Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 13

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro I

Capitolo XIII

Nel quale, fin dalla creazione del mondo, la Scrittura ci insegna che nell’unica essenza di Dio sono contenute tre persone

1:13:1 - L’infinità e spiritualità di Dio contro le fantasie popolari e filosofiche

Ciò che la Scrittura ci mostra circa l’essenza di Dio, infinita e spirituale, non è detto soltanto per rovesciare le folli fantasticherie del volgo, ma deve anche servire a mettere sotto i piedi tutte le sottigliezze dei filosofi profani. Uno di essi credette di aver trovato una sentenza elegante, dicendo che Dio è ciò che vediamo e ciò che non vediamo. Ma parlando così, egli immaginava che la divinità fosse diffusa in tutto il mondo. È vero che Dio, per mantenerci nella sobrietà, non si dilunga nel parlarci della sua essenza; tuttavia, mediante i due titoli che abbiamo ricordato, egli abbatte tutte quelle grossolane fantasticherie che le persone concepiscono, e insieme reprime ogni audacia dell’intelletto umano.

Infatti, l’infinità della sua essenza deve sgomentarci, affinché non pretendiamo di misurarlo con i nostri sensi; e la sua natura spirituale deve trattenerci dal pensare di lui qualcosa di terreno o carnale. Per questo spesso egli assegna a sé stesso il cielo come dimora. Poiché, sebbene, in quanto incomprensibile, egli riempia anche la terra, tuttavia, vedendo che le nostre menti, per la loro lentezza, rimangono sempre inchiodate in basso, giustamente, per scuotere la nostra pigrizia e ottusità, egli ci eleva al di sopra del mondo.

In tal modo viene abbattuto l’errore dei Manichei, i quali, ponendo due princìpi, stabilivano il diavolo in opposizione a Dio, come se fosse quasi suo pari. Questo infatti significava dissolvere e spezzare l’unità di Dio e restringerne l’infinità. E se essi hanno osato abusare di qualche testimonianza della Scrittura, ciò è stato frutto di un’ignoranza tanto grossolana quanto la loro dottrina era una fantasticheria esecrabile.

La setta che fu chiamata degli Antropomorfiti si figurò Dio in modo corporeo, perché la Scrittura spesso gli attribuisce bocca, orecchie, piedi e mani; ma la loro stoltezza è così puerile che si dissolve da sé, senza bisogno di una lunga disputa. Chi infatti sarà così ottuso da non comprendere che Dio balbetta con noi, per così dire, come fanno le nutrici con i bambini, per adattarsi alla loro capacità? Pertanto, tali modi di parlare non esprimono propriamente ciò che Dio è in sé stesso, ma ci trasmettono una conoscenza di lui proporzionata alla rozzezza delle nostre menti: cosa che la Scrittura non può fare senza abbassarsi, e di molto, al di sotto della maestà di Dio.


1:13:2 Dio unico contemplato in tre persone: necessità di una distinzione senza divisione

Troveremo inoltre qui un’altra caratteristica particolare, per distinguere Dio dagli idoli. Egli infatti si presenta come unico Dio in modo tale da offrirsi a essere contemplato distintamente in tre persone; e se non le consideriamo attentamente, non rimarrà che un nome vuoto di Dio, privo di forza ed efficacia, che vaga nei nostri cervelli.

Ora, affinché nessuno immagini un Dio con tre teste, o triplice nella sua essenza, o pensi che l’essenza di Dio, che è del tutto semplice, sia divisa e lacerata, dobbiamo qui cercare una definizione breve e semplice, che ci liberi da ogni errore.

Poiché alcuni abbaiano contro il termine “persone”, come se fosse stato inventato dalle persone, vediamo anzitutto quale ragione abbiano per farlo. Quando l’Apostolo chiama Gesù Cristo “l’immagine viva dell’ipostasi del Padre” (Ebrei 1:3), egli attribuisce a ciascuno un’ipostasi, nella quale l’uno differisce dall’altro. Questo termine indica una sussistenza che risiede nell’unico Dio.

Intenderlo come “essenza”, come fanno alcuni interpreti, sostenendo che Gesù Cristo sia come una cera impressa dal sigillo di Dio suo Padre, e che in tal modo rappresenti la sua sostanza, non è soltanto un modo di dire rozzo, ma del tutto assurdo. Poiché, dato che l’essenza di Dio è semplice e non ammette divisione, colui che la possiede in sé non per efflusso o per porzione, ma in una pienezza totale, non può essere chiamato propriamente immagine o impronta di ciò che egli stesso è.

Ma poiché il Padre, in quanto distinto nella sua proprietà, si è espresso interamente nel Figlio, a buon diritto si dice che egli ha reso in lui manifesta la sua ipostasi. A ciò si accorda perfettamente quanto l’Apostolo aggiunge subito dopo, dicendo che egli è lo splendore della sua gloria. Da queste parole ricaviamo che vi è un’ipostasi propria del Padre, che tuttavia risplende nel Figlio; e da ciò si deduce facilmente che vi è un’ipostasi anche del Figlio, per la quale egli è così simile a Dio suo Padre, da non essere tuttavia il Padre stesso.

Lo stesso ragionamento vale per lo Spirito Santo: poiché dimostreremo presto che egli è Dio, e tuttavia saremo costretti a riconoscerlo come distinto dal Padre. Tale distinzione non può riguardare l’essenza, che non è variabile né divisibile in parti. Pertanto, se prestiamo fede all’Apostolo, ne segue che in un solo Dio vi sono tre ipostasi. E poiché i dottori latini hanno voluto esprimere la stessa cosa con il termine “persone”, sarebbe un cavillo, anzi un’ostinazione eccessiva, litigare su una cosa tanto nota e manifesta.

Ho già detto che il termine greco indica sussistenza; e alcuni lo hanno confuso con “sostanza”, come se fosse la stessa cosa. Inoltre, non solo i latini hanno usato il termine “persone”, ma anche i greci, per attestare meglio il loro accordo, lo hanno impiegato abitualmente nei loro scritti. In ogni caso, anche se vi fosse qualche scrupolo riguardo al termine, essi non intendono dire altro che una sola e medesima cosa.


1:13:3 Legittimità di termini extrabiblici per esprimere fedelmente la dottrina biblica

Ora, benché gli eretici abbaiano e altri ostinati mormorino che non si debba accogliere un termine forgiato secondo il capriccio umano, dal momento che non possono negare che tre sono nominati, ciascuno dei quali è pienamente Dio, e che tuttavia non vi sono tre dèi, non è forse una grande malizia rigettare parole che non dichiarano altro se non ciò che è testimoniato nella Scrittura?

Essi sostengono che sarebbe meglio tenere rinchiusi entro i confini della Scrittura non solo i nostri pensieri, ma anche le nostre parole, piuttosto che divulgare termini estranei, che sarebbero semi di contese e dissensi. Infatti, accade spesso che, combattendo sulle parole, la verità si perda nel dibattito e la carità venga distrutta.

Ma se essi chiamano “termini estranei” tutti quelli che non si trovano sillaba per sillaba nella Scrittura, ci impongono una condizione durissima, poiché in tal modo condannano tutte le predicazioni che non siano composte parola per parola della Scrittura. Se invece intendono come termini estranei quelli inventati con eccessiva curiosità e difesi superstiziosamente, più per contesa che per edificazione, usati senza necessità e senza frutto, e dai quali nasce qualche scandalo tra i fedeli o che ci allontanano dalla semplicità della Scrittura, allora approvo pienamente la loro sobrietà.

Ritengo infatti che non dobbiamo parlare di Dio con minore riverenza di quella con cui pensiamo alla sua maestà; poiché tutto ciò che pensiamo di lui partendo da noi stessi è follia, e tutto ciò che possiamo dire è privo di sapore. Tuttavia, occorre mantenere una giusta misura. È vero che dobbiamo trarre dalla Scrittura la regola tanto dei nostri pensieri quanto delle nostre parole, e ad essa riferire tutte le meditazioni della nostra mente e tutte le parole della nostra bocca. Ma chi ci impedirà di esprimere con parole più chiare le cose che nella Scrittura sono presentate in modo oscuro, purché ciò che diciamo serva a esprimere fedelmente la verità della Scrittura, e ciò avvenga senza eccessiva libertà e per una buona ragione?

Ne abbiamo esempi quotidiani. E che dire, quando sarà dimostrato che la Chiesa è stata costretta a usare i termini di Trinità e di persone? Se allora qualcuno li rigetta con il pretesto della novità, non si dovrà forse giudicare che egli non sopporta la luce della verità, poiché non c’è nulla da rimproverare se non una spiegazione più chiara di ciò che è già compreso nella Scrittura?


1:13:4 Necessità storica dei termini trinitari contro le eresie antiche

Questa “novità” di termini, se così la si deve chiamare, è particolarmente necessaria quando occorre difendere la verità contro i calunniatori che la sovvertono con le loro tergiversazioni. Cosa che sperimentiamo oggi più che mai, poiché troviamo grande difficoltà a convincere i nemici della verità: essi infatti, contorcendosi come serpenti, trovano sempre il modo di sfuggire, se non li si stringe da vicino e quasi non li si tiene in morsa.

In questo modo, gli antichi, disturbati da dottrine perverse, furono costretti a spiegare in maniera semplice e chiara ciò che credevano, per non lasciare alcun rifugio ai malvagi, per i quali ogni oscurità di linguaggio sarebbe stata come un nascondiglio per coprire i loro errori.

Ario confessava che Gesù Cristo è Dio e Figlio di Dio, poiché non poteva resistere a tante testimonianze della Scrittura; e, come se avesse soddisfatto a ogni richiesta, faceva finta di essere d’accordo con gli altri. Tuttavia, non smetteva di affermare che Cristo era stato creato e aveva avuto un inizio come le altre creature. I Padri antichi, per smascherare questa malizia, andarono oltre e dichiararono che Cristo è Figlio eterno di Dio e della stessa sostanza del Padre. Allora emerse l’empietà degli Ariani, i quali non poterono sopportare questa dottrina, ma la detestarono.

Se fin dall’inizio avessero confessato senza finzione che Gesù Cristo è Dio, non avrebbero negato la sua essenza divina. Chi oserà dunque accusare quei santi Padri come amanti di contese e dissensi, solo perché per una parola si accesero tanto nella lotta da turbare la tranquillità della Chiesa? Eppure quella parola mostrava la differenza tra i veri cristiani e gli eretici.

Poi venne Sabellio, il quale sosteneva che i termini Padre, Figlio e Spirito Santo non avessero alcuna importanza né proprietà propria, ma fossero simili agli altri titoli di Dio. Se si discuteva, riconosceva che il Padre è Dio, così come il Figlio e lo Spirito Santo; ma poi trovava una via di fuga, dicendo che non aveva confessato altro se non ciò che avrebbe detto chiamando Dio buono, sapiente o potente. Così tornava alla sua tesi, affermando che il Padre è il Figlio e il Figlio è lo Spirito Santo, senza alcuna distinzione.

Coloro che allora avevano a cuore l’onore di Dio, per abbattere la malizia di quest’uomo, ribattevano che bisogna riconoscere tre proprietà in un solo Dio. E per opporre una verità semplice e manifesta alle sue cavillazioni, affermavano che vi sono tre persone che sussistono in un solo Dio, oppure, ciò che è lo stesso, che in un’unica essenza divina vi è una Trinità di persone.

1:13:5 - Uso legittimo dei termini trinitari e varietà del linguaggio patristico

Se dunque questi nomi non sono stati inventati temerariamente, dobbiamo guardarci dall’essere a nostra volta accusati di temerarietà nel respingerli. Io desidererei che fossero sepolti, purché questa fede fosse universalmente mantenuta: che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un solo Dio; e tuttavia che il Figlio non è il Padre, né lo Spirito è il Figlio, ma che vi è distinzione di proprietà.

Del resto, non sono così rozzo ed estremo da voler suscitare grandi contese per semplici parole; poiché mi accorgo che gli antichi Padri, pur sforzandosi di parlare con grande riverenza su questo argomento, non concordano sempre pienamente tra loro, e che alcuni di essi non parlano neppure costantemente nello stesso modo.

