.
Il filosofo umanista Immanuel Kant ha articolato in modo particolarmente chiaro questo ideale dell'autonomia razionale. Secondo lui, ogni cosa, compresa la religione e la legge, deve inchinarsi davanti al tribunale della «ragione umana».
All'inizio del XX secolo, tuttavia, nei Paesi Bassi emerse una tradizione filosofica unica che voleva deliberatamente rompere con gli ideali della neutralità e dell'autonomia. Essa respinse tali ideali. Tra i precursori di questa tradizione vi sono Groen van Prinsterer (1801–1897), Herman Bavinck (1854–1921), Abraham Kuyper (1837–1920) e Atheunis Janse (1890–1960), tutti cristiani olandesi che si collocano nella linea del riformatore del XVI secolo, Giovanni Calvino.
Furono soprattutto i filosofi riformazionali Dirk Vollenhoven (1892–1978) e Herman Dooyeweerd (1896–1977) a sviluppare le teorie fondamentali di questa nuova filosofia cristiana integrale. Questi due filosofi, straordinariamente dotati, svilupparono, tra le altre cose, profonde critiche all'ideale della neutralità e all'idea che la ragione umana sia autonoma.
La filosofia riformazionale si diffuse dai Paesi Bassi ad altre parti del mondo, come il Sudafrica, il Nord America, il Messico, il Brasile, la Nuova Zelanda, l'Australia, l'Inghilterra e le Filippine.
4.3 Il nome «filosofia riformazionale»
In questo saggio i termini «filosofia cristiana» e «filosofia riformazionale» sono spesso usati in modo intercambiabile. Talvolta la parola «cristiana» viene qualificata dicendo «cristiana riformazionale». Il motivo di queste tre diverse formulazioni viene spiegato qui di seguito.
La ragione per cui questa filosofia viene chiamata «riformazionale» è che essa ha avuto origine nella tradizione riformata. Non sono state le tradizioni cattolica romana, anglicana, metodista, greco-ortodossa, evangelica, pentecostale, copta ortodossa, luterana o battista a produrre la filosofia riformazionale. È importante comprendere che non si tratta di una denominazione ecclesiastica, ma piuttosto di un modo di pensare e di un atteggiamento che aprono determinate possibilità.
Inoltre, la filosofia riformazionale si colloca in linea con il principio della Riforma del XVI secolo di ritornare alla Bibbia come fonte di autorità e di continuare a riformare la cultura in conformità con essa.
La ragione per cui in questo saggio la filosofia riformazionale viene talvolta chiamata semplicemente «filosofia cristiana» è che, per quanto ne so, fino a oggi non è stata sviluppata nessun'altra filosofia cristiana comparabile. La poderosa tradizione filosofica del tomismo,[6] emersa nel Medioevo, potrebbe apparentemente essere presentata come un controesempio a quanto appena affermato. Dopo tutto, il tomismo è stato sviluppato da cristiani ed è associato al cristianesimo.
Non si tratta forse, allora, di un'altra tradizione filosofica cristiana integrale accanto alla filosofia riformazionale?
Questa obiezione può essere confutata richiamando brevemente il disagio suscitato tra tomisti e neotomisti dalla qualificazione «cristiana».
Nella seconda metà del XIX secolo vi fu una rinascita del tomismo medievale. La questione decisiva che sorse negli anni Venti e Trenta del XX secolo fu in quale senso — ammesso che fosse possibile — una filosofia potesse essere qualificata come «cristiana». Questo problema diede origine a un'intensa attività: furono scritti libri, convocati incontri e organizzate conferenze sull'argomento.[7]
Al di là delle ulteriori sfumature presenti nelle posizioni dei partecipanti, si raggiunse un consenso. Sassen (1957:292) lo formula così: «Ad eccezione di Blondel, i pensatori cattolici concordano tuttavia quasi unanimemente sul fatto che la filosofia, formalmente e in senso stretto, non possa mai portare l'attributo “cristiana”».[8] I tomisti che sostenevano la posizione più rigorosa arrivarono persino ad affermare che «filosofia cristiana» è una contraddizione in termini.
Le altre comunità cristiane non hanno una specifica tradizione filosofica ad esse associata. Alcune di queste comunità possiedono convinzioni religiose tali da scoraggiare la partecipazione ad attività filosofiche. Ciò vale soprattutto per le comunità influenzate dal movimento anabattista del XVI secolo, nelle quali svolge un ruolo importante un atteggiamento di fuga dal mondo. Secondo tale atteggiamento, i cristiani dovrebbero evitare o fuggire dal «mondo» quanto più possibile. Con «mondo» non si intende soltanto il peccato presente nel mondo, ma anche alcuni ambiti della realtà creata in quanto tali, come la politica, gli incarichi di governo, il servizio militare e la Filosofia.
In altri casi, sembra quasi una coincidenza che un filosofo sia anche cristiano nella propria vita privata. Essere filosofo ed essere cristiano hanno allora ben poco a che fare l'uno con l'altro. In altri casi ancora, singoli cristiani cercano effettivamente un collegamento tra la loro fede e il loro filosofare, ma questo conduce all'accettazione di filosofie non cristiane molto diverse tra loro. Un cristiano accetta, per esempio, il realismo, un altro il nominalismo, un altro ancora l'esistenzialismo, il marxismo o la fenomenologia, e così via. Le diverse filosofie non cristiane vengono allora trattate come una fila di prodotti sullo scaffale di un negozio, fra i quali il «consumatore di filosofia» può scegliere liberamente. Anche in questo caso non si può veramente parlare di una tradizione filosofica integralmente cristiana.
La ragione per cui talvolta «cristiana» viene qui qualificata come «cristiana riformazionale» è quella di distinguerla dalle filosofie che non sono cristiane in modo integrale, ma che vengono talvolta definite «cristiane» in qualche senso.
