Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 11

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 2

Capitolo 11 - Della differenza tra i due Testamenti

2:11:1 - La prima differenza: le promesse celesti presentate sotto benefici terreni

Che dunque? dirà qualcuno: non rimarrà alcuna differenza tra il vecchio e il nuovo Testamento? E che diremo dei molti passi della Scrittura che li contrappongono come cose assai diverse? Rispondo che accolgo volentieri tutte le differenze che troviamo espresse nella Scrittura, ma a questa condizione: che esse non tolgano nulla all’unità che abbiamo già stabilito, come sarà facile vedere quando le tratteremo con ordine. Ora, per quanto ho potuto osservare considerando diligentemente la Scrittura, ve ne sono quattro; e se qualcuno volesse aggiungervi una quinta, non mi opporrò. Mi impegno a mostrare che esse riguardano tutte e devono essere ricondotte alla diversa maniera che Dio ha tenuto nel dispensare la sua dottrina, piuttosto che alla sostanza. Così non vi sarà alcun impedimento perché le promesse del vecchio e del nuovo Testamento rimangano le stesse, e perché Cristo sia considerato l’unico fondamento tanto dell’uno quanto dell’altro.

La prima differenza dunque è questa: sebbene Dio abbia sempre voluto che il suo popolo elevasse il proprio intendimento all’eredità celeste e vi tenesse fisso il cuore, tuttavia, per sostenerlo meglio nella speranza delle cose invisibili, gliele faceva contemplare sotto forma di benefici terreni, e quasi gliene dava un certo assaggio. Ora invece, avendo rivelato più chiaramente per mezzo dell’Evangelo la grazia della vita futura, egli guida e conduce i nostri intendimenti direttamente alla meditazione di essa, senza esercitarci nelle cose inferiori, come faceva con gli Israeliti.

Coloro che non considerano questo disegno di Dio pensano che il popolo antico non sia mai salito più in alto che attendere ciò che apparteneva al benessere del corpo. Essi vedono che la terra di Canaan è così spesso nominata come la suprema ricompensa per remunerare coloro che osservavano la legge di Dio; vedono d’altra parte che Dio non fa minacce più gravi ai Giudei se non quella di sterminarli dalla terra che aveva loro data e di disperderli fra nazioni straniere. Vedono infine che le benedizioni e le maledizioni che Mosè enumera mirano quasi tutte a questo fine; da ciò concludono senza alcun dubbio che Dio aveva separato i Giudei dagli altri popoli non per il loro vantaggio, ma per il nostro, affinché la Chiesa cristiana avesse un’immagine esteriore nella quale potesse contemplare le cose spirituali.

Ma poiché la Scrittura dimostra che Dio, mediante tutte le promesse terrene che faceva loro, ha voluto condurli come per mano alla speranza delle sue grazie celesti, non considerare questo mezzo è una rozzezza e persino una vera e propria stoltezza. Questo dunque è il punto che dobbiamo discutere contro tale modo di pensare: essi dicono che la terra di Canaan, essendo stata stimata dal popolo d’Israele come la sua suprema beatitudine, raffigura la nostra eredità celeste. Noi sosteniamo invece che, in quella possessione terrena di cui godeva, esso contemplava l’eredità futura che gli era preparata nei cieli.


2:11:2 - La terra di Canaan come segno dell’eredità celeste secondo l’analogia paolina

Ciò sarà chiarito meglio dalla similitudine che san Paolo propone nell’Epistola ai Galati. Egli paragona il popolo dei Giudei a un erede che è ancora un bambino, il quale, non essendo capace di governarsi, è sotto la mano del suo tutore o pedagogo (Galati 4:1). È vero che lì tratta principalmente delle cerimonie; ma questo non impedisce che applichiamo tale affermazione al nostro argomento. Vediamo dunque che un medesimo patrimonio è stato loro assegnato come a noi, ma che essi non erano ancora capaci di goderne pienamente. Vi era una medesima Chiesa tra loro e noi, ma essa era ancora come in età infantile.

Perciò il Signore li ha mantenuti sotto questa pedagogia: non dando loro apertamente le promesse spirituali, ma presentandone piuttosto qualche immagine e figura sotto le promesse terrene. Volendo dunque accogliere Abramo, Isacco e Giacobbe e tutta la loro discendenza nella speranza dell’immortalità, prometteva loro la terra di Canaan in eredità, non affinché il loro affetto vi si fermasse, ma piuttosto affinché, guardando ad essa, si rafforzassero in una sicura speranza della vera eredità che ancora non appariva loro; e affinché non si ingannassero, aggiungeva anche una promessa più alta, che attestava che quello non era il bene supremo e principale che egli voleva concedere loro.

