Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 12
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 2
Cap. 12 - Che Gesù Cristo per compiere l’ufficio di Mediatore doveva farsi uomo
2:12:1 - Il Mediatore doveva essere vero Dio e vero uomo per riconciliare Dio con noi
Ora, era sommamente necessario che colui che doveva essere nostro Mediatore fosse vero Dio e vero uomo. Se si domanda da dove venga questa necessità, essa non è stata semplice e assoluta (come si dice), ma la sua causa è fondata nel decreto eterno di Dio, dal quale dipendeva la salvezza delle persone. Or questo Padre di ogni clemenza e bontà ha ordinato ciò che conosceva essere per noi il più utile.
Infatti, poiché le nostre iniquità, avendo gettato una nube tra lui e noi per impedire che noi giungessimo a lui, ci avevano del tutto alienati dal regno dei cieli, nessuno poteva essere mezzo di riconciliazione se non colui che gli fosse familiare. E chi sarebbe potuto avvicinarsi a lui? Si sarebbe forse trovato qualcuno tra i figli di Adamo? Ma tutti, con il loro padre, avevano quella alta maestà in orrore. Sarebbe bastato qualcuno degli angeli? Ma anche essi avevano bisogno di un capo, mediante la cui unione fossero resi saldi per aderire a Dio per sempre.
Non rimaneva dunque alcun rimedio, e tutto sarebbe stato disperato, se la maestà stessa di Dio non fosse discesa a noi, poiché non era in nostro potere salire ad essa. Perciò è stato necessario che il Figlio di Dio ci fosse fatto Emmanuele, cioè Dio con noi: sì, a questa condizione, che la sua divinità e la natura umana fossero unite insieme; altrimenti non vi sarebbe stata vicinanza abbastanza prossima, né affinità abbastanza salda, per farci sperare che Dio abitasse con noi. Infatti le nostre brutture e la sua purezza facevano un divorzio troppo grande.
Anche se l’uomo fosse rimasto nella sua integrità, la sua condizione era tuttavia troppo bassa per giungere a Dio; quanto meno ha potuto elevarsi a tale grado dopo essersi, con la sua rovina mortale, immerso nella morte e negli inferi; dopo essersi contaminato di tante macchie, anzi appestato nella sua corruzione, e sprofondato in ogni miseria! Perciò non senza ragione san Paolo, volendo proporre Gesù Cristo come Mediatore, lo chiama espressamente uomo: «C’è», dice, «un Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo che è uomo» (1 Timoteo 2:5). Avrebbe potuto chiamarlo Dio, o anche omettere il nome di uomo, come quello di Dio; ma poiché lo Spirito Santo, parlando per la sua bocca, conosceva la nostra infermità, ha usato questo rimedio per venirci incontro: porre il Figlio di Dio al nostro livello, per renderlo a noi familiare.
Affinché dunque nessuno si tormentasse su dove cercare questo Mediatore o per quale via lo si potesse trovare, chiamandolo uomo egli avverte che ci è vicino, anzi che ci tocca così da presso come nulla di più, essendo nostra carne. In breve, egli significa ciò che altrove è spiegato più ampiamente: cioè che non abbiamo un Sommo Sacerdote che non possa compatire alle nostre infermità, poiché è stato in tutto tentato a modo degli uomini, salvo che non ebbe alcuna macchia di peccato (Ebrei 4:15).
2:12:2 - Il Mediatore ci rende figli ed eredi: la nostra adozione fondata sulla sua comunanza di natura
Questo si comprenderà ancora meglio, se consideriamo di quale importanza sia stato l’ufficio del Mediatore: cioè ricondurci così nella grazia di Dio da farci suoi figli ed eredi del suo regno; mentre, essendo stirpe maledetta di Adamo, eravamo eredi della geenna dell’inferno. Chi avrebbe potuto far questo, se lo stesso Figlio di Dio non fosse stato fatto uomo, e se non avesse preso così ciò che è nostro da comunicarci ciò che è suo, anzi rendendo nostro per grazia ciò che è suo per natura?
Avendo dunque questo pegno, che il Figlio naturale di Dio ha preso un corpo comune con noi ed è divenuto carne della nostra carne e osso delle nostre ossa, abbiamo sicura fiducia di essere figli di Dio suo Padre, poiché egli non ha disdegnato di prendere ciò che era proprio di noi per essere fatto uno con noi, e farci compagni con sé di ciò che è proprio di lui: e in tal modo essere insieme con noi Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Da qui viene quella santa fraternità che egli ci insegna quando dice: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Giovanni 20:17).
