Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 10

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 2

Capitolo 10 - Della somiglianza tra l’Antico e il Nuovo Testamento

2.10.1 - Unità sostanziale dell’alleanza e necessità di chiarire le differenze

Da quanto abbiamo già esposto può ormai risultare evidente che tutti coloro che Dio ha voluto adottare, fin dall’inizio del mondo, nella comunione del suo popolo, sono stati per ciò stesso uniti a Lui, essendo congiunti da un medesimo vincolo di dottrina, identico a quello che oggi possediamo. Tuttavia, poiché è necessario che questo punto sia confermato più solidamente, aggiungerò ora, quasi a titolo di complemento, in che modo i Padri siano stati partecipi di una stessa eredità con noi, abbiano sperato una salvezza comune mediante la grazia di un medesimo Mediatore, e tuttavia, all’interno di tale comunione, abbiano avuto una condizione diversa.

Ora, sebbene le testimonianze che abbiamo raccolto dalla Legge e dai Profeti siano più che sufficienti a dimostrare che non vi è mai stata per il popolo di Dio altra regola di pietà e di religione se non quella che noi professiamo, nondimeno, poiché spesso presso gli antichi Dottori si parla della diversità tra Antico e Nuovo Testamento in modo aspro e rude, tale da poter generare scrupoli in chi non è particolarmente avveduto, mi è parso opportuno trattare questa materia in modo specifico, per chiarirla più accuratamente.

Inoltre, ciò che altrimenti sarebbe stato molto utile, ci è ora necessario a causa dell’importunità tanto di quel mostro, Serveto, quanto di alcuni Anabattisti, i quali non hanno alcuna considerazione del popolo d’Israele se non come di un branco di porci, ritenendo che il Signore abbia voluto soltanto ingrassarlo sulla terra, come in una mangiatoia, senza alcuna speranza di immortalità celeste. Pertanto, per distogliere tutti i fedeli da questo errore pestilenziale e, allo stesso tempo, per liberare le persone semplici dalle difficoltà che sorgono quando si parla di una certa diversità tra Antico e Nuovo Testamento, consideriamo brevemente che cosa vi sia di simile o di diverso tra l’alleanza che il Signore stabilì prima della venuta di Cristo con il popolo d’Israele e quella che ha stabilito con noi dopo averlo manifestato nella carne.


2.10.2 - Unità della sostanza dell’alleanza e differenza nella dispensazione

Entrambe queste questioni possono essere risolte in una sola affermazione: l’alleanza fatta con gli antichi Padri, quanto alla sua sostanza e verità, è così simile alla nostra che può essere considerata una sola e medesima con essa. Essa differisce soltanto nel modo in cui è stata amministrata. Tuttavia, poiché da una tale brevità non si potrebbe ricavare una comprensione adeguata, è necessario sviluppare più ampiamente questo punto, se vogliamo trarne reale beneficio.

Nel spiegare la somiglianza, o piuttosto l’unità, delle due alleanze, sarebbe superfluo riprendere diffusamente tutte le parti che abbiamo già trattato; e mescolare ora ciò che dovrà essere esposto altrove non sarebbe opportuno. Dobbiamo quindi limitarci qui a tre punti principali.

  • Primo, che il Signore non ha proposto ai Giudei una felicità o un’abbondanza terrena come fine al quale dovessero aspirare, ma li ha adottati nella speranza dell’immortalità, rivelando e attestando loro questa adozione sia mediante visioni, sia nella sua Legge e nei suoi Profeti.
  • Secondo, che l’alleanza mediante la quale essi furono uniti a Dio non fu fondata sui loro meriti, ma unicamente sulla sua misericordia.
  • Terzo, che essi ebbero e conobbero Cristo come Mediatore, mediante il quale furono uniti a Dio e resi partecipi delle sue promesse.

Il secondo punto, poiché non è ancora stato sufficientemente chiarito, sarà dimostrato più ampiamente al suo posto, quando proveremo con molte testimonianze certe dei Profeti che tutto il bene che il Signore abbia mai fatto o promesso al suo popolo procede esclusivamente dalla sua pura bontà e clemenza. Il terzo lo abbiamo già dimostrato altrove in modo adeguato; e anche il primo lo abbiamo già toccato incidentalmente.


2.10.3 - L’Antico Testamento orientato alla vita futura

Poiché però questo primo punto è quello che più direttamente riguarda la questione presente e su cui vi sono maggiori controversie, dobbiamo dedicarvi maggiore attenzione, pur senza soffermarci oltre il necessario, così che, se qualcosa dovesse ancora mancare a una corretta esposizione degli altri punti, lo colmeremo brevemente secondo l’opportunità.

L’apostolo elimina ogni dubbio su tutti e tre questi aspetti quando afferma che Dio aveva già promesso da lungo tempo l’Evangelo di Gesù Cristo per mezzo dei Profeti nelle sue sante Scritture, e che lo ha poi pubblicato nel tempo da Lui stabilito; e inoltre che la giustizia della fede, insegnata nell’Evangelo, è stata testimoniata dalla Legge e dai Profeti (Romani 1:2; 3:21). Certamente l’Evangelo non trattiene i cuori delle persone in una gioia limitata alla vita presente, ma li eleva alla speranza dell’immortalità; né li lega alle delizie terrene, ma, mostrando loro la speranza preparata nei cieli, li innalza verso l’alto.

A questo ci conduce anche la definizione che l’apostolo ne dà altrove: Dopo aver creduto all’Evangelo, siete stati segnati con lo Spirito Santo, che è la caparra della nostra eredità; e ancora: Abbiamo udito della vostra fede in Cristo e del vostro amore verso tutti i santi, a causa della speranza che vi è riservata nei cieli, della quale avete udito parlare mediante la parola dell’Evangelo; e ancora: Dio ci ha chiamati mediante l’Evangelo a partecipare alla gloria del nostro Signore Gesù Cristo (Efesini 1:13; Colossesi 1:4; 2 Tessalonicesi 2:14). Per questo esso è chiamato dottrina di salvezza, potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede e regno dei cieli (Efesini 1:13; Romani 1:16).

Ora, se la dottrina dell’Evangelo è spirituale e ci apre l’accesso alla vita incorruttibile, non dobbiamo pensare che coloro ai quali l’Evangelo fu promesso e predicato si siano comportati come bestie brute, occupate soltanto nei piaceri corporali e incuranti dell’anima (Luca 9:62). Né si obietti che le promesse dell’Evangelo, anticamente annunciate da Dio mediante i Profeti, fossero destinate esclusivamente al popolo del Nuovo Testamento. Infatti l’apostolo, poco dopo aver affermato che l’Evangelo era stato promesso nella Legge, aggiunge che tutto ciò che la Legge dice si rivolge propriamente a coloro che sono sotto la Legge (Romani 3:19). Benché egli lo dica in un altro contesto, non era certo così smemorato da non ricordare, affermando che tutto ciò che la Legge insegna riguarda i Giudei, quanto aveva detto poco prima circa l’Evangelo promesso nella Legge. In questo passo egli dimostra chiaramente che l’Antico Testamento aveva come principale riferimento la vita futura, poiché vi afferma che le promesse dell’Evangelo vi sono comprese.