Così Abramo, ricevendo la promessa di possedere la terra di Canaan, non si ferma a ciò che vede, ma è innalzato in alto dalla promessa congiunta, quando gli è detto: «Abramo, io sono il tuo scudo e la tua ricompensa grandissima» (Genesi 15:1). Vediamo che la fine della sua ricompensa è posta in Dio, affinché non attenda una ricompensa transitoria di questo mondo, ma una incorruttibile nei cieli. Vediamo che il possesso della terra di Canaan gli è promesso non a un’altra condizione se non affinché gli sia un segno della benevolenza di Dio e una figura dell’eredità celeste.

E di fatto risulta dalle affermazioni dei fedeli che essi avevano questo sentimento. Così Davide era spinto dalle benedizioni temporali di Dio a meditare la sua grazia suprema, quando diceva: «Il mio cuore e la mia carne languiscono dal desiderio di vederti, Signore». «Il Signore è la mia eredità per sempre». «Il Signore è la mia parte ereditaria e tutto il mio bene». «Ho gridato al Signore dicendo: Tu sei la mia speranza e la mia eredità nella terra dei viventi» (Salmi 84:3; 73:26; 16:5; 142:6). Certamente tutti coloro che osano parlare così mostrano di oltrepassare questo mondo e tutte le cose presenti.

Tuttavia i profeti descrivono per lo più la beatitudine del secolo futuro sotto l’immagine e la figura che ne avevano ricevuto da Dio. Secondo questa forma dobbiamo intendere quelle affermazioni in cui si dice che i giusti possederanno la terra in eredità e che gli empi ne saranno sterminati; che Gerusalemme abbonderà in ricchezze e Sion in abbondanza di ogni bene (Salmi 37:9; Giobbe 18:17; Proverbi 2:21-22; spesso in Isaia). Comprendiamo bene che ciò non si addice a questa vita mortale, che è come un pellegrinaggio, né conveniva alla città terrena di Gerusalemme; ma conviene al vero paese dei fedeli e alla città celeste, nella quale Dio ha preparato benedizione e vita per sempre (Salmi 132:13-15; 133:3).


2:11:3 - Benedizioni e castighi temporali come figure del giudizio eterno

Questa è la ragione per cui i santi dell’Antico Testamento stimavano questa vita mortale più di quanto dobbiamo fare oggi. Infatti, sebbene sapessero molto bene che non dovevano fermarsi ad essa come al loro fine ultimo, tuttavia, poiché ritenevano d’altra parte che Dio in essa figurasse loro la sua grazia, per confermarli nella speranza secondo la loro piccolezza, vi avevano maggiore affezione di quanto avrebbero fatto se l’avessero considerata in sé stessa.

Ora, come il Signore, attestando la sua benevolenza verso i fedeli mediante benefici terreni, figurava loro la beatitudine spirituale alla quale dovevano tendere, così d’altra parte le pene corporali che infliggeva ai malfattori erano segni del suo giudizio futuro sui reprobi. Perciò, come allora i benefici di Dio erano più manifesti nelle cose temporali, così lo erano anche le vendette. Gli ignoranti, non considerando questa somiglianza e corrispondenza tra le pene e le ricompense di quel tempo, si meravigliano di una tale varietà in Dio: cioè che un tempo egli fosse così pronto e immediato a vendicarsi rigorosamente degli uomini non appena lo avevano offeso, mentre ora, come se avesse moderato la sua collera, punisce più dolcemente e più di rado. E poco manca che per questo non immaginino dèi diversi dell’Antico e del Nuovo Testamento, cosa che è accaduta perfino ai Manichei.

Ma ci sarà facile liberarci di tutti questi scrupoli se consideriamo la dispensazione di Dio che abbiamo già notato: cioè che, per il tempo in cui egli dava la sua alleanza al popolo d’Israele in modo in qualche misura velato, ha voluto da una parte significare e raffigurare la beatitudine eterna che prometteva loro sotto questi benefici terreni, e dall’altra l’orribile dannazione che dovevano attendere gli empi sotto pene corporali.


2:11:4 - La seconda differenza: ombra e figura nel Vecchio Testamento, verità e sostanza nel Nuovo

La seconda differenza tra il vecchio e il nuovo Testamento consiste nelle figure. Infatti il vecchio Testamento, nel tempo in cui la verità non era ancora presente, la rappresentava mediante immagini, e aveva l’ombra al posto del corpo. Il Nuovo contiene invece la verità presente e la sostanza; ed è ad essa che si devono ricondurre quasi tutti i passi nei quali il vecchio Testamento è messo a confronto con il Nuovo per opposizione, sebbene non vi siano passi in cui ciò sia trattato più ampiamente che nell’Epistola agli Ebrei.

L’Apostolo vi disputa contro coloro che pensavano che tutta la religione fosse rovinata se si abolivano le cerimonie di Mosè. Per confutare questo errore, egli prende anzitutto ciò che era stato detto dal profeta riguardo al sacerdozio di Gesù Cristo. Poiché il Padre lo ha costituito sacerdote eterno (Salmo 110:4), è certo che il sacerdozio levitico, nel quale gli uni succedevano agli altri, è stato abolito. Ora, che questo nuovo sacerdozio sia più eccellente dell’altro, egli lo dimostra dal fatto che è stato stabilito con giuramento. Aggiunge poi che, quando il sacerdozio è stato così trasferito, vi è stata anche una traslazione dell’alleanza.

