Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 5
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro I – Capitolo V
Che la potenza di Dio risplende nella creazione del mondo e nel suo governo continuo
1.5.1 – Dio si rende visibile nelle sue opere: il mondo come “vestimento” della sua gloria e specchio dell’invisibile
Ora, poiché la somma felicità e il fine della nostra vita consistono nella conoscenza di Dio, affinché nessuno ne fosse escluso, Egli non solo ha inciso quella semenza di religione di cui abbiamo parlato nello spirito delle persone, ma si è anche manifestato loro in modo tale, in questo edificio così bello e perfetto del cielo e della terra, e vi si mostra e presenta ogni giorno, che esse non potrebbero aprire gli occhi senza essere costrette a scorgerlo. La sua essenza è incomprensibile, cosicché la sua maestà è nascosta ben lontano da tutti i nostri sensi; ma Egli ha impresso in tutte le sue opere certi segni della sua gloria, così chiari e notevoli, che ogni scusa di ignoranza è tolta anche ai più rozzi e ottusi del mondo.
Perciò il profeta grida a buon diritto che Egli è «vestito di luce come di un manto» (Salmo 104:2): come se dicesse che, creando il mondo, Egli si è quasi adornato ed è avanzato davanti a noi con ornamenti che lo rendono ammirabile, da qualunque parte volgiamo lo sguardo. E nello stesso passo egli paragona l’estensione dei cieli a un padiglione regale, dicendo che Dio li ha lambrizzati d’acque, che le nuvole sono i suoi carri, che Egli cavalca sulle ali dei venti, e che tanto i venti quanto i fulmini sono i suoi messaggeri. E poiché la gloria della sua potenza e della sua sapienza risplende più pienamente in alto, spesso il cielo è chiamato il suo palazzo.
E in primo luogo, da qualunque parte gettiamo lo sguardo, non vi è porzione così piccola nella quale non appaia almeno qualche scintilla della sua gloria; ma soprattutto non possiamo contemplare anche solo con un colpo d’occhio questo edificio così artificioso del mondo senza restare quasi confusi da una luce infinita. Perciò, a buon diritto, l’autore dell’Epistola agli Ebrei chiama il mondo una dimostrazione o spettacolo delle cose invisibili (Ebrei 11:3), poiché l’ordine e la disposizione così ben concertati di questo edificio ci servono da specchio per contemplare Dio, che altrimenti è invisibile.
Per questa ragione il profeta introduce le creature celesti come parlanti e attribuisce loro un linguaggio conosciuto da tutte le nazioni (Salmo 19:1), poiché esse recano una testimonianza così evidente per magnificare Dio che perfino le nazioni più grossolane ne ricevono istruzione. E san Paolo, spiegando la cosa in modo più familiare, dice che ciò che era opportuno conoscere di Dio è stato manifestato alle persone (Romani 1:19), poiché tutte, dalla prima all’ultima, contemplano ciò che in Lui è invisibile, fino alla sua eterna potenza e divinità, intendendolo per mezzo della creazione del mondo.
1.5.2 – Le testimonianze di Dio nella natura: anche i semplici vedono l’ordine del cielo e l’arte delle opere divine
Vi sono insegnamenti infiniti, tanto nel cielo quanto sulla terra, per renderci testimonianza della sua potenza mirabile; e non intendo soltanto quei segreti della natura che richiedono studio speciale e conoscenza di astronomia, di medicina e di tutta la fisica, ma intendo quelli che sono così evidenti che anche i più rozzi e ignoranti li comprendono abbastanza: tanto che non possono aprire gli occhi senza esserne testimoni.
Io confesso bene che coloro che sono istruiti ed esperti nelle scienze, o che ne hanno almeno assaporato qualcosa, ricevono da ciò un aiuto e un vantaggio per comprendere più da vicino i segreti di Dio; tuttavia coloro che non sono mai stati a scuola non sono impediti dal vedere nelle opere di Dio un tale artificio da essere rapiti nell’ammirazione della sua maestà. È vero che, per indagare i movimenti degli astri, assegnare loro le sedi, misurare le distanze, notarne le proprietà, occorre un’arte e un’industria più raffinata di quella che si trova nel popolo comune, se si vuole intendere minutamente la provvidenza di Dio. Ma poiché i più comuni e i più rozzi, che non hanno altro aiuto se non la vista, non possono tuttavia ignorare l’eccellenza di quest’opera tanto nobile di Dio, la quale si mostra volenti o nolenti nella varietà delle stelle così ben ordinate e distinte, e tuttavia così grande e quasi innumerevole, bisogna concludere che non vi è persona sulla terra alla quale Dio non dichiari la sua sapienza quanto basta.
Confesso anche che non è dato a tutte le persone, ma a uno spirito meravigliosamente acuto e sottile, saper dedurre così bene l’ordine, le connessioni, la proporzione, la bellezza e l’uso del corpo umano con le sue membra, con tanta destrezza e con un sapere così alto e profondo come fa Galeno; tuttavia, per confessione comune, il corpo umano, al primo colpo d’occhio, mostra un’opera così singolare che l’autore merita davvero di essere in ammirazione.
1.5.3 – L’essere umano come “piccolo mondo”: Dio è vicino, e la vita umana è chiamata a rispondergli con amore filiale
Per questa ragione alcuni dei filosofi antichi hanno a buon diritto chiamato l’essere umano un piccolo mondo, poiché è un capolavoro nel quale si contempla la potenza, la bontà e la sapienza di Dio, e che contiene in sé miracoli sufficienti a trattenere i nostri spiriti, purché non disdegniamo di prestarvi attenzione.