Ecco come siamo assicurati dell’eredità celeste: che l’unico Figlio di Dio, al quale appartiene l’eredità universale, ci ha adottati come suoi fratelli e di conseguenza ci ha fatti coeredi con lui (Romani 8:17). Inoltre, era sommamente utile che colui che doveva essere nostro Redentore fosse vero Dio e vero uomo, poiché bisognava che inghiottisse la morte: e chi avrebbe potuto riuscirvi se non la vita? Bisognava che vincesse il peccato: e chi avrebbe potuto farlo se non la giustizia? Bisognava che distruggesse le potenze del mondo e dell’aria: e chi avrebbe potuto conseguire tale vittoria se non colui che è la potenza che supera ogni altezza?
Ora, dove risiedono la vita, la giustizia e il dominio del cielo, se non in Dio? È dunque lui che, secondo la sua infinita clemenza, si è fatto nostro nella persona del suo Figlio unigenito, volendoci riscattare.
2:12:3 - La soddisfazione per l’uomo: obbedienza, sacrificio e vittoria sulla morte mediante l’unione delle nature
L’altra parte della nostra riconciliazione con Dio era che l’uomo, che si era rovinato e perduto per la sua disobbedienza, portasse, come rimedio opposto, un’obbedienza che soddisfacesse al giudizio di Dio, pagando ciò che era dovuto per il suo peccato. Così il Signore nostro Gesù è apparso rivestendo la persona di Adamo e prendendone il nome, per porsi al suo posto, al fine di ubbidire al Padre e presentare al giusto giudizio di lui il suo corpo come prezzo di soddisfazione, e soffrire la pena che noi avevamo meritata, nella carne in cui la colpa era stata commessa.
Insomma, poiché Dio solo non poteva sentire la morte e l’uomo non poteva vincerla, egli ha congiunto la natura umana con la sua, per assoggettare alla morte l’infermità della prima e così purgarci e assolverci dalle nostre colpe; e per acquistarci vittoria per la potenza della seconda, sostenendo per noi i combattimenti della morte. Perciò coloro che spogliano Gesù Cristo o della sua divinità o della sua umanità diminuiscono certamente la sua maestà e gloria e oscurano la sua bontà e grazia; ma d’altra parte non fanno minore ingiuria alle persone, poiché rovesciano la loro fede, la quale non può sussistere se non appoggiata su questo fondamento.
Vi è ancora di più: era necessario che i fedeli attendessero come loro Redentore quel figlio di Abramo e di Davide che Dio aveva loro promesso nella sua Legge e nei Profeti. Da ciò le anime fedeli ricavano un altro frutto: che, mediante il discorso dell’origine, essendo condotte fino a Davide e ad Abramo, riconoscono meglio e più certamente che il Signore nostro Gesù è quel Cristo, che era stato tanto rinomato e celebrato fra i Profeti.
Ma soprattutto dobbiamo ritenere ciò che ho detto poco fa: che il Figlio di Dio ci ha dato una buona caparra della comunione che abbiamo con lui mediante la natura che egli ha in comune con noi; e che, essendo rivestito della nostra carne, ha disfatto la morte con il peccato, affinché la vittoria e il trionfo fossero nostri; e che ha offerto in sacrificio questa carne che aveva presa da noi, affinché, avendo purgato i peccati, cancellasse la nostra condanna e placasse l’ira di Dio suo Padre.
2:12:4 - Contro le speculazioni curiose: Cristo si è fatto uomo per redimere, secondo il disegno di Dio attestato dalla Scrittura
Chi sarà attento a considerare queste cose, secondo che ne sono degne, disprezzerà facilmente le speculazioni stravaganti che trascinano molti spiriti volubili e troppo desiderosi di novità. Tale è la questione che alcuni sollevano: che, anche se il genere umano non avesse avuto bisogno di essere riscattato, Gesù Cristo non avrebbe tuttavia mancato di farsi uomo.
Confesso bene che, nello stato primo della creazione e nell’integrità della natura, egli era già ordinato come capo sopra le persone e sopra gli angeli; per questo san Paolo lo chiama il Primogenito di tutte le creature (Colossesi 1:15). Ma poiché la Scrittura pronuncia chiaramente e ad alta voce che egli è stato rivestito della nostra carne per essere Redentore, è una temerarietà troppo grande immaginare un’altra causa o un altro fine.