Inoltre egli mostra che ciò era necessario, poiché vi era una tale debolezza nella Legge che essa non poteva condurre alla perfezione (Ebrei 7:18-19). Di conseguenza prosegue indicando in che cosa consistesse questa debolezza: nel fatto che essa aveva giustizie esteriori, le quali non potevano rendere perfetti, secondo la coscienza, coloro che le osservavano, poiché il sangue degli animali non può cancellare i peccati né procurare una vera santità (Ebrei 9:9). Conclude dunque che nella Legge vi era un’ombra dei beni futuri, e non una presenza viva, la quale ci è data nell’Evangelo (Ebrei 10:1).

Qui dobbiamo considerare in quale senso egli confronti l’alleanza legale con l’alleanza evangelica, l’ufficio di Mosè con quello di Cristo. Infatti, se questo confronto riguardasse la sostanza delle promesse, vi sarebbe una grande contraddizione tra i due Testamenti; ma poiché vediamo che l’Apostolo mira ad altro, dobbiamo seguire la sua intenzione per trovare correttamente la verità. Poniamo dunque al centro l’alleanza di Dio, che egli ha stabilito una volta per sempre affinché avesse durata eterna. Il compimento mediante il quale essa è ratificata e confermata è Gesù Cristo; tuttavia, mentre occorreva ancora attenderlo, il Signore ha ordinato per mezzo di Mosè delle cerimonie che ne fossero segni e rappresentazioni.

Questo dunque era il punto in discussione: se le cerimonie comandate nella Legge dovessero cessare per lasciare posto a Gesù Cristo. Ora, sebbene esse non fossero che accidenti o elementi accessori del vecchio Testamento, tuttavia, poiché erano strumenti mediante i quali Dio manteneva il suo popolo nella dottrina di esso, portano il suo nome, così come la Scrittura è solita attribuire ai sacramenti il nome delle cose che essi rappresentano. In sintesi, dunque, qui il vecchio Testamento è chiamato il modo solenne con cui il Testamento del Signore era confermato presso i Giudei, modo che consisteva in sacrifici e altre cerimonie. Poiché in esse non vi è nulla di fermo e stabile se non si va oltre, l’Apostolo sostiene che esse dovevano avere fine ed essere abrogate per cedere il posto a Gesù Cristo, che è pegno e Mediatore di una migliore alleanza (Ebrei 7:22), per mezzo del quale è stata acquistata una volta per sempre la santificazione eterna degli eletti e sono state abolite le trasgressioni che rimanevano sotto l’antico Testamento.

Oppure, se qualcuno preferisce, daremo questa definizione: che il vecchio Testamento è stata la dottrina che Dio ha dato al popolo giudaico, avvolta nell’osservanza di cerimonie che non avevano efficacia né stabilità; per questa ragione esso è stato temporaneo, poiché rimaneva come sospeso finché non fosse sostenuto dal suo compimento e confermato nella sua sostanza; ma allora è divenuto nuovo ed eterno, quando è stato consacrato e stabilito nel sangue di Cristo. Per questo motivo Cristo chiama il calice che dava ai suoi discepoli nella Cena «il calice del nuovo Testamento» (Matteo 26:28), per indicare che l’alleanza di Dio è sigillata nel suo sangue, che allora la verità ne è compiuta, e così è stabilita un’alleanza nuova ed eterna.


2:11:5 - La Legge come pedagogia infantile fino alla manifestazione di Cristo

Da ciò risulta in che senso san Paolo dice che i Giudei sono stati condotti a Cristo mediante la dottrina infantile della Legge, prima che egli fosse manifestato nella carne (Galati 3:24). Egli ammette che essi erano sotto la custodia di un pedagogo (Galati 4:1). Infatti era cosa del tutto appropriata che, prima che il Sole di giustizia sorgesse, non vi fosse una così grande chiarezza di rivelazione né un’intelligenza così limpida.

Il Signore dunque ha dispensato loro la luce della sua Parola in modo tale che essi la vedessero ancora solo da lontano e nell’oscurità. Perciò san Paolo, volendo indicare una simile piccolezza di comprensione, ha usato il termine di infanzia, dicendo che il Signore ha voluto istruirli in quell’età mediante cerimonie, come mediante rudimenti o elementi adatti all’età infantile, fino a che Cristo fosse manifestato per accrescere la conoscenza dei suoi e rafforzarli in modo tale che non fossero più bambini.

