Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 1

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro Primo – Capitolo I

La conoscenza di Dio e la conoscenza di noi stessi: un legame inseparabile

1:1:1 — La doppia radice della vera sapienza: conoscere Dio e conoscere noi stessi

Quasi tutta la somma della nostra sapienza — quella che, a ben vedere, merita di essere chiamata vera e piena sapienza — consiste in due parti: conoscere Dio e conoscere noi stessi. Ora, sebbene queste due conoscenze siano unite tra loro da molti legami, non è tuttavia facile stabilire quale preceda l’altra e quale la produca.

Anzitutto, nessuno può contemplare sé stesso senza rivolgere immediatamente i propri pensieri a Dio, nel quale vive e dal quale riceve vigore. Non è infatti oscuro che i doni nei quali consiste tutta la nostra dignità non provengono affatto da noi; anzi, che le nostre stesse forze e la nostra stabilità non sono altro che un sussistere e un appoggiarsi in Dio. Inoltre, i beni che dal cielo scendono su di noi goccia a goccia ci conducono come per piccoli ruscelli alla loro sorgente. E proprio da questa piccola e misera porzione appare tanto meglio l’infinità di ogni bene che risiede in Dio.

In particolare, quella misera rovina nella quale siamo precipitati a causa della ribellione del primo uomo ci costringe a levare gli occhi in alto: non solo per desiderare da lì i beni che ci mancano, come persone povere, vuote e affamate, ma anche per essere destate dal timore e, per questa via, imparare l’umiltà. Poiché, da quando siamo stati spogliati degli ornamenti celesti, si trova nell’essere umano un vero mondo di miserie: la nostra nudità scopre, con grande vergogna, un tale cumulo di infamia che tutti ne siamo confusi. D’altra parte, è necessario che la coscienza ci punga personalmente nella consapevolezza della nostra infelicità, affinché giungiamo almeno a qualche conoscenza di Dio.

Così, dal sentimento della nostra ignoranza, vanità, povertà, debolezza e — ancor di più — perversità e corruzione, siamo condotti a riconoscere che solo in Dio si trova la vera luce della sapienza, la forza stabile, la piena abbondanza di ogni bene, la purezza della giustizia. In breve, siamo spinti dalle nostre miserie a considerare i beni di Dio; e non possiamo aspirare e tendere a lui sinceramente se prima non abbiamo cominciato a dispiacerci totalmente di noi stessi. Chi è infatti la persona che non trovi piacere a riposare in sé stessa — e che di fatto non lo faccia — finché non si conosce davvero? Cioè, finché si gloria dei doni di Dio come se fossero ricchi e nobili ornamenti propri, ignorando la propria miseria o avendola dimenticata?

Perciò la conoscenza di noi stessi non solo stimola ciascuno a conoscere Dio, ma lo conduce anche come per mano a trovarlo.

1:1:2 — La conoscenza di Dio come specchio che smaschera l’illusione di sé

D’altra parte, è cosa ben nota che l’essere umano non giunge mai a una conoscenza pura di sé stesso finché non ha contemplato il volto di Dio e, da quella visione, non discende a considerare sé stesso. Infatti, poiché l’orgoglio è profondamente radicato in noi, ci sembra sempre di essere giusti, integri, saggi e santi, se non siamo convinti, con prove evidenti, della nostra ingiustizia, impurità, stoltezza e sporcizia.

Ma non ne siamo convinti se fissiamo lo sguardo solo su di noi, senza rivolgerlo anche a Dio, che è l’unica regola alla quale deve essere misurato questo giudizio. Poiché siamo naturalmente inclini all’ipocrisia, una qualunque apparenza, anche minima, di giustizia ci soddisfa al posto della realtà e della verità. E siccome intorno a noi non vi è nulla che non sia macchiato e deformato da molte impurità, finché il nostro spirito resta chiuso — come rinchiuso entro confini — tra le contaminazioni di questo mondo, ciò che non è del tutto così vile come il resto ci piace come se fosse purissimo. È come un occhio abituato a vedere solo il nero: esso giudica di bianchezza perfetta ciò che è bruno o di colore medio, perché vi è ormai assuefatto.

