Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 11
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro I
Capitolo XI
Che non è lecito attribuire a Dio alcuna figura visibile; e che tutti coloro che si fabbricano immagini si ribellano al vero Dio
1:11:1 – La Scrittura oppone il vero Dio agli idoli e vieta ogni immagine di Dio
Ora, poiché la Scrittura, conformandosi alla rozzezza e infermità delle persone, parla in modo grossolano quando vuole discernere il vero Dio da quelli che sono stati falsamente inventati, essa lo oppone in modo particolare agli idoli. Non perché approvi ciò che i filosofi hanno escogitato con bella apparenza, ma per scoprire meglio la stoltezza del mondo, e per mostrare che tutti, mentre si fermano alle loro speculazioni, sono fuori del senno.
Perciò, udendo che Dio è messo da parte in questo: che ogni divinità forgiata nel mondo è esclusa, apprendiamo da ciò che tutto ciò che le persone inventano nella loro mente è abbattuto e ridotto a nulla, poiché Dio solo è testimone sufficiente di sé.
Tuttavia, poiché questa brutale stoltezza ha avuto corso per tutto il mondo, nel chiamare immagini visibili per raffigurare Dio, e di fatto se ne sono fabbricate di legno, di pietra, d’oro, d’argento e d’ogni materia corruttibile, dobbiamo tenere questa massima: tutte le volte e in qualunque modo si rappresenti Dio in immagine, la sua gloria è falsamente e malvagiamente corrotta.
Perciò Dio, nella sua Legge, dopo aver dichiarato che a lui solo appartiene ogni maestà, volendo insegnare quale servizio egli approvi o rigetti, aggiunge subito dopo: “Non ti farai immagine, né statua, né alcuna raffigurazione” (Esodo 20:4); e ciò per tenere a freno ogni audacia, affinché non attentiamo di rappresentarlo con alcuna figura visibile. Egli enumera anche brevemente le specie con cui la superstizione delle persone aveva già da lungo tempo cominciato a falsificare la sua verità.
Infatti sappiamo che il sole è stato adorato dai Persiani; e di tante stelle quante i poveri ciechi hanno visto nel cielo, si sono fatti degli dèi; e tante bestie quante ve ne sono sulla terra sono state, in Egitto, raffigurate come Dio, persino fino alle cipolle e ai porri. I Greci hanno creduto d’essere più saggi e discreti, adorando Dio sotto figure umane.
Ora, è così: Dio, condannando le immagini, non fa confronto tra l’una e l’altra per sapere quale convenga bene o male; ma, senza eccezione, riprova tutte le statue, dipinti e altre figure mediante le quali gli idolatri hanno creduto che egli fosse loro vicino.
1:11:2 – La ragione del divieto: Dio parla con la voce, non si mostra in figura
Ciò è facile da riconoscere dalle ragioni che sono aggiunte al divieto. In Mosè è detto: “Ricordati che l’Eterno ti parlò nella valle di Oreb. Tu udisti la sua voce; tu non vedesti alcun corpo. Guardati dunque dall’essere ingannato, facendoti alcuna raffigurazione” (Deuteronomio 4:15). Vediamo che Dio oppone espressamente la sua voce a ogni figura, per mostrare che tutti coloro che gli attribuiscono forme visibili si distolgono da lui.
Quanto ai Profeti, basterà un solo Isaia, poiché egli insiste più di tutti gli altri in questa ammonizione: che la maestà di Dio è vilemente, senza alcun pretesto, sfigurata quando colui che non ha corpo è reso simile a una materia corporea; quando gli si fa una raffigurazione visibile, a lui che è invisibile; quando si vuole rendere simile, lui che è Spirito, a una cosa morta; e quando gli si dà per ritratto un pezzo di pietra, di legno o d’oro, mentre egli riempie tutto con la sua essenza infinita (Isaia 40:18; 41:7, 29; 45:9; 46:5).
Così anche l’apostolo Paolo argomenta: “Poiché noi siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile a oro, o argento, o pietra lavorata, o a qualche altra opera dell’arte e dell’invenzione dell’uomo” (Atti 17:29). Da ciò possiamo concludere che tutte le statue scolpite o le immagini dipinte per raffigurare Dio gli dispiacciono assolutamente, come obbrobri della sua maestà.
E non ci si deve stupire se lo Spirito Santo pronuncia dal cielo sentenze così alte e chiare, poiché costringe i poveri idolatri a farne confessione quaggiù. La lamentela di Seneca, che sant’Agostino riporta, è abbastanza nota: che si dedicano dèi che sono detti sacri, immortali e inviolabili in materie vili e senza valore, e li si riveste di figure di persone e di bestie, secondo il capriccio di ciascuno; anzi, li si fa insieme maschi e femmine, oppure li si raffigura in corpi diversi, e poi li si chiama dèi. Ora, se avessero un’anima per muoversi, si avrebbe orrore di loro come di mostri.
Da ciò appare di nuovo che coloro che pretendono di farsi avvocati delle immagini cercano di sfuggire con una cavillazione troppo frivola, sostenendo che esse furono vietate ai Giudei perché inclini alla superstizione; come se ciò che Dio mette in avanti circa la sua essenza eterna e l’ordine continuo della natura si restringesse a una sola nazione. Inoltre, l’apostolo Paolo, predicando contro l’idolatria, non si rivolgeva ai Giudei, ma parlava al popolo di Atene.
