Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 1 - Cap. 8

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro I

Capitolo VIII

Che vi sono prove abbastanza certe, per quanto lo consenta la ragione umana, per rendere la Scrittura indubitabile


1:8:1 - Le ragioni umane come conferme secondarie dopo il sigillo dello Spirito

Se non abbiamo questa certezza più alta e più ferma di ogni giudizio umano, invano l’autorità della Scrittura sarà sostenuta con argomenti, invano sarà stabilita col consenso della Chiesa, o confermata con altri aiuti. Poiché, se questo fondamento non è posto per primo, essa rimane sempre sospesa; al contrario, dopo che sarà stata ricevuta con l’obbedienza che le è dovuta ed esentata da ogni dubbio, le ragioni che prima avevano poca forza per fissare e piantare nel nostro cuore la certezza di essa, allora diverranno ottimi sostegni.

Non si può dire quanta conferma ci venga da questa considerazione, quando riconosciamo attentamente come Dio abbia in essa ben disposto e ordinato la dispensazione della sua sapienza; quando vediamo come la sua dottrina si mostri dappertutto celeste, senza nulla di terreno; quanto vi sia buona concordanza tra tutte le sue parti; e quante altre qualità vi siano, proprie di ciò che conferisce autorità a uno scritto. Inoltre i nostri cuori sono ancora più fortificati quando consideriamo che è la maestà della materia, più che la grazia delle parole, a rapirci nell’ammirazione per essa.

E in effetti, non è accaduto senza una grande provvidenza di Dio che gli alti segreti del Regno celeste ci siano stati in gran parte consegnati con parole disprezzate, senza grande eloquenza: affinché, se fossero stati fondati e arricchiti di eloquenza, gli empi non potessero calunniare dicendo che qui regnava soltanto la facondia. Ora, poiché tale semplicità rude e quasi agreste ci muove a maggiore riverenza di tutto il bel parlare dei retori del mondo, che cosa possiamo stimare se non che la Scrittura contenga in sé una tale forza di verità, da non avere bisogno di artifici di parole? Perciò non senza ragione l’Apostolo prova che la fede dei Corinzi non è fondata su sapienza umana, ma sulla potenza di Dio (1 Corinzi 2:4), poiché la sua predicazione tra loro non era stata in parole persuasive di sapienza umana, ma era stata confermata da dimostrazioni di Spirito e di potenza.

La verità è esente da dubbio, poiché senza altri aiuti è sufficiente a sostenersi da sé. Ora, quanto questa virtù sia propria della Scrittura appare dal fatto che, tra tutti gli scritti umani, non ve n’è alcuno — per quanto sia levigato e ornato d’artificio — che abbia tanta forza da muoverci. Se leggiamo Demostene o Cicerone, Platone o Aristotele, o altri della loro schiera, confesso che essi attrarranno meravigliosamente, dilettando e muovendo fino a rapire lo spirito; ma se poi passiamo alla lettura delle Sacre Scritture, volenti o nolenti esse ci pungeranno così vivamente, trafiggeranno tanto il nostro cuore, si conficcheranno tanto nel profondo, che tutta la forza dei retori e dei filosofi, a confronto dell’efficacia di un tale sentimento, non sarà che fumo. Da ciò è facile comprendere che le Sacre Scritture hanno una proprietà divina nell’ispirare le persone, poiché da così lontano superano ogni grazia dell’industria umana.


1:8:2 - Varietà di stili, una sola maestà: la voce dello Spirito

Confesso bene che alcuni profeti hanno un modo di parlare elegante e grazioso, e perfino uno stile alto e ben ornato; ma con tali esempi lo Spirito Santo ha voluto mostrare che non gli mancava l’eloquenza, quando altrove gli piaceva usare uno stile più grossolano e rude. Del resto, sia che si legga Davide, Isaia e simili, il cui stile è dolce e scorrevole, sia che si legga Amos, che era bovaro, o Geremia o Zaccaria, il cui linguaggio è più aspro e rustico, dappertutto si manifesta chiaramente la maestà dello Spirito.

Non ignoro che Satana, poiché sempre si fa scimmia di Dio e si traveste per insinuarsi sotto l’ombra della Scrittura e ingannare il cuore dei semplici, ha cercato di seguire un simile metodo per quanto gli fosse possibile: pubblicare i suoi errori, con i quali abbeverava i poveri ciechi, con un linguaggio duro, pesante e quasi barbaro, usando perfino forme di parlare invecchiate e arrugginite, per coprire meglio le sue frodi sotto tali maschere. Ma chi ha giudizio saldo vede abbastanza quanto tale affettazione sia vana e frivola.