Lo stesso si può osservare ancor più chiaramente nei sensi del corpo, e da qui comprendere quanto siamo ingannati nel valutare le forze e le facoltà dell’anima. Se guardiamo verso il basso in pieno giorno, o osserviamo intorno a noi qua e là, ci sembra di avere una vista acutissima; ma se alziamo gli occhi per contemplare il sole, quella vivacità che si mostrava sulla terra viene subito abbagliata e del tutto confusa dalla luce che la sovrasta. Così siamo costretti a confessare che la capacità che abbiamo di considerare le cose terrene non è altro che lentezza e ottusità quando si tratta di elevarsi fino al sole.

Lo stesso accade nel valutare i nostri beni spirituali. Finché non guardiamo oltre la terra e ci accontentiamo della nostra giustizia, sapienza e virtù, ci compiacciamo di noi stessi e arriviamo a lusingarci come se fossimo mezzi dèi. Ma se cominciamo a elevare i nostri pensieri a Dio e a considerare seriamente chi egli è, e quanto sia perfetta la sua giustizia, sapienza e virtù — alle quali dobbiamo conformarci — allora ciò che prima ci piaceva sotto una falsa apparenza di giustizia ci apparirà subito come una puzza di iniquità; ciò che ci deliziava sotto il nome di sapienza non sarà che follia; e ciò che aveva una bella apparenza di virtù si scoprirà essere soltanto debolezza. Così, ciò che in noi sembrava perfetto fino in fondo non può in alcun modo soddisfare alla purezza di Dio.

1:1:3 — Il timore della maestà divina e il giusto ordine dell’insegnamento

Da qui proviene quel terrore e quello sgomento di cui la Scrittura racconta che i santi sono stati colpiti ogni volta che hanno avvertito la presenza di Dio. Vediamo infatti che coloro che, mentre si tenevano come lontani da Dio, apparivano sicuri e camminavano a testa alta, non appena egli manifesta loro la sua gloria, vengono scossi e atterriti al punto da essere oppressi, quasi inghiottiti dall’orrore della morte, fino quasi a venir meno. Da ciò si può ben concludere che le persone non sono mai sufficientemente toccate dal sentimento della propria povertà finché non si siano messe a confronto con la maestà di Dio.

Di questo sgomento abbiamo numerosi esempi, sia nei giudici che Dio ha suscitato in Israele, sia nei profeti; tanto che era un modo di dire comune tra l’antico popolo: «Moriremo, perché abbiamo visto il Signore» (Giudici 13:22; Isaia 6:5; Ezechiele 1:28; 3:14).

Perciò la storia di Giobbe, per abbattere le persone in una retta consapevolezza della propria stoltezza, debolezza e impurità, trae sempre il suo principale argomento da questa fonte: mostrare quale sia la sapienza, la potenza e la purezza di Dio.

Vediamo come Abramo, quanto più si avvicina a contemplare la maestà di Dio, tanto più si confessa polvere e cenere (Genesi 18:27); come Elia si copre il volto, non osando sostenere una simile vicinanza (1 Re 19:13): tanto grande è lo spavento che i fedeli concepiscono davanti a questa sublime maestà. E che cosa farà l’essere umano, che non è altro che verme e putredine, se perfino i cherubini e gli angeli del cielo devono coprirsi per il timore e lo stupore che ne provano (Isaia 6:2)?

Questo è ciò che dice il profeta Isaia: il sole si vergognerà e la luna sarà confusa quando il SIGNORE degli eserciti regnerà (Isaia 24:23; 2:10, 19); cioè, quando egli dispiegherà la sua luce o la farà vedere più da vicino, tutto ciò che prima sembrava il più splendente al mondo, in confronto a essa sarà oscurato come dalle tenebre.

Tuttavia, sebbene vi sia un legame reciproco tra la conoscenza di Dio e la conoscenza di noi stessi, e l’una si riferisca all’altra, l’ordine di un buon insegnamento richiede che si tratti anzitutto di che cosa significhi conoscere Dio, per poi passare al secondo punto.


Riassunto del capitolo 1:1