Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Epistola dedicatoria

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Al re di Francia, cristianissimo, Francesco primo di questo nome, suo Principe e sovrano Signore,

Giovanni Calvino, pace e salvezza nel nostro Signore Gesù Cristo.

All’inizio, quando mi sono applicato a scrivere questo libro, non pensavo affatto, Sire, di scrivere cose da presentare a Vostra Maestà. Il mio intento era soltanto insegnare alcuni rudimenti, mediante i quali coloro che fossero toccati da un sincero desiderio di Dio potessero essere istruiti alla vera pietà. E, in particolare, volevo con questa mia fatica servire i nostri Francesi: ne vedevo molti aver fame e sete di Gesù Cristo, e pochissimi averne ricevuto una conoscenza corretta. Questa mia deliberazione si potrà facilmente riconoscere dal libro, in quanto l’ho adattato alla forma d’insegnamento più semplice che mi è stato possibile.

Ma vedendo che la furia di alcuni empi si era tanto innalzata nel vostro regno da non lasciare più alcuno spazio a una sana dottrina, mi è parso opportuno fare di questo libro non solo un mezzo d’istruzione per coloro che avevo deciso di formare, ma anche una confessione di fede rivolta a voi, affinché possiate conoscere qual è la dottrina contro la quale, con tanta rabbia, si sono infiammati quelli che oggi sconvolgono il vostro regno con il fuoco e con la spada. Non avrò alcuna vergogna nel confessare che ho qui raccolto quasi una somma di quella medesima dottrina che essi ritengono debba essere punita con prigione, esilio, proscrizione e rogo; e che gridano debba essere scacciata da terra e da mare.

So bene quali racconti orribili abbiano riempito le vostre orecchie e il vostro cuore, per rendere la nostra causa estremamente odiosa. Ma, secondo la vostra clemenza e mansuetudine, dovete considerare che non resterebbe più alcuna innocenza né nei detti né nei fatti, se bastasse l’accusa. Certo, se qualcuno, per suscitare odio contro questa dottrina della quale mi sforzo di rendervi ragione, obietta che essa è già condannata col consenso comune di tutti gli ordini del regno e che ha ricevuto molte sentenze contro di sé, non dirà altro se non questo: che in parte essa è stata violentemente abbattuta dalla potenza e dalla congiura degli avversari, e in parte oppressa con malizia dai loro inganni, menzogne, calunnie e tradimenti.

È violenza e prepotenza il fatto che si pronuncino sentenze crudeli contro di essa prima ancora che abbia potuto difendersi. È frode e tradimento che, senza motivo, venga bollata come sedizione e delitto. E perché nessuno pensi che ci lamentiamo a torto, voi stesso, Sire, potete esserne testimone: con quante false calunnie essa viene ogni giorno diffamata presso di voi! Si dice cioè che non tende ad altro se non a far crollare ogni regno e ogni ordinamento civile, turbare la pace, abolire le leggi, dissipare signorie e possedimenti; in breve, rovesciare ogni cosa nel disordine. Eppure voi non ne udite che la minima parte. Tra il popolo si seminano contro di essa accuse ancora più mostruose; e se fossero vere, a buon diritto il mondo intero potrebbe giudicare essa e i suoi autori degni di mille roghi e mille patiboli.

E chi si meraviglierà, allora, se essa è così odiata da tutti, dal momento che si dà credito a detrazioni tanto ingiuste? Ecco perché tutti gli ordini, di comune accordo, cospirano per condannare sia noi sia la nostra dottrina. Coloro che sono deputati a giudicarla, trascinati da tale passione, pronunciano come sentenza l’opinione che si sono portati da casa; e credono di aver adempiuto bene il loro ufficio se non condannano a morte nessuno, se non coloro che, per confessione o per testimonianza “certa”, risultano colpevoli. Ma di quale crimine? “Di questa dottrina condannata”, dicono. Ma con quale titolo è condannata? Proprio qui stava il punto della difesa: non rinnegare quella dottrina, ma sostenerla come vera. Qui si toglie perfino il permesso di aprire bocca.

Perciò non senza ragione, Sire, vi chiedo di prendere piena conoscenza di questa causa, che finora è stata trattata confusamente, senza alcun ordine di diritto, più per ardore impetuoso che per moderazione e gravità giudiziaria. E non pensate che io voglia trattare qui una difesa personale, per ottenere di rientrare nel paese della mia nascita: benché io vi porti l’affetto umano che è dovuto, tuttavia, come stanno ora le cose, non soffro un grande dolore nel esserne privo. Io intraprendo la causa comune di tutte le persone credenti, e anzi quella stessa di Cristo, la quale oggi nel vostro regno è così lacerata e calpestata che sembra quasi disperata. E ciò è avvenuto più per la tirannia di alcuni “farisei” che per vostra volontà; ma non è necessario dirlo qui.

