Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 17

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro I

Cap. 17

Qual è lo scopo di questa dottrina, per trarne un retto profitto

1:17:1 – Lo scopo pastorale e spirituale della dottrina della provvidenza

Ora, poiché gli spiriti umani sono inclini a sottigliezze frivole, a stento si può evitare che tutti coloro che non comprendono il retto uso di questa dottrina non si avvolgano in molti lacci. Perciò sarà opportuno accennare qui brevemente a quale fine la Scrittura insegna che tutto ciò che avviene è ordinato da Dio.

Anzitutto è da notare che la provvidenza di Dio deve essere considerata tanto per il passato quanto per l’avvenire; poi che essa modera e dirige tutte le cose in modo tale da operare talvolta mediante mezzi intermedi, talvolta senza mezzi, talvolta contro ogni mezzo; infine che essa tende a questo scopo: farci conoscere quale cura Dio ha del genere umano, e soprattutto quanto vegli diligentemente sulla sua Chiesa, che egli guarda più da vicino. Bisogna aggiungere anche un altro punto: cioè che, sebbene il favore e la bontà di Dio, o la severità dei suoi giudizi, risplendano il più delle volte in tutto il corso della sua provvidenza, tuttavia talvolta le cause di ciò che avviene sono nascoste, al punto che questo pensiero ci si insinua nella mente: che le vicende umane girino e rigirino a caso, come su una ruota; oppure che la nostra carne ci solleciti a mormorare contro Dio, come se egli si prendesse gioco degli uomini, agitandoli qua e là come pallottole.

È vero che, se abbiamo spiriti quieti e composti per imparare con calma, l’esito finale mostra abbastanza che Dio ha sempre una buona ragione nel suo consiglio per fare ciò che fa: sia per ammaestrare i suoi alla pazienza, sia per correggere le loro affezioni perverse, sia per domare l’eccessiva leggerezza dei loro appetiti, per piegarli a rinnegare se stessi, sia per scuotere la loro pigrizia; oppure, al contrario, per abbattere i superbi, annientare le astuzie e le frodi dei malvagi, o dissiparne le macchinazioni. Del resto, sebbene le cause oltrepassino il nostro intelletto o ne siano lontane, bisogna tuttavia ritenere per certo che esse non cessano di essere nascoste in Dio; perciò non ci resta che esclamare con Davide: “O Dio, quanto sono grandi le tue meraviglie!” (Salmi 40:5). Non è possibile digerire i tuoi pensieri verso di noi: essi superano ciò che potrei esprimere.

Infatti, sebbene nelle nostre avversità i nostri peccati debbano sempre presentarsi davanti ai nostri occhi, affinché la pena che sopportiamo ci solleciti al ravvedimento, vediamo tuttavia che Gesù Cristo attribuisce a Dio suo Padre un’autorità più grande nell’affliggere gli uomini, che non quella di imporgli una legge di castigare ciascuno secondo una misura uguale ai suoi meriti. Egli infatti dice di colui che era nato cieco: “Non è che abbia peccato né lui, né suo padre, né sua madre, ma affinché la gloria di Dio sia manifestata in lui” (Giovanni 9:3). Quando infatti un bambino, già nel grembo di sua madre, prima ancora di nascere, è percosso da colpi così duri, il nostro senso è punto a mormorare contro Dio, come se egli non si comportasse umanamente verso gli innocenti che così affligge; e tuttavia Gesù Cristo afferma che la gloria di suo Padre risplende in tali spettacoli, purché abbiamo occhi puri.

Ma dobbiamo custodire questa modestia: di non voler trascinare Dio a renderci conto, bensì di portare tale riverenza ai suoi giudizi segreti che la sua volontà ci sia causa giustissima di tutto ciò che egli fa. Quando il cielo è coperto da nubi dense e spesse, e si leva una violenta tempesta, poiché davanti ai nostri occhi non vi è che oscurità e il tuono rimbomba nelle nostre orecchie, così che tutti i nostri sensi sono storditi dal terrore, ci sembra che tutto sia mescolato e confuso; tuttavia in cielo tutto rimane tranquillo nel suo stato. Così dobbiamo essere risoluti che, quando le cose, turbate nel mondo, ci tolgono il giudizio, Dio, essendo separato da noi nella luce della sua giustizia e sapienza, sa bene moderare tali confusioni per condurle con buon ordine a un fine retto.

E in verità è una follia orribile e mostruosa che molti si concedano più licenza di osare controllare le opere di Dio, sondare ed esaminare i suoi consigli segreti, anzi precipitarsi a pronunciarne sentenza, che se avessero da giudicare le azioni di un uomo mortale. C’è forse qualcosa di più perverso e sregolato che usare questa modestia verso i nostri simili, preferendo sospendere il giudizio piuttosto che essere accusati di temerarietà, e intanto insultare con audacia sfrenata i giudizi di Dio, che ci sono ignoti e che dovremmo invece tenere in riverenza e ammirazione?


1:17:2 – Umiltà davanti alla provvidenza: distinzione tra la volontà rivelata e quella segreta di Dio

Nessuno dunque potrà riconoscere debitamente e a suo profitto la provvidenza di Dio, se non considerando che ha a che fare con il suo Creatore e con colui che ha edificato tutto il mondo, e disponendosi e abbassandosi con quell’umiltà che è dovuta. Da qui nasce il fatto che oggi tanti cani assalgono questa dottrina con i loro morsi velenosi, o almeno le abbaiano contro: è perché non vogliono che nulla sia lecito a Dio se non ciò che essi giudicano ragionevole nella loro mente. Vomitano anche tutte le infamie che possono contro di noi, pensando di avere un bel pretesto per biasimarci, nel dire che, non contenti dei precetti della Legge, nei quali la volontà di Dio è compresa, affermiamo anche che il mondo è governato da un consiglio segreto di Dio.

