Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 2
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro I – Capitolo II
Che cosa significa conoscere Dio e a quale fine tende questa conoscenza
1.2.1 – La conoscenza di Dio come Creatore, fonte di ogni bene, e fondamento della vera pietà
Intendo dunque che noi conosciamo Dio non quando semplicemente sentiamo dire che esiste un qualche Dio, ma quando comprendiamo ciò che è necessario comprendere di Lui, ciò che è utile alla sua gloria, in breve ciò che è conveniente. Poiché, a parlare propriamente, non diremo che Dio sia conosciuto là dove non vi è alcuna religione né pietà. Non tocco ancora qui la conoscenza speciale, per la quale le persone, perdute e maledette in sé stesse, sono ricondotte a Dio per riconoscerlo come loro Redentore nel nome di Gesù Cristo; parlo soltanto di quella conoscenza pura e santa alla quale l’ordine naturale ci avrebbe condotti, se Adamo fosse rimasto nella sua integrità.
Infatti, sebbene in questa rovina e desolazione del genere umano nessuno senta mai Dio come Padre, o persino come Salvatore benevolo, finché Cristo non interviene come mediatore per riconciliarlo con noi, tuttavia è cosa diversa essere istruiti sul fatto che Dio, in quanto nostro Creatore, non solo ci sostiene con la sua potenza, ci governa con la sua provvidenza, ci mantiene e nutre con la sua bontà, e continua a riversare su di noi ogni sorta di benedizioni; ed è cosa ben diversa, al contrario, ricevere e abbracciare la grazia della riconciliazione così come ci è proposta in Cristo.
Perciò, in quanto Dio è dapprima conosciuto semplicemente come Creatore, sia attraverso questa bella opera del mondo sia nella dottrina generale della Scrittura, e poi appare come Redentore nel volto e nella persona di Gesù Cristo, da ciò nasce e deriva una duplice conoscenza. Per ora ci basterà trattare della prima; la seconda seguirà a suo tempo.
Ora, sebbene il nostro spirito non possa comprendere Dio senza attribuirgli qualche servizio, tuttavia non è sufficiente sapere in modo confuso che vi è un qualche Dio che merita di essere adorato solo, se non siamo anche persuasi e risoluti che il Dio che adoriamo è la fonte di ogni bene, affinché non cerchiamo nulla fuori di Lui.
Questa è la mia intenzione: non solo che, avendo una volta creato questo mondo, Egli lo sostenga con la sua potenza infinita, lo governi con la sua sapienza, lo custodisca e lo conservi con la sua bontà, e soprattutto abbia cura di reggere il genere umano con giustizia e rettitudine, di sostenerlo con la sua misericordia e di tenerlo sotto la sua protezione; ma anche che dobbiamo credere che non si troverà altrove, se non in Lui, una sola goccia di sapienza, di luce o di giustizia, di virtù, di rettitudine o di verità.
Così, come tutte queste cose procedono da Lui ed Egli ne è l’unica causa, impariamo anche ad attenderle tutte da Lui e a cercarle in Lui; e, di conseguenza, impariamo a riferire tutto a Lui e a riceverlo come proveniente da Lui con rendimento di grazie. Infatti, questo sentimento delle virtù di Dio è l’unico buon maestro, adatto a insegnarci la pietà, dalla quale procede la religione.
Chiamo pietà una riverenza e un amore di Dio congiunti insieme, ai quali siamo attratti riconoscendo i benefici che Egli ci fa. Poiché, finché le persone non avranno ben impresso nel cuore che devono tutto a Dio, che sono teneramente nutrite sotto la sua cura paterna, in breve che lo riconoscono come autore di ogni bene, al punto da non desiderare nulla al di fuori di Lui, non si sottometteranno mai a Lui con una devozione libera e sincera; anzi, se non pongono in Lui tutta la loro felicità, non si consacreranno mai a Lui in verità e con integrità.
