Letteratura/Istituzione/4-03

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Indice generale

Istituzioni della religione cristiana (Calvino)

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CAPITOLO 3

DEI DOTTORI E MINISTRI DELLA CHIESA, DELLA LORO ELEZIONE E DEL LORO UFFICIO

1. È necessario esaminare ora con quale ordine Dio abbia voluto fosse governata la sua Chiesa. Quantunque, infatti, lui solo abbia a governare e regnare su di essa e avere in essa ogni preminenza, il suo dominio e il suo regno si debbano esercitare mediante la sua parola soltanto, egli tuttavia non dimora in mezzo a noi con una presenza visibile (Mt. 26.2) , in modo tale che possiamo udire dalla sua bocca stessa qual sia la sua volontà, perciò si serve, a questo scopo, del servizio di uomini, facendoli suoi luogotenenti; non per rassegnare il suo onore e la sua autorità nelle loro mani, ma soltanto per compiere, per mezzo loro, la sua opera come un artigiano si serve di uno strumento.

Sono costretto a ripetere quanto detto sopra. E bensì vero che egli potrebbe compiere questo da solo, senza aiuto o strumento alcuno, o mediante i suoi angeli, sussistono però alcuni motivi per cui egli preferisce agire per mezzo di uomini.

In primo luogo egli mostra così quale considerazione abbia per noi, in quanto sceglie fra gli uomini coloro che vuole suoi ambasciatori, con la missione di annunziare la sua volontà al mondo, i quali anzi, rappresentano la sua persona; in questo dimostra che in effetti non è senza ragione che ci chiama frequentemente "suoi templi ", visto che ci parla per bocca degli uomini come da cielo.

In secondo luogo si tratta di un esercizio utile e profittevole in vista dell'umiltà, in quanto ci abituiamo ad obbedire alla sua parola anche quando sia predicata da uomini simili a noi; a volte anzi inferiori in dignità. Se egli stesso parlasse dal cielo non desterebbe stupore il fatto che tutti accoglierebbero il suo dire con riverenza e timore. Chi infatti non sarebbe stupito dalla sua potenza qualora la vedesse palese dinanzi agli occhi? Chi non sarebbe spaventato al primo sguardo della sua maestà? Chi non sarebbe confuso vedendo la sua luce infinita? Quando però parla nel nome di Dio un uomo di misera condizione e senza autorità alcuna quanto alla sua persona, in tal caso diamo prova autentica e certa della nostra umiltà e dell'onore che abbiamo per Dio, non facendo difficoltà a mostrarci sottomessi al suo ministero, quantunque la sua persona non abbia alcuna superiorità nei nostri confronti. Dio nasconde così il tesoro della sua celeste sapienza in fragili recipienti di terra (2 Co. 4.7) allo scopo di sperimentare meglio quale sia l'affetto che abbiamo per lui.

In terzo luogo, nulla poteva essere più atto a mantenere fra noi uno spirito di fraterna carità che il legarci con questo vincolo, ordinando che uno fosse pastore per ammaestrare gli altri e facendo sì che questi ricevano da lui insegnamento e istruzione. Perché, se ognuno avesse in se tutto ciò che gli occorre, senza aver bisogno degli altri, dato il carattere orgoglioso della nostra natura, ognuno di noi disprezzerebbe il suo prossimo e sarebbe da lui disprezzato.

Dio pertanto ha collegato la sua Chiesa con un legame che considerava essere il più idoneo, per conservarne l'unità, affidando ad uomini la salvezza e la vita eterna affinché fosse mediata agli altri per mezzo loro.

Questo considerava san Paolo quando, scrivendo agli Efesini, diceva: "Vi è un corpo unico ed un unico Spirito, come pure siete stati chiamati ad un'unica speranza, quella della vostra vocazione. 5'è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un Dio unico e Padre di tutti, che è sopra tuttora tutti ed in tutti. Ma a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono largito da Cristo. È detto perciò che, essendo salito ha condotto i suoi nemici prigionieri, e ha fatto dei doni agli uomini. Colui che e salito era innanzi sceso, ed è ris.lito per compiere ogni cosa. Perciò ha ordinato gli uni apostoli, gli altri profeti, gli altri evangelisti, gli altri pastori e dottori per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministero, in vista di edificare il corpo di Cristo, finché giungiamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del figlio di Dio, allo stato di uomini fatti; affinché non siamo dei bambini sballottati da ogni vento di dottrina, ma che, seguitando verità in carità, noi cresciamo in colui che è il Capo, cioè Cristo, da cui il corpo essendo ben collegato mediante le sue giunture prende accrescimento nella carità, secondo la grazia che è data a ciascun membro " (Ef. 4.4)

2. Con queste parole viene affermato in primo luogo che il ministero degli uomini, di cui Dio si serve per governare la sua Chiesa, è come il legame dei nervi per unire in un corpo i credenti.

