Letteratura/Istituzione/3-14

Indice generale

Istituzioni della religione cristiana (Calvino)

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CAPITOLO 14.

INIZIO DELLA GIUSTIFICAZIONE E PROGRESSI CHE NE DERIVANO

1. Per puntualizzare ulteriormente l'argomento, esaminiamo quale può essere la giustizia dell'uomo durante l'intera sua vita.

Dobbiamo considerare quattro casi: l'uomo, privo della conoscenza di Dio, è avvolto nell'idolatria; pur avendo ricevuto la Parola ed i sacramenti, ma vivendo in modo dissoluto, rinnega con le sue opere il Signore che confessa a parole ed è perciò cristiano soltanto di nome; ipocrita, nasconde la sua perversità sotto un'apparenza di onestà; rigenerato dallo Spirito di Dio, persegue con tutto il cuore la santità e l'innocenza.

Quanto al primo caso, dovendo considerare una tal categoria di persone così come sono per natura, non vi si troverà una sola scintilla di bene dalla cima del capo alla pianta dei piedi; a meno che non vogliamo considerare menzognera la Scrittura, quando dice che tutti i figli di Adamo sono di cuore perverso e indurito (Gr. 17.9) , che fin dalla loro prima giovinezza non possono che avere disegni malvagi (Ge 8.21) , che tutti i loro pensieri sono vani, che non temono Dio, che nessuno di loro ha intelligenza, che nessuno cerca Dio (Sl. 94.2; 14.2); che, insomma, sono carne (Ge 6.3) , termine che include tutte le opere menzionate da san Paolo: adulterio, impurità, impudicizia, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordie, contese, ira, dispute, dissensi, sette, invidie, omicidi e tutto quel che si può pensare di malvagio e abominevole (Ga 5.19). È: questa la dignità di cui possono inorgoglirsi. Se alcuni fra loro hanno una qualche apparenza di onestà nei loro costumi e da essa acquistano fama di santità fra gli uomini, se vogliamo che una tale onestà abbia un qualche valore per giustificarli, sapendo che Dio non si cura dell'aspetto esteriore, dobbiamo ris.lire alla sorgente e all'origine delle loro opere; dobbiamo considerare da vicino quale disposizione dà origine a tali opere. Sebbene l'argomento offra possibilità di un lungo discorso, potendolo restringere in poche parole mi sforzerò, per quanto possibile, di esser breve.

2. Anzitutto non nego che le doti egregie presenti nella vita degli increduli e degli idolatri, non siano doni di Dio. Non sono privo di buon senso al punto da non voler fare alcuna differenza fra la giustizia, la moderazione e l'equità di Tito e di Traiano, che furono buoni imperatori romani, e il furore, l'intemperanza e la crudeltà di Caligola, di Nerone o Domiziano, che hanno regnato come belve; fra gli adulterii di Tiberio e la continenza di Vespasiano; e, senza soffermarmi su ogni vizio o virtù, sostenere che non vi è differenza fra l'osservare e il disprezzare la legge. Tale è la differenza fra il bene e il male, che essa appare perfino in questo richiamo ormai morto. Quale ordine rimarrebbe nel mondo se queste cose fossero confuse fra loro? Perciò il Signore, non solo ha impresso nel cuore di ciascuno la distinzione fra l'onesto e il disonesto, ma l'ha anche spesso confermata attraverso la sua provvidenza. Infatti vediamo che egli elargisce molte benedizioni della vita presente a coloro che cercano, fra gli uomini, di praticare la virtù. Non che quest'ombra e immagine di virtù meriti il minimo dei suoi benefici; ma gli piace dimostrare quanto ami la vera virtù, compensando con qualche dono temporale quella che, pure, è esteriore e simulata. La conseguenza di quanto abbiamo prima affermato è che queste virtù, o piuttosto questi simulacri di virtù, sono doni che procedono da lui, visto che non esiste nulla di lodevole che non ne derivi.

3. Quanto scrive sant'Agostino non cessa però di esser vero: tutti coloro che sono estranei alla religione di un solo Dio, per quanto siano da ammirare e da stimare per la loro onestà, non solo non sono degni di alcuna remunerazione, ma sono piuttosto degni di punizione, poiché contaminano i doni di Dio con la sozzura del loro cuore. E sebbene siano strumenti di Dio per mantenere e conservare la giustizia, la continenza, l'amicizia, la prudenza, la temperanza e la forza nel consorzio umano, eseguono tuttavia molto male queste buone opere di Dio. Infatti si astengono dal compiere il male non per pura disposizione all'onestà o alla giustizia, ma per ambizione o amore verso loro stessi o per qualche altra considerazione perversa e priva di rettitudine. Poiché dunque le loro opere sono corrotte dall'impurità del cuore, fin dalla loro prima origine, esse non meritano di essere annoverate fra le virtù più di quanto lo meritino i vizi i quali, malgrado una certa somiglianza e affinità con le virtù, ingannano gli uomini. In breve, sapendo che il fine unico e perenne della giustizia e della rettitudine è di onorare Dio, tutto ciò che volge il nostro pensiero altrove perde, a buon diritto, il nome di rettitudine. Poiché una tal categoria di persone non considera il fine proposto dalla sapienza di Dio, rende il suo operare, buono esteriormente, peccaminoso a motivo del fine non buono. Sant'Agostino conclude dunque che tutti coloro che sono stati stimati, fra i pagani, hanno sempre peccato malgrado la loro apparenza di virtù, perché, mancanti della luce della fede, non hanno riferito le loro opere, considerate virtuose, al giusto fine.

4. Inoltre, se è vero quanto afferma san Giovanni, che cioè non esiste vita all'infuori del figlio di Dio (1 Gv. 5.12) , tutti coloro che non sono parte di Cristo, chiunque essi siano e qualunque cosa cerchino di fare o facciano, tutto il corso della loro vita non tende che a rovina, confusione e giudizio di morte eterna.

In base a tale argomento, sant'Agostino dice in un passo: "La nostra religione non distingue i giusti dagli iniqui in base al criterio delle opere, ma della fede, senza la quale le opere che paiono buone si convertono in peccato ". Perciò egli stesso paragona felicemente la vita di costoro ad una corsa sbandata. Quanto più un uomo corre in fretta fuori della strada, tanto più rimane lontano dalla sua meta e perciò infelice. Conclude dunque che val meglio zoppicare nella retta via che correre con disinvoltura fuori di essa .