Esistono filosofi che sono cristiani e, al tempo stesso, platonici. Vi sono cristiani che sono anche aristotelici, kantiani, fenomenologi, marxisti, femministi, esistenzialisti, postmodernisti e così via. Talvolta tali cristiani danno alla filosofia non cristiana che sostengono una certa forma e poi la chiamano «cristiana».
Sebbene tali combinazioni siano l'opposto di ciò che intendiamo con «integralmente cristiano», è talvolta meglio usare l'ulteriore qualificazione «riformazionale» per evitare confusioni.
4.4 La base biblica della filosofia riformazionale
La filosofia riformazionale è emersa da uno stretto contatto con le scienze speciali, ma è stata anche sviluppata deliberatamente alla luce delle Scritture. Diversi dati e temi biblici costituiscono pertanto i presupposti-guida di questa filosofia cristiana. L'accettazione di questi temi come punti di partenza ha implicazioni significative e conduce a contenuti e posizioni teoriche peculiari della filosofia riformazionale.
Le informazioni relative a ciascuno di questi temi biblici sono ampiamente disseminate nella Bibbia e per fornire una corretta esposizione di ciascun tema sarebbe necessaria una trattazione molto estesa. Purtroppo, qui non c'è spazio sufficiente per farlo. Sebbene nelle note vengano fornite alcune indicazioni di testi biblici, l'intenzione non è che questi versetti fungano da «testi-prova» (proof texts).
Tenendo presenti queste due limitazioni, possiamo ora esaminare nove temi centrali.
Solo il Dio trino è divino
Solo il Dio trino (Padre, Figlio e Spirito Santo) è divino.[9] La caratteristica della divinità è l'indipendenza o autosufficienza in senso radicale (Clouser, 2005:19). Ciò significa che Dio non dipende da nulla al di fuori di sé per la propria esistenza. Egli è autosufficiente e assoluto. Sebbene abbia liberamente scelto di entrare in un rapporto di alleanza con la creazione, non dipende in alcun modo da questa relazione per la propria esistenza.
A differenza della maggior parte delle altre religioni, crediamo che solo Dio possieda questo eccezionale status di divinità. La filosofia riformazionale respinge pertanto le teorie della realtà o della conoscenza che attribuiscono lo status di divinità a uno o più aspetti della realtà.
La creazione è distinta da Dio
Oltre a Dio esiste una creazione che Egli ha portato all'esistenza e che continua a sostenere. Esiste una distinzione fondamentale tra Dio e la creazione. La creazione non è un'estensione, una manifestazione o un'ulteriore emanazione dell'essere di Dio.
E poiché solo il Dio trino è divino, non esiste alcun principio o materia informe che sia esistito accanto a Dio dall'eternità e dal quale Dio avrebbe poi creato il mondo. Se fosse così, tale principio o materia preesistente sarebbe eterno e increato. Sarebbe quindi divino. Tradizionalmente, i cristiani esprimono questo punto dicendo che Dio ha creato l'universo dal nulla.
Un'importante implicazione di ciò è che la distinzione tra Dio e creazione comprende tutto ciò che esiste. Di tutto ciò che esiste si può affermare che è o Dio o creazione. Non esiste una terza categoria oltre a queste due. A differenza di Dio, l'intera creazione e tutto ciò che contiene esistono in una condizione di dipendenza. L'universo non sarebbe esistito senza l'atto creativo di Dio e ogni cosa cesserebbe di esistere se Dio non la sostenesse momento per momento.[10]
L'ordine della creazione
La creazione di Dio manifesta un ordine. Lo sperimentiamo direttamente in innumerevoli modi ogni giorno. Questo ordine è il risultato degli ordinamenti o delle leggi che Dio ha stabilito per il buon funzionamento affidabile della sua creazione.
Purtroppo, la mentalità occidentale moderna tende a considerare le leggi come qualcosa che limita. Di conseguenza, talvolta si tende a pensare alla libertà come assenza di restrizioni e a definirla in termini negativi, come «essere liberi da qualcosa».[11] Per comprendere correttamente le leggi della creazione, dovremmo piuttosto pensarle come condizioni che rendono possibile alla creazione di prosperare. Senza le leggi della creazione, l'universo sarebbe stato caotico e vuoto, privo di ordine e di potenzialità. Anche la scoperta delle leggi mediante la scienza sarebbe stata impossibile.
La creazione ha un lato della legge e un lato di ciò che le è sottoposto
Dio è il legislatore della creazione. In quanto legislatore divino, Egli ha stabilito le leggi per la sua creazione.[12] L'ordine della creazione è il risultato di queste leggi. Le creature o gli oggetti che manifestano ordine non sono essi stessi la fonte delle leggi della creazione.
È quindi importante distinguere tra il lato della legge e il lato "soggettivo" della creazione.[13]
La creazione ha due «lati», proprio come una moneta: da una parte le leggi per la creazione e dall'altra tutto ciò che è soggetto a tali leggi. Dio ha fatto la creazione in modo tale che questi due «lati» corrispondano l'uno all'altro. Entrambi dipendono da Dio e, al tempo stesso, l'uno dall'altro.
Le leggi della creazione non devono essere identificate con gli oggetti della creazione. Né le leggi della creazione possono essere identificate con Dio. La Bibbia presenta chiaramente Dio come il legislatore. Le leggi della creazione non sono divine e non fanno parte dell'essere di Dio.
Esistono tuttavia determinati tipi di leggi che condizionano la creazione in modo tale da produrre una relazione necessaria tra i termini o i fenomeni che esse regolano. Una relazione necessaria implica che, se un fenomeno si verifica, allora necessariamente se ne verificherà anche un altro. In questi casi non può essere altrimenti: si tratta di una necessità ontologica.