Come se ciò che insegniamo fosse una fantasticheria forgiata nei nostri cervelli, e non una dottrina chiara e manifesta dello Spirito Santo, di cui vi sono infinite testimonianze. Ma poiché sono trattenuti da un certo pudore che non osa far esplodere apertamente le loro bestemmie contro il cielo, per infierire più liberamente fingono di attaccarsi a noi. Tuttavia, se non vogliono confessare che tutto ciò che avviene nel mondo è disposto dal consiglio incomprensibile di Dio, mi rispondano a quale scopo la Scrittura dice che i suoi giudizi sono un abisso profondo (Salmi 36:7). Poiché, dal momento che Mosè dichiara che la volontà di Dio non è lontana da noi e che non bisogna cercarla sopra le nubi né negli abissi, perché ci è espressa familiarmente nella Legge (Deuteronomio 30:11 s.), ne segue che vi è un’altra volontà nascosta, paragonata a un abisso profondo, della quale parla anche san Paolo dicendo: “O profondità delle ricchezze, della sapienza e della conoscenza di Dio!” (Romani 11:33), “quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inesplorabili le sue vie! Chi ha conosciuto il pensiero del Signore, o chi è stato suo consigliere?”

È vero che vi sono anche misteri contenuti nella Legge e nell’Evangelo che superano di molto la nostra capacità; ma poiché Dio illumina i suoi eletti con lo Spirito di intelligenza per comprendere i misteri che ha voluto rivelare mediante la sua Parola, lì non vi è alcun abisso, bensì una via nella quale si può camminare con sicurezza, una lampada per guidare i nostri passi, una luce di vita: in breve, una scuola aperta della verità manifesta. Ma il modo mirabile con cui Dio governa il mondo è giustamente chiamato “abisso profondo”, poiché dobbiamo adorarlo con riverenza quando ci è nascosto.

Mosè ha espresso molto bene entrambe le cose in poche parole: “Le cose segrete”, dice, “appartengono al Signore nostro Dio; ma le cose rivelate appartengono a noi e ai nostri figli” (Deuteronomio 29:28). Vediamo che egli ci comanda non solo di applicare il nostro studio a meditare la Legge di Dio, ma anche di elevare i nostri sensi in alto per adorare la provvidenza di Dio. Questa altezza ci è parimenti predicata nel libro di Giobbe, per umiliare i nostri spiriti. Infatti, dopo che l’autore ha magnificato quanto ha potuto le opere di Dio, e, percorrendo dall’alto in basso la macchina del mondo, ha mostrato quanto esse siano meravigliose, aggiunge infine: “Ecco, questi non sono che gli estremi lembi della sua azione. Non ce ne giunge all'orecchio che un breve sussurro; ma il tuono delle sue potenti opere chi può comprenderlo?”” (Giobbe 26:14).

Seguendo ciò, in un altro luogo egli distingue tra la sapienza che dimora in Dio e la via che Dio ha stabilito per le persone affinché siano sapienti. Dopo aver parlato dei segreti della natura, dice che la sapienza è conosciuta solo da Dio e non appare agli occhi di alcun vivente; e tuttavia subito dopo aggiunge che essa è proclamata perché sia cercata, poiché è detto all’uomo: “Ecco, il timore del Signore è la sapienza” (Giobbe 28:21, 28). A questo si collega anche la parola di sant’Agostino: “È perché non sappiamo tutto ciò che Dio fa di noi secondo un ordine ottimo, che facciamo, secondo la sua Legge, ciò che dobbiamo quando siamo condotti di buon grado; ma quanto al resto, siamo guidati dalla provvidenza di Dio, che è una legge immutabile”.

Poiché dunque Dio si attribuisce un’autorità di governare il mondo che ci è ignota, la retta regola di sobrietà e di modestia è sottometterci al suo imperio sovrano, e che la sua volontà ci sia l’unico modello di ogni giustizia e causa giustissima di tutto ciò che avviene. Non intendo quella volontà assoluta di cui i sofisti ciarlano, facendo un empio divorzio tra la sua giustizia e la sua potenza, come se egli potesse fare questo o quello contro ogni equità; ma intendo la sua provvidenza, mediante la quale governa il mondo, dalla quale non procede nulla che non sia buono e giusto, sebbene le ragioni ce ne siano ignote.


1:17:3 – La vera modestia esclude l’accusa contro Dio, la disperazione e l’abuso del suo nome

Tutti coloro che saranno ricondotti a tale modestia non si scaglieranno contro Dio per il tempo passato, a motivo delle avversità che avranno sofferto, né getteranno su di lui la colpa dei loro peccati, come il re Agamennone dice in Omero: Non sono io la causa, ma Giove e la dea della necessità. Non si abbandoneranno neppure alla disperazione, come un giovane è introdotto da un poeta antico a dire: La condizione degli uomini non ha stabilità, la necessità li sospinge e li trasporta; perciò andrò a fracassare la mia nave contro lo scoglio e perderò i miei beni insieme con la vita. Non si serviranno neppure del nome di Dio come di un velo per seppellire la loro vergogna, come lo stesso poeta introduce un giovane che parla dei suoi amori dicendo: Dio mi vi ha spinto; credo che gli dèi l’abbiano voluto: poiché, se non l’avessero voluto, so che non sarebbe accaduto.

Ma piuttosto cercheranno nella Scrittura e impareranno ciò che piace a Dio, per sforzarsi di tendere a questo, avendo lo Spirito Santo come guida. E tuttavia, essendo pronti a seguire dove Dio li chiama, mostreranno nei fatti che non vi è nulla di più utile di questa dottrina, la quale è ingiustamente biasimata dai maligni, poiché alcuni la praticano male. Infatti sono discorsi troppo sviati quelli che tengono molte persone profane, disputando come se volessero, per così dire, mescolare il cielo e la terra, quando allegano che, se Dio ha fissato il punto della nostra morte, non possiamo evitarlo; dunque sarà vano impegnarci a stare in guardia.

Così, poiché alcuni non osano mettersi in cammino quando sentono dire che vi è pericolo di essere colpiti dai briganti, altri chiamano i medici e ricorrono ai farmacisti nelle malattie; altri si astengono da cibi pesanti per preservarsi; altri temono di abitare in case rovinate; e tutti, in generale, cercano mezzi per giungere ai loro intenti: tutte queste cose sarebbero rimedi frivoli che si cercano per correggere la volontà di Dio, oppure non sarebbe per la sua volontà e ordinanza che tutte le cose avvengono. Infatti sono cose incompatibili dire che la vita e la morte, la salute e la malattia, la pace e la guerra, la ricchezza e la povertà provengono da Dio, e che le persone, con la loro industria, le evitano o le ottengono secondo che le odiano o le desiderano.

