Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 14

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 1

Capitolo 14

Come, mediante la creazione del mondo e di tutte le cose, la Scrittura distingue il vero Dio da quelli che sono stati inventati

1:14:1 – La creazione come “specchio” per conoscere il vero Dio

Benché Isaia, a buon diritto, riprenda tutti gli idolatri perché non hanno imparato, dai fondamenti della terra e dal grande circuito dei cieli, chi sia il vero Dio (Isaia 40:21), tuttavia, poiché il nostro spirito è lento e ottuso, è stato necessario mostrare e quasi dipingere più espressamente chi sia il vero Dio, affinché i fedeli non si lasciassero trascinare nelle fantasticherie dei pagani. Infatti, poiché la descrizione che ne danno i filosofi, la quale sembra la più accettabile - cioè che Dio è lo spirito del mondo - non è che un’ombra che svanisce, bisogna che Dio sia conosciuto da noi più familiarmente, affinché non vacilliamo sempre nell’ambiguità.

Perciò Dio ha pubblicato, per mezzo di Mosè, la storia della creazione, sulla quale ha voluto che la fede della Chiesa fosse appoggiata, affinché essa non cercasse altro Dio se non colui che vi è presentato come creatore del mondo. Ora il tempo è segnato, affinché i fedeli, attraverso il continuo succedersi degli anni, fossero condotti fino alla prima origine del genere umano e di tutte le cose: cosa che è particolarmente utile a conoscere, non solo per respingere le favole prodigiose che un tempo ebbero grande credito in Egitto e in altri paesi, ma anche affinché, essendo noto l’inizio del mondo, risplenda più chiaramente l’eternità di Dio e ci rapisca in ammirazione di lui.

Non dobbiamo turbarci, in questo punto, per la beffa degli schernitori, i quali si meravigliano del perché Dio non si sia consigliato prima di creare il cielo e la terra, ma abbia lasciato passare un tempo infinito, che avrebbe potuto comprendere molti milioni di età, restando nel frattempo inoperoso; e del perché abbia cominciato a mettersi all’opera solo da circa seimila anni, i quali non sono ancora compiuti dalla creazione del mondo, il quale tuttavia, declinando verso la fine, mostra di quale durata sarà. Infatti non ci è lecito, né anche utile, ricercare perché Dio abbia tanto differito; poiché, se lo spirito umano si sforza di salire così in alto, cento volte verrà meno lungo il cammino; e inoltre non ci sarà utile conoscere ciò che Dio, non senza motivo, ha voluto che ci fosse nascosto per mettere alla prova la sobrietà della nostra fede.

Perciò un buon antico rispose un giorno molto bene a uno di questi beffardi, il quale, per scherno e gioco, domandava a quale opera si applicasse Dio prima di creare il mondo: “Costruiva - disse - l’inferno per i curiosi”. Questo avvertimento, insieme grave e severo, deve reprimere ogni brama disordinata, che solletica molti, anzi li spinge in speculazioni tanto nocive quanto tormentose.

In breve, ricordiamoci che Dio, il quale è invisibile e la cui sapienza, potenza e giustizia sono incomprensibili, ci ha posto davanti agli occhi la storia di Mosè come uno specchio nel quale vuole che la sua immagine risplenda per noi. Infatti, come gli occhi cisposi o ottusi per la vecchiaia, o oscurati da qualche altro vizio o malattia, non possono vedere nulla distintamente se non aiutati da lenti; così la nostra debolezza è tale che, se la Scrittura non ci indirizza a cercare Dio, noi svaniremmo subito.

Se coloro che si danno licenza di chiacchierare senza vergogna e di schernire, non ricevono ora alcuna ammonizione, sentiranno troppo tardi, nella loro orribile rovina, quanto sarebbe stato loro più utile contemplare dal basso verso l’alto i segreti consigli di Dio con ogni riverenza, piuttosto che vomitare bestemmie per oscurare il cielo. Sant’Agostino si lamenta a buon diritto che si fa ingiuria a Dio cercando una causa delle sue opere che sia superiore alla sua volontà. E in un altro passo ci ammonisce opportunamente che sollevare questioni sull’infinità dei tempi è follia e assurdità non minori che entrare in disputa sul perché la grandezza dei luoghi non sia anch’essa infinita.

Certo, per quanto grande sia lo spazio racchiuso nel cielo, vi si trova comunque qualche misura. Se ora qualcuno intentasse causa contro Dio perché vi sono cento milioni di volte più spazi vuoti, questa audacia tanto sfrenata non sarebbe detestabile per tutti i fedeli? Ebbene, coloro che contestano il riposo di Dio perché, contro il loro appetito, egli ha lasciato passare secoli infiniti prima di creare il mondo, precipitano nella stessa follia.

Per soddisfare la loro curiosità, escono fuori dal mondo, come se, in un così ampio circuito di cielo e di terra, non avessimo abbastanza oggetti e incontri che, con la loro inestimabile chiarezza, dovrebbero trattenere tutti i nostri sensi e, per così dire, inghiottirli; come se, nel termine di seimila anni, Dio non ci avesse dato abbastanza insegnamenti per esercitare i nostri spiriti, meditandoli senza fine e senza cessare. Restiamo dunque entro quelle sbarre con le quali Dio ha voluto circoscriverci e quasi tenere rinchiusi i nostri pensieri, affinché non scorrano via per una licenza eccessiva di divagare.


1:14:2 – I sei giorni: disciplina contro fantasie e presunzione

Ciò che Mosè racconta, cioè che l’edificazione del mondo fu compiuta non in un istante, ma in sei giorni, tende al medesimo fine che ho detto. Infatti, per questa circostanza, siamo distolti da tutte le false immaginazioni per essere raccolti a un solo Dio, il quale ha ordinato la sua opera in sei giorni affinché non fossimo annoiati di occuparci per tutto il corso della nostra vita a considerare chi egli sia. Poiché, sebbene i nostri occhi, ovunque si volgano, siano costretti a contemplare le opere di Dio, vediamo tuttavia quanto la nostra attenzione sia leggera e scarsa; e se siamo toccati da qualche buona e santa meditazione, essa vola via subito.

Qui la ragione umana vorrebbe volentieri disputare contro Dio, come se edificare il mondo da un giorno all’altro non fosse cosa conveniente alla sua potenza. Ecco la nostra presunzione, finché il nostro spirito, domato sotto l’ubbidienza della fede, impari a giungere al riposo al quale ci invita ciò che è detto della santificazione del settimo giorno.

Ora, nell’ordine delle cose create, dobbiamo considerare diligentemente l’amore paterno di Dio verso il genere umano, in questo: che egli non creò Adamo finché non ebbe arricchito il mondo e provveduto con abbondanza di ogni bene. Infatti, se lo avesse collocato sulla terra quando essa era ancora sterile e deserta, e se gli avesse dato vita prima che vi fosse luce, si sarebbe stimato che non avesse avuto gran cura di ordinare ciò che gli era utile. Ma ora, poiché ha differito la creazione dell’uomo finché non ebbe disposto il corso del sole e delle stelle per il nostro uso, finché non ebbe riempito le acque e l’aria di ogni sorta di animali, finché non ebbe fatto produrre frutti di ogni specie per nutrirci, prendendo cura come un buon padre di famiglia previdente, egli ha mostrato una meravigliosa bontà verso di noi.

Se ciascuno pesa bene e attentamente in sé ciò che qui tocco come di passaggio, vedrà che Mosè è un testimone infallibile e un araldo autentico per proclamare chi sia il creatore del mondo. Lascio qui ciò che ho dichiarato sopra, cioè che non si tratta lì soltanto dell’essenza di Dio, ma anche della sua Sapienza eterna e del suo Spirito, affinché non pensiamo a nessun altro Dio se non a colui che vuole essere conosciuto in questa immagine così espressa.


