Letteratura/Istituzione/3-17

Indice generale

Istituzioni della religione cristiana (Calvino)

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CAPITOLO 17.

ACCORDO FRA LE PROMESSE DELLA LEGGE E DELL'EVANGELO

1. Proseguiamo l'esame degli argomenti con cui Satana tenta di distruggere o diminuire, attraverso i suoi satelliti, la giustificazione per mezzo della fede.

Penso sia già sottratta ai calunniatori la possibilità di presentarci come nemici delle buone opere. Infatti neghiamo che le opere giustificano, non affinché non se ne compiano o non si tengano in alcun conto, ma semplicemente perché non si confidi in loro, non ci si glori di loro, non si attribuisca loro la salvezza. La nostra fiducia, la nostra gloria e l'unico porto della nostra salvezza è infatti Gesù Cristo, il figlio di Dio, che è nostro ed in cui noi siamo figli di Dio ed eredi del regno celeste, chiamati alla speranza della beatitudine eterna, non già secondo la nostra dignità, ma secondo la benignità di Dio. Tuttavia, poiché ci assalgono ancora con altri argomenti, continuiamo a tener testa ai loro colpi.

Anzitutto, essi mettono avanti le promesse della Legge, che Dio ha fatte a coloro che la osservano; e ci chiedono se le consideriamo vane o di qualche valore. Dato che sarebbe sragionevole definirle vane, danno per certo il loro valore, e da ciò deducono che non siamo giustificati dalla sola fede, visto che il Signore parla in questo modo: "Se ascolti le mie prescrizioni, e le tieni a mente per metterle in pratica, il Signore ti manterrà la sua promessa, che ha giurato ai tuoi padri; ti amerà e ti moltiplicherà, e ti benedirà " (De 7.12-13). E: "Se raddrizzi le tue vie, senza piegarti agli dei stranieri, e pratichi la giustizia e la rettitudine, e non ti rivolgi al male, io abiterò con te " (Gr. 7.5-23). Non voglio citare mille altri passi, che potrebbero essere spiegati in modo analogo, visto che non differiscono da questi nel loro significato. L'argomento centrale è questo: Mosè attesta che la benedizione e la maledizione, la vita e la morte ci sono presentate nella Legge (De 11.26; 30.15). Bisogna dunque, secondo loro, che o rendiamo questa benedizione oziosa e sterile, oppure che confessiamo che la giustificazione non risiede nella fede soltanto.

Abbiamo precedentemente indicato che, dimorando nella Legge, esclusi da ogni benedizione, siamo avvolti nella maledizione denunciata per tutti i trasgressori (De 27.26). Infatti Dio non promette nulla se non a colui che osserva perfettamente la sua Legge, e questo non accade a nessun uomo al mondo. Rimane dunque sempre chiaro che la Legge sottopone tutto il genere umano alla maledizione e alla collera di Dio; e se vogliamo essere liberati da essa dobbiamo essere sottratti alla autorità della Legge ed essere trasferiti dalla servitù alla libertà. Non già in una libertà secondo la carne, che ci allontana dalla obbedienza della Legge e ci convoglia verso la dissolutezza e la licenza, allentando la briglia alle nostre concupiscenze scatenate, ma una libertà secondo lo Spirito, che consola e rende stabile la coscienza turbata e spaventata, indicandole che è liberata dalla maledizione e dalla condanna in cui la Legge la tiene prigioniera. Otteniamo questa liberazione quando, per mezzo della fede, afferriamo la misericordia di Dio in Cristo, e da essa siamo resi certi e sicuri della remissione dei peccati, del cui ricordo invece la Legge ci opprimeva e tormentava.

2. Per questo motivo, le promesse stesse che ci sono offerte nella Legge sarebbero infruttuose e prive di significato se la bontà di Dio non ci soccorresse con l'Evangelo. La condizione che compiamo la volontà di Dio, da cui esse dipendono, non si verificherà mai. Orbene il Signore ci viene in aiuto non già attribuendo una parte di giustizia alle nostre opere e supplendo quel che manca con la sua benignità, ma dando soltanto il suo Cristo quale compimento della giustizia. Infatti l'Apostolo, dopo aver detto che lui e tutti gli altri Giudei, consapevoli del fatto che l'uomo non può essere giustificato per mezzo delle opere della Legge, avevano creduto in Gesù Cristo, ne aggiunge il motivo: non già affinché fossero aiutati dalla fede in Cristo ad ottenere una perfetta giustizia, ma per essere giustificati senza le opere della Legge (Ga 2.16). Se i credenti si staccano dalla Legge e vengono alla fede per ottenere la giustizia, che non trovano nella Legge, rinunciano certo alla giustizia delle opere. Possiamo dunque sottolineare finché vogliamo le ricompense annunciate dalla Legge per coloro che la osservano, a condizione che si consideri pure che la nostra perversità fa sì che non ne riceviamo alcun frutto se non abbiamo prima ottenuto un'altra giustizia.

Così Davide, dopo aver parlato della ricompensa che Dio ha preparato per i suoi servitori, subito si volge al riconoscimento dei peccati, dai quali essa è annientata. Certo, egli indica i beni che ci dovrebbero provenire dalla Legge, ma quando aggiunge: "Chi conosce i suoi errori? " (Sl. 19.13) indica con ciò l'ostacolo che ci impedisce di goderne. Similmente in un altro passo, dopo aver detto che tutte le vie del Signore sono bontà e verità per coloro che lo temono, aggiunge: "A motivo del tuo nome, Signore, tu sarai benigno verso la mia iniquità, poiché essa è molto grande " (Sl. 25.10-11). Dobbiamo dunque riconoscere che la Legge ci presenta la benevolenza di Dio, se la potessimo acquistare per mezzo delle nostre opere; ma, per merito loro, non la otterremo mai.