Questa è la distinzione che Gesù Cristo ha posto, dicendo che la Legge e i Profeti sono durati fino a Giovanni Battista (Matteo 11:13), e che da allora il regno di Dio è stato annunciato. Che cosa hanno insegnato Mosè e i Profeti nel loro tempo? Essi hanno dato un certo assaggio e sapore della sapienza che doveva essere rivelata una volta per tutte, e l’hanno mostrata da lontano; ma quando Gesù Cristo può essere indicato con il dito, allora il regno di Dio è aperto, poiché in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza (Colossesi 2:3), per salire quasi fino alla sommità del cielo.


2:11:6 - L’eccellenza della rivelazione in Cristo rispetto ai tempi antichi

A ciò non si oppone il fatto che a stento si potrebbe trovare nella Chiesa cristiana qualcuno degno di essere paragonato ad Abramo per fermezza di fede, né che i Profeti abbiano avuto una così grande intelligenza da essere ancora oggi sufficiente a illuminare il mondo. Infatti qui non consideriamo quali grazie il Signore abbia conferito ad alcuni, ma quale ordine egli abbia tenuto allora; ordine che appare anche nella dottrina dei Profeti, sebbene essi abbiano avuto un privilegio singolare sopra gli altri. La loro predicazione infatti è oscura, come di una cosa lontana, ed è racchiusa in figure.

Inoltre, per quanto grandi fossero le rivelazioni che avevano ricevuto, tuttavia, poiché era loro necessario sottomettersi alla pedagogia comune di tutto il popolo, essi erano compresi nel numero dei bambini, al pari degli altri. Infine, non vi è mai stata in quel tempo un’intelligenza così chiara che non portasse in qualche misura il segno dell’oscurità del tempo. Questa è la ragione per cui Gesù Cristo diceva: «Molti re e profeti hanno desiderato vedere le cose che voi vedete, e non le hanno viste; e udire le cose che voi udite, e non le hanno udite. Beati dunque i vostri occhi perché vedono, e le vostre orecchie perché odono» (Matteo 13:17; Luca 10:24).

E in effetti era ben giusto che la presenza di Gesù Cristo avesse questo privilegio di recare al mondo una comprensione più ampia dei misteri celesti di quanta ve ne fosse stata prima. A questo mira anche ciò che abbiamo citato sopra dalla prima Epistola di Pietro: cioè che fu rivelato ai Profeti che il loro ministero era principalmente a beneficio del nostro tempo (1 Pietro 1:6, 10-12).


2:11:7 - La terza differenza: la Legge e l’Evangelo secondo Geremia e Paolo

Veniamo ora alla terza differenza, tratta da Geremia, le cui parole sono: «, i giorni vengono”, dice l'Eterno, “che io farò un nuovo patto con la casa d'Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che stabilii con i loro padri il giorno che li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto: patto che essi violarono, benché io fossi loro Signore”, dice l'Eterno; “ma questo è il patto che farò con la casa d'Israele, dopo quei giorni”, dice l'Eterno, “io metterò la mia legge nel loro intimo, la scriverò sul loro cuore, io sarò loro Dio ed essi saranno mio popolo. Non insegneranno più ciascuno il proprio compagno e ciascuno il proprio fratello, dicendo: 'Conoscete l'Eterno!' poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande”, dice l'Eterno. “Poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”» (Geremia 31:31-34).

Da questo passo san Paolo ha tratto occasione di fare il confronto tra la Legge e l’Evangelo, chiamando la Legge dottrina letterale, predicazione di morte e di condanna, scritta su tavole di pietra; e l’Evangelo dottrina spirituale di vita e di giustizia, incisa nei cuori (2 Corinzi 3:6-7). Inoltre, che la Legge deve essere abolita e che l’Evangelo sarà sempre permanente.

Poiché l’intenzione di san Paolo è stata di esporre il senso del profeta, ci basterà considerare le parole dell’uno per intendere entrambi, sebbene vi sia tra loro una certa differenza. Infatti l’Apostolo parla della Legge in modo più odioso del profeta. Ciò egli fa non guardando semplicemente alla sua natura, ma perché vi erano alcuni sobillatori che, per uno zelo disordinato verso le cerimonie, si sforzavano di oscurare la chiarezza dell’Evangelo; egli è quindi costretto a discuterne secondo il loro errore e la loro folle inclinazione. Dobbiamo dunque notare questo aspetto particolare in san Paolo.

Quanto alla concordanza con Geremia, poiché entrambi contrappongono il vecchio Testamento al nuovo, essi non considerano nella Legge se non ciò che le è proprio. Per esempio: la Legge contiene qua e là promesse della misericordia di Dio; ma poiché esse sono prese altrove, non entrano in conto quando si tratta della natura della Legge. Essi le attribuiscono soltanto il comandare le cose che sono buone e giuste, il proibire ogni malvagità, il promettere una ricompensa agli osservatori della giustizia, e il minacciare i peccatori della vendetta di Dio, senza che essa possa mutare o correggere la perversità che è naturalmente in tutte le persone.


