Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 1
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 1 - Capitolo 1
Come, per la caduta e ribellione di Adamo, tutto il genere umano è stato assoggettato alla maledizione ed è decaduto dalla sua origine. Dove si tratta anche del peccato originale.
2:1:1 – La vera conoscenza di sé: dignità originaria e miseria presente
Non senza motivo, mediante un antico proverbio, è sempre stata tanto raccomandata all’essere umano la conoscenza di sé stesso. Poiché, se stimiamo vergognoso ignorare le cose che appartengono alla vita umana, la non conoscenza di noi stessi è ancora molto più disonorevole: da essa infatti avviene che, nel deliberare intorno a tutte le cose necessarie, ci inganniamo miseramente e restiamo del tutto accecati. Ma quanto più questo precetto è utile, tanto più dobbiamo diligentemente guardarci dal fraintenderlo, come vediamo essere accaduto ad alcuni filosofi. Infatti, quando essi esortano l’uomo a conoscersi, lo conducono subito a questo fine: considerare la propria dignità ed eccellenza, e non gli fanno contemplare altro se non ciò per cui possa innalzarsi in vana fiducia e gonfiarsi di orgoglio.
Ora, la conoscenza di noi stessi consiste anzitutto nel riconoscere ciò che ci era stato dato nella creazione, e quanto Dio si mostri liberale nel continuare verso di noi la sua benevolenza, affinché, da ciò, sappiamo quale sarebbe stata l’eccellenza della nostra natura se fosse rimasta integra; e anche nel pensare rettamente che non abbiamo nulla di nostro, ma che tutto ciò che Dio ci ha largito lo possediamo per pura gratuità, affinché dipendiamo sempre da Lui. In secondo luogo, nel fatto che la nostra misera condizione, sopravvenuta per la caduta di Adamo, ci stia davanti agli occhi, e che il sentimento di essa abbatta in noi ogni gloria e presunzione e, coprendoci di vergogna, ci umili.
Poiché, come Dio ci ha inizialmente formati a sua immagine (Genesi 1:27), per disporre i nostri spiriti alla virtù e a ogni bene, e anche alla meditazione della vita celeste, è necessario che riconosciamo di essere dotati di ragione e intelligenza, affinché tendiamo al fine che ci è proposto, cioè l’immortalità beata che ci è preparata nei cieli, e affinché la nobiltà alla quale Dio ci ha innalzati non sia annientata dalla nostra negligenza e brutalità. Tuttavia, questa prima dignità non può presentarsi davanti a noi senza che, per contrasto, siamo costretti a vedere il triste spettacolo della nostra deformità e ignominia, poiché siamo decaduti dalla nostra origine nella persona di Adamo. Da ciò procede l’odio e il dispiacere verso noi stessi con vera umiltà, e anche si accende un nuovo affetto di cercare Dio, per recuperare in Lui tutti i beni dei quali siamo stati trovati vuoti e spogli.
2:1:2 – Presunzione umana e falsa dottrina dell’autosufficienza
Questo è ciò che la verità di Dio ci comanda di cercare nel considerarci: una conoscenza che ci allontani da ogni presunzione della nostra propria virtù e ci spogli di ogni materia di gloria, per condurci all’umiltà. Questa regola dobbiamo seguire se vogliamo giungere al fine di sentire bene e di operare bene. So quanto sia più gradito all’essere umano che lo si induca a riconoscere le proprie doti e lodi, piuttosto che ascoltare la sua miseria e povertà con l’obbrobrio nel quale dovrebbe essere sommerso di vergogna. Non vi è infatti nulla che lo spirito umano desideri di più che essere addolcito da parole soavi e lusinghe. Perciò, quando sente che si apprezzano i suoi beni, è fin troppo incline a credere tutto ciò che si dice a suo vantaggio.
Così non è meraviglia che la maggior parte del mondo abbia errato in questo punto. Poiché, essendo gli esseri umani animati da un amore disordinato e accecato verso sé stessi, si persuadono volentieri che non vi sia nulla in loro degno di disprezzo. Così, senza altro avvocato, tutti accolgono questa vana opinione: che l’uomo sia sufficiente a sé stesso per vivere bene e felicemente. Se ve ne sono alcuni che vogliono sentirsi più modestamente, sebbene concedano qualcosa a Dio affinché non sembri che si attribuiscano tutto, tuttavia dividono in tal modo tra Dio e loro stessi, che la parte principale della gloria e della presunzione resta a loro.