3. Qualcuno obietterà: le promesse della Legge sono date invano, per dissolversi nel nulla? Ho già dichiarato che non è questo il mio pensiero; affermo che la loro efficacia non giunge a noi fintantoché esse sono riferite al merito delle opere e che, di conseguenza, se le si considera in se stesse sono, in qualche modo, abolite.

In questo senso l'Apostolo afferma che quella bella promessa, in cui Dio dice che ci ha dato delle buone prescrizioni per far vivere coloro che le compiranno (Ro 10.5; Le 18.5; Ez. 20.2) , non ha alcuna importanza se ci fermiamo ad essa, e che non ci gioverà più di quanto farebbe se non ci fosse stata data. Infatti quel che essa richiede non concerne neppure i più santi servitori di Dio, che sono tutti molto lontani dall'adempimento della Legge, e sono circondati da molte trasgressioni. Ma quando le promesse dell'evangelo assumono valore ed annunciano il perdono gratuito dei peccati, esse non solo ci rendono graditi a Dio, ma anche fanno sì che le nostre opere gli piacciano; e non soltanto affinché egli le accetti, ma affinché le ricompensi con le benedizioni che erano dovute alla completa osservanza della Legge, in base al patto che aveva stabilito.

Riconosco dunque che la ricompensa promessa dal Signore nella sua legge a tutti coloro che osservano giustizia e santità, è data alle opere dei credenti; ma in quella ricompensa bisogna considerare attentamente per quale ragione le opere sono gradite. Orbene, tre sono le cause.

La prima è che il Signore, distogliendo il suo sguardo dalle opere dei suoi servitori, che meritano sempre biasimo più che lode, li accoglie e riceve nel suo Cristo e, per mezzo della sola fede, senza alcun aiuto delle opere, li riconcilia a sé.

La seconda è che, per sua benignità paterna e indulgente concede alle loro opere, senza considerare se ne sono degne o meno, l'onore di tenerle in una certa considerazione e stima.

La terza è che egli riceve queste opere con misericordia, senza tener conto dell'imperfezione insita in loro, che le infanga al punto che meriterebbero di essere annoverate fra i peccati anziché fra le virtù.

I Sofisti della Sorbona si sono ingannati pensando risolvere il problema dicendo che le opere sono valide, per meritare la salvezza, non in base alla loro bontà intrinseca, ma perché Dio con la sua benignità vuol ritenerle tali. Ma essi non hanno osservato quanto le opere che pretendono meritorie sono lontane dalla condizione richiesta nelle promesse della Legge, a meno che non siano state precedute dalla giustificazione gratuita fondata sulla sola fede, e dal perdono dei peccati, per mezzo del quale anche le buone opere devono essere mondate dalle loro macchie. Perciò, delle tre cause addotte che fanno sì che le opere dei credenti siano accettate da Dio, ne hanno sottolineata una sola, tacendo sulle altre due, che sono le principali.

4. Essi citano l'affermazione di san Pietro, riferita da san Luca nel libro degli Atti: "In verità, trovo che Dio non ha riguardo alla qualità delle persone ma, in ogni nazione, colui che opera la giustizia gli è gradito " (At. 10.34). Da queste parole essi pensano dedurre un argomento valido: se l'uomo acquista favore di fronte a Dio per mezzo di opere buone, l'ottenere la salvezza non è opera della sola grazia di Dio; piuttosto, Dio viene a tal punto in aiuto al peccatore con la sua misericordia, da essere spinto a fare ciò per le buone opere di costui. Molte affermazioni della Scrittura non si possono assolutamente comprendere se non consideriamo un duplice modo di essere dell'uomo davanti a Dio. Infatti in base a quello che l'uomo è per sua natura, Dio non trova in lui nulla che lo spinga alla misericordia, se non pura miseria. Se dunque è noto che l'uomo quando per la prima volta è ricevuto da Dio è vuoto e spoglio di ogni bene, ma carico e pieno di ogni genere di mali, per quale virtù diremo noi che egli è degno della chiamata di Dio? Pertanto sia respinta ogni vana fantasticheria sul merito, dato che il Signore ci dimostra così apertamente la sua clemenza gratuita. Quello che nel medesimo passo l'angelo dice a Cornelio, che cioè le sue preghiere ed elemosine erano state gradite da Dio, è perversamente distorto da costoro, per provare che l'uomo è preparato dalle buone opere a ricevere la grazia di Dio. Bisognava che Cornelio fosse già illuminato dallo Spirito di saggezza, dato che era istruito nella vera saggezza, cioè nel timor di Dio. Era parimenti necessario che fosse santificato dal medesimo Spirito, poiché amava la giustizia che, come dice l'Apostolo, è frutto di esso (Ga 5.5). Riceveva dunque dalla grazia di Dio, lungi dall'essere pronto a riceverle per suo merito, tutte le cose che in lui erano gradite a Dio. Certo non si potrebbe addurre una sola sillaba della Scrittura, la quale non concordi con questo insegnamento: Dio non ha altro motivo per accogliere l'uomo nel suo amore se non perché lo vede del tutto perso, se è abbandonato a se stesso. Non volendolo lasciare nella perdizione, esercita la sua misericordia Cl. Liberarlo. Si vede dunque che questa accettazione non deriva dalla giustizia dell'uomo, ma è pura testimonianza della bontà di Dio verso i miseri peccatori, i quali altrimenti sono più che indegni di un tal beneficio.

5. Dio, dopo aver tratto fuori l'uomo da un simile abisso di perdizione, lo ha messo a parte per mezzo della grazia che gli ha fatto adottandolo, lo ha rigenerato e riformato in una nuova vita, e lo riceve accogliendolo come nuova creatura, con i doni del suo Spirito. Questa è l'accettazione di cui parla san Pietro. I credenti, dopo la loro chiamata, sono graditi a Dio, anche riguardo alle loro opere (1 Pi. 2.5) , poiché Dio non può non amare i beni che ha dato loro per mezzo del suo Spirito.