È cosa del tutto nota per quale ragione egli fu promesso fin dal principio: cioè per restaurare il mondo caduto in rovina e soccorrere le persone perdute. Perciò la sua immagine fu proposta nella Legge mediante i sacrifici, affinché i fedeli sperassero che Dio sarebbe loro propizio, essendo riconciliato mediante la purgazione dei peccati. Certamente, poiché in tutti i secoli, persino prima che la Legge fosse pubblicata, il Mediatore non è mai stato promesso se non con sangue, dobbiamo raccogliere da ciò che egli era destinato, per l’eterno consiglio di Dio, a detergere le macchie delle persone, poiché spargere il sangue è segno di riparazione dell’offesa.
E i Profeti non hanno parlato diversamente di lui, se non promettendo che sarebbe venuto per riconciliare Dio e le persone. Ci basterà provarlo per ora con questa testimonianza di Isaia, solenne più delle altre: dove si dice che egli sarà percosso dalla mano di Dio per i crimini del popolo; che il castigo della nostra pace sarà su di lui; che sarà Sacerdote per offrirsi in sacrificio; che ci guarirà con le sue piaghe; che tutti hanno errato e si sono smarriti come pecore erranti; e che è piaciuto a Dio affliggerlo, affinché portasse le iniquità di tutti (Isaia 53:4).
Quando udiamo che Gesù Cristo è propriamente ordinato, per decreto inviolabile del cielo, a soccorrere i poveri peccatori, concludiamo che tutti coloro che oltrepassano questi confini allentano troppo la briglia alla loro folle curiosità. Egli stesso, apparso nel mondo, ha dichiarato che la causa della sua venuta era raccoglierci dalla morte alla vita e riconciliarci con Dio. Gli apostoli hanno testimoniato il medesimo. Ecco perché san Giovanni, prima di dire che la Parola è stata fatta carne, parla della ribellione e caduta dell’uomo (Giovanni 1:9-10).
Ma non c’è nulla di migliore che udire Gesù Cristo stesso trattare del suo ufficio, come quando dice: «Dio ha tanto amato il mondo che non ha risparmiato il suo Figlio unigenito, ma lo ha dato alla morte, affinché chiunque crederà in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3:16). Parimenti: «Viene l’ora in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l’avranno udita vivranno» (Giovanni 5:25). Parimenti: «Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Giovanni 11:25). Parimenti: «Il Figlio dell’uomo è venuto per salvare ciò che era perduto» (Matteo 18:11). Parimenti: «I sani non hanno bisogno di medico» (Matteo 9:12).
Non la finirei mai se volessi raccogliere tutti i passi che servono a questo proposito. Certamente gli apostoli, di comune accordo, ci riconducono tutti a questo principio. Infatti, se egli non fosse venuto per riconciliarci con Dio, la sua dignità sacerdotale cadrebbe a terra, poiché il sacerdote è posto tra Dio e le persone per ottenere il perdono dei peccati (Ebrei 5:1). Egli non sarebbe la nostra giustizia, poiché è stato fatto sacrificio per noi affinché Dio non ci imputi le nostre colpe (2 Corinzi 5:19). In breve, sarebbe spogliato di tutti i titoli con cui la Scrittura lo onora.
Sarebbe rovesciata anche l’affermazione di san Paolo che Dio ha mandato il suo Figlio per fare ciò che era impossibile alla Legge: cioè che, in somiglianza di carne peccatrice, portasse i nostri peccati (Romani 8:3). E ciò che dice in un altro luogo non avrebbe luogo: che la grande bontà di Dio e il suo amore verso le persone è stato conosciuto quando ci ha dato il suo Figlio come Redentore. In somma, la Scrittura non assegna altro fine per cui Gesù Cristo abbia voluto prendere la nostra carne ed essere mandato dal Padre, se non affinché fosse sacrificio di espiazione (Tito 2:14).
«Così sta scritto, e bisognava che Gesù Cristo soffrisse e che si predicasse il ravvedimento nel suo nome» (Luca 24:26), dice in Luca; e in Giovanni, similmente: «Il Padre mi ama perché io depongo la mia vita per le mie pecore. Questo mi ha comandato il Padre». Parimenti: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato». Parimenti: «Padre, salvami da quest’ora; ma per questo sono venuto. Padre, glorifica il tuo Figlio» (Giovanni 10:17; 3:14; 12:27-28). Ora, in questi passi egli segna espressamente per quale fine ha preso la carne umana: per essere sacrificio e soddisfazione, al fine di abolire i peccati.