1:14:3 – Necessità della dottrina sugli angeli contro errori antichi

Ma prima che io cominci a trattare più ampiamente della natura dell’uomo, bisogna intrecciare qualcosa sugli angeli. Poiché, sebbene Mosè, nella storia della creazione, conformandosi alla rozzezza degli ignoranti, non racconti altre opere di Dio se non quelle che si presentano davanti ai nostri occhi, tuttavia, quando poi introduce gli angeli come ministri di Dio, è facile raccogliere che essi lo riconoscono come creatore, dedicandosi a ubbidirgli e a rendergli ogni dovere.

Pertanto, benché Mosè, parlando in modo semplice come al popolo comune, non abbia dapprima annoverato gli angeli tra le creature di Dio, nulla impedisce che noi deduciamo chiaramente da qui ciò che la Scrittura ne dice altrove. Infatti, se desideriamo conoscere Dio dalle sue opere, non dobbiamo omettere questa parte così nobile ed eccellente.

Inoltre, questa dottrina è molto necessaria per confutare molti errori. La dignità che è nella natura angelica ha sempre abbagliato molti, al punto che pensavano si facesse loro ingiuria se li si abbassava per assoggettarli a Dio; e perciò fu attribuita loro una sorta di divinità. Anche Manicheo, con la sua setta, si è levato forgiando due principi, cioè Dio e il diavolo, attribuendo l’origine delle cose buone a Dio e facendo il diavolo autore delle cattive nature.

Se avessimo gli spiriti confusi da tali fantasticherie, Dio non avrebbe la gloria che gli compete nella creazione del mondo. Poiché, dal momento che nulla è più proprio di Dio che la sua eternità e l’avere l’essere da sé stesso, coloro che attribuiscono ciò al diavolo non gli usurpano in parte il titolo di Dio? Inoltre, dove sarebbe la potenza infinita di Dio, se si desse al diavolo un tale impero da eseguire ciò che gli piace, anche quando Dio non lo vuole?

Quanto al fondamento assunto da questi eretici, cioè che non è lecito credere che Dio, che è buono, abbia creato qualcosa di cattivo, esso non nuoce in nulla alla nostra fede, la quale non riconosce alcuna natura cattiva in tutto ciò che Dio ha creato: poiché la malizia e la perversità tanto dell’uomo quanto del diavolo, e i peccati che ne provengono, non sono di natura, ma piuttosto corruzione della natura stessa; e nulla è proceduto da Dio in cui egli, fin dal principio, non abbia fatto conoscere la sua bontà, sapienza e giustizia.

Per respingere tali immaginazioni, è dunque necessario elevare i nostri intendimenti più in alto di quanto i nostri occhi possano raggiungere. E infatti è molto verosimile che a questo fine e intento, nel concilio di Nicea, Dio sia chiamato espressamente creatore delle cose invisibili.

Tuttavia, parlando degli angeli, mi studierò di tenere quella misura che Dio ci comanda: cioè non speculare più in alto di quanto sia utile, affinché i lettori non siano sviati dalla semplicità della fede. Infatti, poiché lo Spirito Santo ci insegna sempre ciò che ci è utile e, dove non vi è grande importanza per edificare, tace del tutto o ne accenna appena e di passaggio, il nostro dovere è ignorare volentieri ciò che non reca alcun profitto.


1:14:4 – Sobrietà: niente curiosità su tempi, ordini e gerarchie

Certo, poiché gli angeli sono ministri di Dio, ordinati per compiere ciò che egli comanda loro, non vi è dubbio che essi siano sue creature (Salmi 103). Sollevare questioni litigiose per sapere in quale tempo siano stati creati, non sarebbe ostinazione più che diligenza? Mosè riferisce che la terra fu compiuta e i cieli compiuti con tutti i loro ornamenti o eserciti (Genesi 2:1): che bisogno c’è di tormentarsi per sapere in quale giorno gli angeli, che sono l’esercito del cielo, cominciarono a essere?

Per non prolungare oltre: ricordiamoci che qui, come in tutta la dottrina cristiana, dobbiamo regolarci in umiltà e modestia, per non parlare né pensare delle cose oscure altrimenti, e nemmeno desiderare di saperne più di quanto Dio ne tratti nella sua Parola. Poi, dobbiamo osservare un’altra regola: che, leggendo la Scrittura, cerchiamo e meditiamo continuamente ciò che appartiene all’edificazione, senza dare briglia alla nostra curiosità o a un desiderio di conoscere ciò che non ci è utile.

E poiché Dio ci ha voluto istruire non in questioni frivole, ma nella vera pietà - cioè nel timore del suo nome, nella fiducia in lui, nella santità di vita - contentiamoci di questa conoscenza. Perciò, se vogliamo che il nostro sapere sia ordinato rettamente, dobbiamo lasciare quelle vane questioni sulle quali si dibattono gli spiriti oziosi, trattando senza la parola di Dio della natura, del numero degli angeli e dei loro ordini.

So bene che molti sono più bramosi di investigare queste cose e vi provano più piacere che in ciò che dovrebbe esserci familiare per uso continuo; ma se non ci dispiace essere discepoli di Gesù Cristo, non ci sia gravoso seguire il modo di profittare che egli ci ha mostrato. Così faremo contenti della dottrina che egli ci dà, astendoci da tutte le questioni superflue dalle quali egli ci distoglie; e non solo per astenercene, ma perché le abbiamo in orrore.

Nessuno negherà che colui che ha scritto la Gerarchia celeste, intitolata a san Dionigi, non abbia disputato molte cose con grande sottigliezza; ma se qualcuno esamina più da vicino le materie, troverà che per la maggior parte non vi è che puro chiacchiericcio. Ora un teologo non deve applicare il suo studio a dilettare le orecchie chiacchierando, ma a fortificare le coscienze insegnando cose vere, certe e utili.

Leggendo quel libro, sembra che sia un uomo caduto dal cielo, il quale riferisca cose non solo apprese, ma viste con gli occhi. Ma san Paolo, che era stato rapito fino al terzo cielo, non solo non ha insegnato così, ma ha protestato che non era lecito rivelare i segreti che aveva veduto (2 Corinzi 12:1 ss.). Perciò, lasciando da parte tutta questa folle sapienza, consideriamo soltanto, secondo la semplice dottrina della Scrittura, ciò che Dio ha voluto che sapessimo degli angeli.


1:14:5 – Chi sono gli angeli e perché hanno tanti “titoli”

Noi leggiamo in tutta la Scrittura che gli angeli sono spiriti celesti, del cui ministero Dio si serve per fare ed eseguire la sua volontà; e perciò è stato imposto loro il nome di angeli, poiché Dio li rende suoi messaggeri verso gli uomini, per manifestarsi a loro. Similmente gli altri nomi che la Scrittura dà loro sono tratti dalla stessa ragione.

Essi sono chiamati Eserciti (Luca 2:13), poiché, come le schiere d’armi stanno intorno al loro principe o capitano, così essi sono presenti davanti a Dio per ornare e onorare la sua maestà, e sono sempre pronti ad attendere il suo beneplacito, per impiegarsi ovunque egli ordina, o piuttosto per mettere mano all’opera. Con tale magnificenza ci è descritto il trono di Dio da tutti i profeti, e specialmente in Daniele, quando egli dice che Dio, salito sul suo seggio regale, aveva intorno a sé milioni di angeli in numero infinito (Daniele 7:10).