2:11:8 - Lettera e Spirito: la Legge come ministero di morte, l’Evangelo come ministero di vita

Ora esponiamo membro per membro il paragone che fa l’Apostolo. Il vecchio Testamento, secondo lui, è letterale, perché è stato pubblicato senza l’efficacia dello Spirito Santo; il nuovo è spirituale, perché il Signore lo ha inciso nel cuore dei suoi. Perciò la seconda opposizione che egli propone serve a chiarire la prima: cioè che il vecchio Testamento è mortifero, in quanto non può far altro che avvolgere in maledizione tutto il genere umano; il nuovo è strumento di vita, poiché liberandoci dalla maledizione ci rimette nella grazia di Dio.

Al medesimo fine tende ciò che dice poi: che il primo è ministero di condanna, perché mostra tutti i figli di Adamo colpevoli d’iniquità; il secondo è ministero di giustizia, perché ci rivela la misericordia di Dio nella quale siamo giustificati.

L’ultimo membro deve essere riferito alle cerimonie: poiché esse erano immagini di cose assenti, era necessario che col tempo svanissero; ma poiché l’Evangelo contiene il corpo, la sua fermezza dura per sempre. Geremia chiama anche la Legge morale un’alleanza inferma e fragile, ma per un’altra ragione: cioè perché, per l’ingratitudine del popolo, fu subito infranta e spezzata; ma poiché questa violazione deriva da un vizio esterno, non deve essere propriamente attribuita alla Legge. Inoltre, poiché le cerimonie, per la loro propria debolezza, sono state abrogate alla venuta di Cristo, esse portano in sé la causa della loro abrogazione.

Ora questa differenza della lettera e dello spirito non deve essere intesa come se il Signore avesse un tempo dato la sua Legge ai Giudei senza frutto né utilità, senza convertire alcuno a sé; ma è detta per confronto, per magnificare maggiormente l’abbondanza di grazia con cui al medesimo Legislatore è piaciuto — come se si fosse rivestito di una nuova persona — ornare la predicazione dell’Evangelo, per onorare il regno del suo Cristo. Infatti, se consideriamo la moltitudine che egli ha raccolto da diverse nazioni mediante la predicazione del suo Evangelo, rigenerandola per il suo Spirito, troveremo che il numero di coloro che ricevettero la dottrina della Legge con vera affezione di cuore era così piccolo in confronto che non vi è paragone; sebbene, a dire il vero, se si guarda al popolo d’Israele senza considerare la Chiesa cristiana, vi furono allora molti veri credenti.


2:11:9 - Servitù e libertà: Sinai e Sion nella contrapposizione fra i due Testamenti

La quarta differenza dipende e deriva dalla terza; infatti la Scrittura chiama il vecchio Testamento alleanza di servitù, perché genera timore e terrore nei cuori delle persone; e il nuovo alleanza di libertà, perché le conferma in sicurezza e fiducia. Così parla san Paolo nell’Epistola ai Romani, dicendo: «Voi non avete ricevuto di nuovo lo spirito di servitù per ricadere nella paura, ma lo Spirito di adozione per il quale gridiamo: Abba, Padre» (Romani 8:15).

Questo è anche ciò che vuole significare l’autore dell’Epistola agli Ebrei quando dice che i credenti non sono venuti ora al monte visibile del Sinai, dove non si vede che fuoco, tuono, tempesta, lampi — e il popolo d’Israele non vi scorgeva nulla che non gli causasse orrore e spavento, tanto che perfino Mosè ne era atterrito — e che Dio non parla loro con voce terribile come allora; ma che essi sono venuti al monte celeste di Sion e a Gerusalemme, città del Dio vivente, per essere in compagnia degli angeli (Ebrei 12:18-22), ecc.

Questa affermazione, che nel passo dei Romani è solo accennata, è più ampiamente esposta nell’Epistola ai Galati, dove san Paolo fa un’allegoria dei due figli di Abramo in questo modo: Agar, la serva, è figura del monte Sinai, dove il popolo d’Israele ricevette la Legge; Sara, la padrona, è figura di Gerusalemme, dalla quale procede l’Evangelo. Come la discendenza di Agar è servile e non può venire all’eredità, mentre la discendenza di Sara è libera e deve ereditare, così la Legge non può generare in noi che servitù, e solo l’Evangelo ci rigenera in libertà (Galati 4:22).

La somma è che il vecchio Testamento servì a scuotere e spaventare le coscienze, mentre nel nuovo è dato loro gioia e letizia; il primo ha tenuto le coscienze strette e serrate sotto il giogo della servitù, il secondo le libera e le affranca nella libertà.

Se si obietta che i padri dell’Antico Testamento, avendo avuto lo stesso Spirito di fede che abbiamo noi, ne segue che furono partecipi della medesima libertà e gioia, rispondiamo che non ebbero né l’una né l’altra per beneficio della Legge; ma piuttosto, vedendosi per essa tenuti prigionieri nella servitù e nel turbamento di coscienza, ricorrevano all’Evangelo. Da ciò appare che fu un frutto particolare del nuovo Testamento che essi fossero esenti da quella miseria.