È noto che esistono leggi, in campi come la matematica, la fisica e la logica, che determinano relazioni necessarie tra fenomeni. Tuttavia, queste leggi non hanno esse stesse un'esistenza necessaria.[14] È soltanto la relazione pertinente a possedere la caratteristica della necessità. Nulla nella natura di queste leggi impedisce di pensare che Dio abbia portato all'esistenza sia le leggi sia i fenomeni che si trovano in una relazione necessaria.
Derivare l'esistenza necessaria di una legge da una relazione necessaria è un salto logico ingiustificato.
Inoltre, l'idea che alcune leggi esistano necessariamente implica che esse non dipendano da Dio per la loro esistenza. Nella pratica, questa concezione ha portato molti filosofi a considerare Dio impotente rispetto a tali leggi.
La diversità radicale della creazione
Dio ha creato la sua creazione in modo tale che essa manifesta una ricca diversità. Sperimentiamo questa diversità ogni giorno della nostra vita. Un assaggio di essa si trova nel racconto della creazione in Genesi 1:24-25, dove gli animali vengono creati secondo la loro specie. Un'altra indicazione indiretta della diversità della creazione può essere osservata nella sapienza del piano di redenzione di Dio, che secondo Efesini 3:10 manifesta una «ricca varietà».[15]
Tuttavia, l'indicazione scritturale più significativa della diversità radicale della creazione è la rivelazione che Dio è il Creatore di tutto ciò che esiste.
Dio è quindi l'Origine della diversità che sperimentiamo nel mondo. Quando questa dottrina cristiana viene livellata, ignorata o respinta, il risultato è, ancora una volta, che uno o alcuni aspetti vengono utilizzati come sostituti di Dio quale Origine.
Oltre a implicare la divinizzazione di una creatura, ciò conduce anche alla riduzione della diversità che sperimentiamo nella realtà. Se, per esempio, la materia fosse veramente l'origine di ogni cosa, allora tutto sarebbe riducibile alla materia. In tal caso, le nostre emozioni, aspirazioni, pensieri e il nostro amore sarebbero al massimo semplici sottoprodotti della materia. Non vi sarebbe allora nulla che fosse qualitativamente diverso dalla materia. Un mondo riduzionista di questo genere è piuttosto desolante.
Le indicazioni indirette della Bibbia riguardo alla diversità della creazione ci offrono una prospettiva più «colorata». Rendono gli studiosi cristiani più sensibili alla diversità della creazione e più disposti a riconoscere questa diversità come una diversità radicale, e non derivata, data con la creazione. È questa prospettiva che ha reso possibile l'identificazione e la distinzione dei quindici aspetti elencati nella Tabella 1 (par. 2.5).
Creazione, caduta e redenzione
Il tema triplice della creazione, caduta e redenzione attraversa tutta la Bibbia.
i. Il tema della creazione indica che tutte le cose visibili e invisibili sono state create, sono sostenute e sono governate da Dio. Dio governa la sua creazione attraverso i suoi ordinamenti o le sue leggi. Egli ha creato buona la sua creazione e la governa con sapienza divina.
ii. Il tema della caduta indica che l'umanità, attraverso la disubbidienza a Dio, ha introdotto il peccato e la frattura nella buona creazione di Dio. Non è soltanto l'umanità ad attendere la redenzione: anche la creazione geme nell'attesa di essa.[16]
iii. Il tema della redenzione indica che Cristo ha offerto sulla croce il sacrificio perfetto per salvare i credenti dalla condanna e per restaurare pienamente la creazione.
Il punto cruciale di questo tema triplice è la sua onnicomprensività. L'intera creazione è stata creata buona. Non vi è alcuna parte della creazione — come il corpo umano, la soggettività, la proprietà privata o l'autorità — che sia stata originariamente creata cattiva. L'intera creazione soffre sotto il peso del peccato. Non vi è alcuna parte della creazione — come l'anima umana, l'oggettività, la proprietà comune o l'autenticità individuale — che sia sfuggita agli effetti della caduta. Infine, Cristo redime e restaura l'intera estensione della sua creazione.
Non è che gli esseri umani vadano in cielo mentre la terra, e con essa i corpi umani, vengono completamente distrutti. No: Dio restaura l'intera ampiezza della sua creazione, compresa la terra che ha dato all'umanità come dimora permanente.
Un modo per comprendere l'onnicomprensività di questo tema triplice è usare l'analogia degli occhiali con lenti colorate. Immaginiamo che gli occhiali abbiano tre lenti, ciascuna di un colore diverso. Ogni colore rappresenta uno dei temi: creazione, caduta o redenzione.
Possiamo allora guardare attraverso la «lente» della creazione a tutto ciò che esiste nella realtà e vederlo come opera di Dio, da lui originariamente creata buona. Possiamo guardare attraverso la «lente» della caduta e vedere come ogni cosa sia stata guastata[17] dagli effetti del peccato. Infine, possiamo guardare attraverso la «lente» della redenzione, considerando che Dio restaurerà tutta la frattura che attualmente esiste nel mondo.
Nella misura in cui la Bibbia vive nel cuore di una persona, essa può guardare ogni cosa nel mondo attraverso questa prospettiva triplice. Tuttavia, nella misura in cui il cuore di una persona non è dominato dalla Bibbia, essa non può fare altro che restringere la portata di uno o più di questi temi.
La portata della creazione può essere limitata, per esempio, da chi considera le leggi di Dio per la creazione come semplici «leggi naturali» e quindi nega il pieno dominio di Cristo sulla sua creazione. La portata della caduta può essere limitata da chi nega gli effetti della caduta sulla ragione umana. Costui non riconosce quindi il bisogno della potenza salvifica di Cristo nel campo del pensiero razionale e della ricerca scientifica. Infine, qualcuno può limitare la portata della restaurazione adottando una mentalità di fuga dal mondo. Volendo continuamente sfuggire al «mondo», si lasciano completamente nelle mani dei non credenti ambiti cosiddetti «terreni», come la filosofia, la politica e l'industria dell'intrattenimento. Una persona simile non possiede la speranza che Dio eliminerà il male anche da ambiti come questi.