Quali sono infatti le formule e i modi di esprimersi dei concili che sant’Ilario si trova a giustificare? Quanta libertà di linguaggio talvolta si prende sant’Agostino? E quanta differenza vi è tra i greci e i latini? Un solo esempio basterà a mostrare questa varietà. I latini, per tradurre il termine greco homoousios, dissero che il Figlio è consustanziale al Padre, intendendo che egli è della medesima sostanza; e così usarono il termine “sostanza” nel senso di “essenza”.

Eppure san Girolamo, scrivendo al vescovo di Roma Damaso, afferma che è un sacrilegio porre tre sostanze in Dio. Al contrario, in sant’Ilario si trova più di cento volte l’affermazione che in Dio vi sono tre sostanze. Quanto poi al termine ipostasi, quanta difficoltà vi trova san Girolamo! Egli sospetta che vi sia del veleno nascosto quando si dice che in Dio vi sono tre ipostasi. Se qualcuno però lo usa in senso buono e corretto, egli ammette che si tratta di un modo di parlare improprio, purché lo si faccia senza finzione; e non piuttosto, come egli stesso fece, per l’ostilità che nutriva verso i vescovi d’Oriente, cercando deliberatamente di caricarli di calunnie.

Sta di fatto che non è corretto da parte sua affermare che il termine greco ousia non significhi altro che ipostasi, cosa che può essere facilmente confutata dall’uso comune. Sant’Agostino è molto più modesto e umano: egli riconosce che questo termine, in tale significato, è nuovo tra i latini, ma tuttavia non solo lascia ai greci il loro modo di esprimersi, bensì tollera anche i latini che li hanno seguiti. Anzi, anche Socrate, storico ecclesiastico, nel sesto libro della storia detta Tripartita, ritiene che siano stati uomini ignoranti a usare per primi questo termine in quel senso.

E in effetti sant’Ilario rimprovera agli eretici un grave misfatto: che, a causa della loro temerarietà, egli è costretto a esporre al rischio della parola umana cose che dovrebbero essere custodite nel cuore; non nascondendo che ciò significa intraprendere cose illecite, presumere cose non concesse ed esprimere cose ineffabili. Poco dopo si scusa di essere stato costretto a introdurre termini nuovi: poiché, dopo aver posto i nomi naturali - Padre, Figlio e Spirito Santo - aggiunge che tutto ciò che si può cercare oltre è al di sopra di ogni eloquenza, di ogni comprensione dei sensi e di ogni concezione dell’intelletto.

In un altro passo egli considera beati i vescovi della Gallia, perché non avevano né forgiato né accolto, né neppure conosciuto altra confessione se non la prima e la più semplice, trasmessa a tutte le Chiese fin dal tempo degli Apostoli. L’apologia di sant’Agostino è simile: egli afferma che la necessità ha come strappato questo termine, a causa della povertà e insufficienza del linguaggio umano in una materia tanto elevata; non per esprimere pienamente ciò che è Dio, ma per non tacere come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo siano tre.

Questa modestia dei santi Padri deve indurci a non essere troppo severi nel condannare subito coloro che non vogliono attenersi rigidamente al nostro modo di parlare, purché ciò non avvenga per orgoglio o insolenza, o per astuzia e malizia; ma piuttosto a considerare, da parte loro, quale necessità ci costringa a parlare in questo modo, affinché anch’essi si abituino a poco a poco a ciò che è opportuno.

Tuttavia, poiché da una parte bisogna resistere agli Ariani e dall’altra ai Sabelliani, se costoro si lamentano che si chiuda loro la via per non lasciarli tergiversare, badino a non far sospettare di favorirli o di esserne discepoli. Ario confessava che Cristo era Dio, ma mormorava di nascosto che era stato fatto e aveva avuto un inizio; e confessando che era uno con il Padre, insinuava ai suoi discepoli che lo fosse come lo sono gli altri fedeli, sebbene per un privilegio singolare.

Chiamando Cristo consustanziale, si toglie la maschera a questo impostore, senza aggiungere nulla alla Scrittura. Sabellio invece negava che i nomi di Padre, Figlio e Spirito Santo implicassero alcuna distinzione, e non sopportava che si dicesse che essi sono tre, senza accusare di introdurre tre dèi. Dicendo invece che vi è Trinità di persone in un’unica essenza, non si afferma nulla che non sia compreso nella Scrittura, e si reprime il vaniloquio di questo calunniatore.

Se vi sono poi alcuni tanto scrupolosi da non poter accettare questi termini, nessuno di essi, per quanto contrariato, potrà negare che quando la Scrittura parla di un solo Dio, si debba intendere unità di sostanza; e quando dice che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre, indichi tre persone in questa Trinità. Quando ciò è confessato senza astuzia, non dovremmo più litigare sulle parole. Ma ho sperimentato spesso e da lungo tempo che coloro che si accaniscono tanto sulle parole, nascondono qualche veleno segreto; perciò è meglio provocarli apertamente, piuttosto che parlare in modo oscuro a loro favore.


1:13:6 - Definizione di “persona” come sussistenza distinta nell’essenza divina

Lasciando dunque da parte la disputa sulle parole, comincerò a trattare la cosa stessa. In primo luogo chiamo “persona” una sussistenza nell’essenza di Dio, che, in relazione alle altre, è distinta da esse mediante una proprietà incommunicabile.

Questo termine “sussistenza” deve essere inteso in un senso diverso da quello di “essenza”. Se infatti la Parola fosse semplicemente Dio e non avesse nulla di proprio, san Giovanni avrebbe parlato impropriamente dicendo che essa era presso Dio (Giovanni 1:1). Quando aggiunge subito dopo che essa è Dio, lo intende dell’unica essenza. Ma poiché essa non poteva essere presso Dio se non come sussistente nel Padre, in ciò si manifesta quella sussistenza di cui parliamo; la quale, pur essendo congiunta all’essenza da un legame inseparabile, ha tuttavia un carattere distintivo che la differenzia.

Ho detto inoltre che ciascuna delle tre sussistenze, considerate in relazione alle altre, è distinta da una proprietà. Qui il termine “relazione” è usato con particolare attenzione: poiché, quando si fa menzione semplice di Dio, senza determinare nulla di specifico, questo nome conviene tanto al Figlio quanto allo Spirito Santo, non meno che al Padre; ma quando si mette a confronto il Padre con il Figlio, ciascuno è distinto dalla propria proprietà.

In terzo luogo ho aggiunto che ciò che è proprio di ciascuno non è comunicabile agli altri: poiché tutto ciò che è attribuito al Padre come segno distintivo non può competere al Figlio né essergli trasferito.

Quanto alla definizione di Tertulliano, non mi dispiace, purché sia intesa correttamente: egli chiama la Trinità delle persone una disposizione o un ordine in Dio, che non altera in nulla l’unità dell’essenza.


1:13:7 - La Parola eterna come sapienza sussistente di Dio

Tuttavia, prima di procedere oltre, dobbiamo dimostrare la divinità del Figlio e dello Spirito Santo; poi vedremo in che modo essi differiscono l’uno dall’altro. Quando la Scrittura fa menzione della Parola eterna di Dio, sarebbe una grossolana assurdità immaginare una voce che si disperde e svanisce, o che si lancia nell’aria per uscire da Dio, come avvenne per le profezie e le rivelazioni concesse agli antichi Padri.

Questo termine “Parola” indica piuttosto una sapienza che risiede in Dio, dalla quale sono procedute tutte le rivelazioni e le profezie. Ne è testimone san Pietro, il quale afferma che gli antichi profeti parlarono per lo Spirito di Cristo non meno degli Apostoli (1 Pietro 1:11) e di coloro che in seguito annunciarono la dottrina della salvezza. Ora, poiché Cristo non era ancora manifestato, è necessario intendere che questa Parola fu generata dal Padre prima di tutti i secoli.

Se dunque lo Spirito per mezzo del quale i profeti furono strumenti era lo Spirito della Parola, ne concludiamo con certezza che la Parola è vero Dio. Questo Mosè lo mostra chiaramente nella creazione del mondo (Genesi 1), ponendo sempre la Parola in evidenza; infatti, perché mai egli ripete espressamente che Dio, creando ogni parte del mondo, disse che ciò o ciò fosse fatto, se non per far risplendere davanti a noi, come in un’immagine, la gloria di Dio che è insondabile?

Gli schernitori potranno cercare una via di fuga, dicendo che la Parola è qui intesa come un semplice comando; ma gli Apostoli sono interpreti ben più autorevoli, poiché affermano che il mondo è stato creato per mezzo del Figlio (Ebrei 1:2) e che egli sostiene tutte le cose con la sua Parola potente. Qui vediamo che la Parola indica il comando del Figlio, il quale in un altro senso è chiamato la Parola essenziale ed eterna del Padre.

Analogamente, ciò che Salomone dice non è oscuro per chiunque abbia un intelletto sano e modesto: egli afferma che la Sapienza fu generata da Dio prima dei secoli e che presiedette alla creazione di tutte le cose (Proverbi 8:22). Immaginare un comando temporale di Dio sarebbe stolto e frivolo, poiché Dio ha voluto mostrare il suo consiglio eterno e immutabile, e anzi qualcosa di ancora più profondo. A questo tende anche la parola del Signore Gesù: “Il Padre mio opera fino ad ora, e anch’io opero” (Giovanni 5:17). Affermando infatti di aver sempre operato con il Padre fin dall’inizio del mondo, egli spiega più chiaramente ciò che Mosè aveva solo accennato.

Vediamo dunque che Dio parlò in modo tale nella creazione del mondo che anche la Parola operò da parte sua, e che l’opera fu comune. Ma ciò che san Giovanni afferma è ancora più chiaro: la Parola che era presso Dio fin dal principio (Giovanni 1:3) è la causa e l’origine di tutte le cose, insieme a Dio Padre; poiché egli le attribuisce un’essenza permanente e le assegna qualcosa di proprio, mostrando come Dio, parlando, sia stato il creatore del mondo.

Perciò, sebbene tutte le rivelazioni che procedono da Dio siano giustamente chiamate sua parola, tuttavia dobbiamo collocare al grado supremo questa Parola essenziale, che è la fonte di tutte le rivelazioni, e ritenere fermamente che essa non è soggetta ad alcuna mutabilità, ma rimane sempre una e immutabile in Dio, anzi è Dio stesso.


1:13:8 - Confutazione di chi nega l’eternità della Parola

Alcuni ringhiano a questo punto; e poiché non osano apertamente strappare a Gesù Cristo la divinità, gli sottraggono di nascosto l’eternità. Essi affermano infatti che la Parola cominciò a essere quando Dio aprì la sua bocca sacra nella creazione del mondo. Ma è un parlare fin troppo inconsiderato introdurre una novità nella sostanza di Dio.

È vero che i nomi che riguardano l’opera esteriore di Dio hanno avuto inizio quando l’opera stessa è cominciata a esistere, come quando egli è chiamato creatore del cielo e della terra; ma la fede non riconosce e non può tollerare alcun nome che indichi che qualcosa sia sopraggiunto in Dio stesso. Se infatti qualcosa di nuovo gli fosse accaduto, ciò che afferma san Giacomo sarebbe annullato: “Ogni dono buono e ogni dono perfetto viene dall’alto, discendendo dal Padre delle luci, nel quale non vi è mutamento né ombra di variazione” (Giacomo 1:17).

Non è dunque ammissibile immaginare un inizio nella Parola, che è sempre stata Dio e, in seguito, creatrice del mondo. Essi credono di argomentare sottilmente, dicendo che Mosè, narrando che Dio parlò, indica che prima non vi fosse alcuna parola in lui; ma nulla è più stolto di questo. Se qualcosa è manifestato in un certo tempo, non significa che prima non esistesse.

Io concludo invece in questo modo: poiché nello stesso istante in cui Dio disse “sia la luce”, la potenza della Parola uscì e si manifestò, essa doveva necessariamente esistere prima (Genesi 1:3). Se si chiede un termine, non se ne troverà alcuno che segni un inizio; poiché anche Gesù Cristo non delimita alcun tempo quando dice: “Padre, glorifica il Figlio tuo con la gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Giovanni 17:5). E san Giovanni non ha omesso di mostrarlo nell’ordine del suo discorso, poiché prima di venire alla creazione del mondo afferma che la Parola era presso Dio fin dal principio.