2.10.4 - Misericordia gratuita e centralità di Cristo nell’Antico Testamento

Da ciò segue, per la stessa ragione, che l’Antico Testamento consisteva nella misericordia gratuita di Dio e trovava la sua fermezza in Cristo. Infatti la predicazione evangelica non annuncia altro se non che le persone peccatrici sono giustificate per la clemenza paterna di Dio, senza alcun merito da parte loro; e tutta la sua sostanza è racchiusa in Gesù Cristo.

Chi dunque oserà privare i Giudei di Cristo, ai quali sentiamo che l’alleanza dell’Evangelo è stata fatta, e il cui unico fondamento è Cristo stesso? Chi li escluderà dalla speranza di una salvezza gratuita, dal momento che sappiamo che fu loro amministrata la dottrina della fede, che ci conferisce la giustizia gratuita? E per non dilungarci su una cosa così evidente, abbiamo una dichiarazione autorevole del Signore Gesù: Abramo esultò nel desiderio di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò (Giovanni 8:56).

Ciò che è detto di Abramo, l’apostolo mostra essere stato vero per tutto il popolo fedele, quando afferma che Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno (Ebrei 13:8). Egli non parla soltanto della divinità eterna di Cristo, ma della conoscenza della sua potenza, che è sempre stata manifestata ai fedeli. Per questo la vergine Maria e Zaccaria, nei loro cantici, chiamano la salvezza rivelata in Cristo il compimento delle promesse fatte da Dio ad Abramo e ai Patriarchi (Luca 1:54-55, 72-73). Se dunque Dio, manifestando il suo Cristo, ha adempiuto il suo antico giuramento, non si può affermare che il fine dell’Antico Testamento non fosse Cristo e la vita eterna.


2.10.5 - Unità della grazia sacramentale nell’Antico e nel Nuovo Testamento

Inoltre, l’apostolo non rende il popolo d’Israele simile a noi soltanto quanto alla grazia dell’alleanza, ma anche quanto al significato dei sacramenti. Infatti, volendo ammonire severamente i Corinzi affinché non cadessero negli stessi peccati che Dio aveva duramente punito in Israele, premette che noi non abbiamo alcun privilegio o dignità che possa sottrarci alla vendetta di Dio, la quale si abbatté su di loro (1 Corinzi 10:1, 6, 11).

E in effetti il Signore non solo concesse loro gli stessi benefici che concede a noi, ma illustrò la sua grazia verso di loro mediante gli stessi segni e sacramenti. È come se dicesse: Vi sembra di essere al sicuro perché il Battesimo che avete ricevuto e la Cena del Signore hanno promesse particolari; tuttavia, disprezzando la bontà di Dio, vivete dissolutamente. Sappiate però che i Giudei non furono privi degli stessi sacramenti, e ciò non impedì al Signore di esercitare su di loro il rigore del suo giudizio. Essi furono battezzati nel passaggio del Mar Rosso e nella nuvola che li proteggeva dall’ardore del sole.

Coloro che si oppongono a questa dottrina affermano che quello fu un battesimo carnale, corrispondente al nostro battesimo spirituale soltanto per una certa somiglianza. Ma se si concede loro questo, l’argomento dell’apostolo viene meno, poiché egli intendeva togliere ai cristiani questa vana sicurezza di ritenersi superiori ai Giudei a motivo del Battesimo. E ciò che segue immediatamente non può in alcun modo essere eluso: cioè che essi mangiarono la stessa vivanda spirituale e bevvero la stessa bevanda spirituale che è data a noi, spiegando che essa era Gesù Cristo.


2.10.6 - La manna e il vero nutrimento di vita eterna

Ma essi obiettano ancora, per abbattere l’autorità dell’apostolo Paolo, la parola di Cristo: I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; chi mangia la mia carne non morirà in eterno (Giovanni 6:49-51). Ma l’una affermazione si accorda facilmente con l’altra. Il Signore Gesù, poiché si rivolgeva a uditori che cercavano soltanto di riempirsi il ventre, curandosi ben poco del vero nutrimento delle anime, adatta in qualche modo il suo discorso alla loro capacità; e in particolare stabilisce questo confronto tra la manna e il suo corpo secondo il loro modo di intendere.

Essi infatti pretendevano che, per avere autorità, Egli dimostrasse la sua potenza mediante qualche miracolo simile a quello che Mosè aveva compiuto nel deserto, quando aveva fatto piovere la manna dal cielo. Ora, nella manna essi non coglievano altro se non un rimedio alla necessità corporale che opprimeva il popolo nel deserto; non si elevavano fino a considerare il mistero di cui parla l’apostolo Paolo. Cristo dunque, per mostrare quanto essi dovessero attendersi da Lui un beneficio più grande ed eccellente di quello che ritenevano i loro padri avessero ricevuto da Mosè, propone questo confronto: se, a vostro giudizio, fu un miracolo così degno che il Signore mandasse al suo popolo, per mano di Mosè, un cibo celeste affinché non perisse di fame ma fosse sostenuto per un certo tempo, da ciò comprendete quanto più prezioso sia il cibo che conferisce immortalità.

Vediamo così perché il Signore abbia tralasciato ciò che nella manna era il principale, considerando soltanto l’utilità minore di essa: poiché i Giudei, quasi a rimprovero, Gli avevano opposto Mosè, il quale aveva soccorso il popolo d’Israele nella sua necessità, nutrendolo miracolosamente di manna. Egli risponde di essere dispensatore di una grazia molto più preziosa, rispetto alla quale ciò che Mosè aveva fatto per il popolo d’Israele era quasi nulla, sebbene essi lo stimassero tanto.

L’apostolo Paolo, considerando che il Signore, facendo piovere la manna dal cielo, non aveva voluto soltanto fornire un cibo corporeo al suo popolo, ma anche offrirgli un mistero spirituale, per figurare la vita eterna che doveva attendere da Cristo, tratta questo argomento nel modo degno di essere pienamente spiegato. Possiamo dunque concludere senza dubbio che le stesse promesse di vita eterna che oggi ci sono presentate non solo furono comunicate ai Giudei, ma furono anche loro sigillate e confermate mediante sacramenti veramente spirituali. Questa materia è ampiamente trattata da sant’Agostino contro Fausto il Manicheo.


2.10.7 - La Parola come seme di vita eterna nei Padri

Tuttavia, se i lettori preferiscono ascoltare una rassegna delle testimonianze della Legge e dei Profeti, nelle quali si vede che l’alleanza spirituale di cui oggi siamo partecipi fu ugualmente comune ai Padri, come ci è dichiarato da Cristo e dai suoi apostoli, cercherò di soddisfarli; tanto più volentieri, affinché gli oppositori siano tanto più convinti e non possano più tergiversare.

