Letteratura/Istituzione/1-05

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Indice generale

Istituzioni della religione cristiana (Calvino)

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CAPITOLO V

LA POTENZA DI DIO RIFULGE NELLA CREAZIONE E NEL COSTANTE GOVERNO DEL MONDO

1. La somma felicità nostra e lo scopo della nostra vita consistono nel conoscere Dio; affinché nessuno risultasse privo di questa conoscenza, egli ha non solo posto nello spirito degli uomini quel germe di religione, di cui abbiamo parlato, ma si è anche manifestato a loro nella struttura mirabile del cielo e della terra, e quotidianamente vi si rivela, talché non possono aprire gli occhi senza essere costretti a percepirlo. La sua essenza è incomprensibile e la sua maestà nascosta, ben lontano da tutti i nostri sensi: ma egli ha impresso in tutte le sue opere certi segni della sua gloria, così chiari ed evidenti che la scusa di ignoranza non regge neppure per i più incolti e ottusi. Per questo il Profeta esclama giustamente che egli si ammanta di luce come di una veste (Sl. 104:2); come per dire che creando il mondo egli si e adornato ed è uscito per mostrarsi con paramenti che lo rendono visibile dovunque volgiamo gli sguardi. E nello stesso passo paragona la distesa del cielo ad un padiglione reale, dicendo che Dio l’ha rivestito con le acque, le nuvole sono il suo carro, egli cavalca sulle ali del vento, i venti e i lampi sono i suoi messaggeri. E poiché la gloria della sua potenza e della sua sapienza risplendono più compiutamente in alto, spesso il cielo è detto: suo palazzo. Da qualsiasi parte volgiamo lo sguardo non c’è luogo in cui non appaia qualche scintilla della sua gloria. Ma soprattutto non possiamo contemplare l’edificio così perfetto dell’universo senza rimanere quasi confusi come dinanzi ad una luce infinita. Giustamente infatti l’autore della epistola agli Ebrei chiama il mondo una esposizione o manifestazione delle realtà invisibili (Eb. 11:3), perché la sua costruzione così ben ordinata funge da specchio per contemplare Dio, altrimenti invisibile. Per questa ragione il Profeta ci presenta le creature celesti che parlano, attribuendo loro un linguaggio conosciuto a tutti (Sl. 19:4): esse offrono una testimonianza così evidente alla maestà di Dio che anche i più ottusi ne ricevono illuminazione. San Paolo dice, più semplicemente, che quanto si può conoscere di Dio è stato manifestato agli uomini (Ro. 1:19), in modo che tutti, dal primo all’ultimo, siano in grado di contemplare, attraverso la creazione del mondo, quanto di lui è invisibile e, persino, la sua eterna potenza e divinità.

2. Ci sono, sia in cielo, che in terra, infiniti insegnamenti che ci attestano la sua meravigliosa potenza. Non alludo soltanto ai misteri naturali, che richiedono studi speciali, in astronomia, medicina e fisica, ma mi riferisco a quelli così evidenti che i più semplici ed incolti sono in grado di comprendere, sì da non poter aprire gli occhi senza esserne testimoni. Riconosco volentieri che gli esperti nelle scienze, o per lo meno quelli che ne hanno una qualche conoscenza, sono aiutati ed avvantaggiati nel comprendere più da vicino i segreti di Dio; tuttavia quelli che non frequentarono scuole non sono impediti dal vedere la bellezza delle opere di Dio e dall’essere riempiti di ammirazione per la sua maestà. Certo per conoscere i movimenti degli astri, determinare le loro sedi, misurare le loro distanze, e individuare le loro caratteristiche, quando cioè si voglia percepire nei minimi dettagli la provvidenza di Dio, si richiedono una abilità e una conoscenza maggiori di quelle che possiede il popolo. Ma poiché i semplici e più ignoranti, senz’altro aiuto che la loro vista, non possono ignorare l’eccellenza di questa sì nobile opera di Dio che sì rivela, lo si voglia o no, nella varietà delle stelle, così ben regolate e distinte, varietà tuttavia così grande e quasi infinita, bisogna concluderne che non v e un solo uomo sulla terra a cui Dio non mostri sufficientemente la propria sapienza. Riconosco anche che non tutti, ma solo gli spiriti eccezionalmente acuti e percettivi sono in grado di comprendere la costruzione, i rapporti, le proporzioni, la bellezza e le funzioni del corpo umano nelle sue parti con l’abilità e la profonda conoscenza di Galeno, tuttavia, per generale riconoscimento, il corpo umano si dimostra, al primo sguardo, opera così singolare che l’autore merita di essere l’oggetto della nostra ammirazione.