Concludo dunque di nuovo che la Parola, concepita da Dio prima di ogni tempo, ha sempre risieduto in lui; e da ciò risultano chiaramente la sua eternità, la sua vera essenza e la sua divinità.


1:13:9 - Testimonianze profetiche della divinità del Figlio

Benché io non tratti ancora qui della persona del Mediatore, poiché rimando questo argomento al luogo in cui si parlerà della redenzione, tuttavia, poiché questo punto deve essere risolto senza controversia tra tutti, ossia che Gesù Cristo è quella stessa Parola rivestita di carne, le testimonianze che confermano la sua divinità sono del tutto pertinenti.

Quando nel Salmo 45 si dice: “O Dio, il tuo trono è in eterno e per sempre”, i Giudei tergiversano, sostenendo che il nome Elohim è attribuito anche agli angeli e alle alte dignità; ma io rispondo che non vi è alcun passo simile nella Scrittura in cui lo Spirito Santo stabilisca un trono eterno per una creatura. Colui di cui qui si parla non solo è chiamato Dio, ma è anche proclamato dominatore per sempre.

Alcuni traducono: “Il tuo trono è di Dio”, ma questa interpretazione è fredda e forzata. Concedo che ciò che è eccellente venga talvolta chiamato divino; ma il contesto mostra chiaramente che tale spiegazione è artificiosa e inadeguata.

Ancora più chiaro è quanto Isaia afferma di Gesù Cristo, presentandolo come Dio dotato di sovrana potenza: “Egli sarà chiamato Dio potente, Padre eterno” (Isaia 9:6). I Giudei tentano anche qui di eludere il senso, rovesciando l’ordine delle parole: “Il Dio potente e Padre eterno lo chiamerà così”. In questo modo tolgono a Cristo tutto ciò che il testo afferma di lui, lasciandogli solo il titolo di Principe della pace. Ma a che scopo accumulare tanti titoli, se essi fossero attribuiti al Padre, mentre il discorso riguarda l’ufficio, le virtù e i benefici di Gesù Cristo?

L’intento del profeta è chiaramente quello di rivestire Cristo di titoli che fondino la nostra fede in lui. Non vi è dunque dubbio che egli sia chiamato qui Dio potente nello stesso senso in cui poco prima era chiamato Emmanuele.

Ancora più esplicito è il passo di Geremia, dove il germoglio di Davide è chiamato “il Signore nostra giustizia” (Geremia 23:6). Poiché i Giudei stessi insegnano che gli altri nomi di Dio sono come titoli, mentre questo, che essi ritengono ineffabile, è sostantivo ed esprime l’essenza stessa, ne concludo che il Figlio è il solo Dio eterno, il quale afferma altrove che non darà la sua gloria a un altro (Isaia 42:8).

Essi cercano anche qui una via di fuga, osservando che Mosè impose lo stesso nome all’altare che aveva edificato, e che Ezechiele lo attribuì alla nuova Gerusalemme. Ma chi non vede che quell’altare fu così chiamato come memoriale dell’esaltazione operata da Dio, e che Gerusalemme riceve quel nome solo perché Dio vi risiede? Infatti il profeta dice: “Il nome della città sarà: Il Signore è là” (Ezechiele 48:35).

Le parole di Mosè indicano semplicemente che egli impose all’altare il nome: “Il Signore è la mia bandiera” (Esodo 17:15). Vi è tuttavia un passo di Geremia che sembra più problematico, dove lo stesso titolo è attribuito a Gerusalemme: “Questo sarà il nome con cui la chiameranno: Il Signore nostra giustizia” (Geremia 33:16). Ma lungi dall’oscurare la verità che qui difendo, questo passo la conferma. Poiché, avendo prima attestato che Gesù Cristo è il vero Dio eterno, Geremia aggiunge che la Chiesa sentirà così vivamente questa verità da potersi glorificare di questo stesso nome.

Nel primo passo dunque la fonte e la causa della giustizia sono poste nella persona di Gesù Cristo, cosa che non può competere se non a Dio; nel secondo se ne indica l’effetto.


1:13:10 - L’Angelo dell’Eterno come manifestazione del Figlio

Se questo ancora non soddisfa i Giudei, non vedo con quali cavillazioni possano cancellare il fatto che così spesso nella Scrittura il Dio eterno si presenta nella persona di un Angelo. Si legge che un Angelo apparve ai santi Padri (Giudici 6-7), e questo Angelo si attribuisce il nome del Dio eterno.

Se qualcuno replica che ciò avviene in virtù dell’ufficio affidatogli, la difficoltà non è risolta; poiché un servo non accetterebbe mai un sacrificio, sottraendo a Dio l’onore che gli è dovuto. Ora, quell’Angelo, dopo aver rifiutato di mangiare il pane, ordina che si offra un sacrificio al Signore (Giudici 13:16), e poi dimostra con i fatti che egli stesso è il Signore. Perciò Manoach e sua moglie comprendono da questo segno di non aver visto semplicemente un angelo, ma Dio, ed esclamano: “Moriremo, perché abbiamo visto Dio”. E quando la donna risponde: “Se il Signore avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato l’offerta dalle nostre mani” (Giudici 13:22-23), ella confessa chiaramente che colui che era stato chiamato angelo è il vero Dio.

La risposta dell’Angelo elimina ogni dubbio: “Perché mi chiedi il mio nome, che è meraviglioso?” (Giudici 13:18). Tanto più detestabile è dunque l’empietà di Serveto, quando osa affermare che Dio non si è mai manifestato ai santi Padri, ma che essi hanno adorato un angelo al suo posto.

Seguiamo piuttosto l’interpretazione dei santi dottori, secondo i quali quell’Angelo supremo era la Parola eterna di Dio, che già cominciava a esercitare l’ufficio di Mediatore. Infatti, sebbene il Figlio di Dio non fosse ancora rivestito di carne, egli è sempre disceso sulla terra per avvicinarsi più familiarmente ai fedeli. Questa comunicazione gli ha dato il nome di Angelo, senza che egli perdesse ciò che gli è proprio, ossia l’essere il Dio della gloria incomprensibile.

Questo è anche il senso di Osea, il quale, dopo aver narrato la lotta di Giacobbe con l’Angelo, aggiunge: “Il Signore, Dio degli eserciti, il Signore è il suo nome” (Osea 12:5). Serveto protesta anche qui, sostenendo che Dio avrebbe assunto la persona di un angelo; come se il profeta non confermasse ciò che Mosè aveva già detto: “Perché mi chiedi il mio nome?”. La confessione del santo patriarca mostra chiaramente che non si trattava di un angelo creato, ma del Dio nel quale risiede tutta la perfezione della maestà sovrana, quando afferma: “Ho visto Dio faccia a faccia” (Genesi 32:29-30).

A ciò si accorda quanto afferma san Paolo, cioè che Cristo fu la guida del popolo nel deserto (1 Corinzi 10:4). Sebbene il tempo della sua umiliazione non fosse ancora giunto, egli mostrò già allora una figura dell’ufficio al quale era destinato. Inoltre, se si considera attentamente quanto è contenuto nel secondo capitolo di Zaccaria, si vede che l’Angelo che manda un altro Angelo è subito dopo dichiarato essere il Signore degli eserciti, e gli è attribuito ogni potere sovrano.

Tralascio molte altre testimonianze sulle quali la nostra fede può poggiare con sicurezza, anche se i Giudei non ne sono scossi. Quando Isaia dice: “Ecco, questo è il nostro Dio; è il Signore, spereremo in lui ed egli ci salverà” (Isaia 25:9), ogni persona di giudizio equilibrato vede che si parla propriamente del Redentore che doveva venire per la salvezza del suo popolo. E il fatto che egli sia indicato due volte come con il dito non può riferirsi se non a Cristo.

Ancora più chiaro è il passo di Malachia, quando promette che il Signore che si attendeva verrà nel suo tempio (Malachia 3:1). È noto che il tempio di Gerusalemme non fu mai consacrato se non al solo e sovrano Dio; e tuttavia il profeta ne attribuisce il possesso e la signoria a Gesù Cristo. Da ciò segue che egli è il medesimo Dio che è sempre stato adorato in Giude


1:13:11 - Il Nuovo Testamento applica a Cristo ciò che l’Antico dice del Dio eterno

Il Nuovo Testamento è pieno di testimonianze innumerevoli; e perciò devo piuttosto faticare a scegliere le più appropriate che a raccoglierle tutte. Ora, benché gli apostoli abbiano parlato di Gesù Cristo da quando egli è apparso nella carne come Mediatore, tuttavia tutto ciò che addurrò servirà benissimo a provare la sua divinità eterna.

Anzitutto è un punto molto degno di nota che tutto ciò che era stato predetto del Dio eterno, gli apostoli lo applicano a Gesù Cristo, dicendo che si è compiuto in lui, o che si compirà. Così, quando Isaia dice che il Dio degli eserciti sarà pietra d’inciampo e roccia di scandalo per la casa di Giuda e d’Israele (Isaia 8:14), san Paolo dichiara che ciò si è compiuto in Gesù Cristo, mostrando insieme che egli è il Dio degli eserciti (Romani 9:32).

Ugualmente, in un altro passo egli dice: “Dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo”, poiché sta scritto: “Ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua giurerà nel mio nome” (Romani 14:10; Isaia 45:23). Poiché Dio parla così di sé in Isaia, e Cristo mostra con i fatti che ciò gli conviene, ne segue che egli è quel Dio medesimo la cui gloria non può essere data ad altri.

Lo stesso vale per ciò che Paolo cita dal Salmo nella Lettera agli Efesini: “Dio, salito in alto, ha condotto prigionieri i suoi nemici” (Efesini 4:8; Salmi 68:19). Egli intende mostrare che quell’ascensione era stata solo figurata nel fatto che Dio aveva dispiegato la sua potenza per dare a Davide vittoria sui pagani, e che si è manifestata più pienamente in Gesù Cristo.

In conformità a ciò, san Giovanni testimonia che fu la gloria del Figlio di Dio ad apparire a Isaia, sebbene il profeta dica che era la maestà del Dio vivente (Giovanni 12:41; Isaia 6:1-5).

Inoltre, non vi è dubbio che i passi citati dall’Apostolo nella Lettera agli Ebrei appartengano solo a Dio: “Signore, tu, in principio, fondasti il cielo e la terra”. E anche: “Lo adorino tutti i suoi angeli” (Ebrei 1:6, 10). Sebbene tali titoli siano per onorare la maestà di Dio, applicarli a Gesù Cristo non è abusarne, poiché è notorio che tutto ciò che vi è predetto si è compiuto in lui soltanto. È lui che si è presentato per usare misericordia a Sion. È lui che ha preso possesso di tutti i popoli e di tutte le regioni del mondo, dilatando ovunque il suo regno.

E perché mai san Giovanni avrebbe esitato ad attribuire la maestà di Dio a Gesù Cristo, avendo affermato all’inizio del suo Vangelo che egli era Dio eterno (Giovanni 1:1, 14)? Perché san Paolo avrebbe temuto di collocarlo sul trono di Dio, avendo già detto così chiaramente della sua divinità che egli è “Dio benedetto in eterno” (2 Corinzi 5:10; Romani 9:5)? E affinché si veda come egli perseveri costantemente in questo proposito, altrove dice che egli è Dio manifestato in carne. Se è Dio benedetto in eterno, è colui al quale, in un altro passo, lo stesso apostolo insegna che ogni gloria è dovuta (1 Timoteo 1:17; 1 Timoteo 3:16).

E ciò egli lo mostra apertamente, scrivendo che Gesù Cristo, avendo la gloria di Dio, non considerò un’usurpazione l’essere uguale a Dio, ma volle annientare sé stesso (Filippesi 2:6). E affinché i malvagi non mormorassero che si trattasse di un dio fabbricato in fretta, san Giovanni aggiunge che egli è il vero Dio e la vita eterna (1 Giovanni 5:20).