Per la stessa ragione Zaccaria dice nel suo cantico che egli è venuto, secondo la promessa fatta ai padri, per illuminare coloro che sedevano nelle tenebre di morte (Luca 1:79). Ricordiamoci che tutte queste cose sono predicate del Figlio di Dio, nel quale san Paolo dice che sono nascosti tutti i tesori di sapienza e intelligenza, e fuori del quale egli si vanta di non sapere nulla (Colossesi 2:3; 1 Corinzi 2:2).
2:12:5 - Contro la curiosità temeraria: attenersi al decreto di Dio e a Cristo crocifisso; confutazione di Osiandro
Se qualcuno replica che tutto ciò non impedisce che Gesù Cristo, che ha riscattato coloro che erano dannati, avrebbe potuto anche testimoniare il suo amore verso coloro che fossero rimasti sani e integri, rivestendo la loro natura, la risposta è breve: poiché lo Spirito Santo dichiara che, per l’eterno consiglio di Dio, queste due cose sono state congiunte insieme — che egli fosse nostro Redentore e partecipe della nostra natura — non ci è lecito indagare oltre. Infatti, se qualcuno, non contentandosi del decreto immutabile di Dio, è solleticato dal desiderio di saperne di più, mostra con ciò che non si contenta neppure di Gesù Cristo, in quanto egli ci è stato dato come prezzo di redenzione.
Anzi san Paolo non solo riferisce per quale fine egli ci è stato mandato, ma, trattando di questo alto mistero della predestinazione, frena qui ogni folle appetito e ogni audacia della mente umana, dicendo che il Padre ci ha eletti prima della creazione del mondo per adottarci nel numero dei suoi figli, secondo il beneplacito della sua volontà, e che ci ha resi graditi nel suo Figlio diletto, nel quale abbiamo redenzione mediante il suo sangue (Efesini 1:4-7). Certamente egli non presuppone qui la caduta di Adamo come precedente nel tempo, ma mostra ciò che Dio ha determinato prima di tutti i secoli, volendo porre rimedio alla miseria del genere umano.
Se qualcuno poi obietta che un tale consiglio di Dio è derivato dalla rovina dell’uomo, che egli prevedeva, mi basta che tutti coloro che si concedono libertà di cercare in Cristo, o desiderano sapere di lui più di quanto Dio abbia predestinato nel suo segreto consiglio, avanzano e traboccano in un’audacia troppo enorme nel foggiarsi un Cristo nuovo. Ed è a buon diritto che san Paolo, dopo aver parlato del vero ufficio di Gesù Cristo, prega che Dio dia Spirito d’intelligenza ai suoi, per far loro comprendere quale sia la lunghezza, l’altezza, la larghezza e la profondità: cioè la carità di Cristo, che supera ogni conoscenza (Efesini 3:16-19); quasi che deliberatamente egli chiudesse le nostre menti entro graticci, per impedir loro di deviare, anche di poco, in qua o in là quando si parla di Cristo, e per esortarci a fermarci alla grazia della riconciliazione che egli ci ha portata.
E poiché lo stesso Apostolo attesta altrove che questa è parola fedele e certa: che Gesù Cristo è venuto per salvare i peccatori (1 Timoteo 1:15), io mi riposo volentieri in essa. E poiché egli insegna che la grazia manifestata nell’Evangelo ci è stata data in Gesù Cristo prima di ogni tempo e secolo (2 Timoteo 1:9), concludo che dobbiamo rimanere saldamente in essa fino alla fine.
Osiandro, senza ragione, rovescia questa modestia; poiché, benché questa questione fosse stata sollevata anticamente da alcuni, egli vi si è così accanito che ha disgraziatamente turbato la Chiesa. Egli accusa di presunzione coloro che dicono che, se Adamo non fosse caduto, il Figlio di Dio non sarebbe apparso nella carne, perché non vi è una testimonianza certa della Scrittura che condanni una tale fantasia. Come se san Paolo non avesse frenato questa perversa curiosità quando, dopo aver parlato della redenzione acquistata per mezzo di Gesù Cristo, comanda subito di fuggire tutte le folli questioni (Tito 3:8-9).