Per la stessa ragione san Paolo, dopo aver mostrato che Dio può essere come tastato anche dagli “inermi” (per così dire) che lo cercano a tentoni, aggiunge subito che non bisogna cercarlo lontano, poiché ciascuno sente dentro di sé quella grazia celeste per la quale siamo tutti vivificati (Atti 17:27). Ora, se per comprendere che cosa sia Dio non ci occorre uscire fuori di noi stessi, quale perdono o scusa merita la noncuranza di coloro che, per trovare Dio, non si degnano di rientrare in sé stessi, dove Egli abita?
A questo proposito anche Davide, dopo aver celebrato in poche parole il nome di Dio e la sua maestà che risplendono dappertutto, subito esclama: «Che cos’è l’uomo, o Signore, perché tu ti ricordi di lui?» (Salmo 8:5). E ancora: «Tu hai stabilito forza dalla bocca dei bambini che poppano»; in ciò egli non solo propone uno specchio chiarissimo dell’opera di Dio nel governo comune del genere umano, ma specifica che i bambini attaccati al seno delle loro madri hanno lingue abbastanza eloquenti per predicare la gloria di Dio, tanto che non c’è bisogno di altri retori. E per questo egli non esita a far valere le loro bocche come in una battaglia, essendo esse abbastanza ben armate per respingere la rabbia di coloro che vorrebbero cancellare il nome di Dio con un orgoglio diabolico.
Da qui deriva anche che egli cita un poeta pagano: «Noi siamo stirpe di Dio» (Atti 17:28), poiché, ornandoci di una dignità così grande, Egli si è dichiarato Padre verso di noi. Donde viene che altri poeti, secondo ciò che il senso comune e l’esperienza dettavano loro, lo hanno chiamato Padre delle persone. E in verità nessuno si sottometterà volentieri e di buon grado a Dio per compiacerlo, se, gustando il suo amore paterno, non ne sia a sua volta attirato ad amarlo.
1.5.4 – L’ingratitudine umana: attribuire alla “natura” ciò che grida Dio, e usare i doni per negare il Donatore
E qui si scopre un’ingratitudine troppo vile: poiché le persone, avendo in sé come una bottega eccellente di tante belle opere di Dio, e un’altra bottega riccamente piena e fornita di un’innumerevole quantità di beni, invece di affrettarsi a lodare Dio, si gonfiano di tanto maggiore orgoglio e presunzione. Sentono come Dio operi meravigliosamente in loro, e l’esperienza mostra loro quale varietà di doni possiedano dalla sua liberalità; sono costrette, volenti o nolenti, a riconoscere che sono altrettanti segni della sua divinità, e tuttavia li tengono nascosti dentro di sé.
Non vi sarebbe bisogno che uscissero fuori, purché, attribuendo a sé ciò che è dato dal cielo, non seppellissero nella terra ciò che risplende chiaramente in loro per far vedere Dio. Peggio ancora: oggi la terra sostiene molti spiriti mostruosi, quasi fatti in dispetto della natura, i quali, senza vergogna, distolgono tutta la semenza di divinità sparsa nella natura umana e la trascinano a seppellire il nome di Dio.
Vi prego: quanto è detestabile questa follia, che la persona, la quale nel proprio corpo e nella propria anima mostra Dio cento volte, sotto il pretesto dell’eccellenza che le è data, prenda occasione per negare Dio? Costoro non diranno che sia per caso fortuito che siano distinti dalle bestie brute; ma, pretendendo un velo di “natura”, che essi fanno operaia e maestra di tutte le cose, mettono Dio da parte. Essi vedono un artificio così squisito in tutte le membra, dagli occhi e dal volto fino alla punta delle unghie; e anche qui sostituiscono la natura al posto di Dio.
Soprattutto, i movimenti così agili che si vedono nell’anima, le facoltà così nobili, le virtù così singolari dichiarano apertamente una divinità che non si lascia facilmente calpestare, se non quando gli epicurei prendano occasione di innalzarsi come giganti e uomini selvaggi, per muovere più arditamente guerra a Dio, come se fossero esenti da ogni soggezione. Come dunque? occorrerà che, per governare un verme di cinque piedi, la sapienza del cielo dispieghi i suoi tesori, e tutto il mondo sarà privo di un tale privilegio?
Dire con Aristotele, come essi fanno, che l’anima è dotata di organi o strumenti che corrispondono a ciascuna parte: lungi dall’oscurare la gloria di Dio, piuttosto la rende più chiara. Che gli epicurei mi rispondano: essi immaginano che tutto avvenga perché quelle piccole “fanfreluches” che volano nell’aria come minuta polvere si incontrano a caso; vi è forse un tale incontro fortuito che cuocia nello stomaco il cibo e la bevanda e li digerisca, parte in sangue e parte in superfluità? e inoltre che dia a ciascun membro tanta industria per compiere il suo ufficio, come se vi fossero tre o quattrocento anime per governare un solo corpo?
1.5.5 – Confutazione dei naturalismi: l’anima non è riducibile al corpo, e i “sistemi” pagani spengono il vero culto
Ma per ora lascio questi porci nelle loro stalle; e mi rivolgo a quegli spiriti volubili, i quali volentieri tirerebbero in modo obliquo quel detto di Aristotele, tanto per abolire l’immortalità delle anime quanto per togliere a Dio il suo diritto. Infatti, sotto pretesto che le virtù dell’anima siano strumentali per accordarsi con le parti esteriori, questi rozzi la attaccano al corpo come se essa non potesse sussistere senza di esso; e, magnificando la natura quanto più possono, cercano di spegnere il nome di Dio.
