Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 15
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 1
Capitolo XV
1.15.1 — Necessità di trattare la creazione dell’essere umano prima della caduta
Ora bisogna parlare della creazione dell’essere umano, non solo perché è l’opera più nobile ed eccellente, nella quale risplendono la giustizia, la sapienza e la bontà di Dio, ma anche perché, come abbiamo detto, non possiamo conoscere Dio chiaramente e con giudizio saldo, se la conoscenza di noi stessi non è congiunta e, per così dire, reciproca. Ora, sebbene la conoscenza di noi stessi sia duplice, cioè: quali siamo stati formati nella nostra prima origine, e poi in quale condizione siamo caduti dopo la caduta di Adamo; e sebbene gioverebbe poco sapere ciò che siamo stati, se, a motivo di questa miserabile rovina sopravvenuta, non comprendessimo anche quale sia la nostra corruzione e deformità di natura; tuttavia, per il momento, accontentiamoci di vedere quale integrità ci fu data in principio.
E inoltre, prima di giungere a quella condizione tanto miserabile nella quale l’essere umano è trattenuto, è necessario intendere quale egli fosse prima; poiché dobbiamo ben guardarci che, mostrando troppo crudelmente i vizi naturali dell’essere umano, non sembri che li imputiamo all’autore della sua natura. Infatti l’empietà pensa, sotto questo pretesto, di potersi difendere: cioè che tutto il male che ha procede in qualche modo da Dio; e quando viene ripresa, non esita a disputare contro di lui e a rigettare su di lui la colpa della quale è giustamente caricata. E coloro che vogliono essere stimati come persone che parlano più riverentemente di Dio non cessano di cercare scuse per i loro peccati, allegando la loro natura viziosa, senza pensare che, così facendo, segnano e macchiano Dio d’ignominia, sebbene oscuramente, poiché, se vi fosse stato qualche vizio nella natura prima, ciò ricadrebbe a suo disonore.
Quando dunque vediamo la carne così bramosa di cercare ogni sotterfugio, mediante il quale pensa di poter in qualche modo trasferire altrove la colpa dei suoi vizi, è necessario prevenire diligentemente tale malizia. Pertanto dobbiamo trattare la calamità del genere umano in modo tale che sia tagliata ogni via alle tergiversazioni, e che la giustizia di Dio sia mantenuta contro ogni accusa e rimprovero. Poi vedremo a suo tempo e luogo quanto siamo lontani dalla purezza che era stata data a nostro padre Adamo.
Ora è da notare anzitutto che, quando egli fu tratto dalla terra, ciò avvenne per tenerlo a freno, affinché non si inorgoglisse; poiché nulla è più contrario alla ragione che gloriarsi della propria dignità quando abitiamo in una dimora di fango e di fango, anzi, quando in parte non siamo altro che terra e fango. Ma quando Dio non solo diede anima a questo povero vaso di terra, ma si degnò anche di farne la dimora di uno spirito immortale, Adamo ebbe di che gloriarsi, cioè nella così grande liberalità del suo Creatore.
1.15.2 — L’anima come spirito immortale e distinto dal corpo
Che l’essere umano sia composto di due parti, cioè del corpo e dell’anima, non deve creare in noi alcuna difficoltà. Con il termine anima intendo lo spirito immortale, tuttavia creato, che è la parte più nobile. Talvolta la Scrittura lo chiama spirito. Infatti, sebbene questi due nomi, quando sono congiunti insieme, differiscano l’uno dall’altro nel significato, tuttavia quando il nome di spirito è usato da solo, vale quanto anima: come quando Salomone, parlando della morte, dice che allora lo spirito ritorna a Dio che l’ha dato; e Gesù Cristo, raccomandando il suo spirito a Dio, e santo Stefano a Gesù Cristo, non intendono altro se non che, quando l’anima sarà uscita dalla prigione del corpo, Dio ne sia il custode perpetuo (Ecclesiaste 12:7; Luca 23:46; Atti 7:59).
