Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 4
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro I – Capitolo IV
Che questa conoscenza è o soffocata o corrotta, in parte dalla stoltezza delle persone, in parte dalla loro malizia
1.4.1 – La semenza della religione soffocata dalla superstizione e dall’orgoglio umano
Ora, come l’esperienza mostra che vi è in tutte le persone una semenza di religione piantata per segreta ispirazione di Dio, così, d’altra parte, difficilmente se ne troverà una su cento che la nutra nel proprio cuore per farla germogliare bene; ma non se ne troverà neppure una sola nella quale essa giunga a maturità, tanto meno che ne produca il frutto a suo tempo. Infatti, o gli uni svaniscono nelle loro folli superstizioni, o gli altri, maliziosamente e con deliberato proposito, si allontanano da Dio; ma il fatto resta che tutti si smarriscono dalla vera conoscenza di Lui, onde avviene che nel mondo non rimane alcuna pietà ben regolata.
Ciò che ho detto, cioè che alcuni deviano e cadono nelle superstizioni per errore, non deve essere inteso come se la loro semplicità li giustificasse dalla colpa, poiché l’accecamento di cui sono presi è quasi sempre accompagnato da presunzione orgogliosa e da temeraria arroganza. La vanità, anzi unita all’orgoglio, risulta evidente dal fatto che nessuno, nel cercare Dio, si eleva al di sopra di sé stesso come sarebbe necessario; ma tutti vogliono misurarlo secondo la capacità del loro senso carnale, che è del tutto ottuso.
Inoltre, disprezzando di ricercare seriamente per giungere a qualche fermezza, non fanno altro che svolazzare per curiosità in speculazioni inutili. Perciò non colgono Dio così come Egli si offre, ma lo immaginano quale l’hanno forgiato con la loro temerarietà. Aperto così questo abisso, da qualunque parte mettano il piede, è necessario che precipitino nella rovina; e tutto ciò che poi intraprendono per onorarlo e servirlo non sarà mai messo in conto, poiché non è Lui che onorano, ma, al suo posto, i loro sogni e le loro fantasticherie.
Questa perversità è apertamente condannata da san Paolo, quando dice che le persone, pretendendo di essere sapienti, sono diventate stolte (Romani 1:22). Poco prima aveva detto che si sono smarrite nei loro ragionamenti; ma, affinché nessuno le scusasse dalla colpa, aggiunge che sono state giustamente accecate, poiché, non accontentandosi di sobrietà e modestia, si sono arrogate più di quanto fosse loro lecito, e così, consapevolmente e volontariamente, si sono immerse nelle tenebre; anzi, con la loro perversità e arroganza, si sono rese stolte.
Ne consegue che la loro follia non è affatto scusabile, poiché deriva non solo da una vana curiosità, ma anche da un desiderio sfrenato di sapere più di quanto la loro misura consenta, unito a una falsa presunzione di cui sono colme.
1.4.2 – La negazione pratica di Dio come giudice e governatore del mondo
Quanto a ciò che Davide dice, che i malvagi e gli stolti pensano nel loro cuore che non vi è Dio (Salmi 14:1; 53:1), anzitutto questo va applicato a coloro che, avendo soffocato la luce naturale, si abbrutiscono deliberatamente, come vedremo ancora tra poco. In effetti, se ne trovano molti che, essendosi induriti nel peccare per audacia e abitudine, respingono con rabbia ogni memoria di Dio, la quale tuttavia è loro riproposta dal senso naturale e non cessa di sollecitarli interiormente.
Ora, per rendere la loro furia tanto più detestabile, il salmista dice che essi negano Dio in senso proprio: non per privarlo della sua essenza, ma perché, spogliandolo dell’ufficio di giudice e governatore, lo rinchiudono nel cielo come un ozioso. Poiché nulla è meno conveniente a Dio che abbandonare il governo del mondo, lasciando che tutto vada a caso, chiudendo un occhio per lasciare impuniti tutti i peccati e dando occasione ai malvagi di scatenarsi, risulta evidente che tutti coloro che si assolvono e si blandiscono da soli, respingendo ogni pensiero di rendere conto, e vivono nell’indifferenza, negano che vi sia un Dio.
Ed è una giusta vendetta del cielo che i cuori dei malvagi siano così ingrassati, affinché, avendo chiuso gli occhi, pur vedendo non vedano nulla. Davide stesso è ottimo interprete del suo pensiero quando dice che il timore di Dio non è davanti agli occhi dei malvagi (Salmo 36:2; Salmo 10:11); e ancora, che essi si applaudono nei loro misfatti, poiché si persuadono che Dio non vi presti attenzione.
Benché dunque siano costretti a riconoscere un qualche Dio, tuttavia annientano la sua gloria togliendogli la sua potenza. Poiché, come Dio non può rinnegare sé stesso (2 Timoteo 2:13), rimanendo sempre uguale a sé, così questi miserabili, forgiandosi un idolo morto e privo di efficacia, sono giustamente accusati di rinnegare Dio.
È inoltre da notare che, sebbene combattano contro il loro stesso senso e desiderino non solo scacciare Dio dal loro cuore, ma perfino abolirlo dal cielo, tuttavia la stupidità nella quale si immergono non giunge mai a tal punto che Dio non li richiami talvolta con forza davanti al suo tribunale. Tuttavia, poiché non sono trattenuti da alcun timore e si scagliano con tutta impetuosità contro Dio, mentre sono trascinati da una violenza così cieca, è certo che essi hanno dimenticato Dio e che una tale brutalità regna in loro.