Inoltre, poiché Dio manifesta per mezzo loro la forza della sua mano, essi sono chiamati Potenze (Colossesi 1:16). Poiché egli esercita per mezzo loro il suo impero su tutto il mondo, essi sono chiamati ora Principati, ora Autorità, ora Dominazioni (Efesini 1:21). Infine, poiché la gloria di Dio risiede in loro, essi sono chiamati anche i suoi Troni; benché, quanto a quest’ultimo termine, io non voglia affermare nulla, poiché un’altra interpretazione vi si adatta altrettanto bene o meglio.

Ma lasciando il nome di Troni: quanto ai precedenti, lo Spirito Santo usa spesso questi titoli per magnificare la dignità del ministero degli angeli. Poiché non è ragione che le creature di cui il Signore si serve come di strumenti per manifestare in modo speciale la sua presenza nel mondo siano lasciate senza onore. Anzi, molte volte essi sono chiamati dèi, poiché per il loro ministero ci rappresentano in qualche modo come in uno specchio l’immagine di Dio.

E benché ciò che hanno scritto gli antichi dottori mi piaccia, cioè che quando la Scrittura dice che l’Angelo di Dio apparve ad Abraamo o a Giacobbe o ad altri, essi interpretano ciò di Gesù Cristo (Genesi 18:1; 32:1, 28; Giosuè 5:14; Giudici 6:13; 13:22), tuttavia si vede bene che gli angeli in generale sono spesso chiamati dèi, come ho detto, e non dobbiamo meravigliarcene: poiché lo stesso onore è fatto ai re e ai principi, che la Scrittura pure chiama dèi (Salmi 82:6), perché nel loro ufficio sono come luogotenenti di Dio, che è il sovrano Re e superiore di tutti. A maggior ragione questo titolo può essere attribuito agli angeli, poiché in essi risplende più abbondantemente la luce della gloria di Dio.


1:14:6 – Gli angeli come custodi: consolazione e conferma della fede

Ora, la Scrittura si ferma principalmente a insegnare ciò che può servire di più alla nostra consolazione e alla conferma della nostra fede: cioè che gli angeli sono dispensatori e ministri della liberalità di Dio verso di noi. Perciò dice che essi vegliano sempre per la nostra salvezza, che sono sempre pronti a difenderci, che guidano le nostre vie e hanno cura di noi in ogni cosa, per preservarci da ogni cattivo incontro.

Infatti le sentenze che seguono sono universali e appartengono prima a Gesù Cristo, come capo di tutta la Chiesa, poi a tutti i fedeli: “Egli ha comandato ai suoi angeli riguardo a te, che ti custodiscano in tutte le tue vie. Essi ti porteranno nelle loro mani, affinché tu non urti il piede contro una pietra”. E ancora: “L’angelo del SIGNORE si accampa intorno a quelli che lo temono e li libera” (Salmi 91:11; 34:8). Con queste parole Dio mostra che affida agli angeli la tutela di coloro che egli vuole custodire.

Secondo questo, l’angelo del SIGNORE consolò Agar nella sua fuga e le comandò di riconciliarsi con la sua padrona (Genesi 16:9; 24:7). Similmente Abraamo prometteva al suo servo che l’angelo di Dio sarebbe stato guida nel viaggio. Giacobbe, benedicendo Efraim e Manasse, pregava che l’angelo di Dio che lo aveva sempre assistito li facesse prosperare. Ugualmente si dice che l’angelo di Dio era sul campo del popolo d’Israele; e ogni volta che Dio ha voluto liberare quel popolo dalla mano dei suoi nemici, si è servito dei suoi angeli per farlo (Genesi 48:16; Esodo 14:19; 23:20; Giudici 2:1; 6:11; 13:10).

E per non essere troppo lungo: si dice che gli angeli servirono il nostro Signore Gesù dopo che fu tentato nel deserto; e che lo assistevano nella sua angoscia al tempo della passione. Similmente annunciarono alle donne la sua risurrezione e ai discepoli il suo glorioso ritorno (Matteo 4:11; Luca 22:43; Matteo 28:5, 7; Luca 24:5; Atti 1:10).

Perciò, per compiere l’ufficio loro dato di essere nostri difensori, essi combattono contro il diavolo e contro tutti i nostri nemici e fanno la vendetta di Dio su coloro che ci molestano, come leggiamo che l’angelo del SIGNORE uccise in una notte centottantacinquemila uomini nel campo degli Assiri, per liberare Gerusalemme dall’assedio (2 Re 19:35; Isaia 37:36).


1:14:7 – Angeli custodi personali? Prudenza e misura

Del resto, se ciascun fedele abbia un angelo proprio assegnato alla sua difesa oppure no, non oserei affermare nulla. Certo, quando Daniele dice che l’angelo dei Persiani combatteva, e similmente l’angelo dei Greci, contro gli avversari (Daniele 10:13, 20; 12:1), egli significa che Dio talvolta affida ai suoi angeli il compito di governare paesi e province. Similmente Gesù Cristo, dicendo che gli angeli dei piccoli vedono sempre la faccia del Padre (Matteo 18:10), mostra che vi sono certi angeli che hanno cura dei piccoli; ma non so se da ciò si possa inferire che ciascuno abbia il proprio particolare.

Bisogna ritenere questo punto come risoluto: che non solo un angelo ha cura di ciascuno di noi, ma che essi, di comune accordo, vegliano per la nostra salvezza. Infatti si dice, di tutti gli angeli in generale, che essi si rallegrano più per un peccatore quando si converte, che per novantanove giusti che hanno sempre perseverato nel bene (Luca 15:7). Si dice anche che l’anima di Lazzaro fu portata nel seno di Abraamo da più angeli (Luca 16:22). Non è neppure invano che Eliseo mostri al suo servo tanti carri di fuoco disposti in particolare per proteggerlo (2 Re 6:17).

Vi è un passo che sembrerebbe più espresso per confermare tale opinione: quando san Pietro, uscito miracolosamente di prigione, bussò alla casa dove i fratelli erano radunati, essi, non potendo pensare che fosse lui, dicevano che era il suo angelo (Atti 12:15). Si può congetturare che ciò venisse loro da un’opinione comune allora, cioè che ciascun fedele avesse il proprio angelo particolare.

Tuttavia anche a ciò si può rispondere che non vi è alcun inconveniente nel pensare che essi intendessero uno qualunque degli angeli ai quali Dio in quel momento aveva affidato Pietro, non che fosse il suo guardiano perpetuo, secondo l’immaginazione comune che ciascuno di noi abbia due angeli, uno buono e uno cattivo: opinione che fu anticamente comune tra i pagani.

Ma non è affatto necessario tormentarsi troppo su una cosa che non è così necessaria alla salvezza. Poiché, se qualcuno non si accontenta del fatto che tutta la schiera del cielo vegli per la nostra salvezza ed è pronta ad aiutarci, non so che cosa gli gioverebbe di più dire che ha un angelo particolare come guardiano. Anzi, coloro che restringono a un solo angelo la cura che Dio ha di ciascuno di noi, fanno grande torto a sé stessi e a tutti i membri della Chiesa: come se Dio invano avesse promesso che avremmo sempre grandi schiere a soccorrerci, affinché, essendo così muniti da ogni parte, combattessimo con tanto maggior coraggio.


1:14:8 – Sulla moltitudine e sugli ordini: sobrietà e limiti della Scrittura

Quanto alla moltitudine e agli ordini, coloro che osano determinarne qualcosa considerino su quale fondamento si appoggiano. Io confesso che Michele è chiamato in Daniele “gran principe” o capitano, e “arcangelo” in Giuda; e san Paolo dice anche che sarà un arcangelo a convocare il mondo con una tromba, per comparire al giudizio (Daniele 12:1; Giuda 9; 1 Tessalonicesi 4:16). Ma chi potrà, a partire da ciò, stabilire i gradi d’onore fra gli angeli, distinguerli ciascuno dall’altro per nome e per titolo, assegnare a ciascuno il suo luogo e la sua dimora?