Questo tema triplice è così importante che i filosofi riformazionali lo descrivono come la motivazione religiosa fondamentale della Bibbia. Talvolta viene chiamato «riassunto» della Bibbia, ma ciò non è del tutto corretto. È vero che i temi della creazione, della caduta e della redenzione riassumono complessivamente una grande quantità di contenuti delle Scritture. Solo in questo senso limitato la motivazione fondamentale può essere considerata un riassunto della Bibbia; ma anche in tal caso vi sono altri temi importanti che vi sono coperti solo marginalmente e indirettamente.
Il significato effettivo dell'espressione è che il cuore del cristiano dovrebbe essere conquistato da questo motivo fondamentale. È la motivazione che muove una persona. È, dopotutto, un motivo. Nelle comunità cristiane operano anche altre motivazioni fondamentali concorrenti, ma essi non lasciano spazio a una filosofia cristiana integrale, perché non rendono giustizia al carattere onnicomprensivo e integrale di uno o più dei temi della creazione, della caduta e della redenzione.
Esistono inoltre motivi fondamentali non cristiani che, per la loro natura, sono in definitiva ostili al Vangelo e all'idea stessa di una filosofia cristiana.
Il mandato culturale
Un mandato può essere descritto brevemente come un comando ufficiale proveniente da un'autorità superiore. Un mandato comprende almeno quattro componenti: i) una fonte di autorità, ii) un comando o un compito, iii) condizioni o requisiti e iv) l'autorità necessaria per eseguire legalmente il compito.
La parola «cultura» ha diversi significati, ma nel contesto attuale si riferisce a tutto ciò che viene prodotto dagli esseri umani. Quando si sente la parola «cultura», si potrebbe pensare alla lingua, all'arte, agli spettacoli teatrali, alla tradizione, alla letteratura e ai simboli. Tuttavia, la cultura è molto più ampia di tutto questo. La coltivazione dei campi, l'allevamento degli animali, la tecnologia, il sistema giuridico, le industrie, lo sviluppo dello sport, le istituzioni educative, la scuola, il sistema economico, l'architettura degli edifici, la progettazione delle città, le scoperte scientifiche e le teorie filosofiche fanno tutte parte della cultura.
Sebbene l'espressione «mandato culturale» non sia usata nella Bibbia, il tema al quale essa si riferisce è presente nelle Scritture. Quando Dio creò la terra e i cieli, li fece in modo tale che contenessero ancora un'enorme quantità di potenzialità non sfruttate. Talvolta si usa la metafora di un embrione per sottolineare questo punto. Un embrione è un organismo che si trova ancora nelle prime fasi del proprio sviluppo. Possiamo dire metaforicamente che Dio ha creato il mondo in forma embrionale, per indicare che la creazione possiede una potenzialità di ulteriore sviluppo.
Perciò, sebbene Dio abbia completato la sua opera creatrice in Genesi,[18] la potenzialità della creazione non è stata ancora pienamente realizzata.
È per questo ulteriore sviluppo e dispiegamento della creazione che Dio ha creato l'umanità. Per questo Dio diede agli esseri umani il comando di «abitare», «coltivare» e «custodire» la terra subito dopo aver creato Adamo ed Eva.[19] Questo è il compito della formazione culturale.
L'umanità riceve inoltre da Dio l'autorità necessaria per svolgere legalmente questo compito.[20] In questo senso, Genesi si riferisce agli esseri umani come «rappresentanti» di Dio sulla terra.[21]
Dio non rinuncia alla propria sovranità divina e alla propria proprietà sulla creazione a favore dell'umanità. Egli rimane il Re che governa sulla sua creazione. È a lui che l'umanità deve rendere conto di tutto ciò che ha fatto.
Tutte e quattro le componenti di un mandato sono presenti nei paragrafi precedenti: i) Dio è la fonte superiore dell'autorità; ii) il comando consiste nello sviluppare la potenzialità della creazione; iii) la condizione è che l'umanità svolga questo compito in obbedienza agli ordinamenti di Dio; iv) l'umanità ha ricevuto da Dio l'autorità necessaria per eseguire il suo comando.
Dio diede all'umanità il mandato culturale prima della caduta descritta in Genesi 3. La caduta non annulla questo comando. Al contrario, il mandato culturale viene ora ampliato in modo che l'umanità debba anche operare per correggere la frattura che il peccato ha causato nella creazione.
Lo facciamo ovunque riconosciamo la regalità di Cristo nella nostra vita e viviamo secondo la sua volontà. La cosiddetta «grande commissione» di Matteo 28:16-20 deve essere compresa in questo contesto, poiché Gesù aggiunge che i suoi discepoli devono insegnare alle persone a osservare tutti i suoi comandamenti. Il comando di Dio all'umanità di sviluppare la creazione e di operare per la sua restaurazione è certamente compreso in questo.
Siamo chiamati a riformare ogni ambito della vita secondo l'intenzione originaria di Dio. Un medico lo fa quando impianta una protesi a una persona malata; chi fa le pulizie lo fa quando raccoglie volentieri i rifiuti lasciati dagli spettatori dopo una partita di rugby; un insegnante lo fa quando aiuta un bambino a superare le difficoltà di apprendimento; e un filosofo lo fa quando corregge errori analitici.
Attraverso tali atti di restaurazione diventiamo collaboratori di Dio nel suo programma complessivo di restaurazione della creazione.
Essere collaboratori di Dio non significa che l'umanità prenda ora il posto di Gesù Cristo come Salvatore, né che la salvezza non sia più soltanto per grazia. Qualunque opera l'umanità possa compiere sarà sempre insufficiente. Per questo Dio stesso purificherà la terra con il fuoco.[22] L'immagine fornita dal libro dell'Apocalisse è quella della nuova terra che discende dal cielo.[23] In altre parole, la nuova terra viene da Dio, da colui che è in cielo e la sta preparando. Egli prepara per noi la terra come dimora eterna, senza macchia, sofferenza o dolore.