Inoltre essi dicono che le preghiere dei fedeli non solo sarebbero superflue, ma persino perverse, poiché con esse si chiede che Dio provveda a ciò che egli ha deliberato eternamente. In breve, tolgono ogni deliberazione sulle cose future, come contraria alla provvidenza di Dio, la quale, senza consultarci, ha una volta per tutte determinato ciò che voleva fosse fatto. Inoltre, attribuiscono a tal punto tutto ciò che accade alla provvidenza di Dio, da non avere alcun riguardo per la persona che ha compiuto l’azione in questione. Se un malvivente ha ucciso un uomo onesto, dicono che ha eseguito il consiglio di Dio. Se qualcuno ha rubato o fornicato, poiché ha fatto ciò che Dio aveva previsto, dicono che è ministro della sua provvidenza. Se un figlio ha lasciato morire suo padre senza soccorrerlo, dicono: Non poteva resistere a Dio, che lo aveva così ordinato. Così trasformano tutti i vizi in virtù, poiché servono all’ordinanza di Dio.


1:17:4 – La provvidenza di Dio non esclude la prudenza, ma la fonda

Quanto alle cose future, Salomone accorda facilmente con la provvidenza di Dio le deliberazioni che se ne prendono. Poiché, come egli deride l’arroganza di coloro che intraprendono temerariamente senza Dio tutto ciò che viene loro in mente, come se non fossero governati dalla sua mano, così in un altro luogo parla in questo modo: Il cuore dell’uomo pensa la sua via, ma il Signore ne dirige i passi (Proverbi 16:9). Con ciò egli indica che il decreto eterno di Dio non impedisce che noi, sotto la sua benevolenza, provvediamo a noi stessi e mettiamo ordine nelle nostre faccende.

La ragione è manifesta: poiché colui che ha limitato la nostra vita ci ha anche affidato la cura di essa e ci ha dato i mezzi per conservarla; e ci ha fatto prevedere i pericoli, affinché non ci sorprendano, dandoci al contrario i rimedi per evitarli. Ora appare quale sia il nostro dovere. Se il Signore ci ha consegnato la nostra vita in custodia, dobbiamo conservarla; se ci dà i mezzi per farlo, dobbiamo usarli; se ci mostra i pericoli, non dobbiamo gettarci in essi follemente e senza criterio; se ci offre i rimedi, non dobbiamo disprezzarli.

Ma, dirà qualcuno, nessun pericolo può nuocere se non è ordinato che ci nuoccia; e se così è, non si può opporvi alcun rimedio. Al contrario, che sarà se i pericoli non sono invincibili, poiché il Signore ci ha assegnato i rimedi per superarli? Considera quale concordanza vi sia tra il tuo argomento e l’ordine della provvidenza divina. Tu deduci che non dobbiamo guardarci dai pericoli, poiché potremo sfuggirli senza guardarci, purché non siano invincibili; il Signore invece ti comanda di guardartene, perché vuole che tu ne scampi.

Costoro non considerano ciò che è evidente agli occhi: che l’industria del deliberare e del premunirsi è stata ispirata da Dio alle persone, mediante la quale esse servono alla sua provvidenza nel conservare la loro vita; come, al contrario, per negligenza e disprezzo si attirano le miserie che egli vuole imporre loro. Da dove viene che una persona prudente, mettendo ordine nelle sue cose, allontani il male che le era vicino, e una stolta, per la sua temerarietà, perisca? Che cos’è questo, se non che stoltezza e prudenza sono strumenti della dispensazione di Dio, nell’un caso come nell’altro?

Perciò il Signore ha voluto che tutte le cose future ci fossero nascoste, affinché le prevenissimo senza sapere ciò che deve avvenire, e affinché non cessassimo di usare i rimedi che egli ci offre contro i pericoli, fino a quando ne fossimo venuti a capo o essi ci avessero sopraffatti. Per questo ho detto che non dobbiamo contemplare la provvidenza di Dio nuda, ma insieme con i mezzi che Dio le ha congiunti, come se egli la rivestisse per apparire a noi nel suo stato.


1:17:5 – La provvidenza non scusa il male: distinzione tra la volontà rivelata e l’uso dei malvagi

Quanto alle cose avvenute e passate, questi fantasiosi considerano la provvidenza di Dio in modo cattivo e perverso. Noi diciamo che tutte le cose dipendono da essa come dal loro fondamento, e tuttavia che non si compie né furto, né fornicazione, né omicidio senza che la volontà di Dio vi intervenga. Su questo essi domandano: Perché dunque sarà punito un ladro che ha punito colui che Dio voleva fosse castigato con la povertà? Perché sarà punito un assassino che ha ucciso colui al quale Dio aveva fissato il termine della vita? In breve, se tutti tali individui servono alla volontà di Dio, perché saranno puniti?

Ma io nego che essi servano a Dio in questo modo. Poiché non diremo che chi è mosso da un cuore malvagio si adoperi a servire Dio, dal momento che egli vuole soltanto soddisfare alla sua cattiva cupidigia. Serve Dio colui che, istruito della sua volontà, va dove essa lo chiama. E dove ci insegna Dio la sua volontà, se non nella sua Parola? Perciò, in tutto ciò che dobbiamo fare, dobbiamo considerare la volontà di Dio quale egli ce l’ha dichiarata in quella Parola. Dio richiede da noi soltanto ciò che egli comanda. Se facciamo qualcosa contro il suo precetto, non è obbedienza, ma piuttosto contumacia e trasgressione.

Essi replicano che non lo faremmo se Dio non lo volesse. Lo confesso: ma lo facciamo forse per compiacerlo? Egli non ce lo comanda; ma noi intraprendiamo il male, non pensando a ciò che Dio richiede, bensì essendo talmente trasportati dalla furia della nostra intemperanza che deliberatamente cerchiamo di contraddirlo. In questo modo serviamo sì alla sua giusta ordinanza facendo il male, poiché, per la grandezza infinita della sua sapienza, egli si serve rettamente di strumenti malvagi per fare il bene.

