Letteratura/Il Regno del Signore/06

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Indice generale

Il regno del Signore: Gesù Cristo su tutte le cose

Introduzione - Prefazione - 01 - 02 - 03 - 04 - 05 - 06 - 07 - 08 - 09 - 10 - 11 - 12 - 13 - 14 - 15 - 16 - 17 - 18 - 19 - 20 - 21 - 22 - 23 - 24 - 25 - 26 - 27 - 28 - 29 - 30 - 31 - 32 [

Michael Horton: la teologia del pellegrino

Michael Horton, nato nel 1964, ha svolto i suoi studi universitari presso l'Università evangelica di Biola. Fu uno dei primi studenti del seminario di Westminster in California a studiare sotto Meredith Kline, Robert Strimple e Robert Godfrey. Ha conseguito il dottorato di ricerca all'Università di Oxford e ha svolto studi post-dottorato presso la Yale Divinity School. Ordinato prima come diacono nella Reformed Episcopal Church, è stato poi ordinato ministro nelle United Reformed Churches. Nel 1998 ha iniziato a insegnare al Westminster Seminary California e ora è J. Gresham Machen Professore di Teologia sistematica e Apologetica. È ospite della trasmissione settimanale, White Horse Inn e redattore capo della rivista Modern Reformation. Horton ha scritto o curato più di venti libri su argomenti teologici e culturali, tra cui The Christian Faith: A Systematic Theology for Pilgrims on the Way di 1.057 pagine. Il tema del "pellegrino" è centrale per la comprensione che Horton ha del cristiano nel mondo.

Il dottor Michael Horton non ha scritto molto sulla teologia 2K; la maggior parte se non tutte le sue conferenze e articoli sui Due Regni sono una difesa contro le caricature della prospettiva 2K. Cerca anche di chiarire la questione rinnegando che esista una cosa come la "Teologia di Escondido", facendo notare anche che il presidente del seminario di Westminster in California è un neo-calvinista kuyperiano. Horton sostiene anche che sui punti più importanti la posizione kuyperiana e la teologia 2K concordano.

Come VanDrunen, Horton afferma che “tutte le cose sono sotto il dominio personale di Cristo”[1], eppure si oppone all'idea che un ordine civile valido debba essere basato sulla Bibbia. Sostiene che la legge naturale e la legge comune sono complementari, poiché “l'opera della legge è scritta nel cuore” di ogni uomo (Ro. 2:14-15). Questo “canone della legge naturale” è inciso su ogni essere umano (152). Dice che “Dio è Re in status, ma un giorno sarà Re escatologicamente in tutta la terra” (540). La maggior parte, se non tutti, i suoi usi della parola “regno” sono riservati alla Chiesa, poiché la Chiesa è sia il regno di grazia ora che il regno di gloria in futuro (537).

Interpreta le parole di Apocalisse 11:15 che parlano dei regni di questo mondo che diventano i regni del Signore e del suo Cristo come riferirsi all'inaugurazione del regno di gloria. Sottolinea anche che il regno di Dio “non è un regno che stiamo costruendo” ma che “riceviamo” (543). Spingendo il concetto scritturale del “già-non ancora” Horton sostiene che il regno sta venendo, ma è anche venuto (544). Quindi, “dovunque è presente il Re, è presente anche il suo regno” (547), ma non sembra disposto ad applicare la parola “regno” allo Stato o a qualsiasi attività culturale al di fuori della Chiesa. Uno dei motivi è che “in questa era il regno di Cristo non rovescia i regni dell’età presente” (973).

Uno dei motivi per cui i cristiani non sono trasformatori è che la Scrittura ci identifica come “stranieri e pellegrini". Horton spinge così tanto questa metafora che la copertina del suo libro sulla teologia sistematica raffigura due pellegrini, avvolti nell'oscurità, che percorrono la vita su un suolo annerito. Infatti, il sottotitolo del libro recita: “Una teologia sistematica per pellegrini sulla Via”. Di conseguenza, i teologi di 2K descrivono il cristiano come uno straniero, in viaggio verso un santuario religioso (“il regno della gloria”). Per Horton, la figura di uno straniero pubblicizza la sua teologia meglio che un re trionfante sulla terra che “occupa” fino al secondo avvento di Cristo (Luca 19:13). Horton non bilancia la sua enfasi sui “pellegrini sulla Via” con altre importanti metafore del Nuovo Testamento, come il nostro essere re vittoriosi e sacerdoti che combattono le battaglie di Dio sulla terra (Apocalisse 5:10).