Inoltre negheremo che abbiano avuto una libertà o una sicurezza così grande da non aver gustato in qualche misura il timore e la servitù che la Legge causava. Poiché, benché godessero del privilegio ottenuto mediante l’Evangelo, tuttavia erano soggetti in comune con gli altri a tutte le osservanze, i pesi e i legami che allora erano imposti. Dunque, poiché erano costretti a osservare le cerimonie che erano come insegne della pedagogia che san Paolo dice essere simile alla servitù, e parimenti “cedole” con le quali confessavano di essere colpevoli davanti a Dio senza saldare i loro debiti, a buon diritto, in confronto a noi, sono detti essere stati sotto il Testamento di servitù, quando si considera l’ordine e la maniera con cui allora il Signore procedeva verso il popolo d’Israele.


2:11:10 - Vecchio Testamento come Legge e nuovo come Evangelo: la distinzione di Agostino

Le tre ultime comparazioni sono tra la Legge e l’Evangelo; perciò, in esse, sotto il nome di vecchio Testamento dobbiamo intendere la Legge, come sotto il nuovo Testamento è significato l’Evangelo. La prima che abbiamo posto si estendeva più lontano, poiché comprendeva anche lo stato dei padri antichi che fu prima della Legge.

Ora, quanto a ciò che sant’Agostino nega, cioè che le promesse di quel tempo siano comprese sotto l’antico Testamento, la sua opinione è buona; e non ha voluto dire altro che ciò che insegniamo. Infatti egli guardava a quelle affermazioni di Geremia e di san Paolo nelle quali il vecchio Testamento è contrapposto alla dottrina di grazia e di misericordia. Egli parla anche molto bene quando aggiunge che tutti i fedeli che sono stati rigenerati da Dio fin dal principio del mondo e hanno seguito la sua volontà in fede e carità appartengono al nuovo Testamento; e che essi hanno fissato la loro speranza non in beni carnali, terreni e temporali, ma spirituali, celesti ed eterni; e in particolare che hanno creduto nel Mediatore, per mezzo del quale non dubitavano che lo Spirito Santo fosse dato loro per vivere bene, e che ottenessero perdono ogni volta che avessero peccato.

Questo è ciò che ho inteso sostenere: cioè che tutti i santi che leggiamo nella Scrittura essere stati eletti da Dio fin dal principio del mondo sono stati partecipi con noi delle medesime benedizioni che ci sono date per la salvezza eterna. Vi è soltanto questa differenza tra la divisione che ho proposto e quella di sant’Agostino: che io ho voluto distinguere tra la chiarezza dell’Evangelo e l’oscurità che vi era prima, seguendo quella parola di Cristo in cui egli dice che la Legge e i Profeti sono stati fino a Giovanni Battista e che da allora il regno di Dio ha cominciato a essere predicato (Matteo 11:13); mentre egli si è contentato di distinguere tra l’infermità della Legge e la fermezza dell’Evangelo.

Dobbiamo inoltre notare questo riguardo ai padri antichi: che essi vissero sì sotto l’antico Testamento, ma non vi si fermarono, bensì aspirarono sempre al nuovo, e anzi vi parteciparono con vera affezione di cuore. Infatti tutti coloro che, accontentandosi delle ombre esteriori, non elevarono il loro intendimento a Cristo, sono condannati dall’Apostolo come ciechi e maledetti. E davvero, quale cecità più grande si potrebbe immaginare che sperare la purificazione dei peccati dalla morte di una bestia? o cercare il lavacro dell’anima nell’aspersione corporale d’acqua? o voler placare Dio con cerimonie prive di importanza, come se egli se ne dilettasse molto? senza parlare di molte altre cose simili. Ora, tutti coloro che, senza guardare a Cristo, si attardano in osservanze esteriori della Legge, cadono in tali assurdità.


2:11:11 - La quinta differenza: l’antica segregazione d’Israele e la vocazione universale in Cristo

La quinta differenza che abbiamo detto poter essere aggiunta consiste in questo: che fino alla venuta di Cristo Dio aveva separato un popolo al quale aveva affidato l’alleanza della sua grazia. «Quando l’Iddio onnipotente distribuiva i popoli — dice Mosè — quando divideva i figli di Adamo, il suo popolo gli è toccato in sorte; Giacobbe è stata la sua eredità» (Deuteronomio 32:8-9). In un altro luogo egli parla così al popolo: «Ecco, il cielo e la terra e tutte le cose che vi sono contenute appartengono al tuo Dio; e nondimeno egli si è unito ai tuoi padri e li ha amati, per scegliere la loro discendenza dopo di loro fra tutti gli altri popoli» (Deuteronomio 10:14-15).

Il Signore dunque fece questo onore a quel solo popolo: di farsi conoscere a lui come se gli appartenesse più che agli altri. Gli affidò la sua alleanza, manifestò in mezzo a lui la presenza della sua divinità e lo innalzò sopra tutti gli altri con privilegi. Ma lasciamo gli altri benefici: contentiamoci di quello di cui qui si tratta, cioè che, comunicandogli la sua Parola, egli si unì a lui per essere chiamato ed estimato suo Dio.