Ma consideriamo quanto sia inetto e stolto il loro argomento. Essi vogliono che i crimini restino impuniti e siano liberi per coloro che li commettono, poiché non avvengono senza la disposizione di Dio. Io aggiungo anzi che ladri, assassini e altri malfattori sono strumenti della provvidenza di Dio, dei quali il Signore si serve per eseguire i giudizi che ha decretato; ma nego che per questo essi possano addurre alcuna scusa. Che dunque? Coinvolgeranno Dio nella stessa iniquità con loro? O copriranno la loro perversità con la sua giustizia? Non possono né l’una né l’altra cosa, e la loro coscienza li confuta a tal punto che non possono giustificarsi. Accusare Dio non possono, poiché trovano in sé tutto il male; in lui, nulla se non un uso buono e legittimo della loro malizia.

E tuttavia, dirà qualcuno, egli opera per mezzo loro. E da dove viene il fetore di una carogna, quando è aperta e putrefatta? Ognuno vede bene che ciò proviene dai raggi del sole; e tuttavia nessuno dirà che per questo essi puzzino. Così, poiché la materia e la colpa del male risiedono in una persona malvagia, perché Dio ne trarrà macchia o impurità, se se ne serve secondo la sua volontà? Scacciamo dunque questa petulanza canina, che può ben abbaiare da lontano contro la giustizia di Dio, ma non può toccarla.


1:17:6 – Meditare santamente la provvidenza: Dio causa principale, senza negare le cause seconde

Tuttavia, se sappiamo che è cosa buona e santa meditare la provvidenza di Dio secondo la regola della pietà, questo ci basterà per abolire tali fantasie stravaganti, e riceveremo un frutto ottimo e saporito da ciò che i frenetici traggono alla loro perdizione. Perciò il cuore della persona cristiana, avendo questo ben risoluto, che nulla avviene a caso, ma che tutte le cose si fanno per la provvidenza di Dio, guarderà sempre a lui come alla causa principale di tutto ciò che avviene; ma tuttavia non tralascerà di considerare le cause inferiori nel loro grado.

Inoltre non dubiterà che la provvidenza di Dio vegli per la sua conservazione e che non permetta che accada nulla che non sia per il suo bene e la sua salvezza. Ora, poiché essa ha a che fare prima con gli esseri umani, poi con le altre creature, egli sarà certo che la provvidenza di Dio regna ovunque. Quanto agli esseri umani, siano essi buoni o cattivi, riconoscerà che i loro consigli, volontà e forze, potenze e imprese sono sotto la mano di Dio, in modo tale che è in suo potere piegarli dove gli piace e reprimerli ogni volta che gli piace.

Vi sono molte promesse evidenti che testimoniano che la provvidenza di Dio, con una cura speciale, veglia e fa quasi la guardia per mantenere la salvezza dei fedeli. Come quando è detto: “Getta la tua sollecitudine sul Signore, ed egli ti sosterrà; poiché egli ha cura di noi”. Parimenti: “Chi dimora al riparo dell’Altissimo sarà mantenuto dalla sua protezione”. Parimenti: “Chiunque vi tocca, tocca la pupilla del mio occhio”. Parimenti: “Io ti sarò scudo e muro di rame e combatterò contro i tuoi nemici”. Parimenti: “Quand’anche una madre dimenticasse i suoi figli, io non ti dimenticherò mai” (Salmi 55:23; 1 Pietro 5:7; Salmi 91:1; Zaccaria 2:8; Isaia 26:1; 49:15).

Anzi, questo è lo scopo principale delle storie della Bibbia: mostrare che Dio custodisce così attentamente i suoi servitori che non li lascerà urtare contro una pietra. Come ho giustamente riprovato sopra l’opinione di coloro che immaginano una provvidenza di Dio universale che non discenda fino ad aver cura speciale di ciascuna creatura, così dobbiamo soprattutto riconoscere questa sollecitudine speciale verso di noi. Per questa ragione Cristo, dopo aver detto che il più vile passero dell’aria non cade a terra senza la volontà di Dio (Matteo 10:29), applica subito questa sentenza, affinché siamo certi che, poiché noi gli siamo più preziosi dei piccoli uccelli, egli veglia più attentamente su di noi che su di essi, fino ad avere una tale cura che un capello del nostro capo non cadrà senza che egli lo permetta.

Che chiediamo di più, se un solo capello non può cadere senza la volontà di Dio? Non parlo solo del genere umano, ma poiché Dio ha eletto la sua Chiesa come sua dimora, non vi è dubbio che egli voglia mostrare con esempi singolari la cura paterna che ne ha.


1:17:7 – Dio piega i cuori e frena i nemici: gratitudine nella prosperità e sicurezza per l’avvenire

Perciò il servitore di Dio, confermato da tutte queste promesse e dagli esempi corrispondenti, unirà anche le testimonianze dove è detto che tutti gli esseri umani sono sotto la potenza di Dio, sia quando occorre inclinare i loro cuori ad amarci, sia quando occorre reprimere la loro malizia affinché non ci nuoccia. Poiché è il Signore che ha dato grazia al suo popolo non solo presso coloro che altrimenti gli erano amici, ma anche presso gli Egiziani (Esodo 3:21).

Quanto al furore dei nostri nemici, egli sa bene infrangerlo in diverse maniere. Talvolta egli toglie loro l’intendimento, affinché non possano prendere buon consiglio: così fece ad Acab, inviandogli un demonio per profetizzargli menzogna per bocca di tutti i profeti (1 Re 22:22), per ingannarlo; così fece pure a Roboamo, accecandolo con il folle consiglio dei giovani, per spogliarlo del suo regno mediante la sua stessa follia (1 Re 12:10, 15). Talvolta, dando loro intendimento per vedere e comprendere ciò che è opportuno, abbatte loro talmente il cuore e li stordisce che non osano affatto intraprendere ciò che avevano concepito. Talvolta, permettendo loro di sforzarsi di eseguire ciò che la loro rabbia comporta, egli previene il loro impeto e non soffre che giungano al compimento della loro intenzione. In tal modo dissipò per tempo il consiglio di Achitofel, che sarebbe stato pernicioso per Davide (2 Samuele 17:7, 14).