Il cuore come centro religioso dell'essere umano
La Bibbia usa numerose volte la parola «cuore» in un modo che indica la natura religiosa che si trova al centro dell'esistenza umana.
Nella Bibbia, la parola «cuore» viene spesso usata figurativamente per indicare il nucleo della persona umana. Questo nucleo è come una fonte dalla quale scaturisce tutto ciò che una persona fa.[24] Ciò comprende sentimenti ed emozioni, desideri, pensieri, parole, progetti e decisioni.[25] Il cuore nella Bibbia non è semplicemente la sede delle emozioni, come tendiamo a pensare noi moderni.
Inoltre, questo cuore figurativo è il centro religioso dell'essere umano. Il cuore dal quale scaturisce tutto ciò che facciamo è anche il legame che ci unisce a Dio. La Bibbia dice quindi che dobbiamo servire e confidare in Dio con tutto il cuore. Per questo dice che dobbiamo scrivere i comandamenti di Dio nel nostro cuore.
Allo stesso modo, solo Dio può scrutare le profondità del cuore umano; è con il cuore che una persona incredula nega l'esistenza di Dio ed è il cuore della persona che deve essere rinnovato. È con il cuore che l'umanità crede ed è nel cuore che Cristo dimora.[26] (Cfr. Fowler, 1991:8).
L'umanità è stata creata per vivere in relazione con Dio. Questa relazione, infranta dalla caduta, può essere restaurata soltanto attraverso la redenzione di Dio. Coloro che sono ancora estraniati da Dio non sono quindi «non religiosi». Vi sarà sempre qualcosa su cui il cuore umano è fissato.
Gli esseri umani sostituiscono spesso, in modo insensato, Dio con una semplice creatura.[27] Gli idoli che l'umanità si costruisce non sono limitati agli enti presenti nella natura (per esempio, il sole, l'oceano, gli animali, gli idoli di legno, le montagne ecc.). L'umanità moderna tende in modo particolare a trasformare in idoli la libertà, la tecnologia, la nazione, la ricchezza, l'individualità, lo Stato o la sicurezza (Goudzwaard, 1981).
La persona intellettualmente sofisticata può inoltre essere portata a divinizzare un aspetto o una funzione astratti della realtà (cfr. par. 2).
Questo tema dell'umanità creata come essere religioso si oppone direttamente all'idea che la fede sia un'aggiunta (un donum superadditum) a ciò che tutti gli esseri umani possiedono già per natura, vale a dire la «ragione» (cfr. par. 4.2).
Questa idea implica che la funzione umana della fede non sia un dato strutturale comune a tutti gli esseri umani: alcuni avrebbero la fede e altri ne sarebbero privi. Le persone che hanno fede vengono considerate religiose. Il non credente viene quindi facilmente considerato «non religioso» o «areligioso».
Da una prospettiva tomista, la fede può essere considerata un dono soprannaturale della grazia. Dal punto di vista dell'umanesimo moderno, invece, l'assenza di questo «dono aggiuntivo» non viene considerata una perdita, ma piuttosto un guadagno. Gli umanisti moderni si appellano alla propria razionalità, che ritengono non contaminata dalla soggettività della fede.
Nella Bibbia, tuttavia, l'incredulità non significa semplicemente assenza di fede in quanto tale, ma lo scambio della fede in Dio con la fede in una creatura.
L'antitesi religiosa
Un tema centrale in tutta la Bibbia è quello della lotta spirituale tra il bene e il male. Nel primo libro della Bibbia, Dio pone inimicizia tra il serpente e la progenie della donna. Nell'ultimo libro della Bibbia, Giovanni vede in visione il dragone che cerca di divorare il figlio della donna.
La lotta nella quale i cristiani devono impegnarsi è descritta come una battaglia «non contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre...». I cristiani devono quindi equipaggiarsi con l'armatura della verità (la cintura ai fianchi), della giustizia (la corazza), della prontezza per il Vangelo (i calzari), della fede (lo scudo), della salvezza (l'elmo) e della parola di Dio. La battaglia infuria anche nel cuore di ogni cristiano. Paolo la esprime così in Romani 7:15: «Poiché non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio».[28]
Questa lotta spirituale viene chiamata «antitesi religiosa» nella filosofia riformazionale.
Essa non si manifesta soltanto in una qualche sfera spirituale o soprannaturale, ma in tutti gli ambiti della vita: per esempio, nella nostra vita personale, nel dominio pubblico della politica, nella chiesa, nei social media, nella scienza e, specificamente, nella filosofia.
Le teorie filosofiche hanno inevitabilmente qualche punto di partenza religioso, anche quando questo rimane nascosto. Tali punti di partenza possono essere, tra gli altri, panteistici, pagani o cristiani.
Le prospettive cristiane e non cristiane si trovano quindi in una antitesi religiosa l'una rispetto all'altra. Sono fondamentalmente inconciliabili.
4.5 Caratteristiche che la filosofia riformazionale dovrebbe manifestare
Il pensatore ed educatore riformazionale Stuart Fowler (1991:158-160) discute sei caratteristiche che una filosofia cristiana riformazionale dovrebbe manifestare. Secondo lui, tale filosofia cristiana dovrebbe: i) essere sottomessa alla Parola di Dio; ii) essere una ricerca accademica credibile; iii) essere umile; iv) essere adattabile; v) essere orientata all'esperienza; e vi) comportare un approfondimento teoretico della nostra esperienza.
La spiegazione seguente di queste sei caratteristiche si basa liberamente sulla discussione di Fowler.