Infine, sono certamente alberi malvagi, poiché non vi è santificazione all'infuori della comunione con Cristo. Possono dunque produrre frutti piacevoli, anzi di dolce sapore, ma non ne possono assolutamente produrre di buoni. Da ciò vediamo chiaramente che tutto quel che l'uomo pensa, medita, intraprende e fa prima di essere riconciliato con Dio, è maledetto e non solo non serve affatto a giustificarlo, ma merita piuttosto una sicura condanna.

Ma perché discutere di questo come di cosa dubbiosa, se già è stato deciso dalla testimonianza dell'apostolo che è impossibile piacere a Dio senza la fede? (Eb. 11.6).

5. Il problema risulterà più chiaro se consideriamo da un lato la grazia di Dio e dall'altro la condizione naturale dell'uomo. La Scrittura rivela dovunque, con voce forte e chiara, che Dio non trova nell'uomo nulla che lo invogli a fargli del bene, ma lo previene con la sua benignità gratuita. Infatti, che cosa potrebbe avere un morto per essere risuscitato alla vita? Quando Dio illumina l'uomo e gli rivela la sua verità, è detto che lo suscita dai morti e ne fa una nuova creatura (Gv. 5.25). Spesso infatti la bontà di Dio ci è presentata sotto questo aspetto, soprattutto dall'apostolo: "Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore di cui ci ha amati, al tempo in cui eravamo morti nel peccato ci ha vivificati in Cristo " (Ef. 2.4).

In un altro passo, considerando attraverso la figura di Abramo la vocazione generale dei credenti: "È Dio, dice, che vivifica i morti e chiama le cose che non sono come se esistessero " (Ro 4.17). Se non siamo nulla, che potere abbiamo? Perciò Dio spegne con forza ogni nostra presunzione nella storia di Giobbe: "Chi mi ha anticipato alcunché perché io glielo debba rendere? Ogni cosa è mia " (Gb. 41.2). San Paolo spiega questa affermazione (Ro 11.35) , dicendo che non dobbiamo pensare di portare alcunché a Dio, se non pura confusione e obbrobrio della nostra indigenza. E nel passo citato prima, per indicare che abbiamo speranza di essere salvati per la sola grazia di Dio e non per le nostre opere, dice che siamo sue creature, rigenerati in Cristo in vista delle buone opere che Dio ha preparato per noi affinché camminassimo in esse (Ef. 2.10). Come se dicesse: chi di noi si vanterà di aver prevenuto Dio con la propria giustizia, dato che la nostra prima disposizione a compiere il bene procede dalla sua rigenerazione? In base a quel che siamo per natura, sarebbe più facile ricavare olio da una pietra che una sola buona opera da noi. Fa meraviglia che l'uomo, condannato da una simile ignominia, osi ancora attribuirsi qualcosa.

Riconosciamo dunque con san Paolo, nobile strumento di Dio, che siamo chiamati da una vocazione santa, non secondo le nostre opere ma secondo la sua elezione e la sua grazia (2Ti 1.9); e che la benignità e l'amore di Dio, nostro salvatore, si sono manifestati in quanto ci ha salvati, non per opere di giustizia che avessimo compiute, ma secondo la sua misericordia affinché, giustificati per grazia sua, fossimo eredi della vita eterna (Tt 3.4). Con una simile confessione, priviamo l'uomo di ogni giustizia, fino all'ultima goccia, finché non sia rigenerato a speranza di vita per la sola misericordia di Dio; se infatti le opere avessero un qualche potere di giustificarci, sarebbe errata l'affermazione che siamo giustificati per grazia. L'Apostolo certo non dimenticava, affermando che la giustificazione è gratuita, quanto dice in un altro passo: la grazia non è più grazia se le opere hanno un qualche valore (Ro 11.6). Che altro vuol significare il Signor Gesù, dicendo che è venuto a chiamare i peccatori e non i giusti? (Mt. 9.13). Se solo i peccatori sono ammessi alla salvezza, perché cerchiamo di entrarvi per mezzo della nostra giustizia contraffatta?

6. Mi chiedo, a volte, se non offendo la misericordia di Dio, mettendo tanto impegno nel difenderla, quasi fosse oscura o dubbiosa. La nostra malvagità è però tale da non voler concedere mai a Dio quel che gli appartiene, a meno di non esservi costretta per necessità; mi vedo perciò costretto a soffermarmi un po' più a lungo di quanto vorrei su questo punto. La Scrittura è abbastanza chiara al riguardo, utilizzerò dunque le sue parole e non le mie.

Isaia, dopo aver descritto l'universale rovina del genere umano, espone chiaramente l'ordine della restaurazione: "Il Signore l'ha visto e gli è dispiaciuto; ha visto e si è meravigliato che non un solo uomo intercedesse. Perciò ha posto la salvezza nel suo braccio e la sua giustizia l'ha sostenuto " (Is. 49.15). Dov'è la nostra giustizia, se è vero quel che dice il Profeta, che non ve n'è uno solo il quale collabori con Dio a ritrovare la salvezza? Così l'altro Profeta parla del Signore che vuol riconciliare a se il peccatore: "Ti sposerò, dice, per l'eternità; ti sposerò in giustizia, in equità, in benignità e in compassione. Dirò a colui che non aveva ottenuto misericordia che l'ha ottenuta " (Os 2.19-23). Se una simile alleanza, che è la prima unione di Dio con noi, poggia sulla misericordia di Dio, non ci rimane altro fondamento su cui basare la nostra giustizia.