Non dobbiamo dimenticare che essi sono accettevoli a Dio riguardo alle loro opere, unicamente nella misura in cui Dio, a motivo dell'amore gratuito che ha per loro, accrescendo sempre più la sua generosità, accetta le loro opere. Da dove provengono le loro buone opere, se non dal fatto che il Signore, come li ha scelti quali strumenti di elezione, così li vuole ornare di vera purezza? (Ro 9.21). Per quale ragione sarebbero ritenute buone, come se non ci fosse nulla da ridire, se non perché questo buon padre perdona le macchie e le impurità da cui sono intaccate?

Questo, in definitiva, è il significato del passo di san Pietro: Dio ama i suoi figli, nei quali vede impressa la somiglianza del suo volto. Abbiamo precedentemente insegnato che la nostra rigenerazione è come una ricostituzione della sua immagine in noi. Poiché il Signore ama e onora a buon diritto la sua immagine ovunque egli la contempli, non senza ragione è detto che la vita dei credenti, formata e regolata dalla santità e dalla giustizia, gli è gradita. Ma i credenti, finché abitano nella loro carne mortale, sono ancora peccatori, e le loro buone opere sono appena all'inizio, abbondantemente contaminate dal peccato; Dio non può dunque essere propizio né ai suoi figli né alle loro opere, a meno che non li riceva in Cristo, piuttosto che in se stessi.

In questo senso dobbiamo intendere i passi che testimoniano che Dio è propizio e benefico verso coloro che vivono secondo giustizia. Mosè diceva agli Israeliti: "Il Signore, tuo Dio, conserva per mille generazioni la sua alleanza e la sua misericordia verso coloro che lo amano ed osservano i suoi comandamenti " (De 7.9). Questa affermazione era ripetuta fra il popolo a mo' di detto comune, come vediamo nella solenne preghiera di Salomone: "Signore, Dio di Israele, che conservi l'alleanza e la misericordia verso i tuoi servitori che camminano dinanzi a te con tutto il cuore " (2 Re 8.23). Altrettanto è detto nella preghiera di Nehemia (Ne 1.5). La ragione è questa: come il Signore, stabilendo una alleanza per grazia, richiede in cambio dai suoi servitori santità e integrità di vita affinché la sua bontà non sia oggetto di canzonatura e di disprezzo, e affinché nessuno si glori di un vano confidare nella sua misericordia, per essere tranquillo pur camminando in maniera perversa (De 29.18) , così, dopo averli accolti nella comunione della sua alleanza, li vuole esortare con questo mezzo a compiere il loro dovere. Nondimeno l'alleanza non cessa di essere gratuita fin dall'inizio, e di rimanere tale.

Su questa linea Davide, sebbene dica di aver ricevuto la ricompensa per la purezza delle sue mani (Sl. 18.20; Il Re 22.20) , non dimentica però il principio che ho ricordato; Dio lo ha tratto fuori dal ventre materno, perché lo ha amato. Così dicendo, sottolinea il carattere buono e giusto della sua causa, senza togliere autorità alla misericordia gratuita di Dio, la quale previene tutti i beni di cui è l'origine.

6. Sarà bene, intanto, notare qual è la differenza fra affermazioni di questo tipo e le promesse della Legge. Considero promesse della Legge non tutte quelle contenute qua e là nella legge di Mosè, parecchie delle quali sono conformi all'evangelo, ma intendo quelle che si riferiscono in modo specifico all'insegnamento della Legge. Tali promesse, comunque vengano denominate, promettono remunerazione e ricompensa a condizione che facciamo quel che è comandato. Quando però è detto che il Signore mantiene la promessa della sua misericordia a coloro che l'amano, si vuole indicare chi sono i suoi servitori, che hanno accolto di cuore la sua alleanza, piuttosto che esprimere il motivo per cui Dio è loro propizio. Come il Signore ci chiama con la sua benignità alla speranza della vita eterna, per essere temuto, amato ed onorato da noi, così tutte le promesse della sua misericordia, che si leggono nella Scrittura, sono a buon diritto rivolte allo scopo di farci onorare e temere l'autore di tali benefici. Tutte le volte che udiamo che il Signore ricompensa coloro che osservano la sua legge, ricordiamoci che così facendo la Scrittura definisce in modo perenne i figli di Dio. Ricordiamoci che ci ha adottati come suoi figli, affinché lo onorassimo come nostro Padre. Per non rinunciare al diritto della nostra adozione ci dobbiamo sforzare di tendere là dove la nostra vocazione ci conduce. D'altra parte teniamo per certo che il compimento della misericordia di Dio non dipende dalle opere dei credenti; ma il compimento della promessa di salvezza, in coloro che per dirittura di vita rispondono alla loro vocazione, avviene perché Dio riconosce in loro i veri contrassegni dei suoi figli: cioè i doni dello Spirito. Dobbiamo riferire a ciò quanto è detto nel quindicesimo Salmo sui cittadini di Gerusalemme: "Signore, chi abiterà nel tuo tabernacolo, e siederà sulla tua santa montagna? Colui che è innocente nelle sue mani e puro nel suo cuore " (Sl. 15.1-2). E in Isaia: "Chi abiterà Cl. Fuoco che divora ogni cosa? Colui che si attiene alla giustizia, parla con verità, ecc. " (Is. 33.14-15) , e altri passi simili. Ciò infatti non è detto per descrivere il fondamento sul quale i credenti devono stare saldi dinanzi a Dio, ma soltanto il modo in cui li chiama nella sua comunione e li mantiene in essa. Poiché egli odia il peccato ed ama la giustizia, purifica Cl. Suo Spirito coloro che vuole congiungere a se, per renderli conformi alla sua natura. Eppure se cerchiamo la causa prima in virtù della quale ci è aperta l'entrata nel regno di Dio e ci è data la possibilità di dimorarvi, la risposta è facile: è perché il Signore ci ha una volta adottati per sua misericordia e ci mantiene sempre in questa alleanza. Se si vuol sapere il modo in cui ciò avviene, allora bisogna parlare della nostra rigenerazione e dei suoi frutti, argomento di cui si parla in quel Salmo ed altri passi.