Ora, è ben lontano dal vero che le virtù dell’anima siano rinchiuse in ciò che serve al corpo. Vi prego: quale corrispondenza vi è tra i sensi corporei e quella apprensione così alta e nobile per cui sappiamo misurare il cielo, mettere le stelle in conto e in numero, determinare la grandezza di ciascuna, conoscere quale distanza vi sia dall’una all’altra, quanto ciascuna sia rapida o lenta nel suo corso, di quanti gradi declini qua o là? Io confesso che l’astrologia è utile a questa vita caduca e che, per tale via, qualche frutto e uso di questo studio dell’anima ritorna anche al corpo; voglio però mostrare soltanto che l’anima ha virtù proprie, che non sono legate a una misura tale da poter essere chiamate organiche o strumentali rispetto al corpo, come quando si aggiogano due buoi o due cavalli per trascinare un carro.
Ho addotto un esempio dal quale sarà facile ai lettori raccogliere il resto. Certo, una tale agilità, e così varia, come vediamo nell’anima nel percorrere cielo e terra, nel congiungere le cose passate con quelle future, nel serbare sempre memoria di ciò che ha udito molto tempo prima, e perfino nell’immaginare ciò che le piace, è un segno certo di divinità nell’essere umano. Lo stesso vale per la destrezza di inventare cose incredibili: infatti la si può chiamare madre delle meraviglie, poiché ha prodotto tutte le arti.
Inoltre, che cosa accade nel sonno, quando non solo l’anima si gira e si rigira qua e là, ma concepisce molte cose buone e utili, discorre con verosimiglianza di molte cose, e perfino giunge a indovinare ciò che deve avvenire? Che cosa è lecito dire, se non che i segni di immortalità che Dio ha impresso nell’essere umano non possono essere cancellati?
Ora, potrà mai la ragione sopportare che l’essere umano sia “divino” al punto da misconoscere il proprio Creatore? Che significa dire che noi, i quali non siamo che fango e lordura, essendo dotati di quel giudizio inciso in noi, discerniamo tra bene e male, e che non vi sia alcun giudice assiso in cielo? Ci resterà qualche residuo d’intelligenza perfino dormendo, e non vi sarà alcun Dio che vegli per governare il mondo? Saremo lodati e celebrati come inventori di tante cose preziose e desiderabili, e Dio, che ci ha ispirato tutto, sarà defraudato della sua lode? Poiché si vede chiaramente che ciò che possediamo ci è distribuito da altrove, a uno più, a un altro meno.
Quanto a coloro che vaneggiano dicendo che vi è un’ispirazione segreta che mantiene il mondo nel suo vigore, e non vanno oltre nel magnificare Dio, ciò non è soltanto una fantasia fredda e insipida, ma del tutto profana. Piace loro un detto di un poeta pagano, cioè che vi è uno spirito che nutre e fomenta il cielo e la terra, i campi, il globo della luna e tutte le stelle; e che questo spirito, essendo diffuso in tutte le parti, muove con il suo moto la massa e si mescola a tutto il grande corpo; e che da ciò provenga la vita delle persone, delle bestie, degli uccelli e dei pesci, e che in tutte le cose vi sia una proprietà di fuoco e un’origine celeste.
Sì, ma è per ricadere in un punto diabolico: cioè che il mondo, creato come spettacolo della gloria di Dio, sia esso stesso il proprio creatore. Infatti così Virgilio espone altrove le parole che ho citato, seguendo l’opinione comunemente ricevuta tra Greci e Latini: che le api hanno una qualche porzione di spirito divino e hanno attinto dal cielo una certa virtù; poiché Dio si diffonde per ogni tratto di terra e di mare come per il cielo. Di qui le bestie, domestiche e selvatiche, le persone e tutte le cose trarrebbero piccole porzioni di vita, poi le renderebbero e si risolverebbero nel loro principio; e così non vi sarebbe alcuna morte, ma tutto volerebbe al cielo con le stelle.
A che giova, per generare e nutrire una retta pietà nei nostri cuori, questa speculazione magra e insipida di uno “spirito universale” che mantiene il mondo nel suo stato? Il che appare ancora meglio da un altro vile poeta, chiamato Lucrezio, il quale abbaia come un cane per annientare ogni religione, deducendo come da ragioni filosofiche le sue bestemmie a partire da quel principio. In breve, tutto si riduce a forgiare una divinità ombrosa, per cacciare ben lontano il vero Dio, che deve essere da noi adorato e servito.
Io confesso in modo pienamente sano che Dio è natura, purché lo si dica con reverenza e con cuore puro; ma poiché è un modo di dire duro e improprio, dato che la “natura” è piuttosto un ordine stabilito da Dio, è cosa cattiva e perniciosa, in materie così grandi e nelle quali si deve procedere con ogni sobrietà, avvolgere la maestà di Dio nel corso inferiore delle sue opere.
1.5.6 – La potenza e bontà di Dio nella conservazione del mondo: da qui l’eternità e la misericordia
Ricordiamoci dunque, ogni volta che ciascuno consideri il proprio stato, che vi è un solo Dio che governa tutte le nature in modo tale che vuole che noi guardiamo a Lui, che la nostra fede si indirizzi a Lui, che Lo serviamo e Lo invochiamo; poiché non vi è nulla di più confuso e irragionevole che godere di grazie così preziose, che mostrano in noi qualche divinità, e disprezzare l’autore dal quale le riceviamo.
