Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 12

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro I

Capitolo XII

Come Dio si distingue dagli idoli, per essere servito interamente da solo

1:12:1 La vera conoscenza di Dio implica il suo culto esclusivo

Abbiamo detto all’inizio che la conoscenza di Dio non consiste in una fredda speculazione, ma che porta con sé il suo culto. Abbiamo anche accennato, di passaggio, in quale modo egli sia debitamente onorato; cosa che sarà in seguito spiegata più ampiamente. Per ora mi limito a ripetere brevemente questo punto: ogni volta che la Scrittura insegna che vi è un solo Dio, essa non discute soltanto di un nome o di un titolo astratto, ma ci istruisce anche a non trasferire altrove ciò che appartiene esclusivamente alla divinità. Da qui risulta in che cosa la vera religione differisca dalle superstizioni.

Il termine greco che indica il servizio di Dio significa propriamente un servizio ben regolato; da ciò si vede come gli uomini, brancolando ciecamente nelle tenebre, abbiano sempre avuto questa percezione: che fosse necessario osservare determinate regole per non sbagliare, onorando Dio in modo confuso e disordinato. Quanto al termine religione, sebbene Cicerone lo faccia derivare dal verbo relegere, tuttavia la ragione che ne adduce è forzata e tratta da troppo lontano: cioè che i servitori di Dio abbiano sempre riletto e diligentemente meditato ciò che dovevano fare. Io ritengo piuttosto che questo termine sia opposto alla licenza eccessiva e smodata che la maggior parte del mondo si è concessa, prendendo alla leggera tutto ciò che capitava, e svolazzando qua e là senza criterio.

La religione, dunque, implica una sorta di ritiro interiore e una discrezione matura e ben fondata; poiché la vera pietà, per avere una sede certa e stabile, si raccoglie entro confini precisi. Al contrario, la superstizione sembra aver preso il suo nome dal fatto che, non contentandosi di ciò che Dio aveva ordinato, ha accumulato un eccesso di cose vane. Ma lasciando da parte le questioni terminologiche, notiamo questo fatto: in ogni tempo è stato unanimemente riconosciuto che la vera religione viene corrotta e pervertita quando vi si mescolano errori e falsità. Da ciò possiamo ricavare che tutto ciò che intraprendiamo per uno zelo sconsiderato non ha alcun valore, e che il pretesto invocato dai superstiziosi è frivolo.

Sebbene questa confessione sia sulla bocca di tutti, dall’altro lato si manifesta una vergognosa ignoranza, nel fatto che le persone non riescono a fermarsi a un solo Dio e non osservano alcuna misura nel suo culto, come abbiamo già mostrato. Per mantenere il proprio diritto, Dio dichiara di essere geloso e afferma che, se viene mescolato con divinità inventate, ne farà aspra vendetta. Poi determina quale sia il suo vero culto, per tenere il genere umano sotto disciplina. Egli racchiude entrambe queste cose nella sua Legge: dapprima ordinando che i fedeli si sottomettano a lui, riconoscendolo come legislatore; poi dando loro una regola per essere onorato secondo la sua volontà.

Poiché la Legge ha diversi fini e usi, ne parleremo a suo tempo; per ora mi limito a questo punto: che Dio, mediante essa, ha voluto frenare gli uomini affinché non devino verso culti corrotti e perversi. Teniamo dunque ben fermo quanto ho detto: Dio viene spogliato del suo onore, e il suo culto è violato, se tutto ciò che è proprio della sua divinità non rimane riservato a lui solo.

Osserviamo inoltre con quali astuzie la superstizione si prende gioco di noi. Essa non ci allontana da Dio in modo tale che sembri abbandonare del tutto il Dio vivente o ridurlo a un dio tra gli altri; ma, lasciandogli il grado supremo, lo circonda di una moltitudine di piccoli dèi, tra i quali distribuisce la sua potenza. Così la gloria della sua divinità viene sparsa qua e là, fino a essere completamente dissipata.

In questo modo gli antichi idolatri, sia Giudei sia Gentili, immaginarono un Dio supremo, signore e padre di tutti, al quale sottoposero un numero infinito di altri dèi, ai quali attribuivano il governo del mondo insieme a lui. È ciò che in passato è stato fatto con i santi defunti: li si è esaltati fino a farne compagni di Dio, onorandoli come lui, invocandoli e rendendo loro grazie per ogni bene. Non sembra forse che la gloria di Dio venga in qualche modo oscurata da questa abominazione, sebbene per la maggior parte venga soppressa e spenta? Ci illudiamo che Dio conservi una potenza suprema sopra gli altri, ma intanto, ingannati da tali artifici, veniamo dispersi dietro a una moltitudine di dèi diversi.


1:12:2 L’inconsistenza della distinzione fra latria e dulia

È proprio a questo scopo che è stata inventata la distinzione tra latria e dulia, per poter trasferire l’onore di Dio agli angeli e ai morti senza peccato. È ben noto, infatti, che il culto che i papisti rendono ai loro santi non differisce affatto dal culto di Dio: essi adorano allo stesso modo Dio e i santi; se non che, quando vengono incalzati, ricorrono a questo espediente, affermando che, riservando a Dio solo l’onore della latria, gli conservano il diritto che gli appartiene.