In secondo luogo è dimostrato che la Chiesa non si può mantenere nella sua interezza se non valendosi di questi mezzi che il Signore ha istituiti per la sua conservazione: "Gesù Cristo "dice "è salito in alto per compiere o riempire ogni cosa " (Ef. 4.10). Ora, il mezzo per raggiungere questa pienezza è la dispensazione e la distribuzione alla Chiesa delle sue grazie, mediante i suoi servi, che ha insediato in questo ufficio, e a cui ha dato la facoltà di assolvere; anzi, in loro, egli si rende presente alla Chiesa dando efficacia al loro ministero per virtù del suo Spirito affinché la loro opera non risulti vana.

Così dunque si compie il perfezionamento dei santi, così viene edificato il corpo di Cristo (Ef. 4.12) , così cresciamo in ogni cosa in colui che è il capo, e siamo fra noi uniti, così siamo tutti ricondotti all'unità di Cristo: quando cioè la profezia si attua fra noi, riceviamo gli apostoli, non disprezziamo a dottrina che ci viene offerta. Chiunque intenda abolire tale ordinamento e tale governo, ovvero lo disprezzi, considerandolo non necessario lavora dunque a disperdere la Chiesa anzi a ditruggerla interamente. Non v'è infatti luce solare, cibo o bevanda che sia così necessario alla conservazione della vita del corpo quanto lo è il ministero degli apostoli e dei pastori, per la conservazione della Chiesa.

3. Perciò ho già stabilito che nostro Signore ha esaltata la dignità di tale ufficio con ogni lode, affinché lo tenessimo in considerazione quale realtà eccellente fra tutte.

Quando ordina ai profeti di gridare che sono belli i piedi degli evangelisti e che la loro venuta è motivo di felicità (Is. 52.7) , quando chiama gli apostoli "luce del mondo "e "sale della terra " (Mt. 5.13-14) dimostra con ciò di voler fare agli uomini una grazia singolare dando loro dei dottori. E infine non avrebbe potuto tenere in maggior considerazione questo stato che dicendo agli apostoli: "Chi vi ascolta mi ascolta; chi vi respinge mi respinge " (Lu 10.16). Nessun testo però è più chiaro di quello della epistola ai Corinzi dove Paolo affronta di proposito questa questione.

Egli afferma che non v'è nulla di più degno ed eccellente nella Chiesa che il ministero dell'evangelo, in quanto ministero dello Spirito, della salvezza, della vita eterna (2 Co. 4.6; 3.9).

Tutte queste dichiarazioni, ed altre simili, hanno lo scopo di ammonirci a non disprezzare o annullare, per noncuranza nostra, il governo della Chiesa mediante il ministero degli uomini che Gesù Cristo ha istituito per durare sempre.

Anzi ha dichiarato non solo a parole ma con l'esempio quanto ciò fosse necessario. Volendo illuminare in modo completo, nella conoscenza dell'evangelo, il centurione Cornelio gli mandò un messaggero per metterlo in contatto con san Pietro (At. 10.3). Quando volle chiamare a se san Paolo e riceverlo nella sua Chiesa gli parlò direttamente, nondimeno lo rimandò ad un uomo mortale per ricevere la dottrina della salvezza ed il sacramento del battesimo (At. 9.6). Se non è accaduto a caso che un angelo, messaggero di Dio ben altrimenti qualificato, si sia trattenuto dall'annunziare l'Evangelo ma sia andato in cerca di un uomo per farlo, che Gesù Cristo, unico maestro dei credenti, anziché istruire san Paolo lo abbia inviato alla scuola di un uomo, quel san Paolo, si noti, che intendeva rapire al terzo cielo per rivelargli segreti ineffabili (2 Co. 12.2) chi oserà, dopo questo, disprezzare il ministero umano o lasciarlo come cosa superflua, visto che nostro Signore ne ha approvato in questo modo l'uso e la necessità.

4. Facendo menzione di coloro che nella Chiesa occupano un posto di preminenza per reggerla secondo l'ordine di Cristo, san Paolo parla in primo luogo degli apostoli, poi dei profeti, in terzo luogo degli evangelisti, poi i pastori e infine i dottori (Ef. 4.2). Fra tutti costoro, pero, due sono gli uffici a carattere ordinario nella Chiesa cristiana, gli altri sono stati suscitati per grazia di Dio, all'inizio, quando cioè l'Evangelo cominciò ad essere predicato, quantunque a volte ne susciti oggi ancora quando se ne presenta la necessità.