Quanto alla potenza di Dio, quante testimonianze essa ha che dovrebbero rapirci a considerarla! Non è cosa nascosta né oscura quale potenza sia richiesta per sostenere questa macchina e massa infinita del cielo e della terra; quale dominio sia, per dirlo in una parola, far tremare il cielo e scoppiare i tuoni, bruciare a suo piacimento con i fulmini, accendere l’aria di lampi, turbarla con diverse specie di tempeste, e renderla chiara e serena in un minuto; trattenere come sospesi nell’aria i grandi flutti del mare, cioè quella stessa massa che minaccia d’inghiottire tutta la terra quando Egli la scuote con l’impeto dei venti per sconvolgere ogni cosa; e poi, d’un tratto, abbattute tali agitazioni, renderla calma.
A questo si riferiscono le lodi della potenza di Dio tratte dagli insegnamenti della natura, soprattutto nei libri di Giobbe e di Isaia, che non svolgo ora, poiché troveranno più opportuno luogo in seguito, quando tratterò della creazione del mondo secondo la Scrittura. Ho voluto qui soltanto accennare che vi è una via comune ai pagani e ai membri della Chiesa per cercare Dio: cioè seguire le tracce che, in alto e in basso, ci sono come delineate nella sua immagine.
Ora, la sua potenza deve condurci a riconoscere la sua eternità, poiché è necessario che Colui dal quale tutte le cose traggono origine sia eterno e non abbia principio se non da sé stesso. Inoltre, se si cerca la causa che lo ha mosso a creare tutte le cose in principio e che lo induce a conservarle nel loro stato, non si troverà altro che la sua sola bontà: la quale, anche se tutto il resto che abbiamo detto non venisse in conto, dovrebbe essere sufficiente ad attirarci nel suo amore, poiché non vi è creatura, come dice il profeta, sulla quale la sua misericordia non si estenda (Salmo 145:9).
1.5.7 – La provvidenza nel governo umano: liberalità, giudizi e la prospettiva del giudizio finale
Nella seconda specie delle opere di Dio, cioè in tutto ciò che vediamo avvenire oltre il corso ordinario della natura, Egli ci offre argomenti della sua potenza altrettanto chiari ed evidenti quanto quelli di cui abbiamo parlato. Infatti, governando il genere umano, Egli ordina e modera la sua provvidenza in modo tale che, pur mostrandosi liberale oltre misura nei beni infiniti che elargisce a tutte le persone, non cessa tuttavia di far sentire, nei suoi giudizi, tanto la sua clemenza verso i buoni quanto la sua severità verso gli empi e i reprobi.
Le vendette che Egli esercita sui misfatti non sono oscure; come del resto Egli si mostra chiaramente protettore delle cause buone e giuste, facendo prosperare i buoni con le sue benedizioni, soccorrendoli nelle loro necessità, dando sollievo alle loro pene e tristezze, rialzandoli dalle loro calamità e provvedendo in tutto e per tutto alla loro salvezza.
Quanto al fatto che spesso permette che i malvagi gioiscano per un tempo e si rallegrino perché non subiscono alcun male, e al contrario che i buoni e innocenti siano afflitti, perfino calpestati e oppressi dall’audacia e dalla crudeltà dei malvagi, ciò non deve oscurare ai nostri occhi la regola perpetua della sua giustizia. Anzi, deve venirci incontro questa considerazione: che, quando Egli mostra una punizione manifesta su alcuni misfatti, è segno che li odia tutti; e quando ne lascia molti impuniti, è segno che vi sarà un giudizio finale, nel quale essi sono riservati.
Parimenti, quale materia ci dà per considerare la sua misericordia, quando non cessa di continuare così a lungo la sua liberalità verso i peccatori, per quanto miserabili essi siano, finché, spezzando la loro perversità con la sua dolcezza, li riconduce a sé come un padre fa con i propri figli, anzi al di sopra di ogni bontà paterna!
1.5.8 – La provvidenza di Dio nelle liberazioni inattese e nel rovesciamento delle sorti umane
È a questo fine che il profeta racconta come Dio sovvenga all’improvviso, in modo mirabile e contro ogni speranza, a coloro che sono disperati, per trarli dalla perdizione (Salmo 107:9): sia quando, errando smarriti per foreste e deserti, li preserva dalle bestie selvagge e li riconduce sulla strada; sia quando fa incontrare pascoli ai poveri affamati; sia quando libera i prigionieri che erano rinchiusi in catene in fosse profonde; sia quando riconduce al porto e alla salvezza coloro che erano stati come inghiottiti dal mare; sia quando guarisce coloro che erano mezzo morti; sia quando brucia le regioni con arsura e siccità; sia quando dona un’umidità segreta per rendere fertile ciò che era arido; sia quando innalza in dignità i più disprezzati del popolo; sia quando abbatte e rovescia i superbi.
Dopo aver proposto tali esempi, il profeta conclude che quelli che noi chiamiamo “casi fortuiti” sono altrettante testimonianze della provvidenza celeste, e soprattutto della dolcezza paterna di Dio; e che da ciò i fedeli hanno motivo di rallegrarsi, mentre la bocca di tutti i perversi è chiusa. Ma poiché la maggior parte delle persone, imbevuta dei propri errori, non vede nulla in un teatro così bello, il profeta alla fine esclama che è una prudenza assai rara e singolare considerare queste opere di Dio come conviene, dal momento che coloro che sembrano i più acuti e capaci, pur guardandole, non ne traggono alcun profitto.