Del resto dovrebbe bastarci che egli sia chiamato Dio, soprattutto dalla bocca di san Paolo, il quale dichiara apertamente che non vi sono molti dèi, ma uno solo: “Benché si diano molti dèi in cielo e in terra, per noi c’è un solo Dio, dal quale sono tutte le cose” (1 Corinzi 8:5). Quando udiamo dalla Scrittura che Dio è stato manifestato in carne e che Dio ha acquistato la sua Chiesa col suo sangue (1 Timoteo 3:16; Atti 20:28), perché mai immagineremmo un secondo Dio, che essa non riconosce?

Infine, è certo che tutti i fedeli hanno avuto questo stesso sentimento. Infatti san Tommaso, confessando che egli è il suo Dio e il suo Signore, dichiara che egli è l’unico Dio che aveva sempre adorato (Giovanni 20:28).


1:13:12 - La divinità di Cristo provata dalle sue opere: governo, perdono, conoscenza dei cuori

Inoltre, se stimiamo la sua divinità dalle sue opere, che la Scrittura gli attribuisce, essa apparirà ancora più chiaramente. Quando egli dice che, dal principio fino a questa ora, ha sempre operato con il Padre suo, i Giudei, per quanto fossero per altri versi assai ottusi, compresero bene che così egli si attribuiva la potenza di Dio. Perciò, come dice san Giovanni, cercavano più di prima di ucciderlo, poiché non solo violava il sabato, ma si dichiarava Figlio di Dio, facendosi uguale a Dio (Giovanni 5:17). Quale sarebbe dunque la nostra ottusità se non riconoscessimo che in questo passo la sua divinità è pienamente attestata?

In verità, governare il mondo con la sua provvidenza e potenza, tenere tutte le cose sotto il suo comando (come l’Apostolo dice che gli appartiene) conviene soltanto al Creatore (Ebrei 1:3). E non solo l’ufficio di governare il mondo gli compete insieme col Padre, ma anche tutti gli altri uffici che non possono essere trasferiti ad alcuna creatura. Il Signore proclama per mezzo del profeta: “Sono io, sono io che cancello le tue iniquità per amor di me” (Isaia 43:25). Seguendo questa parola, i Giudei pensavano che Gesù Cristo facesse ingiuria a Dio, arrogandosi l’autorità di rimettere i peccati. Ma egli, al contrario, non solo rivendicò con parole questo potere, ma lo provò con un miracolo (Matteo 9:6).

Vediamo dunque che non solo il ministero di rimettere i peccati è presso Gesù Cristo, ma anche la potenza stessa, che Dio una volta ha dichiarato dover rimanere eternamente propria di lui. E che dire del conoscere e comprendere i segreti pensieri dei cuori umani? Non è forse prerogativa del solo Dio (Matteo 9:4)? Ora, questo è stato in Gesù Cristo: dunque la sua divinità è dimostrata.


1:13:13 - I miracoli, la fede e l’invocazione: Cristo riceve ciò che spetta solo a Dio

Quanto ai miracoli, la sua divinità vi è confermata quasi a vista d’occhio. Infatti, benché profeti e apostoli ne abbiano compiuti di simili, c’è tuttavia grande differenza: essi furono soltanto ministri dei doni di Dio; Gesù Cristo ebbe in sé stesso la potenza. Talvolta si servì di preghiere per riferire la gloria al Padre; ma vediamo che più spesso mostrò che la potenza era sua.

E come potrebbe non essere il vero autore dei miracoli colui che, per sua autorità, concede ad altri la facoltà di compierli? L’evangelista racconta che egli diede ai suoi apostoli il potere di risuscitare i morti, guarire i lebbrosi e scacciare i demoni (Matteo 10:8; Marco 3:15; Marco 6:7). E gli apostoli lo esercitarono in modo tale da mostrare che la potenza non procedeva da altra fonte se non da Gesù Cristo: “Nel nome di Gesù Cristo”, disse san Pietro allo storpio, “alzati e cammina” (Atti 3:6).

Non c’è dunque da meravigliarsi se Gesù Cristo ha addotto i suoi miracoli per convincere l’incredulità dei Giudei (Giovanni 5:36; Giovanni 14:11): poiché, essendo compiuti con la sua propria potenza, rendevano una testimonianza evidente della sua divinità.

Inoltre, se fuori di Dio non vi è salvezza, né giustizia, né vita, allora, contenendo egli in sé tutte queste cose, è dimostrato essere Dio. Né qualcuno obietti che queste cose gli sarebbero state concesse da Dio: perché non si dice che abbia ricevuto il dono della salvezza, ma che egli stesso è la salvezza. E se non vi è alcuno buono se non Dio solo, come potrebbe essere un semplice essere umano, non dico buono e giusto, ma la bontà e la giustizia stessa (Matteo 19:17)?

E che dire di ciò che insegna l’evangelista: che fin dal principio del mondo la vita era in lui, e che, essendo egli la vita, era anche la luce delle persone (Giovanni 1:4)?

Perciò, avendo tali prove della sua maestà divina, osiamo riporre in lui fede e speranza; poiché sappiamo che è bestemmia confidare nella creatura. E non facciamo ciò temerariamente, ma secondo la sua parola: “Credete in Dio, credete anche in me” (Giovanni 14:1). In questo modo san Paolo applica a lui due passi di Isaia: “Chiunque crede in lui non sarà confuso”; e: “Dalla radice di Iesse uscirà un principe per reggere i popoli: in lui spereranno le genti” (Isaia 28:16; Isaia 11:10; Romani 10:11; Romani 15:12).

E che bisogno c’è di accumulare molte testimonianze, se questa sentenza è ripetuta così spesso: “Chiunque crede in me ha vita eterna” (Giovanni 6:47)?

Inoltre, anche l’invocazione, che dipende dalla fede, gli è dovuta, e tuttavia essa appartiene propriamente alla maestà di Dio. Il profeta dice: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Gioele 2:32). E Salomone: “Il nome del Signore è una forte torre; il giusto vi corre e vi trova salvezza” (Proverbi 18:10). Ora, il nome di Cristo è invocato per la salvezza; ne segue dunque che egli è Dio.

Ne abbiamo un esempio in santo Stefano: “Signore Gesù, ricevi il mio spirito” (Atti 7:59). E poi in tutta la Chiesa cristiana, come testimonia Anania nello stesso libro: “Signore, tu sai quanto male egli ha fatto a tutti i santi che invocano il tuo nome” (Atti 9:13).

E affinché si comprenda che tutta la pienezza della divinità abita corporalmente in Gesù Cristo (Colossesi 2:9), san Paolo confessa di non aver voluto sapere altro tra i Corinzi se non Gesù Cristo, e di non aver predicato altro se non lui solo (1 Corinzi 2:2). Che cos’è dunque il predicare soltanto Gesù Cristo ai fedeli, ai quali Dio vieta di gloriarsi in altro nome che nel suo (Geremia 9:24)? Chi oserà dire che sia una semplice creatura colui la cui conoscenza è la nostra unica gloria?

Non è poi di poca importanza che gli apostoli, nelle salutazioni con cui aprono le loro lettere, chiedano da Gesù Cristo gli stessi benefici che chiedono da Dio Padre. Con ciò mostrano che non solo per la sua intercessione otteniamo i doni di Dio, ma che li riceviamo anche da lui stesso.

Questa conoscenza, che consiste nella pratica e nell’esperienza, è assai più certa di tutte le speculazioni oziose: poiché l’anima credente riconosce senza dubbio e, per così dire, tocca con mano la presenza di Dio là dove si sente vivificata, illuminata, salvata, giustificata e santificata.


1:13:14 - Divinità dello Spirito Santo: opera creatrice, vita, rigenerazione, distribuzione dei doni

Occorre poi usare una prova simile per confermare la divinità dello Spirito Santo. La testimonianza di Mosè nella storia della creazione è chiara: “Lo Spirito di Dio aleggiava sugli abissi”, cioè su quella massa confusa degli elementi (Genesi 1:2). Con ciò egli indica che non solo la bellezza del mondo, quale ora la vediamo, non potrebbe mantenersi senza la potenza dello Spirito, ma che perfino in quella massa informe e disordinata lo Spirito dovette operare, affinché tutto non fosse subito annientato.

Parimenti, ciò che si legge in Isaia non si presta a cavillazioni: “Il Signore mi ha mandato, e il suo Spirito” (Isaia 48:16). Con queste parole egli attribuisce allo Spirito Santo l’autorità di inviare i profeti, cosa che appartiene al sovrano dominio di Dio.

Ma la prova migliore, come ho detto, sarà quella della nostra esperienza familiare. Infatti ciò che la Scrittura gli attribuisce e ciò che ciascuno di noi sperimenta in realtà è ben lontano dall’ordine delle creature: egli è diffuso ovunque, sostiene e vivifica tutte le cose in cielo e in terra, e dona loro vigore. Già per il fatto che non è circoscritto da alcun luogo né limite, egli è sottratto al numero delle creature; ma infondere essenza, vita e movimento a tutte le cose con la sua potenza è cosa manifestamente divina.

Inoltre, se la rigenerazione che ci conduce alla vita incorruttibile supera di gran lunga la condizione di questa vita, che cosa dobbiamo giudicare di colui per mezzo del quale siamo rigenerati? Ora, che lo Spirito Santo sia autore della nuova vita, non per una forza presa in prestito ma propria, la Scrittura lo mostra in molti passi, e insegna che è per la sua operazione che siamo condotti alla vita celeste.

In breve, tutti gli uffici che appartengono propriamente alla divinità gli sono attribuiti, come al Figlio. Egli scruta le profondità segrete di Dio, il quale non ha consigliere tra le creature (1 Corinzi 2:10, 16). Egli dona sapienza e grazia di parlare (1 Corinzi 12:10), mentre Dio stesso dichiara per mezzo di Mosè che ciò spetta a lui solo (Esodo 4:11). Per lui partecipiamo di Dio, sentendo la sua potenza che ci vivifica. Anche la nostra giustificazione è opera sua. Da lui procedono forza, santità, verità, grazia e ogni bene immaginabile; poiché vi è un solo Spirito dal quale tutta la ricchezza e varietà dei doni celesti fluiscono su di noi.

È infatti una sentenza notevole: benché i doni di Dio siano distinti e distribuiti a ciascuno secondo misura, tuttavia è un medesimo Spirito che non solo ne è la fonte e il principio, ma anche l’autore (1 Corinzi 12:11 e passi seguenti). San Paolo non avrebbe mai parlato così, se non avesse riconosciuto la vera divinità dello Spirito Santo. Egli lo esprime poco dopo dicendo: “Un solo e medesimo Spirito distribuisce tutti i beni come vuole”. Se non fosse una sussistenza che risiede in Dio, san Paolo non l’avrebbe costituito come arbitro che dispone secondo la propria volontà. Perciò non vi è dubbio che egli lo elevi ad autorità divina e, così facendo, affermi che esso è un’ipostasi dell’essenza di Dio.


1:13:15 - La Scrittura chiama lo Spirito “Dio”: tempio, menzogna ad Anania, voce profetica, bestemmia

Anzi, quando la Scrittura parla dello Spirito, usa persino il nome di Dio. San Paolo conclude che noi siamo templi di Dio, poiché il suo Spirito abita in noi (1 Corinzi 3:17; 1 Corinzi 6:19; 2 Corinzi 6:16): e questo non va passato leggermente. Poiché, dato che il Signore ci promette così spesso di farci suo tempio e tabernacolo, questa promessa non si compie altrimenti se non perché il suo Spirito dimora in noi.

Certamente, come dice sant’Agostino, se ci fosse comandato di edificare allo Spirito Santo un tempio materiale di pietra e di legno, ciò sarebbe una chiara prova della sua divinità, poiché tale onore è dovuto solo a Dio. Quanto più chiaro è dunque questo argomento, se non solo dobbiamo costruirgli templi, ma noi stessi siamo il suo tempio! E infatti l’apostolo, nello stesso senso, ora ci chiama tempio di Dio, ora tempio del suo Spirito.