7. Sembra molto più difficile poter dare una spiegazione dei testi che sottolineano il valore delle buone opere dando loro il titolo di giustizia e dicendo che l'uomo è giustificato per mezzo loro.

Riguardo al primo caso, sappiamo che i comandamenti di Dio sono talvolta chiamati giustificazione e giustizia.

Riguardo al secondo, abbiamo un esempio in Mosè quando dice: "Questa sarà la nostra giustizia, se osserviamo tutti questi comandamenti " (De 6.25). E se si replica che è una promessa della Legge, cui è aggiunta una condizione impossibile, ve ne sono altre di cui non si potrebbe dire altrettanto. Come quando dice: "Ti sarà imputato a giustizia il restituire al povero il pegno che ti avrà dato " (De 24.13). Similmente il Profeta dice che lo zelo dimostrato da Fineas nel vendicare l'obbrobrio di Israele, gli è stato imputato a giustizia (Sl. 106.31). Per questo i farisei del nostro tempo pensano aver di che gridare contro di noi su questo punto. Infatti quando diciamo che, essendo stabilita la giustizia per mezzo della fede, bisogna che la giustizia delle opere sia abbattuta, deducono al contrario che se la giustizia proviene dalle opere non è vero che siamo giustificati dalla sola fede.

Che i comandamenti della Legge siano chiamati "giustizia ", non fa meraviglia, poiché in effetti lo sono. I lettori devono però notare che i Greci hanno tradotto impropriamente il termine ebraico, mettendo in luogo di editti o statuti, "giustificazioni ". Tuttavia non farò una questione di termini, poiché non neghiamo alla legge di Dio la caratteristica di contenere la giustizia perfetta. Debitori di tutto quanto essa richiede, quand'anche riuscissimo a soddisfarla, saremo ancora servi inutili; ma poiché il Signore ha dato all'osservanza della Legge l'onore di chiamarla "giustizia ", non tocca a noi sottrarle quel che egli le ha dato. Riconosciamo dunque volentieri che l'ubbidire alla Legge è giustizia, che l'osservare ogni comandamento è una parte di questa giustizia, a condizione che nessuna delle altre parti venga meno. Contestiamo che una tal giustizia sia reperibile in questo mondo. Per questo motivo aboliamo la giustizia della Legge; non che, di per se, essa sia insufficiente, ma perché a causa della debolezza della nostra carne essa non si realizza mai.

Qualcuno potrà obiettare che la Scrittura non chiama "giustizia "soltanto i precetti di Dio, ma che essa attribuisce questo titolo anche alle opere dei credenti, come quando afferma che Zaccaria e sua moglie hanno osservato i comandamenti del Signore (Lu 1.6). Rispondo che, parlando in tal modo, la Scrittura stima le opere più in considerazione della natura della Legge, che per la loro entità. Inoltre la traduzione imperfetta dei Greci non deve essere vincolante per noi; ma poiché san Luca non ha voluto modificare nulla in quel che era accettato ai suoi tempi, tralascerò volentieri questo punto. È vero che il Signore, per mezzo del contenuto della sua Legge, ha indicato agli uomini qual è la giustizia; ma noi non mettiamo in atto questa giustizia, se non osservando tutta la Legge, poiché essa è corrotta da una sola trasgressione. La Legge insegna soltanto la giustizia: se guardiamo ad essa, tutti i suoi comandamenti sono giustizia. Ma se consideriamo gli uomini, essi non meriteranno lode di giustizia per aver osservato un comandamento, poiché ne trasgrediscono parecchi e non compiono, per ubbidire a Dio, alcuna opera che non sia in qualche modo viziata dalla sua imperfezione.

La nostra risposta è dunque questa: quando le opere dei santi sono definite "giustizia", questo non si riferisce ai loro meriti, ma al fatto che esse tendono alla giustizia che Dio ci ha ordinato, giustizia che è nulla se non è perfetta. Ma essa non è perfetta in alcun uomo al mondo; di conseguenza bisogna concludere che una buona opera non merita, da sola, il nome di giustizia.

8. Affronto ora la seconda categoria di passi, in cui risiede la maggior difficoltà. L'argomento più solido con cui san Paolo prova la giustizia della fede consiste nel citare quel che è scritto da Mosè, che la fede è stata imputata ad Abramo in conto di giustizia (Ga 3.6). Poiché lo zelo di Fineas, secondo il Profeta, gli è stato messo in conto di giustizia (Sl. 106.31) , quel che san Paolo deduce dalla fede lo si potrà dire anche delle opere. Da ciò i nostri avversari, come se avessero in mano la vittoria, stabiliscono che, sebbene non siamo giustificati senza fede tuttavia non siamo giustificati dalla sola fede, ma che bisogna unire ad essa le opere per completare la giustizia.

Invito tutte le persone tementi Dio, consapevoli perciò del fatto che bisogna attingere la regola della giustizia dalla sola Scrittura, di voler considerare con me, con diligenza ed umiltà di cuore, come la Scrittura non si contraddica su questo punto, a meno di ricorrere a cavilli.

San Paolo, sapendo che la giustizia della fede è un rifugio per coloro che sono privi di una loro propria giustizia, trae coraggiosamente la conclusione che chiunque è giustificato per fede è escluso dalla giustizia delle opere. Sapendo che la giustizia della fede è comune a tutti i servitori di Dio, deduce d'altra parte, con altrettanta fiducia, che nessuno è giustificato dalle opere ma, al contrario, che siamo giustificati senza alcun aiuto delle nostre opere.

Sono però cose diverse discutere sul valore delle opere in se stesse, oppure sulla considerazione in cui sono tenute dinanzi a Dio, una volta stabilita la giustizia della fede. Se si tratta di valutare le opere in base alla loro dignità, diciamo che esse sono indegne di essere presentate dinanzi a Dio, dato che non c'è uomo al mondo che trovi nelle sue opere qualcosa di cui si possa gloriare dinanzi a Dio. Ne consegue dunque che tutti, privati di ogni aiuto da parte delle loro opere, sono giustificati dalla sola fede.