E in effetti, sebbene la gloria di Dio risplenda in sommo grado, a stento si trova uno su cento che ne sia vero spettatore. Possiamo dire altrettanto della sua potenza e della sua sapienza: esse non sono affatto nascoste nelle tenebre. Infatti, ogniqualvolta la fierezza dei perversi, che secondo l’opinione delle persone sembrava invincibile, è abbattuta in un momento, e la loro arroganza domata; quando tutte le loro fortezze sono demolite e rase al suolo, le loro armi e munizioni infrante o annientate, le loro forze spezzate, tutto ciò che macchinano rovesciato; in breve, quando essi precipitano per la propria furia e impetuosità, e la loro audacia, che si elevava fino ai cieli, è sprofondato nel centro della terra; e, al contrario, ogniqualvolta i poveri e i disprezzati sono innalzati dalla polvere, i reietti sono tratti fuori dal fango (Salmo 113:7), gli afflitti e oppressi sono liberati dalle loro angosce, coloro che erano come perduti sono rialzati, e i poveri, sprovvisti di armi, inesperti, pochi di numero, deboli e senza alcuna intraprendenza, nondimeno vincono i loro nemici che li assalgono con grande apparato, in gran numero e con grande forza: vi prego, non dobbiamo forse riconoscere qui una potenza diversa da quella umana, una potenza che discende dal cielo per essere conosciuta quaggiù?
Quanto alla sapienza di Dio, essa si manifesta con sufficiente chiarezza nel disporre e ordinare così bene tutte le cose, nel confondere tutte le sottigliezze del mondo, nel sorprendere i più astuti nelle loro stesse trame (1 Corinzi 3:19), e infine nell’ordinare ogni cosa secondo la migliore ragione che si possa concepire.
1.5.9 – La conoscenza vera di Dio: non speculazione sterile, ma contemplazione viva delle sue opere
Vediamo dunque che non è affatto necessario ricorrere a lunghe dispute o accumulare molti argomenti per mostrare quali testimonianze Dio abbia posto ovunque per illuminare e sostenere la sua maestà. Da questo breve racconto, del quale ho dato soltanto un assaggio, appare che, da qualunque parte ci volgiamo, esse ci vengono incontro prontamente e ci si presentano, così che possiamo riconoscerle a colpo d’occhio e indicarle col dito.
Ancora, dobbiamo qui notare che siamo invitati a una conoscenza di Dio non come molti la immaginano, cioè una conoscenza che svolazza soltanto nel cervello in pure speculazioni, ma una conoscenza che abbia solida consistenza e produca il suo frutto, quando è debitamente compresa e radicata nel cuore. Infatti Dio ci è manifestato mediante le sue virtù; e quando ne sentiamo la forza e la vigoria in noi, e godiamo dei beni che ne derivano, è ben giusto che siamo toccati molto più profondamente da tale percezione, piuttosto che immaginando un Dio lontano da noi, che non si facesse sentire in alcun modo per mezzo delle sue opere.
Da ciò dobbiamo anche trarre questa conclusione: che la via giusta per cercare Dio, e il miglior ordine che possiamo seguire, non consiste nell’insinuarci con una curiosità troppo audace a scandagliare la sua maestà — che dobbiamo piuttosto adorare che investigare temerariamente — ma nel contemplarlo nelle sue opere, mediante le quali Egli si rende vicino e familiare a noi e, per così dire, si comunica.
È a questo che guarda san Paolo quando dice che non è necessario cercarlo lontano, poiché, con la sua potenza manifesta, Egli abita in ciascuno di noi (Atti 17:27). Perciò Davide, dopo aver confessato che la grandezza di Dio è inesprimibile, quando giunge a parlarne dice che la racconterà (Salmo 145). Questa è l’indagine che conviene fare per conoscere Dio: un’indagine che mantenga i nostri spiriti nell’ammirazione, in modo tale da toccarli profondamente interiormente. E come ammonisce sant’Agostino in un certo luogo: poiché non possiamo comprenderlo, venendo meno sotto il peso della sua grandezza, dobbiamo guardare alle sue opere per essere ricreati dalla sua bontà.
1.5.10 – Dalla conoscenza di Dio nasce la speranza della vita futura e la certezza del giudizio
Vi è poi questo: che una tale conoscenza non deve soltanto incitarci al servizio di Dio, ma anche risvegliarci ed elevarci alla speranza della vita futura. Infatti, poiché riconosciamo che gli insegnamenti che Dio ci dà della sua bontà e della sua potenza sono soltanto parziali e incompleti, dobbiamo tenere per certo che in tal modo Egli comincia e si dispone a operare più pienamente, riservando la manifestazione completa all’altra vita.
D’altra parte, vedendo che i buoni sono oltraggiati e oppressi dai malvagi, calpestati dalle loro ingiurie, gravati da calunnie, lacerati da scherni e opprobri, mentre gli empi fioriscono, prosperano, godono di credito e vivono nell’agio, nel riposo e senza affanni, dobbiamo subito concludere che vi sarà un’altra vita nella quale, quando l’iniquità riceverà la sua punizione, la giustizia avrà la sua ricompensa.
Inoltre, quando vediamo chiaramente che i fedeli sono il più delle volte castigati dalle verghe di Dio, è ancora più certo che i malvagi non sfuggiranno ai suoi flagelli né alla sua spada. A questo proposito è degno di nota un detto di sant’Agostino: «Se ora ogni peccato fosse manifestamente punito, si penserebbe che nulla sia riservato al giudizio finale». D’altra parte, se Dio non punisse ora alcun peccato in modo esemplare, non si crederebbe che vi fosse alcuna provvidenza.