1.2.2 – La conoscenza vera di Dio genera timore, fiducia, obbedienza e culto sincero
Perciò coloro che si applicano a risolvere questa questione, vale a dire che cosa sia Dio, non fanno altro che perdersi in speculazioni frivole, poiché è assai più utile sapere quale Egli sia e ciò che conviene alla sua natura. Quale profitto vi sarà, infatti, nel confessare con gli epicurei che esiste un qualche Dio, il quale, avendo deposto ogni cura del governo del mondo, si compiaccia nell’ozio? E inoltre, a che servirà conoscere un Dio con il quale non abbiamo nulla a che fare?
Al contrario, la conoscenza che abbiamo di Lui deve innanzitutto istruirci a temerlo e riverirlo; poi deve insegnarci e guidarci a cercare da Lui ogni bene e a rendergli la lode. E in effetti, come può Dio venirci alla mente senza che, nello stesso tempo, pensiamo che, poiché siamo sua opera, per diritto naturale e per creazione siamo soggetti al suo dominio, che la nostra vita gli è dovuta e che tutto ciò che intraprendiamo e facciamo deve essere riferito a Lui?
Essendo così, ne consegue certamente che la nostra vita è miseramente corrotta se non la ordiniamo al suo servizio, poiché è ben giusto che la sua sola volontà ci serva da legge. D’altra parte, è impossibile percepire chiaramente chi sia Dio senza riconoscerlo come fonte e origine di ogni bene; perciò le persone sarebbero spinte ad aderire a Lui e a riporre in Lui la loro fiducia, se la loro stessa malizia non le distogliesse dal ricercare ciò che è buono e giusto.
Infatti, anzitutto, l’anima ben regolata non si fabbrica un Dio a suo piacimento, ma guarda a Colui che è il vero e unico Dio. Poi, non immagina di Lui ciò che le sembra opportuno, ma si accontenta di averlo così come Egli stesso si manifesta, e si guarda con grande cura dal deviare, per folle audacia e temerarietà, al di fuori di ciò che Egli ha dichiarato.
Avendo così conosciuto Dio, poiché sa che Egli governa ogni cosa, l’anima confida di essere sotto la sua custodia e protezione, e si affida interamente a Lui; poiché lo riconosce come autore di ogni bene, non appena si sente oppressa da afflizione o da necessità, ricorre a Lui, attendendo di esserne soccorsa; poiché lo ritiene senza dubbio umano e misericordioso, riposa in Lui con sicura fiducia e non dubita che in tutte le sue avversità troverà sempre pronto il rimedio nella sua bontà e clemenza.
Poiché lo considera come Signore e Padre, conclude anche che è cosa giusta attribuirgli la superiorità che gli appartiene, onorando la sua maestà, procurando che la sua gloria sia promossa e obbedendo ai suoi comandamenti. Poiché lo riconosce come giusto Giudice, armato di giusto rigore per punire le malefatte e i peccati, tiene sempre davanti agli occhi il suo tribunale e si mantiene come trattenuta dal timore di offenderlo; tuttavia non è spaventata da una paura tale del suo giudizio da voler fuggire o nascondersi da Lui, anche se trovasse qualche via di scampo.
Al contrario, lo accetta e lo riceve come giudice degli empi e come benefattore dei fedeli, poiché riconosce che è ugualmente conveniente, in quanto Egli è Dio, rendere ai malvagi la ricompensa che hanno meritato e donare ai giusti la vita eterna. Inoltre, non si astiene dal fare il male soltanto per timore della punizione; ma, poiché ama e riverisce Dio come Padre e lo onora con umiltà come Maestro e Superiore, anche se non vi fosse alcun inferno, avrebbe orrore di offenderlo.
Ecco che cosa è la vera e pura religione: cioè la fede congiunta a un timore vivo di Dio, in modo che il timore comprenda in sé una riverenza volontaria e porti con sé un servizio quale conviene, e quale Dio stesso ordina nella sua Legge. Ed è tanto più necessario notare questo, in quanto tutti indistintamente rendono onore a Dio, ma ben pochi lo riveriscono davvero: poiché tutti mostrano una bella apparenza, ma ben pochi vi si dedicano di cuore.
Riassunto del Capitolo 2