3. Per questa ragione alcuni antichi filosofi hanno, giustamente, definito l’uomo un microcosmo, perché è un capolavoro in cui si contemplano la potenza, la bontà e la sapienza di Dio e che contiene in sé sufficienti prodigi per colpire il nostro spirito, sol che vogliamo prestarvi attenzione. Per la stessa ragione san Paolo, dopo aver affermato che anche i ciechi a tastoni possono conoscere Dio, aggiunge subito dopo che non bisogna cercarlo lontano, perché ognuno sente in sé questa grazia celeste dalla quale siamo nutriti (At. 17:27). Ora se per comprendere non c’è bisogno di uscire da noi stessi, come si giustifica l’incuria di coloro che per trovare Dio non degnano ritirarsi in se stessi, dove egli abita? Sempre a questo proposito Davide, dopo aver celebrato in poche parole il nome di Dio e la sua maestà che splende dovunque, esclama: "Cos’è l’uomo, Signore, che tu n’abbia memoria?" (Sl. 8:5) e ancora: "Dalla bocca dei lattanti tu hai tratto una forza". Non solo dunque indica al giudizio comune del genere umano uno specchio ben chiaro dell’opera di Dio, ma specifica che i fanciulli ancora lattanti hanno delle lingue abbastanza eloquenti per predicare la gloria di Dio; talché non e e affatto bisogno di altri avvocati. Ed ecco perché non esita a dire che le bocche dei lattanti sono abbastanza munite e abili da combattere e respingere quanti vorrebbero cancellare il nome di Dio con orgoglio diabolico. Per lo stesso motivo egli menziona un poeta pagano secondo cui siamo progenie di Dio, perché si è dichiarato nostro Padre attribuendoci una si grande dignità. E gli altri poeti, secondo che il senso comune e l’esperienza dettava loro, lo hanno chiamato Padre degli uomini. Nessuno si sottometterà volentieri e di buon grado a Dio, per obbedirgli se non indotto ad amarlo, come risposta al suo paterno amore.

4. E qui si manifesta una infame ingratitudine, perché gli uomini, pur avendo in se stessi tanta abbondanza di opere divine ed una quantità inestimabile di ogni genere di beni, invece di affrettarsi a lodare Dio si gonfiano di ancor maggiore orgoglio e presunzione. Sentono come Dio operi meravigliosamente in loro e l’esperienza mostra loro quale varietà di beni ricevono dalla sua liberalità; sono costretti, lo vogliano oppure no, a riconoscere che sono tanti segni della sua divinità. E tuttavia li tengono nascosti in se stessi. Non ci sarebbe neppure bisogno di uscire fuori; basterebbe che, attribuendo a se stessi quanto è dato loro dal cielo, non nascondessero sotto terra quel che chiaramente riluce per mostrare Dio. Quel che è peggio, vivono oggi sulla terra parecchi spiriti mostruosi, quasi innaturali, i quali, senza vergogna, snaturano tutto il seme di divinità sparso nella natura umana e l’adoperano per seppellire il nome di Dio. Considerate quanto detestabile sia tale follia: l’uomo, che pur ritrova Dio cento volte nel suo corpo e nella sua anima, prevalendosi dell’eccellenza che gli è stata concessa ne prende occasione per negare Dio. Costoro non dicono che ci distinguiamo dalle bestie per combinazione fortuita; ma prendendo a pretesto la natura, che essi fanno operatrice e maestra di ogni cosa, mettono da parte Dio. Vedono un’opera elaborata di incomparabile squisitezza in ogni membro, dai loro occhi e dai loro volti fino all’estremità delle unghie, ma anche qui sostituiscono la natura a Dio. Soprattutto i moti rapidi dell’anima, le facoltà così nobili, le virtù così singolari apertamente manifestano una divinità, la quale non sopporta facilmente di essere messa sotto i piedi; mentre invece gli Epicurei colgono l’occasione per ergersi come giganti o selvaggi e fare la guerra a Dio ancora più intemeratamente, come se non fossero tenuti alla soggezione a lui. Così dunque per governare un verme alto cinque piedi la saggezza celeste dispiega i suoi tesori e noi dovremmo essere privati di questo privilegio? Affermare come fanno seguendo Aristotele che l’anima è dotata di organi o strumenti presiedenti ad ogni parte, significa oscurare la gloria di Dio piuttosto che farla risplendere. Ma dicano un po’ gli Epicurei, i quali immaginano tutto avvenga in conseguenza dell’incontrarsi casuale di atomi minuscoli che volano nell’aria simili alla polvere invisibile: è forse a motivo di un tale incontrarsi che nello stomaco vengono assimilati il cibo e le bevande e sono trasformati parte in sangue, parte in rifiuti? E ancora, chi dà ad ogni membro di compiere la sua funzione propria come se ci fossero tre o quattrocento anime per governare un solo corpo?