Coloro che vogliono far credere che l'uomo si presenta a Dio con qualche merito, mi dicano se esiste una qualche giustizia sgradita a Dio. Certo no; ma che cosa può venire dai nemici suoi che gli sia gradito, visto che li ha in abominio con tutte le loro opere? La verità attesta che siamo tutti nemici mortali di Dio e che c'è guerra aperta fra lui e noi (Ro 5.6; Cl. 1.21) , fino al momento in cui, essendo giustificati, rientriamo nella sua grazia. Se l'inizio dell'amore di Dio per noi è la nostra giustificazione, quali forme di giustizia delle opere potranno precedere? Perciò san Giovanni, per sottrarci a questa pericolosa arroganza, ci ricorda con insistenza che non lo abbiamo amato per primi (1 Gv. 4.10). E il Signore aveva insegnato questo molto tempo prima, per mezzo del suo Profeta, dicendo che ci amerebbe di un amore volontario, perché il suo furore si distoglierà da noi (Os 14.5). Se è incline per bontà sua ad amarci, non sarà certo mosso dalle nostre buone opere.

Il volgo ignorante intende con ciò che nessuno aveva meritato che Cristo compisse la nostra redenzione, ma che per venire in possesso di questa redenzione siamo aiutati dalle nostre opere. Al contrario, sebbene siamo riscattati da Cristo, rimaniamo tuttavia sempre figli delle tenebre, nemici di Dio e eredi della sua collera fino a che, per la chiamata gratuita del Padre, non siamo incorporati nella comunione con Cristo. Infatti san Paolo dice che non siamo purificati e lavati dalle nostre impurità fino a quando lo Spirito Santo non compia in noi questa purificazione (1 Co. 6.2). Anche san Pietro lo dice, insegnando che la santificazione dello Spirito di Dio fa sì che ubbidiamo e siamo cosparsi del sangue di Cristo (1 Pi. 1.2). Se per essere purificati siamo aspersi dal sangue di Cristo per mezzo dello Spirito, non pensiamo di essere, prima di questa aspersione, diversi da un peccatore senza Cristo.

Ci sia dunque chiaro questo fatto: l'inizio della nostra salvezza è come una risurrezione dalla morte alla vita. Poiché quando ci è dato, per amor di Cristo, di credere in lui, allora cominciamo ad entrare dalla morte alla vita.

7. Qui includiamo la seconda e la terza categoria di uomini secondo la classificazione fatta sopra. L'impurità della coscienza, caratteristica agli uni e agli altri, è un segno che non sono ancora rigenerati dallo Spirito di Dio. Inoltre, il fatto che non siano rigenerati è segno che non hanno fede; da ciò appare che essi non sono ancora riconciliati con Dio, né giustificati nel suo giudizio, visto che non si giunge a tali beni se non per fede. Che cosa i peccatori lontani da Dio potrebbero fare, che non sia esecrabile al suo giudizio?

È vero che tutti gli increduli, e soprattutto gli ipocriti, sono pieni di una fiducia assurda: pur sapendo che il loro cuore è pieno di impurità e malvagità, quando compiono qualche opera buona, in apparenza, la considerano degna di apprezzamento da parte di Dio. Di qui deriva il mortale errore per cui coloro che sono convinti di avere il cuore malvagio e iniquo, non riescono a prendere la decisione di riconoscersi privi di giustizia; pur riconoscendosi ingiusti, perché non lo possono negare, si attribuiscono tuttavia una qualche giustizia. Una simile vanità è radicalmente confutata da Dio per mezzo del profeta Aggeo: "Chiedi questo ai preti: "Se un uomo porta nel lembo del suo vestito della carne consacrata, o tocca del pane consacrato, sarà per questo santificato "? "I preti rispondono di no. Aggeo li interroga ancora: "Se un uomo impuro nella sua anima tocca qualcuna di queste cose, la renderà impura? "I preti rispondono di sì. A questo punto viene ordinato ad Aggeo di dir loro: "Così è questo popolo dinanzi a me; tali sono le opere delle sue mani; tutto quel che mi offrirà sarà contaminato " (Hag 2.2). Volesse Iddio che questa affermazione fosse da noi ricevuta e ben impressa nella nostra memoria. Poiché nessuno, per quanto malvagio possa essere in tutta la sua vita, si persuaderà di quel che il Signore denuncia qui chiaramente. Se l'uomo più malvagio del mondo ha adempiuto il suo dovere relativamente a qualche punto, non mette in dubbio che ciò gli venga messo in conto di giustizia. Al contrario, il Signore afferma che ciò non fa acquistare alcuna santificazione, se il cuore non è anzitutto ben purificato. E non contento di ciò, aggiunge che tutte le opere che procedono dai peccatori sono contaminate dall'impurità del loro cuore. Guardiamoci, dunque, dal definire giuste le opere che sono condannate come impure per bocca di Dio. E con quante belle similitudini lo dimostra! Si poteva obiettare che quel che Dio ha ordinato è inviolabilmente santo; al contrario, egli dimostra che non fa meraviglia se le opere che Dio ha santificate nella sua legge sono insozzate dall'impurità dei malvagi, visto che una mano impura profana quel che era stato consacrato.

8. Anche in Isaia il Signore fa analoghe affermazioni: "Non mi offrite invano sacrifici. Ho in abominio il vostro incenso; il mio cuore odia tutte le vostre feste e solennità; mi meraviglio di sopportarle. Quando eleverete le vostre mani, distoglierò da voi i miei occhi; quando moltiplicherete le vostre preghiere, non le esaudirò; poiché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, siate puri e togliete di mezzo i vostri pensieri malvagi! " (Is. 1.13). Perché il Signore respinge e ha in così grande abominio l'osservanza della sua legge? Ma non respinge nulla che nasca da pura e vera osservanza della Legge, il cui fondamento consiste, come insegna dappertutto, in un timore del suo nome che nasce dal fondo del cuore. Tolto questo, tutto quel che gli si offre non solo è roba inutile, ma spazzatura puzzolente e abominevole. Si sforzino ora gli ipocriti di meritare la grazia di Dio con le loro buone opere, pur avendo il cuore ingombro di pensieri perversi! Così facendo lo irriteranno sempre più. Poiché i sacrifici degli iniqui gli sono esecrabili, e solo la preghiera dei giusti gli è gradita (Pr 15.8).