Affermiamo che la giustizia consiste in questo: il peccatore, accolto nella comunione con Cristo, è per sua grazia riconciliato con Dio in quanto, purificato dal suo sangue, ottiene la remissione dei peccati, e rivestito della giustizia di Cristo come della sua propria, può sussistere dinanzi al tribunale di Dio. Stabilita la remissione dei peccati, le opere che seguono non sono giudicate in base al loro merito. Infatti quanto vi è di imperfetto in loro, è ricoperto dalla perfezione di Cristo; quanto vi è di immondo e di macchiato è nettato dalla sua purezza, per non essere giudicato. Cancellata così la colpa delle trasgressioni, la quale impediva agli uomini di produrre alcunché di gradito a Dio, sepolti i difetti e le imperfezioni da cui tutte le buone opere sono intaccate e macchiate, a quel momento le buone opere dei credenti sono considerate giuste o, se si preferisce, sono imputate a giustizia.

9. Se qualcuno mi muove una tale obiezione per attaccare la giustizia della fede, gli chiederò anzitutto se un uomo deve essere considerato giusto per due o tre opere buone, pur essendo trasgressore della Legge in tutte le altre. Questo sarebbe assurdo.

Poi gli chiederò se anche per parecchie buone opere è da considerare giusto, quando lo si può trovar colpevole in qualcosa.

E il mio avversario non oserà sostenerlo, visto che è contraddetto dall'affermazione con cui Dio dichiara maledetti coloro che non avranno compiuto tutti i precetti della Legge (De 27.26).

Faccio un passo ancora, chiedendo se c'è una sola opera buona in cui non si debba scorgere qualche impurità o imperfezione. Ma come potrebbe accadere questo dinanzi agli occhi di Dio, per i quali neanche le stelle sono pure e chiare, né gli angeli sono giusti? (Gb. 4.18).

A questo punto il mio interlocutore sarà costretto ad ammettere che non esiste alcuna buona opera la quale non sia infangata e corrotta e dalle trasgressioni che l'uomo avrà commesso in altro modo, e dalla sua propria imperfezione, e perciò non sarà degna di meritare il nome di giustizia.

Se è chiaro che dalla giustificazione per fede consegue che le opere altrimenti impure, corrotte, indegne di comparire dinanzi a Dio (e quindi lungi dall'essergli gradite ) sono invece imputate a giustizia, perché citare la giustizia delle opere per distruggere quella della fede, da cui essa è prodotta ed in cui consiste? Vorremmo forse una discendenza di serpenti, in cui i figli distruggono la madre? A questo mirano le parole dei nostri avversari. Non possono negare che la giustificazione per fede è inizio, fondamento, causa, materia, sostanza della giustizia delle opere. Tuttavia, concludono che l'uomo non è giustificato dalla fede, in quanto le buone opere sono imputate a giustizia.

Tralasciamo dunque queste chiacchiere e riconosciamo le cose come veramente sono: se tutta la giustizia che può risiedere nelle nostre opere procede e dipende dalla giustificazione per fede, non solo questa non è per nulla sminuita da quella, ma ne è piuttosto confermata, e la sua potenza appare più vasta. Inoltre è errato pensare che le opere siano a tal punto apprezzate dopo la giustificazione gratuita, da sostituirvisi per giustificare l'uomo, oppure che lo giustifichino a metà con la fede. Se infatti la giustizia della fede non permane sempre nella sua interezza, l'impurità delle opere sarà scoperta ed esse non meriteranno altro che condanna. Non è affatto assurdo dire che l'uomo è giustificato per fede e che non solo diviene giusto nella sua persona, ma che pure le sue opere sono considerate giuste senza averlo meritato.

10. Così facendo non solo ammettiamo che vi è una parte di giustizia nelle opere (come pretendono i nostri avversari ) , ma che esse sono approvate da Dio come se fossero perfette, purché ci ricordiamo su che cosa si fonda la loro giustizia, e questo risolverà ogni difficoltà. L'opera comincia infatti ad essere gradita a Dio, quando egli la riceve perdonando. Ma da dove viene questo perdono, se non dal fatto che Dio guarda attraverso Gesù Cristo le nostre persone e tutto quel che procede da noi? Come ci presentiamo giusti davanti a Dio, dopo esser stati fatti membra di Cristo, in quanto per mezzo della sua innocenza le nostre colpe sono nascoste, così le nostre opere sono considerate giuste, in quanto il peccato che è in loro, ricoperto dalla purezza di Cristo, non ci è imputato.

Possiamo dire a buon diritto che non soltanto l'uomo, ma anche le sue opere sono giustificate per mezzo della sola fede. Se questa giustizia delle opere procede in tutto e per tutto dalla fede e dalla giustificazione gratuita, non dobbiamo servircene per distruggere o per oscurare la grazia da cui dipende, ma dobbiamo piuttosto includervela e riferirvela, come il frutto all'albero.

Così san Paolo, volendo provare che la nostra beatitudine si fonda sulla misericordia di Dio e non sulle nostre opere, sottolinea con vigore quel che dice Davide: "Beati coloro ai quali le iniquità sono perdonate ed i cui peccati sono nascosti. Beato l'uomo al quale il Signore non imputa le sue colpe " (Ro 4.7; Sl. 32.1-2).

Se, al contrario, qualcuno volesse citare una serie di affermazioni che paiono fondare sulle nostre opere la beatitudine, come quando è detto: "Beato l'uomo che teme Dio (Sl. 112.1) , che ha pietà del povero afflitto (Pr 14.21) , che non ha camminato secondo il consiglio degli empi (Sl. 1.1) , che sopporta la tentazione (Gm. 1.12) , che conserva la giustizia ed il retto intendimento (Sl. 106.3). Beati i poveri nello spirito " (Mt. 5.3) , ecc tutto ciò non impedirà che quanto dice san Paolo rimanga vero. Infatti le virtù quivi elencate non sono mai tutte presenti nell'uomo, al punto da poter essere accettate da Dio per loro merito: l'uomo è sempre misero, finché non è liberato dalla sua miseria con la remissione dei peccati.