Quanto a coloro che immaginano che questo termine spirito significhi semplicemente un soffio, o una qualche forza ispirata nel corpo, che tuttavia non abbia alcuna essenza, la verità stessa e tutta la Scrittura mostrano che essi sono grossolanamente insensati. È vero che gli esseri umani, essendo troppo legati alla terra più di quanto convenga, diventano ottusi; e, alienati dal Padre delle luci, si accecano nelle loro tenebre fino al punto di non pensare affatto di vivere dopo la morte. Tuttavia la luce non è così del tutto spenta in queste tenebre da non essere ancora toccati da qualche sentimento della loro immortalità.
Certamente la coscienza, che discernendo tra il bene e il male risponde al giudizio di Dio, è un indizio infallibile che lo spirito è immortale. Poiché come potrebbe un moto privo di essenza comparire al giudizio di Dio per imprimere in noi il terrore della condanna che abbiamo meritato? Il corpo non temerà una punizione spirituale; tale passione compete alla sola anima. Ne consegue che essa non è priva di essenza.
In secondo luogo, la conoscenza che abbiamo di Dio testimonia che le anime, poiché oltrepassano il mondo, sono immortali; poiché un’ispirazione che si dissolve non giungerebbe alla fonte della vita. In breve, poiché tante virtù notevoli di cui l’anima è ornata mostrano chiaramente che vi è in essa non so che di divino impresso, queste sono altrettante testimonianze della sua essenza immortale.
1.15.3 — Superiorità dell’anima umana e testimonianza della Scrittura
Infatti il sentimento che hanno le bestie brute non oltrepassa il loro corpo, o non si estende più in là di ciò che si presenta alla loro sensibilità; ma l’agilità dello spirito umano, che percorre con il pensiero il cielo e la terra e i segreti della natura, che dopo aver compreso tante cose nella memoria le ordina e trae conseguenze dal passato all’avvenire, mostra che vi è nell’essere umano una parte separata dal corpo. Noi concepiamo con l’intelligenza Dio e gli angeli, che sono invisibili: ciò non conviene al corpo. Apprendiamo ciò che è retto, giusto e onesto: ciò non può avvenire mediante i sensi corporei. È dunque necessario che lo spirito sia la sede e il fondamento di tale intelligenza.
Persino il sonno, che sembra, rendendo ottuse le persone, privarle della vita, è un vero testimone della loro immortalità. Poiché non solo suggerisce loro pensieri e rappresentazioni di cose che non sono mai avvenute, ma dà anche avvertimenti di cose future, che si chiamano presagi. Toccco queste cose brevemente, le quali sono magnificamente trattate con grande eloquenza anche dagli scrittori profani; ma ai lettori cristiani basterà esserne semplicemente ammoniti.
Inoltre, se l’anima non fosse una qualche essenza separata dal corpo, la Scrittura non insegnerebbe che abitiamo in una casa di fango e che, morendo, usciamo da una dimora e ci spogliamo di ciò che è corruttibile, per ricevere la ricompensa nell’ultimo giorno, secondo come ciascuno si sarà governato nel proprio corpo. Certamente questi passi e altri simili, che sono assai comuni, non solo distinguono l’anima dal corpo, ma, attribuendo all’anima il nome dell’essere umano intero, dichiarano che essa è la parte principale di noi.
Inoltre san Paolo, esortando i fedeli a purificarsi da ogni contaminazione della carne e dello spirito, stabilisce senza dubbio due parti nelle quali risiedono le impurità del peccato (2 Corinzi 7:1). San Pietro, chiamando Gesù Cristo pastore delle anime, avrebbe parlato in modo assurdo se non vi fossero anime sulle quali egli esercita tale ufficio (1 Pietro 2:25). Ciò che egli dice della salvezza eterna delle anime sarebbe ugualmente privo di fondamento. Così pure quando comanda di purificare le anime, e quando afferma che le cattive cupidigie fanno guerra contro l’anima (1 Pietro 1:9; 2:11).