Quale sia l'ufficio di apostolo ) appare evidente dall'ordine che è stato loro rivolto: "Andate, predicate l'Evangelo ad ogni creatura " (Mr. 16.15). Non vengono assegnati a ciascuno precisi limiti territoriali, ma è affidato loro l'incarico di ridurre all'obbedienza di Cristo il mondo intero, affinché, seminando l'Evangelo ovunque sia possibile, stabiliscano il suo Regno in ogni nazione.

Perciò san Paolo, volendo garantire il suo apostolato, non dice di aver acquisito a Cristo luoghi determinati, ma di aver annunziato l'Evangelo qua e là, e non costruendo sul fondamento degli altri, ma fondando Chiese dove il nome del Signore Gesù non era ancora stato udito (Ro 15.19-20). Gli apostoli dunque sono stati inviati per ricondurre il mondo dalla dissipazione in cui si trovava, all'obbedienza di Dio ed edificare ovunque il suo Regno, mediante la predicazione dell'evangelo, ovvero, se si preferisce esprimere la cosa diversamente, porre le fondamenta della Chiesa in tutto il mondo come capo mastri della costruzione.

San Paolo chiama profeti non ogni commentatore della volontà divina in generale, ma colui che aveva fra gli altri qualche rivelazione particolare. Or di profeti siffatti non ne esistono ai tempi nostri oppure non hanno la notorietà che avevano allora.

Col nome di evangelisti egli intende un ufficio simile a quelli degli apostoli, quantunque inferiore a dignità, come furono Luca, Timoteo, Tito e altri simili. Possiamo forse includere in questa categoria i settanta discepoli che Gesù Cristo elesse per essere ministri in secondo grado, dopo i suoi apostoli (Lu 10.1). Se si accetta questa interpretazione del testo di Paolo, come penso debba farsi, questi tre uffici non vennero istituiti per essere perpetui nella Chiesa ma solo per il tempo in cui era necessario organizzare le Chiese laddove non esistevano, o annunciare Gesù Cristo agli Ebrei affin di condurli a lui quale loro Redentore. Non escludo che Dio abbia ancora suscitato degli apostoli, in seguito, o degli evangelisti in loro vece, come vediamo essere accaduto ai nostri giorni. Poiché era necessario che vi fossero tali uomini per ricondurre sulla retta via il misero popolo della Chiesa traviato dall'anticristo. Non dimeno si tratta, lo riaffermo, di un ufficio straordinario che non ha motivo di essere laddove le Chiese siano rettamente organizzate.

Seguono i dottori e pastori di cui la Chiesa non può mai fare a meno. Considero che la differenza tra queste due categorie di ministeri consista nel fatto che i dottori non hanno incarico disciplinare, né di amministrazione dei sacramenti, né di fare esortazioni o ammonizioni, ma solo di esporre la Scrittura affinché sia sempre conservata nella Chiesa una dottrina pura e sana. La carica di pastore invece ricomprende tutte queste mansioni.

5. Abbiamo così definito quali siano gli uffici stabiliti per un tempo nella Chiesa e quali siano destinati a durare in perpetuo. Se congiungiamo evangelisti e apostoli siamo in presenza di due coppie di ministeri corrispondenti l'una all'altra. Le affinità tra dottori e profeti si riscontrano tra apostoli e pastori.

L'ufficio dei profeti è stato più eccelso, a motivo del dono singolare di rivelazione fatto loro ma l'ufficio di dottore ha in ogni cosa il medesimo scopo e si attua quasi con i medesimi mezzi. Nello stesso modo i dodici apostoli che Gesù Cristo ha scelto per annunziare il suo Evangelo hanno superato in dignità e importanza tutti gli altri. Poiché, quantunque secondo il significato del termine ogni ministro dell'evangelo possa dirsi apostolo (per il fatto di essere inviato da Dio e messaggero ) , tuttavia, poiché richiedevasi che fosse approvato da testimonianze sicure la vocazione di quelli che dovevano annunziare l'Evangelo,

In tempi in cui risultava sconosciuto, era opportuno che i dodici che avevano tale incarico (Lu 6.13) , e Paolo aggiuntosi appresso a loro (Ga 1.1) , fossero insigniti di un titolo più eccelso degli altri. San Paolo fa bensì ad Andronico e Giunio l'onore di chiamarli Cl. Nome di "apostoli ", anzi dicendoli eccellenti fra gli altri (Ro 16.7) , quando però intende parlare in senso proprio non attribuisce questo titolo se non a coloro che godevano della suddetta preminenza; tale risulta essere l'uso comune della Scrittura.