1:11:3 – I segni delle teofanie non autorizzano immagini: nube, colomba, forma umana e Cherubini
È vero che Dio si è talvolta mostrato presente sotto certi segni, cosicché la Scrittura dice che lo si è visto faccia a faccia; ma tutti i segni che egli abbia mai scelto per apparire alle persone erano adatti a insegnare, e avvertivano della sua essenza incomprensibile.
La nube, il fumo e la fiamma (Deuteronomio 4:11), benché fossero segni della gloria di Dio, non cessavano d’essere come freni per trattenere le menti, affinché non tentassero di salire troppo in alto. Perciò Mosè, al quale Dio si è comunicato più familiarmente che a tutti gli altri, non poté egli stesso ottenere di vederlo faccia a faccia; ma gli fu risposto che la persona mortale non era capace di una così grande luce (Esodo 33:13 e seguenti).
Lo Spirito Santo apparve sotto la figura di una colomba (Matteo 3:16); ma poiché ciò svanì subito, ognuno vede che i fedeli furono avvertiti, mediante un segno transitorio e non duraturo, che bisognava credere lo Spirito Santo invisibile, affinché, riposando nella sua grazia e potenza, non cercassero alcuna figura.
Quanto al fatto che Dio, anticamente, apparve qualche volta sotto forma di persona, ciò fu come un’apertura o un preparativo della rivelazione che doveva essere fatta nella persona di Gesù Cristo. Perciò non fu lecito ai Giudei, sotto tale pretesto, farsi alcuna statua umana.
Infatti, anche il propiziatorio, dal quale Dio dispiegava la sua potenza con grande evidenza, era ordinato in modo da insegnare che non vi è alcun modo di guardare Dio se non quando le intelligenze sono rapite sopra sé stesse in ammirazione (Esodo 25:17, 18, 21). Poiché i Cherubini, con ali spiegate, lo coprivano; vi era il velo davanti per nasconderlo; e il luogo era così recluso che non vi si poteva vedere nulla.
Perciò è cosa manifesta che coloro che si sforzano di sostenere le immagini di Dio e dei santi con l’esempio dei Cherubini sono privi di senno e di ragione. Infatti che cosa significavano quelle piccole immagini, se non che non vi è alcuna figura visibile adatta a rappresentare i misteri di Dio? Poiché, facendo ombra per coprire il propiziatorio, esse avevano l’ufficio di precludere non solo la vista, ma ogni senso umano, al fine di correggere ogni temerarietà.
Vi è anche che i Profeti ci descrivono che i Serafini, mostrati loro in visione, avevano il volto coperto (Isaia 6:2), per significare che la luce della gloria di Dio è così grande che perfino gli angeli ne sono respinti, non potendola contemplare perfettamente; e inoltre che le scintille di essa, impresse in loro, ci sono nascoste quanto alla vista carnale; sebbene i Cherubini fossero stati stabiliti soltanto per la dottrina puerile della Legge, la quale ha avuto fine.
Perciò sarebbe cosa assurda trarli in esempio per il nostro tempo. Poiché sappiamo che il tempo al quale tali rudimenti furono assegnati è passato: come in ciò l’apostolo Paolo ci distingue dai Giudei. Anzi, è grande vergogna che scrittori pagani e increduli abbiano esposto la Legge di Dio meglio e più opportunamente dei papisti. Giovenale rimprovera ai Giudei che adoravano le nuvole purissime e la divinità del cielo. È vero che egli parla falsamente, con stile perverso e vile; tuttavia, confessando che i Giudei non ebbero alcuna immagine, dice più vero dei papisti, i quali vogliono far credere il contrario.
Quanto al fatto che quel popolo fosse così pronto a tornare di continuo agli idoli, e vi fosse trascinato con tanta precipitazione come l’impeto d’un’acqua impetuosa, impariamo in tale specchio quanto la mente umana sia inclinata all’idolatria, piuttosto che caricare i Giudei di un vizio che è generale di tutti, e così addormentarci in vane lusinghe, come se non fossimo colpevoli, somiglianti a coloro che condanniamo.
1:11:4 – L’insensatezza delle immagini: opera umana e materia morta
Ciò che è detto nel Salmo, che gli idoli dei pagani sono oro e argento, opera di mani d’uomo, tende al medesimo fine (Salmi 115:4; 135:15). Poiché il Profeta dimostra, dalla materia stessa, che non sono dèi, quando sono raffigurati in oro e argento; e prende come articolo risoluto che tutto ciò che concepiamo di Dio secondo il nostro proprio senso non è che stolta fantasticheria.
Egli nomina piuttosto oro e argento che fango o pietre, affinché il prezzo o la bellezza non ci induca a qualche riverenza. Tuttavia, conclude infine che non vi è alcuna ragione né proposito di forgiare dèi da materia morta; ma insiste soprattutto su questo punto: che è audacia furiosa, per persone mortali, elevarsi tanto da attribuire l’onore di Dio ai propri idoli, mentre a stento sono sicure d’avere respiro per un minuto.
L’essere umano sarà costretto a confessare che la sua vita è di un giorno, e nondimeno vorrà che si tenga per dio un metallo al quale avrà dato origine di divinità. Poiché da dove viene il principio di maestà a tutti gli idoli, se non dal piacere e dall’appetito delle persone? A questo proposito vi è una beffa assai opportuna di un certo poeta pagano: egli introduce un idolo che parla: “Ero un tempo un tronco di fico, un pezzo inutile di legno; quando il falegname, incerto su che cosa dovesse farne, preferì che io fossi un dio”.