Dev'esser dunque chiaro, per coloro che hanno una certa familiarità con la Scrittura, che tutte le opere degli uomini non santificate da Dio Cl. Suo Spirito, per quanto valide in apparenza, sono lungi dall'essere considerate giustizia davanti a Dio, anzi sono ritenute peccato. Di conseguenza, ha detto il vero chi ha insegnato che le opere non procurano grazia e favore alla persona che le fa, ma, al contrario, sono gradite a Dio quando la persona è stata accolta da lui, nella sua misericordia. Dobbiamo prestare attenzione a questo ordine delle cose nel quale la Scrittura ci conduce, quasi per mano. Mosè scrive che Dio ha rivolto il suo sguardo ad Abele e alle sue opere (Ge 4.4). Non vediamo, forse, che intende dire che Dio è propizio agli uomini, prima di guardare alle loro opere? Bisogna dunque che la purificazione del cuore preceda, affinché le opere che provengono da noi siano favorevolmente ricevute da Dio; è infatti sempre valida l'affermazione di Geremia, secondo la quale gli occhi di Dio cercano l'integrità (Gr. 5.3). E lo Spirito Santo ha una volta affermato, per bocca di san Pietro, che i nostri cuori sono purificati per mezzo della sola fede (At. 15.9). Ne deriva che il primo fondamento consiste nella fede viva e vera.

9. Consideriamo ora la giustizia di coloro che abbiamo inclusi nella quarta categoria. Noi confessiamo, quando Dio ci riconcilia a se per mezzo della giustizia di Gesù Cristo e ci considera giusti avendoci gratuitamente rimesso i nostri peccati, che a questo atto di misericordia è connesso un altro beneficio: per mezzo del suo Spirito Santo egli abita in noi, e per virtù di esso le concupiscenze della nostra carne sono quotidianamente mortificate; in tal modo siamo santificati, cioè consacrati a Dio in vera purezza di vita, poiché i nostri cuori sono plasmati nell'obbedienza della Legge, affinché il nostro volere principale sia di servire alla sua volontà e proclamare la sua gloria in ogni modo. Tuttavia, mentre guidati dallo Spirito Santo camminiamo nella via del Signore, sussistono, in noi, delle imperfezioni che ci impediscono di inorgoglirci. "Non vi è alcun giusto "dice la Scrittura "che compia il bene e sia esente da peccato " (3Re 8.46).

Quale giustizia, dunque, i credenti trarranno dalle loro opere? Anche l'opera migliore risulta sempre insozzata e corrotta da qualche impurità della carne, come un vino è intorbidito dalla sua feccia. Il servitore di Dio, dico, scelga l'opera migliore di tutta la sua vita; quando ne avrà ben esaminato tutte le parti, scoprirà senza dubbio che in qualche punto essa puzzerà del marciume della sua carne, visto che in noi non sussiste mai una giusta disposizione a compiere il bene, ma una gran debolezza che ci ostacola. Le macchie da cui sono intaccate le opere dei santi non sono né trascurabili né nascoste: tuttavia, anche supponendo che siano tali, non offenderebbero gli occhi del Signore, davanti al quale neanche le stelle sono pure? Ben sappiamo che dai credenti non proviene una sola opera che, considerata in se, non meriti una giusta ricompensa di obbrobrio.

10. Inoltre, quand'anche compissimo qualche opera pura e perfetta, basta un solo peccato per cancellare e spegnere ogni ricordo della nostra giustizia precedente, come dice il Profeta (Ez. 18.24); anche san Giacomo concorda con lui, dicendo che colui che ha peccato su un punto è reso colpevole su tutti gli altri (Gm. 2.10). E poiché questa vita mortale non è mai pura o priva di peccato, tutta la giustizia che avremmo acquistata sarebbe continuamente corrotta, oppressa e persa dai peccati successivi; perciò non verrebbe messa In conto davanti a Dio per esserci imputata come tale.

Infine, quando è questione della giustizia delle opere, non bisogna considerare un solo fatto, ma la Legge stessa. Se dunque cerchiamo la giustizia nella Legge, invano produrremo un'opera o due, poiché è richiesta un'obbedienza continua. Non è dunque una volta per tutte che il Signore ci imputa a giustizia la remissione gratuita dei nostri peccati, come alcuni pazzamente ritengono, affinché avendo una volta ottenuto il perdono per la nostra vita malvagia, cerchiamo in seguito la giustizia nella Legge; così facendo si befferebbe di noi, ingannandoci con una vana speranza. Infatti, non potendo avere alcuna perfezione finché siamo in questo corpo mortale, mentre la Legge stabilisce giudizio e morte per tutti coloro che non avranno compiuto opere di perfetta giustizia, essa avrebbe sempre di che accusarci e convincerci di peccato, se la misericordia di Dio non la precedesse per assolverci con una remissione continua dei nostri peccati

Permane dunque valido quanto ho detto all'inizio: se siamo giudicati secondo la nostra dignità, qualunque cosa cerchiamo di fare saremo sempre degni di morte, noi con i nostri sforzi e le nostre imprese.

11. Dobbiamo considerare attentamente questi due punti: il primo è che non si è mai trovata opera di credente che non sia da condannare, se esaminata secondo il rigore del giudizio di Dio. Il secondo è che quand'anche se ne trovasse una simile (cosa impossibile all'uomo) , essendo tuttavia corrotta e insozzata dai peccati di colui che la compie, essa perderebbe ogni valore e significato.

Questo è il punto principale della disputa che sosteniamo con i papisti, e quasi il nodo dell'argomento. Poiché quanto al principio della giustificazione, non vi è alcuna discussione fra noi e i dottori scolastici dotati di un po' di buon senso e di ragione. È pur vero che la povera gente è stata ingannata al punto di credere che l'uomo si prepari da solo ad essere giustificato da Dio; e una simile bestemmia ha comunemente regnato sia nelle prediche sia nelle scuole; e la si sostiene tuttora da parte di chi vuol mantenere tutte le abominazioni del papato. Ma chi è dotato di un po' di ragione ha sempre concordato con noi nel dire che il peccatore, liberato dalla condanna per gratuita bontà di Dio, è giustificato in quanto ottiene il perdono delle sue colpe Il contrasto avviene su questi punti: anzitutto intendono, con il termine "giustificazione ", il rinnovamento di vita o la rigenerazione per mezzo della quale Dio ci riforma nell'obbedienza della sua Legge. In secondo luogo pensano che l'uomo, una volta rigenerato, sia gradito a Dio e considerato giusto per mezzo delle sue buone opere.