Comincerò da un argomento che presso gli Anabattisti sarà ritenuto debole e quasi ridicolo, ma che ha grande peso presso tutte le persone dotate di ragione e giudizio. Prendo dunque come certo che vi è nella Parola di Dio una tale efficacia, da essere sufficiente a vivificare le anime di tutti coloro che ne partecipano. Infatti è sempre stata vera l’affermazione dell’apostolo Pietro, secondo cui essa è un seme incorruttibile che dimora in eterno, come egli stesso conferma con le parole di Isaia (1 Pietro 1:23; Isaia 40:6).

Ora, poiché Dio unì un tempo a Sé i Giudei mediante questo vincolo sacro e indissolubile, non vi è dubbio che Egli li abbia separati e consacrati affinché sperassero nella vita eterna. E quando dico che essi ricevettero e abbracciarono la Parola per essere più intimamente uniti a Dio, non intendo quella comunione generale con Lui che si estende al cielo, alla terra e a tutte le creature. Infatti, sebbene Egli vivifichi ogni cosa mediante il suo soffio, ciascuna secondo la proprietà della sua natura, tuttavia non le libera dalla necessità della corruzione. La comunione di cui parlo è invece speciale: quella mediante la quale le anime dei fedeli sono illuminate nella conoscenza di Dio e in qualche modo congiunte a Lui.

Poiché dunque Abramo, Isacco, Noè, Abele, Adamo e gli altri Padri aderirono a Dio mediante tale illuminazione della sua Parola, affermo che non vi è alcun dubbio che essa sia stata per loro una porta d’ingresso nel regno eterno di Dio; poiché era una vera partecipazione di Dio, che non può sussistere senza la grazia della vita eterna.


2.10.8 - La formula dell’alleanza come promessa di vita e salvezza

Se quanto detto può sembrare ancora in qualche modo oscuro, passiamo alla formula stessa dell’alleanza, la quale non solo soddisferà tutti gli spiriti pacati, ma confuterà sufficientemente anche l’ignoranza di coloro che si sforzano di contraddire. Il Signore ha sempre stabilito questo patto con i suoi servitori: Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo (Levitico 26:12). Sotto queste parole, gli stessi Profeti intendevano che fossero compresi la vita, la salvezza e la somma di ogni beatitudine.

Non senza motivo, dunque, Davide proclama spesso beato il popolo che ha il Signore come suo Dio, e beata la nazione che Egli ha scelto come sua eredità (Salmi 144:15; 33:12). Ciò non si riferisce a una felicità terrena, ma al fatto che Egli redime dalla morte, conserva per sempre e mantiene nella sua misericordia tutti coloro che ha accolto nella comunione del suo popolo. Così dicono anche altri Profeti: Tu sei il nostro Dio, noi non moriremo; Il Signore è il nostro re e legislatore, Egli ci salverà; Beato sei tu, Israele, perché hai salvezza nel Signore (Abacuc 1:12; Isaia 33:22; Deuteronomio 33:29).

Per non affaticarci in cose superflue, basti questa costante testimonianza della Scrittura: che nulla ci manca per avere abbondanza di ogni bene e certezza di salvezza, purché il Signore sia il nostro Dio. E ciò a buon diritto, poiché se la sua presenza, non appena risplende, è una certissima garanzia di salvezza, come potrebbe Egli dichiararsi Dio dell’uomo senza, nello stesso tempo, aprirgli i tesori della salvezza? Egli infatti è nostro Dio a condizione di abitare in mezzo a noi, come attestava per mezzo di Mosè (Levitico 26:11 s.). Ora, una tale presenza non può essere ottenuta senza possedere insieme anche la vita.

E quand’anche nulla fosse stato detto di più, quelle parole: Io sono il vostro Dio (Esodo 6:7) contenevano già promesse chiarissime di vita spirituale. Infatti Egli non dichiarava di essere Dio soltanto dei loro corpi, ma soprattutto delle loro anime. Ora, se le anime non sono congiunte a Dio mediante la giustizia, restando estranee a Lui rimangono nella morte; al contrario, quando sono unite a Lui, questa comunione reca loro la vita permanente.


2.10.9 - La promessa perpetua e la resurrezione dei Padri

Vi è ancora di più: Egli non solo si dichiarava loro Dio, ma prometteva di esserlo per sempre, affinché la loro speranza, non fermandosi alle cose presenti, si estendesse all’eternità. Che questa espressione al futuro abbia tale significato risulta da molte affermazioni dei fedeli, i quali si consolano assicurandosi che Dio non verrà mai meno.

Vi era inoltre un secondo elemento nell’alleanza che li confermava ancora più pienamente in questa certezza: il fatto che fosse detto: Io sarò il Dio della tua discendenza dopo di te (Genesi 17:7). Infatti, se il Signore intendeva manifestare la sua benevolenza verso di loro facendo del bene ai loro discendenti, tanto più era necessario che il suo favore si manifestasse verso loro stessi. Dio infatti non è come le persone, che trasferiscono sui figli l’amore portato ai defunti, poiché non hanno più la possibilità di fare loro del bene dopo la morte. Ma Dio, la cui liberalità non è ostacolata dalla morte, non sottrae il frutto della sua misericordia a coloro per i quali la manifesta verso i loro discendenti per mille generazioni (Esodo 20:6).

Egli ha dunque voluto mostrare con ciò l’infinita abbondanza della sua bontà, che i suoi servitori dovevano sperimentare anche dopo la morte, quando descrive la sua misericordia come estesa a tutta la famiglia anche dopo il loro trapasso. Il Signore ha sigillato la verità di questa promessa, e quasi ne ha mostrato il compimento, chiamandosi il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe molto tempo dopo la loro morte (Esodo 3:6; Matteo 22:32; Luca 20:37). Infatti tale appellativo sarebbe stato ridicolo se essi fossero periti: sarebbe stato come dire: Io sono il Dio di coloro che non sono. Per questo gli Evangelisti riferiscono che i Sadducei furono convinti da Cristo con questo solo argomento, tanto da non poter negare che Mosè avesse testimoniato la resurrezione dei morti in quel passo.

E in effetti essi avevano anche appreso da Mosè che tutti i santi sono nella mano di Dio (Deuteronomio 33:3); da ciò era facile concludere che essi non sono stati annientati dalla morte, poiché Colui che ha in suo potere la vita e la morte li ha accolti sotto la sua custodia e protezione.


2.10.10 - La pedagogia delle afflizioni e l’orientamento alla vita futura

Consideriamo ora ciò che è il punto principale di questa controversia: se i fedeli dell’Antico Testamento non siano stati istruiti da Dio in modo tale da riconoscere di avere una vita migliore altrove che sulla terra, e quindi da meditarla disprezzando questa vita corruttibile.