Poiché l’essere umano è così incline a lusingare sé stesso, non vi è nulla che gli sia più piacevole di quando si solletica l’orgoglio che è in lui con vani allettamenti. Perciò, chi ha più esaltato l’eccellenza della natura umana è sempre stato il meglio accolto. Tuttavia, una tale dottrina, che insegna all’uomo a compiacersi in sé stesso, non fa altro che ingannarlo, e tanto ingannarlo che chiunque vi presti fede ne è rovinato. Quale vantaggio abbiamo infatti nel concepire una vana fiducia per deliberare, ordinare, tentare e intraprendere ciò che pensiamo sia buono, e intanto venir meno sia nella retta intelligenza sia nella virtù di compiere? Venir meno, dico, fin dal principio, e nondimeno proseguire con cuore ostinato fino a essere del tutto confusi? Così avviene necessariamente a coloro che confidano di poter qualcosa per la propria virtù. Se dunque qualcuno ascolta tali dottori, che ci intrattengono a considerare la nostra giustizia e virtù, non progredirà nella conoscenza di sé stesso, ma sarà trascinato in un’ignoranza gravemente perniciosa.
2:1:3 – La vera regola del conoscersi secondo il giudizio di Dio
Pertanto, sebbene la verità di Dio concordi con il giudizio comune di tutti gli esseri umani in questo, che la seconda parte della nostra sapienza consista nella conoscenza di noi stessi, tuttavia nel modo di conoscerci vi è grande contrarietà. Secondo l’opinione della carne, sembra infatti che l’uomo si conosca molto bene quando, confidando nel proprio intelletto e nella propria virtù, prende coraggio per applicarsi al proprio dovere e, rinunciando a ogni vizio, si sforza di fare ciò che è buono e onesto. Ma chi si considera rettamente secondo la regola del giudizio di Dio non trova nulla che possa innalzare il suo cuore in buona fiducia; e quanto più si esamina profondamente, tanto più è abbattuto, fino a che, completamente spogliato di ogni speranza, non gli resta nulla mediante cui possa ordinare rettamente la propria vita.
Tuttavia Dio non vuole che dimentichiamo la nostra prima dignità, che aveva posto nel nostro padre Adamo, in quanto essa deve risvegliarci e spingerci a seguire l’onestà e la rettitudine. Non possiamo infatti pensare né alla nostra prima origine né al fine per il quale siamo stati creati senza che questo pensiero sia come uno stimolo che ci pungola a meditare e desiderare l’immortalità del regno di Dio. Ma lungi dal fatto che questa conoscenza debba gonfiarci il cuore, piuttosto essa deve condurci all’umiltà e alla modestia. Qual è infatti questa origine? Quella dalla quale siamo decaduti. Qual è il fine della nostra creazione? Quello dal quale siamo del tutto sviati. Così non ci resta altro se non che, dopo aver riconosciuto la nostra misera condizione, gemiamo, e gemendo sospiriamo per la nostra dignità perduta.
Quando dunque diciamo che l’essere umano non deve guardare nulla in sé stesso che gli innalzi il cuore, intendiamo che non vi è nulla in lui per cui debba insuperbirsi. Pertanto, se sembra bene a ciascuno, dividiamo così la conoscenza che l’essere umano deve avere di sé stesso: in primo luogo, che consideri a quale fine è stato creato e dotato delle grazie singolari che Dio gli ha fatto, affinché, mediante questo pensiero, sia incitato a meditare la vita futura e a desiderare di servire Dio; in seguito, che valuti le sue ricchezze, o piuttosto la sua indigenza, la quale, una volta conosciuta, lo abbatta in estrema confusione, come se fosse ridotto al nulla. La prima considerazione tende a fargli conoscere quale sia il suo dovere e ufficio; la seconda, a fargli conoscere quanto egli sia capace di fare ciò che deve. Dell’una e dell’altra diremo qua e là, secondo l’ordine della trattazione.