Lo stesso vale per quanto leggiamo nella Lettera agli Ebrei: che i pastori vegliano come dovendo rendere conto delle nostre anime (Ebrei 13:17); il che non avrebbe alcun senso se le nostre anime non avessero una propria essenza. A ciò concorda anche quanto san Paolo chiama Dio a testimone sulla propria anima (2 Corinzi 1:23): poiché, se essa non fosse soggetta a pena, non potrebbe essere trascinata in giudizio davanti a Dio. Questo è espresso ancora più chiaramente nelle parole di Gesù Cristo, che ci comanda di temere colui che, dopo aver messo a morte il corpo, può anche gettare l’anima nella geenna del fuoco (Matteo 10:28; Luca 12:5).
Parimenti, l’Apostolo nella Lettera agli Ebrei, dicendo che gli esseri umani sono i nostri padri secondo la carne, ma che Dio è il solo Padre degli spiriti, non avrebbe potuto affermare più chiaramente l’essenza delle anime (Ebrei 12:9). Inoltre, se le anime, liberate dai legami dei loro corpi, non rimanessero nell’essere, non avrebbe alcun senso che Gesù Cristo presenti l’anima di Lazzaro che gode riposo e gioia nel seno di Abraamo, e, al contrario, l’anima del ricco tormentata in modo orribile (Luca 16:22). Lo stesso è confermato da san Paolo quando dice che siamo pellegrini lontani dal Signore mentre abitiamo nel corpo, ma che godremo della sua presenza quando saremo usciti dal corpo (2 Corinzi 5:6, 8).
Per non essere troppo lungo su una cosa che non è dubbia, aggiungerò solo questo da san Luca: egli annovera tra gli errori dei sadducei il fatto che non credevano che vi fossero spiriti né angeli (Atti 23:8).
1.15.4 — L’immagine di Dio nell’essere umano e il suo vero significato
Si può trarre una prova ferma e certa di quanto detto anche da questo: che l’essere umano è stato creato a immagine di Dio (Genesi 1:27). Poiché, sebbene la gloria di Dio risplenda anche nell’essere umano esteriore, nondimeno non vi è dubbio che la sua sede principale sia l’anima. Non nego che la forma corporea, in quanto ci distingue e separa dalle bestie brute, non ci congiunga tanto più a Dio e non ci faccia avvicinare a lui. E se qualcuno volesse dire che anche questo è compreso sotto l’immagine di Dio, cioè che l’essere umano ha il capo elevato e gli occhi rivolti al cielo per contemplare la sua origine, mentre le bestie hanno il capo chinato verso terra, non lo contraddirò; purché resti sempre fermo questo punto: che l’immagine di Dio, la quale in questi segni esteriori mostra o manifesta qualche piccolo barlume, è tuttavia spirituale.
Infatti alcuni, troppo speculativi, come Osiandro, collocandola confusamente tanto nel corpo quanto nell’anima, mescolano, come si suol dire, il cielo con la terra. Essi affermano che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno impresso la loro immagine nell’essere umano, perché, anche se Adamo fosse rimasto nella sua integrità, Gesù Cristo non avrebbe cessato di essere fatto uomo; così, secondo la loro fantasia, Gesù Cristo, nella natura umana che avrebbe dovuto assumere, sarebbe stato il modello del corpo umano. Ma dove troveranno che Gesù Cristo sia l’immagine dello Spirito Santo? Io confesso bene che nella persona del Mediatore risplende la gloria di tutta la divinità; ma come potrà la Sapienza eterna essere chiamata immagine dello Spirito, poiché essa lo precede nell’ordine? In breve, tutta la distinzione tra il Figlio e lo Spirito Santo sarebbe rovesciata, se lo Spirito Santo chiamasse il Figlio sua immagine.
Vorrei inoltre sapere in che modo Gesù Cristo rappresenti nella sua carne lo Spirito Santo, e quali siano i tratti di tale rappresentazione. E poiché questo discorso, “Facciamo l’essere umano a nostra immagine”, è comune anche alla persona del Figlio, ne seguirebbe che egli stesso sarebbe la propria immagine (Genesi 1:26): cosa del tutto priva di senso. Inoltre, se si accogliesse la loro fantasia, Adamo non sarebbe stato formato a somiglianza di Gesù Cristo se non in quanto doveva essere uomo; così il modello secondo il quale Adamo sarebbe stato formato sarebbe Gesù Cristo, riguardo all’umanità di cui egli doveva rivestirsi. Ora, la Scrittura mostra chiaramente che l’essere umano è stato creato a immagine di Dio in un senso ben diverso.