5. Lascio per ora quei porci alle loro stalle. Mi rivolgo a quegli spiriti irrequieti che volentieri traviserebbero le parole di Aristotele sia per abolire l’immortalità dell’anima che per togliere a Dio i suoi diritti. Dicendo che le virtù dell’anima sono strumentali e sono connesse alle corrispondenti parti esterne, quegli zoticoni le vincolano al corpo come se esse non potessero esistere senza questo e magnificando al massimo la natura cercano di abbassare il nome di Dio. Le cose stanno in realtà ben diversamente, in quanto le virtù dell’anima sono lungi dall’essere limitate a quanto serve al corpo. Che rapporto esiste, vi domando, tra i sensi corporali e questa facoltà sì alta e nobile che ci permette di saper misurare i cieli, classificare ed enumerare le stelle, determinare la grandezza di ciascuna, conoscere quale distanza v’è tra l’una e l’altra, quanto ciascuna è rapida o lenta nel seguire il suo corso, di quanti gradi esse deviano di qua o di là? Riconosco che l’astrologia è utile a questa vita caduca e qualche frutto di questo studio dell’anima lo riceve pure il corpo; voglio però notare che l’anima ha le sue virtù particolari che non sono affatto vincolate al punto da poter essere chiamate organiche o strumentali in funzione del corpo, così come si accoppiano due buoi o due cavalli per tirare un aratro. Questo esempio aiuterà il lettore a intendere il resto.

Certo la vivacità e la poliedricità dell’anima, che le permette di spaziare in cielo e in terra, stabilire un nesso tra le cose passate e quelle future, serbare memoria di quanto ha udito molto tempo prima, immaginare addirittura ciò che desidera, sono un segno indubbio di divinità nell’uomo. Lo stesso dicasi per l’abilità nel saper inventare cose incredibili; per cui la si può chiamare: "madre delle meraviglie", in quanto ha prodotto tutte le arti. Inoltre mentre dormiamo essa permane in costante attività, concepisce molte cose buone e utili, stabilisce la probabile ragione di molte altre, ed intuisce perfino ciò che deve accadere. Che possiamo dire, se non che i segni di immortalità impressi da Dio nell’uomo non possono essere cancellati? E come si potrà giustificare il fatto che l’uomo sia divino se poi misconosce il suo creatore? Come si può affermare che noi, fango e spazzatura, siamo in grado di discernere tra il bene e il male mediante il giudizio che è stato scolpito in noi, ma non riconosciamo un giudice seduto in cielo? Riconoscere che abbiamo un residuo di intelligenza persino nel sonno, ma negare ci sia un Dio che veglia per governare il mondo? Saremo lodati ed apprezzati come inventori di tante cose preziose e desiderabili e Dio, che ce le ha ispirate, sarebbe frodato della lode che gli compete? Quanto abbiamo ci viene dal di fuori, a chi più a chi meno: lo si vede chiaramente.

Riguardo al delirare di alcun, secondo cui ci sarebbe una ispirazione nascosta che dà la vita al mondo senza bisogno di magnificare Dio, si tratta di una fantasia, non solo priva di vita e di buon senso, ma assolutamente pagana. Piace loro l’espressione del poeta pagano ": vi e uno spirito che nutre e anima il cielo e la terra, i campi, il globo della luna e tutte le stelle, questo spirito diffuso ovunque muove con il suo movimento la massa e sì mescola con tutto il corpo; ne deriva la vita degli uomini, delle bestie, degli uccelli e dei pesci e così in ogni cosa c e un elemento del fuoco e della divina origine. Questo per sostenere la tesi diabolica, secondo cui il mondo, creato come manifestazione della gloria di Dio, è creatore di se stesso. Altrove Virgilio, che ho citato, seguendo un’opinione comunemente ammessa tra i Greci e i Latini dichiara che le api hanno un qualche elemento dello spirito divino e hanno attinto dal cielo qualche virtù, dato che Dio si estende in ogni angolo della terra, del mare e del cielo. Da esso le bestie, tanto domestiche che selvagge, gli uomini e tutte le cose, trarrebbero qualche piccola parte di vita, poi la renderebbero ed essa tornerebbe alla sua origine, di sorta che non vi sarebbe morte alcuna ma tutto volerebbe al cielo con le stelle. Anziché generare e nutrire una retta pietà nei nostri cuori, ecco il risultato di questa magra e insipida ipotesi di uno spirito universale che regolerebbe il corso del mondo. Questo appare ancor meglio in un altro pessimo poeta chiamato Lucrezio, il quale abbaia come un cane per distruggere ogni religione traendo le sue bestemmie come per ragionamento filosofico da questi principi. In breve si ritorna allo stesso punto, foggiare qualche nebulosa divinità per respingere ben lontano il vero Dio che dobbiamo adorare e servire. Riconosco che si può dire correttamente che Dio è natura, purché lo si dica con riverenza e con cuore puro; ma è locuzione schematica e impropria, dato che la natura è piuttosto un ordine stabilito da Dio ed è pernicioso, in questioni così gravi, e in cui bisogna procedere con tutta sobrietà, confondere la maestà di Dio con la realtà inferiore delle sue opere.