Il Signore afferma, invece, che ha imputato a giustizia la fede del suo servo Abramo (Ro 4.3) , non solo per il tempo in cui serviva agli idoli, ma quando già da lungo tempo aveva cominciato

A vivere santamente. Abramo aveva dunque già a lungo adorato Dio con purezza di cuore e aveva seguito a lungo i suoi comandamenti, per quanto un uomo mortale lo possa fare; tuttavia egli ottiene la sua giustificazione per mezzo della fede. Ne concludiamo, secondo san Paolo, che non è per mezzo delle opere. Similmente, quando è detto al Profeta che il giusto vivrà di fede (Hab 2.4) , non si parla degli increduli, che Dio giustifica convertendoli alla fede; ma quest'insegnamento si rivolge ai credenti, e dice loro che vivranno per fede.

San Paolo lo dichiara in modo ancor più esplicito quando, per dar prova della giustificazione gratuita, cita questo passo di Davide: "Sono beati coloro ai quali i peccati sono perdonati! " (Sl. 32.1). È chiaro che Davide non parla degli increduli, ma di se stesso e dei suoi simili, riferendosi al sentimento che ne aveva dopo aver a lungo servito Dio. Non dobbiamo dunque considerare questa beatitudine come limitata, ma ci deve accompagnare per tutta la vita.

Infine, l'ambasciata di riconciliazione di cui parla san Paolo (2 Co. 5.18) , la quale ci attesta che abbiamo la nostra giustificazione nella misericordia di Dio, non ci è data per un giorno soltanto, ma è perenne nella Chiesa cristiana. Di conseguenza i credenti non hanno altra giustizia fino alla morte, all'infuori di quella ivi descritta. Cristo è Mediatore per sempre, onde riconciliarci Cl. Padre, e l'efficacia della sua morte, data dall'abluzione, dall'espiazione e dalla perfetta ubbidienza che ha vissuto è perenne; in tal modo tutte le nostre iniquità sono cancellate. E san Paolo, agli Efesini, non dice che ci è dato per grazia solo l'inizio della nostra salvezza, ma che siamo salvati dalla grazia e non dalle opere, onde nessuno si glorii (Ef. 2.8).

12. I sotterfugi che i Sorbonisti cercano, a questo punto, per cavarsela, non sono loro di alcuna utilità. Dicono che le buone opere non hanno, per giustificare l'uomo, un qualche valore che provenga dalla loro dignità, che chiamano intrinseca, ma dalla grazia di Dio che le accetta.

Inoltre, costretti a riconoscere che la giustizia delle opere è sempre imperfetta, ammettono che, mentre siamo in questo mondo, abbiamo sempre bisogno che Dio perdoni i nostri peccati per sovvenire all'imperfezione delle nostre opere, ma che questo perdono si attua perché le colpe, che si commettono, sono compensate da opere supererogatorie.

Rispondo che la grazia da loro chiamata "accettante ", altro non è che la bontà gratuita del Padre celeste, per mezzo della quale egli ci accoglie in Gesù Cristo: è quella che ci veste della di lui innocenza e ce la attribuisce per considerarci, attraverso questo beneficio, santi, puri e innocenti. Bisogna infatti che la giustizia di Cristo si presenti al posto nostro e sia come consegnata al giudizio di Dio, poiché essa sola, in quanto è perfetta, può sostenere il suo sguardo. Rivestiti di questa, otteniamo nella fede remissione continua dei nostri peccati. Le nostre macchie e imperfezioni, nascoste dalla sua purezza, non ci vengono imputate, ma sono come sepolte, onde non appaiano dinanzi al giudizio di Dio fino al giorno in cui, dopo la morte del nostro vecchio uomo, la bontà di Dio ci accoglierà, con Gesù Cristo che è il nuovo Adamo, in un felice riposo nel quale aspetteremo il giorno della risurrezione quando, dopo aver ricevuto un corpo incorruttibile, saremo trasferiti nella gloria celeste.

13. Se questo è vero, nessuna opera può, di per se, renderci graditi a Dio. Anzi non gli sono gradite, se non nella misura in cui l'uomo, coperto dalla giustizia di Cristo, gli è gradito e ottiene la remissione dei suoi peccati. Dio non ha promesso la ricompensa della vita a qualche opera singola, ma afferma semplicemente che colui che avrà adempiuto il contenuto della Legge vivrà (Le 18.5) , mentre tutti coloro che saranno venuti meno in un sol punto saranno maledetti. L'errore comune, riguardo alla giustizia parziale, è così confutato, poiché Dio non ammette alcuna giustizia se non l'intera osservanza della sua legge.

La loro tesi, di una eventuale espiazione mediante opere supererogatorie, non ha maggior consistenza. Non ritornano forse sempre al punto già confutato, che cioè chiunque osserva in parte la Legge è giusto in virtù delle sue opere? Così facendo, danno per certa una cosa che nessuna persona di buon senso ammette. Il Signore attesta di frequente che non riconosce altra giustizia all'infuori della perfetta ubbidienza alla sua legge. Avremmo forse l'arroganza, essendone privi, di prevalerci, per non sembrare spogli di ogni bene e non dover dimissionare del tutto davanti a Dio, di qualche frammento di buone opere e di voler, in tal modo, riscattare quel che ci manca, per mezzo di espiazioni? Queste sono state in precedenza violentemente stroncate, di modo che non dovrebbero venirci in mente neppure in sogno. Dico solo che coloro che chiacchierano così sconsideratamente, non vagliano quanto il peccato sia esecrato da Dio, perché in tal caso si renderebbero certamente conto che tutta la giustizia degli uomini, ammucchiata insieme, non basterebbe a compensare un solo peccato. Vediamo bene che l'uomo, per aver commesso un solo peccato, è stato a tal punto respinto da Dio che ha perso ogni mezzo per ritrovare la salvezza (Ge 3.17). La possibilità di espiare ci è dunque tolta, e coloro che se ne dicono capaci non soddisferanno mai Dio, al quale nulla di quel che proviene dai suoi nemici è gradito. Ora, tutti coloro ai quali vuole imputare i peccati gli sono nemici. Bisogna dunque che tutti i peccati siano coperti e perdonati, prima che egli prenda in considerazione una sola delle nostre opere. Perciò la remissione dei peccati è gratuita, ed è gravemente denigrata da coloro che mettono avanti una nostra possibilità di espiare.