Anzitutto, il genere di vita che Egli assegnò loro non fu altro che un esercizio continuo, mediante il quale li ammoniva che sarebbero stati i più miserabili del mondo se avessero riposto la loro felicità sulla terra. Adamo, già profondamente infelice per il solo ricordo della felicità perduta, trova grande difficoltà a sostenersi in una vita misera, lavorando quanto può (Genesi 3:17-19). E, oltre a essere colpito da questa maledizione di Dio, riceve un’angoscia straordinaria proprio da ciò che avrebbe dovuto recargli qualche sollievo. Dei due figli che ha, l’uno è miseramente ucciso dalla mano dell’altro (Genesi 4:8). Gli rimane Caino, che giustamente non può che essere oggetto di orrore e abominio. Abele, così crudelmente ucciso nel fiore dell’età, è per noi un esempio della miseria umana.

Noè consuma una gran parte della sua vita costruendo l’arca con grande fatica e molestia (Genesi 6:22), mentre tutto il mondo si abbandona a delizie e piaceri. Il fatto stesso di scampare alla morte gli diviene causa di maggiore afflizione che se fosse morto cento volte: poiché, oltre al fatto che l’arca è per lui come un sepolcro per dieci mesi, che cosa vi è di più penoso che restare così a lungo immerso nello sterco e nella sporcizia degli animali, in un luogo privo d’aria? E dopo essere sfuggito a tante difficoltà, cade in una nuova fonte di dolore: viene deriso dal proprio figlio (Genesi 9:24) ed è costretto a maledire con la propria bocca colui che Dio gli aveva risparmiato dal diluvio come grande beneficio.


2.10.11 - Abramo: un pellegrino provato, quindi non destinato alla felicità terrena

Certamente Abramo, da solo, deve valere per noi quanto un milione, se consideriamo bene la sua fede, che ci è anche proposta come ottima regola del credere (Genesi 12:4); tanto che dobbiamo essere reputati della sua discendenza per essere figli di Dio. Non vi è nulla di più contrario alla ragione che escludere dal novero dei fedeli colui che è padre di tutti; al punto da non lasciargli nemmeno l’ultimo posto fra tutti. Ora, non lo si può togliere da questo numero, e tanto meno da quel grado così onorevole nel quale Dio lo ha collocato, senza che tutta la Chiesa sia annientata.

Quanto poi alla sua condizione, non appena è chiamato da Dio, viene tratto fuori dal suo paese, strappato ai parenti e agli amici, e privato delle cose più desiderabili di questo mondo: come se Dio, di proposito deliberato, avesse voluto spogliarlo di ogni gioia terrena. Appena entrato nella terra dove gli era stato comandato di abitare, ne viene scacciato dalla fame. Si ritira per cercare aiuto in un paese dove, se vuole salvare la vita, è costretto ad abbandonare sua moglie, cosa che per lui era più grave di molte morti (Genesi 12:11-15). È forse tornato al luogo della sua dimora? Ne è di nuovo scacciato dalla carestia. Che felicità è mai abitare in una terra dove doveva così spesso trovarsi nel bisogno, e persino dove avrebbe dovuto morire di fame se non fosse fuggito?

È ricondotto nella medesima necessità di lasciare sua moglie nel paese di Abimelec (Genesi 20:2). Dopo aver vagato qua e là per molti anni nell’incertezza, è costretto, a causa di liti e contese tra i suoi servi, a mandare via dalla sua casa il nipote che considerava come un figlio. Non c’è dubbio che quella separazione gli fu come se gli avessero tagliato o strappato uno dei suoi membri. Poco tempo dopo egli viene a sapere che i nemici lo hanno portato via prigioniero.

Ovunque vada, trova una crudele barbarie in tutti i suoi vicini, i quali non gli permettono nemmeno di bere l’acqua dei pozzi che egli stesso ha scavato; infatti, se non ne fosse stato molestato, non ne avrebbe dovuto ricomprare l’uso. Giunto all’estrema vecchiaia, si vede privo di figli, che è la cosa più dura per quell’età. Infine genera Ismaele contro ogni speranza; ma anche questa nascita gli costa molto cara, poiché è vessato dagli oltraggi di Sara sua moglie, come se, alimentando l’orgoglio della sua serva, egli fosse causa del turbamento della sua casa.

Negli ultimi giorni gli è dato Isacco, ma con tale contraccambio che il figlio maggiore è scacciato e gettato via come un povero cane in mezzo a una foresta. Dopo che Isacco gli è rimasto solo, e dovrebbe essere tutta la consolazione della sua vecchiaia, gli viene comandato di ucciderlo. Si può immaginare qualcosa di più infelice che dire che un padre divenga il carnefice del proprio figlio? Se Isacco fosse morto di malattia, chi non avrebbe giudicato quell’anziano infelice, poiché gli era stato dato per così poco tempo, quasi per scherno, per raddoppiargli il dolore di vedersi senza discendenza? Se fosse stato ucciso da uno straniero, la calamità sarebbe stata tanto maggiore; ma ciò supera ogni miseria: che sia ucciso dalla mano di suo padre.

In breve, per tutta la sua vita egli è stato tanto tormentato e afflitto, che se qualcuno volesse rappresentare come in un dipinto un esempio di vita miserabile, non troverebbe nulla di più adatto. Se qualcuno obietta che almeno non fu del tutto miserabile, in quanto scampò a tanti pericoli e superò tante tempeste, rispondo che non chiameremo felice una vita che giunge a lunga vecchiaia attraverso infinite difficoltà, ma solo quella nella quale una persona è mantenuta pacificamente in buona fortuna.


2.10.12 - Isacco e Giacobbe: una felicità terrena quasi inesistente, e una vita segnata da prove

Passiamo a Isacco, il quale non patì tante calamità, ma tuttavia ebbe a stento il minimo assaggio di qualche piacere o gioia terrena. D’altra parte sperimentò turbamenti che non permettono a una persona di essere felice sulla terra. La carestia lo scaccia dalla terra di Canaan, come suo padre. Sua moglie gli è strappata dal seno. I vicini lo tormentano e molestano ovunque vada in molti modi, tanto che è costretto a lottare per l’acqua. Le mogli di suo figlio Esaù gli procurano grande amarezza in casa (Genesi 26:34). Egli è profondamente afflitto dalla discordia dei suoi figli e non può porre rimedio a un così grande male se non bandendo colui che aveva benedetto.

Quanto a Giacobbe, egli è come un modello e una figura della più grande infelicità che si possa immaginare (Genesi 28:5). Mentre è ancora in casa durante l’infanzia, è tormentato dall’inquietudine a causa delle minacce del fratello; alla fine è costretto a cedere e fugge lontano dai parenti e dal suo paese. Oltre all’angoscia dell’esilio, è trattato duramente dallo zio Labano. Non basta che egli sia per sette anni in una servitù dura e disumana, ma alla fine è ingannato, poiché gli viene data un’altra moglie invece di quella che aveva chiesto (Genesi 29:20). Deve quindi, per ottenerla, rientrare in una nuova servitù, nella quale è bruciato di giorno dal calore del sole e di notte intirizzito e gelato; sopporta pioggia, vento e tempesta, senza dormire né riposare, come egli stesso se ne lamenta. E dopo vent’anni in una condizione così misera, deve ancora essere quotidianamente afflitto dalle ingiurie del suocero (Genesi 31:7).