Quanto alla Sacra Scrittura, per quanto le persone profane e sregolate cerchino di trovarvi materia per mordere, è cosa evidente che essa è piena di sentenze che mai sarebbero venute alla mente umana. Si legga ciascun profeta: non se ne troverà uno che non superi di molto la misura delle persone; cosicché bisogna dire che tutti coloro che non trovano sapore nella loro dottrina sono troppo disgustati e del tutto ottusi.


1:8:3 - L’antichità della Scrittura come segno di credibilità

Altri hanno trattato ampiamente questa materia; perciò mi basterà toccarne quanto è necessario per il sommario principale di ciò che bisogna sapere. Oltre a ciò che ho già accennato, l’antichità della Scrittura non è di poca importanza nel muoverci a prestarvi fede. Infatti, per quante favole raccontino gli scrittori greci circa la teologia degli Egiziani, non si troverà testimonianza di alcuna religione che non sia di molto posteriore a Mosè.

Inoltre, Mosè non inventa un Dio nuovo, ma propone al popolo d’Israele ciò che, per lunga successione di età, essi avevano già udito dai loro antenati. A che tende egli, se non a ricondurli all’alleanza fatta con Abramo? E in verità, se avesse introdotto qualcosa di ignoto e mai udito, non vi sarebbe stato accesso. Bisognava invece che la promessa della loro liberazione fosse cosa comune e notoria tra loro, affinché il messaggio recato da Mosè li scuotesse subito e desse loro coraggio; anzi è assai verosimile che fossero stati avvertiti del termine dei quattrocento anni.

Consideriamo dunque: se Mosè, che precede di così lungo tempo tutti gli altri scrittori, attinge nondimeno l’origine e la fonte della sua dottrina da tanto lontano, quale preminenza di antichità possiede la Sacra Scrittura sopra tutti gli scritti che si possano addurre.


1:8:4 - La sincerità di Mosè contro ogni sospetto di invenzione

A meno che non fossimo così stolti da prestar fede agli Egiziani quando estendono la loro antichità fino a seimila anni prima che il mondo fosse creato; ma poiché tutto ciò che essi straparlano è sempre stato deriso e respinto dagli stessi pagani, non è necessario impegnarci a confutarli. Giuseppe, contro Apione, raccoglie molte testimonianze memorabili dei più antichi scrittori, dalle quali risulta che tutti i popoli concordavano in questo: che la dottrina della Legge era famosa da secoli, sebbene non fosse letta né conosciuta come si doveva.

Inoltre, affinché le persone scrupolose non avessero occasione di sospettare, e affinché i malvagi e i più audaci non prendessero licenza di cavillare, Dio è venuto incontro a questi pericoli con rimedi eccellenti. Mosè racconta che trecento anni prima Giacobbe, ispirato da Dio, aveva benedetto i suoi discendenti; e come nobilita egli la propria stirpe? Al contrario, nella persona di Levi egli la degrada con perpetua infamia: «Simeone e Levi, strumenti d’iniquità… l’anima mia non entri nel loro consiglio, la mia lingua non si unisca al loro segreto» (Genesi 49:5-6).

Egli avrebbe potuto mettere sotto silenzio tale disonore, non solo per riguardo verso il padre, ma anche per non macchiarsi e diffamarsi insieme con tutta la sua casa della medesima ignominia. Come può dunque essere sospetto, quando pubblica che l’autore e la prima radice della famiglia da cui discendeva era stata dichiarata detestabile dallo Spirito Santo? Non mira al proprio vantaggio, né rifiuta di esporsi all’odio dei suoi parenti, ai quali ciò doveva certamente dispiacere.

Similmente, nel riferire la mormorazione con cui Aronne, suo fratello, e Maria, sua sorella, si erano ribellati contro Dio (Numeri 12:1), diremo forse che egli fu mosso da affetto carnale, e non piuttosto che obbedì al comando dello Spirito Santo? Inoltre, poiché aveva ogni autorità e credito, perché almeno non lascia la dignità sacerdotale ai suoi figli, ma li relega ben lontano in condizione umile? Ho citato pochi esempi, benché ve ne siano moltissimi: ma in tutta la Legge incontreremo argomenti più che sufficienti per indurci a prestar fede e per mostrarci che Mosè fu senza dubbio come un angelo di Dio venuto dal cielo.