Vi è una certa apparenza di maggiore finezza in altri, i quali spiegano che Adamo è stato creato a immagine di Dio perché è stato conforme a Gesù Cristo, che è quell’immagine; ma anche in questo non vi è alcuna solidità. Vi è inoltre una disputa non piccola riguardo ai termini immagine e somiglianza, poiché gli interpreti cercano tra queste due parole una distinzione che in realtà non esiste, se non che il termine somiglianza è aggiunto per spiegare meglio quello di immagine. Sappiamo infatti che è consuetudine degli Ebrei usare la ripetizione per spiegare una cosa due volte.
Quanto alla sostanza della questione, non vi è dubbio che l’essere umano sia chiamato immagine di Dio perché gli somiglia. Perciò coloro che fantasticheranno con eccessiva sottigliezza si rendono ridicoli, sia che attribuiscano il nome di immagine alla sostanza dell’anima e quello di somiglianza alle qualità, sia che propongano qualche altra opinione. Poiché Dio, avendo usato il termine immagine per chiarire meglio ciò che poteva apparire oscuro, aggiunge, come abbiamo detto, quello di somiglianza, come se dicesse che vuole creare l’essere umano nel quale si rappresenterà come in una sua immagine, mediante i tratti di somiglianza che inciderà in lui.
Perciò Mosè, poco dopo, raccontando di nuovo questo fatto, usa due volte il termine immagine, senza fare alcuna menzione della somiglianza. L’obiezione che Osiandro porta è frivola: cioè che una parte dell’essere umano, o l’anima con le sue facoltà, non è chiamata immagine di Dio, ma Adamo nel suo insieme, al quale è stato imposto il nome dalla terra dalla quale è stato tratto; e ogni persona di sano giudizio se ne farà beffe. Poiché, quando l’essere umano è chiamato mortale, non si intende dire che l’anima sia soggetta alla morte; né, al contrario, quando è detto animale ragionevole, si intende che la ragione o l’intelligenza competano al corpo. Perciò, sebbene l’anima non sia l’essere umano nella sua totalità, non vi è nulla di assurdo nel dire che, in riferimento ad essa, l’essere umano sia chiamato immagine di Dio.
Tuttavia mantengo il principio già stabilito poco sopra: cioè che l’immagine di Dio si estende a tutta la dignità mediante la quale l’essere umano è elevato sopra tutte le specie degli animali. Pertanto, sotto questo termine è compresa tutta l’integrità di cui Adamo era dotato mentre godeva di una rettitudine di mente, aveva le affezioni ben ordinate, i sensi ben temperati, e tutto in lui era ben disposto per rappresentare, mediante tali ornamenti, la gloria del suo Creatore. E sebbene la sede principale di questa immagine di Dio fosse posta nella mente e nel cuore, ossia nell’anima e nelle sue facoltà, tuttavia non vi era alcuna parte, neppure il corpo stesso, nella quale non brillasse qualche scintilla.
È cosa notoria che in tutte le parti del mondo appaiono alcune tracce della gloria di Dio; da ciò si può dedurre che, ponendo l’immagine di Dio nell’essere umano, egli è tacitamente opposto a tutte le altre creature, per essere innalzato sopra di esse e come separato dal comune. Tuttavia non bisogna ritenere che anche gli angeli non siano stati creati a somiglianza di Dio, poiché la nostra suprema perfezione, come testimonia Cristo, consisterà nell’essere simili a loro (Matteo 22:30). Ma non è senza motivo che Mosè, attribuendo in modo particolare agli esseri umani questo titolo così onorevole, magnifica la grazia di Dio verso di loro, soprattutto poiché li confronta solo con le creature visibili.