Sottomessa alla Parola di Dio
In quanto filosofia sottomessa alla Parola di Dio, essa deve essere radicata nel Vangelo. L'obbedienza alla Parola di Dio implica molto più che evitare semplicemente tensioni o contraddizioni con la Bibbia.
La filosofia riformazionale deve essere, in tutti i suoi aspetti, una risposta fedele alla parola di Dio nell'alleanza. La filosofia riformazionale trova quindi il proprio fondamento religioso direttamente nella rivelazione di Dio.
Ricerca accademica credibile
La filosofia riformazionale deve essere credibile, così da poter stare sullo stesso piano delle migliori filosofie del mondo quanto agli standard accademici.
Da una parte, non possiamo ingenuamente aspettarci che la filosofia riformazionale venga accettata o elogiata da coloro che vogliono tenere la fede fuori dalla scienza. Dall'altra, l'ampiezza, la profondità e la qualità accademica che la filosofia riformazionale mantiene dovrebbero guadagnarle il rispetto della più ampia comunità accademica.
Umiltà
La filosofia riformazionale deve essere umile riguardo al ruolo che svolge come disciplina accademica. Non dovrebbe tentare di prendere il posto della religione servendo come guida religiosa per la vita o come criterio per stabilire la vera fede.
Nessuna filosofia può esigere da noi un'adesione totale. La nostra lealtà assoluta è dovuta soltanto a Dio.
La filosofia riformazionale, come ogni altra cosa prodotta dagli esseri umani, è fallibile e segnata dalla frattura del peccato. I filosofi riformazionali dovrebbero tuttavia insistere affinché le critiche che formulano e le soluzioni filosofiche alternative che propongono ricevano un esame equo.
Adattabilità
L'adattabilità significa che la filosofia riformazionale non deve degenerare in un sistema chiuso di dogmi filosofici. Ogni pensiero umano, compreso quello dei filosofi riformazionali, è provvisorio e deve rimanere aperto alla correzione.
Deve esserci sufficiente apertura affinché le teorie filosofiche possano essere confrontate con la Parola di Dio. Anche le spiegazioni che una filosofia offre della nostra esperienza della creazione devono essere sottoposte a verifica quanto alla loro accuratezza.
La filosofia riformazionale deve quindi essere un sistema in sviluppo, che incoraggi la critica continua da parte degli avversari.
Orientata all'esperienza
Il mondo che Dio ci ha dato come dimora è la sua buona creazione. Con la guida delle Scritture possiamo quindi essere certi che il contatto che abbiamo con la creazione costituisce una fonte affidabile di conoscenza.
La filosofia riformazionale deve, in altre parole, essere guidata dalla nostra esperienza della creazione. Non deve essere isolata dalla vita concreta o dalle scienze empiriche.
La coercizione sistemica è inammissibile. La nostra esperienza concreta della creazione non deve essere deformata per adattarsi a un quadro prestabilito. La ricca varietà delle esperienze che le persone hanno della vita e del mondo deve invece servire come materia prima che dà forma alla riflessione filosofica. Il sistema filosofico che si sviluppa in questo modo deve corrispondere alla nostra esperienza della creazione.
Oltre all'inammissibilità dell'isolamento e della coercizione sistemica, i filosofi riformazionali non devono mai accontentarsi di cercare risposte a domande astratte completamente distaccate dalla vita quotidiana delle persone.
Approfondimento teoretico
In quanto disciplina scientifica, la filosofia riformazionale deve tuttavia approfondire teoreticamente la nostra esperienza della realtà. Tutte le discipline scientifiche forniscono conoscenza teoretico-astratta. A causa del suo compito peculiare, tuttavia, la filosofia opera a un ulteriore livello di astrazione.[29]
I filosofi devono fare, nelle loro riflessioni, un passo ulteriore rispetto agli studiosi delle scienze speciali. Questa natura più astratta della filosofia non dovrebbe essere compromessa dalla pressione miope dell'utilità o dell'applicabilità immediata.
I filosofi possono, e anzi hanno il dovere di, indagare questioni astratte la cui rilevanza immediata e pratica potrebbe non essere evidente agli studiosi delle scienze speciali.
4.6 Ciò che la filosofia cristiana non è
Esistono diversi fraintendimenti riguardo a ciò che è la filosofia cristiana. Alcuni dei più comuni tendono a confondere la filosofia cristiana con: i) la visione cristiana del mondo; ii) la teologia naturale; oppure iii) l'apologetica cristiana.
La precedente discussione sulla scienza, sulla filosofia e, in particolare, sulla filosofia cristiana riformazionale dovrebbe già fornire una buona base per comprendere il problema di ciascuno di questi fraintendimenti.
Ciò che questi fraintendimenti hanno in comune è la difficoltà, per molti, di concepire che una filosofia possa essere integralmente cristiana. Quando sentono l'espressione «filosofia cristiana», la confondono quindi con un altro campo diverso dalla filosofia.
Esaminiamo ora brevemente i tre fraintendimenti generali appena menzionati.
La filosofia cristiana non è una visione del mondo
Una visione del mondo è il modo in cui una persona guarda al mondo e alla vita. Comprende una grande varietà di convinzioni fondamentali, spesso mantenute senza essere formulate esplicitamente e persino inconsapevolmente.
La nostra visione del mondo si riflette nel modo in cui viviamo, pensiamo e sentiamo. Si riflette anche nella musica che ascoltiamo, nell'architettura urbana, nello stile delle nostre opere letterarie, nei nostri sistemi giuridici, nella tecnologia che sviluppiamo e così via.
Come nel caso della filosofia, una visione del mondo: i) si basa su ciò che sperimentiamo come fondamentale e ii) fornisce una prospettiva sul tutto. Queste somiglianze rendono attraente l'identificazione della filosofia cristiana con la visione cristiana del mondo.