In casa non è più tranquillo, poiché essa è sconvolta da odi, contese e gelosie tra le sue mogli. Quando Dio gli comanda di tornare nel suo paese, deve partire in modo tale che la sua partenza somiglia a una fuga ignominiosa. E neppure così può sottrarsi all’iniquità del suocero: questi lo perseguita e lo raggiunge lungo il cammino; e, poiché Dio non permette che gli accada di peggio, egli è comunque vessato da molti oltraggi e contumelie da parte di colui del quale aveva tutte le ragioni per lamentarsi.

Subito dopo entra in un’angoscia ancora più grande: avvicinandosi al fratello, egli ha davanti agli occhi tante morti quante se ne possono attendere da un nemico crudele (Genesi 32:11). Il suo cuore è quindi orribilmente tormentato e quasi lacerato dall’angoscia mentre attende il suo arrivo. Quando lo vede, si getta ai suoi piedi come mezzo morto, finché lo sente più mite di quanto avrebbe osato sperare (Genesi 33:3). Al primo ingresso nella sua terra perde sua moglie Rachele nel parto, lei che amava sopra ogni altra (Genesi 35:16). Poi gli viene riferito che il figlio avuto da lei, quello che amava più di tutti, è stato divorato da una bestia feroce. Questo colpo gli ferisce il cuore con tale amarezza che, dopo aver pianto a lungo, rifiuta ogni consolazione e decide di morire in quella tristezza, non avendo altro piacere che seguire il figlio nel sepolcro.

Che dolore, fastidio e afflizione immaginiamo che provi quando vede sua figlia rapita e disonorata (Genesi 34:2)? E inoltre quando i suoi figli, per vendicarsi, saccheggiano una città, rendendolo odioso a tutti gli abitanti e ponendolo in pericolo di morte? Sopraggiunge poi l’orribile delitto di Ruben, che doveva procurargli una straordinaria angoscia (Genesi 35:22). Infatti, se una delle più grandi miserie che possa avere una persona è che la propria moglie sia violata, che dire quando una tale scelleratezza è commessa dal proprio figlio? Poco dopo la sua famiglia è contaminata da un altro incesto (Genesi 38:18), tanto che tanti disonori avrebbero potuto spezzare il cuore più saldo e paziente del mondo.

Nella sua ultima vecchiaia, volendo provvedere al bisogno suo e della sua famiglia, manda i suoi figli in un paese straniero a comprare grano. Uno di essi resta in prigione, e lui lo crede in pericolo di morte; per riscattarlo è costretto a mandare anche Beniamino, nel quale riponeva tutta la sua gioia (Genesi 42:34, 38). Chi penserebbe che, in una tale moltitudine di sventure, egli abbia anche solo un minuto per respirare in pace? Egli stesso lo attesta al Faraone dicendo che i giorni della sua vita sono stati pochi e miserabili (Genesi 47:9). Colui che afferma di essere stato in miserie continue non concede di aver gustato quella prosperità terrena che Dio gli aveva promessa. Dunque o Giacobbe fu ingrato e incapace di riconoscere la bontà di Dio, oppure egli protestò veramente di essere stato miserabile sulla terra. Se le sue parole sono vere, ne segue che egli non aveva fissato la sua speranza nelle cose terrene.


2.10.13 - Pellegrini e stranieri: la promessa guardava oltre la terra, verso il cielo

Se tutti questi santi Padri attesero da Dio una vita beata (cosa indubitabile), essi conobbero e attesero certamente una beatitudine diversa dalla vita terrena. L’apostolo lo dimostra assai bene: Abramo, dice, dimorò per fede nella terra promessa come in terra straniera, abitando in tende con Isacco e Giacobbe, partecipi della medesima eredità; perché aspettavano una città dalle solide fondamenta, di cui Dio è l’architetto e costruttore. Tutti costoro morirono nella fede senza aver ricevuto le promesse; ma, vedendole da lontano, le accolsero e confessarono di essere stranieri e pellegrini sulla terra; e così dichiararono di cercare una patria. Ora, se avessero desiderato la patria naturale che avevano lasciato, avrebbero potuto tornarvi; ma ne desideravano una migliore, cioè quella celeste. Perciò Dio non si vergogna di chiamarsi loro Dio, perché ha preparato loro una dimora (Ebrei 11:9-16).

E in effetti sarebbero stati più stolti di tronchi di legno, se avessero perseguito con tanta costanza promesse che non avevano alcuna apparenza di compimento sulla terra, se non perché ne attendevano l’adempimento altrove. Non a caso l’apostolo insiste soprattutto su questo: che essi si sono detti pellegrini e stranieri in questo mondo, come anche Mosè riferisce (Genesi 47:9). Infatti, se essi sono stranieri nella terra di Canaan - dove è la promessa di Dio, per la quale sono costituiti eredi - ciò dimostra che quanto Dio aveva promesso guardava più lontano della terra.

Per questo non acquisirono in Canaan neppure un piede di possesso, se non per le loro tombe (Atti 7:5), con cui testimoniavano che la loro speranza non era di godere della promessa se non dopo la morte. È anche la ragione per cui Giacobbe stimò tanto d’esservi seppellito, al punto da far giurare suo figlio Giuseppe di trasportarvi il suo corpo. La stessa ragione guidò Giuseppe, che ordinò che le sue ossa fossero portate là circa trecento anni dopo la sua morte (Genesi 47:29-30; 50:25).


2.10.14 - Opere e desideri dei santi: la morte come soglia verso il compimento

Insomma, appare manifestamente che in tutte le loro opere essi hanno sempre guardato a questa beatitudine della vita futura. Infatti, per quale motivo Giacobbe avrebbe desiderato con tanta fatica e pericolo la primogenitura, che non gli portava alcun bene terreno e lo cacciava fuori dalla casa del padre, se non avesse mirato a una benedizione più alta? E dichiarò di avere questo sentimento quando, esalando gli ultimi sospiri, gridò: Aspetterò la tua salvezza, Signore (Genesi 49:18). Poiché sapeva di stare per rendere l’anima, quale salvezza avrebbe aspettato se non avesse visto nella morte l’inizio di una nuova vita?

E perché discutere soltanto dei figli di Dio, quando persino colui che si sforzava di combattere la verità ebbe la medesima percezione? Infatti, che cosa intendeva Balaam desiderando che la sua anima morisse della morte dei giusti e che la sua fine fosse simile alla loro fine (Numeri 23:10), se non che sentiva nel suo cuore ciò che Davide scrisse poi: che la morte dei santi è preziosa davanti al Signore e la morte degli empi è miserabile (Salmi 116:15; 34:22)? Se il fine ultimo delle persone fosse nella morte, non si potrebbe notare in essa alcuna differenza tra il giusto e l’empio. Occorre dunque distinguerli per la condizione che è preparata all’uno e all’altro nel secolo futuro.