1:8:5 - I miracoli come sigillo pubblico della Legge di Mosè

Inoltre, i molti e notabili miracoli che egli riferisce sono altrettante approvazioni della Legge da lui pubblicata: che fu rapito in una nube sul monte; che vi rimase quaranta giorni senza conversare con le persone (Esodo 24:18); che nel promulgare la Legge il suo volto risplendeva al punto che ne uscivano raggi come dal sole; che lampi, tuoni e tempeste solcavano l’aria; che la tromba suonava senza bocca umana; che l’ingresso del tabernacolo era talvolta nascosto agli occhi del popolo dalla nube (Esodo 34:29; 19:16; 40:34); che l’autorità di Mosè fu magnificamente difesa dalla terribile vendetta caduta su Core, Datan e Abiram con tutta la loro schiera; che la roccia, percossa col bastone, fece scaturire un fiume; che Dio, alla sua richiesta, fece piovere la manna dal cielo (Numeri 16:24; 20:10; 11:9). Dio, con tutto ciò, non lo raccomandava forse come profeta indubitabile, mandato da parte sua?

Se qualcuno obietta che prendo per certi fatti cui si potrebbe contraddire, tale cavillo è facile da sciogliere: poiché Mosè pubblicava queste cose davanti all’assemblea. Come avrebbe potuto mentire a persone che avevano visto tutto con i propri occhi? Egli si presentava per rimproverare loro incredulità, ribellione, ingratitudine e altri delitti; e intanto si sarebbe vantato che la sua dottrina era stata confermata in loro presenza da miracoli che essi non avrebbero mai visto?


1:8:6 - La forza della testimonianza contro ogni calunnia: non magia, ma Dio

E in effetti, questo punto va notato: ogni volta che tratta dei miracoli, tanto è lontano dal cercare favore, che piuttosto unisce — non senza amarezza — i peccati del popolo, i quali avrebbero potuto spingerlo a contraddirlo, se vi fosse stata la minima occasione; donde appare che essi non furono condotti ad acconsentire se non perché convinti dall’esperienza.

Quanto al fatto che perfino i pagani, intendo gli antichi scrittori, non osarono negare che Mosè avesse compiuto miracoli, il diavolo, padre della menzogna, suggerì loro la calunnia che fosse per arte magica. Ma con quale fondamento lo accusano di magia, visto che egli detestò tanto questa superstizione da comandare di lapidare chiunque vi si fosse dato? (Esodo 7:12; Levitico 20:6). Nessun impostore o incantatore fa le sue illusioni senza cercare, con ciò, di acquistare fama e stordire i sensi del popolo. E che cosa fece Mosè, se non protestare apertamente che lui e suo fratello Aronne non erano nulla, ma che semplicemente eseguivano ciò che Dio aveva comandato? (Esodo 16 e seguenti). Così si discolpa abbastanza da ogni sospetto.

E se si considerano i fatti: quale incantesimo avrebbe potuto far scendere ogni giorno la manna dal cielo in misura sufficiente a nutrire il popolo, e far sì che, se qualcuno ne raccoglieva oltre misura, essa marcisse, insegnando così che Dio puniva l’incredulità? Inoltre Dio permise che il suo servo fosse provato con prove così vive, che oggi i detrattori non ottengono nulla con le loro malignità. Quante volte il popolo si sollevò con superbia e sfacciataggine per rovinarlo! Quante congiure furono ordite! Egli scampò forse per illusioni? In breve, l’esito mostra che con tali mezzi la sua dottrina fu ratificata per sempre.


1:8:7 - Profezie di Mosè: Giuda, i popoli, e la voce del Cantico

Parimenti, il fatto che, nella persona del patriarca Giacobbe, egli assegni alla linea di Giuda la signoria su tutto il corpo (Genesi 49:10): chi negherà che ciò sia stato detto per spirito profetico? Anche ponendo che Mosè fosse il primo autore di questa sentenza, dopo che l’ebbe messa per iscritto trascorsero quattrocento anni prima che si udisse parlare di uno scettro regale nella linea di Giuda. Quando Saul è eletto, pare che il regno sia stabilito nella tribù di Beniamino (1 Samuele 11:15). Quando Davide è unto da Samuele (1 Samuele 16:13), quale via c’era per strappare la corona a Saul e ai suoi? Chi avrebbe mai sperato che un re uscisse dalla casa di un bovaro? E tra sette fratelli, chi avrebbe immaginato che il più disprezzato giungesse a tale dignità? E come vi giunse? Chi dirà che la sua unzione sia stata guidata da arte o prudenza umana, e non piuttosto che fu l’effetto di ciò che Dio aveva rivelato dal cielo?