Ma poiché qui si tratta della realtà e non delle parole, che senso ha giocare con una questione di così grande importanza? E anche concedendo loro questa distinzione, che cosa ottengono se non questo: di onorare Dio soltanto e di servire i santi? Infatti, latria in greco significa onore, mentre dulia significa servitù. E tuttavia questa distinzione non è sempre osservata nella Scrittura. Ma anche supponendo che essa fosse costante, resta da esaminare che cosa valga l’una e l’altra.

Certamente, come abbiamo detto, dulia implica servitù, mentre latria implica onore. Ora nessuno dubita che servire sia molto più che onorare: spesso ci riesce difficile e penoso servire coloro che pure non rifiutiamo di onorare. Sarebbe dunque una ripartizione iniqua assegnare ai santi ciò che è maggiore e lasciare a Dio ciò che è minore. Si replicherà che molti antichi dottori hanno fatto uso di questa distinzione; ma che cosa importa, se chiunque vede che essa non solo è impropria, ma del tutto frivola?


1:12:3 Ogni culto religioso reso alle creature viola la gloria di Dio

Lasciando da parte queste sottigliezze, consideriamo la realtà dei fatti. L’apostolo Paolo, ricordando ai Galati quale fosse stata la loro condizione prima di essere illuminati nella conoscenza di Dio, dice che essi hanno servito quelli che per natura non sono dèi (Galati 4:8). Sebbene egli non usi il termine latria, la loro superstizione è forse per questo scusabile? Certamente egli non la condanna meno attribuendole il nome di dulia che se avesse espresso il termine latria.

E quando Cristo respinge la tentazione di Satana con questo scudo, dicendo: «Adorerai il Signore tuo Dio» (Matteo 4:10), non si trattava di latria; poiché Satana gli chiedeva soltanto un atto di riverenza, che in greco si chiama proskynesis. Allo stesso modo, quando Giovanni viene rimproverato dall’angelo perché si era inginocchiato davanti a lui (Apocalisse 19:10), non dobbiamo immaginare che Giovanni fosse così privo di discernimento da voler trasferire all’angelo l’onore dovuto a Dio solo; ma poiché è impossibile che l’onore reso per devozione non contenga in sé una parte della maestà divina, Giovanni non poteva adorare l’angelo senza sottrarre qualcosa alla gloria di Dio.

Leggiamo spesso che gli uomini furono adorati, ma si trattava di un onore civile, che riguarda la dignità umana; la religione, invece, ha un altro ambito. Infatti, non appena le creature vengono onorate religiosamente, l’onore di Dio viene profanato in pari misura. Lo vediamo chiaramente nel caso di Cornelio il centurione. Egli non aveva così mal appreso il timore e il servizio di Dio da non attribuire a lui solo l’onore supremo; e tuttavia, inchinandosi davanti a Pietro, non lo faceva con l’intenzione di adorarlo al posto di Dio. Ciononostante, Pietro glielo proibì severamente. E perché? Perché gli uomini non sapranno mai distinguere così bene, nel loro comportamento, l’onore dovuto a Dio da quello dovuto alle creature, che, adorando queste ultime per devozione, non sottraggano di fatto a Dio ciò che gli è proprio, per renderlo comune a chi non ne è degno.

Se dunque desideriamo avere un solo Dio, ricordiamoci che non si deve togliere nulla della sua gloria, neppure il minimo; tutto ciò che gli appartiene deve rimanere a lui. Per questa ragione Zaccaria, parlando della restaurazione della Chiesa, afferma espressamente che vi sarà non solo un solo Dio, ma anche che il suo nome sarà uno, per mostrare che egli non avrà nulla in comune con gli idoli (Zaccaria 14:9).

Vedremo altrove, nel suo ordine, quale culto Dio richiede; poiché egli ha stabilito nella sua Legge ciò che è buono e giusto, e con ciò ha voluto vincolare gli uomini a una norma certa, affinché nessuno si concedesse la libertà di fare ciò che gli sembrava opportuno immaginare. Ma poiché non è opportuno appesantire i lettori mescolando più materie insieme, non entrerò ora in questo argomento. Ci basti sapere che, quando gli uomini attribuiscono alle creature qualche servizio religioso o atto di pietà, commettono sacrilegio.

Del resto, la superstizione dapprima ha divinizzato il sole, le stelle e gli idoli; poi è sopraggiunta l’ambizione, che ha spogliato Dio delle sue prerogative per rivestirne gli uomini mortali, profanando così tutto ciò che era sacro. E sebbene il principio di onorare un Dio supremo sia sempre rimasto, nondimeno si è affermata l’abitudine di sacrificare a piccoli dèi, agli spiriti e agli uomini defunti. Tanto siamo inclini a questo vizio: quello di distribuire a una moltitudine ciò che Dio comanda così severamente di riservare a lui solo.


Riassunto del Capitolo 1:12