Infatti perfino i nomi di Michele e Gabriele, che sono nella Scrittura, e il nome di Raffaele che è nella storia di Tobia (Tobia 12), sembrano, per il significato che portano, essere stati imposti agli angeli a causa della nostra infermità; benché, su questo, io preferisca non definire nulla. Quanto al numero, udiamo bene dalla bocca di Gesù Cristo che vi sono “molte legioni”; Daniele ne nomina molti milioni; il servo di Eliseo vide molti carri; e ciò che è detto nel Salmo, che essi si accampano intorno ai fedeli, dimostra una grande moltitudine (Matteo 26:53; Daniele 7:10; 2 Re 6:17; Salmi 34:8).

È vero che gli spiriti non hanno forma come i corpi; tuttavia la Scrittura, per la nostra piccola capacità e rozzezza, non senza causa dipinge gli angeli con ali sotto i titoli di Cherubini e Serafini, affinché non dubitiamo che essi siano sempre pronti a soccorrerci con un’incredibile rapidità, non appena la cosa lo richieda: come vediamo che i fulmini volano nel cielo al di sopra di ogni immaginazione. Se se ne vuole sapere di più, ciò è investigare segreti la cui piena rivelazione è differita all’ultimo giorno. Ricordiamoci dunque che, in questo punto, dobbiamo guardarci sia da una curiosità superflua nel ricercare cose che non ci appartiene sapere, sia da un’audacia nel parlare di ciò che non sappiamo.


1:14:9 – Gli angeli sono veri spiriti: contro fantasie e negazioni

Tuttavia, questo punto che alcuni sconsiderati mettono in dubbio deve esserci del tutto risoluto: che gli angeli sono spiriti servitori di Dio, i quali egli impiega per la protezione dei suoi e per mezzo dei quali dispensa i suoi benefici verso le persone e compie le altre sue opere (Ebrei 1:14; Atti 23:8). I sadducei ebbero un tempo l’opinione che, con questo termine “angeli”, non si intendesse altro che il movimento che Dio ispira alle persone, o le virtù che egli manifesta nelle sue opere; ma vi sono tanti testimonî della Scrittura che contraddicono tale fantasticheria, che è meraviglia come una simile ignoranza abbia potuto esistere nel popolo d’Israele.

Infatti, senza andare lontano, i passi che ho citato sopra sono sufficienti a togliere ogni difficoltà: cioè quando si dice che vi sono legioni e milioni di angeli, quando si dice che essi si rallegrano, quando si racconta che sostengono i fedeli nelle loro mani, che portano le loro anime al riposo, che vedono la faccia di Dio: poiché, da tutto ciò, è ben dimostrato che essi hanno una natura o un’essenza.

Ma, oltre a questo, ciò che dicono san Paolo e santo Stefano, cioè che la Legge fu data per mano degli angeli; e ciò che dice il Signore Gesù, cioè che gli eletti saranno simili agli angeli dopo la risurrezione; e ancora: che l’ultimo giorno è sconosciuto perfino agli angeli; e ancora: che egli verrà con i santi angeli - tutto ciò non può essere deviato in altro senso (Atti 7:53; Galati 3:19; Matteo 22:30; Matteo 24:36; Matteo 25:31; Luca 9:26).

Similmente, quando san Paolo scongiura Timoteo davanti a Gesù Cristo e ai suoi angeli eletti, egli non intende alcune qualità o ispirazioni; e non possono altrimenti reggere le proposizioni che sono nella Lettera agli Ebrei: che Gesù Cristo è stato esaltato sopra gli angeli; che a essi non è stato assoggettato il mondo; che Cristo non ha preso la loro natura ma quella delle persone - se non si tratta di veri spiriti, che abbiano una sostanza propria (1 Timoteo 5:21; Ebrei 1:4; Ebrei 2:16). E l’Apostolo lo dichiara poi, comprendendo gli angeli con le anime dei fedeli e ponendoli in una medesima schiera.

Inoltre, abbiamo già ricordato che gli angeli dei piccoli vedono sempre la faccia di Dio; che siamo difesi dal loro aiuto; che essi si rallegrano della nostra salvezza; che si meravigliano della grazia infinita di Dio che si vede nella Chiesa; che sono sotto un medesimo capo con noi, cioè Cristo; che così spesso apparvero ai santi profeti in forma di persone, parlarono loro e soggiornarono nelle loro case: ciò mostra bene che essi non sono vento e fumo.

Anzi, Gesù Cristo, a motivo della primazia che ha nella persona di Mediatore, è chiamato “Angelo”. Mi è parso bene accennare brevemente questo punto, per armare e premunire i semplici contro le sciocche e fantastiche opinioni che il diavolo ha sollevato fin dal principio nella Chiesa e che ora risveglia.


1:14:10 – Contro la superstizione: gli angeli non devono oscurare Cristo

Resta da prevenire la superstizione che facilmente entra nella fantasia delle persone quando si dice che gli angeli sono ministri e dispensatori di ogni bene. Infatti subito la nostra ragione inclina a questo: che non vi sia onore che non si debba attribuire loro; e da ciò avviene che trasferiamo a loro ciò che appartiene solamente a Dio e a Gesù Cristo.

Ecco come la gloria di Cristo è stata a lungo oscurata in passato: perché si magnificavano gli angeli oltre misura, attribuendo loro ciò che la Parola di Dio non insegna. E tra i vizi che riprendiamo oggi, a stento ve n’è uno più antico. Infatti vediamo che san Paolo stesso dovette combattere contro alcuni che esaltavano gli angeli a tal punto che Gesù Cristo veniva quasi abbassato a una medesima condizione.

Perciò egli sostiene con tanta forza, nella Lettera ai Colossesi, che Gesù Cristo non soltanto deve essere preferito agli angeli, ma che è da lui stesso che essi ricevono ogni bene (Colossesi 1:16, 20): affinché non siamo così malaccorti da distoglierci da lui per rivolgerci a loro, dato che essi non hanno sufficienza in sé stessi, ma attingono alla medesima fonte dalla quale attingiamo noi.

Certo, poiché la gloria di Dio risplende così chiaramente in loro, non vi è nulla di più facile che essere trascinati in una stoltezza tale da adorarli e attribuire loro ciò che è dovuto a un solo Dio. Questo, san Giovanni confessa che gli accadde nell’Apocalisse; ma egli racconta anche che l’angelo gli rispose: “Guardati dal farlo! Io sono servo come te: adora Dio” (Apocalisse 19:10; Apocalisse 22:8, 9).


1:14:11 – Perché Dio usa gli angeli: non per necessità, ma per la nostra debolezza

Noi eviteremo molto bene questo pericolo se consideriamo per quale ragione Dio si serve di loro, nel manifestare la sua potenza per procurare la salvezza dei fedeli e comunicare loro i suoi benefici, piuttosto che fare ogni cosa da sé.

Certo, egli non fa questo per necessità, come se non potesse farne a meno; poiché, tutte le volte che gli piace, egli compie la sua opera senza chiamarli in aiuto, usando solo il suo comandamento; tanto è vero che non ha alcun bisogno di invocarli in suo soccorso.