La necessità di ascoltare la causa dell’Evangelo

In ogni caso, essa è grandemente afflitta. La potenza degli avversari di Dio è giunta a tanto che la verità di Cristo, pur non essendo distrutta, è nascosta e sepolta come cosa ignominiosa; e la povera Chiesa o è consumata con morti crudeli, o scacciata con esili, o tanto stordita da minacce e terrori da non osare pronunciare parola. E tuttavia essi insistono con la loro solita furia per abbattere la parete che hanno già scosso e completare la rovina che hanno iniziato.

Nel frattempo nessuno si fa avanti per opporsi a tali furie. E se qualcuno vuole apparire come grande favoreggiatore della verità, dice che bisogna in qualche modo perdonare l’imprudenza e l’ignoranza della gente semplice. Così chiamano “imprudenza e ignoranza” la certissima verità di Dio; e “gente semplice” coloro che il nostro Signore ha stimato al punto da comunicare loro i segreti della sua sapienza celeste. Così tutti si vergognano dell’Evangelo.

Ora, è vostro compito, Sire, non distogliere né le vostre orecchie né il vostro coraggio da una difesa così giusta, soprattutto quando è in gioco una cosa tanto grande: come la gloria di Dio sarà mantenuta sulla terra, come la sua verità conserverà onore e dignità, come il regno di Cristo rimarrà integro. O materia degna delle vostre orecchie, degna della vostra giurisdizione, degna del vostro trono regale! Questa è la considerazione che fa un vero re: riconoscersi vero ministro di Dio nel governo del suo regno. Al contrario, chi non regna per servire alla gloria di Dio, non esercita un regno, ma un brigantaggio.

Ci si illude se si attende lunga prosperità da un regno che non è governato dallo scettro di Dio, cioè dalla sua santa Parola. Il decreto celeste non può mentire: è stato annunciato che il popolo sarà disperso quando verrà meno la profezia (Proverbi 29:18). E non dovete lasciarvi distogliere dal disprezzo della nostra piccolezza. Noi riconosciamo bene quanto siamo poveri e spregevoli: davanti a Dio, peccatori miserabili; davanti alle persone, vilipesi e rigettati; e perfino, se volete, la spazzatura del mondo—o qualunque cosa si possa nominare di più vile. Così non ci resta nulla di cui gloriarci davanti a Dio se non la sua sola misericordia, per la quale, senza alcun merito, siamo salvati; né davanti alle persone se non la nostra debolezza, ciò che tutti stimano grande ignominia.

Perché la dottrina non dipende dalla nostra debolezza

Eppure, la nostra dottrina deve rimanere alta e invincibile sopra ogni gloria e potenza del mondo. Perché non è nostra, ma del Dio vivente e del suo Cristo, che il Padre ha costituito Re per dominare da un mare all’altro e dal fiume fino ai confini della terra (Salmi 72:8); e dominare in modo tale che, colpendo la terra con la sola verga della sua bocca (Isaia 11:4), la frantuma con la sua forza e la sua gloria come un vaso di terracotta (Salmi 2:9). Così i profeti hanno predetto la magnificenza del suo regno: che avrebbe abbattuto regni duri come ferro e bronzo e splendenti come oro e argento (Daniele 2:32).

È vero che i nostri avversari ci contraddicono e ci rimproverano di pretendere falsamente la Parola di Dio, della quale saremmo—così dicono—corrotti corruttori. Ma voi stesso, secondo la vostra prudenza, potrete giudicare, leggendo la nostra confessione, quanto questo rimprovero sia non solo maliziosa calunnia, ma impudenza sfacciata. Tuttavia è bene dire qui qualcosa per prepararvi la via a quella lettura.

Quando Paolo ha voluto che ogni profezia fosse conforme all’analogia della fede (Romani 12:6), ha posto una regola sicurissima per provare ogni interpretazione della Scrittura. Ora, se la nostra dottrina è esaminata con questa regola, noi abbiamo la vittoria in mano. Che cosa infatti si accorda meglio con la fede, se non riconoscerci nudi di ogni virtù per essere rivestiti da Dio; vuoti di ogni bene per essere riempiti da lui; schiavi del peccato per esserne liberati; ciechi per essere illuminati da lui; zoppi per essere raddrizzati da lui; deboli per essere sostenuti da lui; privati di ogni materia di vanto affinché lui solo sia glorificato, e noi in lui?