Così pure ciò che Mosè predisse riguardo ai popoli, che sarebbero un giorno ricevuti da Dio e resi partecipi dell’alleanza di salvezza — detto duemila anni prima che apparisse — chi potrà negare che egli parlò per ispirazione celeste? Tralascio le altre profezie, tanto divine che ogni persona di giudizio saldo vede chiaramente che è Dio a parlare. In breve, il solo Cantico di Mosè è uno specchio limpido in cui Dio appare manifestamente (Deuteronomio 32).


1:8:8 - I profeti: Isaia, Geremia, Daniele e la precisione che supera ogni congettura

Tutto questo si vede ancora più chiaramente negli altri profeti. Ne sceglierò pochi esempi, perché raccoglierli tutti sarebbe troppo lungo. Al tempo di Isaia il regno di Giuda era tranquillo e perfino alleato con i Caldei, credendo di trovarvi sostegno; e Isaia allora annunciava che la città sarebbe stata infine distrutta e il popolo condotto in cattività. E se anche qualcuno non si accontentasse di ciò per giudicare che egli fosse mosso da Dio, non si può negare che quanto egli aggiunge sulla liberazione provenga dallo Spirito di Dio. Egli chiama per nome Ciro, mediante il quale i Caldei dovevano essere vinti e il popolo rimesso in libertà (Isaia 45:1). Tra la nascita di Ciro e le parole del profeta passano più di cento anni: nessuno avrebbe potuto allora indovinare un tale Ciro, né che avrebbe rovesciato Babilonia e liberato Israele. Un racconto così nudo e semplice non mostra forse chiaramente che sono oracoli di Dio, e non congetture umane?

Ancora: quando Geremia, poco prima della deportazione, stabilì un termine preciso di settanta anni fino al giorno della redenzione, non doveva forse la sua lingua essere governata dallo Spirito? (Geremia 25:11-12). Non è empietà negare che l’autorità dei profeti sia stata approvata da tali testimonianze? E Dio stesso conferma questo modo di accreditare i suoi messaggeri, annunciando le cose future prima che vi si pensi (Isaia 42:9).

Tralascio di dire che Geremia ed Ezechiele, separati in paesi lontani, concordavano in tutto come se si fossero scambiati le lezioni. E che dire di Daniele? Non tratta cose avvenute seicento anni dopo la sua morte come se narrasse storie già note? Se i fedeli hanno queste cose impresse nel cuore, saranno sufficientemente armati per respingere quei cani mastini che abbaiano contro una verità tanto certa e infallibile.


1:8:9 - Sulla trasmissione dei testi: Mosè non è un’ipotesi, ma un fatto storico custodito

So bene che alcuni chiacchieroni, per mostrarsi sottili, domandano chi ci assicuri che Mosè e i profeti abbiano scritto ciò che leggiamo sotto i loro nomi; e non si vergognano neppure di dubitare se Mosè sia mai esistito. Ma se qualcuno disputasse se vi sia stato un Platone, un Aristotele o un Cicerone, non lo si stimerebbe degno di schiaffi o di una severa correzione? È davvero eccessivo mettere in questione ciò che tutti vedono.

La Legge di Mosè è stata conservata miracolosamente più dalla provvidenza di Dio che dalla cura delle persone. E benché per la negligenza dei sacerdoti fosse stata come sepolta per qualche tempo, dopo che il buon re Giosia l’ebbe ritrovata, essa fu letta a tutti con successioni continue. E Giosia non la presentò come cosa nuova, ma come cosa comunissima, la cui memoria era pubblica e recente. L’originale era custodito nel tempio; una copia era tra gli archivi reali. Era accaduto solo che, per un tempo, i sacerdoti avevano omesso la pubblica lettura solenne, e il popolo aveva trascurato di conservarne conoscenza. In ogni età, tuttavia, l’autorità di essa fu confermata e rinnovata. E, quanto ai profeti, è più che certo che i loro scritti passarono di padre in figlio e furono attestati da viva voce da coloro che li avevano uditi: così ben testimoniati di mano in mano, che non restava spazio per dubitare.


