Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 3
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro I – Capitolo III
Che la conoscenza di Dio è naturalmente radicata nello spirito delle persone
1.3.1 – Il “senso della divinità” impresso da Dio nel cuore umano e attestato universalmente
Noi poniamo fuori di dubbio che le persone abbiano in sé un sentimento della divinità, anzi un impulso naturale. Infatti, affinché nessuno potesse rifugiarsi sotto il pretesto dell’ignoranza, Dio ha impresso in tutte le persone una conoscenza di sé stesso, della quale rinnova continuamente la memoria, quasi distillandola goccia a goccia, affinché, sapendo dal primo all’ultimo che vi è un Dio e che Egli ci ha formati, siamo condannati dalla nostra stessa testimonianza, per non averlo onorato e per non aver dedicato la nostra vita a obbedirgli.
Se si cerca un’ignoranza tale da non sapere che cosa sia Dio, è verosimile che non se ne troverà esempio più adatto che fra popoli ottusi e che sanno a malapena che cosa sia l’umanità. Eppure, come dice Cicerone, uomo pagano: «Non si trova nazione così barbara, né popolo tanto brutale e selvaggio, che non abbia questa persuasione radicata, che vi sia un Dio». E coloro che per il resto sembrano non differire in nulla dalle bestie brute, nondimeno conservano sempre qualche seme di religione.
In ciò si vede come questa percezione possieda i cuori delle persone fino al profondo e sia radicata nelle loro viscere. Poiché, fin dall’inizio del mondo, non vi è stato né paese, né città, né casa che abbia potuto fare a meno della religione, da questo si vede che tutto il genere umano ha confessato che vi era un certo sentimento della divinità inciso nei loro cuori.
Anzi, l’idolatria ne rende una testimonianza evidente. Sappiamo infatti quanto sia difficile per le persone umiliarsi fino a dare una superiorità sopra di sé alle creature. Perciò, quando preferiscono adorare un pezzo di legno o una pietra piuttosto che essere ritenute senza Dio, si vede che questa impressione ha una forza e una vigoria straordinarie, poiché non può essere cancellata dall’intelletto umano. Così è più facile spezzare ogni affetto naturale che privarsi del tutto della religione.
Di fatto, ogni orgoglio naturale viene abbattuto quando le persone, per rendere onore a Dio, si abbassano fino a tale disonore, dimenticando quel gonfiarsi d’orgoglio al quale sono inclinate.
1.3.2 – La religione non è un’invenzione politica: anche i negatori di Dio ne portano il terrore nella coscienza
Perciò, ciò che alcuni affermano, cioè che la religione sia stata inventata con l’astuzia e la finezza di certe persone sottili, affinché in tal modo imponessero una qualche briglia al semplice popolo, è del tutto frivolo. Essi sostengono che tali persone, che comandavano di servire Dio con zelo, non avevano alcuna divinità in considerazione.
Ora, io confesso bene che molte persone astute e ingegnose hanno forgiato molte corruzioni per attirare il semplice popolo a una devozione folle e per spaventarlo, rendendolo così più docile; ma resta il fatto che non sarebbero mai riuscite nel loro intento, se l’intelletto umano non fosse già stato disposto, anzi fermamente persuaso, che vi fosse un Dio da adorare: e questa era una semenza che inclinava naturalmente alla religione.
Anzi, non è verosimile che coloro che hanno voluto abusare dei semplici ignoranti sotto questo pretesto fossero del tutto privi della conoscenza di Dio. Infatti, sebbene anticamente alcuni si siano innalzati a tal punto, e ancora oggi molti osino negare che vi sia alcun Dio, tuttavia, malgrado loro, è necessario che sentano ciò che desiderano ignorare.
Non si trova nelle storie nessuno che si sia lasciato andare a eccessi più sfrenati, con maggiore audacia e furia, di Caligola, imperatore di Roma; tuttavia non vediamo nessuno che sia stato più spaventato e tormentato da angosce più grandi di lui, quando qualche segno dell’ira di Dio si manifestava. Così, benché deliberatamente si sforzasse di disprezzare Dio, era costretto, suo malgrado, a temerlo.