Intanto lasciava tutte le altre nazioni camminare in vanità ed errore (Atti 14:16), come se non avessero alcuna familiarità con lui; e non dava loro il rimedio con cui avrebbe potuto soccorrerle: cioè la predicazione della sua Parola. Perciò Israele allora era chiamato il figlio prediletto di Dio; tutti gli altri erano tenuti per stranieri. Israele era detto essere conosciuto da Dio e ricevuto nella sua salvaguardia e tutela; gli altri, lasciati nelle loro tenebre. Israele era detto essere santificato a Dio; gli altri, profani. Israele era detto essere onorato dalla presenza di Dio; gli altri, esclusi.

Ma quando venne la pienezza del tempo, stabilita per restaurare ogni cosa; quando, dico, il Mediatore tra Dio e gli uomini fu manifestato, avendo abbattuto il muro che per lungo tempo aveva tenuto rinchiusa in un solo popolo la misericordia di Dio (Galati 4:4; Efesini 2:14), egli fece sì che la pace fosse annunciata a coloro che erano lontani come a coloro che erano vicini, affinché, tutti riconciliati con Dio, fossero uniti in un solo corpo. Perciò non vi è più considerazione di Giudeo o di Greco, di circoncisione o d’incirconcisione, ma Cristo è tutto in tutti; e a lui tutti i popoli della terra sono stati dati in eredità e le estremità del mondo in dominio, affinché senza distinzione egli regni da un mare all’altro, da oriente a occidente (Galati 6:15; Salmi 2:8; 72:8, e altrove).


2:11:12 - La vocazione delle genti come segno dell’eccellenza del nuovo Testamento

Perciò la vocazione delle genti è ancora un segno notevole con cui si dimostra l’eccellenza del nuovo Testamento sopra il vecchio. Essa era stata ben predetta e attestata anticamente da molte profezie, ma in modo tale che il suo compimento era rimandato alla venuta del Messia.

Anzi, Gesù Cristo, all’inizio della sua predicazione, non ha voluto aprire l’accesso alle genti, ma ne ha differito la chiamata fino a quando, compiuto tutto ciò che apparteneva alla nostra redenzione e passato il tempo della sua umiliazione, avesse ricevuto dal Padre un Nome che è al di sopra di ogni nome, affinché ogni ginocchio si piegasse davanti a lui (Filippesi 2:9). Per questo diceva alla Cananea che non era venuto se non per le pecore perdute della casa d’Israele; e quando inviò dapprima i suoi apostoli, proibì loro di oltrepassare quei confini: «Non andate verso le genti e non entrate nelle città dei Samaritani, ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (Matteo 15:24; 10:5), poiché il tempo che abbiamo detto non era ancora venuto.

Anzi, benché la vocazione delle genti fosse stata attestata da tanti testimoni, quando si trattò di iniziarla sembrò agli apostoli così nuova e strana che la temevano come un prodigio. Certamente vi si applicarono con grande difficoltà; e non è da meravigliarsi, poiché non pareva ragionevole che Dio, che per così lungo tempo aveva separato Israele dalle altre nazioni, all’improvviso — come se avesse mutato proposito — abolisse una tale distinzione.

Questo era stato sì predetto dai profeti, ma essi non potevano prestare tanta attenzione alle profezie che la novità non li scuotesse fortemente. Gli esempi che Dio aveva già dato per mostrare ciò che avrebbe fatto non bastavano a liberarli dagli scrupoli: poiché aveva chiamato ben pochi gentili alla sua Chiesa, e inoltre, chiamandoli, li aveva incorporati mediante la circoncisione nel popolo d’Israele, affinché fossero come della famiglia di Abramo.

Ora, mediante la vocazione pubblica delle genti, avvenuta dopo l’ascensione di Gesù Cristo, non solo esse sono state elevate allo stesso grado d’onore dei Giudei, ma — più ancora — sono state poste al loro posto. E vi è di più: gli stranieri che Dio aveva incorporato non erano mai stati eguagliati ai Giudei. Perciò san Paolo non magnifica senza ragione questo mistero, che egli dice essere stato nascosto in tutti i secoli e perfino essere meraviglioso agli angeli (Colossesi 1:26).


2:11:13 - Risposta alle obiezioni: la costanza di Dio e la diversità dei tempi

Ritengo di avere compreso debitamente e fedelmente, in questi quattro o cinque punti, tutta la differenza del vecchio e del nuovo Testamento, quanto era necessario per darne una dottrina semplice e pura. Ma poiché alcuni adducono come grande assurdità la diversità che vi è tra il governo della Chiesa cristiana e quello della Chiesa d’Israele, e pure il diverso modo di insegnare e il mutamento delle cerimonie, bisogna dare loro qualche risposta prima di procedere oltre; cosa che si può fare brevemente, poiché le loro obiezioni non sono così forti né urgenti da richiedere grande fatica per confutarle.