2:1:4 – La natura del peccato di Adamo e la radice della ribellione
Ora, poiché non si trattò di una colpa leggera, ma di un crimine detestabile, che Dio ha così rigorosamente punito, dobbiamo considerare quale sia stata questa specie di peccato nella caduta di Adamo, che ha provocato e acceso su tutto il genere umano una vendetta così orribile. Ciò che è stato accolto da un’opinione comune è troppo puerile: che Dio lo abbia punito per la sua golosità, come se il capo e il principale di tutte le virtù fosse l’astenersi dal mangiare una specie di frutto, mentre da ogni parte gli erano offerti i piaceri che poteva desiderare; e nella fecondità che allora esisteva non solo aveva di che saziarsi a piacere, ma varietà per soddisfare tutti i suoi appetiti.
Dobbiamo dunque guardare più in alto: il divieto di toccare l’albero della conoscenza del bene e del male gli era come una prova di obbedienza, affinché mostrasse e attestasse che si sottometteva volontariamente al comandamento di Dio. Il nome stesso dell’albero mostra che il precetto non aveva altro fine se non che Adamo, contentandosi della sua condizione, non si innalzasse più in alto per qualche folle cupidigia ed eccesso. Inoltre, la promessa che gli era stata data di vivere per sempre finché avesse mangiato dell’albero della vita, e, al contrario, l’orribile minaccia che, non appena avesse gustato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, sarebbe morto, dovevano servirgli a provare ed esercitare la sua fede. Da ciò è facile raccogliere in che modo egli abbia provocato l’ira di Dio contro di sé.
Sant’Agostino non dice male che l’orgoglio è stato l’inizio di tutti i mali, poiché, se l’ambizione non avesse trasportato l’essere umano più in alto di quanto gli fosse lecito, egli avrebbe potuto rimanere nel suo grado. Tuttavia dobbiamo adottare una definizione più completa della specie di tentazione quale Mosè la descrive. Quando infatti la donna, per l’astuzia del serpente, è distolta dalla parola di Dio verso l’infedeltà, già appare che l’inizio della rovina è stato la disobbedienza, cosa che l’apostolo Paolo conferma dicendo che per la disobbedienza di un solo uomo siamo tutti perduti (Romani 5:19).
Bisogna però notare anche che l’essere umano si è sottratto e ribellato alla soggezione di Dio, poiché non solo è stato ingannato dagli allettamenti di Satana, ma anche, disprezzando la verità, si è sviato nella menzogna. Infatti, non tenendo conto della parola di Dio, si abbatte ogni riverenza che gli è dovuta, poiché la sua maestà non può altrimenti sussistere tra noi, né lo si può debitamente servire se non sottomettendosi alla sua parola. Perciò l’infedeltà è stata la radice della ribellione. Da essa sono procedute l’ambizione e l’orgoglio, ai quali si è congiunta l’ingratitudine, in quanto Adamo, desiderando più di quanto gli fosse stato concesso, ha vilmente disprezzato la liberalità di Dio, dalla quale era così abbondantemente arricchito.
È stata davvero un’empietà mostruosa che colui che era appena uscito dalla terra non si sia accontentato di somigliare a Dio, se non volendo essergli uguale. Se l’apostasia o ribellione, mediante la quale l’essere umano si sottrae alla superiorità del suo Creatore, è un crimine vile ed esecrabile, soprattutto quando egli rigetta il suo giogo con audacia sfacciata, invano si tenta di sminuire il peccato di Adamo. Sebbene l’uomo e la donna non siano stati semplicemente apostati, hanno tuttavia oltraggiato Dio in modo esecrabile, accordandosi con la calunnia di Satana, che accusava Dio di menzogna, malizia e avarizia.
In breve, l’infedeltà ha aperto la porta all’ambizione, e l’ambizione è stata madre dell’arroganza e della fierezza, per cui Adamo ed Eva si sono gettati fuori dai cardini là dove la loro cupidigia li traeva. Perciò san Bernardo dice molto bene che la porta della salvezza è nelle nostre orecchie quando riceviamo l’Evangelo, come le finestre furono per ricevere la morte. Adamo infatti non avrebbe mai osato resistere al sovrano imperio di Dio, se non fosse stato incredulo alla sua parola: essa era una briglia sufficiente per moderare e frenare ogni cattivo appetito, sapendo che non vi era nulla di meglio che, obbedendo ai comandamenti di Dio, dedicarsi al bene. Così, trasportato dalle bestemmie del diavolo, per quanto stava in lui, ha annientato tutta la gloria di Dio.