Egli fa dunque questo per il sollievo della nostra debolezza, affinché nulla ci manchi di tutto ciò che può darci buona speranza e rassicurare i nostri cuori. Questo dovrebbe esserci più che sufficiente, quando Dio ci promette di essere il nostro protettore. Ma quando vediamo di essere assediati da tanti pericoli, da tante insidie, da tante diverse specie di nemici, può accaderci talvolta, dato che siamo fragili e deboli, di essere presi dalla paura o di perdere coraggio, se Dio non ci fa sentire la presenza della sua grazia secondo la nostra piccola misura e rozzezza.

Per questa ragione egli ci promette non soltanto che avrà cura di noi, ma anche che ha infiniti servitori ai quali ha comandato di procurare la nostra salvezza, dicendoci che, mentre saremo sotto la sua protezione, in qualunque pericolo ci troviamo, saremo sempre al sicuro.

Io confesso che è una perversità da parte nostra che, avendo ricevuto la semplice promessa della protezione di Dio, vogliamo ancora vedere come e da quale lato egli ci aiuterà; ma poiché Dio, secondo la sua bontà e infinita benevolenza, vuole nondimeno soccorrere una tale debolezza che è in noi, non dobbiamo disprezzare la grazia che ci fa.

Abbiamo un bell’esempio di ciò nel servo di Eliseo: vedendo che il monte dove egli era con il suo maestro era assediato dai Siri, pensava di essere perduto. Allora Eliseo pregò Dio che gli aprisse gli occhi; ed egli vide che il monte era pieno della cavalleria celeste, cioè degli angeli che Dio aveva inviato là per custodire il profeta e la sua compagnia (2 Re 6:17). Il servo, dunque, confermato da quella visione, riprese coraggio e non tenne più conto dei nemici, i quali a prima vista lo avevano tanto spaventato.


1:14:12 – Il fine: che la fede sia stabilita in Dio e in Cristo solo Mediatore

Perciò dobbiamo ricondurre a questo fine tutto ciò che è detto del ministero degli angeli: che la nostra fede sia più stabilita in Dio. È per questo che Dio invia i suoi angeli come una guarnigione a difenderci, affinché non restiamo sgomenti per la moltitudine dei nemici, come se egli non fosse il più forte; ma ricorriamo sempre a quella parola di Eliseo: che sono più quelli che sono con noi che quelli che sono contro di noi.

Quale perversità è dunque se gli angeli ci distolgono da Dio, mentre sono ordinati proprio affinché sentiamo che il suo aiuto ci è tanto più vicino quanto più egli ce lo dichiara secondo la nostra debolezza? Essi ci distolgono da Dio, se non ci conducono a lui, come per mano, affinché lo guardiamo e lo invochiamo lui solo come nostro aiuto, riconoscendo che ogni bene viene da lui; se non li consideriamo come sue “mani”, le quali non si muovono a fare nulla se non per la sua volontà e disposizione; se, infine, non ci conducono a Gesù Cristo e non ci mantengono in lui, affinché lo teniamo come unico Mediatore, dipendendo interamente da lui e avendo il nostro riposo in lui solo.

Infatti dobbiamo avere impresso nella memoria ciò che è scritto nella visione di Giacobbe: che gli angeli scendono dal cielo verso le persone e risalgono dalla terra al cielo per la scala sulla quale è appoggiato il SIGNORE degli eserciti (Genesi 28:12). Con ciò è significato che, per la sola intercessione di Gesù Cristo, gli angeli hanno comunione con noi; come egli stesso attesta dicendo: “D’ora innanzi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo” (Giovanni 1:51).

Perciò il servo di Abraamo, raccomandato alla custodia dell’angelo, non lo invoca tuttavia perché lo assista, ma si rivolge a Dio, chiedendogli che faccia misericordia ad Abraamo, suo padrone (Genesi 24:7, 27). Poiché, come Dio, facendo degli angeli ministri della sua bontà e potenza, non divide la sua gloria con loro, così essi non ci promettono di aiutarci con il loro ministero affinché noi dividiamo la nostra fiducia tra loro e lui.

Perciò dobbiamo rigettare quella filosofia di Platone che insegna ad avvicinarsi a Dio per mezzo degli angeli e a onorarli affinché siano più propensi a darci accesso presso di lui. Questa è un’opinione falsa e malvagia, benché alcuni superstiziosi abbiano voluto introdurla fin dal principio nella Chiesa cristiana, e vi siano ancora oggi alcuni che vorrebbero rimetterla in piedi.


1:14:13 – A cosa serve la dottrina sui diavoli: vigilanza e resistenza

Tutto ciò che la Scrittura insegna sui diavoli tende a questo scopo: che stiamo in guardia per resistere alle loro tentazioni, non essere colti di sorpresa dalle loro imboscate, e procurarci armi sufficienti per respingere nemici molto potenti.

Infatti, quando Satana è chiamato il dio e principe di questo mondo; e ancora: un forte armato; e ancora: un leone ruggente; e ancora: uno spirito che domina nell’aria - tutte queste descrizioni mirano a farci vigilare e a prepararci alla battaglia, come talvolta è detto espressamente (2 Corinzi 4:4; Giovanni 12:31; Matteo 12:29; Efesini 2:2).

San Pietro, dopo aver detto che il diavolo va attorno come un leone ruggente cercando di divorarci, aggiunge subito un’esortazione: che siamo saldi nella fede per resistergli (1 Pietro 5:8). E san Paolo, dopo averci avvertito che la nostra guerra non è contro carne e sangue, ma contro i principati dell’aria, le potenze delle tenebre e gli spiriti malvagi, subito dopo ci comanda di rivestire le armi che possano difenderci in una battaglia tanto pericolosa (Efesini 6:12).

Impariamo dunque a ricondurre ogni cosa a questo fine: che, essendo avvertiti di avere il nemico vicino, un nemico pronto nell’audacia, robusto nella forza, astuto nelle insidie, fornito di ogni macchinazione, esperto nell’arte della guerra e infaticabile in ogni assalto, non dormiamo nella noncuranza in modo che possa schiacciarci; ma, al contrario, restiamo saldi e siamo sempre pronti a resistergli.

E poiché questa battaglia non ha fine fino alla morte, dobbiamo essere fermi e costanti nella perseveranza. Soprattutto, conoscendo la nostra debolezza e mancanza, invochiamo Dio, aspettandoci ogni cosa solo nella fiducia del suo aiuto, poiché è lui solo che può darci consiglio, forza e coraggio e armarci.


1:14:14 – Non un solo diavolo: una moltitudine di nemici

Inoltre, la Scrittura, per spingerci a maggiore diligenza, ci avverte che non è un solo diavolo a farci guerra, né un piccolo numero, ma una grande moltitudine. Infatti è detto che Maria Maddalena era stata liberata da sette demoni che la possedevano (Marco 16:9). E Gesù Cristo testimonia che avviene ordinariamente che, se, dopo che un demonio è uscito da noi, trova ancora accesso per rientrare, ne conduce con sé altri sette peggiori (Matteo 12:43-45). E inoltre è detto che un solo uomo era posseduto da una legione (Luca 8:30).

Con ciò dunque siamo istruiti che dobbiamo guerreggiare contro una moltitudine quasi infinita di nemici, affinché non diventiamo negligenti, come se avessimo qualche tregua per riposare.

Quanto al fatto che spesso si parli del diavolo e di Satana al singolare, con ciò è indicata la “principato” dell’ingiustizia che è contrario al regno di giustizia. Poiché, come la Chiesa e la compagnia dei santi ha Gesù Cristo per capo, così la schiera degli empi e l’empietà stessa ci sono descritte con il loro principe che esercita il suo impero e signoria. A questo si riferisce quella sentenza: “Andate, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli” (Matteo 25:41).