6. Ricordiamoci dunque, ogni volta che consideriamo la nostra condizione, che un solo Dio governa tutte le realtà naturali e vuole che ci volgiamo a lui, che la nostra fede si rivolga a lui, che serviamo lui e lo invochiamo. Nulla è infatti più irragionevole e sbagliato che fruire di preziose grazie che rivelano l’esistenza in noi di una qualche divinità, e d’altra parte disprezzare l’autore da cui le riceviamo. Riguardo alla potenza di Dio, quante testimonianze dovrebbero riempirci di stupore e incantarci nel considerarla! Non è certo difficile comprendere quale forza sia necessaria per sostenere questa costruzione e massa infinita del cielo e della terra, quale potenza di dominio, bisogna chiamarla così, occorra per far tremare il cielo e scoppiare i tuoni, bruciare con i lampi, incendiare l’aria di saette, scatenarvi tempeste di ogni genere, renderla chiara e quieta in un momento; per tenere i grandi flutti del mare come appesi per aria, e il mare stesso che minaccia di inghiottire tutta la terra, quand6 gli piace smuoverlo con l’impetuosità dei venti per confondere tutto e poi improvvisamente placano, avendo fermato gli sconvolgimenti. A tutto questo si riferiscono le lodi della potenza di Dio, tratte dagli insegnamenti della natura, soprattutto nei libri di Giobbe e di Isaia; che però non esamino ora perché lo farò più opportunamente quando tratterò della creazione del mondo secondo la Scrittura. Ho voluto solamente notare che per cercare Dio esiste una via comune ai pagani e membri della Chiesa, e cioè seguire le tracce, in alto e in basso, che sono per noi come dei ritratti della sua immagine. Ora la sua potenza ci deve condurre a conoscere la sua eternità; colui che dà origine a tutte le cose non può non essere eterno e non avere principio che in se stesso. Del resto se ci si domanda quale causa lo abbia indotto a creare tutte le cose al principio e lo spinga a conservare ogni cosa nel suo contesto, si troverà quale unica motivazione la sua bontà. Essa dovrebbe bastare, da sola, quand’anche tutto il resto che abbiamo detto non avesse peso, ad attirarci nel suo amore; non essendoci creatura, come dice il Profeta, sulla quale non scenda la sua misericordia (Sl. 145).

7. Prove della sua potenza, altrettanto chiare ed evidenti di quelle summenzionate, ci sono offerte nella seconda categoria delle opere di Dio, vale a dire in tutto quello che vediamo accadere fuori del corso ordinario della natura. Infatti, governando il genere umano, egli ordina e modera la sua provvidenza in modo che, pur mostrandosi liberale di beni infiniti elargiti a tutti, non manca di far sentire nei suoi giudizi la clemenza verso i buoni come la severità verso gli iniqui e i reprobi. Sono infatti evidenti le vendette che egli esercita conto i misfatti, e d’altra parte egli si dimostra chiaramente protettore delle buone cause facendo prosperare i buoni con le sue benedizioni, soccorrendoli nelle loro necessità, dando sollievo alle loro contrarietà e tristezze, alleviandoli delle loro calamità e provvedendo in ogni cosa alla loro salvezza.

Quanto al fatto che egli permette spesso ai malvagi di gioire per un tempo e di rallegrarsi perché non subiscono alcun male, mentre i buoni e gli innocenti sono afflitti e, anzi, calpestati e oppressi dall’audacia e crudeltà dei cattivi, questo non deve relativizzare la norma perpetua della sua giustizia. Dobbiamo piuttosto pensare che la punizione manifesta contro una malefatta è segno che le odia tutte; se ne lascia molte impunite è segno che ci sarà un giudizio ultimo al quale sono riservate. Parimenti ci e offerto opportunità di riflettere alla sua misericordia, considerando come egli non si stanchi di manifestare così a lungo la sua liberalità verso i peccatori, per quanto miserabili siano, fino a quando, avendo ragione della loro perversità con la dolcezza, li riconduca a sé come un padre i suoi figli, anzi oltre quanto potrebbe fare la bontà di un padre.

8. E’ per questo motivo che il Profeta racconta come Dio soccorre in modo improvviso, amorevole e contro ogni speranza quanti sono disperati per trarli dalla perdizione: quando vagano perduti per ìe foreste e i deserti li difende dalle bestie selvagge e li riconduce sul buon sentiero; fa trovare il nutrimento ai poveri affamati, libera i prigionieri che erano in catene nelle fosse profonde, riconduce al porto e in salvo quelli che erano come inghiottiti dal mare, guarisce quelli che erano mezzi morti; brucia le regioni con il calore e la siccità, manda l’umidità nascosta per rendere fertile quanto era secco, innalza in dignità il più disprezzato dei popolani, abbatte e rovescia i superbi. Dopo aver proposto questi esempi il Profeta ne conclude che i casi che a noi paiono fortuiti sono altrettante testimonianze della provvidenza celeste e soprattutto della bontà paterna di Dio. E di questo i credenti hanno motivo di gioire e la bocca è chiusa ad ogni perverso (Sl. 107). Ma dato che la maggior parte degli uomini abbeverata dei propri errori non vede nulla in un sì vario spettacolo, il Profeta alla fine esclama: è sapienza rara e singolare saper considerare rettamente queste opere di Dio, coloro, infatti, che sembrano essere i più acuti ed intelligenti, pur guardandole non ne traggono alcun vantaggio. E infatti, benché la gloria di Dio risplenda luminosamente, l’un per cento appena ne e autentico spettatore.