Noi dunque, seguendo l'esempio dell'apostolo, dimentichiamo le cose passate e tendiamo a quel che ci sta davanti, proseguendo la nostra corsa per giungere al premio della vocazione di Dio (Fl. 3.13).

14. Il voler rivendicare opere supererogatorie, si concilia forse con quel detto, secondo cui, compiuto tutto quel che ci è ordinato, dobbiamo riconoscere di essere servitori inutili, i quali non hanno fatto altro che il proprio dovere? (Lu 17.10). Davanti a Dio non si tratta di fingere o mentire, ma essere convinti di quel che riteniamo certo. Il Signore dunque ci ordina di giudicare secondo verità, riconoscendo di cuore che non compiamo per lui alcun servizio gratuito, ma semplicemente gli rendiamo quello di cui gli siamo debitori. E questo a buon diritto; poiché siamo suoi servi, e costretti dalla nostra condizione a rendergli tanti servizi, che ci è impossibile adempierli, quand'anche tutti i nostri pensieri e le nostre membra non si rivolgessero a null'altro. Perciò il dire: dopo che avrete fatto tutto quel che vi sarà stato ordinato, equivale a: ponete il caso che tutti gli atti di giustizia del mondo si trovino in un solo uomo, e ancora di più. Noi dunque, tutti lontani da quella meta, oseremmo forse gloriarci di aver aggiunto qualcosa alla giusta misura?

E non bisogna che qualcuno affermi che chi non compie il suo dovere può fare, su qualche punto specifico, più del richiesto. Non ci può venire in mente per onorare Dio o amare il nostro prossimo, qualcosa che non sia incluso nella legge di Dio. Se si tratta dunque di una parte della Legge, non dobbiamo rivendicare una generosità volontaria laddove siamo costretti per obbligo.

15. Citano a sproposito, sperando di trarne un appoggio, l'affermazione in cui san Paolo si gloria di non essersi valso, fra i Corinzi, del diritto di cui poteva valersi, se avesse voluto, e di non essersi limitato a dar loro quel che il suo compito richiedeva, ma di aver fatto più del suo dovere predicando loro l'Evangelo gratuitamente (1 Co. 9.1). Bisogna considerare la motivazione da lui addotta: lo ha fatto per non essere di scandalo ai deboli (1 Co. 9.12). I seduttori che gettavano lo scompiglio in quella Chiesa infatti, Cl. Pretesto di non chiedere nulla in cambio della loro fatica, si facevano strada per acquistar prestigio alla loro dottrina e mettere in cattiva luce l'Evangelo; san Paolo si trova così nella necessità di ovviare a tali astuzie, o di compromettere l'insegnamento di Cristo. Se non ha importanza per un cristiano incorrere in uno scandalo quando se ne può astenere, ammetto che l'Apostolo ha dato a Dio qualcosa di più di quel che gli doveva. Ma se ad un saggio predicatore dell'evangelo questo era richiesto, dico che ha fatto il suo dovere.

Infine, se neanche questa ragione fosse evidente, è sempre valido quel che dice Crisostomo: tutto quel che proviene da noi, partecipa della nostra condizione di servi: appartiene cioè per diritto di servitù al padrone. Questo non è stato dissimulato da Cristo nella parabola. Infatti egli chiede quale gratitudine avremo per il nostro servo quando costui, dopo aver lavorato tutto il giorno, torna a casa la sera (Lu 17.7-9). Può darsi che abbia sgobbato più di quanto avessimo osato imporgli; se anche fosse così, non avrebbe fatto nulla più di quel che doveva per diritto di servitù, visto che ci appartiene, con tutto quel che può fare.

Non staremo ad esaminare le supererogazioni di cui si vogliono abbellire davanti a Dio; tuttavia non sono che ciarpame che egli non ha ordinato e non approva; e al momento in cui ne renderanno conto non ne riceveranno lode affatto; si tratta infatti di opere supererogatorie nel senso in cui lo dice il Profeta: "Chi ha richiesto queste cose alle vostre mani? " (Is. 1.12). Ma bisogna che questi farisei ricordino quel che è detto in un altro passo: "Perché vi disfate del vostro denaro senza comperare pane? Perché vi occupate di cose che non vi possono saziare? " (Is. 55.2). I nostri signori maestri possono discutere senza grandi difficoltà di questi argomenti, poiché nelle loro scuole sono mollemente seduti su cuscini; ma quando il giudice sovrano apparirà dal cielo sul suo trono di giudizio, tutto quel che avranno disquisito non gioverà loro molto e svanirà come fumo. Ecco quanto bisognava ricercare a questo riguardo: quale sicurezza potremo portare per difenderci in quell'orribile giudizio, e non quel che se ne può cianciare o mentire in qualche angolo di Sorbona.

16. È necessario liberare il nostro cuore da due errori: avere fiducia nelle nostre opere e attribuir loro qualche lode.

La Scrittura le priva frequentemente di ogni fiducia, dicendo che tutte le nostre opere di giustizia non sono che spazzatura e fetore davanti a Dio, a meno che non traggano buon odore dalla giustizia di Gesù Cristo; e non possono che provocare la vendetta di Dio, se non sono sostenute dalla dolcezza della sua misericordia. Essa non ci lascia così nulla, a meno che non imploriamo la clemenza del nostro giudice per ottenere perdono, confessando, con Davide, che nessuno sarà giustificato dinanzi a lui, se egli chiede ai suoi servitori di rendergli conto. E quando Giobbe afferma: "Guai a me se ho errato, ma se ho agito rettamente non alzerò il capo " (Gb. 10.15) , sebbene guardi alla giustizia sovrana di Dio, cui nemmeno gli angeli possono soddisfare, tuttavia indica che quando si viene davanti al trono di giudizio di Dio, non rimane, alle creature umane, che far silenzio. Egli non intende dire che preferisce cedere a Dio spontaneamente, piuttosto che combattere contro il suo rigore; ma che non riconosce, in se, giustizia che non sia vanificata in presenza di Dio.