Bisogna dunque confessare che in ogni opera di Dio, e soprattutto nell’insieme dell’universo, le sue virtù sono dipinte come in quadri, mediante i quali tutto il genere umano è invitato e attratto alla conoscenza di questo grande Artefice, e da essa a una piena e vera felicità.
1.5.11 – L’ottusità umana e il fallimento anche dei filosofi nel riconoscere la provvidenza
Ora, sebbene le virtù di Dio siano così vividamente raffigurate e risplendano in tutto il mondo, tuttavia comprendiamo verso quale fine esse tendano, quale sia il loro uso e a quale scopo dobbiamo riferirle, soltanto quando rientriamo in noi stessi e consideriamo in che modo Dio dispiega in noi la sua vita, la sua sapienza e la sua potenza, ed esercita verso di noi la sua giustizia, la sua bontà e la sua clemenza.
Infatti, sebbene Davide non senza ragione si lamenti che le persone non applicano il loro spirito a osservare i profondi disegni di Dio nel governo del genere umano (Salmo 92:7), è pur vero, come egli dice altrove, che la sapienza di Dio in questo ambito supera i capelli del nostro capo (Salmo 40:13). Ma poiché questo argomento sarà trattato più ampiamente in seguito, lo lascio ora da parte.
Ora, benché Dio ci rappresenti con tanta chiarezza, nello specchio delle sue opere, sia la sua maestà sia il suo regno immortale, tuttavia siamo così ottusi che restiamo storditi, senza trarre alcun profitto da testimonianze tanto chiare, le quali così svaniscono senza frutto. Infatti, per quanto riguarda l’edificio del mondo, così bello, eccellente e armoniosamente proporzionato, chi di noi, alzando gli occhi al cielo o facendoli vagare per tutte le regioni della terra, indirizza il cuore a ricordarsi del Creatore, invece di fermarsi su ciò che vede, lasciando l’autore in disparte?
Quanto agli eventi che accadono ogni giorno al di fuori dell’ordine e del corso naturale, la maggior parte, anzi quasi tutti, immagina che sia la ruota della Fortuna a girare e a sballottare le persone qua e là; in breve, che tutto avvenga piuttosto a caso che sotto il governo della provvidenza di Dio. E anche se talvolta, guidati dall’andamento stesso di questi eventi, siamo tratti a considerare che ciò che accade proviene da Dio — cosa che inevitabilmente tocca tutti — alla fine, dopo aver concepito fugacemente qualche sentimento di Dio, torniamo subito alle nostre fantasticherie e ci lasciamo trascinare da esse, corrompendo con la nostra vanità la verità di Dio.
Differiamo gli uni dagli altri in questo: che ciascuno accumula un errore particolare; ma in una cosa siamo fin troppo simili: siamo tutti apostati, ribellandoci all’unico Dio per gettarci presso le nostre idolatrie mostruose. Di questo vizio non sono contaminati soltanto gli spiriti grossolani del popolo, ma vi sono ugualmente avvolti i più nobili e acuti.
Vi prego: quale stoltezza, e quanto grave, ha mostrato qui l’intera setta dei filosofi! Anche se risparmiamo molti di loro che hanno scherzato in modo eccessivo, che diremo di Platone, il quale, pur avendo più sobrietà e religiosità degli altri, svanisce anch’egli nella sua figura sferica, facendone la sua prima Idea? E che cosa potrà accadere agli altri, se i maestri e le guide, che avrebbero dovuto mostrare la via al popolo, si sono così grossolanamente ingannati?
Allo stesso modo, quando il governo delle cose umane argomenta così chiaramente la provvidenza di Dio da non poter essere negata, le persone non ne traggono maggior profitto che se si dicesse che la Fortuna gira senza fondamento e che le sue rivoluzioni sono confuse: tanto è incline la nostra natura all’errore. Parlo sempre di coloro che sono più stimati per sapere e virtù, e non di quei disonesti sfacciati la cui furia si è scatenata al massimo nel profanare la verità di Dio.
1.5.12 – Il “labirinto” umano: dalla conoscenza naturale nasce un pantheon di idoli e il pretesto per l’empietà
Di qui è uscito quel pantano infinito di errori del quale tutto il mondo è stato riempito e coperto: poiché lo spirito di ciascuno è come un labirinto, così che non bisogna meravigliarsi se le nazioni sono state trascinate in varie fantasticherie; e non solo questo, ma se ogni singola persona ha avuto i propri dèi. Infatti, poiché alla ignoranza e alle tenebre si aggiungono temerarietà e audacia, a stento si è mai trovato uno solo che non si sia forgiato qualche idolo o fantasma al posto di Dio.
Certo, come le acque ribollono da una sorgente grande e copiosa, così una turba infinita di dèi è uscita dal cervello delle persone, secondo che ciascuno si smarrisce con eccessiva licenza nel pensare scioccamente su Dio questo o quello. Non è necessario fare qui un elenco o una rassegna delle superstizioni nelle quali il mondo è stato avvolto, poiché non vi sarebbe mai fine. E benché io non ne dica parola, tuttavia appare abbastanza, da tanti abusi e inganni, quale orribile accecamento vi sia nello spirito umano.