1:14:15 – Satana come avversario: guerra continua per la gloria di Dio, il regno di Cristo e la nostra salvezza

Questo pure deve renderci più pronti a combattere incessantemente contro il diavolo: che egli è chiamato dappertutto avversario di Dio e nostro. Infatti, se abbiamo a cuore la gloria di Dio come dobbiamo, è ben ragione impiegare tutte le nostre forze nel resistere a colui che trama di spegnerla. Se siamo animati, come conviene, a mantenere il regno di Cristo, è necessario che abbiamo una guerra perpetua con colui che si sforza di rovinarlo. D’altra parte, se abbiamo cura della nostra salvezza, non dobbiamo avere né pace né tregua con colui che senza fine e senza sosta si adopera per contraddirla.

Secondo questa considerazione egli è presentato nel terzo capitolo della Genesi, mentre fa ribellare l’essere umano all’ubbidienza di Dio, affinché Dio fosse privato dell’onore che gli apparteneva e l’essere umano fosse precipitato nella rovina. E gli evangelisti lo descrivono con tale natura, chiamandolo “nemico” (Matteo 13:28): e questo è anche ciò che significa il nome Satana, dicendo che egli semina zizzania per corrompere il seme della vita eterna.

In breve, noi sperimentiamo in tutte le sue opere ciò che Gesù Cristo testimonia di lui: che fin dal principio è stato omicida e bugiardo (Giovanni 8:44). Con le sue menzogne assale la verità di Dio; con le sue tenebre oscura la luce; seduce nell’errore gli spiriti delle persone; dall’altra parte suscita odi e infiamma contese e litigi: e tutto ciò per rovesciare il regno di Dio e precipitare le persone nella dannazione eterna. Da ciò appare che, per natura, egli è perverso, malvagio e maligno. Infatti deve ben esservi un’estrema perversità in una natura che si dedica interamente ad annientare la gloria di Dio e la salvezza delle persone. Questo è ciò che dice san Giovanni nella sua epistola: che fin dal principio egli pecca (1 Giovanni 3:8). Con ciò intende che egli è autore, capitano e inventore di ogni malizia e iniquità.


1:14:16 – Il male del diavolo non viene dalla creazione: è corruzione volontaria, non opera di Dio

Tuttavia, poiché il diavolo è stato creato da Dio, dobbiamo notare che non ha la malizia che diciamo essergli naturale a motivo della sua creazione, ma in quanto è stato depravato. Infatti, tutto ciò che ha di condannabile, se l’è procurato distogliendosi da Dio. Di questo la Scrittura ci avverte, affinché non pensiamo che l’iniquità proceda da Dio, essendo essa del tutto contraria a lui.

Per questo, il Signore Gesù dice che Satana parla del suo proprio quando parla menzogna (Giovanni 8:44), e aggiunge la ragione: perché non è rimasto nella verità. Quando dice che non ha perseverato nella verità, significa che un tempo vi è stato; e quando lo chiama padre della menzogna, gli toglie ogni scusa, perché non possa imputare a Dio il suo male, del quale egli stesso è la causa.

Ora, benché queste cose siano accennate in modo breve e oscuro, tuttavia bastano a chiudere la bocca ai bestemmiatori di Dio. E che ci importa conoscere di più del diavolo, o con altro fine? Alcuni si lamentano che la Scrittura non racconti a lungo e distintamente la caduta dei diavoli, la causa, il modo, il tempo e la specie, anzi più volte; ma poiché queste cose non ci appartengono affatto, o poco, è stato meglio non dirne nulla o toccarle appena. Infatti non conveniva allo Spirito Santo soddisfare la nostra curiosità narrandoci storie vane e senza frutto.

E vediamo che il Signore ha avuto cura di non insegnarci nulla se non ciò che poteva edificarci. Perciò, affinché anche noi non ci soffermiamo su cose superflue, ci basti sapere, circa la natura dei diavoli, che nella loro prima creazione essi furono angeli di Dio; ma, decaduti dalla loro origine, si sono rovinati e sono stati fatti strumenti di perdizione per gli altri.

Poiché questo punto era utile da conoscere, ci è mostrato chiaramente da san Pietro e da san Giuda, quando dicono che Dio non ha risparmiato i suoi angeli che hanno peccato e non hanno conservato la loro origine, ma hanno abbandonato la loro dimora (2 Pietro 2:4; Giuda 6). E san Paolo, facendo menzione degli angeli eletti, senza dubbio oppone ad essi i reprobi (1 Timoteo 5:21).


1:14:17 – Satana è avversario, ma non autonomo: agisce solo con permesso di Dio

Quanto al conflitto e alla discordia che abbiamo detto che Satana ha contro Dio, bisogna intenderlo in modo tale che, nel frattempo, sappiamo che egli non può fare nulla se non per la volontà e col permesso di Dio. Infatti leggiamo nella storia di Giobbe che egli si presenta davanti a Dio per udire ciò che gli comanderà, e non osa intraprendere nulla senza aver prima chiesto licenza (Giobbe 1:6; Giobbe 2:1). Similmente, quando Acab meritava d’essere ingannato, uno spirito si presentò a Dio per essere spirito di menzogna nella bocca di tutti i profeti; e, mandato, fece ciò che gli fu ordinato (1 Re 22:20).

Secondo questa ragione, lo spirito che tormentava Saul è chiamato “spirito cattivo da parte di Dio”, poiché Dio se ne serviva come d’un flagello per correggere Saul (1 Samuele 16:14; 1 Samuele 18:10). E in un altro passo è detto che Dio colpì gli Egiziani con piaghe per mezzo dei suoi angeli malvagi (Salmi 78:49). Similmente, seguendo questi esempi particolari, san Paolo dice in generale che l’accecamento degli empi è opera di Dio, dopo averlo attribuito a Satana (2 Tessalonicesi 2:9, 11).

Appare dunque che Satana è sotto la potenza di Dio ed è governato in modo tale dal suo permesso da essere costretto a ubbidirgli. Ora, quando diciamo che Satana resiste a Dio e che le sue opere sono contrarie a quelle di Dio, intendiamo che tale opposizione non avviene senza la permissione di Dio. Non parlo qui della cattiva volontà di Satana né delle sue macchinazioni, ma soltanto dei suoi effetti. Infatti, in quanto il diavolo è perverso per natura, non è certo inclinato a ubbidire alla volontà di Dio, ma si mette del tutto in ribellione e resistenza.

Egli ha dunque da sé e dalla sua perversità questo: che con tutto il suo desiderio e proposito egli si oppone a Dio. Da tale perversità è indotto e spinto a tentare di compiere quelle cose che egli pensa essere contrarie a Dio. Ma poiché Dio lo tiene legato e stretto con le corde della sua potenza, non gli permette di eseguire nulla se non ciò che gli piace. Ecco dunque come il diavolo, volente o nolente, serve il suo Creatore, poiché è costretto a impiegarsi là dove il beneplacito di Dio lo spinge.


1:14:18 – Gli assalti ai fedeli come esercizio: certezza della vittoria finale in Cristo

Ora, poiché Dio conduce qua e là gli spiriti immondi come gli piace, egli ordina e modera tale governo in modo che essi molestino assai i fedeli, tendano loro molte insidie, li tormentino con diversi assalti, talvolta li stringano da vicino e spesso li stanchino, li turbino e li spaventino, fino perfino a ferirli: ma tutto ciò per esercitarli, non per opprimerli né vincerli; mentre, al contrario, tengono gli infedeli sotto la loro soggezione ed esercitano una tirannia sulle loro anime e sui loro corpi, trascinandoli dove vogliono come schiavi a ogni enormità.