Tuttavia i pastori ricoprono una carica simile a quella degli apostoli, con l'eccezione che ognuno di essi ha la sua Chiesa particolare. È: necessario esaminare più ampiamente questo punto.

6. Nostro Signore inviando i suoi apostoli in missione ordinò loro, come abbiamo già detto 8, di predicare l'Evangelo e di battezzare ogni credente nella remissione dei peccati (Mt. 28.19). Aveva però ordinato loro, in precedenza, di distribuire, seguendo il suo esempio, il sacramento del suo corpo e del suo sangue (Lu 22.19). Ecco una norma inviolabile imposta a tutti coloro che si dicono successori degli apostoli e che sono tenuti ad osservare in perpetuo: predicare l'Evangelo e amministrare sacramenti. Ne deduco che chi trascuri l'uno o l'altro non ha diritto di rifarsi agli apostoli.

Che diremo riguardo ai pastori? San Paolo non parla di se stesso ma di tutti loro quando afferma: "Ci si consideri servi di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio " (1 Co. 4.1). Parimenti, in un altro testo: "Bisogna che il vescovo sia attaccato alla Parola, onde sia capace di esortare nella sana dottrina e di convincere i contraddittori " (Tt 1.9). A queste due citazioni e da altre consimili possiamo dedurre che l'ufficio dei pastori comprende questi due elementi: annunziare l'Evangelo e l'amministrare i sacramenti

L'insegnare non consiste solo nella predicazione pubblica, ma comprende altresì le ammonizioni individuali. San Paolo pertanto si appella alla testimonianza degli Efesini affermando che non li ha lasciati senza annunziare loro quanto era utile sapere, insegnando pubblicamente e nelle case, esortando Giude. E Gentili al ravvedimento e alla fede in Gesù Cristo (At. 20.20). Parimenti, poco appresso, dichiara che non ha cessato dall'ammonire tutti con lacrime.

Non è mia intenzione esporre in questa sede tutte le qualità di un buon pastore ma di illustrare, brevemente, quale impegno assumano coloro che si dicono pastori e pretendono essere considerati tali: è loro domandato di presiedere nella Chiesa in modo tale da non rivestire una dignità inutile ma di istruire il popolo nella dottrina cristiana, amministrare i sacramenti, correggere gli errori con sagge ammonizioni usando la disciplina paterna usata da Gesù Cristo. Poiché Dio ricorda a tutti coloro che ha posti quali sentinelle della Chiesa che se alcuno perisce nella sua ignoranza a causa della loro negligenza il sangue di costoro verrà loro richiesto (Ez. 3.17). Similmente è da riferirsi a tutti la parola di san Paolo, quando afferma che sono maledetti se non predicano l'Evangelo dato che ne è stata loro rivolta vocazione (1 Co. 9.16. Infine, quanto gli apostoli hanno fatto attraverso il mondo, ogni pastore è tenuto a farlo nella Chiesa che gli è stata affidata.

7. Assegnando ad ogni pastore la propria Chiesa non intendiamo negare che chi si trova impegnato in un luogo non possa utilmente aiutare altre Chiese, sia che vi sorga qualche crisi, che possa essere risolta dalla loro presenza, sia che nascano delle difficoltà, in cui si richieda il loro consiglio. Ma poiché è necessario, per il mantenimento della pace nella Chiesa, che ognuno assolva il suo compito affinché tutti non accorrano nel medesimo luogo recandosi fastidio l'un l'altro e provocando confusione, e, similmente, affinché coloro che tengono il proprio profitto e la propria comodità in maggior considerazione che l'edificazione della Chiesa non abbandonino la loro sede, seguendo la propria fantasia, si deve mantenere, per quanto possibile, questa suddivisione geografica affinché ognuno, mantenendosi nei propri confini, non si immischi degli incarichi altrui.

Questa non è invenzione umana ma istituzione di Dio stesso. Leggiamo infatti che Paolo e Barnaba hanno ordinati preti in tutte le Chiese di Listra, di Antiochia e di Iconio (At. 14.22). San Paolo perciò ordina a Tito di consacrare dei vescovi in ogni luogo (Tt 1.5) - Secondo questi princìpi egli menziona i vescovi di Filippi (Fl. 1.1). Ed in un altro testo Archippo, vescovo dei Colossesi (Cl. 4.17). Similmente san Luca riferisce la predicazione che egli fece ai preti della Chiesa di Efeso (At. 20.18).

Chi assume pertanto la carica di una Chiesa, sappia che è obbligato a servirla secondo la vocazione divina. Non già che egli sia legato in modo tale da non potersi muovere quando la necessità lo richieda, purché ciò avvenga con ordine. Intendo però che chi è chiamato in un luogo non deve pensare ad effettuare cambiamenti o prendere ogni giorno nuove decisioni secondo il proprio vantaggio. In secondo luogo quando sia utile che qualcuno cambi di sede, vorrei che egli non facesse questo di sua propria iniziativa ma lasciandosi guidare dall'autorità generale della Chiesa.