E san Pietro, rimproverando Anania perché aveva mentito allo Spirito Santo, dice che egli non ha mentito alle persone, ma a Dio (Atti 5:3-4). Parimenti, dove Isaia introduce il Signore degli eserciti che parla, san Paolo dice che è lo Spirito Santo a parlare (Isaia 6:9; Atti 28:25-26). Inoltre, laddove i profeti protestano che ciò che annunciano proviene dal sovrano Dio, Gesù Cristo e gli apostoli attribuiscono tutto allo Spirito Santo. Ne segue che egli è il Dio eterno che ha governato i profeti.

E dove Dio si lamenta di essere stato provocato all’ira dall’ostinazione del popolo, Isaia dice che lo Spirito di Dio è stato contristato (Isaia 63:10; Matteo 12:31; Marco 3:29; Luca 12:10). Infine, se Dio, perdonando chi avrà bestemmiato contro il Figlio, riserva la bestemmia contro lo Spirito Santo come irremissibile, è necessario che lo Spirito abbia in sé maestà divina, la quale non può essere diminuita né offesa senza commettere un crimine enorme.

Lascio deliberatamente molti altri testi che gli antichi usavano. Essi ritenevano favorevole citare dal Salmo: “I cieli sono stati fatti dalla parola del Signore, e tutto il loro esercito dal soffio della sua bocca” (Salmi 33:6), pensando di provare così che il mondo è stato creato dallo Spirito come dal Figlio. Ma poiché è stile consueto nei Salmi ripetere due volte la medesima cosa, e poiché in Isaia “il soffio della bocca” equivale alla parola, tale ragionamento è debole (Isaia 11:4). Ho dunque voluto accennare con sobrietà ciò che può bastare a soddisfare la nostra fede e darle un sicuro riposo.


1:13:16 - La rivelazione trinitaria nel battesimo: un solo Dio in tre persone

Ora, come Dio si è manifestato più chiaramente alla venuta del suo Figlio unigenito, così allora le tre persone furono conosciute meglio; benché ci basti un solo testimone scelto tra molti. San Paolo congiunge in modo così stretto Dio, la fede e il battesimo (Efesini 4:5) che argomenta dall’uno all’altro: conclude che, poiché vi è una sola fede, vi è un solo Dio; e poiché vi è un solo battesimo, vi è anche una sola fede.

Se dunque mediante il battesimo siamo introdotti nella fede di un solo Dio per onorarlo, dobbiamo riconoscere come vero Dio colui nel cui nome siamo battezzati. E non vi è dubbio che il Signore Gesù, comandando di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, abbia voluto dichiarare che questa luce di conoscere tre persone doveva risplendere più perfettamente che in passato (Matteo 28:19). Infatti ciò equivale a dire: battezzare nel nome di un solo Dio, il quale ora è manifestamente apparso come Padre, Figlio e Spirito Santo.

Ne segue che vi sono tre persone che sussistono nell’essenza di Dio, nelle quali Dio è conosciuto. E poiché la fede non deve vagare qua e là né fare molti discorsi, ma rivolgersi a Dio solo, attenervisi e riposarvi del tutto, da ciò si ricava facilmente che, se vi fossero più specie di fede, dovrebbero esserci più dèi. E che cos’è ciò se non attestare chiaramente che i tre sono un solo Dio?

Ora, se è stabilito tra noi che vi è un solo Dio, concludiamo che il Figlio e lo Spirito Santo sono la stessa essenza divina. Perciò gli Ariani erano gravemente traviati, poiché concedevano a Gesù Cristo il titolo di Dio ma gli toglievano la sostanza divina. I Macedoni erano presi da simile follia, poiché non volevano intendere per Spirito Santo se non i doni di grazia che Dio distribuisce alle persone. Ma come sapienza, intelligenza, prudenza, forza e le altre virtù procedono da lui, così, d’altra parte, egli è il solo Spirito di prudenza, sapienza, forza e di ogni virtù; e non è diviso secondo la diversa distribuzione delle grazie, ma rimane sempre intero, benché le grazie siano distribuite diversamente, come dice l’apostolo (1 Corinzi 12:11).


1:13:17 - Distinzione reale delle persone senza divisione dell’essenza

D’altra parte, la Scrittura ci mostra una distinzione tra il Padre e la sua Parola, tra la Parola e lo Spirito Santo, che dobbiamo tuttavia considerare con grande riverenza e sobrietà, come la grandezza del mistero ci ammonisce. Perciò mi piace molto la sentenza di Gregorio Nazianzeno: “Non posso concepire l’Uno”, dice, “senza che i Tre risplendano intorno a me; e non posso distinguere i Tre senza essere subito ricondotto all’Uno”.

Dobbiamo quindi guardarci dall’immaginare una Trinità di persone in Dio che trattenga il nostro intelletto senza ricondurlo a questa unità. Certamente questi nomi, Padre, Figlio e Spirito, indicano una vera distinzione, affinché nessuno pensi che siano titoli diversi attribuiti a Dio per significarlo soltanto in modi differenti; ma dobbiamo osservare che è una distinzione e non una divisione.

I passi già citati mostrano abbastanza che il Figlio ha una proprietà distinta dal Padre: poiché non sarebbe stato Parola presso Dio se non fosse stato altro dal Padre; e non avrebbe avuto la sua gloria presso il Padre se non fosse stato distinto da lui. Inoltre, il Figlio si distingue dal Padre quando dice che vi è un altro che rende testimonianza di lui (Giovanni 5:32; Giovanni 8:16 e altrove).

Così va inteso anche ciò che è detto altrove: che il Padre ha creato tutte le cose per mezzo della sua Parola; cosa che non potrebbe dirsi senza una qualche differenza tra Padre e Figlio. Inoltre, il Padre non è disceso sulla terra, ma colui che è uscito da lui; non è morto né risuscitato, ma colui che era stato da lui mandato.

E non bisogna dire che questa distinzione abbia avuto origine soltanto quando il Figlio prese carne, poiché è notorio che prima il Figlio unigenito era nel seno del Padre (Giovanni 1:18). Chi oserà dire che vi sia entrato solo quando discese dal cielo per assumere la nostra umanità? Egli vi era dunque fin dal principio, regnando in gloria.

La distinzione dello Spirito Santo dal Padre è significata quando si dice che egli procede dal Padre; e dal Figlio quando è chiamato un altro, come quando Gesù Cristo annuncia che verrà un altro Consolatore, e in molti altri passi (Giovanni 14:16; Giovanni 15:26).


1:13:18 - Ordine delle persone e attribuzioni: fonte, sapienza, efficacia

Per esprimere la natura di questa distinzione, non so se sia opportuno prendere similitudini dalle cose umane. Gli antichi talvolta lo fanno; ma nello stesso tempo confessano che tutto ciò che se ne può dire vi si avvicina ben poco. Perciò temo di intraprendere qualcosa in questo punto, per timore che, dicendo qualcosa fuori luogo, io dia occasione ai malvagi di parlare male, o agli ignoranti di ingannarsi.

Tuttavia, non conviene dissimulare la distinzione espressa nella Scrittura: ossia che al Padre è attribuito il principio di ogni azione, la fonte e l’origine di tutte le cose; al Figlio la sapienza, il consiglio e l’ordine nel disporre ogni cosa; allo Spirito Santo la potenza e l’efficacia di ogni azione.

Inoltre, benché l’eternità del Padre sia anche l’eternità del Figlio e del suo Spirito, poiché Dio non avrebbe mai potuto essere senza la sua sapienza e la sua potenza, e poiché nell’eternità non bisogna cercare un primo e un secondo, tuttavia l’ordine che si osserva tra Padre, Figlio e Spirito Santo non è superfluo: che il Padre sia chiamato primo, poi il Figlio come proveniente da lui, infine lo Spirito Santo come procedente dall’uno e dall’altro.

Infatti l’intelletto di ciascuno è naturalmente portato a considerare prima Dio, poi la sua sapienza, infine la sua potenza con cui egli mette in atto ciò che ha determinato. Per questo il Figlio è detto essere prodotto dal Padre soltanto, e lo Spirito dall’uno e dall’altro: cosa spesso ripetuta nella Scrittura, ma in nessun luogo più chiaramente che in Romani capitolo 8, dove lo Spirito Santo è chiamato indifferentemente ora Spirito di Cristo, ora Spirito di colui che ha risuscitato Cristo dai morti, e ciò a buon diritto.

Infatti san Pietro testimonia che fu lo Spirito di Cristo per mezzo del quale parlarono i profeti; e tuttavia la Scrittura spesso insegna che fu lo Spirito del Padre (2 Pietro 1:21).


1:13:19 - Le persone non differiscono quanto all’essenza: mutua inabitazione e linguaggio dei Padri

Ora, lungi dal contraddire all’unità di Dio, questa distinzione serve piuttosto a provare che il Figlio è lo stesso Dio col Padre, poiché essi hanno lo stesso Spirito; e che lo Spirito non è una sostanza diversa dal Padre e dal Figlio, poiché è il loro Spirito.

In ciascuna persona deve essere intesa tutta la natura divina, insieme con la proprietà che le compete. Il Padre è totalmente nel Figlio e il Figlio totalmente nel Padre, come egli stesso afferma: “Io sono nel Padre mio e il Padre mio è in me” (Giovanni 14:10 e seguenti). Perciò tutti i dottori ecclesiastici non ammettono alcuna differenza quanto all’essenza tra le persone.

Con questi termini, dice sant’Agostino, che indicano distinzione, è significata la relazione che le persone hanno tra loro, non la sostanza, che è una in tutte e tre.

In questo senso bisogna intendere anche alcune espressioni degli antichi che altrimenti sembrerebbero contraddirsi. Talvolta chiamano il Padre principio del Figlio; talvolta insegnano che il Figlio ha la sua essenza e divinità da sé stesso, e che anzi è un medesimo principio col Padre.

Sant’Agostino mostra altrove con facilità la causa di questa diversità: Cristo è chiamato Dio in riferimento a sé stesso; in riferimento al Padre è chiamato Figlio. Il Padre, in riferimento a sé stesso, è chiamato Dio; in riferimento al Figlio è chiamato Padre. In quanto è chiamato Padre rispetto al Figlio, non è Figlio; e il Figlio, rispetto al Padre, non è Padre. Ma in quanto il Padre, rispetto a sé, è chiamato Dio, e il Figlio similmente, allora è un medesimo Dio.

Perciò, quando parliamo del Figlio semplicemente, senza riferirci al Padre, non è scorretto né improprio dire che egli ha l’essere da sé stesso, e per questo che egli è l’unico principio. Ma quando consideriamo la relazione che ha col Padre, diciamo che il Padre è il suo principio.

Tutto il quinto libro di sant’Agostino sulla Trinità tende a spiegare questo articolo; ed è più sicuro attenersi alla relazione come egli la espone, piuttosto che, addentrandosi con sottigliezze in questo mistero sublime, smarrirsi in molte vane speculazioni.


1:13:20 - Regola di sobrietà: un solo Dio, nome assoluto e uso particolare di “Dio” e “Signore”

Perciò, coloro che amano la sobrietà e si contentano della misura della fede, qui troveranno in breve ciò che è utile sapere: quando professiamo di credere in un solo Dio, intendiamo sotto questo nome un’essenza semplice, nella quale comprendiamo tre persone o ipostasi. Così, ogni volta che il nome di Dio è preso in senso assoluto e senza determinazione, anche il Figlio e lo Spirito Santo vi sono compresi non meno del Padre; ma quando il Figlio è congiunto col Padre, allora ha luogo la relazione dell’uno all’altro, che porta con sé la distinzione delle persone.

E poiché le proprietà implicano un certo ordine, cioè che nel Padre vi sia il principio e l’origine, per questa ragione, quando si parla del Padre insieme col Figlio o con lo Spirito, il nome di Dio è attribuito in modo particolare al Padre. In tal modo è conservata l’unità dell’essenza e si mantiene l’ordine, che tuttavia non diminuisce in nulla la divinità del Figlio e dello Spirito.