Quanto ai fedeli, poiché hanno a che fare con tali nemici, sono loro rivolte queste esortazioni: “Non date luogo al diavolo”. E ancora: “Il diavolo, vostro nemico, va attorno come un leone ruggente cercando di divorare; resistetegli, saldi nella fede” (Efesini 4:27; 1 Pietro 5:8), e altre simili.

Anzi, san Paolo confessa di non essere stato esente da tale battaglia, quando dice che gli fu dato un angelo di Satana per umiliarlo, affinché non insuperbisse (2 Corinzi 12:7). È dunque un esercizio comune a tutti i figli di Dio.

Tuttavia, poiché la promessa di schiacciare la testa di Satana appartiene in comune a Gesù Cristo e a tutte le sue membra (Genesi 3:15), dico che i fedeli non possono essere vinti né oppressi da Satana. Sono spesso spaventati, ma non al punto da non riprendere coraggio. Sono abbattuti da alcuni colpi, ma si rialzano. Sono feriti, ma non a morte. Infine faticano per tutta la vita, così che alla fine ottengono la vittoria.

Non restringo questo a ciascun atto in particolare. Sappiamo infatti che Davide, per una giusta punizione di Dio, fu per un tempo lasciato a Satana per esserne spinto a fare il censimento del popolo (2 Samuele 24:1); e non invano san Paolo lascia speranza di perdono a quelli che saranno stati avviluppati nei lacci del diavolo (2 Timoteo 2:26). Perciò san Paolo mostra che questa promessa è soltanto cominciata in noi durante la vita presente, perché questo è il tempo della battaglia; ma sarà compiuta quando la battaglia sarà cessata.

“Il Dio della pace”, dice, “schiaccerà fra breve Satana sotto i vostri piedi” (Romani 16:20). Quanto al nostro Capo, egli ha sempre avuto pienamente questa vittoria: “il principe di questo mondo non ha trovato nulla in lui” (Giovanni 14:30). Ma in noi, che siamo sue membra, essa appare ancora solo in parte, e non sarà perfetta finché, spogliati della nostra carne che ci rende soggetti a infermità, saremo del tutto colmati della virtù dello Spirito Santo.

In questo modo, quando il regno di Gesù Cristo è stabilito, Satana con la sua potenza è abbattuto, come dice la parola di Gesù Cristo: “Io vedevo Satana cadere dal cielo come folgore” (Luca 10:18). Con ciò egli conferma il rapporto che gli avevano fatto gli apostoli circa il frutto della loro predicazione.

E ancora: quando il principe di questo mondo custodisce il suo palazzo, tutto ciò che possiede resta in pace; ma se sopraggiunge uno più forte, egli è scacciato (Luca 11:21). A questo fine, come dice l’Apostolo, Gesù Cristo, morendo, ha vinto Satana che aveva l’impero della morte (Ebrei 2:14) e ha trionfato di tutte le sue apparecchiature, così che esse non possono nuocere alla Chiesa; altrimenti la rovinerebbe in ogni minuto.

Infatti, poiché siamo fragili e lui, nella sua forza, è trasportato da una così terribile rabbia, come potremmo resistere anche solo un poco agli allarmi continui che ci solleva, se non fossimo sostenuti dalla vittoria del nostro Capitano?

Dio dunque non permette a Satana di regnare sulle anime dei fedeli, ma gli abbandona soltanto gli empi e gli increduli, i quali egli non riconosce come parte del suo gregge. Infatti è detto che Satana possiede il mondo senza contrasto finché non ne sia scacciato da Cristo; che egli acceca tutti quelli che non credono all’Evangelo; e che compie la sua opera in tutti i ribelli (2 Corinzi 4:4; Efesini 2:2). Ciò avviene a buon diritto, poiché gli empi sono strumenti dell’ira di Dio; ed è dunque giusto che egli li consegni nelle mani di colui che è ministro della sua vendetta. Infine è detto di tutti i reprobi che hanno il diavolo per padre (Giovanni 8:44; 1 Giovanni 3:8). Poiché, come i fedeli sono riconosciuti come figli di Dio in quanto portano la sua immagine, così costoro, portando l’immagine di Satana, sono a buon diritto reputati suoi figli.


1:14:19 – Contro l’errore moderno: i diavoli non sono solo “affezioni cattive”

Ora, come sopra abbiamo confutato quella folle e perversa immaginazione di alcuni, secondo cui i santi angeli non sarebbero altro che buone ispirazioni o movimenti che Dio dà alle persone, così ora dobbiamo riprovare l’errore di quelli che sognano che i diavoli non siano altro che affezioni cattive suggerite dalla nostra carne.

Sarà facile farlo, e brevemente, poiché abbiamo molti testimonî della Scrittura evidenti e certi. Anzitutto, quando essi sono chiamati spiriti immondi e angeli apostati, che sono decaduti dalla loro prima natura (Luca 11:24; 2 Pietro 2:4; Giuda 6), questi nomi mostrano abbastanza che non si tratta di movimenti o affezioni del cuore, ma piuttosto di spiriti dotati di intelligenza.

Similmente, quando Gesù Cristo e san Giovanni paragonano i figli di Dio ai figli del diavolo, tale paragone sarebbe inetto se il nome “diavolo” significasse solo cattive ispirazioni (Giovanni 8:44; 1 Giovanni 3:10). San Giovanni parla ancora più chiaramente quando dice che il diavolo pecca fin dal principio (1 Giovanni 3:8).

Parimenti, quando san Giuda dice che Michele, arcangelo, disputava con il diavolo riguardo al corpo di Mosè (Giuda 9), così come da un lato pone un angelo buono, dall’altro pone un angelo cattivo. A ciò è simile ciò che leggiamo nella storia di Giobbe: che Satana comparve davanti a Dio insieme agli angeli santi (Giobbe 1:6; Giobbe 2:1).

Tuttavia nulla è più chiaro delle parole che menzionano la pena che i diavoli cominciano già a subire e che subiranno molto di più nel giorno della risurrezione; come quelle che seguono: “Figlio di Davide, perché sei venuto a tormentarci prima del tempo?” (Matteo 8:29). E ancora: “Andate, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli” (Matteo 25:41). E ancora: “Se Dio non ha risparmiato i suoi angeli, ma li ha messi in oscura prigione e li ha incatenati per riservarli alla loro dannazione” (2 Pietro 2:4), ecc.

Sarebbero modi di parlare troppo impropri dire che il giudizio di Dio verrà sui diavoli, che il fuoco eterno è preparato per loro, che essi sono già in prigione in attesa della sentenza finale, e che Gesù Cristo li tormentò alla sua venuta, se non vi fossero affatto diavoli.

Ma poiché questa materia non ha bisogno di lunga disputa tra quelli che prestano fede alla Parola di Dio, e poiché, al contrario, verso questi fantastici a cui nulla piace se non la novità, i testimonî della Scrittura giovano poco, mi pare di aver fatto ciò che intendevo: cioè armare le coscienze fedeli contro queste fantasticherie con cui questi spiriti volubili turbano sé stessi e gli altri. Tuttavia era necessario dirne qualcosa, per avvertire i semplici che hanno nemici contro i quali devono combattere, affinché non siano sorpresi per la loro negligenza.


1:14:20 – La creazione come “teatro”: conoscere Dio dalle opere senza disperdersi

Tuttavia non siamo così sprezzanti da annoiarci nel prendere piacere alle opere di Dio che si presentano ai nostri occhi in questo bello ed eccellente teatro del mondo. Infatti, come abbiamo detto all’inizio di questo libro, questa è la prima istruzione della nostra fede secondo l’ordine della natura, benché non sia la principale: riconoscere che tutte le cose che vediamo sono opere di Dio e considerare con riverenza e timore a quale fine egli le abbia create.