«Non è cosa conveniente — dicono — che Dio, che deve essere sempre simile a sé stesso, abbia cambiato così proposito, da riprovare poi ciò che aveva comandato una volta». Rispondo che Dio non deve essere ritenuto mutevole perché ha adattato modi diversi a tempi diversi, secondo ciò che egli sapeva essere opportuno. Se un contadino assegna ai suoi servi lavori diversi in inverno che in estate, non lo accuseremo per questo di incostanza, né diremo che egli si discosti dalla retta via dell’agricoltura, che dipende dall’ordine perpetuo della natura. Allo stesso modo, se una persona istruita governa e tratta i propri figli in modo diverso nella loro giovinezza rispetto alla loro infanzia, e muta ancora modo quando saranno giunti all’età adulta, non diremo per questo che sia leggiera o variabile.

Perché dunque dovremmo imputare a Dio incostanza, per il fatto che egli ha distinto la diversità dei tempi con certe forme che sapeva essere convenienti e proprie? La seconda similitudine deve bastarci: san Paolo fa i Giudei simili a piccoli bambini e i cristiani a giovani (Galati 4:1, 3 e seguenti). Quale inconveniente vi è in questo governo, che Dio abbia esercitato i Giudei in rudimenti adatti al tempo dell’infanzia e che ora istruisca noi in una dottrina più alta e più “virile”? La costanza di Dio si mostra proprio in questo: che egli ha ordinato una medesima dottrina per tutti i secoli. Il servizio che ha richiesto fin dal principio, lo richiede ancora oggi. Quanto poi al fatto che egli abbia cambiato la forma e il modo esteriore, non si è mostrato soggetto a mutamento, ma ha voluto accomodarsi alla capacità delle persone, che è mutevole.


2:11:14 - Replica alle obiezioni: la sapienza divina nella progressione della rivelazione e dei segni

Ma essi replicano ancora: «Da dove viene questa diversità, se non dal fatto che Dio ha voluto che fosse tale? Non poteva egli, tanto prima della venuta di Cristo quanto dopo, rivelare la vita eterna in parole chiare e senza alcuna figura? Non poteva istruire i suoi con sacramenti evidenti? Non poteva effondere il suo Santo Spirito in tale abbondanza? Non poteva spargere la sua grazia in tutto il mondo?».

Tutto ciò equivale a contestare Dio perché ha creato il mondo così tardi, mentre avrebbe potuto farlo fin dal principio; e anche perché ha posto differenza tra le stagioni dell’anno, come tra inverno ed estate, e tra giorno e notte. Quanto a noi, facciamo ciò che devono fare tutti i veri credenti: non dubitare che tutto ciò che Dio ha fatto sia ben fatto e sapientemente, anche se non sappiamo la ragione del perché. Infatti sarebbe una folle arroganza da parte nostra non concedere a Dio che egli conosca le ragioni delle sue opere, che a noi sono nascoste.

«Ma è cosa meravigliosa — dicono — che Dio ora rigetti i sacrifici degli animali e tutta la pompa del sacerdozio levitico, di cui un tempo si compiaceva». Come se Dio si dilettasse di queste cose esteriori e caduche, o come se mai vi si fosse fermato! Abbiamo già detto che egli non ha fatto nulla di tutto ciò per sé stesso, ma ha ordinato il tutto per la salvezza delle persone.

Se un medico usasse un rimedio per guarire un giovane, e poi, avendolo da curare nella vecchiaia, procedesse con altro modo, diremmo forse che egli riprova la forma che aveva tenuto, o che essa gli dispiace? Al contrario, risponderà che ha sempre una medesima regola, ma che tiene conto dell’età. Così è stato opportuno che, finché Gesù Cristo era ancora assente, egli fosse raffigurato con vari segni per annunciare la sua venuta, diversi da quelli che ora ci rappresentano che egli è venuto.

Quanto poi alla vocazione di Dio e alla sua grazia, che è stata sparsa più ampiamente di quanto lo fosse prima, e al fatto che l’alleanza di salvezza sia stata fatta con tutto il mondo, mentre prima era data solo al popolo d’Israele, vi prego: chi vorrà negare che sia cosa giusta che Dio dispensi liberamente le sue grazie secondo il suo beneplacito? che illumini i popoli che vuole? che faccia predicare la sua Parola dove gli piace? che ne faccia uscire un frutto tanto grande o tanto piccolo quanto vuole? che, quando gli piace, possa farsi conoscere al mondo per la sua misericordia e ritirare la conoscenza che aveva concesso a causa dell’ingratitudine delle persone?

Vediamo dunque che sono calunnie troppo vili tutte le obiezioni di cui gli infedeli si servono per turbare i semplici, al fine di mettere in dubbio la giustizia di Dio o la verità della Scrittura.


Riassunto del capitolo