E in realtà, poiché abbiamo già visto che gli apostoli insegnano che Gesù Cristo è il medesimo Dio eterno annunciato da Mosè e dai profeti, dobbiamo sempre ricondurci a questa unità d’essenza. Ne segue che è un sacrilegio detestabile chiamare il Figlio un Dio diverso dal Padre, poiché il nome semplice di Dio non ammette comparazioni, e non si può dire che Dio, considerato in sé stesso, abbia diversità tali da essere questo e quello.

Che poi il nome di Dio eterno, preso assolutamente, appartenga a Gesù Cristo, appare anche dalle parole di san Paolo: “Ho pregato tre volte il Signore”; e dopo aver riferito la risposta di Dio: “La mia grazia ti basta”, aggiunge subito: “Affinché la potenza di Cristo dimori in me” (2 Corinzi 12:9). È certo che il nome di Signore è qui usato per il Dio eterno; restringerlo alla persona del Mediatore sarebbe una cavillazione frivola e puerile, poiché la frase è pura e semplice e non mette a confronto il Padre col Figlio.

Sappiamo inoltre che gli apostoli, seguendo la traduzione greca, hanno costantemente usato “Signore” al posto del nome ebraico ineffabile. E per non cercare un esempio lontano, questo passo concorda pienamente con quello di Gioele citato da san Pietro: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (Gioele 2:32; Atti 2:16-21).

Quando lo stesso nome è attribuito in modo particolare al Figlio, vedremo a suo luogo che la ragione è diversa. Per ora basta sapere che san Paolo, avendo pregato Dio in senso assoluto nella sua maestà, aggiunge subito dopo il nome di Cristo. E infatti Dio nel suo insieme è chiamato Spirito da Cristo: nulla impedisce che tutta l’essenza di Dio sia spirituale, comprendendo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, cosa chiarissima nella Scrittura. Poiché, come Dio è chiamato Spirito, così, d’altra parte, lo Spirito Santo, in quanto ipostasi nell’intera essenza, è chiamato Spirito di Dio e procedente da lui.


1:13:21 - Sobrietà e docilità davanti al mistero

Or poiché Satana fin dal principio, per rovesciare del tutto la nostra fede, ha suscitato grandi combattimenti e turbamenti, tanto sull’essenza divina del Figlio e dello Spirito Santo quanto sulla distinzione personale; e poiché in ogni epoca ha suscitato e spinto spiriti maligni che hanno infastidito e molestato i buoni dottori, così anche ai nostri giorni egli si sforza di smuovere vecchie scintille per accendere un nuovo fuoco: è necessario prevenire tali fantasticherie. Fin qui ho cercato di condurre per mano coloro che si mostravano docili, non già di battagliare contro gli ostinati; ora bisogna sostenere contro la malizia degli induriti la verità che è stata pacificamente mostrata. Benché io applicherò il mio principale impegno ad assicurare i fedeli che si renderanno pronti a ricevere la Parola di Dio, affinché abbiano un fondamento infallibile, riteniamo bene che se, in tutti gli alti segreti della Scrittura, ci conviene essere sobri e modesti, questo non è l’ultimo; e che dobbiamo guardarci bene che i nostri pensieri o le nostre lingue non si spingano oltre i limiti ai quali la Parola di Dio si estende. Poiché come potrebbe lo spirito umano racchiudere nella sua piccola capacità l’essenza infinita di Dio, dal momento che non ha ancora potuto determinare con certezza quale sia il corpo del sole, che tuttavia vede ogni giorno? E come potrebbe, con la sua propria guida, giungere a sondare l’essenza di Dio, dal momento che non conosce la propria? Perciò lasciamo a Dio il privilegio di conoscersi: poiché egli solo, come dice sant’Ilario, è testimone idoneo di sé stesso e non si conosce se non per mezzo di sé stesso. Ora noi gli lasceremo ciò che gli appartiene, se lo comprendiamo quale egli si dichiara e non ci informiamo di lui se non per mezzo della sua Parola. Vi sono cinque omelie di Crisostomo che trattano questo argomento, le quali non hanno potuto reprimere l’audacia dei sofisti senza che costoro si siano straripati a ciarlare senza ragione né misura: poiché in questo non si sono mostrati più moderati che in tutto il resto; e poiché Dio ha maledetto la loro temerarietà, dobbiamo essere ammoniti dal loro esempio, per essere ben risoluti, in questa questione, a portare piuttosto docilità che sottigliezza: e non mettiamo in mente di cercare Dio se non nella sua Parola, di pensare di lui se non essendo guidati da essa, e di non dire nulla che non ne sia tratto e attinto. E se la distinzione delle persone, essendo difficile da comprendere, tormenta alcuni con scrupoli, si ricordino che se i nostri pensieri lasciano le briglie a discorsi di curiosità, entrano in un labirinto; e, benché non comprendano l’altezza di questo mistero, sopportino d’essere governati dalla Santa Scrittura.


1:13:22 - Errori antichi e delirio di Serveto

Fare un lungo elenco degli errori dai quali la purezza della nostra fede è stata un tempo assalita in questo articolo sarebbe troppo lungo e fastidioso senza profitto. Molti dei primi eretici si sono gettati allo sbaraglio per annientare la gloria di Dio con fantasticherie così enormi, che era loro sufficiente scuotere e turbare le povere persone semplici. Da un piccolo numero di seduttori sono uscite molte sette, come un minutame: le quali in parte tendevano a dissipare l’essenza di Dio, in parte a mescolare e confondere la distinzione delle persone. Ora, se teniamo per ben concluso ciò che abbiamo mostrato sopra mediante la Scrittura, cioè che Dio è di essenza semplice e che essa non può essere divisa, benché appartenga al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo; e inoltre che il Padre differisce per qualche proprietà dal Figlio, e il Figlio dallo Spirito Santo, la porta sarà chiusa non solo agli Ariani e ai Sabelliani, ma anche a tutti i fantastici che li hanno preceduti. Ma poiché ai nostri giorni si sono levati anche alcuni frenetici, come Serveto e i suoi simili, i quali hanno cercato di avvolgere ogni cosa con le loro illusioni, sarà opportuno scoprire in breve le loro fallacie. Il nome di Trinità era così odioso a Serveto, anzi detestabile, che egli chiama senza Dio tutti coloro ai quali aveva imposto il nome di Trinitari. Tralascio molte parole turpi, come ingiurie da venditrici da mercato, di cui i suoi libri sono farciti. La somma delle sue fantasticherie era che si faceva un Dio di tre pezzi, dicendo che vi sono tre persone residenti in Dio; e che questa Trinità è immaginaria, poiché contraria all’unità di Dio. Tuttavia egli voleva che le persone fossero come idee o alcune immagini esteriori: e non residenti nell’essenza di Dio, ma per raffigurarcelo in un modo o nell’altro. Aggiunge che in principio non vi era nulla di distinto in Dio, poiché la Parola era anche lo Spirito: ma da quando Gesù Cristo è apparso, Dio da Dio, da lui è scaturito un altro Dio, cioè lo Spirito Santo. Ora, benché talvolta colori le sue menzogne con allegorie, come quando dice che la Parola eterna di Dio è stata lo spirito di Cristo in Dio e lo splendore della sua idea; e che lo Spirito è stato un’ombra della divinità: tuttavia poi egli abolisce la divinità tanto del Figlio quanto dello Spirito Santo, dicendo che secondo la misura in cui Dio dispensa, vi è nell’uno e nell’altro qualche porzione di Dio: come lo stesso Spirito, essendo sostanzialmente in noi, è anche una porzione di Dio, perfino nel legno e nelle pietre. Quanto a ciò che egli mormora circa la persona del Mediatore, lo vedremo a suo luogo. Intanto questa fantasticheria così mostruosa, che la parola “Persona” non significhi altro che una visione visibile della gloria di Dio, non ha bisogno di lunga confutazione. Poiché san Giovanni afferma che prima che il mondo fosse creato già la Parola era Dio (Giovanni 1:1), egli la separa ben lontano da tutte le idee o visioni: poiché se allora e da tutta l’eternità questa Parola era Dio, e aveva la sua propria gloria e chiarezza presso il Padre (Giovanni 17:5), essa non poteva essere qualche luce che si mostrasse solo al di fuori, o figurativa; ma ne segue necessariamente che era una vera ipostasi residente in Dio. Ora, benché non sia fatta alcuna menzione dello Spirito se non nella creazione del mondo, tuttavia esso vi è introdotto non come un’ombra, ma come virtù essenziale di Dio, quando Mosè racconta che la massa confusa da cui furono formati gli elementi era allora mantenuta da lui nel suo stato (Genesi 1:2). È dunque allora apparso che lo Spirito era eterno in Dio, poiché fece vegetare e conservò quella materia confusa di cui il cielo e la terra dovevano essere formati, anzi prima che vi fosse quell’ordine così bello ed eccellente. Certo allora non poteva essere immagine o rappresentazione di Dio, secondo la fantasticheria di Serveto. In un altro luogo egli è costretto a scoprire più apertamente la sua empietà: cioè che Dio, nella sua ragione eterna, decretando di avere un figlio visibile, si è reso visibile per questo mezzo. Poiché se ciò fosse vero, non resterebbe altra divinità a Gesù Cristo se non quella che Dio gli ha assegnato come Figlio mediante il suo decreto eterno. E di più: i fantasmi che egli suppone al posto delle persone sono così trasformati da lui, che non si fa alcuno scrupolo di introdurre in Dio nuovi accidenti. Soprattutto, vi è una bestemmia esecrabile quando egli mescola indifferentemente tanto il Figlio di Dio quanto lo Spirito tra le creature: poiché egli afferma apertamente che vi sono parti e spartizioni in Dio, e che ciascuna porzione è Dio stesso; che le anime dei fedeli sono coeterne e consustanziali a Dio; benché altrove attribuisca una divinità sostanziale non solo alle nostre anime, ma a tutte le cose create.


1:13:23 - Contro la dottrina dell’“essenziante”