Quando la fiducia è cacciata, bisogna che anche ogni gloria sia annullata. Chi infatti darà lode di giustizia alle sue opere quando, esaminandole, tremerà dinanzi a Dio? Dobbiamo dunque giungere là dove Isaia ci chiama: tutta la progenie d'Israele si loda e si gloria in Dio (Is. 45.25); è verissimo infatti quel che dice in un altro passo: che siamo piantati per la sua gloria (Is. 61.3). Il nostro cuore sarà dunque rettamente purificato quando non si appoggerà e non confiderà minimamente nelle opere, e non trarrà da esse argomento per elevarsi ed inorgoglire. È questo l'errore che induce gli uomini a quella fiducia frivola e menzognera che li induce a fondare sempre la causa della loro salvezza nelle loro opere.

17. Ma se consideriamo i quattro tipi di cause a cui i filosofi ricorrono, non ne troveremo uno solo che si addica alle opere, quando è questione della nostra salvezza. La Scrittura insegna dappertutto che la causa efficiente della nostra salvezza è la misericordia del nostro Padre celeste e l'amore gratuito che ha avuto verso di noi.

Quanto alla causa materiale, essa ci propone Cristo con la sua obbedienza, per mezzo della quale egli ci ha acquistato la giustizia.

Come definire la causa detta strumentale, se non dicendo che è la fede? San Giovanni ha riunito queste tre cause in una affermazione sola, quando dice che Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unico figlio affinché chiunque crederà in lui non perisca, ma abbia la vita eterna (Gv. 3.16).

Quanto alla causa finale, l'Apostolo dice che è stato per dimostrare la giustizia di Dio e glorificare la sua bontà; egli congiunge anzi chiaramente le tre altre cause menzionate, dicendo: "Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio; ma sono gratuitamente giustificati dalla sua grazia " (Ro 3.23). Indica l'inizio e la fonte della pietà, che Dio ha avuto per noi, nella sua bontà. E prosegue: per mezzo della redenzione, che è in Cristo. Questa è la sostanza su cui si fonda la nostra giustizia. Prosegue ancora: per mezzo della fede nel suo sangue, indicando così la causa strumentale per mezzo della quale la giustizia di Cristo ci è attribuita. Aggiunge poi il fine, quando dice che Dio lo ha fatto per dimostrare la sua giustizia, affinché egli sia giusto, e giustificante colui che ha fede in Gesù Cristo. Anzi, per far intendere rapidamente che la giustizia di cui parla consiste nella riconciliazione fra Dio e noi, dice espressamente che Cristo ci è stato dato per renderci il Padre propizio.

E nel primo capitolo dell'epistola agli Efesini, l'Apostolo insegna che Dio ci riceve nella sua grazia per sua pura misericordia, che ciò avviene per intercessione di Cristo, che riceviamo questa grazia per fede, che il tutto tende a far conoscere pienamente la gloria della sua bontà. Vedendo che tutte le componenti della nostra salvezza risiedono fuori di noi, perché traiamo qualche sicurezza o gloria dalle nostre opere?

Quanto alla causa efficiente e finale, i maggiori avversari della gloria di Dio non potrebbero contraddirci, se non rinnegando tutta la Scrittura. Quando si giunge alla causa materiale e strumentale, essi cavillano come se le nostre opere dividessero a metà la fede e la giustizia di Cristo. Ma la Scrittura contraddice anche a questo, affermando semplicemente che Cristo è per noi giustizia e vita, e che possediamo un tal bene per mezzo della sola fede.

10. I santi trovano spesso sicurezza e consolazione nel rammentarsi la loro innocenza e la loro integrità, e talvolta mettendola avanti. Lo fanno in due modi: paragonando la loro buona causa con la causa malvagia degli iniqui, ne deducono speranza di vittoria, non tanto per il valore o la stima che hanno della loro giustizia, quanto perché l'iniquità dei loro nemici merita condanna. In secondo luogo, ponendosi davanti a Dio senza paragonarsi agli altri, ricevono consolazione e fiducia dalla purezza della loro coscienza. Vedremo in seguito il primo atteggiamento. Consideriamo ora brevemente il secondo. Come può conciliarsi con quanto abbiamo già detto, che cioè non ci dobbiamo fondare, dinanzi al giudizio di Dio, su alcuna fiducia derivante dalle nostre opere e non ce ne dobbiamo affatto gloriare? Il punto di accordo è questo: i santi, dovendo fondare e stabilire la loro salvezza, fissano gli occhi nella sola bontà di Dio, senza considerare le loro opere. E non solo si rivolgono prima di tutto ad essa, come al fondamento della loro beatitudine, ma considerandola anche come compimento, vi acconsentono completamente e vi si riposano. Quando la coscienza è in tal modo fondata, guidata e confermata, può anche fortificarsi considerando le sue opere: in quanto cioè esse sono testimonianza che Dio abita e regna in noi.

Questo tipo di fiducia nelle opere non è possibile fino a che non abbiamo posto tutta la fiducia del nostro cuore nella misericordia di Dio, essa non dimostra dunque affatto che le opere giustifichino, o che possano di per se rendere sicuro l'uomo. Perciò, quando escludiamo la fiducia nelle opere, vogliamo dire semplicemente che l'anima cristiana non deve considerare il merito delle opere come un rifugio di salvezza, ma riposarsi interamente nella promessa gratuita di giustificazione. Tuttavia non le proibiamo di sostenersi e trarre conforto da tutti i segni della benedizione di Dio; poiché se tutti i doni che Dio ci ha fatti sono, nella nostra memoria, come raggi della luce del suo volto che ci illuminano nella contemplazione della luce sovrana della sua bontà, a maggior ragione le buone opere che ci ha date devono servire a dimostrare che ci è stato dato lo Spirito di adozione.

19. Quando dunque i santi confermano la loro fede per mezzo della loro innocenza o ne traggono motivo di allegrezza, non fanno altro che considerare attraverso i frutti della loro vocazione il fatto che Dio li ha adottati come suoi figli.