8. Ho seguito, nell'adoperare indifferentemente i termini: vescovo, prete, pastore, ministro, l'uso della Scrittura che se ne serve per indicare la stessa funzione. Tutti coloro che hanno il compito di amministrare la Parola sono quivi detti vescovi.

San Paolo, dopo aver ordinato a Tito di stabilire preti in ogni luogo, aggiunge subito: "bisogna che il vescovo sia irreprensibile " (Tt 1.5-7). Parimenti rivolge il suo saluto ai vescovi di Filippi (Fl. 1.1) , che risultano essere parecchi in un solo luogo. E san Luca, dopo aver detto che san Paolo convocò i preti di Efeso, li chiama vescovi.

Si noterà che abbiamo menzionato sin qui solo uffici aventi attinenza con l'amministrazione della Parola, gli unici cui san Paolo si riferisce nel già citato capitolo quarto degli Efesini. Nell'epistola ai Romani e nella I Corinzi però ne elenca altri, quali: "autorità, dono delle guarigioni, governo, interpretazione delle lingue, responsabilità della cura dei poveri ". Tralasciamo quelli che sono stati istituiti solo per un tempo e su cui non occorre per il momento soffermarci.

Vi sono però due tipi destinati a durare: il governo e la cura dei poveri. Sono d'avviso che egli indichi, con l'espressione "governo ", gli anziani che venivano eletti nel popolo per assistere i vescovi nell'esercizio della disciplina. Non si può infatti interpretare in altro modo l'affermazione: "Colui che governalo faccia con diligenza " (Ro 12.8). Risulta pertanto che ogni Chiesa ha avuto, sin dall'inizio, un consiglio o concistoro di uomini retti, di condotta santa, rivestiti di autorità per correggere i vizi come appresso vedremo. L'esperienza dimostrando che tale situazione non è stata solo per un tempo, si deve ritenere che questo incarico di governo è necessario in ogni tempo.

9. La cura dei poveri è stata affidata ai diaconi, quantunque san Paolo nell'epistola ai Romani ne menzioni due tipi: "Quello che dà dia con semplicità, e quello che esercita la misericordia lo faccia con gioia ". Riferendosi indubbiamente agli uffici pubblici della Chiesa si deve ritenere che siano state due forme di diaconato. Se non mi inganno, nel primo caso, egli allude ai diaconi che distribuivano le elemosine, nel secondo a quelli incaricati di provvedere ai poveri e servirli, come ad esempio le vedove, di cui accenna scrivendo a Timoteo (1 Ti. 5.10).

Poiché le donne non potevano esercitare pubblico ufficio all'infuori del servizio dei poveri. Se accogliamo questa tesi, fondata su valide motivazioni, risulteranno esserci due tipi di diaconi: i primi al servizio della Chiesa nell'amministrazione e distribuzione dei beni ai poveri, i secondi nel provvedere agli ammalati ed agli altri indigenti.

Quantunque il concetto di diaconia abbia un significato assai più ampio, tuttavia la Scrittura definisce diaconi in modo particolare coloro che sono costituiti dalla Chiesa per distribuire l'elemosina ed hanno la funzione quasi di esattori e procuratori dei poveri, la cui origine, istituzione, carica è descritta da san Luca negli (At. 6.3). Era sorta, infatti, fra i Greci una lamentela per il fatto che le loro vedove non erano tenute da conto nella distribuzione dei doni ai poveri, gli apostoli, giustificando l'impossibilità di provvedere a due uffici, quali la predicazione e la cura dei poveri, chiesero al popolo di eleggere sette uomini di buona fama che assumessero tale incarico.

Questi furono i diaconi dell'età apostolica, e tali uomini dobbiamo avere oggi seguendo l'esempio della Chiesa primitiva.

10. Poiché ogni cosa, nella Chiesa, deve essere fatta con ordine e decoro (1 Co. 14.40) si applicherà questa regola in modo particolare nel campo del governo; considerando che in questo settore i pericoli sono maggiori che in ogni altro, qualora si verifichi qualche disordine. Ad evitare perciò che spiriti superficiali e turbolenti si introducessero con temerarietà nell'ufficio di insegnamento o di governo della Chiesa, nostro Signore ha esplicitamente ordinato che nessuno assumesse un ministero pubblico senza aver ricevuto vocazione.