In questo modo egli ha cura di moderare e guidare tutte le creature per la salvezza dei suoi, persino il diavolo, che vediamo non avere osato tentare nulla contro Giobbe senza il permesso e il comando di Dio (Giobbe 1:12). Quando avremo questa conoscenza, ne seguiranno necessariamente tanto un rendimento di grazie per la bontà di Dio in ogni prosperità, quanto pazienza nell’avversità, e inoltre una singolare sicurezza per l’avvenire.

Perciò, qualunque cosa ci avvenga secondo il nostro desiderio, la attribuiremo a Dio: sia che sentiamo la sua beneficenza mediante gli esseri umani, sia che egli ci aiuti per mezzo delle altre sue creature. Così riterremo nel nostro cuore: “Certo è Dio che ha volto il cuore di costoro ad amarmi e ha fatto sì che fossero strumenti della sua benignità”. Nella fertilità, stimiamo che è il Signore che ha comandato al cielo di piovere sulla terra, affinché essa fruttificasse. In ogni altro genere di prosperità non dubiteremo che è la sola benedizione di Dio che ne è causa. Queste ammonizioni non ci lasceranno essere ingrati.


1:17:8 – Pazienza nell’avversità: elevare il cuore a Dio e frenare ira e vendetta

Al contrario, se ci sopraggiunge qualche avversità, eleveremo subito il nostro cuore a Dio, il quale solo può formarlo alla pazienza e alla tranquillità. Se Giuseppe si fosse fermato a meditare la slealtà dei suoi fratelli e il vile torto che gli avevano fatto, non avrebbe mai avuto verso di loro un coraggio fraterno. Ma poiché volse il suo pensiero a Dio, dimenticando la loro ingiuria, fu piegato a mansuetudine e dolcezza, fino a consolare lui stesso i fratelli dicendo: “Non siete voi che mi avete venduto per essere condotto in Egitto, ma per la volontà del Signore sono stato mandato davanti a voi per il vostro bene. Voi avevate tramato contro di me il male, ma il Signore lo ha convertito in bene” (Genesi 45:8; 50:20).

Se Giobbe avesse guardato ai Caldei che lo avevano oltraggiato, sarebbe stato infiammato dal desiderio di vendetta; ma poiché riconosce ugualmente l’opera di Dio, si consola con questa bella sentenza: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore” (Giobbe 1:21). Così anche Davide: se si fosse occupato solo di considerare la malizia di Simei, che lo perseguitava con ingiurie e con sassi, avrebbe incitato i suoi a vendicarsi; ma poiché comprende che egli non fa ciò senza un impulso di Dio, li calma invece di eccitarli: “Lasciatelo”, dice, “poiché forse Dio gli ha comandato di maledirmi” (2 Samuele 16:10). E altrove frena con la stessa briglia l’intemperanza del suo dolore: “Sono rimasto in silenzio”, dice, “e sono divenuto come muto, poiché sei tu, o Dio, che mi affliggi” (Salmi 39:10).

Se non vi è rimedio migliore contro l’ira e l’impazienza, non avremo profittato male quando avremo imparato a meditare la provvidenza di Dio in questo punto, al punto da ricondurre sempre il nostro pensiero a questo: “Il Signore lo ha voluto, dunque bisogna sopportare con pazienza”; non solo perché non è lecito resistere, ma perché egli non vuole nulla che non sia giusto e opportuno.

La sostanza torna qui: che, essendo ingiustamente oppressi dagli esseri umani, lasciamo da parte la loro malizia, la quale non farebbe che inasprire il nostro sdegno e acuire le nostre affezioni alla vendetta; e che ci ricordiamo di elevarci a Dio, tenendoci certi che è per il suo giusto decreto e provvidenza che tutto ciò che i nostri nemici tentano contro di noi è permesso, anzi ordinato.

San Paolo, volendo distoglierci dall’affetto di vendicarci, ci ammonisce prudentemente che non dobbiamo combattere contro carne e sangue, ma contro il diavolo, nostro nemico spirituale, affinché ci fortifichiamo contro di lui (Efesini 6:12). Ma questa ammonizione va ancora oltre, per placare ogni impeto e passione d’ira: cioè che Dio arma al combattimento tanto il diavolo quanto tutti gli iniqui, e presiede in mezzo come un maestro di lizza per esercitare la nostra pazienza.

Ma se i fastidi che sopportiamo ci vengono da altra parte che dagli esseri umani, pensiamo a ciò che è detto nella Legge: che tutte le prosperità scaturiscono per noi dalla fonte della benedizione di Dio e che tutte le calamità sono altrettante maledizioni che vengono anch’esse da lui (Deuteronomio 28:2 s.). E questa tremenda minaccia ci spaventi: “Se camminate contro di me alla cieca, anch’io camminerò alla cieca contro di voi” (Levitico 26:23-24). Con queste parole egli punge la nostra stupidità, poiché, secondo il nostro senso carnale, stimiamo fortuito tutto ciò che accade, sia bene sia male, e non siamo spinti dai benefici di Dio a servirlo, né pungolati dalle sue verghe a venire a ravvedimento.

Questa è anche la ragione per cui Geremia si lamenta così aspramente, e così Amos, del fatto che i Giudei non pensavano che il bene e il male venissero dal comando di Dio (Lamentazioni 3:38; Amos 3:6). A questo si collega anche la parola di Isaia: “Io sono Dio, che creo la luce e formo le tenebre, che faccio la pace e creo il male: sono io che faccio tutte queste cose” (Isaia 45:7).


1:17:9 – Onorare le cause seconde senza togliere a Dio la gloria: prudenza, mezzi, e fiducia

Tuttavia, non chiuderemo gli occhi al punto da non considerare le cause inferiori. Poiché, se stimiamo che coloro dai quali riceviamo qualche bene siano ministri della liberalità di Dio, non li disprezzeremo come se non avessero meritato alcuna gratitudine verso di noi per la loro umanità; ma piuttosto riconosceremo di essere obbligati verso di loro, lo confesseremo volentieri e ci sforzeremo di rendere il contraccambio secondo le nostre possibilità, quando se ne presenti l’occasione. In breve, daremo questo onore a Dio: riconoscerlo come autore principale di ogni bene; ma onoreremo anche gli esseri umani come ministri e dispensatori dei suoi benefici, e penseremo che egli ha voluto renderci loro debitori, poiché si è mostrato nostro benefattore per mezzo delle loro mani.