2:1:5 – La morte spirituale e la trasmissione della corruzione
Ora, come la vita spirituale di Adamo consisteva nell’essere e rimanere congiunto al suo Creatore, così la morte della sua anima è stata l’essere separato da Lui. Non vi è da meravigliarsi se egli ha rovinato tutta la sua discendenza con la sua ribellione, avendo pervertito ogni ordine di natura in cielo e in terra. Tutte le creature gemono, dice san Paolo, essendo soggette alla corruzione, e non di loro volontà (Romani 8:21). Se si cerca la causa, non vi è dubbio che ciò avviene perché esse sopportano una parte della pena che l’essere umano ha meritato, per il cui uso e servizio esse sono state create.
Poiché dunque la maledizione di Dio si è diffusa in alto e in basso, e si è propagata in tutte le regioni del mondo a causa della colpa di Adamo, non è meraviglia che sia ricaduta su tutta la sua posterità. Perciò, poiché in lui l’immagine celeste è stata cancellata, egli non ha sopportato da solo questa punizione, per cui, invece di essere dotato e rivestito di sapienza, virtù, verità, santità e giustizia, hanno dominato in lui queste pestilenze detestabili: accecamento, incapacità di ogni bene, impurità, vanità e ingiustizia; ma ha anche coinvolto, anzi immerso nelle stesse miserie tutta la sua discendenza.
Questa è la corruzione ereditaria che gli antichi hanno chiamato peccato originale, intendendo con il termine “peccato” una depravazione della natura, che prima era buona e pura. Su questa materia essi hanno sostenuto grandi controversie, poiché nulla è più contrario al senso comune che rendere tutto il mondo colpevole per la colpa di un solo uomo e così rendere il peccato comune. Sembra anche che i più antichi dottori abbiano trattato questo articolo in modo più oscuro, o lo abbiano dichiarato meno di quanto fosse necessario, per timore di essere assaliti da tali dispute.
Tuttavia un tale timore non poté impedire che un eretico di nome Pelagio si levasse con questa opinione profana: che Adamo, peccando, non avesse fatto male se non a sé stesso e non avesse nuociuto ai suoi successori. Satana, con questa astuzia, si è sforzato di rendere incurabile la malattia coprendola. Quando però fu convinto da manifesti testimonî della Scrittura che il peccato era disceso dal primo uomo a tutta la sua posterità, egli cavillava che vi fosse disceso per imitazione e non per generazione. Perciò quei santi uomini si sono sforzati di mostrare, e sant’Agostino più di tutti, che non siamo corrotti da una malizia che apprendiamo altrove per esempio, ma che portiamo la nostra perversità fin dal ventre materno. Ciò non può essere negato senza grande impudenza.
Nessuno tuttavia si meraviglierà della temerità dei Pelagiani e dei Celestiani in questo punto, chi avrà visto dagli scritti di sant’Agostino quali bestie siano stati e quanta poca vergogna vi fosse in loro. Certamente ciò che Davide confessa è indubitabile: di essere stato generato nell’iniquità e che sua madre lo ha concepito nel peccato (Salmi 51:7). Egli non accusa qui le colpe dei suoi genitori, ma, per meglio glorificare la bontà di Dio verso di lui, richiama alla memoria la sua perversità fin dalla prima nascita. Questo non è stato particolare di Davide: ne segue dunque che, mediante il suo esempio, è mostrata la condizione universale di tutte le persone. Tutti noi, dunque, che siamo prodotti da seme immondo, nasciamo contaminati dall’infezione del peccato; e persino prima di venire alla luce siamo contaminati davanti alla faccia di Dio. Poiché chi potrà trarre una cosa pura da ciò che è immondo? come è detto nel libro di Giobbe (Giobbe 14:4).
2:1:6 – Adamo come radice: peccato e morte per comunicazione, non per imitazione
Udiamo che la contaminazione dei padri giunge così ai figli, di generazione in generazione, che tutti senza eccezione ne sono macchiati fin dalla loro origine. Ora, non si troverà alcun principio di questa contaminazione, se non risalendo fino al primo padre di tutti, come alla fonte. Certamente dobbiamo avere per risoluto questo: che Adamo non è stato soltanto padre della natura umana, ma come ceppo o radice; e perciò, nella sua corruzione, il genere umano è stato per ragione corrotto.