Da questo pantano è uscito un altro mostro abbastanza simile: cioè che alcuni faccendieri, per evitare l’odio e il disonore che l’empietà di Serveto porta con sé, hanno confessato tre persone; ma aggiungendo la ragione che il Padre, essendo propriamente il solo vero Dio, si è formato il suo Figlio e il suo Spirito: e così ha fatto scorrere la sua divinità in loro. Anzi, essi usano audacemente un modo di parlare spaventoso: che il Padre è distinto con questo segno dal Figlio e dallo Spirito Santo, poiché lui solo è “essenziante”. Ecco il colore che pretendono in primo luogo: Cristo è spesso chiamato Figlio di Dio, donde concludono che non vi è altro Dio che il Padre. Ma essi non considerano che, benché il nome di Dio sia anche comune al Figlio, esso talvolta è attribuito al Padre per eccellenza, poiché egli è la fonte e il principio della divinità: e che ciò avviene per indicare la semplice unità indivisibile che è nell’essenza divina. Essi replicano che, se Gesù Cristo fosse veramente Figlio di Dio, sarebbe assurdo ritenerlo Figlio di una persona. Rispondo che entrambe le cose sono vere: cioè che egli è Figlio di Dio in quanto Parola generata dal Padre prima di tutti i secoli (poiché qui non parliamo ancora di lui in quanto Mediatore); e tuttavia, per chiarire meglio il senso di tali parole, bisogna avere riguardo alla persona: così che il nome di Dio non sia preso semplicemente, ma per il Padre. Poiché se non riconosciamo altro Dio che il Padre, il Figlio sarà manifestamente scacciato da questo grado. Perciò, ogni volta che si fa menzione della divinità, non si deve in alcun modo ammettere che il Figlio sia posto in opposizione al Padre, come se il nome di vero Dio convenisse solo al Padre. Il Dio che apparve a Isaia era il vero Dio unico; e tuttavia san Giovanni afferma che era Gesù Cristo (Isaia 6:1; Giovanni 12:41). Colui che, per mezzo dello stesso profeta, minacciò i Giudei d’essere per loro pietra d’inciampo era il solo vero Dio; ora san Paolo dichiara che è Gesù Cristo (Isaia 8:14; Romani 9:33). Colui che parla apertamente dicendo che ogni ginocchio si piegherà davanti a lui è il solo Dio vivente; ora san Paolo lo interpreta di Gesù Cristo (Isaia 45:23; Romani 14:11). Aggiungendo le testimonianze che l’Apostolo reca: “Tu, Dio, hai fondato il cielo, e la terra è opera delle tue mani”; e ancora: “Tutti gli angeli di Dio ti adorino”, non possiamo dire che tutto ciò non appartenga al solo vero Dio. E tuttavia l’Apostolo dice che sono i titoli propri di Gesù Cristo (Ebrei 1:10, 6; Salmi 102:26; Salmi 97:7). Dire che ciò che è proprio di Dio sia comunicato a Gesù Cristo perché egli è lo splendore della sua gloria è una cavillazione che non deve in alcun modo essere accolta. Poiché, dal momento che il nome dell’Eterno è posto dappertutto, ne segue che egli ha il suo essere da sé stesso quanto alla sua divinità: poiché, essendo l’Eterno, non si può negare che egli sia quel Dio che altrove dice in Isaia: “Io sono il primo e l’ultimo, e fuori di me non c’è Dio” (Isaia 44:6). Anche questa sentenza di Geremia merita d’essere notata: “Gli dèi che non hanno fatto il cielo e la terra siano sterminati dalla terra che è sotto il cielo” (Geremia 10:11). È necessario concludere, per opposizione, che il Figlio di Dio è colui di cui Isaia prova spesso la divinità mediante la creazione del mondo. Ora, come potrebbe il Creatore che dà l’essere a tutte le cose non essere da sé stesso, ma prendere altrove la sua essenza? Chiunque dice che il Figlio sia “essenciato” dal Padre (poiché tali seduttori forgiano nomi contro natura) nega che egli abbia un essere proprio da sé. Ora lo Spirito Santo contraddice tali bestemmie chiamandolo Jehova, cioè colui che è da sé e per sua propria virtù. Se dunque concediamo che ogni essenza sia solo nel Padre, o essa sarà divisibile, o sarà del tutto tolta al Figlio: e così, spogliato della sua essenza, egli sarebbe solo un Dio di titolo. Se si crede a questi ciarlatani, l’essenza di Dio converrebbe al Padre solo, poiché lui solo ha l’essere e perché egli è “essenziante” del Figlio: così l’essenza del Figlio non sarebbe che un estratto non so quale, tirato come con un alambicco dall’essenza di Dio, o una parte fluente dal totale. Inoltre, essi sono costretti dal loro principio a confessare che lo Spirito è solo del Padre: poiché se esso è un ruscello che scorre dalla prima essenza, la quale secondo loro appartiene solo al Padre, non potrà essere ritenuto né reputato Spirito del Figlio; il che è tuttavia respinto dalla testimonianza di san Paolo, quando lo rende comune tanto al Figlio quanto al Padre. Inoltre, se si cancella dalla Trinità la persona del Padre, in che cosa sarà egli distinto dal Figlio e dallo Spirito se non nel fatto che egli solo sarebbe Dio? Questi fantasiosi confessano che Cristo è Dio e tuttavia differisce dal Padre. Ora qui bisogna avere qualche segno di distinzione, affinché il Padre non sia il Figlio. Costoro, ponendo tale distinzione nell’essenza, annientano manifestamente la vera divinità di Gesù Cristo, la quale non può essere senza l’essenza, anzi tutta intera. Infatti il Padre non differirà dal Figlio se non per una proprietà che sia propria e non comune al Figlio. Che cosa troveranno dunque con cui distinguerlo? Se la distinzione è nell’essenza, mi rispondano se egli non l’ha comunicata al Figlio. Ciò non è avvenuto in parte, perché sarebbe abominio forgiare un dio a metà. Vi è anche un’altra assurdità: che essi strappano vilmente l’essenza di Dio per quanto dipende da loro. Bisogna dunque concludere che essa è comune al Figlio e allo Spirito tutta intera. Se ciò è vero, non si potrà distinguere il Padre dal Figlio riguardo all’essenza, poiché è una sola. Se replicano che il Padre, nel “essenziare” il Figlio, è tuttavia rimasto il solo vero Dio, avendo l’essenza in sé, allora Cristo non sarà che un Dio figurativo e solo d’apparenza e di nome, senza realtà: poiché non vi è nulla di più proprio a Dio che l’essere, secondo la sentenza di Mosè: “Colui che è mi ha mandato a voi” (Esodo 3:14).


1:13:24 - Falso principio sull’uso assoluto del nome di Dio

Ciò che essi assumono come massima è falso, cioè che ogniqualvolta il nome di Dio si trovi senza specificazione (come si dice), esso si riferisca al Padre solo; anzi, negli stessi passi che adducono, essi scoprono in modo troppo grossolano la loro ignoranza, poiché lì il nome del Figlio è posto in opposizione, donde appare che vi è comparazione dell’uno con l’altro, e che per questa ragione il nome di Dio è attribuito in modo particolare al Padre. Essi replicano: se il Padre non fosse il solo vero Dio, allora non sarebbe Padre in questo senso. Rispondo che non vi è alcun inconveniente, a causa del grado e dell’ordine di cui abbiamo parlato, che il Padre sia chiamato Dio in modo particolare, poiché non solo ha generato da sé la sua sapienza, ma è anche il Dio di Gesù Cristo in quanto egli è Mediatore: cosa di cui si tratterà altrove più ampiamente.

Infatti, da quando Gesù Cristo è stato manifestato in carne, egli è chiamato Figlio di Dio non solo perché prima di tutti i tempi è stato generato dal Padre come sua Parola eterna, ma anche perché, per unirci a lui, ha assunto la persona del Mediatore. E poiché essi così audacemente cercano di escludere Gesù Cristo dalla dignità divina, vorrei sapere, quando egli pronuncia che non vi è alcuno buono se non uno solo, cioè Dio (Matteo 19:17), se egli si priva della propria bontà oppure no.

Non parlo della sua natura umana, affinché non pretendano che il bene che vi è in essa proceda da dono gratuito; chiedo se la Parola eterna di Dio sia buona o no. Se lo negano, la loro empietà è già sufficientemente manifesta; se lo confessano, si condannano da sé. Ora ciò che a prima vista sembra che Gesù Cristo respinga da sé il nome di Buono, conferma ancor meglio la nostra affermazione: poiché, trattandosi di un titolo singolare che appartiene a Dio solo, ed essendo egli stato chiamato buono secondo un uso comune, respingendo tale onore superficiale egli ammonisce che la bontà che è in lui è divina.

Chiedo inoltre: quando san Paolo insegna che Dio solo è immortale, sapiente e vero (1 Timoteo 1:17), egli rimanda forse Gesù Cristo nel numero delle creature, dove non vi è che fragilità, follia e vanità? Così colui che è stato la vita fin dal principio, anzi che dà immortalità agli angeli, non sarebbe egli stesso immortale? Colui che è la sapienza di Dio non sarebbe sapiente? Colui che è la verità non sarebbe vero? Quanto ciò è esecrabile!

Chiedo inoltre se essi ritengano che Gesù Cristo debba essere adorato o no. Se questo onore gli spetta di diritto, che ogni ginocchio si pieghi davanti a lui (Filippesi 2:10), ne segue che egli è il Dio che nella Legge ha proibito di adorare altri. Se vogliono che ciò che è detto in Isaia, “Io sono, e fuori di me non vi è alcuno” (Isaia 44:6), si riferisca solo al Padre, dico che questo serve piuttosto a confutare il loro errore, poiché l’Apostolo, applicandolo a Cristo, gli attribuisce tutto ciò che è di Dio.

Se replicano che Gesù Cristo è stato così esaltato nella sua carne, nella quale era stato umiliato, e che è riguardo alla carne che ogni potere gli è stato dato in cielo e in terra, questa cavillazione non serve loro a nulla: poiché, sebbene la maestà di Giudice e di Re si estenda a tutta la persona del Mediatore, tuttavia, se egli non fosse Dio manifestato in carne, non potrebbe essere innalzato a tale altezza senza che Dio fosse in contraddizione con sé stesso. San Paolo risolve chiaramente la questione, quando dice che egli era uguale a Dio prima di annichilirsisotto la forma di servo (Filippesi 2:6-7). Ora come potrebbe questa uguaglianza sussistere, se egli non fosse il Dio il cui nome è sovrano ed eterno, che cavalca sui cherubini ed è Re di tutta la terra, anzi Re perpetuo?

Per quanto essi brontolino, ciò che Isaia dice in un altro passo non può essere sottratto a Cristo: “Ecco, questo è il nostro Dio, lo abbiamo atteso” (Isaia 25:9). Qui infatti si parla chiaramente della venuta del Redentore, il quale doveva non solo liberare il popolo dalla cattività babilonese, ma anche restaurare pienamente la sua Chiesa. È dunque invano che essi tergiversano dicendo che Gesù Cristo è stato Dio “nel Padre”; poiché, benché confessiamo che quanto all’ordine e al grado la fonte della divinità sia nel Padre, diciamo tuttavia che è un’illusione detestabile sostenere che l’essenza sia riservata a lui solo, come se egli avesse divinizzato il Figlio.

Infatti in tal modo o vi sarebbe un’essenza diversa e spezzata in pezzi, oppure Gesù Cristo sarebbe chiamato Dio solo per finzione e immaginazione. Se concedono che il Figlio sia Dio, ma secondo dopo il Padre, ne seguirà che l’essenza che nel Padre è senza generazione né forma sarebbe stata generata e formata in Gesù Cristo. So che molti derisori si burlano quando ricaviamo la distinzione delle persone dal passo di Mosè: “Facciamo l’uomo a nostra immagine” (Genesi 1:26); tuttavia chiunque abbia giudizio sano vede che tale modo di parlare sarebbe freddo e inetto se non vi fossero più persone in Dio. È certo che coloro ai quali il Padre si rivolge non sono stati creati. Cercare qualcosa che non sia creato è abuso, eccetto Dio, lui solo.

Ora, se essi non concedono che la potenza di creare e il diritto di comandare siano comuni al Figlio e allo Spirito Santo così come al Padre, ne seguirà che Dio non ha parlato in sé stesso, ma si è rivolto a operai esterni. In breve, un solo passo dissolve entrambe le loro obiezioni: quando Gesù Cristo dice che Dio è Spirito (Giovanni 4:24), restringere ciò al Padre sarebbe assurdo, come se la Parola non fosse di natura spirituale. Ora, se il nome di Spirito conviene al Figlio, concludo che egli è compreso anche sotto il nome di Dio. Subito dopo si aggiunge che il Padre non approva altro culto se non quello reso in spirito e verità; donde segue che Gesù Cristo, esercitando l’ufficio di Dottore sotto il capo supremo, attribuisce al Padre il nome di Dio non per abolire la propria divinità, ma per elevarci ad essa come per gradi.


1:13:25 - Nessuna divisione dell’essenza: errore della “quaternità”

Ma ecco dove essi si ingannano: nell’immaginare tre, ciascuno dei quali possiederebbe una parte dell’essenza divina. Noi invece insegniamo secondo la Scrittura che vi è un solo Dio essenzialmente; e che l’essenza del Figlio non è generata più di quella del Padre. Tuttavia, poiché il Padre è primo nell’ordine e ha generato da sé la sua sapienza, è a buon diritto ritenuto principio e fonte di ogni divinità, come è stato detto.

Così Dio, preso assolutamente, non è generato; e il Padre, quanto alla sua persona, non è generato. Essi errano anche in un’altra illusione: credono che noi stabiliamo una quaternità; ma ci imputano falsamente ciò che hanno forgiato nel loro cervello, come se dicessimo che tre persone fluiscano dall’essenza come tre ruscelli. Al contrario, appare da tutta la nostra dottrina che noi non traiamo le persone dall’essenza per separarle, ma dicendo che esse vi risiedono, poniamo distinzione dell’una dall’altra.

Se le persone fossero separate dall’essenza, il loro ragionamento avrebbe qualche apparenza; ma così vi sarebbe una trinità di dèi, non di persone, mentre noi diciamo che un solo Dio le comprende in sé. Così la questione frivola che essi sollevano è risolta: quando chiedono se l’essenza intervenga a costituire la Trinità, come se noi fossimo tanto stolti da pensare che tre dèi ne derivino. Noi diciamo che Dio, essendo intero in sé, ha soltanto proprietà distinte.