Se dunque tutte le beatitudini che la Scrittura elenca sono nulle e periscono, al punto che l'uomo non può goderne alcun frutto se non ottiene in primo luogo la beatitudine della remissione dei suoi peccati, la quale dà origine a tutte le altre benedizioni di Dio, ne deriva che una tal beatitudine gratuita non solo è sovrana e primaria, ma unica, a meno che non vogliamo che sia distrutta e abolita dalle benedizioni che traggono origine da lei sola.

Che, nella Scrittura, i credenti siano spesso detti "giusti "non ci deve turbare, né far nascere in noi qualche scrupolo. Ricevono questo titolo a motivo della santità della loro vita. Ma dato che si applicano a seguire la giustizia, più di quanto riescano a compierla, è logico che la giustizia proveniente dalle opere sia, in blocco, sottomessa a quella proveniente dalla fede, sulla quale è fondata e da cui trae la sua essenza.

11. I nostri avversari affermano inoltre che san Giacomo ci contraddice in modo inconfutabile. Infatti insegna che Abramo è stato giustificato dalle opere, e che noi pure siamo giustificati dalle opere e non dalla sola fede (Gm. 2.14).

Vogliono forse contrapporre san Giacomo e san Paolo? Se si considera san Giacomo ministro di Cristo, bisogna valutare la sua affermazione in modo che non contraddica Cristo, il quale ha parlato per bocca di san Paolo. Per bocca di san Paolo lo Spirito Santo afferma che Abramo ha ottenuto la giustizia per mezzo della fede, e non per mezzo delle sue opere, e che bisogna anche che siamo tutti giustificati senza le opere della Legge. Il medesimo Spirito dichiara per mezzo di san Giacomo, che la nostra giustizia consiste nelle opere, e non solo nella fede. È certo che lo Spirito non si contraddice. Quale sarà dunque l'accordo fra queste due affermazioni?

Basta ai nostri avversari poter sradicare la giustizia della fede, che vogliamo radicata nel profondo del cuore. Di dar riposo alle coscienze, non si preoccupano molto. Si vede dunque come si sforzano di scrollare la giustizia della fede, ma senza indicare alcuna regola certa di giustizia, a cui le coscienze si possano riferire. Trionfino dunque finché vogliono, a condizione che non si possano vantare di altra vittoria che di aver tolto ogni certezza di giustizia. Otterranno quella triste vittoria nei punti in cui, avendo spento ogni luce di verità, avranno accecato il mondo con le loro tenebre. Ma ovunque la verità di Dio rimarrà ferma, non avranno alcun vantaggio.

Contesto dunque che dia loro ragione in qualche modo l'affermazione di san Giacomo, che hanno sempre sulle labbra e che costituisce il loro grande scudo. Per eliminare questo ostacolo, dobbiamo anzitutto considerare lo scopo a cui egli tende, poi osservare in che cosa essi si ingannano

Dato che c'erano allora molte persone (questo male si riscontra sempre nella Chiesa), che mostravano la loro infedeltà disprezzando tutto quel che è proprio dei credenti, senza tuttavia cessare di gloriarsi in maniera falsa del titolo di fede, san Giacomo colpisce questa assurda pretesa. Non intende affatto, dunque, diffamare la vera fede, ma dichiarare quanto siano inetti i chiacchieroni, paghi di una vana parvenza di fede, i quali, accontentandosi di tale apparenza, conducono tuttavia una vita dissoluta.

Detto ciò, è ora facile giudicare in che cosa si sbagliano i nostri avversari; danno una interpretazione errata dei due termini "fede "e "giustificare ".

Quando san Giacomo nomina la fede, intende una credenza frivola, ben diversa dalla vera fede; e lo fa con una specie di concessione, come indica fin dall'inizio, con le parole: "A che giova, fratelli, se qualcuno dice di aver fede, ma non ha le opere? " (Gm. 2.14). Non dice: se qualcuno ha la fede senza le opere, ma: se si vanta di averla. Poi, in modo ancora più esplicito, quando definisce ironicamente questa fede peggiore della conoscenza dei diavoli; infine, chiamandola fede "morta ". Si potrà sufficientemente capire quel che intende con la definizione che ne dà: tu credi, dice, che c'è un Dio. Certo, se tutta la tua fede si limita a credere che c'è un Dio, non fa meraviglia che essa non possa giustificare. E non bisogna pensare che ciò esuli dalla fede cristiana, la cui natura è ben diversa. Infatti, in che modo la vera fede giustifica, se non unendoci a Gesù Cristo affinché, essendo fatti uno con lui, godiamo della partecipazione alla sua giustizia? Essa non giustifica dunque perché ha in qualche modo capito la divinità, ma perché fa riposare l'uomo nella certezza della misericordia di Dio.

12. Rimarremo lontani dallo scopo finché non avremo scoperto l'altro errore. Infatti pare che san Giacomo ponga una parte della nostra giustificazione nelle opere. Ma se vogliamo intenderlo conformemente a tutta la Scrittura e a se stesso, è necessario considerare su questo punto il vocabolo "giustificare "in un senso un po' diverso che in san Paolo. Infatti san Paolo si serve del verbo "giustificare "quando, cancellato il ricordo della nostra ingiustizia, siamo considerati giusti. Se san Giacomo si fosse messo in quella prospettiva, avrebbe citato a sproposito la testimonianza di Mosè, che Abramo credette in Dio e ciò gli fu messo in conto di giustizia. Di conseguenza aggiunge che Abramo ottenne giustizia per mezzo delle sue opere, in quanto non aveva esitato ad immolare il suo figlio secondo l'ordine di Dio, e che così si compì la Scrittura che afferma aver egli creduto in Dio, e che ciò gli fu messo in conto di giustizia. Se è assurdo che l'effetto preceda la sua causa, o Mosè in quel punto non dice il vero, affermando che la fede è stata messa ad Abramo in conto di giustizia, oppure non ha meritato la sua giustizia per mezzo dell'obbedienza che ha reso a Dio volendo sacrificare Isacco. Abramo è stato giustificato per la sua fede prima che Ismaele fosse concepito, e questi era già alto, prima della nascita di Isacco. Come diremo dunque che si è acquistato la giustizia per mezzo di un'obbedienza venuta molto più tardi? Perciò, o san Giacomo ha capovolto tutto l'ordine (e non è lecito pensarlo ) oppure, dicendo che è stato giustificato, non ha voluto dire che ha meritato di esser considerato giusto.