Il Dr. Horton fa riferimento a tutti i governanti di questo mondo come “governanti secolari” (713), che non devono essere diretti dalla Chiesa (896). A dimostrazione, egli cita la Confessione di Fede di Westminster, articolo 32. 1-2, che afferma che la Chiesa non deve dirigere lo Stato “se non per umile petizione in casi straordinari” (889). La sua convinzione è che la Chiesa non diriga “affari secolari” (896). Questi “affari secolari” sono questioni che riguardano il vecchio Mandato Culturale, non il Grande Mandato di Matteo 28. Horton afferma: “In nessun punto del Nuovo Testamento il Grande Mandato è fuso col Mandato Culturale. Anziché offrire un modello per stabilire il regno di Cristo attraverso il potere culturale, politico o sociale, le istruzioni di Paolo per la condotta quotidiana dei credenti nella società civile sembrano piuttosto modeste” (713).

Scrive ancora:

I cristiani non si distinguono dai non cristiani, vale a dire non sono santi perché mostrano amore e gentilezza al prossimo, difendono la giustizia e si prendono cura dell'ambiente. Questi sono obblighi della legge della creazione che i cristiani riconoscono nella loro coscienza insieme ai non cristiani. È solo il vangelo che segna i credenti come santi, ed è solo la predicazione del vangelo e la sua ratifica nel battesimo e nella comunione che generano una città di luce in un mondo oscuro. (719)

Ancora, egli sostiene che “la chiamata della Chiesa non è quella di testimoniare la propria pietà o di trasformare il mondo nel regno santo di Cristo” (868). secondo Horton l'impatto della Chiesa sullo Stato non dovrebbe essere diretto. L'era in cui viviamo è “l'era del diritto comune misurato dall'equità a cui credenti e non credenti sono legati in amicizia secolare” (973). Ciò significa che i nostri atteggiamenti verso i non credenti sono determinati dalla grazia comune. Horton scrive: “Tutti i luoghi sono comuni …" (961). Per Horton, questo significa che i cristiani devono “influenzare” il mondo senza trasformare il mondo. L'obiettivo di trasformare il mondo è “l'eresia del costantinismo”. Quanto a distinguere come dobbiamo influenzare ma non trasformare, Horton dice che “i cristiani possono fare appello ai principi generali di giustizia e amore del prossimo, ma non al patto nazionale di Israele” (973). Horton sostiene anche che “la teologia non fornisce una teoria normativa della politica, né affronta ogni area di interesse morale” (105).

Tuttavia, malgrado sostenga la discrezione quando la Chiesa consiglia lo Stato, Michael Horton ci dice che la Bibbia non parla di tutte le questioni etiche, implicando che una delle ragioni del silenzio della Chiesa è perché la Bibbia ha poco o niente da dire. Al contrario, ci chiediamo se Horton abbia considerato che la Bibbia abbia troppo da dire allo Stato talché la Chiesa non solo interferirebbe se avesse fatto dell'intervento una pratica comune, ma abbandonerebbe la sua chiamata ad evangelizzare e predicare la buona novella di Gesù Cristo in un mondo inconvertito[2].

Note

  1. Michael Horton, The Christian Faith: A Systematic Theology for Pilgrims on the Way (Grand Rapids: Zondervan, 2001), 26.
  2. Per un quadro più completo della prospettiva di Horton vedi il suo “In Praise of Profanity: A Theological Defense of the Secular,” in Evangelicals and Empire, ed. Peter Heltzel (Oxford: Oxford University Press, 2008), 252–56; il capitolo 6 del suo God of Promise: Introducing Covenant Theology (Grand Rapids, MI: Baker Books, 2006). John Frame analizza la prospettiva di Horton in “Christless Christianity,” The Escondido Theology, capitolo 2.