Se sopportiamo qualche danno, per nostra negligenza o per nostra noncuranza, penseremo bene che ciò è avvenuto per volontà di Dio, ma non cesseremo per questo di imputarne a noi la colpa. Se qualcuno dei nostri parenti o amici, di cui avremmo dovuto aver cura, muore senza che vi si sia provveduto bene, benché non ignoriamo che egli era giunto al termine che non poteva oltrepassare, nondimeno non attenueremo per questo il nostro peccato; ma, poiché non avremo fatto il nostro dovere, prenderemo la sua morte come avvenuta per nostra colpa. A maggior ragione, se vi è stata frode o malizia deliberata nel commettere omicidio o furto, non dovremo scusare tali crimini sotto colore della provvidenza di Dio; ma in un medesimo fatto contempleremo la giustizia di Dio e l’iniquità dell’uomo, come l’una e l’altra si mostrano chiaramente.

Quanto alle cose future, poggeremo principalmente su quelle cause inferiori di cui abbiamo parlato. Poiché riterremo che sarà una benedizione di Dio, se egli ci dona i mezzi umani per sostenerci e conservarci; e perciò consulteremo ciò che abbiamo da fare secondo le nostre possibilità e non saremo pigri nell’implorare l’aiuto di coloro che vedremo essere adatti ad aiutarci. Anzi, stimando che è Dio che ci mette in mano tutte le creature che possono giovarci, le useremo come strumenti legittimi della sua provvidenza.

E poiché siamo incerti di quale esito avremo nelle cose che intraprendiamo (se non che abbiamo buona fiducia in Dio che egli provvederà in tutto e per tutto al nostro bene), tenderemo a ciò che, per quanto la nostra intelligenza possa estendersi, giudicheremo esserci utile. Tuttavia, nel prendere i nostri consigli, non seguiremo il nostro proprio senno, ma ci raccomanderemo e ci rimetteremo alla sapienza di Dio, affinché egli ci conduca rettamente.

Infine la nostra fiducia non sarà così appoggiata sugli aiuti e mezzi terreni, che noi vi riposiamo quando li avremo a disposizione, o che, quando ci vengano a mancare, perdiamo animo. Poiché avremo l’intendimento fissato sulla sola provvidenza di Dio e non ci lasceremo distogliere dal suo sguardo dalla considerazione delle cose presenti. Così Ioab, benché sappia che l’esito della battaglia in cui entrava dipendeva dal beneplacito di Dio ed era nelle sue mani, non si lasciò andare alla negligenza, ma ebbe cura di compiere ciò che spettava alla sua vocazione, rimettendo a Dio il governo di tutto: “Siamo forti”, disse, “per il nostro popolo e per le città del nostro Dio. Il Signore faccia ciò che gli sembrerà bene” (2 Samuele 10:12).

Tale pensiero ci spoglierà anche della temerarietà e della presunzione, per stimolarci a invocare Dio continuamente; d’altra parte sosterrà i nostri cuori in buona speranza, affinché non esitiamo a disprezzare con coraggio e magnanimità i pericoli che ci circondano.


1:17:10 – La miseria dell’uomo senza provvidenza: una vita assediata da pericoli

Ora, in questo punto si può vedere una singolare felicità dei fedeli. La vita umana è circondata e quasi assediata da miserie infinite. Senza andare oltre, poiché il nostro corpo è un ricettacolo di mille malattie e nutre in sé le cause, ovunque vada l’uomo porta con sé molte specie di morte, cosicché trascina la vita quasi avvolta nella morte. Che altro diremo, infatti, quando non si può avere freddo né sudare senza pericolo?

Inoltre, da qualunque parte ci volgiamo, tutto ciò che ci sta attorno non solo è sospetto, ma quasi apertamente ci minaccia, come se intendesse darci la morte. Saliamo su una barca: vi è solo un passo tra noi e la morte. Siamo su un cavallo: basta che inciampi con un piede per farci spezzare il collo. Camminiamo per le strade: tante quante sono le tegole sui tetti, altrettanti sono i pericoli su di noi. Teniamo una spada, o qualcuno vicino a noi ne tiene una: non ci vuole nulla per ferirci. Quante bestie vediamo, selvagge o ribelli o difficili da governare, tutte sono armate contro di noi. Chiudiamoci in un bel giardino dove non vi sia che diletto: talvolta vi sarà nascosto un serpente.

Le case in cui abitiamo, essendo continuamente soggette a bruciare, di giorno ci minacciano di impoverirci, di notte di schiacciarci. Qualunque possesso abbiamo, poiché è soggetto a grandine, gelo, siccità e altre tempeste, ci annuncia sterilità e, di conseguenza, fame. Lascio da parte gli avvelenamenti, gli agguati, le violenze, dalle quali la vita dell’uomo è in parte minacciata in casa, in parte accompagnata nei campi. In tali angustie, non sarebbe un uomo più che miserabile, vivendo solo a metà, sostenendosi a stento in languore e afflizione, come se vedesse il coltello alla gola a ogni ora?

Qualcuno dirà che queste cose accadono di rado, o almeno che non accadono sempre né a tutti; e inoltre che non possono accadere tutte in una volta. Lo confesso; ma poiché, dall’esempio degli altri, siamo avvertiti che possono accadere anche a noi e che la nostra vita non deve essere esente da alcuna di esse, non si può fare che non le temiamo come se dovessero accadere. Quale miseria si potrebbe immaginare più grande che essere sempre in tale tremore e angoscia? Inoltre, non sarebbe senza oltraggio verso Dio dire che egli avrebbe abbandonato l’uomo, la più nobile delle sue creature, alla temerarietà della fortuna. Ma la mia intenzione qui è solo di parlare della miseria dell’uomo nella quale egli sarebbe, se vivesse come a caso.


1:17:11 – Beatitudine del credente: liberazione dalla paura e fermezza nella fiducia

Al contrario, se la provvidenza di Dio risplende nel cuore fedele, non solo egli sarà liberato dalla paura e dall’angoscia che prima lo opprimevano, ma sarà anche sollevato da ogni dubbio. Poiché, come a buon diritto temiamo la fortuna, così abbiamo buona ragione di affidarci con coraggio a Dio. È dunque per noi un meraviglioso sollievo udire che il Signore tiene tutte le cose in suo potere, governa con la sua volontà e modera con la sua sapienza, così che nulla accade se non come egli l’ha destinato.