Parimenti possiamo dire che la sua potenza e la sua sapienza non sono nascoste nelle tenebre. Quando la baldanza dei perversi stimati invincibili è di colpo annientata, la loro arroganza domata, quando tutte le loro fortezze sono demolite e rase al suolo, le loro armi spezzate o distrutte, le loro forze spente, tutto quello che macchinavano sventato; in breve, quando sono distrutti dalla loro propria forza e impetuosità e la loro audacia che s’innalzava fino al cielo è sprofondata sotto terra; al contrario i poveri e disprezzati sono innalzati dalla polvere, gli umiliati tratti dal fango (Sl. 113:7), gli afflitti e oppressi sono sollevati dalle loro angosce, quelli che erano come perduti sono messi in piedi, i poveretti disarmati, pacifici, in minoranza, debolissimi e di nessun conto, riescono tuttavia vincitori dei loro nemici che li attaccavano con grande equipaggiamento, grande numero e grande forza, allora, vi domando, non dobbiamo forse vedere in questo la presenza di una potenza sovrumana e che scende dal cielo per rivelarsi quaggiù. La sapienza di Dio infine si manifesta abbastanza chiaramente nel regolare ogni cosa rettamente e perfettamente, nel confondere tutte le astuzie del mondo; sventando le mene dei più furbi (1 Co. 3:19), e infine nell’ordinare tutte le cose secondo la migliore disposizione che si possa pensare.

9. Vediamo così che non c’è bisogno di discutere a lungo né di proporre molti argomenti per mostrare quali testimonianze Dio ha messo ovunque, per manifestare e conservare la sua maestà. Da questa breve esposizione nella quale ho dato solo qualche esempio, appare che dovunque ci si volga esse saltano agli occhi e ci vengono incontro tanto da poter essere indicate col dito. Di nuovo dobbiamo notare qui come siamo invitati a una conoscenza di Dio diversa da quella immaginata da molti; che cioè non volteggia solo speculando nel cervello, ma abbia una linea ferma e produca il suo frutto, che sia rettamente intesa da noi e radicata nel cuore. Dio infatti si manifesta a noi nella sua potenza, e quando ne sentiamo la forza e il vigore e godiamo dei beni da lui largiti è logico siamo toccati molto più sul vivo che immaginando un Dio lontano da noi e incapace di raggiungerci con la sua mano. Da questo dobbiamo anche dedurre che la giusta via per cercare Dio, il migliore sistema che possiamo seguire, non è quello di riempirci di ardita curiosità nell’esaminare la sua maestà, che si deve adorare piuttosto che sondare con eccessiva curiosità; ma piuttosto di contemplano nelle sue opere attraverso le quali egli si rende vicino e familiare a noi e, per così dire, si comunica. A questo pensava san Paolo dicendo: non occorre cercarlo lontano, dato che abita in ciascuno di noi (At. 17:27). Parimenti Davide, dopo aver riconosciuto che la grandezza di Dio non si può descrivere, quando ne fa menzione dice che la descriverà (Sl. 145). Era questa la via che bisognava seguire per conoscere Iddio, tenendo i nostri spiriti in ammirazione ed essendone toccati vivamente. Come dice sant’Agostino in un passo: "Poiché non possiamo comprenderlo, sbigottiti dalla sua grandezza, dobbiamo guardare alle sue opere per essere edificati dalla sua bontà".

10. Questa conoscenza non solo deve incitarci al servizio di Dio, ma deve anche svegliarci e condurci alla speranza della vita futura. Sappiamo, infatti, che gli insegnamenti datici da Dio relativamente alla sua bontà e alla sua potenza sono parziali. Dobbiamo notare che in tal modo egli inizia una azione e ne rinvia la piena manifestazione all’altra vita. D’altra parte, vedendo che i buoni sono oltraggiati e oppressi dai malvagi, calpestati dalle loro ingiurie, coperti di calunnie, colpiti da beffe e obbrobri, mentre gli iniqui fioriscono, prosperano, godono di credito e tranquilli si riposano senza preoccupazioni, dobbiamo concluderne subito che ci sarà un’altra vita in cui l’iniquità avrà la sua punizione e la giustizia il suo salario. Anzi, dato che i credenti sono più spesso puniti dalla verga di Dio, tanto più certo è il fatto che i malvagi non sfuggiranno ai suoi castighi. C’è a questo proposito un singolare detto di sant’Agostino: "Se ogni peccato fosse chiaramente punito ora, si penserebbe che nulla è riservato all’ultimo giudizio ". E più oltre: "Se Dio non punisse già ora qualche peccato in modo esemplare, non si crederebbe che c’è una provvidenza".