Perché un uomo debba essere considerato vero ministro della Chiesa è pertanto richiesto, in primo luogo, che egli sia chiamato nel modo dovuto (Eb. 5.4); in secondo luogo che egli adempia la sua vocazione, cioè esegua l'incarico assunto, come si può ricavare da parecchi testi di san Paolo.

Poiché, volendo giustificare il suo apostolato, menziona comunemente sia la vocazione che la fedeltà del suo impegno. Se un ministro di Gesù Cristo di tale levatura non si vuole attribuire autorità alcuna, se non in virtù dell'essere stabilito per ordine del Signore e dell'adempimento fedele della sua missione, quale mancanza di pudore risulterà esservi quando alcuno, chiunque sia, intenda usurpare questo stesso onore senza vocazione o senza adempiere il compito del suo ufficio. Avendo noi però trattato più sopra della carica ecclesiastica, occorre menzionare ora la sola vocazione.

11. Il problema consta di quattro elementi: quali debbano essere i ministri che si eleggono, come debba avvenire l'elezione, a chi spetti il diritto di eleggerli, con quali cerimonie debbano essere insediati nel loro ufficio. Mi riferisco qui alla sola vocazione esteriore, che fa parte della disciplina ecclesiastica, passando sotto silenzio la vocazione segreta di cui ogni ministro deve avere coscienza davanti a Dio e di cui gli uomini non possono essere testimoni.

Questa vocazione segreta è la ferma certezza che dobbiamo avere, nel cuor nostro, del fatto che la scelta di questa condizione non è stata determinata da cupidigia o ambizione ma da un autentico timore di Dio e dal desiderio di edificare la Chiesa. Questo è richiesto, come ho detto, a tutti noi ministri se vogliamo che il nostro ministero sia approvato da Dio. Tuttavia se qualcuno vi entrasse con cattive intenzioni, non per questo verrebbe meno la vocazione per quanto riguarda la realtà ecclesiastica finché la sua malvagità non diventi palese. Siamo soliti dire che un uomo è chiamato al ministero, quando lo consideriamo adatto ad esso, in quanto la scienza, il timor di Dio e le altre qualità di un buon pastore sono come una preparazione per il ministero. Poiché, a coloro che sono chiamati a questo ufficio, Dio fornisce in precedenza gli strumenti necessari per assolverlo affinché non vi giungano sprovvisti ed impreparati.

San Paolo pertanto nella I lettera ai Corinzi volendo trattare degli uffici ecclesiastici, inizia con l'elencare i doni che debbono possedere coloro che sono chiamati (1 Co. 12.7). Essendo questo il primo dei quattro argomenti che ho menzionato iniziamo la trattazione con questo.

12. Quali debbano essere coloro che vengono eletti vescovi è illustrato ampiamente da san Paolo in due testi (1 Ti. 3.1 ; Tt 1.7). Il pensiero fondamentale tuttavia si riassume in questo: non si eleggano persone che non abbiano sana dottrina e vita santa, o siano inficiati da qualche vizio palese che li renda spregevoli e renda il loro ministero oggetto di critica. Considerazioni analoghe valgano per i diaconi e i preti.

Per prima cosa occorre considerare che non siano inetti o incapaci a reggere la carica loro affidata, siano cioè provveduti dei doni necessari per adempiere il loro incarico. In questo modo nostro Signore Gesù Cristo, volendo inviare i suoi apostoli, li ha anzitutto dotati e riforniti di quelle armi e di quegli strumenti di cui non potevano fare a meno (Lu 21.15; 24.49; At. 1.8). E san Paolo avendo descritto un buon vescovo, esorta Timoteo a non contaminarsi eleggendo persone che non abbiano tali requisiti (1 Ti. 5.22).

Il problema della elezione non consiste nella cerimonia ma nella vigilanza e nella sollecitudine di cui si deve usare nel procedere a tale elezione. In questo contesto si spiegano i digiuni e le preghiere che, a dire di san Luca, facevano i credenti prima di nominare dei preti (At. 14.23). Poiché, consci del fatto che trattavasi di una decisione di grande importanza, non osavano prendere iniziativa alcuna se non con estremo timore, meditando lungamente su quanto avevano da fare. Ed in modo principale si sentivano in dovere di pregare Dio per chiedere lo spirito di consiglio e di discernimento.