Lascio da parte il popolo, che è rozzo e senza sapere; ma quanto è vergognosa la diversità fra i filosofi, i quali hanno voluto oltrepassare i cieli con la loro ragione e scienza! Secondo che ciascuno è stato dotato di alto ingegno, e con lo studio si è reso più raffinato, così si è anche guadagnato reputazione nel colorire e truccare la propria fantasia. Ma se li si esamina da vicino, si troverà che tutto non è che trucco che si scioglie.
Gli stoici hanno creduto di aver trovato, come si dice, “la fava nel dolce”, sostenendo che da tutte le parti della natura si possono trarre vari nomi di Dio, senza tuttavia stracciare o dividere la sua essenza; come se non fossimo già fin troppo inclini alla vanità, se non ci si mettesse davanti agli occhi una compagnia di dèi variopinta, per trascinarci tanto più lontano nell’errore e con maggiore impeto. La teologia degli Egiziani, che essi chiamavano segreta, mostra che tutti hanno faticato e si sono dati pensiero di far sì che sembrasse che non fossero stolti senza qualche ragione. E forse, per ciò che pretendono, i semplici e gli sprovveduti ne sarebbero ingannati a prima vista; ma resta il fatto che nessuno ha mai inventato alcunché che non fosse per corrompere vilmente e pervertire la religione.
Anzi, questa varietà così confusa ha accresciuto l’audacia degli epicurei e degli atei profani, disprezzatori della religione, per rigettare ogni sentimento di Dio. Infatti, vedendo i più sapienti e prudenti dibattersi e dividersi in opinioni contrarie, essi non hanno esitato, sotto pretesto delle loro dispute o dell’opinione frivola e assurda di ciascuno, a inferire e concludere che le persone si tormentano scioccamente e senza senso nel cercare Dio, che non esiste. Hanno pensato che fosse loro lecito farlo, poiché, dicono, è meglio negare Dio in modo piano e breve che forgiare dèi incerti e poi suscitare contese senza alcuna via d’uscita.
È vero che costoro ragionano troppo brutalmente, o piuttosto abusano dell’ignoranza delle persone come di una nebbia per coprire la loro empietà, poiché non sta a noi togliere alcunché a Dio, anche se ne parliamo in modo sconnesso. Ma poiché i pagani hanno confessato che non vi è ambito nel quale tanto i dotti quanto gli ignoranti siano più discordi, da ciò si può raccogliere che l’intelletto umano è più che ottuso e cieco nei segreti di Dio, dato che tutti vi si ingannano così grossolanamente e vi urtano così malamente.
Alcuni lodano la risposta di un poeta pagano, chiamato Simonide, il quale, interrogato dal re Ierone su che cosa fosse Dio, chiese un giorno di tempo per pensarci. Il giorno seguente, essendo di nuovo interrogato, raddoppiò il termine; e avendolo così più volte prolungato, alla fine rispose che quanto più vi applicava la mente, tanto più trovava la cosa oscura. Ora, ammettiamo pure che un povero incredulo abbia prudentemente sospeso il giudizio su una cosa a lui ignota; tuttavia da ciò appare che, se le persone non sono istruite se non dalla natura, non avranno nulla di certo, di saldo o di chiaro, ma soltanto resteranno attaccate a questo principio confuso: adorare un dio sconosciuto.
1.5.13 – Ogni religione “inventata” è apostasia: senza l’Evangelo le persone restano “senza Dio”
Ora è da notare che tutti coloro che adulterano la religione — come avverrà per tutti quelli che seguono la propria fantasia — si separano dal vero Dio e si ribellano contro di Lui. Essi protesteranno certo di non avere tale intenzione; ma non si tratta di giudicare secondo ciò che essi propongono o si persuadono, poiché lo Spirito Santo dichiara che tutti sono apostati, in quanto, nella loro oscurità e tenebre, mettono dei demoni al posto di Dio.
Per questa ragione san Paolo dice che gli Efesini sono stati senza Dio finché non hanno imparato mediante l’Evangelo quale Dio si debba adorare (Efesini 2:12). E questo non va ristretto a un solo popolo, poiché altrove egli afferma che tutte le persone mortali si sono smarrite nei loro pensieri, sebbene la maestà del Creatore fosse loro manifestata nell’edificio del mondo (Romani 1:21).
Perciò la Scrittura, per dare luogo al vero e unico Dio, insiste fortemente nel condannare tutto ciò che è stato celebrato come divinità tra i pagani, e non lascia residuo se non il Dio che era adorato sul monte Sion, perché là vi era una dottrina speciale per mantenere le persone nella purezza (Abacuc 2:18). Certo, al tempo del nostro Signore Gesù Cristo non vi era nazione sulla terra, eccetto i Giudei, che si avvicinasse più alla retta pietà dei Samaritani; eppure udiamo che essi sono ripresi dalla bocca di Gesù Cristo perché non sanno ciò che adorano (Giovanni 4:22): donde segue che erano ingannati nell’errore.
In breve, anche se non tutti sono stati immersi in vizi così grossolani ed enormi e non tutti sono caduti in idolatrie manifeste, nondimeno non vi è stata alcuna religione pura o approvata fondata soltanto sul senso comune umano. Poiché, anche se un piccolo numero non è stato così forsennato come il volgo, resta vero ciò che dice san Paolo: che la sapienza di Dio non è compresa dai più eccellenti del mondo (1 Corinzi 2:8). Ora, se i più sottili e acuti hanno errato così nelle tenebre, che cosa si dirà del popolo comune, che è come la feccia o il fango?