1.15.5 — L’immagine di Dio e la sua restaurazione in Cristo
Tuttavia non sembra che si sia ancora data una definizione completa di questa immagine, se non appare più chiaramente per quale ragione l’essere umano debba essere stimato e per quali prerogative debba essere ritenuto specchio della gloria di Dio. Ora, ciò non può essere meglio conosciuto che mediante la restaurazione della sua natura corrotta. Non vi è dubbio che Adamo, caduto dal suo grado per tale apostasia, si sia alienato da Dio. Perciò, sebbene confessiamo che l’immagine di Dio non sia stata del tutto annientata e cancellata in lui, tuttavia essa è stata così profondamente corrotta, che tutto ciò che ne rimane è una orribile deformità; e così l’inizio del recupero della salvezza consiste in questa restaurazione che otteniamo mediante Gesù Cristo, il quale per questa ragione è chiamato il secondo Adamo, poiché ci riconduce alla vera integrità.
Infatti, sebbene san Paolo, opponendo lo spirito vivificante che Gesù Cristo ci ha portato all’anima vivente nella quale Adamo fu creato (1 Corinzi 15:45), stabilisca una misura di grazia più grande nella rigenerazione dei fedeli che nello stato primo dell’essere umano, tuttavia egli non distrugge ciò che abbiamo detto: cioè che il fine della nostra rigenerazione è che Gesù Cristo ci riformi all’immagine di Dio. Perciò egli insegna altrove che l’uomo nuovo è rinnovato a immagine di colui che lo ha creato; e a ciò corrisponde l’altro suo detto: “rivestitevi dell’uomo nuovo, che è creato secondo Dio” (Colossesi 3:10; Efesini 4:24).
Resta da vedere che cosa san Paolo comprenda sotto questa rigenerazione. In primo luogo egli pone la conoscenza; in secondo luogo una giustizia santa e vera. Da ciò concludo che, all’inizio, l’immagine di Dio consisteva in una chiara luce della mente, nella rettitudine del cuore e nell’integrità di tutte le parti dell’essere umano. Poiché, sebbene io confessi che i modi di parlare di san Paolo comprendano il tutto sotto una parte, tuttavia non si può rovesciare questo principio: che ciò che è principale nel rinnovamento dell’immagine di Dio occupava anche il posto più alto nella creazione.
A ciò si riferisce quanto egli scrive in un altro passo: che a volto scoperto contempliamo la gloria di Cristo per essere trasformati nella sua stessa immagine (2 Corinzi 3:18). Vediamo dunque che Cristo è l’immagine perfettissima di Dio; e che, essendo resi conformi a lui, siamo restaurati in modo tale da rassomigliare a Dio in vera pietà, giustizia, purezza e intelligenza. Stabilito questo, svanisce da sé quella fantasia della conformità del corpo umano con quello di Gesù Cristo.
Quanto al fatto che il solo maschio sia chiamato da san Paolo immagine e gloria di Dio (1 Corinzi 11:7), e che la donna sembri esclusa da tale onore, è evidente dal contesto che ciò si riferisce all’ordine civile e politico. Quanto invece a ciò che stiamo trattando ora, cioè dell’immagine di Dio, penso di aver già sufficientemente dimostrato che essa riguarda la vita spirituale e celeste.
Questo stesso concetto è confermato da san Giovanni, quando dice che la vita, che fin dal principio era nella Parola eterna di Dio, era la luce degli esseri umani (Giovanni 1:4). Poiché, dal momento che la sua intenzione è di esaltare la grazia singolare di Dio, la quale innalza gli esseri umani in dignità sopra tutti gli animali, tanto che l’essere umano è separato dal numero comune, non avendo una vita brutale ma dotata di intelligenza e ragione, egli mostra nello stesso tempo come l’essere umano sia stato creato a immagine di Dio.
Ora, poiché l’immagine di Dio è l’eccellenza intera della natura umana, la quale risplendeva in Adamo prima della sua caduta, e poi è stata così profondamente sfigurata e quasi cancellata che ciò che resta della rovina è confuso, disperso, spezzato e contaminato, questa immagine appare ora negli eletti in qualche parte e misura, in quanto sono rigenerati dallo Spirito; ma non otterrà la sua piena chiarezza se non nel cielo.