Questo l’Apostolo più chiaramente dimostra, paragonandolo a Cristo: “Così come”, dice, “il peccato è entrato nel mondo universale per un uomo e, per il peccato, la morte, la quale si è diffusa su tutte le persone, in quanto tutte hanno peccato; similmente, per la grazia di Cristo, giustizia e vita ci sono restituite” (Romani 5:12). Che cosa vaneggeranno qui i Pelagiani, che il peccato è stato sparso nel mondo per imitazione di Adamo? Non abbiamo dunque altro beneficio dalla grazia di Cristo, se non che ci è proposta come esempio da seguire? E chi potrebbe sopportare una tale bestemmia?
Ora, non vi è alcun dubbio che la grazia di Cristo sia nostra per comunicazione, e che per essa abbiamo vita: ne segue parimenti che l’una e l’altra sono state perdute in Adamo, come le ricuperiamo in Cristo; e che peccato e morte sono stati generati in noi per Adamo, come sono aboliti per Cristo. Non sono oscure queste parole: che molti sono giustificati per l’obbedienza di Cristo, come sono stati costituiti peccatori per la disobbedienza di Adamo; e perciò che, come Adamo, coinvolgendoci nella sua rovina, è stato causa della nostra perdizione, così Cristo ci riconduce alla salvezza per la sua grazia. Non penso che sia necessario più lunga dimostrazione in una luce di verità così chiara.
Parimenti, nella prima ai Corinzi, volendo confermare i fedeli nella speranza della risurrezione, dice che recuperiamo in Cristo la vita che avevamo perduta in Adamo (1 Corinzi 15:22). Quando dichiara che siamo morti in Adamo, dimostra bene che siamo macchiati dal contagio del suo peccato, poiché la condanna non giungerebbe a noi se la colpa non ci toccasse. Ma la sua intenzione si comprende ancora meglio dalla seconda parte, dove dice che la speranza di vita è restituita per Cristo. Ed è cosa notoria che ciò non avviene altrimenti se non quando Gesù Cristo si comunica a noi per porre in noi la virtù della sua giustizia, secondo quanto è detto altrove: che il suo Spirito è per noi vita, a causa della giustizia (Romani 8:10).
Perciò non si può esporre altrimenti questo detto, “siamo morti in Adamo”, se non dicendo che egli non soltanto si è rovinato e distrutto peccando, ma che ha anche trascinato con sé la nostra natura nella medesima perdizione. Non che la colpa sia sua soltanto senza toccare noi, poiché egli ha infettato tutta la sua discendenza con la perversità nella quale è precipitato. E infatti il dire di san Paolo, cioè che tutte le persone per natura sono figli d’ira (Efesini 2:3), non sarebbe altrimenti vero, se già non fossero maledette nel ventre della madre. Ora si può facilmente raccogliere che, parlando di natura, non la si chiama tale quale è stata creata da Dio, ma secondo che è stata pervertita in Adamo: poiché non sarebbe conveniente che Dio fosse fatto autore della morte.
Adamo dunque si è talmente corrotto e infettato, che la contagione è discesa da lui su tutta la sua discendenza. Persino Gesù Cristo, che è il giudice davanti al quale dovremo rendere conto, pronuncia abbastanza chiaramente che tutti nasciamo malvagi e viziosi, dicendo che tutto ciò che è nato dalla carne è carne (Giovanni 3:6); e così la porta della vita è chiusa a tutti, finché non siano rigenerati.
2:1:7 – La trasmissione della corruzione: non una curiosità sull’anima, ma il deposito perduto in Adamo
E non è affatto necessario, per intendere questo, avvolgerci in quella fastidiosa disputa che ha grandemente tormentato gli antichi dottori, cioè se l’anima del figlio proceda dalla sostanza dell’anima paterna, dato che è nell’anima che risiede il peccato originale. Dobbiamo accontentarci di sapere che il Signore aveva posto in Adamo le grazie e i doni che voleva conferire alla natura umana; perciò, quando egli li ha perduti, non li ha perduti soltanto per sé, ma per tutti noi. Chi si curerà dell’origine dell’anima, dopo aver inteso che Adamo aveva ricevuto gli ornamenti che ha perduti non meno per noi che per sé, poiché Dio non glieli aveva dati come a un solo uomo in particolare, ma affinché tutta la sua discendenza ne godesse con lui in comune?