Che significa dunque tutto questo? È chiaro che parla della dichiarazione di giustizia dinanzi agli uomini, e non dell'imputazione di giustizia da parte di Dio; come se dicesse: coloro che sono giusti per fede, provano la loro giustizia per mezzo dell'obbedienza e delle buone opere, e non già per mezzo di una nuda ed immaginaria sembianza di fede. Insomma, non chiede con quali mezzi siano giustificati, ma richiede dai credenti una giustizia che si riveli attraverso le opere. E come san Paolo afferma che l'uomo è giustificato senza l'aiuto delle sue opere, così san Giacomo non ammette che colui che si dice giusto sia sprovvisto di buone opere.

Questa considerazione ci libererà da ogni scrupolo. Infatti i nostri avversari si ingannano soprattutto pensando che san Giacomo stabilisca qual è il modo di essere giustificato: invece si limita a cercar di abbattere la vana fiducia di coloro che, per scusare la loro indifferenza a compiere il bene, si attribuiscono falsamente il titolo di fede. Perciò, in qualunque modo girino e rigirino le parole di san Giacomo, non potranno trarne che queste due affermazioni: che un vano immaginare di aver la fede non ci giustifica, e che il credente, lungi dall'accontentarsi di una tal fantasticheria, palesa la sua giustizia attraverso le buone opere.

13. Il passo di san Paolo che citano in questo senso, non li aiuta affatto: che cioè saranno giustificati coloro che mettono in pratica la Legge, non coloro che l'ascoltano (Ro 2.13).

Non voglio prendere la scappatoia di sant'Ambrogio, il quale afferma che ciò è detto perché il compimento della Legge è la fede in Cristo. Mi sembra sotterfugio inutile quando la via maestra è aperta. In quel passo, san Paolo fiacca l'orgoglio dei Giudei, che si vantavano di conoscere la Legge senza metterla in pratica. Affinché, dunque, non si compiacciano tanto in una semplice conoscenza, li ammonisce che se cerchiamo nella Legge la nostra giustizia, bisogna osservarla, e non solo conoscerla. Non mettiamo in dubbio che la giustizia della Legge consista in buone opere e non neghiamo che nell'osservanza completa della santità e dell'innocenza risieda una piena giustizia; ma non è ancora provato che siamo giustificati per mezzo delle opere, a meno che non spunti qualcuno che abbia osservato interamente la Legge.

Che san Paolo non abbia voluto intendere altro, è attestato dal procedere della sua dimostrazione.

Dopo aver condannato per ingiustizia sia i Giudei sia i Gentili, indifferentemente, scende nei dettagli, dicendo che coloro che hanno peccato senza la Legge, periranno senza la Legge, e questo riguarda i Gentili; d'altra parte, coloro che hanno peccato avendo la Legge, saranno giudicati in base ad essa, e questo riguarda i Giudei. Orbene poiché costoro, chiudendo gli occhi sulle loro trasgressioni, si gloriano solo della Legge, aggiunge quel che ben si addiceva, che la Legge non era loro data affinché fossero resi giusti solamente ascoltando la sua voce, ma obbedendo ai suoi comandamenti. Come se dicesse: cerchi tu la giustizia nella Legge? Non riferirti soltanto all'udire, che ha in se poca importanza, ma produci opere per mezzo delle quali si possa dimostrare che la Legge non ti è stata data invano. Tutti venivano meno in ciò, di conseguenza erano spogliati dalla gloria cui miravano. Perciò bisogna piuttosto dedurre dall'affermazione di san Paolo un argomento contrario: che se la giustizia della Legge è situata nel compimento delle buone opere, e se nessuno si può vantare di aver soddisfatto la Legge per mezzo delle sue opere, la giustizia della Legge è nulla fra gli uomini.

14. I nostri avversari ci assalgono con citazioni di credenti che offrono coraggiosamente la loro giustizia a Dio perché sia esaminata, e desiderano ricevere un giudizio in base ad essa. Come quando Davide dice: "Giudicami, Signore, secondo la mia giustizia e secondo l'innocenza che è in me " (Sl. 7.9); "Esaudisci, Signore, la mia giustizia; tu hai provato il mio cuore e l'hai visitato di notte, e non hai trovato in me iniquità " (Sl. 17.1-3); "Il Signore mi retribuirà secondo la mia giustizia, e mi ricompenserà secondo la purezza delle mie mani, poiché ho serbato la retta via, e non mi sono allontanato dal mio Dio " (Sl. 18.21); "Giudicami, Signore, poiché ho camminato con innocenza. Non mi sono seduto nelle file dei bugiardi, e non mi sono mescolato con i malvagi. Non perdere dunque la mia anima con gli iniqui " (Sl. 26.1.9). Ho parlato poco fa della fiducia che i credenti sembrano riporre nelle loro opere. I passi che abbiamo qui citati non pongono gravi problemi, se si considerano nel loro contesto, che è duplice. Infatti i credenti non vogliono che sia la loro vita nel suo insieme ad essere esaminata, per essere assolti o condannati in base ad essa, ma presentano a Dio qualche causa particolare perché li giudichi. In secondo luogo, si attribuiscono giustizia non già in confronto alla perfezione di Dio, ma in confronto ai malvagi ed agli iniqui.