1.15.6 — Confutazione dell’errore manicheo sull’origine dell’anima
Prima di procedere oltre, è necessario respingere la fantasticheria dei Manichei, che Serveto ha tentato di far rivivere ai nostri giorni. Quando è detto che Dio alitò sul volto dell’essere umano uno spirito di vita (Genesi 2:7), essi hanno immaginato che l’anima fosse un germoglio della sostanza di Dio, come se una qualche porzione della divinità fosse fluita nell’essere umano. Ora è facile mostrare con chiarezza quali e quanto gravi assurdità trascini con sé questo errore diabolico.
Infatti, se l’anima dell’essere umano fosse dell’essenza di Dio come un germoglio lo è della sostanza dell’albero, ne seguirebbe che la natura di Dio non solo è mutabile e soggetta a passioni, ma anche a ignoranza, cattive concupiscenze, infermità e a ogni specie di vizi. Nulla è più incostante dell’essere umano, poiché vi sono sempre movimenti contrari che agitano e trascinano l’anima ora qua ora là; egli è ingannato ed è raggirato dall’errore a ogni passo; soccombe alle più piccole tentazioni. In breve, sappiamo che l’anima è una caverna di ogni sorta di sporcizia e di puzze: tutte cose che bisognerebbe attribuire alla natura di Dio, se si ammettesse che l’anima è parte della sua essenza, come un germoglio lo è della sostanza dell’albero. Chi non avrebbe orrore di una cosa tanto mostruosa?
Ciò che san Paolo cita da un poeta pagano è vero: “Noi siamo stirpe di Dio” (Atti 17:28); ma questo si intende della qualità, non della sostanza, cioè in quanto Dio ci ha ornati di facoltà e virtù divine. Tuttavia è una furia troppo enorme lacerare l’essenza del Creatore affinché ciascuno ne possieda una parte. Dobbiamo dunque tenere per fermo che le anime, benché l’immagine di Dio sia incisa in esse, non sono meno create degli angeli. Ora, la creazione non è una trasfusione, come se si travasasse vino da un vaso in una bottiglia, ma è il dare origine a un’essenza che prima non esisteva. E sebbene Dio dia lo spirito e poi lo richiami a sé, ciò non significa che lo recida dalla propria sostanza come un ramo dall’albero.
Anche in questo Osiandro, svolazzando in queste leggere speculazioni, si è avvolto in un errore assai grave, poiché ha immaginato una giustizia essenziale di Dio infusa nell’essere umano, come se Dio non potesse renderci conformi a sé mediante la virtù inestimabile del suo Spirito, se Gesù Cristo non riversasse in noi la sua stessa sostanza, anzi, come se la sostanza della sua divinità si riversasse nelle nostre anime. Quali colori vengano addotti per mascherare tali illusioni, essi non accecheranno mai a tal punto gli occhi delle persone di giudizio saldo da non far loro vedere che tutto ciò proviene dalla bottega dei Manichei.
E in effetti, quando san Paolo tratta della nostra restaurazione, è facile ricavare dalle sue parole che Adamo, nella sua origine, fu conforme a Dio non per una deflusione di sostanza, ma per la grazia e la virtù dello Spirito Santo. Infatti egli dice che, contemplando la gloria di Cristo, siamo trasformati nella medesima immagine, come per opera dello Spirito del Signore (2 Corinzi 3:18), il quale opera in noi in modo tale da non renderci partecipi della sostanza di Dio.
1.15.7 — Natura dell’anima e sue facoltà secondo una retta distinzione
Sarebbe follia voler apprendere dai filosofi una definizione certa dell’anima, poiché nessuno di loro, eccetto Platone, ha mai affermato con sicurezza la sua essenza immortale. Gli altri discepoli di Socrate ne parlano sì, ma in modo esitante, poiché nessuno ha osato pronunciarsi con fermezza su una cosa di cui non era pienamente persuaso. Platone, nella sua opinione, si è avvicinato più degli altri alla verità, in quanto ha considerato l’immagine di Dio nell’anima; mentre le altre sette legano talmente alla vita presente tutte le virtù e le facoltà dell’anima, da non lasciarle quasi nulla al di fuori del corpo.