Bisogna dunque riconoscere che in ogni singola opera di Dio e soprattutto nell’insieme dell’universo, il suo potere è raffigurato come in quadri e per mezzo di esso tutto il genere umano è invitato e indotto alla conoscenza di quel grande artefice, e così ad una piena e autentica felicità. Sebbene il potere di Dio sia così ritratto al vivo e risplenda nel mondo intero, tuttavia ne comprendiamo il fine, lo scopo, il significato solo rientrando in noi stessi e considerando in qual modo Dio manifesti in noi la sua vita, la sua sapienza e la sua forza ed eserciti verso di noi la sua giustizia, la sua bontà e la sua clemenza. Benché Davide deplori il fatto che non concentrano il loro spirito ad osservare i disegni profondi di Dio riguardo al governo del genere umano (Sl. 92:7), tuttavia è vera anche l’altra sua affermazione che la saggezza di Dio nel mondo è più alta dei capelli della nostra testa. Ma poiché questo argomento sarà trattato più diffusamente in seguito, per ora lo tralascio.

11. Sebbene Dio ci presenti con tanta chiarezza nello specchio delle sue opere tanto la sua maestà quanto il suo regno immortale, tuttavia noi siamo così tardi che rimaniamo all’oscuro e non tiriamo profitto di queste testimonianze così chiare ed esse svaniscono senza frutto. Per quanto riguarda la struttura del mondo sì meraviglioso, eccellente e ben regolato, chi di noi alzando gli occhi al cielo o facendoli passeggiare per tutte le regioni della terra volge il suo cuore al creatore o non piuttosto sì compiace di quanto vede, lasciandone però in disparte l’autore? Per quanto riguarda le cose che avvengono ogni giorno oltre l’ordine e il corso naturale, la maggior parte o quasi tutti gli uomini immaginano sia la ruota della Fortuna a girare e a farli muovere. Tutto insomma sarebbe spinto dal caso anziché essere governato dalla provvidenza di Dio. Anzi, condotti a volte, dallo svolgersi degli avvenimenti a considerarli guidati da Dio, il che può accadere a tutti, dopo aver concepito, di sfuggita, una qualche riflessione su di lui, ce ne torniamo subito ai nostri sogni e ce ne lasciamo trasportare, corrompendo la verità di Dio con la vanità nostra. Sotto un certo aspetto siamo diversi gli uni dagli altri, in quanto ciascuno si costruisce il proprio errore particolare, ma siamo fin troppo simili, apostati ribelli contro l’unico Dio per inseguire le nostre mostruose idolatrie. Questo vizio non corrompe solo gli spiriti del popolino ignorante ma anche oscura gli ingegni più nobili ed acuti. Quali sciocchezze, e quanto gravi, non furono dette, a questo proposito, dalla schiera tutta dei filosofi! Anche tralasciando la maggioranza che ha accumulato sciocchezze, che dire di Platone il quale, pur avendo maggior buon senso e religione degli altri, si perde tuttavia in quella figura tonda di cui fa la sua idea prima? E cosa poteva accadere agli altri se i maestri e i conduttori che avrebbero dovuto guidare il popolo hanno commesso errori sì grossolani? Così sebbene l’andamento delle cose umane argomenti chiaramente in favore della provvidenza di Dio, tanto che nessuno potrebbe negarla, tuttavia gli uomini non ne traggono conclusione diversa che se si dicesse: la Fortuna gira senza senso e i suoi cicli sono caotici. A tal punto la ,nostra natura è incline all’errore! Parlo sempre dei più stimati per sapienza e virtù, non di quegli svergognati la cui furia si è scagliata sempre più a profanare la verità di Dio.

Di qui è nato quel mare infinito di errori che ha sommerso il mondo intero; lo spirito di ognuno e come in un labirinto talché non c’è da stupirsi se i popoli sono stati distratti in molte fantasticherie, ed ogni uomo si è fatto i suoi propri dei. Infatti la temerarietà e l’audacia assommandosi all’ignoranza e alle tenebre è difficile trovarne uno solo che non si sia foggiato qualche idolo o fantasma al posto di Dio. Come le acque zampillano da una ricca sorgente, così una schiera innumerevole di dei è uscita dal cervello degli uomini, a seconda che ciascuno si smarrisce nel pensare follemente questo o quello di Dio. Non è il caso di stabilire qui la lista o l’enumerazione delle superstizioni in cui il mondo si è smarrito, visto che non ci sarebbe fine. Anche senza parlarne è chiaro, dal numero di errori e inganni, quale cecità regni nello spirito degli uomini.