Non è cosa meravigliosa che una persona terrena, la cui vita scorre via quasi a ogni minuto mentre respira, presuma di trasferire, con il suo artificio, a un tronco secco il nome e l’onore di Dio? Ma poiché quel poeta, essendo epicureo, non si curò di alcuna religione e volle soltanto schernire la follia del mondo, lasciate da parte le sue facezie e quelle di simili, siamo piuttosto colpiti, anzi trafitti al vivo, dall’ammonimento del Profeta: che coloro i quali si scaldano con lo stesso legno con cui fanno il loro dio, arrostiscono e fanno bollire la loro carne, cuociono il loro pane, e poi si prostrano ad adorare il pupazzo che hanno fatto, sono troppo insensati (Isaia 44:15).
Perciò, in un altro passo, egli non solo li cita in giudizio secondo la Legge, ma rimprovera loro che non hanno imparato dalle fondamenta della terra (Isaia 2:8; 31:7; 57:6; Osea 14:3; Michea 5:12; Salmi 115:8), poiché non vi è nulla di più estraneo che voler misurare in cinque piedi colui che è infinito e incomprensibile; e tuttavia l’abitudine mostra che un’abominazione così enorme, che apertamente ripugna all’ordine della natura, è un vizio naturale delle persone.
Bisogna anche ritenere che la Scrittura, volendo condannare le superstizioni, usa spesso questa forma di parlare: che esse sono opere di mano d’uomo, perché sono prive dell’autorità di Dio; affinché abbiamo una regola infallibile: che tutti i culti divini che le persone si inventano sono detestabili (Isaia 40:12). La colpa è ancora più aggravata nel Salmo, poiché le persone, create con intelligenza per conoscere che tutte le cose sono governate dalla sola potenza di Dio, ricorrono a cose morte e prive di senso.
Ma poiché la corruzione della nostra natura malvagia rapisce e trascina quasi tutto il mondo, in generale e in particolare, verso una tale follia, infine lo Spirito Santo fulmina questa terribile maledizione: che tutti coloro che fanno gli idoli e confidano in essi diventino simili a loro. Ora Dio proibisce in generale tutte le raffigurazioni che le persone credono di fargli, sia con martelli sia con pennelli, poiché tutto ciò diminuisce la sua Maestà.
1:11:5 – Contro il detto: “le immagini sono libri per gli idioti”
Io so bene che ciò è tenuto come proverbio comune: che le immagini sono i libri degli idioti[1]. Anche Gregorio lo ha detto; ma lo Spirito di Dio ha pronunciato ben altrimenti. Se Gregorio fosse stato pienamente istruito nella scuola dello Spirito di Dio, non avrebbe mai parlato in tal modo.
E quando Geremia dice che è dottrina di vanità, e Abacuc che l’immagine di metallo fuso è un maestro di menzogna, dobbiamo trarre di là una dottrina generale: che tutto ciò che le persone imparano di Dio mediante le immagini è frivolo, anzi ingannevole (Geremia 10:3; Abacuc 2:18).
Se qualcuno replica che i Profeti riprendono coloro che abusavano dei simulacri per superstizione malvagia, lo concedo; ma dico, d’altra parte, ciò che è evidente e notorio a chiunque: essi condannano nello stesso tempo ciò che i papisti tengono per massima infallibile, cioè che le immagini servano come libri. Poiché oppongono tutti i simulacri a Dio come cose contrarie e del tutto inconciliabili.
In effetti, nei passi che ho citato, questo punto è posto come risoluto: che poiché non vi è che un solo vero Dio, adorato dai Giudei, tutte le figure fatte per rappresentare Dio sono false e perverse; e che tutti coloro che pensano di conoscere Dio per tale mezzo sono miseramente ingannati. In breve, se non fosse che la conoscenza che si crede d’avere di Dio mediante le immagini è menzognera e bastarda, i Profeti non le condannerebbero così senza eccezione. Almeno, ho guadagnato questo: che, dicendo che non è se non menzogna e vanità voler raffigurare Dio con immagini visibili, non facciamo che ripetere parola per parola ciò che i Profeti hanno insegnato.
1:11:6 – Testimonianze antiche: Lattanzio, Eusebio, Agostino e il Concilio di Elvira
Inoltre, si legga ciò che Lattanzio ed Eusebio, due dei più antichi dottori della Chiesa, hanno scritto su questa materia, e si troverà che essi prendono come fondamento certo e infallibile che tutti coloro che si raffigurano mediante immagini sono stati mortali. Sant’Agostino non dice di meno, dichiarando che è cosa illecita e malvagia non solo adorare immagini, ma anche innalzarle per rappresentare Dio. E non porta nulla che non fosse già stato determinato prima nel Concilio di Elvira, il cui trentaseiesimo decreto è questo: “È stato stabilito che non vi siano pitture nei templi, affinché ciò che si deve adorare e servire non sia dipinto sulle pareti”.
Ma è sentenza degna di memoria quella che sant’Agostino riferisce di Varrone, uomo pagano: che coloro che per primi introdussero gli idoli tolsero dal mondo il timore di Dio e accrebbero l’errore. Se Varrone solo avesse detto ciò, forse non avrebbe grande autorità; e tuttavia dovrebbe essere per noi grande vergogna che un uomo pagano, quasi tastando nelle tenebre, sia giunto fino a tanta luce, da dire che le immagini visibili fatte a Dio sono indegne della sua maestà, poiché diminuiscono il timore di essa tra le persone e fanno crescere l’errore.