Il problema, tuttavia, è che una visione del mondo è principalmente il prodotto spontaneo dell'esperienza di una persona e della sua interazione con la realtà concreta. La funzione di una visione del mondo non è quella di aprire e utilizzare il dominio teoretico-astratto della creazione costituito da proprietà, funzioni o aspetti.
Un altro modo di esprimere la cosa è dire che una visione del mondo è pre-scientifica, mentre la filosofia — e con essa la filosofia cristiana — è teoretico-astratta o scientifica.
Questo non significa affermare che la filosofia o la filosofia cristiana siano intrinsecamente superiori alla visione del mondo non scientifica. Ricordiamo che nel paragrafo 2.2 abbiamo sostenuto che ciascuno dei due domini della conoscenza offre un contributo unico. Entrambi hanno i propri limiti e vantaggi.
L'errata identificazione della filosofia cristiana con la visione cristiana del mondo può manifestarsi in due modi.
Uno consiste nel fatto che i pensatori cristiani si limitino a una contemplazione sistematica della visione cristiana del mondo, con il risultato di non riuscire a sostenere realmente una presenza cristiana nel campo della filosofia.
L'altro consiste nell'intellettualizzare una visione cristiana del mondo fino al punto da tentare di fornire risposte filosofiche a questioni proprie della visione del mondo.
La filosofia cristiana non è la teologia naturale
Nel paragrafo 3.3 è stato spiegato perché, da una prospettiva riformazionale, la metafisica non viene considerata una sottodisciplina della filosofia. Sono state discusse quattro connotazioni generali della parola «metafisica», delle quali la seconda e la terza sono pertinenti qui. Si rimanda a quella sezione per un eventuale riesame.
In ogni caso, la seconda connotazione comprende la metafisica come studio dell'essere di tutti gli enti. Il divino presunto viene incluso in questa categoria onnicomprensiva dell'essere studiato dalla metafisica.
La terza connotazione implica che la metafisica includa anche la teologia, vale a dire un esame teoretico-astratto della natura del divino.
Questa eredità filosofica della metafisica è la ragione storica per cui alcuni pensatori tendono a identificare la filosofia cristiana con la teologia naturale.
Tuttavia, questa concezione non tiene sufficientemente conto di: i) la distinzione tra Dio e la creazione; ii) il fatto che gli esseri umani siano confinati alla creazione; iii) i limiti che ne derivano per le nostre capacità di acquisire conoscenza. Essa conduce inoltre a: iv) inutili speculazioni sull'essenza di Dio; v) un'assunzione abituale dell'autonomia della ragione umana, così come della natura quale fonte neutrale di conoscenza.
Questi punti sono contraddittori rispetto ai principi della filosofia cristiana riformazionale.
Il più grande errore di questa concezione, tuttavia, consiste nel considerare l'oggetto dell'indagine filosofica — in questo caso la teologia — come ciò che fornisce la qualificazione «cristiana», anziché la direzione religiosa del pensiero filosofico in questione.
Possiamo pensarla in questo modo: il nostro pensiero filosofico può svolgersi in obbedienza oppure in disobbedienza, indipendentemente dall'oggetto del pensiero. Lo stesso vale per la teologia. Il pensiero teologico può essere cristiano oppure non cristiano.
Non è quindi l'oggetto a determinare se la nostra contemplazione teoretica sia cristiana, ma la direzione di tale pensiero.
La filosofia cristiana non è l'apologetica
Dobbiamo innanzitutto definire che cosa sia l'apologetica[30] prima di dimostrare perché la filosofia cristiana non sia la stessa cosa dell'apologetica cristiana.
L'apologetica comporta la difesa intellettuale della fede cristiana mediante argomenti e/o prove.[31]
Si tenta tipicamente di dimostrare, per esempio, l'esistenza di Dio, l'affidabilità della Bibbia, la risurrezione di Gesù e la credibilità intellettuale delle dottrine cristiane.
Gli apologeti rispondono anche alle critiche rivolte alla fede cristiana, come il ben noto problema del male, così come alle accuse secondo cui la scienza sarebbe in contraddizione con il cristianesimo, la fede cristiana promuoverebbe l'immoralità o sarebbe in generale dannosa per la società.
Al contrario, il compito della filosofia consiste nello sviluppare un quadro categoriale che possa servire come schema interdisciplinare per le scienze.
L'apologetica è chiaramente qualcosa di diverso dalla filosofia. Ciascuna possiede il proprio campo e il proprio compito. La filosofia cristiana non è quindi la stessa cosa dell'apologetica cristiana.
Una delle ragioni per cui la filosofia cristiana viene talvolta erroneamente confusa con l'apologetica è che nelle discussioni apologetiche vengono coinvolte questioni e prospettive filosofiche.
Considerazioni epistemologiche riguardanti, per esempio, l'evidenza e la giustificazione intellettuale di una determinata posizione hanno importanti implicazioni per l'apologetica. Tali considerazioni filosofiche hanno un impatto diretto sul tipo di evidenza accettata in un dibattito apologetico, così come sul peso che tale evidenza riceve.
La ragione più fondamentale è probabilmente, ancora una volta, una confusione tra la qualificazione guida — cioè «cristiana» nell'espressione «filosofia cristiana» — e l'oggetto della discussione apologetica, cioè la fede cristiana.
Note
- ↑ F. Sassen (1957:291) fa a questo proposito la seguente osservazione perspicace: «Anche questo problema [vale a dire quello della filosofia “cristiana”], che in realtà si riduce all'antica questione del rapporto fra conoscenza naturale e soprannaturale... fu affrontato per la prima volta da Gilson». Tradotto dall'olandese – M.F.
- ↑ Sebbene alcuni non cristiani, come per esempio gli atei, non credano nel soprannaturale, collocano comunque le convinzioni della fede cristiana nella categoria del soprannaturale. Anch'essi utilizzano quindi le coppie di categorie «natura / ragione» e «soprannaturale / fede» quando ragionano su questa questione.