Ma noi abbiamo già insegnato, sulla base della Scrittura, che l’anima è una sostanza priva di corpo; a ciò bisogna ora aggiungere che, sebbene non possa essere propriamente contenuta in un luogo, tuttavia, essendo posta e alloggiata nel corpo, vi dimora come in una casa: non solo per dare vigore alle membra e rendere gli organi esteriori adatti e utili alle loro funzioni, ma anche per esercitare la supremazia nel reggere e governare la vita dell’essere umano, non solo nelle deliberazioni e negli atti che riguardano la vita terrena, ma anche per destarlo e guidarlo al timore di Dio.
Benché quest’ultimo aspetto non appaia così chiaramente nella corruzione della nostra natura, tuttavia ne rimangono ancora alcune tracce impresse in mezzo ai vizi. Da dove viene infatti che gli esseri umani abbiano così grande cura della loro reputazione, se non da una qualche vergogna incisa in loro? E da dove proviene questa vergogna, se non dal fatto che sono costretti a sapere che cosa sia l’onestà? Ora, la fonte e la causa di ciò è che comprendono di essere nati per vivere rettamente: in questo è racchiuso un qualche seme di religione.
Inoltre, poiché senza dubbio l’essere umano è stato creato per aspirare alla vita celeste, è certo che il gusto e la percezione di essa sono stati impressi nella sua anima. E in verità l’essere umano sarebbe privato e spogliato del principale frutto della sua intelligenza, se fosse ignaro della propria felicità, la cui perfezione consiste nell’essere congiunto a Dio. Così il fine principale dell’anima è tendere a questo scopo; e nella misura in cui ciascuno si sforza di tendervi e di avvicinarvisi, egli dimostra per ciò stesso di essere dotato di ragione.
Quanto a coloro che affermano che nell’essere umano vi siano più anime, come una sensitiva e una razionale, sebbene sembrino portare qualcosa di verosimile, tuttavia, non avendo alcun fondamento solido, devono essere respinti, a meno che non si voglia compiacersi nel tormentarsi con questioni frivole e inutili. Essi adducono come argomento la grande contrarietà che vi sarebbe tra i movimenti del corpo, detti organici, e la parte razionale dell’anima; come se la stessa ragione non fosse agitata in se stessa da vari conflitti, e come se i suoi consigli e deliberazioni non combattessero spesso tra loro come eserciti contrapposti. Ma poiché tali disordini provengono dalla depravazione della natura, è un cattivo ragionamento dedurne che vi siano due anime, dal momento che le facoltà non si accordano più in una giusta misura e proporzione, come sarebbe stato conveniente.
Quanto alle facoltà dell’anima, lascio ai filosofi il compito di distinguerle più minutamente; a noi basterà una semplice esposizione che serva alla nostra edificazione nella pietà. Confesso che ciò che essi insegnano in questo ambito è vero, non solo piacevole da conoscere, ma anche utile e da loro ben ordinato; e non vorrei distogliere coloro che hanno desiderio di apprendere dal dedicarsi a tale studio. Tuttavia, per quanto concerne il nostro scopo, ciò che è stato detto è sufficiente.
1.15.8 — Il libero arbitrio nella prima integrità dell’uomo e la causa della caduta
Dio dunque ha dotato l’anima di intelligenza, mediante la quale essa può discernere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, e vedere ciò che deve seguire o fuggire, essendo guidata dalla luce della ragione. A questa ha congiunto la volontà, nella quale risiede la facoltà dell’elezione. Queste sono le facoltà con cui la prima condizione dell’essere umano fu ornata e nobilitata: egli possedeva ingegno, prudenza, giudizio e discrezione, non solo per il governo della vita terrena, ma anche per giungere fino a Dio e alla felicità perfetta; inoltre possedeva un’elezione congiunta a tali facoltà, la quale regolava gli appetiti e moderava tutti i movimenti cosiddetti organici, cosicché la volontà fosse pienamente conforme alla regola e alla misura della ragione.