Non mi riferisco ai popolani, alla gente semplice e senza cultura; ma non è forse deplorevole la diversità di opinioni esistente tra i filosofi? Hanno voluto oltrepassare i cieli con la loro ragione e la loro scienza, in virtù della loro intelligenza hanno cercato di essere sempre più abili e si sono anche procurata la reputazione di saper rivestire e arricchire la loro fantasia. Quando però li si esamina da vicino ci si accorge che tutto questo altro non è che cerone che si scioglie. Gli Stoici hanno creduto di aver trovato la fava nella torta, come si dice, pretendendo che dalle diverse parti della natura si possano trarre differenti nomi di Dio senza tuttavia dividere e lacerare la sua essenza, quasi non fossimo già abbastanza inclini alla vanità senza che ci sia bisogno di proporci una multicolore schiera di dei, per trascinarci ancora più lontano negli errori! La teologia degli Egiziani, che hanno detto esoterica, mostra come hanno speso cure e zelo e si sono dati da fare affinché nessuno potesse accusarli senza buona ragione di essere insensati. E tuttavia i semplici ed inesperti rimarrebbero senz’altro ingannati dalle loro affermazioni: ogni trovata umana ha sempre avuto il risultato di corrompere rozzamente e pervertire la religione. Questa confusa varietà ha incoraggiato l’audacia degli Epicurei e degli atei, profani sprezzatori della religione, nel respingere ogni sentimento di Dio. Vedendo infatti i più saggi ed equilibrati disputarsi e dividersi in opinioni contrarie, guidati dai loro discorsi o dalla propria opinione frivola e assurda non hanno esitato a trarre la conclusione che gli uomini si tormentano senza scopo e stupidamente quando si preoccupano di un Dio che non esiste. Hanno pensato che questo fosse loro lecito, perché vale meglio negare Dio chiaro e tondo che creare degli dei incerti e poi suscitare dispute senza soluzione. Veramente queste persone discutono troppo rozzamente, o piuttosto si servono dell’ignoranza altrui come di una nube per nascondere la loro empietà; noi non possiamo togliere nulla a Dio anche se ne parlano con impertinenza. Ma poiché i pagani hanno riconosciuto che esiste il massimo disaccordo sia tra i sapienti che tra gli ignoranti su questo punto, se ne può dedurre che l’intelletto umano è ottuso e cieco di fronte ai segreti di Dio, visto che tutti si sbagliano in modo così grossolano e non sanno trovare un accordo. Alcuni lodano la risposta di un poeta pagano chiamato Simonide, il quale interrogato a proposito di Dio dal re lerone chiese il termine di un giorno per pensarci l’indomani, di nuovo interrogato, raddoppiò il termine; e dopo aver così rimandato per un po’, alla fine rispose che più si impegnava più trovava la cosa oscura. In questo caso un povero incredulo ha prudentemente sospeso il suo giudizio su quanto gli era sconosciuto. Ne risulta che se gli uomini sono guidati solo dalla natura non avranno nulla di certo, di stabile, di chiaro ma rimarranno attaccati semplicemente al generico principio di adorare qualche dio sconosciuto.

12. Bisogna notare che quanti imbastardiscono la religione, come accade a tutti quelli che seguono la loro fantasia, si separano dal vero Dio e si ribellano a lui. Pretenderanno certo di non averne l’intenzione, ma non si tratta di giudicare in base alle intenzioni o alle convinzioni; lo Spirito Santo dichiara che tutti sono apostati perché nelle loro tenebre oscure immaginano dei diavoli al posto di Dio. Per questa ragione san Paolo afferma che gli Efesini sono stati senza Dio fino a quando hanno appreso dall’Evangelo quale Dio bisogna adorare (Ef. 2:12). Questo non è limitato ad un solo popolo, dato che altrove afferma: tutti gli uomini mortali si sono smarriti nei loro pensieri, sebbene la maestà del Creatore fosse loro manifesta nell’edificio del mondo (Ro. 1:21). La Scrittura per dare al Dio vero e unico il suo posto insiste con forza nel condannare quanto è stato considerato divino tra i pagani e non fa eccezione che per il Dio adorato sulla montagna di Sion (Ab. 2:18-20) perché in questo caso vi era una dottrina particolare per mantenere gli uomini in purezza. Al tempo del nostro Signore Gesù Cristo non e era popolo in terra, eccetto gli Ebrei, che più dei Samaritani sì avvicinasse alla retta pietà. Eppure vediamo che sono biasimati da Gesù Cristo per non sapere ciò che adorano 21; erano dunque nell’errore. In breve, sebbene non tutti siano stati immersi in errori così gravi ed enormi né siano caduti in così manifeste idolatrie, tuttavia non c’è alcuna religione fondata sul solo senso comune degli uomini che sia pura o corretta. E se anche una minoranza non ha deviato così pazzamente come la massa, permane vero il detto di san Paolo: la saggezza di Dio non e compresa dai più eccellenti del mondo (I Co. 2:8). Ora se i più intelligenti e acuti si sono così smarriti nelle tenebre, cosa si dovrà dire della gente comune che e come la feccia o il fango? Non bisogna dunque meravigliarsi se lo Spirito Santo ha respinto ogni culto a Dio concepito dalla immaginazione degli uomini, considerandolo come bastardo e corrotto; dato che ogni opinione concepita dagli uomini riguardo ai misteri di Dio anche se non contiene sempre una grande quantità di errori, non cessa peraltro di produrne. E quand’anche tutto il male si riducesse a questo, non sarebbe vizio da perdonare quello di adorare a caso un Dio sconosciuto. Ora tutti coloro che non hanno imparato dalla Sacra Scrittura quale Dio si convenga servire sono condannati per questa temerarietà da Gesù Cristo (Gv. 4:22). I saggi governanti che hanno formulato leggi e ordinamenti, non hanno potuto fare a meno di basarsi su qualche religione fondata sul consenso popolare. Anzi Senofonte, stimatissimo filosofo, loda il responso con cui Apollo comandò che ciascuno servisse Dio nel modo seguito dai padri e secondo l’uso e i costumi della propria città. Ora chi darà ai mortali l’autorità di pronunciare definizioni, secondo la loro opinione, in una materia che ci supera? O chi potrà basarsi su quanto è stato ordinato e disposto dai padri per ricevere, senza dubbi né scrupoli, un Dio tramandato dagli uomini? Ciascuno si atterrà al proprio giudizio piuttosto che assoggettarsi all’opinione altrui. Se dunque seguire la prassi di un paese o l’antichità è un motivo troppo debole e fragile per vincolarsi alla religione, ne consegue la necessità che Dio parli lui stesso dal cielo per testimoniare di sé.