2.10.15 - Dai Profeti maggiore chiarezza: Davide e la speranza oltre il mondo

Non siamo ancora andati oltre Mosè, che i sognatori contro i quali parliamo credono abbia avuto altro compito se non quello di indurre il popolo d’Israele a temere e onorare Dio, promettendogli possessioni fertili e abbondanza di vettovaglie. Tuttavia, se non si vuole deliberatamente spegnere la luce che si presenta, abbiamo già una rivelazione del tutto evidente dell’alleanza spirituale.

Se poi scendiamo ai Profeti, lì avremo piena chiarezza per contemplare la vita eterna e il regno di Cristo. Anzitutto Davide, che, poiché venne prima di altri, parla dei misteri celesti più oscuramente di loro; e nondimeno, con quale perspicuità e certezza riferisce tutta la sua dottrina a questo fine! Ciò che egli stimava dell’abitazione terrena lo mostra con questa affermazione: Io sono qui pellegrino e straniero, come tutti i miei padri. Ogni persona vivente è vanità: ciascuno passa come un’ombra; e ora qual è la mia attesa? Signore, la mia speranza è rivolta a te (Salmi 39:7, 8, 13). Certamente, chi dopo aver confessato che non vi è nulla di fermo e permanente in questo mondo, tuttavia mantiene una speranza salda in Dio, contempla la sua felicità altrove che non in questo mondo.

Perciò egli stesso è solito richiamare i fedeli a questa contemplazione ogni volta che vuole consolarli. In un altro passo, dopo aver mostrato quanto questa vita sia breve e fragile, aggiunge: Ma la misericordia del Signore è per sempre verso coloro che lo temono (Salmi 103:17). E a ciò somiglia quanto dice altrove: Tu fin dal principio, Signore, hai fondato la terra, e i cieli sono opera delle tue mani. Essi periranno, ma tu rimani; invecchieranno come un vestito, e tu li muterai; ma tu resti sempre lo stesso, e i tuoi anni non verranno meno. I figli dei tuoi servitori abiteranno, e la loro discendenza sarà stabilita davanti a te (Salmi 102:26-29). Se, pur con l’abolizione del cielo e della terra, i fedeli non cessano di essere stabiliti davanti a Dio, ne segue che la loro salvezza è congiunta con la sua eternità.

E in effetti tale speranza non può sussistere se non è fondata sulla promessa esposta in Isaia: I cieli - dice il Signore - si dilegueranno come fumo, e la terra si consumerà come un vestito, e anche i suoi abitanti periranno; ma la mia salvezza durerà per sempre, e la mia giustizia non verrà meno (Isaia 51:6). In quel passo la perpetuità è attribuita alla salvezza e alla giustizia: non perché queste realtà risiedano in Dio soltanto, ma in quanto Egli le comunica alle persone.


2.10.16 - La beatitudine dei giusti non si comprende se non nella gloria celeste

E infatti non si possono intendere altrimenti le affermazioni che Davide fa qua e là sulla felicità dei fedeli, se non riconducendole alla manifestazione della gloria celeste. Come quando dice: Il Signore custodisce le anime dei suoi santi, e le libererà dalla mano dell’empio. La luce si leva per il giusto, e la gioia per coloro che sono retti di cuore. La giustizia dei buoni rimane in eterno; la loro forza sarà esaltata in gloria; il desiderio degli empi perirà. E ancora: I giusti renderanno lode al tuo nome; gli innocenti abiteranno con te. E ancora: Il giusto sarà in memoria perpetua. E ancora: Il Signore riscatterà le anime dei suoi servitori (Salmi 97:10; 112:4, 5, 9, 10; 140:14; 112:6; 34:23).

Ora, il Signore non solo permette che i suoi servitori siano tormentati dagli empi, ma spesso lascia che siano dispersi e distrutti. Egli lascia i buoni languire nelle tenebre e nella miseria, mentre gli empi risplendono come stelle del cielo; e non mostra ai suoi fedeli una tale chiarezza del suo volto da lasciar loro godere una gioia lunga e stabile. Perciò Davide stesso non dissimula che, se fissiamo gli occhi sullo stato presente di questo mondo, ne riceveremo una tentazione grave, capace di scuoterci come se non vi fosse alcuna ricompensa per l’innocenza davanti a Dio. Infatti l’empietà per lo più prospera e fiorisce, mentre la compagnia dei buoni è oppressa da ignominia, povertà, disprezzo e altre forme di calamità.

Poco è mancato - dice - che il mio piede non scivolasse e i miei passi non vacillassero, vedendo la fortuna degli stolti e la prosperità dei malvagi. Poi, dopo aver riferito queste cose, conclude: Io cercavo di comprendere questo, ma era una fatica e una perplessità per il mio spirito, finché entrai nel santuario di Dio e compresi la loro fine (Salmi 73:2-3).


2.10.17 - Il “santuario”: il giudizio finale come chiave di lettura delle promesse

Impariamo dunque da questa confessione di Davide che i santi Padri sotto l’Antico Testamento non ignorarono quanto raramente, o persino quanto mai in questo mondo, Dio compia le cose che promette ai suoi servitori. E per questo elevarono il loro cuore al santuario di Dio, dove trovavano nascosto ciò che non appariva loro in questa vita corruttibile.

Questo santuario era il giudizio finale che noi attendiamo; essi si accontentavano di conoscerlo per fede, benché non lo vedessero con gli occhi. Fortificati da questa fiducia, qualunque cosa accadesse in questo mondo, non dubitavano che sarebbe venuto il tempo nel quale le promesse di Dio sarebbero state adempiute, come mostrano bene queste parole: Contemplerò il tuo volto nella giustizia; sarò saziato del tuo sguardo. E ancora: Sarò come un olivo verde nella casa del Signore. E ancora: Il giusto fiorirà come la palma, crescerà come un cedro del Libano. Quelli che sono piantati nella casa del Signore fioriranno nei suoi cortili; porteranno frutto, saranno verdi nella vecchiaia e resteranno vigorosi (Salmi 17:15; 52:10; 92:13-15).

E poco prima egli aveva detto: O Signore, quanto profondi sono i tuoi pensieri! quando gli empi fioriscono, germogliano come l’erba per perire in eterno (Salmi 92:6-8). Dove sarà questa forza e bellezza dei fedeli, se non quando l’apparenza di questo mondo sarà rovesciata dalla manifestazione del regno di Dio? Perciò, quando essi fissavano lo sguardo su questa eternità e disprezzavano l’amarezza delle calamità presenti, che vedevano transitorie, si gloriavano con franchezza dicendo: Tu non permetterai, Signore, che il giusto perisca in eterno; ma tu precipiterai l’empio nel pozzo della rovina (Salmi 55:23-24).