È cosa notoria che ciò è vero, come egli lo scrisse prudentemente. E sant’Agostino, prendendo questa sentenza di Varrone come certa, mostra anzitutto che i primi errori delle persone, nel trasfigurare Dio, non cominciarono dalle immagini, ma si accrebbero allora, come un fuoco s’accende sempre più secondo il legno nuovo che vi si aggiunge. Poi espone che il timore di Dio è diminuito dagli idoli, talvolta persino del tutto abbattuto, poiché la gloria della sua divinità è vilipesa in una cosa così sciocca e grossolana come un pupazzo; e piaccia a Dio che non avessimo l’esperienza del secondo punto, quale essa è!
Perciò, chiunque desideri essere ben e propriamente istruito impari altrove che non dalle immagini ciò che è da conoscere di Dio.
1:11:7 – Critica pastorale: deformazioni e mutismo delle immagini dei santi
Se i papisti hanno qualche goccia d’onestà, non usino più d’ora in avanti questi sotterfugi: che le immagini sono i libri degli idioti, poiché sono convinti del contrario da tante testimonianze della Scrittura.
Ma anche concedendo loro ciò, non avranno guadagnato molto. Ognuno vede quali travestimenti mostruosi essi fanno a Dio. Quanto alle pitture o ad altre raffigurazioni che dedicano ai santi, che cosa sono se non modelli di pompa dissoluta e persino d’infamia? Se qualcuno volesse conformarsi ad essi, sarebbe degno di frusta. Così, le prostitute saranno vestite più modestamente nei loro postriboli di quanto non siano le immagini delle Vergini nei templi dei papisti; e l’ornamento dei Martiri non è in nulla più conveniente. Vi sia dunque almeno un poco d’onestà nelle loro immagini, se vogliono colorire le loro menzogne pretendendo che esse siano libri di qualche santità.
Ma risponderemo ancora: non è questo il modo d’insegnare i cristiani nel tempio, i quali Dio vuole che siano istruiti in altro modo che con tali ciarpame. Egli propone una dottrina comune a tutti nella predicazione della sua Parola e nei sacramenti. Coloro che si prendono il tempo di gettare gli occhi qua e là per contemplare le immagini mostrano di non essere molto affezionati alla direzione che Dio dà loro.
E ancora domando a questi buoni dottori: chi sono quegli idioti che non possono essere istruiti se non mediante immagini? Non possono addurre altri se non quelli che il nostro Signore riconosce per suoi discepoli e ai quali fa l’onore di rivelare i suoi segreti celesti, comandando che siano loro comunicati. Io confesso che, per come vanno oggi le cose, se ne troveranno molti che non possono fare a meno di tali libri, cioè d’idoli. Ma da dove viene, vi prego, questa stupidità, se non dal fatto che si sono privati di quella santa dottrina che era adatta a istruirli?
E infatti i prelati della chiesa non ebbero altra ragione per consegnare agli idoli l’ufficio d’insegnare se non perché essi erano muti. L’apostolo Paolo testimonia che Gesù Cristo ci è dipinto al vivo mediante la predicazione dell’Evangelo, anzi crocifisso davanti ai nostri occhi (Galati 3:1). A che cosa serviva dunque innalzare nei templi tante croci di pietra e di legno, d’oro e d’argento, se fosse stato ben impresso nel popolo, mediante l’insegnamento, che Cristo fu crocifisso per portare la nostra maledizione sulla croce, per cancellare i nostri peccati col suo sacrificio, per lavarci col suo sangue e riconciliarci con Dio suo Padre?
Di questa semplice Parola si sarebbe potuto trarre più profitto per i semplici che da mille croci di legno o di pietra. Quanto a quelle d’oro e d’argento, confesso che gli avari vi sarebbero più attenti che a qualunque parola di Dio.
1:11:8 – Origine dell’idolatria: inclinazione del cuore umano e bisogno di un “Dio visibile”
Quanto all’origine e alla fonte degli idoli, ciò che è scritto nel libro della Sapienza è tenuto come risoluto: che coloro i quali vollero onorare i morti che avevano amato cominciarono questa superstizione, facendo loro qualche raffigurazione, affinché se ne conservasse sempre la memoria (Sapienza 14:15). Ora, io confesso che questa maniera malvagia e perversa è assai antica, e non nego che sia stata come una fiaccola per accendere sempre più la furia delle persone nel traboccare in idolatria. Tuttavia non confesso che questa sia stata la prima fonte; poiché appare da Mosè che gli idoli erano in uso molto tempo prima che questa folle ambizione di consacrare immagini ai defunti regnasse tra le persone.
Quando egli racconta che Rachele rubò gli idoli di suo padre, ne parla come di un vizio del tutto comune (Genesi 31:19). Da ciò si può vedere che la mente umana è una bottega perpetua, sempre all’opera nel forgiare idoli. Il mondo fu rinnovato dopo il diluvio quasi come con una seconda nascita; eppure non passò molto tempo che le persone non inventassero dèi secondo la loro fantasia. Anzi, è molto verosimile che già mentre viveva quel santo Patriarca i suoi successori si fossero dati all’idolatria; cosicché, con grande tristezza, egli vide con i propri occhi la terra, che poco prima era stata purgata da tali contaminazioni mediante un giudizio così orribile, di nuovo imbrattata d’idoli.
Poiché Tare e Nacor, prima che Abramo fosse nato, servivano già a falsi dèi, come Giosuè testimonia (Giosuè 24:2). Se la stirpe di Sem si è così presto corrotta, che cosa giudicheremo della razza di Cam, già da lungo tempo maledetta nella persona di suo padre?