Non vi è dunque nulla di assurdo se, essendone egli stato spogliato, la natura umana ne sia stata privata; se, essendo egli stato contaminato dal peccato, l’infezione si sia diffusa su noi tutti. Perciò, come da una radice marcia non procedono se non rami marci, che trasportano la loro marcescenza in tutte le branche e foglie che producono, così i figli di Adamo sono stati contaminati nel loro padre e sono causa di contaminazione per i loro successori. Vale a dire: il principio della corruzione è stato in Adamo in modo tale che essa si è diffusa come per un perpetuo scorrere dai padri ai figli.
Poiché la contaminazione non ha la sua causa e fondamento nella sostanza della carne o dell’anima, ma nel fatto che Dio aveva ordinato che i doni che aveva affidato in deposito al primo uomo fossero comuni a lui e ai suoi, per conservarli o per perderli. Ed è facile confutare ciò che cavillano i Pelagiani. Essi dicono che non è verosimile che i figli nati da genitori fedeli ne traggano corruzione, poiché dovrebbero piuttosto essere purificati dalla loro purezza. A questo rispondiamo che i figli non discendono dalla generazione spirituale che i servi di Dio hanno dallo Spirito Santo, ma dalla generazione carnale che hanno da Adamo.
Perciò, come dice sant’Agostino, sia un fedele ancora colpevole, sia un fedele assolto, l’uno e l’altro genereranno figli colpevoli, poiché li generano della loro natura viziosa. È ben vero che Dio santifica i figli dei fedeli a causa dei loro genitori, ma ciò non è per virtù della loro natura, bensì della sua grazia. È dunque una benedizione spirituale, la quale non impedisce che questa prima maledizione sia universalmente nella natura umana, poiché la condanna è di natura; ma che i figli siano santificati, è di grazia soprannaturale.
2:1:8 – Definizione del peccato originale: corruzione ereditaria e frutti della carne
Ora, affinché ciò non sia detto alla leggera, dobbiamo definire il peccato originale. Tuttavia la mia intenzione non è di esaminare tutte le definizioni di coloro che ne hanno scritto, ma soltanto di darne una che mi pare conforme alla verità. Diremo dunque che il peccato originale è una corruzione e perversità ereditaria della nostra natura, la quale, essendosi diffusa su tutte le parti dell’anima, ci rende colpevoli anzitutto dell’ira di Dio, e poi produce in noi le opere che la Scrittura chiama opere della carne.
Ed è propriamente questo che san Paolo spesso chiama peccato, senza aggiungere “originale”. Le opere che ne escono, come adulteri, fornicazioni, furti, odi, omicidi e gozzoviglie (Galati 5:19), egli le chiama, per questa ragione, frutti del peccato, sebbene tutte tali opere siano comunemente denominate peccato, tanto in tutta la Scrittura quanto in san Paolo stesso.
Dobbiamo considerare distintamente due cose: cioè che siamo talmente corrotti in tutte le parti della nostra natura che, per questa corruzione, siamo a giusto titolo condannabili davanti a Dio, al quale nulla è gradito se non giustizia, innocenza e purezza. E non si deve dire che questo obbligo sia causato soltanto dalla colpa altrui, come se rispondessimo del peccato del nostro primo padre senza aver meritato nulla. Infatti, quando si dice che per Adamo siamo diventati debitori al giudizio di Dio, non significa che siamo innocenti e che, senza aver meritato alcuna pena, portiamo il peso del suo peccato; ma poiché, per la sua trasgressione, siamo tutti avvolti nella confusione, si dice che egli ci abbia tutti obbligati.