In questa integrità l’essere umano possedeva il libero arbitrio, mediante il quale, se avesse voluto, avrebbe potuto conseguire la vita eterna. Qui non è il luogo per introdurre la predestinazione occulta di Dio, poiché non stiamo trattando di ciò che avrebbe potuto accadere o non accadere, ma di ciò che era, in sé, la natura dell’essere umano. Così Adamo poteva rimanere saldo, se avesse voluto, poiché non cadde se non per propria volontà; ma poiché la sua volontà era flessibile sia al bene sia al male, e non gli era stata data la costanza della perseveranza, ecco perché cadde così presto e così facilmente.
Tuttavia egli possedeva una vera elezione tra il bene e il male; e non solo questo, ma vi era tanto nella sua intelligenza quanto nella sua volontà una perfetta rettitudine. Anzi, tutte le parti organiche erano inclini e pronte a obbedire al bene, ciascuna secondo il proprio ordine, fino a quando, perdendosi e rovinandosi, egli corrotte tutti questi doni. Ed è per questo che i filosofi sono stati così accecati e avvolti nelle tenebre: hanno cercato un edificio bello e integro in mezzo a una rovina, e legami ben proporzionati in una dispersione.
Essi hanno mantenuto questo principio: che l’essere umano non sarebbe un animale razionale se non avesse l’elezione del bene e del male. Inoltre pensavano che, se l’essere umano non regolasse la propria vita mediante il proprio consiglio, non vi sarebbe alcuna distinzione tra vizi e virtù. E questo non sarebbe stato un cattivo giudizio, se nell’essere umano non vi fosse stato alcun mutamento. Ma poiché la caduta di Adamo era loro ignota, insieme alla confusione che ne è derivata, non c’è da meravigliarsi se hanno confuso cielo e terra.
Ma coloro che fanno professione di essere cristiani e tuttavia navigano tra due acque, mescolando la verità di Dio con le determinazioni dei filosofi, tanto da cercare ancora il libero arbitrio nell’essere umano precipitato e sommerso nella morte spirituale, costoro sono del tutto insensati e non toccano né cielo né terra, come si vedrà più chiaramente a suo tempo. Per ora dobbiamo solo ritenere questo: che Adamo fu ben diverso, nella sua prima creazione, da tutto il suo lignaggio; poiché quest’ultimo, avendo origine da una radice corrotta e putrefatta, ne ha tratto una contagione ereditaria.
Infatti tutte le parti dell’anima erano allora ordinate a un retto governo: l’intelletto era sano e integro, la volontà era libera di scegliere il bene. Se qualcuno obietta che essa era come posta in una condizione scivolosa, poiché aveva una facoltà e una potenza debole, io rispondo che, per togliere ogni scusa, era sufficiente che Dio l’avesse collocata nel grado che abbiamo detto. Non era infatti necessario che Dio fosse obbligato a creare l’essere umano in modo tale che non potesse in alcun modo peccare. È vero che una natura di tal genere sarebbe stata più eccellente; ma voler contendere con Dio e rimproverarlo, come se fosse stato tenuto a dotare l’essere umano di tale fermezza, è più che irragionevole, poiché egli poteva concedergli tanto o poco quanto gli fosse piaciuto.
Quanto al fatto che Dio non lo abbia sostenuto nel dono della perseveranza, ciò è nascosto nel suo consiglio segreto, e il nostro dovere è di non voler sapere nulla se non con sobrietà. Così Adamo non è scusabile, avendo ricevuto una virtù tale da attirare su di sé, di propria volontà, il male e la confusione; e nessuna necessità gli fu imposta da Dio, il quale gli aveva previamente dato una volontà media e flessibile al bene e al male. E tuttavia Dio non ha mancato di trarre dalla caduta materia per la sua gloria.
Riassunto del Capitolo 1:15