Ma dov’è in questo mondo il pozzo della rovina che inghiotta gli empi, quando in un altro luogo è notato proprio questo: che essi muoiono dolcemente, senza languire a lungo (Giobbe 21:23)? E dov’è una tale fermezza dei santi, dei quali lo stesso Davide spesso si lamenta, dicendo che non solo sono scossi, ma del tutto oppressi e abbattuti? Egli doveva dunque porre davanti ai suoi occhi non ciò che produce l’incertezza di questo mondo, simile a un mare agitato da diverse tempeste, ma ciò che il Signore farà quando siederà in giudizio per ordinare lo stato permanente del cielo e della terra, come egli lo descrive molto bene altrove: Gli stolti - dice - si appoggiano alla loro abbondanza e si insuperbiscono per le loro grandi ricchezze; e tuttavia nessuno, per quanto grande, potrà liberare suo fratello dalla morte, né pagare a Dio il prezzo del suo riscatto (Salmi 49:7-8). E benché vedano morire sapienti e stolti e lasciare le loro ricchezze ad altri, immaginano di avere qui una dimora perpetua e cercano di acquistarsi fama sulla terra; ma la persona non rimarrà nell’onore: sarà simile alle bestie che periscono. Questo pensiero è una grande follia, e tuttavia ha molti imitatori. Saranno condotti nello Sheol come un gregge di pecore; la morte dominerà su di loro. All’aurora i giusti avranno signoria su di loro; la loro eccellenza svanirà; il sepolcro sarà la loro dimora.

Anzitutto, nel deridere gli stolti che riposano e si compiacciono nei piaceri mondani e transitori, egli mostra che i saggi devono cercare un’altra felicità; ma ancora più chiaramente dichiara il mistero della risurrezione, quando stabilisce il regno dei fedeli e predice la rovina e desolazione degli empi. Infatti, che cosa intendere per l’aurora di cui parla, se non la rivelazione di una nuova vita dopo la fine di quella presente?


2.10.18 - Le afflizioni come “un momento”: solo alla luce dell’eternità

Di qui veniva anche quel pensiero con cui i fedeli di quel tempo erano soliti consolarsi e confermarsi nella pazienza, dicendo che l’ira di Dio dura un istante, ma la sua misericordia dura per tutta la vita (Salmi 30:6). Come avrebbero potuto ridurre le loro afflizioni a un istante, se erano afflitti per tutta la vita? E dove vedevano una così lunga durata della bontà di Dio, della quale a stento pareva fosse loro concesso di gustare qualcosa?

Certo, se si fossero fermati alla terra, non vi avrebbero trovato nulla di tutto ciò; ma quando elevavano lo sguardo al cielo, riconoscevano che la tribolazione che i santi devono sopportare è solo un soffio di vento, mentre le grazie che devono ricevere sono eterne. D’altra parte, prevedevano che la rovina degli empi non avrebbe avuto fine, benché essi si credessero beati, come in un sogno. Di qui quelle massime a loro familiari: che la memoria del giusto sarà in benedizione, ma la memoria degli empi perirà (Proverbi 10:7). E ancora: La morte dei santi è preziosa davanti al Signore; la morte dell’empio è pessima (Salmi 116:15; 34:22). E ancora: Il Signore custodirà i passi dei suoi santi; gli empi saranno abbattuti nelle tenebre (1 Samuele 2:9).

Tutte queste parole mostrano che i Padri dell’Antico Testamento conobbero bene che, per quanto infelicità i fedeli dovessero sopportare in questo mondo, tuttavia la loro fine sarebbe stata vita e salvezza; e che, al contrario, la felicità degli empi è una via bella e piacevole che conduce alla rovina. Per questo essi chiamavano la morte degli increduli rovina degli incirconcisi (Ezechiele 28:10; 31:18 e altrove), volendo indicare che l’aspettativa della risurrezione era loro tolta. Perciò Davide non seppe concepire maledizione più grave contro i suoi nemici che pregare che fossero cancellati dal libro della vita e non fossero scritti con i giusti (Salmi 69:29).


2.10.19 - Giobbe e la speranza oltre la tomba

Ma soprattutto è notevole questa affermazione di Giobbe: Io so che il mio Redentore vive, e che nell’ultimo giorno risorgerò dalla terra e vedrò il mio Redentore in questo corpo: questa speranza è nascosta nel mio seno (Giobbe 19:25). Coloro che vogliono mostrare la loro sottigliezza cavillano che ciò non si debba intendere della risurrezione finale, ma del tempo nel quale Giobbe sperava che il Signore gli sarebbe stato più mite e favorevole. E anche concedendo loro in parte questo, resta comunque - vogliano o non vogliano - che Giobbe non poteva giungere a una speranza così alta, se si fosse fermato alla terra.

Dobbiamo dunque confessare che egli elevava lo sguardo all’immortalità futura, poiché attendeva il suo Redentore pur essendo come nel sepolcro. Infatti la morte è estrema disperazione per coloro che pensano solo alla vita presente; e tuttavia essa non poté strappargli la speranza. Quand’anche mi uccidesse - diceva - io spererò in Lui (Giobbe 13:15).

Se qualche ostinato mormora che tali affermazioni sarebbero appartenute a poche persone, e che da ciò non si può provare che la dottrina fosse comunemente tale tra i Giudei, rispondo subito che quel piccolo numero non volle mostrare una sapienza occulta comprensibile solo a menti eccelse. Coloro che parlarono così erano stati costituiti dal Santo Spirito come dottori del popolo; perciò, secondo il loro ufficio, pubblicarono apertamente la dottrina che doveva essere tenuta da tutto il popolo. Quando dunque udiamo oracoli così evidenti dello Spirito Santo, con i quali Egli testimoniò anticamente la vita spirituale nella Chiesa dei Giudei e ne diede speranza certa, sarebbe un’ostinazione eccessiva lasciare a quel popolo soltanto un’alleanza carnale, nella quale non si faccia menzione che della terra e della felicità mondana.


2.10.20 - Progressiva crescita della luce profetica e regola di lettura

Se discendo poi ai Profeti venuti dopo, avrò ancora materia più ampia e più facile per trattare questa causa. Infatti, se la vittoria non ci è stata troppo difficile con Davide, Giobbe e Samuele, lì sarà molto più agevole, poiché il Signore ha tenuto questo ordine nel dispensare l’alleanza della sua misericordia: quanto più si avvicinava il giorno della piena rivelazione, tanto più volle accrescere la chiarezza della sua dottrina.

Quando la prima promessa fu data ad Adamo, vi furono soltanto come piccole scintille accese; poi, a poco a poco, la luce crebbe e aumentò di giorno in giorno, finché Gesù Cristo, che è il Sole di giustizia, dissipando tutte le nubi, illuminò pienamente il mondo. Non dobbiamo dunque temere che, se ci serviamo delle testimonianze dei Profeti per sostenere la nostra causa, esse vengano meno.