1:8:10 - L’obiezione di Antioco e i Maccabei: la conservazione provvidenziale della Parola

Quanto a ciò che costoro adducono dal libro dei Maccabei, esso non indebolisce affatto la certezza della Sacra Scrittura; anzi, è più che sufficiente a confermarla, al contrario di quanto pretendono. Prima è opportuno togliere loro il pretesto di cui abusano, e poi rivolgeremo contro di loro il loro stesso argomento.

È narrato in quel libro che il grande tiranno Antioco ordinò di bruciare tutti i libri della Legge (1 Maccabei 1:59[1]). Su questo essi chiedono: Da dove sono venute le copie che ci restano? Io rispondo: da dove sarebbero potute essere “fabbricate” così presto, se non fossero già rimaste? È notorio che, cessata la persecuzione, quei libri furono ritrovati integri e riconosciuti dai fedeli che ne erano stati istruiti in privato. E benché allora tutto congiurasse contro i Giudei per estirpare la loro religione, nessuno osò mai rimproverare loro di aver introdotto libri falsi. Anzi, tutti gli increduli e blasfemi che mai parlarono contro la religione giudaica confessarono tuttavia che Mosè ne era l’autore.

Ma, per non trattenermi troppo a confutare sciocchezze tanto grossolane, riconosciamo piuttosto qui quale cura Dio abbia avuto di custodire la sua Parola: poiché, contro l’opinione di tutto il mondo, Egli la trasse sana e salva dalla crudeltà di quel tiranno, come da un fuoco che voleva consumare ogni cosa; fortificò sacerdoti e fedeli a non risparmiare la propria vita per conservare questo tesoro ai loro successori; accecò gli occhi dei satelliti di Satana, così che, con tutte le loro ricerche, rimasero delusi e incapaci di abolire questa verità immortale. Chi non riconoscerà qui un’opera mirabile di Dio?

Inoltre, non fu solo questo: poco dopo intervenne la traduzione greca, mezzo per diffondere questi libri in tutto il mondo. E il miracolo non fu solo nel mantenere l’“strumento dell’alleanza” contro Antioco, ma anche nel preservare Legge e Profeti in mezzo a tante calamità e desolazioni. La lingua ebraica era disprezzata come barbara; e si vede dai profeti dopo il ritorno da Babilonia quanto il popolo si fosse allontanato dalla lingua pura. Eppure Dio conservò il deposito. E con quali persone lo conservò? Perfino con i più grandi nemici del cristianesimo, che Agostino chiama giustamente librai della Chiesa, perché ci fornirono libri di cui essi stessi non sanno valersi.


1:8:11 - Il Nuovo Testamento: semplicità di stile e maestà celeste

Se passiamo al Nuovo Testamento, vi troveremo una conferma ancora più solida. I tre evangelisti raccontano la storia con stile semplice: molti arroganti disprezzano questa semplicità perché non badano alla sostanza. Eppure sarebbe facile mostrare quanto essi superino ogni capacità umana nel trattare i misteri del cielo. Chiunque abbia un minimo di onestà sarà confuso leggendo anche solo il primo capitolo di Luca. Inoltre, il sommario dei discorsi di Gesù Cristo, così come è brevemente riportato, non permette che una dottrina tanto alta sia disprezzata.

Ma soprattutto Giovanni, che tuona dal cielo, deve sottomettere ogni mente all’obbedienza della fede; e se alcuni restano ostinati, basta, più di tutte le folgori del mondo, a spezzare la loro durezza. Se questi controllori vogliono rifiutare ogni riverenza verso la Scrittura e sostenere la loro contesa, leggano Giovanni: troveranno mille sentenze che almeno sveglieranno la loro brutalità, e che imprimeranno nelle loro coscienze un duro cauterio per spegnere le loro risate.

Lo stesso vale per Pietro e Paolo: sebbene molti non ricevano la loro dottrina, essa ha in sé una maestà celeste che tiene a freno e vincola anche chi resiste. E quand’anche non vi fosse altro, già questo basterebbe a magnificarne la dottrina: che Matteo, dedito al guadagno del gabelliere; Pietro e Giovanni, pescatori; e gli altri apostoli, persone semplici e senza scuola umana, non avevano imparato nulla che potessero insegnare così. Quanto a Paolo, da nemico dichiarato e feroce persecutore, divenne in un attimo un uomo nuovo: un cambiamento tanto improvviso e inatteso non mostra forse chiaramente che egli fu costretto dalla potenza di Dio a sostenere la dottrina che aveva combattuto? Quando persone disprezzate tra il popolo cominciano in pochissimo tempo a esporre i profondi misteri di Dio in modo così alto, bisogna riconoscere che lo Spirito Santo fu il loro maestro.