Anzitutto, quando si tratta di giustificare l'uomo, non solo è richiesto che egli sia a posto in una situazione particolare, ma che abbia una piena giustizia per tutto il corso della sua vita, cosa che nessuno ha avuto e avrà mai. Nelle preghiere in cui i santi invocano il giudizio di Dio, per provare la loro innocenza, non vogliono vantarsi di essere puri e netti da ogni peccato, e dire che non v'è nulla da rimproverare nella loro vita: ma dopo aver riposto ogni fiducia di salvezza nella bontà di Dio, certi che egli è il protettore dei poveri per vendicare le offese che si fanno loro, e per difenderli quando li si colpisce ingiustamente, gli affidano la loro causa, perché sono afflitti pur essendo innocenti.

D'altra parte, presentandosi con i loro avversari dinanzi al trono di Dio, non si valgono di una innocenza che possa rispondere alla sua purezza, se fosse esaminata secondo il suo rigore; ma sapendo che la loro sincerità, giustizia e semplicità sono piacevoli e gradite a Dio in confronto alla malizia, cattiveria e astuzia dei loro avversari, non esitano ad invocare Dio come giudice fra loro e gli iniqui. In tal modo, quando Davide diceva a Saul: "Che il Signore restituisca ad ognuno secondo la giustizia e verità che troverà in lui " (1 Re 26.23) non intendeva dire che Dio esaminasse ciascuno in se stesso e lo remunerasse in base ai suoi meriti, ma attestava dinanzi a Dio la sua innocenza nei confronti dell'iniquità di Saul. Anche quando san Paolo si gloria, in base alla buona testimonianza della sua coscienza, di aver fatto il suo dovere con semplicità e integrità (2 Co. 1.2; At. 23.1) non intende valersi di questa gloria quando comparirà di fronte al giudizio di Dio; ma, angustiato dalle calunnie dei malvagi, contrappone alla loro maldicenza la sua lealtà ed onestà, che egli sapeva essere note e gradite a Dio. Vediamo infatti quel che afferma altrove: non si sente per nulla colpevole, ma non per questo è giustificato (1 Co. 4.4). Certo, sapeva bene che il giudizio di Dio è ben diverso dalla stima degli uomini.

Perciò, benché i credenti citino Dio come testimone e giudice della loro innocenza contro la cattiveria degli ipocriti, tuttavia quando hanno a che fare con Dio solo, gridano tutti ad una voce: "Signore, se tu prendi in considerazione le iniquità, chi potrà sussistere? " (Sl. 130.3); e ancora: "Signore, non venire in giudizio con i tuoi servitori, poiché nessun vivente sarà giustificato dinanzi a te " (Sl. 143.2). E, diffidando delle loro opere, riconoscono volentieri che la sua bontà val più della vita (Sl. 63.4).

15. Vi sono altri passi, quasi simili, in cui qualcuno potrebbe trovare problemi. Salomone dice che colui che cammina con integrità, è giusto; che nella via della giustizia si troverà la vita, e che non ci sarà morte (Pr 20.7; 12, z8). Per la stessa ragione, Ez.chiele dichiara che colui che si atterrà alla giustizia vivrà per sempre (Ez. 18.9.21; 33.15).

Non vogliamo negare né dissimulare né oscurare alcuna di queste cose. Ma si presenti anche una sola persona provvista di una simile integrità! Se non si trova alcun uomo mortale che possa farlo, bisogna che o tutti periscano dinanzi al giudizio di Dio, o che abbiano il loro rifugio nella sua misericordia. Tuttavia non neghiamo che l'integrità dei credenti, per quanto imperfetta e molto criticabile, sia per loro come un passo verso l'immortalità; ma da dove proviene questo, se non dal fatto che quando il Signore ha ricevuto un uomo nell'alleanza della sua grazia, non esamina le sue opere secondo i loro meriti, ma le accoglie con paterna benignità, senza che esse ne siano degne? Con queste parole non vogliamo intendere soltanto quel che insegnano gli Scolastici, cioè che le opere ricevono il loro valore dalla grazia di Dio che le accetta; in tal modo costoro intendono che le opere, altrimenti insufficienti per acquistare la salvezza secondo il patto della Legge, ricevono la loro sufficienza per il fatto che sono apprezzate e accettate da Dio. Dico, al contrario, che tutte le opere, contaminate e da altre trasgressioni e dalle loro macchie, non possono avere alcun valore, se non in quanto il nostro Signore non imputa le macchie da cui sono intaccate, e perdona all'uomo tutte le sue colpe, il che significa dare una giustizia gratuita. E non c'è ragione di valersi qua delle preghiere che fa talvolta san Paolo, in cui desidera per i credenti una così grande perfezione, da essere trovati irreprensibili e senza colpa dinanzi al giudizio del Signore (Ef. 1.4; Fl. 2.15; 1 Ts. 3.13). I Celestini, antichi eretici si valevano di tali affermazioni per provare che l'uomo può raggiungere, nella vita presente, una giustizia perfetta. Rispondiamo con sant'Agostino quel che pensiamo possa bastare, che cioè tutti i credenti devono aspirare a comparire un giorno dinanzi a Dio puri e senza macchia; ma poiché la condizione migliore e più perfetta che riusciamo a raggiungere nella vita presente non è altro che un progredire di giorno in giorno, giungeremo a quello scopo quando, spogliati della nostra carne peccaminosa, aderiremo pienamente al nostro Dio.

Non vorrei sembrare ostinato nel negare che si possa attribuire ai santi il titolo di perfezione, purché la si definisca come sant'Agostino, che scrive nel suo terzo libro a Bonifacio: "Quando definiamo "perfetta "la virtù dei santi, alla perfezione di questa è richiesta la conoscenza dell'imperfezione: cioè che in verità e in umiltà i santi riconoscano quanto sono imperfetti ".