Lo stesso avverrà a tutti questi disprezzatori: quanto più ciascuno di essi è ardito nel deridere Dio, tanto più tremerà prima di tutti gli altri, anche solo udendo cadere una foglia da un albero. Da dove proviene questo, se non dal fatto che la maestà di Dio si vendica spaventando le loro coscienze, tanto più fortemente quanto più essi credono di poterne fuggire?
Essi cercano ogni sorta di sotterfugi per nascondersi dalla presenza di Dio e persino per cancellarlo dal loro cuore; ma, volenti o nolenti, si trovano avvolti in una rete dalla quale non possono uscire. E sebbene per breve tempo sembri che tutto svanisca, tuttavia di momento in momento sono ricondotti a fare i conti, poiché la maestà di Dio, facendosi sentire, suscita in loro nuovi allarmi. Così, se talvolta ottengono un po’ di tregua dalle loro angosce, è simile al sonno degli ubriachi o dei frenetici, i quali, anche dormendo, non riposano mai in pace, perché sono continuamente tormentati da sogni orribili e spaventosi.
Perciò i più malvagi devono servirci da esempio del fatto che Dio si fa conoscere a tutte le persone e che tale impressione ha una forza che non può essere abolita.
1.3.3 – La persistenza universale del senso di Dio e la finalità ultima della vita umana
In ogni caso, questo è un punto risolto per tutti coloro che giudicano rettamente: che lo spirito umano ha un sentimento della divinità inciso così profondamente da non potersi cancellare. Anzi, che questa persuasione sia naturalmente radicata in tutte le persone, cioè che vi sia un Dio, ed è come attaccata al midollo delle ossa, lo testimoniano la fierezza e la ribellione degli empi, i quali, combattendo furiosamente per liberarsi dal timore di Dio, non vi riescono mai.
Un certo Diagora anticamente, e alcuni altri simili a lui, vollero scherzare deridendo tutte le religioni del mondo; Dionisio, tiranno di Sicilia, saccheggiando i templi, si beffò come se Dio non vedesse nulla. Ma queste risa non scendono mai in profondità, perché vi è sempre un verme interiore che rode la coscienza, anzi più aspramente di qualsiasi cauterio.
Non dirò, come Cicerone, che tutti gli errori svaniscono con il tempo, ma dirò che la religione cresce e si rafforza di giorno in giorno; poiché, al contrario, vedremo presto che il mondo, per quanto dipende da lui, si sforza di respingere ben lontano ogni conoscenza di Dio e di corrompere in ogni modo il suo culto. Dico soltanto questo: che, sebbene la durezza e l’ottusità che gli empi accumulano quanto più possono per disprezzare Dio marciscano e imputridiscano nel loro cuore, tuttavia il sentimento della maestà di Dio, che cercano di spegnere per quanto sta in loro, riaffiora sempre.
Da ciò concludo che questa non è una dottrina che si comincia ad apprendere soltanto a scuola, ma una dottrina della quale ciascuno è maestro e dottore per sé stesso fin dal grembo materno, e che la natura stessa non permette di dimenticare, sebbene molti vi applichino ogni loro sforzo. Ora, se tutte le persone nascono e vivono in questa condizione di conoscere Dio, e se la conoscenza di Dio, qualora non giunga fino al punto che ho indicato, è vana e si dissolve, appare evidente che tutti coloro che non indirizzano tutti i loro pensieri e le loro opere a questo fine si smarriscono e deviano dallo scopo per il quale sono stati creati.
Questo non è stato ignorato nemmeno dai filosofi pagani: poiché è ciò che intendeva Platone quando affermava che il sommo bene dell’anima è diventare simile a Dio, quando, dopo averlo conosciuto, essa è interamente trasformata in Lui. Così, un certo personaggio introdotto da Plutarco argomenta molto bene, mostrando che, se si toglie la religione dalla vita delle persone, esse non solo non avranno nulla per essere preferite alle bestie brute, ma saranno molto più miserabili, poiché, essendo soggette a tante specie di miserie, condurranno una vita piena di turbamento e inquietudine, tra rimpianto e angoscia.
Da ciò egli conclude che solo la religione ci rende più eccellenti delle bestie brute, poiché è mediante essa che tendiamo all’immortalità.
Riassunto del capitolo 1:3