Perciò, affinché afferriamo per vera fede ciò che è opportuno conoscere di Dio, abbiamo bisogno di conoscere la storia della creazione del mondo secondo come è stata brevemente esposta da Mosè (Genesi 1; Genesi 2), e poi più ampiamente trattata dai santi dottori della Chiesa, principalmente da Basilio e Ambrogio. Da lì impareremo che Dio, per la virtù della sua Parola e del suo Spirito, ha creato dal nulla il cielo e la terra; e che da essi ha prodotto ogni genere di animali e di creature senza anima; e che ha distinto, con ordine mirabile, questa infinita varietà di cose che vediamo; che ha assegnato a ogni specie la sua natura, che ne ha ordinato gli uffici, che ne ha determinato i luoghi e le dimore.

E benché esse siano tutte soggette a corruzione, egli ha tuttavia disposto, mediante la sua provvidenza, che si mantengano fino all’ultimo giorno: conservandone alcune in modi segreti e a noi nascosti, dando loro di ora in ora nuovo vigore; alle altre ha dato la virtù di moltiplicarsi per generazione, affinché, quando le une muoiono, le altre prendano il loro posto.

Così egli ha ornato cielo e terra di una perfetta abbondanza, varietà e bellezza di tutte le cose, come un grande e magnifico palazzo ben e riccamente arredato di tutto ciò che gli occorre. Infine, creando l’essere umano, ha compiuto un’opera maestra di perfezione più eccellente di tutto il resto, a motivo delle grazie che gli ha dato.

Ma poiché la mia intenzione non è di raccontare qui a lungo la creazione del mondo, e ne ho già iniziato qualche discorso, basterà averne toccato questo di passaggio. Infatti è meglio, come ho già detto, che chi vorrà esserne istruito legga Mosè e gli altri che hanno trattato questo argomento come si doveva. Rimando dunque là i lettori.


1:14:21 – Scopo della contemplazione: non curiosità, ma memoria viva delle virtù di Dio

Ora, non è necessario sviluppare qui più a lungo a quale fine debba tendere la considerazione delle opere di Dio e a quale meta bisogna indirizzarla, poiché questa questione è già per lo più decisa e può essere sbrigata in poche parole, quanto basta per il passo che trattiamo ora.

È vero: se qualcuno volesse spiegare quanto sia inestimabile la sapienza, potenza, giustizia e bontà di Dio che risplende nella creazione del mondo, non vi sarebbe lingua umana capace di esprimere una tale eccellenza, neppure per la centesima parte. E non c’è dubbio che Dio voglia occuparci continuamente in questa santa meditazione: cioè che, quando contempliamo in tutte le sue creature, come in specchi, le ricchezze infinite della sua giustizia, sapienza, bontà e potenza, non le guardiamo superficialmente per perderne subito la memoria, ma ci fermiamo a lungo a pensarvi, a ruminare con cura, e ne conserviamo un ricordo continuo.

Ma poiché questo libro è fatto per insegnare in breve, non entrerò in discorsi che richiederebbero lunga trattazione. Perciò, per averne un breve sommario, sappiamo che avremo compreso che cosa significa questo titolo di Dio, quando è chiamato Creatore del cielo e della terra, se anzitutto seguiamo questa regola universale: non passare leggermente, per oblio o negligenza, sulle virtù di Dio che ci appaiono nelle sue creature; e, in secondo luogo, applicare a noi la considerazione delle sue opere, affinché ne siamo toccati e mossi nel vivo dei nostri cuori.

Spiegherò il primo punto con esempi. Riconosciamo le virtù di Dio nelle sue creature quando consideriamo quanto egli sia stato grande e eccellente artefice nel collocare e disporre in cielo una tale moltitudine di stelle che non si potrebbe desiderare nulla di più piacevole da vedere; e quando consideriamo che ad alcune, come alle stelle fisse del firmamento, ha assegnato dimore stabili, così che non possono muoversi dal loro luogo; mentre ad altre, come ai pianeti, ha permesso di andare qua e là, ma in modo che, pur vagando, non oltrepassino i loro limiti.

E quando consideriamo che egli ha distribuito così bene il movimento e il corso di ciascuna, che esse misurano i tempi per distinguere il giorno e la notte, gli anni e le loro stagioni; e che perfino l’ineguaglianza dei giorni che vediamo egli l’ha ordinata così bene che non può generare confusione. Similmente, riconosciamo la sua potenza, che egli mostra sostenendo una massa così grande come quella dell’universo e facendo ruotare il cielo con tanta leggerezza che compie il suo corso in ventiquattro ore, e altre cose simili.

Questi esempi mostrano abbastanza che cosa significa riconoscere le virtù di Dio nella creazione del mondo. Se volessimo trattare questo argomento come merita, non ci sarebbe fine, come ho già detto. Infatti, per quante sono le specie di creature nel mondo, o meglio per quante sono le cose grandi o piccole, altrettanti sono i miracoli della sua potenza, le prove della sua bontà e gli insegnamenti della sua sapienza.


1:14:22 – Contemplazione “per fede”: tutto ordinato al nostro bene, fiducia filiale e preghiera

Il secondo punto, che appartiene più propriamente alla fede, è comprendere che Dio ha ordinato tutte le cose per il nostro profitto e la nostra salvezza; e in particolare contemplare la sua potenza e la sua grazia in noi stessi e nei benefici che ci ha fatto, affinché ciò ci spinga a confidare in lui, a invocarlo, a lodarlo e ad amarlo.

Ora, che egli abbia creato tutte le cose per l’essere umano, lo ha mostrato nell’ordine che ha tenuto, come ho ricordato poco fa. Infatti non senza causa egli ha diviso la creazione del mondo in sei giorni (Genesi 1:31): poiché avrebbe potuto compiere tutto in un istante con la stessa facilità con cui ha proceduto così a poco a poco. Ma con ciò ha voluto mostrarci la sua provvidenza e la cura paterna che ha di noi: che, prima di creare l’essere umano, gli ha preparato tutto ciò che prevedeva dovesse essergli utile e salutare.

Quale ingratitudine sarebbe dunque dubitare se un così buon Padre si prende cura di noi, quando vediamo che egli ha provveduto per noi ancor prima che nascessimo! Quale malizia sarebbe tremare di diffidenza, temendo che la sua liberalità ci venga meno nel bisogno, quando vediamo che essa è stata effusa su di noi così abbondantemente prima ancora che esistessimo!

Inoltre udiamo dalla bocca di Mosè che tutte le creature del mondo ci sono state assoggettate per la bontà di lui (Genesi 1:28; Genesi 9:2). È certo che egli non ha fatto ciò per prendersi gioco di noi con un titolo vano di donazione che non avrebbe alcun effetto. Non dobbiamo dunque temere che ci manchi qualcosa, finché sia utile alla nostra salvezza.

Infine, per concludere brevemente: tutte le volte che chiamiamo Dio “Creatore del cielo e della terra”, ci venga anche in mente che è in sua mano e in suo potere disporre di tutte le cose che ha fatto; e che noi siamo suoi figli, che egli ha preso sotto la sua cura per nutrirci e governarci; così che attendiamo da lui ogni bene e speriamo con certezza che egli non permetterà mai che ci manchi ciò che ci è necessario per la salvezza; che la nostra speranza non dipenda da altro; che qualunque cosa desideriamo la chiediamo a lui; e qualunque bene possediamo gliene rendiamo riconoscenza con rendimento di grazie; e che, incitati da una così grande liberalità che egli ci mostra, siamo mossi ad amarlo e onorarlo con tutto il nostro cuore.


Riassunto