- ↑ La parola «ragione» si riferisce qui a una presunta entità interna alla persona. Questa entità viene considerata la sede della razionalità umana e ciò che le persone sembrerebbero utilizzare per pensare, ragionare e formulare giudizi. Tuttavia, questa entità è fittizia. Il concetto di «ragione» umana è semplicemente una reificazione della capacità umana di pensare. Questa capacità non è una cosa, ma una funzione o un aspetto della persona umana considerata nella sua totalità.
- ↑ Il termine tecnico per indicare questa concezione è donum superadditum.
- ↑ Si veda la nota precedente.
- ↑ Il tomismo è basato sul sistema filosofico sviluppato dal teologo e filosofo medievale Tommaso d'Aquino. La filosofia di Tommaso comprende una sintesi delle grandi filosofie greche antiche, vale a dire neoplatonismo e aristotelismo, dei Padri della Chiesa, di Agostino, Anselmo e della dottrina cattolica romana (Haldane, 1998:158). Nota: negli scritti accademici normalmente non ci si riferisce a un autore usando il suo nome di battesimo, ma il nome di Tommaso d'Aquino costituisce una delle poche eccezioni a questa regola.
- ↑ Si veda Sassen (1957:291) per una descrizione di tutte queste attività.
- ↑ Tradotto dall'olandese, che recita: «Buiten Blondel zijn echter de katholieke denkers het er vrijwel over eens, dat de wijsbegeerte, formeel en in strikte zin genomen, nooit het predikaat “Christelijk” kan dragen.»
- ↑ Is. 43:10; Is. 44:6; 1 Cor. 8:4-6; Rom. 11:36; Col. 1:16-17.
- ↑ Gen. 1:1; Gen. 2:3; Es. 20:11; Giob. 38:4; Giov. 1:3; Col. 1:16-17; Sal. 136:5; Sal. 146:5-6; Mt. 6:25-30; At. 14:14-18; Ef. 3:9.
- ↑ Si confronti questo con la gioia con cui il poeta del Salmo 119 considera gli ordinamenti di Dio (per esempio, al v. 24).
- ↑ Sal. 103:19; Sal. 146:10; Ger. 31:35; Ger. 33:23-26; Naum 1:4; Ef. 1:21-22.
- ↑ Si pensi all'espressione inglese subjected to («sottoposto a»). Poiché la parola «soggetto» ha altri significati, Strauss (2009:76) propone il termine «lato fattuale» come alternativa a «lato soggettivo». Con «fattuale» egli intende ciò che è dato in senso ontico, cioè prima della conoscenza (Strauss, 2009:19).
- ↑ Qualsiasi ente che esista necessariamente è radicalmente indipendente e, di conseguenza, divino.
- ↑ La parola greca usata in Efesini 3:10 è polypoikilos. La prima parte, polus, significa «grande», «ampio» o «molti», mentre poikilos significa letteralmente «di molti colori» e, in senso figurato, «una varietà» o «ogni sorta».
- ↑ Rom. 8:19-22.
- ↑ Qui bisognerebbe chiedersi se questo “ogni cosa” includa la legge per la creazione. Ma il testo non ne parla.
- ↑ Gen. 2:1.
- ↑ Gen. 1:27-28; Gen. 2:15.
- ↑ Sal. 8:5-6.
- ↑ Gen. 1:27.
- ↑ 2 Pt. 3.
- ↑ Ap. 21:10.
- ↑ Prov. 4:23.
- ↑ Deut. 15:10; Giud. 19:19; Is. 65:14; Sal. 21:2; Giov. 16:2, 22; At. 2:26; Rom. 1:24; Rom. 10:1; Prov. 19:18; Prov. 18:15; Dan. 2:30; Mc. 7:21; Mt. 12:34; At. 7:22; Rom. 1:21; 1 Cor. 2:9; Eb. 4:12; 1 Re 8:17; Is. 10:7; At. 5:4; At. 11:23; 1 Cor. 4:5; 2 Cor. 9:7.
- ↑ 1 Sam. 12:20; 1 Sam. 12:24; Prov. 7:3; Prov. 3:5; Ez. 36:22-28; 1 Sam. 16:7; Lc. 16:15; Rom. 8:27; Rom. 10:9; Ef. 3:17; 2 Cor. 4:6; Ef. 1:18; 2 Pt. 1:19.
- ↑ Rom. 1:25.
- ↑ Gen. 3:15; Ap. 12:3-9; Ef. 6:12; Ef. 6:14-17; Rom. 7:14-19.
- ↑ Una grande causa di confusione, anche tra gli studiosi delle scienze speciali, è l'errore categoriale spesso commesso quando il teoretico viene contrapposto al pratico. La conoscenza teoretica, se è vera conoscenza, completa e sostiene la pratica. Si pensi, per esempio, a tutta la conoscenza teoretica di matematica, chimica e fisica che gli ingegneri impiegano per costruire con successo un ponte moderno. La categoria realmente opposta alla praticità è l'impraticabilità. Non si deve quindi commettere l'errore di associare automaticamente il significato di «impraticabile» a «teoretico» o «astratto».
- ↑ Nel contesto attuale ci riferiamo specificamente all'apologetica praticata dai cristiani. Si tenga presente che esistono anche, per esempio, tradizioni apologetiche islamiche, induiste e atee. Il compito di un apologeta musulmano, per esempio, è difendere l'islam e criticare le convinzioni concorrenti.
- ↑ Il noto apologeta William Lane Craig (2010:Loc. 137) offre la seguente spiegazione dell'apologetica: «“Apologetics” suona come “apologise”. Ma l'apologetica non è l'arte di dire a qualcuno che ti dispiace essere cristiano! Piuttosto, “apologetics” deriva dalla parola greca apologia, che significa difesa, come in un tribunale. L'apologetica cristiana consiste nel presentare un caso a favore della verità della fede cristiana.»