1.4.3 – La superstizione come falsa religione contraria alla verità di Dio
In questo modo viene abbattuta la difesa frivola che molti pretendono di usare per coprire le loro superstizioni. Infatti, quando si dedicano a servire Dio, essi ritengono che qualunque affezione, per quanto disordinata, sia sufficiente; ma non considerano che la vera religione deve essere del tutto conforme alla volontà di Dio, come a una regola che non si piega. Dio, invece, rimane sempre uguale a sé stesso e non è un fantasma che si trasformi secondo il capriccio di ciascuno.
E in effetti si può vedere chiaramente con quante follie la superstizione si avvolga, quasi per gioco, quando pretende di rendere culto a Dio. Infatti, mentre osserva scrupolosamente cose che Dio dichiara di non gradire, rigetta apertamente o disprezza quelle che Egli raccomanda come preziose.
Perciò tutti coloro che stabiliscono culti a Dio secondo il proprio arbitrio non adorano altro che le loro fantasticherie; poiché non oserebbero offrire a Dio simili misere cianfrusaglie, se prima non lo avessero già modellato a loro immagine per approvare le loro invenzioni. Per questo san Paolo dichiara che una tale concezione errante e vagabonda di Dio è ignoranza di Dio: «Quando non conoscevate Dio, servivate quelli che per natura non sono dèi» (Galati 4:8). E in un altro passo afferma che gli Efesini erano senza Dio, quando erano separati da Colui che solo è Dio in verità (Efesini 2:12).
Non vi è qui grande differenza, almeno sotto questo aspetto, tra il concepire un dio o più dèi: poiché in ogni caso ci si allontana sempre dal vero Dio, e una volta che Lo si è abbandonato, non resta altro che un idolo esecrabile. Perciò dobbiamo concludere con Lattanzio che non vi è alcuna religione se non è congiunta con la verità.
1.4.4 – La religione servile e ipocrita opposta alla vera pietà ispirata da Dio
Vi è poi un secondo male: che le persone non si curano affatto di Dio se non vi sono costrette, e non vogliono avvicinarsi a Lui se non trascinate controvoglia; e anche allora non sono indotte a un timore volontario, che procede dalla riverenza della sua maestà, ma solo a un timore servile e forzato, che il suo giudizio strappa loro. Poiché non possono sfuggirlo, lo detestano, pur avendone orrore.
Ciò che un poeta pagano ha detto si addice veramente solo all’empietà, cioè che la paura ha creato per prima gli dèi. Coloro che vorrebbero sfrenarsi nel disprezzo di Dio desidererebbero nello stesso tempo che il suo tribunale, che sanno essere predisposto per punire le trasgressioni, fosse abbattuto. Mossi da questa disposizione, combattono contro Dio, che non può esistere senza il suo giudizio; ma poiché non possono evitare di essere schiacciati dalla sua potenza e sentono bene di non poterla respingere, ecco come sono vinti dalla paura.
Perciò, affinché non sembri che in tutto e per tutto disprezzino Colui dalla cui maestà sono presi, si sbrigano in qualche modo a mantenere un’apparenza di religione; tuttavia non cessano di contaminarsi in ogni sorta di vizi e di accumulare enormità su enormità, finché non abbiano completamente violato la legge di Dio e dissipato ogni sua giustizia. Oppure non sono così trattenuti da questa finta paura da non abbandonarsi tranquillamente ai loro peccati, lusingandosi e compiacendosi in essi, preferendo sciogliere le briglie all’intemperanza della loro carne piuttosto che frenarle e reprimerle per obbedire allo Spirito Santo.
Poiché tutto ciò non è che un’ombra fittizia di religione, che a stento merita il nome di ombra, è facile riconoscere quanto la vera pietà, che Dio solo ispira nei cuori dei suoi fedeli, sia diversa da una conoscenza così magra e confusa. Da ciò appare anche che la religione è propria dei figli di Dio; tuttavia gli ipocriti, con i loro giri obliqui, cercano di far credere di essere vicini a Dio, mentre in realtà Lo fuggono.
Infatti, laddove dovrebbe esservi un corso uniforme di obbedienza in tutta la vita, essi non hanno alcuno scrupolo a offenderlo in questo o in quello, accontentandosi di placarlo con qualche sacrificio; laddove Lo si dovrebbe servire in santità e integrità di cuore, essi inventano misere cianfrusaglie e cerimonie prive di valore per acquistare grazia presso di Lui. Peggio ancora, si concedono tanto più licenza di sprofondare nelle loro impurità, quanto più confidano di cancellare i loro peccati con bagatelle che chiamano soddisfazioni; invece di riporre tutta la nostra fiducia in Dio solo, Lo respingono lontano e si attardano in sé stessi o nelle creature.
Infine, si avviluppano in un tale ammasso di errori che l’oscurità della loro malizia soffoca e infine spegne le scintille che brillavano per far loro intravedere la gloria di Dio. Tuttavia quella semenza rimane, e non può essere del tutto sradicata: cioè che vi è una qualche divinità. Ma la semenza, che era buona nella sua origine, è talmente corrotta che non produce altro che frutti cattivi.
Anzi, ciò che ora sostengo può essere meglio chiarito e confermato: che naturalmente vi è una certa apprensione della divinità impressa nei cuori delle persone, poiché la necessità costringe anche i più malvagi a confessarlo. Quando hanno il vento in poppa, scherzano deridendo Dio e si gloriano persino di schernirlo e di usare parole insolenti per abbassarne la potenza; ma se qualche disperazione li incalza, essa li spinge a cercare in Lui soccorso e suggerisce loro preghiere spezzate, dalle quali risulta evidente che non hanno mai potuto ignorare Dio del tutto, ma che ciò che avrebbe dovuto manifestarsi prima è stato tenuto represso dalla loro malizia e ribellione.
Riassunto del capitolo 1:4