Ecco dunque com’è: la mente umana, essendo piena d’orgoglio e temerarietà, prende l’audacia d’immaginare Dio secondo ciò che la sua comprensione le suggerisce; e, essendo greve e oppressa da un’ignoranza brutale, concepisce al posto di Dio ogni vanità e non so quali fantasmi. A tutti questi mali si aggiunge l’arroganza con cui osa tentare d’esprimere al di fuori le follie che ha concepito in sé riguardo a Dio.
Perciò la mente umana genera gli idoli e la mano li partorisce. Che tale sia la fonte dell’idolatria, cioè che le persone non credono che Dio sia loro vicino se non quando lo hanno presente in modo carnale, appare dall’esempio del popolo d’Israele. “Non sappiamo”, dicevano, “che cosa sia avvenuto a Mosè; perciò fateci dèi che camminino davanti a noi” (Esodo 32:1).
Essi sapevano bene che colui che aveva fatto sentire la sua potenza in tanti miracoli era Dio; ma non si fidavano che egli fosse loro vicino, se non vedevano con gli occhi qualche figura corporea di lui che fosse come testimonianza della sua guida. In somma, volevano avere qualche immagine che li conducesse a Dio.
E l’esperienza mostra ogni giorno questo: che la natura delle persone non sa star quieta finché non abbia trovato qualche maschera o fantasma conforme alla sua follia, per rallegrarsene come in una “memoria” di Dio. E non vi è stata età dalla creazione del mondo in cui le persone, per obbedire a questa cupidità insensata, non si siano fabbricate segni e figure nelle quali hanno pensato che Dio si mostrasse loro.
1:11:9 – Dalla “rappresentazione” all’adorazione: la superstizione inevitabile
Ora, bisogna che tali immaginazioni trascinino con sé una stolta devozione, cioè l’adorazione delle immagini; e infatti, quando le persone hanno pensato di vedere Dio, o la sua “memoria”, nelle immagini, l’hanno anche onorato là. E alla fine, avendo fissato lì i loro occhi e i loro sensi, si sono imbestialiti, rapiti in ammirazione come se vi fosse stata qualche divinità.
È dunque evidente che le persone non si gettano a rendere onore agli idoli senza aver già concepito qualche opinione grossolana e carnale: non già stimando che gli idoli siano dèi, ma immaginando che vi abiti qualche virtù divina. Perciò coloro che si danno ad adorare i simulacri, sia che si propongano di adorare lì Dio o i suoi santi, sono già ammaliati dalla superstizione.
Per questo Dio non soltanto ha proibito di fare statue per rappresentare la sua Maestà, ma anche di consacrare alcun titolo o pietra innalzata per farvi adorazione. Per la medesima ragione al secondo precetto della Legge è stato aggiunto di non adorare le immagini. Poiché, non appena si è inventata per Dio qualche forma visibile, vi si attacca la sua virtù: infatti le persone sono così stolte da rinchiudere Dio là dove hanno immaginato la sua presenza; perciò è impossibile che non adorino proprio lì.
E non importa se adorino l’idolo semplicemente, oppure Dio nell’idolo: è sempre idolatria quando si presenta all’idolo qualche servizio divino, sotto qualunque colore. E poiché Dio non vuole essere servito con superstizione, tutto ciò che si attribuisce all’idolo gli è rapito e rubato.
Coloro che cercano miserabili cavillazioni per mantenere le idolatrie del papato, riflettano bene su questo. È certo che la vera religione è stata da lungo tempo confusa e quasi annientata dalle cose esecrabili che si sono commesse; e tuttavia tali abominazioni trovano sempre avvocati pronti a sostenerle. “Le immagini”, dicono, “non sono tenute per Dio”. Io rispondo che i Giudei non erano così privi di senno da non sapere che era Dio colui che li aveva tratti dall’Egitto prima che forgiassero il vitello. Anzi, quando Aronne proclamò che quelli erano gli dèi che li avevano liberati, essi vi si accordavano senza difficoltà, volendo significare che intendevano attenersi al Dio che era stato il loro redentore, purché ne avessero la memoria nella figura del vitello.
Non dobbiamo neppure pensare che i pagani fossero così sciocchi da non sapere che Dio era altra cosa che un pezzo di legno o di pietra: infatti cambiavano i simulacri secondo il loro piacere, conservando sempre gli stessi dèi. Inoltre ciascuno dei loro dèi aveva più simulacri; nondimeno non dicevano per questo che un dio fosse diviso. Infine consacravano quotidianamente nuove idoli, e la loro intenzione non era di fare dèi nuovi.
Si leggano le scuse che sant’Agostino riferisce essere state addotte dagli idolatri del suo tempo: è questo che i più idioti rispondevano: che non adoravano quella forma visibile che si rimproverava loro d’essere i loro dèi, ma la divinità che vi abitava invisibilmente. Quanto a quelli che erano più “puri”, essi rispondevano, come egli dice, che non adoravano né l’idolo né lo spirito rappresentato da esso, ma che sotto quella figura corporea avevano soltanto un segno di ciò che dovevano adorare.
Tuttavia tutti gli idolatri che mai vi furono, tanto Giudei quanto pagani, sono stati imbevuti di questa fantasia che abbiamo detto: non contentandosi d’aver conosciuto Dio spiritualmente, hanno voluto averne una conoscenza più familiare mediante immagini visibili. Ora, dopo aver così contraffatto Dio, non vi è stata alcuna fine, finché, accecati da illusioni diverse accumulate le une sulle altre, hanno pensato che Dio non volesse mostrare la sua virtù se non sotto le immagini.