Quando replicano che allora la Trinità sarebbe senza Dio, mostrano ancora una volta la loro grossolanità. Poiché, sebbene l’essenza non intervenga a distinguere le persone come una parte o porzione, tuttavia le persone non sono senza di essa né fuori di essa, poiché il Padre non potrebbe essere Padre senza essere Dio, né il Figlio potrebbe essere Figlio se non essendo Dio.

Perciò diciamo assolutamente che la deità è da sé stessa; ed è per questo che confessiamo che il Figlio, in quanto è Dio, senza riguardo alla persona, ha il suo essere da sé stesso; ma in quanto è Figlio, diciamo che è dal Padre: in questo modo la sua essenza è senza principio, e il principio della sua persona è Dio. E di fatto tutti gli antichi dottori della Chiesa, parlando della Trinità, hanno riferito questo nome soltanto alle persone; poiché sarebbe un errore troppo enorme, anzi un’empietà troppo brutale, introdurre l’essenza nella distinzione.

Coloro che si figurano una concorrenza dell’essenza con il Figlio e con lo Spirito, come se l’essenza fosse al posto della persona del Padre, annientano apertamente l’essenza del Figlio e dello Spirito. Poiché il Figlio o ha un essere, o non lo ha. Se lo ha, vi saranno due essenze contrapposte; se non lo ha, egli non sarebbe che un’ombra. In breve, se questi due nomi, Padre e Dio, valessero lo stesso, e il secondo non appartenesse al Figlio, il Padre sarebbe così esclusivo che al Figlio non resterebbe che un’ombra di fantasma; e la Trinità non sarebbe altro che la congiunzione di un solo Dio con due cose create.


1:13:26 - Cristo Figlio di Dio e vero Dio anche come Mediatore

Quanto all’obiezione che, se Cristo fosse veramente Dio, sarebbe mal chiamato Figlio di Dio, ho già risposto: poiché qui si fa confronto di una persona con l’altra, il nome di Dio non è preso assolutamente, ma è specificato del Padre in quanto principio della divinità; non perché egli dia l’essenza al Figlio e allo Spirito, come questi fantasiosi ciarlano, ma secondo l’ordine che abbiamo dichiarato.

In questo senso va intesa la parola del Signore Gesù Cristo: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e Gesù Cristo che tu hai mandato” (Giovanni 17:3). Poiché parlando nella persona del Mediatore, egli occupa un grado intermedio tra Dio e gli uomini; e tuttavia la sua maestà non ne è diminuita. Infatti, benché si sia annientato, non ha perduto presso il Padre la gloria che era stata nascosta al mondo.

Allo stesso modo, l’Apostolo nella Lettera agli Ebrei, dopo aver confessato che Gesù Cristo per breve tempo è stato abbassato al di sotto degli angeli, afferma tuttavia che egli è il Dio eterno che ha fondato la terra (Ebrei 1:10; 2:9).

Riteniamo dunque come cosa stabilita che, ogni volta che Gesù Cristo, nella persona del Mediatore, si rivolge al Padre, sotto il nome di Dio egli comprende anche la propria divinità. Così quando dice ai suoi discepoli: “Vi è utile che io me ne vada al Padre, perché il Padre è maggiore di me” (Giovanni 16:7; 14:28), egli non riserva per sé una divinità inferiore quanto all’essenza, ma, essendo ormai giunto alla gloria celeste, pone il Padre in grado superiore, poiché la perfezione della maestà che appare in cielo differisce dalla misura di gloria che era manifestata in lui quando aveva assunto la nostra natura.

Per la stessa ragione san Paolo dice che Gesù Cristo consegnerà infine il regno a Dio Padre, affinché Dio sia tutto in tutti (1 Corinzi 15:24). Nulla è più assurdo che voler togliere a Gesù Cristo lo stato permanente della sua divinità. Poiché, se egli non deve mai cessare di essere Figlio di Dio, ma rimanere sempre quale è stato fin dal principio, ne segue che sotto il nome di Dio è compresa l’essenza unica, comune tanto al Padre quanto al Figlio.

Ed è proprio per questo che Gesù Cristo è disceso a noi, affinché elevandoci al Padre, ci elevasse anche a sé stesso, poiché egli è uno con il Padre. Dunque restringere esclusivamente al Padre il nome di Dio per sottrarlo al Figlio non ha né ragione né fondamento. Proprio per questo san Giovanni lo chiama “il vero Dio” (1 Giovanni 5:20), affinché non si pensi che egli sia di un grado inferiore di divinità rispetto al Padre. Mi stupisco dunque di che cosa intendano questi fabbricatori di nuovi dèi, quando, dopo aver confessato che Gesù Cristo è vero Dio, lo escludono dalla divinità del Padre, come se potesse esservi vero Dio se non unico, o come se una divinità derivata fosse altro che un’immaginazione.


1:13:27 - Retta interpretazione di Ireneo

Quanto al fatto che essi accumulano vari passi di sant’Ireneo, dove egli dice che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo è il vero Dio d’Israele, ciò è o vile ignoranza o grande malizia. Bisognava considerare che questo santo martire combatteva contro frenetici che negavano che il Dio d’Israele, il quale aveva parlato per mezzo di Mosè e dei profeti, fosse il Padre di Gesù Cristo, sostenendo che fosse un fantasma prodotto dalla corruzione del mondo.

Perciò sant’Ireneo insiste soprattutto nel mostrare che la Scrittura non ci insegna altro Dio se non il Padre di Gesù Cristo, e che concepirne un altro è abuso e fantasticheria. Non ci si deve dunque stupire se egli conclude così spesso che non vi è mai stato altro Dio d’Israele se non colui che Gesù Cristo e gli Apostoli hanno predicato. Come oggi, per resistere all’errore opposto, possiamo giustamente dire che il Dio apparso ai Padri non era altri che Cristo.

Se si replica che era il Padre, la risposta è facile: che mantenendo la divinità del Figlio non rigettiamo affatto quella del Padre. Se si guarda allo scopo e all’intenzione di Ireneo, ogni contesa cade. Egli decide chiaramente la questione nel libro terzo, capitolo sesto, dove afferma che quando la Scrittura parla assolutamente di Dio, essa intende colui che è veramente l’unico Dio, e aggiunge che Gesù Cristo è così chiamato.

Altrove spiega che tanto il Figlio quanto il Padre sono congiuntamente chiamati un solo Dio dai profeti e dagli apostoli; poi dichiara come Gesù Cristo, Signore di tutti, Re, Dio e Giudice, abbia ricevuto il dominio da colui che è Dio di tutti, e risponde che ciò è da intendersi riguardo alla sottomissione nella quale egli è stato umiliato fino alla morte di croce. Subito dopo afferma che il Figlio è creatore del cielo e della terra, che ha dato la Legge per mano di Mosè ed è apparso anticamente ai Padri.

Se qualcuno mormora che Ireneo riconosca il solo Padre come Dio d’Israele, rispondo che egli afferma altresì chiaramente che Gesù Cristo è lo stesso, applicandogli il passo di Abacuc: “Dio verrà dal mezzogiorno”. Così pure dice nel libro quarto che Cristo è con il Padre, il Dio dei viventi, e spiega che Abramo credette a Dio perché Cristo è creatore del cielo e della terra ed è il solo Dio.


1:13:28 - Tertulliano correttamente inteso

È con falso pretesto che essi si appellano anche a Tertulliano. Poiché, sebbene egli sia duro e involuto nel suo linguaggio, tuttavia senza alcun dubbio insegna la medesima dottrina che io ora difendo: cioè che, benché vi sia un solo Dio, tuttavia egli è con la sua Parola secondo una certa disposizione; che vi è un solo Dio nell’unità di sostanza, e tuttavia che questa unità, per una disposizione segreta, è distinta in Trinità; e che vi sono tre, non per essenza ma per grado, non per sostanza ma per forma, non per potenza ma per ordine.

Egli sostiene che il Figlio è secondo al Padre, ma solo per distinguere le persone. Talora chiama il Figlio visibile, ma dopo aver discusso da entrambi i lati conclude che egli è invisibile in quanto è la Parola del Padre. Infine, dicendo che il Padre è contrassegnato dalla sua persona, mostra chiaramente di essere del tutto contrario alla fantasia contro cui disputo, poiché con ciò afferma che nell’essenza non vi è alcuna diversità.

E benché egli non riconosca altro Dio che il Padre, tuttavia poco dopo chiarisce che non parla in modo esclusivo rispetto al Figlio, e che la monarchia di Dio non è violata dalla distinzione delle persone. Tutto il suo argomento contro Prassea tende a dimostrare che, pur essendo Dio distinto in tre persone, non vi sono più dèi e l’unità non è lacerata.

Quanto al fatto che egli dica che la Parola e lo Spirito sono una porzione del tutto, sebbene sia un modo di parlare rude, può essere scusato, poiché non si riferisce alla sostanza ma alla disposizione personale che egli stesso dichiara appartenere solo alle persone.


1:13:29 - Consenso dell’antichità e conclusione

In effetti, chiunque si applichi diligentemente a confrontare gli scritti degli antichi, non troverà in sant’Ireneo nulla che non sia stato insegnato da coloro che vennero dopo. Giustino martire, uno dei più antichi, concorda con noi in tutto. Che questi agitatori affermino quanto vogliono che Giustino e gli altri chiamino il Padre di Gesù Cristo l’unico Dio: lo confesso; e confesso anche che sant’Ilario dice lo stesso, anzi parla più duramente, attribuendo l’eternità al Padre. Ma forse lo fa per togliere al Figlio l’essenza di Dio? Al contrario, i suoi libri mostrano chiaramente che il suo unico intento è difendere la dottrina che noi seguiamo.

Essi non hanno vergogna di estrarre alcune parole tronche e mutilate per far credere che sant’Ilario sostenga la loro parte. Quanto a ciò che adducono sotto il nome di sant’Ignazio, se vogliono che serva loro, dimostrino prima che gli Apostoli abbiano istituito la Quaresima e altri simili abusi: poiché non vi è nulla di più sciocco di quelle raccolte spurie attribuite a quel santo martire.

È inoltre manifesto il consenso di tutta l’antichità: al concilio di Nicea Ario non osò mai mascherare la sua eresia con l’autorità di un solo dottore approvato; e nessuno dei Padri, né greci né latini, che vi erano riuniti contro di lui, ritenne necessario scusarsi di una qualche discordanza con i predecessori. Sant’Agostino, che questi agitatori considerano loro nemico mortale, ha esaminato con diligenza gli scritti degli antichi e li ha letti con grande rispetto; e se incontrava anche il minimo scrupolo, spiegava perché fosse costretto ad avere una propria opinione, anche su questo argomento.

Egli tuttavia tiene per cosa risolta che la dottrina contro la quale costoro combattono è stata ricevuta senza contraddizione da tutta l’antichità. Quando dice che l’unità è nel Padre, egli non si dimentica, ma altrove chiarisce che il Padre è chiamato fonte o principio della divinità perché non procede da un altro; considerando saggiamente che il nome di Dio è attribuito al Padre in modo particolare affinché, se non partiamo da lui, non possiamo concepire l’unità semplice di Dio.

Spero che da quanto ho trattato tutte le persone timorate di Dio riconosceranno che tutte le false glosse e astuzie di Satana, con le quali egli ha cercato di pervertire e oscurare la purezza della nostra fede, sono state sufficientemente abbattute. Mi confido inoltre che tutta questa materia sia qui fedelmente spiegata, purché i lettori tengano a freno ogni curiosità e non desiderino attirare dispute inutili e spinose. Non ho omesso nulla per astuzia, né tralasciato nulla che pensassi potesse essermi contrario; ma poiché mi sono proposto di edificare la Chiesa, mi è sembrato meglio non trattare molte questioni che avrebbero giovato poco e affaticato inutilmente i lettori. Infatti, a che servirebbe disputare se il Padre genera continuamente, dal momento che, stabilito che vi sono da tutta l’eternità tre persone residenti in Dio, questo atto continuo di generare non è che una fantasia superflua e frivola?


Riassunto del Capitolo 1:13