13. Il terzo punto della nostra trattazione riguarda le persone a cui spetta il diritto di eleggere i ministri non è possibile ricavare una regola normativa dall'istituzione o elezione degli apostoli, per il fatto che non fu affatto simile alla vocazione comune degli altri ministri. Trattandosi, nel caso loro, di un ufficio eccezionale, che implicava una qualche preminenza sugli altri, dovevano essere eletti per bocca stessa. Del Signore. Gli apostoli dunque non sono stati ordinati nella loro carica mediante una elezione umana, ma dal solo ordine di Dio e di Gesù Cristo. Da ciò deriva altresì il fatto che quando vollero sostituire Giuda non osarono procedere alla nomina di alcuno ma ne scelsero due, pregando Dio di dichiarare mediante la sorte quale avesse scelto (At. 1.23). Nello stesso senso deve essere inteso quanto dice san Paolo ai Galati negando di essere stato creato apostolo per volontà di uomini, o da uomini, ma da Gesù Cristo e da Dio Padre (Ga 1.12).

Per quanto concerne il primo punto: il non essere stato eletto per decisione umana, questo gli fu comune con tutti i buoni ministri. Poiché nessuno può esercitare il santo ministero della Parola qualora non sia chiamato da Dio. Riguardo all'altro fatto: il non essere eletto da uomini, si tratta di un elemento caratteristico e particolare. Quando pertanto egli si vanta di non essere stato eletto da uomini non intende solo gloriarsi di ciò che ogni buon pastore deve avere, ma intende altresì garantire il suo apostolato. Vivevano infatti fra i Galati persone che si sforzavano di sminuire la sua autorità, affermando non essere l'apostolo che un discepolo insignificante ordinato dagli apostoli; per mantenere la divinità della sua predicazione, che quei malvagi volevano sminuire, era necessario che egli mostrasse di non essere in nulla inferiore agli altri apostoli. Egli afferma pertanto non esser stato eletto sulla base del giudizio di uomini, come erano i pastori comuni, ma per ordine e decreto di Dio.

14. Che la vocazione legittima di un vescovo richieda la sua elezione da parte degli uomini, nessuna persona di buon senso vorrà contestarlo, considerando le numerose testimonianze della Scrittura al riguardo.

Né questo risulta contraddetto da quel testo di san Paolo che abbiamo esaminato, dove dice che non è stato eletto né dagli uomini né per mezzo di uomini (Ga 1.1) , dato che in questo non parla dell'elezione ordinaria dei ministri ma del privilegio particolare degli apostoli. E quantunque egli sia stato eletto dal Signore in modo eccezionale, è tuttavia presente nella sua vocazione l'ordinamento ecclesiastico. Narra infatti san Luca che, quando gli apostoli pregavano e digiunavano, lo Spirito Santo disse loro: "Mettetemi da parte Paolo e Barnaba per l'opera alla quale li ho chiamati " (At. 13.2). Che significato può avere questa messa a parte e l'imposizione delle mani quando già lo Spirito Santo aveva attestato la sua elezione, se non per garantire la norma ecclesiastica che i ministri fossero eletti dagli uomini? Né Dio poteva dare la sua approvazione a quest'ordine in modo più evidente e con un esempio più notevole, che richiedendo l'ordinazione di san Paolo da parte della Chiesa dopo aver dichiarato che lo costituiva apostolo delle genti.

Il medesimo fatto si può altresì notare nella elezione di Mattia (At. 1.23). Essendo il ministero apostolico così elevato la Chiesa non ebbe l'ardire di porvi un uomo, a suo giudizio, ma ne scelse due da presentare alla sorte. In tal modo il governo della Chiesa si esercitava in questa elezione eppure si lasciava a Dio di mostrare quale dei due avesse eletto.

15. Un problema da affrontare ora è quello di sapere se un ministro debba essere eletto da tutta la Chiesa o dagli altri ministri e anziani, oppure se debba essere ordinato da un uomo solo.

Quelli che vogliono affidare questo compito all'autorità di uno solo citano le parole di san Paolo a Tito: "Ti ho lasciato a Creta affinché tu istituisca dei preti in ogni città " (Tt 1.5). Parimenti a Timoteo: "Non imporre le mani ad alcuno con precipitazione " (1 Ti. 5.22). Chi immaginasse che Timoteo abbia esercitato in Efeso una sorta di autorità monarchica, disponendo a suo piacimento ogni cosa, e che Tito abbia fatto lo stesso in Creta si ingannerebbe grandemente. Entrambi hanno presieduto alle elezioni per condurre il popolo con saggi consigli e non certo per fare e decidere ciò che a loro piaceva ad esclusione degli altri. Dimostrerò, con un esempio, che questo non è frutto di mia invenzione. San Luca narra che Paolo e Barnaba hanno creato nella Chiesa dei preti, ma nel menzionare questi fatti ne sottolinea subito le modalità; li hanno creati mediante suffragio o, come dice il termine greco, mediante la voce del popolo (At. 14.23).