Intanto i Giudei avevano questo proposito: adorare sotto i loro simulacri il Dio eterno, creatore del cielo e della terra; e anche i pagani credevano di adorare i loro dèi che abitavano nel cielo.
1:11:10 – Segni evidenti dell’idolatria presente: preghiera, pellegrinaggi, preferenze tra immagini
Coloro che vogliono negare che ciò sia stato fatto un tempo e si faccia ancora oggi sono mentitori troppo sfrontati. Poiché perché ci si inginocchia davanti alle immagini? Perché ci si volge verso di esse quando si vuole pregare Dio, come per avvicinarsi alle sue orecchie?
Infatti è verissimo ciò che dice sant’Agostino: che nessuno può pregare o adorare guardando così verso i simulacri senza essere toccato come se fosse esaudito di là, o senza sperare di là ciò che domanda.
Inoltre, perché fanno tanta differenza tra simulacri di uno stesso dio? Lasciando lì un crocifisso o un’immagine della loro nostra signora, o non facendone gran conto, pongono la loro devozione in un’altra. Perché corrono così lontano in pellegrinaggio per vedere un pupazzo, del quale hanno il simile alla porta di casa? E perché oggi combattono così furiosamente per i loro idoli, difendendoli con fuoco e sangue, tanto che preferirebbero che la maestà di Dio fosse abolita piuttosto che sopportare i loro templi vuoti di tali ciarpami?
Non racconto nemmeno le più grossolane sciocchezze del volgo, che sono infinite e regnano persino in coloro che si reputano molto saggi: parlo soltanto di ciò che essi adducono per scusarsi dall’idolatria. “Noi non li chiamiamo”, dicono, “i nostri dèi”. Altrettanto potevano dire un tempo i Giudei e i pagani; e infatti avevano tali repliche in bocca. Tuttavia i Profeti non cessavano di rimproverare loro che fornicavano con il legno e con la pietra; e ciò per le superstizioni che oggi si commettono tra coloro che si chiamano cristiani: cioè che essi onorano Dio carnalmente, prostrandosi davanti agli idoli.
1:11:11 – La distinzione “latria/dulia”: un velo verbale che non muta il fatto
Io non ignoro, e non voglio dissimulare, che essi hanno un’altra distinzione più sottile, della quale tratteremo più a lungo in seguito: cioè che si coprono dicendo che l’onore reso alle immagini è di dulia e non di latria; come se dicessero che è servizio e non onore. Perciò pare loro di essere innocenti, essendo soltanto servitori dei loro idoli, come se il servizio non comportasse più della riverenza.
Inoltre, cercando un vano nascondiglio sotto le parole greche di latria e dulia, che essi non comprendono, si contraddicono nel modo più totale: poiché, essendo che latreuein in greco non significa altro che “riverire”, quel che dicono equivale a confessare che riveriscono le loro immagini senza riverenza, e le onorano senza onorarle. E non replichino che io li colgo con astuzia sul termine: sono essi che cercano di abbagliare gli occhi dei semplici ignoranti, e intanto scoprono la loro stoltezza.
E quand’anche fossero i più eloquenti del mondo, non riusciranno mai, con la loro bella retorica, a far sì che una medesima cosa sia due cose. Lasciamo dunque le parole da parte. Quanto al fatto, ci mostrino in che cosa e come differiscano dagli antichi idolatri, per non essere tenuti simili a loro.
Poiché, come un adultero o un omicida non scamperebbe mascherando i crimini con nomi strani, così non vi è alcun motivo perché costoro, forgiando nomi a capriccio, siano assolti, mentre in realtà e nel fatto somigliano agli antichi idolatri che essi stessi sono costretti a condannare. Anzi, lungi dall’essere la loro causa distinta, la fonte di tutto il male è piuttosto una folle brama di seguirli, fabbricandosi nella mente delle “memorie” per raffigurare Dio e poi costruendole con le proprie mani.
1:11:12 – Uso legittimo delle arti e limite invalicabile: non raffigurare Dio, tanto meno adorare immagini
Tuttavia non sono tanto scrupoloso da giudicare che non si debba tollerare o sopportare alcuna immagine; ma poiché l’arte del dipingere e dello scolpire sono doni di Dio, chiedo che il loro uso sia mantenuto puro e legittimo, affinché ciò che Dio ha dato alle persone per la sua gloria e per il loro bene non sia pervertito e contaminato da un abuso disordinato, e non soltanto ciò, ma sia anche volto alla nostra rovina.
Io non stimo lecito rappresentare Dio sotto forma visibile, poiché egli lo ha proibito, e anche perché la sua gloria ne è tanto più sfigurata e la sua verità falsificata. E affinché nessuno s’inganni, coloro che hanno letto gli antichi dottori troveranno che io sono in pieno accordo con loro in ciò: essi hanno riprovato tutte le figure di Dio come travestimenti profani.
Se non è lecito raffigurare Dio con effigie corporea, tanto meno sarà permesso adorare un’immagine come Dio o adorare Dio in essa. Resta dunque che non si dipinga e non si scolpisca se non ciò che si vede con l’occhio. Così la maestà di Dio, troppo alta per la vista umana, non sarà corrotta da fantasmi che non hanno alcuna convenienza con essa.