Inoltre, che egli ci ha ricevuti sotto la sua salvaguardia e ci ha affidati alla custodia dei suoi angeli, affinché non vi sia né acqua, né fuoco, né spada, né cosa alcuna che ci possa nuocere, se non nella misura in cui il suo beneplacito lo disporrà. Infatti così è detto nel Salmo: “Egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste perniciosa. Ti coprirà con le sue ali e sotto le sue penne troverai rifugio. La sua verità ti sarà scudo; non temerai i terrori della notte, né la freccia che vola di giorno, né la peste che si aggira nelle tenebre, né lo sterminio che devasta a mezzogiorno” ecc. (Salmi 91:3-6).

Di qui viene la fiducia dei santi, che possono gloriarsi: “Il Signore è il mio aiuto, non temerò ciò che la carne possa farmi. Il Signore è il mio protettore: che cosa potrei temere? Se un accampamento si schierasse contro di me, se camminassi nella caligine della morte, nondimeno non cesserei di sperare” (Salmi 118:6; 27:3; 56:5 e altrove). Da dove potrebbe venire al credente una tale sicurezza, che non può mai essergli tolta, se non dal fatto che, là dove sembra che il mondo sia temerariamente rovesciato sottosopra, egli reputa che Dio operi per guidarlo, e spera che tutte le sue opere gli siano salutari?

Se si vede assalito o molestato dal diavolo o dai malvagi, non ha allora gran bisogno di fortificarsi, richiamando alla memoria la provvidenza di Dio, senza la quale non potrebbe che cadere nella disperazione? Al contrario, quando riconosce che il diavolo e tutta la schiera dei malvagi è tenuta stretta dalla mano di Dio come da una briglia, in modo che non possono concepire alcun male; e, se lo concepiscono, non possono macchinarlo; e, se lo macchinano, non possono eseguirlo, né alzare un dito, se non in quanto Dio lo comanda; e inoltre che non solo essi sono trattenuti nelle sue reti o manette, ma sono costretti dal freno della sua briglia a obbedirgli: in ciò egli ha motivo sufficiente di consolazione.

Poiché, come è in Dio solo l’armare il loro furore, volgerlo e convertirlo dove gli piace, così è pure in suo potere restringerli affinché non facciano tutto secondo la loro intemperanza. Secondo questa persuasione, san Paolo, dopo aver detto in un luogo che il suo viaggio era stato impedito da Satana, in un altro lo rimette al beneplacito di Dio e a ciò che egli permetterà (1 Tessalonicesi 2:18; 1 Corinzi 16:7). Se egli avesse detto soltanto che Satana aveva posto l’ostacolo, si sarebbe pensato che gli attribuisse troppa autorità, come se avesse potuto rovesciare i consigli di Dio; ma quando pone Dio come governatore sopra ogni cosa, confessando che tutti i viaggi dipendono dalla sua permissione, mostra che Satana non può nulla se non nella misura in cui gli è concesso.

Per la stessa ragione Davide, a motivo delle rivoluzioni per cui la vita umana è volta e rivolta sottosopra, ha il suo rifugio in questa dottrina: che i tempi sono nella mano di Dio (Salmi 31:15). Egli avrebbe potuto porre il corso o il tempo della sua vita al singolare; ma ha voluto esprimere meglio che, sebbene la condizione dell’uomo non abbia alcuna fermezza, ma muti di giorno in giorno, anzi più spesso, tuttavia, qualunque varietà sopravvenga, il tutto è governato da Dio.

Perciò è detto (Isaia 7:1 s.) che Resin e il re d’Israele, benché avessero congiurato di distruggere il paese di Giuda e sembrassero come tizzoni ardenti per incendiare tutta la terra, nondimeno non erano che tizzoni fumanti, dai quali non poteva uscire che un poco di fumo. Nello stesso senso Faraone, che spaventava il mondo con il suo apparato e con la moltitudine della sua cavalleria, è paragonato a una balena e i suoi uomini d’arme a pesci (Ezechiele 29:4). Così Dio dice che li prenderà con il suo amo, tanto il capo quanto i soldati, e li tirerà dove gli piacerà.

In somma, per non indugiare più a lungo su questo argomento, dico che la più grande miseria che l’uomo possa avere è ignorare la provvidenza di Dio; e, d’altra parte, che è una singolare beatitudine conoscerla bene.


1:17:12 – I passi sul “pentimento” di Dio: la sua immutabilità non è smentita

Avremmo parlato abbastanza della provvidenza di Dio, per quanto è necessario all’istruzione e alla consolazione dei fedeli (poiché non se ne direbbe mai abbastanza per saziare la curiosità degli stolti, e non bisogna affannarsene), se non fosse che vi sono alcuni passi della Scrittura che sembrano indicare che il consiglio di Dio non sia fermo e immutabile, come è stato detto, ma che cambi secondo la disposizione delle cose inferiori.

Anzitutto si fa talvolta menzione del “pentimento” di Dio: come quando è detto che si pentì di aver creato l’uomo; parimenti di aver elevato Saul al regno; e che si pentirà del male che aveva proposto di mandare sul suo popolo, quando vi vedrà qualche miglioramento (Genesi 6:6; 1 Samuele 15:11; Geremia 18:8). Inoltre, leggiamo che egli ha annullato e revocato ciò che aveva determinato. Aveva annunciato ai Niniviti per mezzo di Giona che la loro città sarebbe perita dopo quaranta giorni; poi, per la loro conversione, fu piegato a clemenza. Aveva pure annunciato la morte a Ezechia per bocca di Isaia, morte che nondimeno differì, mosso dalle sue lacrime e preghiere (Giona 3:4; Isaia 38:1, 5; 2 Re 20:1, 5).

Da questi passi molti argomentano che Dio non abbia stabilito con un decreto eterno ciò che dovrebbe fare verso gli esseri umani, ma che ordini ogni giorno e ogni ora ciò che conosce essere buono e ragionevole, e come i meriti di ciascuno lo richiedono. Quanto al termine “pentimento”, dobbiamo tener ferma questa conclusione: che la repentanza non può convenire a Dio, non più dell’ignoranza, o dell’errore, o dell’imbecillità. Poiché se nessuno si pone di propria scienza e volontà in una necessità di pentirsi, non diremo che Dio si pente senza confessare o che egli ha ignorato ciò che doveva avvenire, o che non ha potuto evitarlo, o che ha precipitato inconsideratamente il suo consiglio.