Tuttavia non dobbiamo intendere che egli ci abbia costituiti soltanto debitori della pena, senza comunicarci il suo peccato: poiché, in verità, il peccato disceso da lui risiede in noi, e ad esso giustamente è dovuta la pena. Perciò sant’Agostino, sebbene talvolta lo chiami “il peccato d’altri” per mostrare più chiaramente che lo abbiamo per discendenza, tuttavia assicura che è proprio di ciascuno di noi. E l’Apostolo testimonia che la morte è venuta su tutte le persone, perché tutte hanno peccato (Romani 5:12): cioè che tutte sono avvolte nel peccato originale e macchiate delle sue macchie.
Per questa causa anche i bambini sono compresi in questa condanna: non semplicemente per il peccato d’altri, ma per il loro proprio. Poiché, benché non abbiano ancora prodotto frutti della loro iniquità, tuttavia ne hanno il seme nascosto in sé. Anzi, la loro natura è un seme di peccato: perciò non può che essere sgradita e abominevole a Dio. Ne segue che, a buon diritto e propriamente, tale male è reputato peccato davanti a Dio: poiché senza colpa non saremmo trascinati in condanna.
L’altro punto da considerare è che questa perversità non è mai oziosa in noi, ma genera continuamente nuovi frutti, cioè quelle opere della carne che abbiamo poco fa descritto, come una fornace ardente getta senza cessare fiamme e scintille, e una sorgente getta la sua acqua. Perciò, coloro che hanno definito il peccato originale come una mancanza di giustizia originale che avrebbe dovuto essere nell’essere umano, benché con queste parole abbiano compreso tutta la sostanza, tuttavia non ne hanno espresso sufficientemente la forza. La nostra natura infatti non è soltanto vuota e priva di ogni bene, ma è talmente feconda in ogni specie di male, che non può restare inattiva.
Coloro che l’hanno chiamata concupiscenza non hanno usato un termine troppo improprio, purché si aggiunga ciò che molti non concedono: che tutte le parti dell’essere umano, dall’intelletto alla volontà, dall’anima alla carne, sono contaminate e interamente riempite di questa concupiscenza; o, per dirlo più brevemente, che l’essere umano, da sé stesso, non è altro che concupiscenza.
2:1:9 – La corruzione totale: mente e cuore sotto il peccato
Perciò ho detto che, da quando Adamo si è allontanato dalla fonte della giustizia, tutte le parti dell’anima sono state possedute dal peccato. Non è stato infatti soltanto il suo appetito inferiore o sensualità a allettarlo al male, ma quella maledetta empietà di cui abbiamo parlato ha occupato la parte più alta e più eccellente del suo spirito, e l’orgoglio è entrato fino nel profondo del cuore.
È dunque una fantasia fredda e sciocca voler restringere la corruzione provenuta di là ai movimenti o appetiti che si chiamano sensuali, o chiamarla un nutrimento di fuoco che alletta, muove e trascina la sensualità al peccato. In ciò il maestro delle Sentenze ha mostrato grande ignoranza e grossolanità. Poiché, cercando la sede di questo vizio, dice che essa è nella carne, secondo san Paolo, aggiungendo la sua glossa: non propriamente, ma perché vi appare di più. Ora egli è così stolto da prendere questo termine “carne” per il corpo, come se san Paolo, opponendolo alla grazia dello Spirito Santo mediante la quale siamo rigenerati, segnasse soltanto una parte dell’anima e non comprendesse tutta la nostra natura.
Egli stesso toglie ogni difficoltà dicendo che il peccato non risiede soltanto in una parte, ma che non vi è nulla di puro e netto dalla sua marcescenza mortale. Infatti, discutendo della natura viziosa, non condanna soltanto gli appetiti evidenti, ma insiste soprattutto su questo: che l’intelletto è del tutto asservito alla stoltezza e all’accecamento, e il cuore è dedito alla perversità. E tutto il terzo capitolo dei Romani non è altro che una descrizione del peccato originale.
Questo appare ancora meglio dal rinnovamento. Poiché lo spirito, che è opposto al vecchio uomo e alla carne, non significa soltanto la grazia mediante la quale la parte inferiore o sensuale dell’anima è corretta, ma comprende una piena riformazione di tutte le parti. Perciò san Paolo altrove non chiede soltanto di deporre e annientare gli appetiti enormi, ma vuole che siamo rinnovati nello spirito della nostra mente; e in un altro passo, che siamo trasformati in novità di spirito (Efesini 4:23; Romani 12:2). Ne segue che ciò che è più nobile e più degno di stima nelle nostre anime non solo è ferito e piagato, ma del tutto corrotto, qualunque dignità vi risplenda: così che non ha soltanto bisogno di guarigione, ma deve essere rivestito di una natura nuova.