Quanto a ciò che è lecito dipingere o incidere, vi sono le storie per conservarne memoria; oppure figure, o medaglie di bestie, o città o paesi. Le storie possono giovare per qualche ammonimento o ricordo che se ne trae; quanto al resto, non vedo a che cosa serva se non al diletto. E tuttavia è notorio che le immagini nella papato sono quasi tutte di questa specie; donde è facile vedere che esse sono state innalzate non per giudizio saldo e considerato, ma per una stolta e irragionevole brama.
Lascio per ora il dire quanto siano fatte a sproposito, quante assurdità vi si vedano e quanta licenza pittori e scultori si siano presa di farvi scherzi più che ridicoli, come già ne ho accennato; dico soltanto che, anche se tali vizi non vi fossero, esse non sono fatte per insegnare.
1:11:13 – Immagini nei templi: prassi dell’antica chiesa e ragione teologica del rifiuto
Ma, lasciata questa distinzione, vediamo di passaggio se sia conveniente avere immagini nei templi dei cristiani: sia che contengano dichiarazione d’una storia, sia che mostrino soltanto un’effigie di persona.
Quanto al primo punto, se l’autorità dell’antica chiesa ha qualche vigore tra noi, notiamo che per lo spazio di cinquecento anni circa, nel tempo in cui la cristianità era nel suo vigore e vi era maggiore purezza di dottrina, i templi dei cristiani furono comunemente netti ed esenti da tale sozzura. Così, da quando il ministero della chiesa si è corrotto, si è pensato di forgiare immagini per ornare i templi.
Io non disputerò quali ragioni avessero i primi autori di questa invenzione; ma se si confronta un’età con l’altra, l’integrità di coloro che si sono astenuti dalle immagini merita d’essere stimata a paragone della corruzione sopravvenuta dopo. Vi prego: chi penserà che quei santi padri avrebbero volontariamente privato la chiesa di una cosa che avessero conosciuto utile e salutare? Al contrario, poiché vedevano che non vi era alcuna utilità e che vi era pericolo manifesto di molti grandi mali, la respinsero con buona prudenza e deliberazione, piuttosto che ometterla per dimenticanza o negligenza.
Sant’Agostino lo testimonia chiaramente dicendo che non si possono collocare immagini in sedi alte e onorevoli per essere guardate da coloro che pregano e adorano, senza che esse attirino i sensi dei deboli come se avessero senso e anima. Inoltre, in un altro passo: la figura delle membra umane che si vede negli idoli costringe la mente delle persone a immaginare che un corpo, simile al proprio, sia vivente, eccetera. Inoltre: i simulacri hanno più forza di piegare le povere anime, per il fatto che hanno bocche, occhi, orecchie e piedi, di quanta ne abbiano per raddrizzarle col fatto che non parlano, non vedono, non odono e non camminano.
Ed è assai verosimile che per questa ragione l’apostolo Giovanni ci esorti a guardarci non soltanto dall’idolatria, ma anche dagli idoli (1 Giovanni 5:21). E infatti, per l’orribile furore con cui la religione è stata rovesciata dappertutto, abbiamo sperimentato più che a sufficienza che, non appena vi sono immagini in un tempio, è come una bandiera innalzata per attirare le persone all’idolatria. Poiché la follia della nostra mente non sa trattenersi dal declinare e scorrere, come acqua, verso devozioni sciocche e superstiziose.
E anche se i pericoli non fossero così manifesti, tuttavia, quando considero a quale uso i templi sono dedicati e ordinati, mi pare cosa sconveniente alla loro santità che vi si pongano altre immagini se non quelle che Dio ha consacrato con la sua Parola, le quali recano impresso il suo vero sigillo: intendo il battesimo e la santa Cena del Signore, con le cerimonie; alle quali i nostri occhi devono essere così attenti e tutti i nostri sensi così ben disposti che non vi sia più questione di chiamare immagini forgiate dalla fantasia delle persone. Ecco il bene inestimabile per il quale i papisti si scannano tanto, come se non vi fosse alcuna ricompensa che valga un pupazzo che guarda di traverso e fa una smorfia storta.
1:11:14 – Il “concilio” di Nicea II: autorità invocata e miseria degli argomenti
Questo argomento sarebbe già abbastanza ampiamente trattato, se i papisti non ci confondessero proponendo il concilio di Nicea: non il grande concilio convocato sotto l’imperatore Costantino, affinché nessuno s’inganni per il nome, ma un altro, convocato da una malvagia “Proserpina” chiamata Irene ai tempi di Carlo Magno, poco più di ottocento anni fa. Infatti in quel concilio fu stabilito non solo che era bene avere immagini, ma anche che bisognava adorarle. Perciò i papisti credono di opprimerci facendo scudo dell’autorità del concilio.
Occorre dunque mostrare quanto ciò debba e possa valere; ma, a dire il vero, non mi preme tanto respingere l’obiezione dei papisti quanto desidero che ciascuno veda con gli occhi fin dove sia traboccata la follia di coloro che hanno bramato immagini più di quanto fosse lecito ai cristiani. Tuttavia sbrighiamo prima questo punto: che coloro che giudicano buone le immagini si armano del fatto che così è stato deciso in un concilio.