Quando diciamo queste e altre cose simili, i nostri avversari gridano che così si rovescerebbe non so quale “luce di natura”, e la loro preparazione inventata per disporci a venire a Dio, il libero arbitrio, le opere meritorie di salvezza eterna, con le loro supererogazioni: perché non possono sopportare che la lode e la gloria intera di ogni bene, virtù, giustizia e sapienza risieda in Dio. Ma non leggiamo che qualcuno sia stato ripreso per aver attinto troppo alla fonte delle acque vive; al contrario, il profeta corregge aspramente coloro che si sono scavati cisterne rotte che non tengono l’acqua (Geremia 2:13).

E inoltre: che cosa è più proprio della fede, se non promettersi Dio come Padre dolce e benevolo, quando Cristo è riconosciuto come Fratello e propiziazione; attendere ogni bene e prosperità da Dio, il cui amore si è tanto esteso verso di noi che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per noi (Romani 8:32); riposare in una certa speranza di salvezza e vita eterna, quando pensiamo che Cristo ci è stato dato dal Padre, nel quale tali tesori sono nascosti? A questo essi si oppongono, dicendo che una tale certezza di fiducia non è senza arroganza e presunzione. Ma come non dobbiamo presumere nulla da noi, così dobbiamo presumere ogni cosa da Dio; e se siamo spogliati di ogni vana gloria, è proprio per gloriarci in Dio.

Che dirò di più? Considerate, Sire, tutte le parti della nostra causa, e giudicateci i più perversi tra i perversi se non trovate manifestamente che siamo oppressi e riceviamo ingiurie e oltraggi perché poniamo la nostra speranza nel Dio vivente (1 Timoteo 4:10); perché crediamo che questa è la vita eterna: conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo (Giovanni 17:3). Per questa speranza alcuni di noi sono in prigione, altri frustati, altri costretti a pubbliche umiliazioni, altri esiliati, altri crudelmente tormentati, altri fuggiti: tutti nella tribolazione, trattati come maledetti ed esecrabili, insultati e trattati in modo inumano.

Un appello alla giustizia e alla vera natura della Chiesa

Guardate invece i nostri avversari (parlo della condizione dei preti, al cui parere e appetito tutti gli altri si allineano) e considerate con me da quale spirito sono guidati. Si concedono facilmente, per sé e per gli altri, di ignorare, trascurare e disprezzare la vera religione insegnata dalla Scrittura e che dovrebbe essere stabilita tra tutti; e ritengono che non importi molto quale fede ciascuno abbia o non abbia riguardo a Dio e a Cristo, purché, con una “fede implicita” (come dicono), sottometta il proprio giudizio al giudizio della Chiesa. E non si curano se la gloria di Dio è profanata da bestemmie evidenti, purché nessuno osi parlare contro l’autorità della nostra “madre santa Chiesa”, cioè, secondo la loro intenzione, la sede romana.

Perché combattono con tanta durezza per la messa, il purgatorio, i pellegrinaggi e simili rottami, al punto da negare che la vera pietà possa sussistere se tutte queste cose non sono credute con fede esplicita, benché non ne provino nulla con la Parola di Dio? Perché, se non perché il loro ventre è il loro dio, e la cucina la loro religione? Se queste cose vengono tolte, non solo non pensano di poter essere cristiani: non pensano più nemmeno di essere esseri umani. Alcuni vivono nel lusso, altri tirano avanti rosicchiando croste; e tuttavia tutti vivono dello stesso “pentolone”, che senza tali aiuti non solo si raffredderebbe, ma gelerebbe del tutto. Perciò chi tra loro si preoccupa di più del proprio ventre è il più grande zelatore della loro fede. In breve: o vogliono conservare il loro dominio, o il loro ventre pieno.

Eppure non cessano di calunniare la nostra dottrina, di screditarla e diffamarla in ogni modo, per renderla odiosa o sospetta. La chiamano “nuova”, inventata di recente; dicono che è dubbia e incerta; chiedono con quali miracoli sia confermata; domandano se sia ragionevole che prevalga contro il consenso di tanti antichi padri e contro una così lunga consuetudine; insistono che noi la confessiamo scismatica, poiché fa guerra alla Chiesa; oppure che rispondiamo che la Chiesa è morta per tanti anni nei quali non se ne faceva menzione. Infine dicono che non servono molti argomenti, perché se ne possono giudicare i frutti: genera molte sette, molti tumulti e sedizioni, e una licenza sfrenata di fare il male.