1:8:12 - Il consenso della Chiesa e la vittoria storica della Scrittura

Vi sono inoltre altre buone ragioni per cui il consenso della Chiesa non è privo d’importanza. Non è cosa da poco che, da tanti secoli, dopo la pubblicazione della Scrittura, vi sia stato un consenso perpetuo nell’obbedienza ad essa. E benché il diavolo si sia sforzato in molti modi di opprimerla, rovesciarla e perfino cancellarla dalla memoria delle persone, tuttavia essa è rimasta come palma invincibile e vittoriosa.

Pochi filosofi o retori di acuto ingegno non hanno rivolto la loro sottigliezza contro di essa; eppure non ne hanno ricavato nulla. Tutta la potenza della terra si è armata per distruggerla, e tutti i suoi sforzi si sono dissolti in fumo. Come avrebbe potuto resistere, assalita da ogni parte con tanta violenza, se fosse stata difesa solo da un sostegno umano? Ne segue piuttosto che la Sacra Scrittura che possediamo è di Dio: poiché, nonostante ogni sapienza e forza umana, è avanzata per la propria virtù.

E non è stata ricevuta da una sola città o nazione, ma, per quanto si estende la terra, essa ha ottenuto autorità mediante un consenso concorde di popoli tra loro diversi, che altrimenti non avevano nulla in comune. E se questa concordia deve muoverci — poiché è evidente che la potenza di Dio ha operato per accordarli — essa pesa ancora di più quando consideriamo la probità e la santità di coloro che hanno convenuto nel ricevere la Scrittura: non di tutti indistintamente, ma di quelli che il Signore ha costituito come lampade nella sua Chiesa.


1:8:13 - Il sangue dei martiri e il limite delle prove: la certezza ultima resta nello Spirito

Inoltre, con quale certezza dobbiamo ricevere questa dottrina che vediamo essere stata suggellata e attestata dal sangue di tanti santi? Essi non esitarono a morire coraggiosamente, anzi gioiosamente, per essa, dopo averla accolta. E noi, come potremmo non riceverla con persuasione certa e invincibile, se ci è stata consegnata con tale caparra e conferma? Non è dunque piccola approvazione della Scrittura il fatto che sia stata “firmata” col sangue di tanti testimoni; soprattutto quando riconosciamo che essi non soffrirono la morte per furore o frenesia, come talvolta accade agli spiriti d’errore, ma per uno zelo di Dio tanto sobrio e temperato quanto fermo e costante.

Vi sono molte altre ragioni, e assai evidenti, per le quali la maestà e la dignità della Scrittura possono non solo essere confermate nei cuori dei fedeli, ma anche sostenute potentemente contro la malizia dei calunniatori. Tuttavia esse non sono, di per sé, sufficienti a fondare rettamente la sua certezza, finché il Padre celeste, facendo risplendere la sua divinità, non la sottrae a ogni dubbio e questione, dandole piena reverenza. Perciò, in definitiva, la Scrittura ci soddisferà in una conoscenza di Dio che porta salvezza quando la sua certezza sarà fondata sulla persuasione interiore dello Spirito Santo.

Allora le testimonianze umane, che servono a confermarla, non saranno vane, se seguono questa testimonianza principale e sovrana come aiuti secondari per soccorrere la nostra debolezza. Ma coloro che vogliono provare con argomenti agli increduli che la Scrittura è di Dio sono imprudenti: questo infatti si conosce soltanto per fede. Così Agostino dice giustamente che bisogna che il timore di Dio e una mansuetudine pacifica del cuore precedano, affinché si possa intendere qualcosa circa i misteri di Dio.


Riassunto del Capitolo 1:8

Note

  1. Nel testo originale l’episodio della distruzione dei libri della Legge sotto Antioco è citato come 1 Maccabei 1:59, secondo la numerazione della Vulgata latina, seguita comunemente nella tradizione patristica e medievale. Nelle edizioni bibliche moderne basate sul testo greco (e nelle traduzioni italiane oggi in uso), il medesimo passo corrisponde invece a 1 Maccabei 1:56 (e 1:57). La differenza è dunque di numerazione, non di contenuto. In questa edizione si tiene conto della numerazione moderna, segnalando quando necessario la variante della Vulgata per chiarezza filologica e coerenza storica.