Vedremo tra poco come il peccato occupi lo spirito e il cuore. Ho voluto qui soltanto accennare brevemente che tutto l’essere umano è sommerso come da un diluvio dalla testa ai piedi, così che non vi è alcuna parte di lui esente dal peccato; e quindi che tutto ciò che ne procede è a buon diritto condannato e imputato a peccato, come san Paolo dice che tutte le affezioni della carne sono inimicizia contro Dio e, di conseguenza, morte (Romani 8:7).
2:1:10 – Non accusare Dio: la ferita è sopravvenuta, non originaria
Vedano ora coloro che osano attribuire a Dio la causa del loro peccato, quando diciamo che gli esseri umani sono naturalmente viziosi, se essi non agiscono perversamente nel contemplare l’opera di Dio nella loro contaminazione, che avrebbero invece dovuto cercare e sondare nella natura che Adamo aveva ricevuto prima d’essere corrotto.
La nostra perdizione dunque procede dalla colpa della nostra carne e non da Dio, poiché non siamo periti per altra causa se non per essere decaduti dalla nostra prima creazione. E non si deve qui replicare che Dio avrebbe potuto provvedere meglio alla nostra salvezza, se fosse intervenuto prima della caduta di Adamo: poiché questa obiezione è così audace e temeraria che non deve in alcun modo entrare nell’intelletto della persona credente. Inoltre essa appartiene alla predestinazione di Dio, che sarà trattata più avanti nel suo luogo.
Ricordiamoci dunque di imputare sempre la nostra rovina alla corruzione della nostra natura, e non a quella natura che era stata data all’essere umano nel principio, affinché non accusiamo Dio come se il nostro male venisse da Lui. È ben vero che questa piaga mortale del peccato è conficcata nella nostra natura, ma sono cose molto diverse che essa sia stata ferita fin dall’origine o che sia stata ferita dopo e da altrove. Ora è certo che essa è stata ferita dal peccato sopravvenuto. Non abbiamo dunque motivo di lamentarci se non di noi stessi.
La Scrittura lo nota diligentemente: poiché l’Ecclesiaste dice: “Io so che Dio ha creato l’uomo retto, ma egli si è cercato molte invenzioni malvagie” (Ecclesiaste 7:29). Da ciò appare che la rovina va imputata all’essere umano soltanto, poiché egli aveva avuto dalla grazia di Dio una rettitudine naturale, e per la sua follia è precipitato nella vanità.
2:1:11 – “Naturale” ma non “di natura”: distinzione contro i Manichei
Diciamo dunque che l’essere umano è naturalmente corrotto in perversità, ma che questa perversità non è in lui “di natura”. Neghiamo che sia “di natura” per mostrare che è piuttosto una qualità sopravvenuta all’essere umano che una proprietà della sua sostanza radicata in lui fin dal principio; tuttavia la chiamiamo naturale affinché nessuno pensi che essa si acquisti da ciascuno per cattiva abitudine ed esempio, poiché ci avvolge tutti fin dalla prima nascita.
E non parliamo così senza autore: infatti, per la medesima ragione, l’Apostolo ci chiama tutti eredi dell’ira di Dio per natura (Efesini 2:3). Come potrebbe Dio essere adirato contro la più nobile delle sue creature, quando le più piccole opere che ha fatto gli piacciono? Ma è che egli piuttosto è adirato contro la corruzione della sua opera che contro la sua opera.
Se dunque l’essere umano, non senza causa, è detto naturalmente abominevole a Dio, a buon diritto potremo dire che egli è naturalmente vizioso e malvagio. Sant’Agostino non fa difficoltà, a motivo della nostra natura corrotta, di chiamare peccati naturali quelli che regnano necessariamente nella nostra carne quando la grazia di Dio ci viene meno.
Con questa distinzione è confutata la folle fantasticheria dei Manichei, i quali, immaginando una perversità essenziale nell’essere umano, dicevano che egli fosse creato da un altro che non fosse Dio, per non attribuire a Dio alcuna origine del male.