13. Ecco dunque tante belle luci accese nel mondo per farci vedere la gloria di Dio, che brillano invano. Esse ci circondano con i loro raggi ma non ci possono condurre alla retta via. È vero che esse fanno scaturire qualche scintilla, ma il tutto si spegne prima di diventare luce permanente. Perciò l’Apostolo dopo aver esposto come il mondo sia una immagine o spettacolo di cose invisibili, aggiunge subito dopo: per fede si riconosce che esso è stato così ben ordinato e regolato dalla parola di Dio (Eb. 11:3). Intende dire con queste parole che sebbene la maestà invisibile di Dio sia manifestata in questo specchio, noi tuttavia non abbiamo gli occhi per contemplarla finché non siamo illuminati dalla rivelazione segreta dataci dall’alto. Anche san Paolo dicendo: quanto è necessario conoscere di Dio è evidente nella creazione del mondo (Ro. 1:19) non intende parlare di un genere di manifestazione che possa essere compreso dall’intuizione degli uomini. Ma piuttosto afferma: essa non serve ad altro che a renderli inescusabili. E sebbene in un testo affermi non doversi cercare Dio molto lontano, poiché egli abita in noi (At. 17:27), altrove mostra a che serva questa stretta vicinanza: Dio, dice, ha lasciato finora camminare i popoli secondo le loro vie, e tuttavia non li ha lasciati senza testimonianza, mandando loro la pioggia dal cielo e le annate fertili, riempiendo di nutrimento e di gioia la vita de gli uomini (At. 14:16). Sebbene dunque Dio non sia privo di testimoni e con i suoi atti di bontà inviti dolcemente gli uomini a conoscerlo, essi non cessano per questo di seguire le loro vie cioè i loro errori mortali. 14. Sebbene ci manchi la facoltà naturale per guidarci ad una pura e chiara conoscenza di Dio, non per questo siamo scusati dato che il vizio di questa ottusità risiede in noi, e non possiamo invocare la nostra ignoranza. La nostra stessa coscienza ci redarguirebbe per l’ingratitudine oltre che per la pigrizia. È una povera difesa, indegna di essere accolta, che l’uomo, dotato di intendimento, pretenda di non aver orecchie per udire la verità quando le creature mute hanno voce alta e chiara per proclamarla; o pretenda di non aver potuto vedere con i suoi occhi ciò che le creature senza vista gli hanno mostrato, voglia giustificarsi con i limiti del proprio spirito quando le creature senza ragione né sentimento gli sono maestre per istruirlo. Non abbiamo dunque scusa per il nostro errare vagabondo: ogni cosa ci mostra il retto cammino.

È certo da imputare agli uomini la corruzione del seme che Dio ha piantato nei loro cuori al fin di farsi conoscere attraverso l’ammirevole opera della natura, di sorta che essa non porta mai un frutto intero e maturo. Quanto abbiamo detto resta pero vero: non siamo sufficientemente istruiti dalla sola testimonianza, pur magnifica, che le creature rendono alla gloria di Dio. Infatti subito dopo aver sperimentato, sia pure in modo superficiale e rapido, il gusto della divinità, contemplando il mondo, abbandoniamo il vero Dio e al suo posto innalziamo i nostri sogni e i nostri fantasmi e sottraiamo alla sorgente della saggezza, della giustizia, della bontà e della virtù la lode che gli è dovuta per attribuirla ad altri. Quanto alle sue opere ordinarie, ovvero le oscuriamo o le neghiamo con il nostro giudizio perverso, di sorta che esse non sono lodate come meriterebbero e il loro autore è anch’egli frodato della sua lode.