Salomone dice che vi è ferma sicurezza nel temere il Signore (Pr 14.20; i santi affermano talvolta, per essere esauditi da Dio, di aver camminato dinanzi a lui con integrità e semplicità. (4 Re 20.3); tutto ciò non ha motivo di porsi a fondamento per edificare la coscienza, ma ha valore solo in quanto lo si considera a posteriori, come segno della chiamata di Dio. Il timor di Dio non è mai tale da poter dare ferma certezza; e tutti i santi capiscono bene di non possedere una integrità assoluta, ma impastata con molte imperfezioni e residui della loro umanità; poiché traggono, dai frutti della loro rigenerazione, motivo e segno della presenza in loro dello Spirito Santo, hanno non pochi argomenti per confermare a se stessi di attendere l'aiuto di Dio in ogni necessità, visto che lo sperimentano padre in sì gran cosa. Ma non possono farlo, se prima non hanno compreso la bontà di Dio, accertandosene unicamente attraverso le promesse dell'evangelo. Se una volta cominciano a considerarla secondo le opere, nulla sarà più incerto e più debole, poiché se le opere sono valutate in se stesse, con la loro imperfezione minacceranno l'uomo della collera di Dio, non meno di quanto gli attesteranno la sua benevolenza per mezzo della loro purezza a stento abbozzata.

Insomma, essi annunziano i benefici di Dio pur non allontanandosi affatto dal suo favore gratuito, nel quale, secondo la dichiarazione di san Paolo, troviamo ogni perfezione, in lunghezza, larghezza, profondità e altezza (Ef. 3.18). È come se dicesse che in qualunque direzione si volgano i nostri sensi, quand'anche raggiungessero il punto più alto del mondo o si espandessero in lungo e in largo, non devono oltrepassare questo limite ben preciso: il riconoscimento cioè dell'amore di Gesù Cristo verso di noi, di cui essi devono ben prendere coscienza in quanto include in se tutte le misure. Perciò afferma che questo amore sormonta e sopravanza ogni conoscenza; aggiunge che quando comprendiamo come Dio ci ha amati in Gesù Cristo, siamo ripieni di tutta la pienezza divina (Ef. 3.19). Come altrove, rallegrandosi della vittoria dei credenti in ogni lotta, ne menziona il fondamento e il mezzo, cioè Colui che li ha amati (Ro 8.37).

20. I santi non ricavano dunque dalle loro opere una fiducia che attribuisce qualcosa al loro merito (dato che non le considerano se non come doni di Dio, da cui riconoscono la sua bontà, e segni della loro vocazione, da cui deducono la loro elezione ) , o che sottrae qualcosa alla giustizia gratuita che otteniamo in Cristo, poiché ne dipende e non può sussistere che in lei.

Sant'Agostino lo indica chiaramente, in poche parole: "Non dico al Signore che non disprezzi l'opera delle mie mani; è ben vero che io cerco il Signore delle mie mani, e non sono deluso, ma non apprezzo l'opera delle mie mani. Poiché temo che, se Dio le guardasse, troverebbe più peccati che meriti. Ma dico e prego e desidero soltanto che non disprezzi l'opera delle sue mani. Signore, dunque, vedi la tua opera in me, non la mia; poiché se ci vedi la mia, tu la condanni; ma se ci vedi la tua, la coroni. Infatti, tutte le mie buone opere provengono da te ".

Vediamo che due sono le ragioni per le quali non osa far valere le sue opere davanti a Dio: se ha qualcosa di buono, non proviene da lui; in secondo luogo, tutto il bene che è in lui è sovrastato dalla moltitudine dei suoi peccati. Perciò la coscienza, quando considera le sue opere, sente più terrore e timore che sicurezza. Questa santa persona vuole dunque che Dio guardi i suoi benefici solo per ritrovare in essi la grazia della sua vocazione, onde portare a termine l'opera che ha cominciata.

21. Inoltre, quando la Scrittura afferma che le buone opere sono la causa per la quale il nostro Signore fa del bene ai suoi servitori, lo si deve intendere in modo che quel che abbiamo precedentemente affermato permanga nella sua totalità: l'origine e l'effetto della nostra salvezza risiede nell'amore del padre celeste; la materia e la sostanza, nell'ubbidienza di Cristo; lo strumento, nell'illuminazione dello Spirito Santo, cioè nella fede; il fine è che la bontà di Dio sia glorificata. Questo non impedisce che Dio consideri le opere come cause inferiori, ma da dove deriva? È perché i predestinati dalla sua misericordia all'eredità della vita eterna, sono da lui introdotti, secondo il suo modo abituale di dispensare le cose, al possesso di quella vita per mezzo di buone opere. Così quel che precede, nell'ordine in cui dispensa le cose, lo chiama causa di quel che segue.

Per questa medesima ragione la Scrittura sembra talvolta voler dire che la vita eterna procede dalle buone opere: non che se ne debba attribuir loro la lode, ma perché Dio giustifica coloro che ha eletti, per glorificarli (Ro 8.30). La prima grazia, che è come un gradino verso la seconda, è definita causa. Tuttavia, al momento di stabilire la vera causa, la Scrittura non ci conduce alle opere, ma ci fa soffermare solo sulla meditazione della misericordia di Dio. E che cosa significa l'affermazione dell'apostolo secondo cui il salario del peccato è la morte, e la vita eterna è la grazia di Dio? (Ro 6.23). Perché non oppone la giustizia al peccato, come oppone la vita alla morte? Perché non pone la giustizia a causa di vita, come dice che il peccato è causa di morte? Perché così il paragone sarebbe stato completo, mentre ora è in qualche modo imperfetto. Ma ha voluto esprimere in questo paragone quel che è vero, cioè che la morte è dovuta all'uomo per i suoi meriti, ma che la vita è situata nella sola misericordia di Dio.

Riassumendo, tutte le espressioni che menzionano le buone opere, non mettono in questione la causa per la quale Dio fa del bene ai suoi, ma solo l'ordine da lui seguito: aggiungendo grazia su grazia, prende occasione dalle prime per aumentarle con le seconde, e accresce a tal punto la sua generosità che vuol farci pensare sempre alla sua elezione gratuita, sorgente di tutti i suoi benefici verso di noi. Sebbene ami e apprezzi i doni che quotidianamente ci elargisce, in quanto derivano da quella fonte, tuttavia, poiché è nostro compito fermarci all'accettazione gratuita, che sola può render salde le nostre anime, conviene mettere in seconda linea i doni del suo Spirito, di cui ci arricchisce, onde non tolgano autorità alla prima causa.