Tuttavia, poiché vedo questa materia così ampia che vi sarebbe da sostare più di quanto consenta ciò che mi sono proposto (poiché basterebbe a riempire un grande volume), e poiché ritengo di avere già aperto la via a tutti i lettori di media capacità, così che possano comprendere da sé come stanno le cose, eviterò di essere prolisso oltre il necessario. Mi limiterò ad ammonirli che ricordino di usare la chiave che ho loro consegnato per aprire la porta: cioè che ogni volta che i Profeti fanno memoria della beatitudine dei fedeli (della quale in questo mondo a stento appare qualche ombra) ritornino a questa distinzione: che i Profeti, per meglio mostrare la bontà di Dio, l’hanno figurata con benefici terreni come con immagini; ma che, mediante tale raffigurazione, hanno voluto elevare i cuori al di sopra della terra e degli elementi di questo mondo e di questo secolo corruttibile, inducendoli a meditare la felicità della vita spirituale.


2.10.21 - Ezechiele e Isaia: visioni storiche che aprono sull’escatologia

Ci basterà un esempio. Poiché il popolo d’Israele, deportato in Babilonia, considerava l’esilio e la desolazione in cui si trovava come una morte, non gli si poteva far credere che non fosse favola e menzogna ciò che Ezechiele prometteva riguardo alla restaurazione: sembrava loro come dire che corpi del tutto putrefatti dovessero risuscitare.

Il Signore, per mostrare che neppure questa difficoltà gli avrebbe impedito di compiere la sua grazia in loro, mostrò al Profeta in visione una valle piena di ossa alle quali Egli restituisce spirito e vigore in un istante, per la sola potenza della sua Parola (Ezechiele 37:4). Questa visione serviva a correggere l’incredulità del popolo; ma nello stesso tempo lo ammoniva quanto la potenza di Dio andasse oltre la restaurazione promessa, poiché, al suo solo comando, gli era così facile richiamare in vita ossa sparse qua e là.

Perciò dobbiamo accostare questa parola a un’altra simile in Isaia, dove si dice che i morti vivranno e risusciteranno con i loro corpi; e segue questa esortazione: Svegliatevi e levatevi, voi che abitate nella polvere; poiché la vostra rugiada è come la rugiada di un campo verde, e la terra getterà fuori i morti. Va’, popolo mio, entra nelle tue stanze e chiudi le porte dietro di te; nasconditi per un breve momento finché l’indignazione sia passata. Poiché ecco, il Signore esce per punire l’iniquità degli abitanti della terra; e la terra rivelerà il sangue che ha ricevuto, e non nasconderà più i morti che vi sono stati sepolti (Isaia 26:19-21).


2.10.22 - Passi senza figura: immortalità e risurrezione esplicite

Benché io non voglia dire che tutti gli altri passi debbano essere ricondotti a questa regola, poiché ve ne sono alcuni che, senza alcuna figura o oscurità, mostrano l’immortalità futura preparata ai fedeli nel regno di Dio - come ne abbiamo già citati e molti altri ve ne sono - in particolare due meritano speciale rilievo.

Uno è in Isaia, dove è detto: Come i nuovi cieli e la nuova terra che io creo staranno saldi davanti a me, così starà salda la vostra discendenza. Di mese in mese e di sabato in sabato, ogni carne verrà ad adorare davanti a me, dice il Signore; e si vedranno i cadaveri dei trasgressori che mi hanno disprezzato. Il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà (Isaia 66:22-24). L’altro è in Daniele: In quel tempo sorgerà Michele, il grande principe che sta a protezione dei figli del tuo popolo; e verrà un tempo di angoscia quale non ci fu mai da quando esiste una nazione. In quel tempo il tuo popolo sarà salvato, chiunque sarà trovato scritto nel libro; e molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno, gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna eterna (Daniele 12:1-2).


2.10.23 - Conclusione: alleanza non solo terrena; unità dei fedeli antichi e nostri in Cristo

Quanto agli altri due punti - cioè che gli antichi Padri ebbero Cristo come pegno e garanzia delle promesse fatte loro da Dio e che in Lui riposero tutta la fiducia della loro benedizione - non mi affaticherò molto a provarli, poiché sono facili da comprendere e non vi è tanta controversia.

Concludiamo dunque che l’Antico Testamento, o l’alleanza che Dio fece con il popolo d’Israele, non fu contenuta soltanto in cose terrene, ma incluse anche promesse certe della vita spirituale ed eterna, la cui speranza doveva essere impressa nel cuore di tutti coloro che si univano veramente a quell’alleanza. Questa conclusione non può essere rovesciata da alcuna macchinazione del diavolo.

Perciò sia lontana da noi quell’opinione furiosa e perniciosa: che Dio non abbia proposto nulla ai Giudei, o che essi non abbiano atteso dalla sua mano altro che riempirsi il ventre, vivere in delizie carnali, abbondare in ricchezze, essere innalzati in onori, avere numerosa discendenza e altre cose simili desiderate dalle persone mondane. Gesù Cristo infatti non promette oggi ai suoi fedeli altro regno dei cieli se non quello nel quale essi riposeranno con Abramo, Isacco e Giacobbe (Matteo 8:11).

L’apostolo Pietro ricordava ai Giudei del suo tempo che essi erano eredi della grazia evangelica, poiché erano successori dei Profeti ed erano compresi nell’alleanza che Dio aveva anticamente fatto con Israele (Atti 3:25). E affinché ciò non fosse attestato soltanto a parole, il Signore lo confermò anche di fatto: poiché, nell’ora stessa in cui risuscitò, fece partecipi della sua risurrezione molti santi, che furono visti a Gerusalemme (Matteo 27:52). Con ciò Egli diede una certa caparra che tutto ciò che Egli fece o soffrì per procurare salvezza al genere umano appartiene non meno ai fedeli dell’Antico Testamento che a noi.

E in effetti essi avevano lo stesso Spirito che noi abbiamo, mediante il quale Dio rigenera i suoi alla vita eterna. Poiché vediamo che lo Spirito di Dio - che è come un seme di immortalità in noi, e perciò è chiamato caparra della nostra eredità - abitò anche in loro (Efesini 1:14), come potremmo noi strappar loro l’eredità della vita?

Perciò una persona prudente non potrà meravigliarsi abbastanza di come sia avvenuto che i Sadducei siano caduti anticamente in una così grande stupidità da negare la risurrezione e l’immortalità delle anime, dato che entrambe sono così chiaramente mostrate nella Scrittura (Atti 23:7-8). E l’ignoranza brutale che vediamo oggi in tutto il popolo dei Giudei, per cui essi attendono stoltamente un regno terreno di Cristo, non dovrebbe stupirci di meno, se non fosse che era stato predetto che una tale punizione sarebbe venuta su di loro per aver disprezzato Gesù Cristo e il suo Evangelo. Era infatti giusto che Dio li colpisse con tale accecamento, poiché, spegnendo la luce che era loro presentata, essi preferirono le tenebre.

Essi dunque leggono Mosè e si applicano assiduamente a meditare ciò che egli scrisse; ma hanno il velo che impedisce loro di contemplare la luce del suo volto. E quel velo rimarrà sempre su di loro finché non imparino a ricondurre Mosè a Cristo, dal quale ora lo distolgono per quanto è in loro possibile (2 Corinzi 3:14-15).


Riassunto del capitolo