Non bisogna dunque meravigliarsi se lo Spirito Santo ha rigettato come bastardo e corrotto ogni culto di Dio inventato dalle persone a proprio arbitrio, poiché ogni opinione che le persone si formano con i propri sensi riguardo ai misteri di Dio, anche quando non produce sempre un così grande ammasso di errori, nondimeno ne è madre. E quand’anche non vi fosse altro male che questo, già non sarebbe un vizio da perdonare: adorare a caso un dio sconosciuto.
Ora, tutti coloro che non sono istruiti dalla Sacra Scrittura su quale Dio si debba servire, sono condannati da Gesù Cristo di tale temerarietà (Giovanni 4:22). E infatti i più saggi legislatori, che hanno edificato leggi e governi, non sono andati oltre l’avere qualche religione fondata sul consenso del popolo. Inoltre Senofonte, filosofo molto stimato, loda e magnifica la risposta di Apollo, con la quale comandava che ciascuno servisse Dio secondo la maniera dei propri padri e secondo l’uso e costume della propria città.
Ma da dove verrà una tale autorità alle persone mortali, di definire secondo il proprio giudizio una cosa che supera tutto il mondo? O chi potrà riposarsi su ciò che gli antichi avranno ordinato o stabilito, per ricevere senza dubbio o scrupolo il dio che gli sarà stato dato dalle persone? Al contrario, ciascuno si fermerà al proprio giudizio piuttosto che sottomettersi al parere altrui. E poiché è un legame troppo debole e del tutto fragile per trattenerci nella religione il seguire il costume di un paese o l’antichità, resta che Dio stesso parli dal cielo per rendere testimonianza di sé.
1.5.14 – La rivelazione: le “lampade” della creazione non bastano senza l’illuminazione dall’alto
Ecco come tante belle lampade accese nell’edificio del mondo ci illuminano invano per farci vedere la gloria di Dio, poiché ci circondano a tal punto dei loro raggi che nondimeno non possono condurci fino alla via diritta. È vero che esse fanno scaturire alcune scintille, ma tutto si soffoca prima di giungere a una luce duratura.
Perciò l’Apostolo, dopo aver detto che il mondo è come un’effigie o spettacolo delle cose invisibili, aggiunge subito dopo che è per fede che si conosce che esso è stato così ben ordinato e appropriato dalla parola di Dio (Ebrei 11:3), significando con ciò che, sebbene la maestà invisibile di Dio sia manifestata in tali specchi, noi non abbiamo occhi per contemplarla finché essi non siano illuminati dalla rivelazione segreta che ci è data dall’alto.
San Paolo, dicendo che ciò che era opportuno conoscere di Dio è manifestato nella creazione del mondo (Romani 1:19), non intende una manifestazione tale da essere compresa dalla sottigliezza umana, ma piuttosto dice che essa non va oltre il rendere le persone inescusabili. E benché in un passo dica che non bisogna cercare Dio molto lontano, poiché Egli abita in noi (Atti 17:27), tuttavia altrove egli spiega a che cosa serva un così vicino vicinato: Dio, dice, ha lasciato in passato i popoli camminare nelle loro vie, e tuttavia non si è lasciato senza testimonianza, dando loro pioggia dal cielo e stagioni fertili, riempiendo di nutrimento e di gioia i cuori delle persone (Atti 14:16). Così, benché Dio non sia privo di testimoni, invitando così dolcemente le persone alla sua conoscenza mediante i suoi benefici, esse nondimeno seguono le loro vie, cioè errori mortali.
1.5.15 – Nessuna scusa: la colpa è dell’ingratitudine e della corruzione del seme; il cuore trasforma la luce in idolatria
Ora, sebbene la nostra facoltà naturale venga meno per condurci fino a una conoscenza pura e chiara di Dio, tuttavia, poiché il vizio di tale lentezza è in noi, ci è tolta ogni tergiversazione: non possiamo infatti pretendere ignoranza in modo tale che la nostra stessa coscienza non ci riprenda sia di pigrizia sia di ingratitudine.
Non è infatti una difesa ammissibile che la persona, dotata di sensi, alleghi di non avere orecchi per udire la verità, quando le creature mute hanno una voce alta e chiara per proclamarla; né che alleghi di non aver potuto vedere coi propri occhi ciò che creature prive di vista le mostrano; né che si scusi con la debolezza della propria mente, quando creature prive di senso e di ragione le fanno da maestre per istruirla. Perciò, nel fatto che erriamo e vaghiamo, siamo privi di ogni scusa, poiché tutte le cose ci mostrano la via diritta.
Del resto, benché si debba imputare al vizio umano il fatto che essi corrompano così presto la semenza che Dio ha piantato nei loro cuori per farsi conoscere mediante l’ammirabile artificio della natura, cosicché tale semenza non produca mai il suo frutto pieno e maturo, tuttavia resta sempre vero ciò che abbiamo detto: che noi non siamo sufficientemente istruiti dal semplice e nudo testimonio che le creature rendono alla gloria di Dio, per quanto magnifico esso sia.
Infatti, non appena, contemplando il mondo, abbiamo assaporato in modo molto magro e superficiale qualcosa della divinità, lasciamo lì il vero Dio; e al suo posto innalziamo i nostri sogni e fantasmi, e rubiamo alla fonte della sapienza, della giustizia, della bontà e della virtù la lode che gli è dovuta, per trasferirla qua e là. Quanto alle sue opere ordinarie, o le oscuriamo, o le capovolgiamo con il nostro giudizio perverso, così che non sono stimate come meriterebbero, e anche l’Autore è defraudato della sua lode.
Riassunto del Capitolo 1:5