Non erano dunque loro a scegliere, ma il popolo, che esprimeva, secondo l'uso del paese, la sua scelta, con alzata di mano come testimoniano gli storici. Si tratta di un'espressione comune, come quando gli storici dicono che un console creava gli ufficiali raccogliendo i suffragi popolari e presiedendo alle elezioni. Non è certo pensabile che Paolo abbia concesso a Tito e a Timoteo di prendere delle iniziative che egli stesso non 5i era sentito di prendere. Ora sappiamo che avevano l'abitudine di creare i ministri sulla base del consenso e dei suffragi del popolo. Si devono dunque interpretare i testi summenzionati nel senso che la libertà e il diritto della Chiesa non debbano essere in nulla cancellati o sminuiti.

San Cipriano afferma giustamente che in base all'autorità di Dio un prete viene eletto in presenza di tutti, affinché sia considerato degno ed idoneo in base della testimonianza del popolo.

Vediamo infatti che questo è stato prescritto dal comandamento divino per i sacerdoti levitici presentati al popolo prima della consacrazione (Le 8.6 ; Nu. 20.26). In questo modo Mattia fu aggiunto al gruppo degli apostoli, e non diversamente furono creati i sette diaconi (At. 1.15 ; 6.2).

Questi esempi ci mostrano, afferma san Cipriano, che un sacerdote non deve essere creato se non coll'assistenza del popolo affinché l'elezione risulti valida e legittima in quanto vagliata dalla testimonianza di tutti.

Ne risulta che la vocazione di un ministro ordinato dalla parola di Dio è dunque da ritenersi valida quando colui che è stato ritenuto idoneo sia stato creato tale Cl. Consenso e la approvazione del popolo. Del rimanente i pastori presiedano alle elezioni affinché non vengano effettuate dal popolo con leggerezza, intrighi o tumulti.

16. Ci rimane da trattare ora il quarto punto: la cerimonia dell'ordinazione. Risulta evidente che gli apostoli non ne ebbero altre all'infuori dell'imposizione delle mani. Ritengo abbiano ricevuto questo uso dalla tradizione dei Giudei che presentavano a Dio, mediante l'imposizione delle mani, ciò che volevano benedire e consacrare. Così Giacobbe, volendo benedire Efraim e Manasse, pose le sue mani sul suo capo (Ge 48.14). Altrettanto fece nostro Signore Gesù con i bambini per cui pregava (Mt. 19.15). Per lo stesso motivo, penso, la Legge prescriveva di imporre le mani ai sacrifici che si offrivano.

Gli apostoli pertanto, mediante l'imposizione delle mani, intendevano significare che colui che introducevano nel ministero era offerto a Dio, quantunque abbiano anche imposto le mani a coloro ai quali conferivano i doni visibili dello Spirito Santo (At. 19.6). Comunque sia hanno ricorso a questa cerimonia solenne ogni qualvolta hanno ordinato nel ministero ecclesiastico qualcuno, come constatiamo nel caso di pastori, dottori e diaconi.

Ora, quantunque manchi un comandamento esplicito concernente la imposizione delle mani, constatando che gli apostoli hanno costantemente seguito quella prassi, dobbiamo ritenere normativo ciò che hanno fatto con tanta diligenza. È certo cosa utile onorare dinnanzi al popolo la dignità del ministero mediante tali cerimonie e ricordare in tal modo a colui che è ordinato che non appartiene più a se stesso ma è consacrato al servizio di Dio e della Chiesa.

Anzi, non siamo in presenza di un segno privo di contenuto e di forza quando venga ripristinato nella sua autenticità originaria. Poiché se lo Spirito di Dio non ha istituito nella Chiesa alcunché di inutile dobbiamo pensare che tale cerimonia, procedendo da lui, non è insignificante, non venga pervertita da forme superstiziose.

Dobbiamo infine notare che tutto il popolo non poneva la mano sui ministri ma solo gli altri ministri, quantunque non risulti chiaramente se questo venisse fatto da parecchi o da uno solo. È, chiaro che questo fu fatto per i sette diaconi, per Paolo e Barnaba e per alcuni altri (At. 6.6). Ma san Paolo ricorda di aver imposto lui solo le mani a Timoteo: "Ti ricordo "dice "di ravvivare il dono di Dio che è in te per la imposizione delle mie mani " (2Ti 1.6). Riguardo a quanto egli afferma in un altro testo, circa l'imposizione delle mani del sacerdozio (1 Ti. 4.14) , non lo interpreto come alcuni fanno, nel senso che egli alluda al corpo degli anziani, ma come un'allusione all'ufficio e al ministero, quasi dicesse: vigila affinché non risulti vana la grazia da te ricevuta mediante l'imposizione delle mie mani quando ti elessi nell'ordine del sacerdozio.