Vi è un certo libro di confutazione composto sotto il nome di Carlo Magno, del quale, dallo stile, si può facilmente giudicare che fu scritto proprio in quel tempo. Là sono riferite minuto per minuto le opinioni dei vescovi, con gli argomenti sui quali si fondavano. Giovanni, ambasciatore delle chiese orientali, adduce il passo di Mosè: “Dio ha creato l’uomo a sua immagine”; donde conclude: “Bisogna dunque avere immagini”. Inoltre, poiché è scritto: “Mostrami il tuo volto, poiché è bello”, un altro vescovo, volendo provare che si debbano collocare immagini sugli altari, adduce la sentenza di Gesù Cristo: che nessuno accende una lampada per nasconderla sotto un vaso. Un altro, per provare che lo sguardo delle immagini è utile, cita questo versetto del Salmo: “Signore, la luce del tuo volto è impressa su di noi”. Un altro porta questa similitudine: che, come i patriarchi usarono dei sacrifici dei pagani, così, al posto degli idoli di costoro, i cristiani devono avere immagini. Richiamano anche questo versetto: “Signore, ho amato la bellezza della tua casa”.
Soprattutto danno una piacevole esposizione di ciò che è detto: “Come abbiamo udito, così abbiamo visto”; dicendo che non si conosce Dio soltanto mediante l’udire la sua Parola, ma anche mediante lo sguardo delle immagini. Vi è anche una sottigliezza assai rustica d’un altro vescovo chiamato Teodoro: “Dio”, dice, “è detto meraviglioso nei suoi santi”; e altrove è detto: “Ai santi che sono sulla terra”; bisogna dunque contemplare la gloria di Dio nelle immagini. Ho tanta vergogna a raccontare simili bassezze che mi trattengo dal proseguire oltre.
1:11:15 – Argomenti per l’adorazione: abuso della Scrittura e ridicolo degli “avvocati dei pupazzi”
Quando si viene a parlare dell’adorazione, essi adducono che Giacobbe adorò il faraone e la verga di Giuseppe; e inoltre che egli innalzò un titolo per adorarlo. Ora, in quest’ultima citazione, non solo corrompono il senso della Scrittura, ma producono come prova ciò che non si legge in alcun luogo.
Poi accumulano altre “prove” ugualmente appropriate, come quando è detto: “Adorate lo sgabello dei suoi piedi”; oppure: “Adorate sul suo monte santo”; oppure: “Tutti i ricchi supplicheranno davanti al tuo volto”. Se qualcuno, per burla e scherno, volesse far recitare agli avvocati dei pupazzi la parte di buffoni, non potrebbe farli parlare più stupidamente di quanto parlino questi asini.
E tuttavia, per fare bella figura, Teodosio, vescovo di Mira, conclude che si devono adorare le immagini, perché il suo arcidiacono l’ha così sognato; e lo dice con tanta sicurezza come se Dio fosse disceso dal cielo per rivelarglielo. Ora i papisti facciano pure parate di questo venerabile concilio, come se questi balordi e sognatori non si spogliassero da sé d’ogni autorità, trattando così puerilmente la Scrittura o straziandola in modo troppo malvagio e detestabile.
1:11:16 – Bestemmie conciliari e giusto giudizio: idolatria equiparata al culto della Trinità
Vengo ora alle bestemmie, che è meraviglia che abbiano osato vomitare e più che meraviglia che non siano state contraddette e che non si sia trovato chi sputasse loro in faccia. Ora è bene, come ho detto, che tale infamia sia scoperta: non solo per togliere ai papisti il pretesto con cui si truccano, fingendo che l’antichità sia per loro, ma affinché tutti siano ammoniti dell’orribile vendetta di Dio caduta su coloro che introdussero gli idoli.
Teodosio, vescovo d’Amora, anatematizza tutti quelli che non vogliono che si adorino le immagini. Un altro suo compagno imputa tutte le calamità della Grecia e dell’Oriente al fatto che esse non sono state adorate. Così, ecco dannati tutti i Profeti, gli Apostoli e i Martiri, i quali non poterono adorare le immagini, poiché non ne avevano affatto. Un altro dice che, se si fa profumo alle immagini dell’imperatore, bisogna farne almeno altrettanto a quelle dei santi.
Costanzo, vescovo di Costanza in Cipro, trabocca in una furia diabolica, protestando che alle immagini si deve rendere lo stesso onore ed eguale a quello dovuto alla santa Trinità; e chiunque rifiuti di seguirlo, egli lo anatematizza e lo manda con i manichei e i marcioniti; e non bisogna prendere ciò come l’opinione d’un solo uomo, poiché tutti dicono “Amen” dopo di lui.
Su questo, Giovanni, ambasciatore delle chiese orientali, infiammato d’ira ancora maggiore, pronuncia che varrebbe meglio avere tutti i bordelli del mondo in una città che rigettare il servizio delle immagini. Infine è stabilito di comune accordo che i samaritani sono peggiori di tutti gli eretici, ma che coloro che rigettano le immagini sono ancora peggiori dei samaritani.
Avendo così deliberato e concluso, per ultimo “profitto” cantano un giubilo a tutti coloro che hanno l’immagine di Cristo e gli offrono sacrificio. Dov’è ora quella bella distinzione di latria e dulia, sotto l’ombra della quale pensano d’ingannare Dio e le persone? Poiché il concilio, senza eccezione alcuna, attribuisce ai simulacri tanto quanto al Dio vivente.
Riassunto del Capitolo 1:11
Note
- ↑ Nel passo 1:11:5 il termine “idioti” non va inteso nel senso moderno dispregiativo (“stupidi”), ma nel senso storico di persone non istruite / non dotte, spesso incapaci di leggere. Il detto attribuito a Gregorio Magno (“le immagini sono i libri degli idioti”) significa quindi “le immagini sono libri per gli illetterati”. Calvino contesta la massima non per il termine in sé, ma perché ritiene che tale principio sposti l’insegnamento cristiano dalla Parola e favorisca superstizione e idolatria.