Ma ritorno a voi, Sire. Non dovete lasciarvi smuovere da quei falsi rapporti con i quali i nostri avversari si sforzano di gettarvi in timore e spavento: cioè che questo “nuovo Evangelo”, come lo chiamano, non cerchi altro che occasioni di sedizione e impunità per ogni male. Poiché Dio non è Dio di divisione, ma di pace; e il Figlio di Dio non è ministro di peccato: egli è venuto per rompere e distruggere le opere del diavolo. E quanto a noi, siamo accusati ingiustamente di tali intenti, dei quali non abbiamo mai dato il minimo indizio.

È anzi assai verosimile che noi—di cui non si è mai udita una sola parola sediziosa, e la cui vita, quando vivevamo sotto di voi, Sire, era conosciuta come semplice e pacifica—stessimo macchinando di rovesciare regni! Anzi: ora che siamo stati scacciati dalle nostre case, non cessiamo di pregare Dio per la vostra prosperità e per quella del vostro regno. E davvero non è credibile che noi cerchiamo un permesso di fare ogni male senza rimprovero: poiché, benché i nostri costumi siano riprovevoli in molte cose, non c’è però nulla che meriti un’accusa così enorme. E inoltre, grazie a Dio, non abbiamo profittato così male nell’Evangelo che la nostra vita non possa essere, per questi detrattori, un esempio di castità, liberalità, misericordia, temperanza, pazienza, modestia e di tutte le altre virtù.

La verità testimonia apertamente a nostro favore che noi temiamo e onoriamo Dio con purezza, quando con la nostra vita e con la nostra morte desideriamo che il suo Nome sia santificato. E perfino la bocca degli invidiosi è stata costretta a rendere testimonianza, almeno di un’innocenza e giustizia esteriore davanti alle persone, per alcuni fra noi che venivano messi a morte proprio per ciò che meritava una lode particolare. Ora, se ve ne sono alcuni che, sotto colore dell’Evangelo, sollevano tumulti—cosa che finora non si è vista nel vostro regno—o che vogliono coprire la loro licenza carnale con il nome della libertà che ci è data dalla grazia di Dio, come io ne conosco diversi, vi sono leggi e pene stabilite dalle leggi per correggerli severamente secondo i loro delitti. Ma che intanto l’Evangelo di Dio non sia bestemmiato a causa dei misfatti degli empi.

Sire, avete già esposta con abbastanza parole l’iniquità velenosa dei nostri calunniatori, affinché non incliniate l’orecchio a dar fede ai loro racconti. E anzi temo di essere stato troppo lungo: perché questa prefazione ha quasi l’ampiezza di una difesa intera; benché con essa io non abbia voluto comporre una difesa, ma solo addolcire il vostro cuore per dar ascolto alla nostra causa. E benché il vostro animo ne sia ora distolto e alienato da noi—anzi, io direi perfino infiammato—tuttavia spero che potremo recuperare la vostra grazia, se vi piacerà una volta, fuori dallo sdegno e dall’ira, leggere questa nostra confessione, che vogliamo sia difesa davanti a Vostra Maestà.

Ma se, al contrario, le detrazioni dei malevoli vi chiudono a tal punto le orecchie che gli accusati non abbiano alcun luogo per difendersi; se poi queste furie impetuose, senza che voi vi mettiate rimedio, esercitano ancora crudeltà con prigioni, fruste, tormenti, mutilazioni, bruciature: allora noi, come pecore destinate al macello, saremo spinti all’estremo; e tuttavia, nella nostra pazienza, possederemo le nostre anime e attenderemo la mano potente del Signore, che senza dubbio si mostrerà a suo tempo e apparirà armata sia per liberare i poveri dalla loro afflizione, sia per punire i disprezzatori che ora si divertono con tanta audacia.

Il Signore, Re dei re, voglia stabilire il vostro trono nella giustizia e il vostro seggio nell’equità.

Da Basilea, il primo giorno d’agosto, mille cinquecento trentacinque.


Riferimenti storici e patristici dell’epistola dedicatoria

Nell’epistola dedicatoria, Giovanni Calvino fa riferimento, in modo implicito, a numerosi autori cristiani antichi (come Agostino, Cipriano, Girolamo, Ambrogio, Crisostomo), a concili della Chiesa antica, e a diversi eventi storici ed ecclesiastici del cristianesimo dei primi secoli. Tali riferimenti non sono esplicitati nel testo, ma sono documentati nelle edizioni storiche dell’Institution de la religion chrestienne attraverso un apparato di rimandi e indicazioni marginali, destinati principalmente al lettore studioso. Chi desidera approfondire questi riferimenti storici e patristici può consultare il testo originale francese dell’opera, disponibile online sul sito: https://calvin.reformation.nl/