Ora, questo è così lontano dal senso dello Spirito Santo che, nel fare menzione di una tale repentanza di Dio, egli nega che Dio possa pentirsi, poiché non è uomo. E bisogna notare che nello stesso capitolo le due cose sono congiunte in modo tale che, confrontando l’una con l’altra, si può facilmente conciliare ciò che a prima vista pare ripugnante. Dopo che Dio ha detto che si pentiva di aver fatto Saul re, è aggiunto: “La forza d’Israele non mentirà e non si piegherà per pentirsi, perché non è uomo, per essere mutevole” (1 Samuele 15:29). Ora, con queste parole vediamo che Dio in sé non muta, ma ciò che egli fa come cosa nuova lo aveva stabilito prima.

È dunque certo che il governo di Dio sulle cose umane è costante, perpetuo ed esente da ogni repentanza. E persino affinché la sua costanza non potesse essere messa in dubbio, i suoi avversari sono stati costretti a rendergliene testimonianza. Balaam, lo volesse o no, non può trattenersi dal dire che Dio non è come gli esseri umani per mentire, né come i figli di Adamo per mutare proposito; e che perciò non può accadere che tutto ciò che egli ha detto non sia compiuto (Numeri 23:19).


1:17:13 – “Pentimento” come linguaggio umano: mutamento delle opere, non del consiglio eterno

Che significa dunque questa parola “pentimento", dirà qualcuno. Rispondo che essa ha lo stesso senso di tutte le altre forme di parlare che ci descrivono Dio in modo umano. Poiché la nostra infermità non raggiunge la sua altezza, la descrizione che ci viene data di lui deve adattarsi alla nostra capacità per essere intesa da noi. Il modo è che egli si rappresenta non quale è in sé, ma quale noi lo percepiamo.

Benché egli sia esente da ogni perturbazione, egli si dice adirato contro i peccatori. Perciò, quando udiamo che Dio è adirato, non dobbiamo immaginare che vi sia qualche commozione in lui, ma piuttosto che questa espressione è presa dal nostro sentimento, poiché egli mostra l’apparenza di una persona adirata quando esercita la severità del suo giudizio; così, sotto il vocabolo di “pentimento”, non dobbiamo concepire altro se non un mutamento delle sue opere, poiché gli esseri umani, mutando le loro opere, attestano che esse dispiacciono loro.

Perciò, come ogni mutamento tra gli esseri umani è correzione di ciò che dispiace, e la correzione proviene dal pentimento, così il mutamento che Dio compie nelle sue opere è significato con questo termine “pentimento”. Benché tuttavia il suo consiglio non sia rovesciato, né la sua volontà rivolta, né il suo affetto mutato; ma ciò che egli aveva dall’eternità previsto, approvato e decretato, egli lo persegue costantemente senza variare, benché agli occhi degli esseri umani appaia una diversità improvvisa.


1:17:14 – Minacce con condizione implicita: Dio non abroga i decreti, ma conduce al ravvedimento

Perciò, quando la Scrittura racconta che la calamità che Giona aveva annunciato ai Niniviti fu loro rimessa e che la vita fu prolungata a Ezechia (Giona 3:10; Isaia 38:5) dopo che egli aveva ricevuto il messaggio di morte, essa non mostra affatto che Dio abbia abrogato i suoi decreti. Coloro che lo pensano si ingannano sulle minacce, le quali, benché siano poste in forma semplice, contengono tuttavia una condizione tacita, come si può intendere dal fine a cui tendevano.

Infatti, perché Dio mandava Giona ai Niniviti per predire la rovina della loro città? Perché annunciava la morte a Ezechia per mezzo di Isaia? Egli poteva ben distruggerli senza inviare loro alcun messaggio. Dunque egli mirava a un altro fine, che non quello di far loro prevedere da lontano la rovina imminente: egli non voleva che perissero, ma piuttosto che si emendassero, affinché non perissero. Perciò il fatto che Giona profetizzasse che la città di Ninive doveva essere distrutta dopo quaranta giorni, avveniva affinché essa non lo fosse. E il fatto che la speranza di vivere più a lungo fosse tolta a Ezechia era affinché egli ottenesse una vita più lunga.

Chi non vede ora che Dio, con tali minacce, volle muovere a ravvedimento coloro che minacciava, affinché evitassero il giudizio che avevano meritato per i loro peccati? Se questo è vero, l’ordine naturale ci conduce a supporre una condizione tacita, sebbene essa non sia espressa in quelle minacce.

Questo lo possiamo anche confermare con esempi simili. Il Signore, rimproverando il re Abimelec perché aveva preso la moglie di Abramo, usa queste parole: “Ecco, tu morirai per la donna che hai preso, poiché è sposata” (Genesi 20:3). Dopo che Abimelec si è giustificato, egli gli risponde così: “Restituisci la donna a suo marito, ed egli pregherà per te affinché tu viva; altrimenti, sappi che morirai certamente, tu e tutto ciò che possiedi”. Non vediamo come nella prima sentenza egli usi maggiore veemenza per spaventare il suo cuore, per indurlo meglio a fare il suo dovere, e poi spieghi chiaramente la sua intenzione?

Poiché gli altri passi hanno lo stesso senso, non se ne può inferire che Dio abbia derogato al suo primo consiglio annullando ciò che aveva prima pubblicato. Anzi, al contrario, egli dà corso al suo consiglio e alla sua ordinanza eterna quando induce al ravvedimento coloro ai quali vuole perdonare, annunciando loro le pene che sarebbero venute su di loro se avessero perseverato nei loro vizi; così lungi dall’essere che egli muti volontà, anzi neppure parola, se non che non espone sillaba per sillaba la sua intenzione, la quale tuttavia è facile da intendere.

Bisogna dunque che questa sentenza di Isaia rimanga ferma: “Il Signore degli eserciti ha decretato così: chi lo potrà annullare? La sua mano è alzata: chi la potrà distogliere?” (Isaia 14:27).


Riassunto del Capitolo 1:17