La follia di alcuni si è spinta fino al punto che, spinti da un appetito perverso di essere reputati persone acute, hanno disputato se il Figlio di Dio potesse assumere la natura di un asino. Se Osiandro vuole scusare questa questione (che tutte le persone timorate di Dio hanno a buon diritto in orrore come un mostro detestabile) e la vuole scusare con questo pretesto, che non è condannata espressamente, io rispondo che san Paolo, non stimando degno di essere conosciuto nulla al di là di Gesù Cristo crocifisso (1 Corinzi 2:2), non avrebbe mai accolto un asino come autore di salvezza.
Perciò, poiché altrove egli insegna che Gesù Cristo è stato, per l’eterno consiglio del Padre, costituito capo per raccogliere tutte le cose (Efesini 1:22), per la stessa ragione egli non riconoscerà mai un Cristo che non abbia avuto incarico e ufficio di riscattare.
2:12:6 - Confutazione dell’argomento di Osiandro sull’immagine di Dio e sul presunto “patrono” umano di Cristo
Il principio dal quale egli trae i suoi trionfi è del tutto frivolo: che l’uomo è stato creato a immagine di Dio, perché è stato formato sul modello di Cristo, per rappresentarlo nella natura umana di cui il Padre aveva già decretato di rivestirlo. Osiandro conclude da ciò che, anche se Adamo non fosse mai caduto e decaduto dalla sua prima origine, Cristo tuttavia non avrebbe cessato d’essere uomo.
Tutte le persone di sano giudizio riconoscono da sé quanto ciò sia freddo, forzato e tirato per i capelli, come si dice. E tuttavia quest’uomo gonfio d’orgoglio pensa d’aver compreso per primo che cosa sia l’immagine di Dio: cioè che la gloria di Dio risplendesse in Adamo, non solo nei doni eccellenti di cui era ornato, ma anche perché Dio abitava essenzialmente in lui.
Ora, sebbene io gli conceda che Adamo portasse l’immagine di Dio in quanto era congiunto con lui (che è la vera e suprema perfezione di dignità), tuttavia dico che l’immagine di Dio non si deve cercare se non nelle tracce di eccellenza di cui Adamo fu nobilitato sopra tutti gli animali. Tutti confessano concordemente che Gesù Cristo era già allora l’immagine di Dio; e quindi che tutto ciò che fu impresso di eccellente in Adamo procedette da questa fonte: che egli si avvicinava alla gloria del suo Creatore per mezzo del Figlio unigenito. Perciò l’uomo è stato creato a immagine di colui che lo ha formato (Genesi 1:27), e di conseguenza è stato come uno specchio nel quale la gloria di Dio risplendeva, ed è stato elevato a tal grado d’onore per la grazia del Figlio unigenito.
Ma bisogna aggiungere insieme che questo Figlio è stato capo in comune tanto degli angeli quanto delle persone, in modo che la dignità data all’uomo apparteneva anche agli angeli. Infatti, quando udiamo che la Scrittura li chiama figli di Dio (Salmi 82:6), non sarebbe conveniente negare che essi abbiano segni impressi per rappresentare il loro Padre. Ora, se Dio ha voluto mostrare la sua gloria tanto agli angeli quanto alle persone, e ha voluto che fosse evidente in entrambe le nature, Osiandro gioca troppo stupidamente, lasciando gli angeli da parte come se non portassero la figura di Gesù Cristo; poiché non godrebbero continuamente della sua presenza e del suo sguardo se non gli fossero somiglianti.
E di fatto san Paolo (Colossesi 3:10) non insegna che le persone siano rinnovate a immagine di Dio per altro fine se non per essere compagne degli angeli, affinché aderiscano gli uni agli altri sotto un solo capo. In breve, se noi aggiungiamo fede a Gesù Cristo, la nostra ultima felicità sarà, dopo essere stati raccolti in cielo, di essere conformi agli angeli. Ora, se si permette a Osiandro di dire che il primo e principale modello dell’immagine di Dio era in questa natura umana che Gesù Cristo doveva assumere, si potrà anche concludere, per contrario, che egli avrebbe dovuto assumere anche la forma degli angeli, poiché l’immagine di Dio appartiene anche a loro.
2:12:7 - Cristo “secondo Adamo”: la sua incarnazione è fondata sulla necessità della redenzione; ulteriore confutazione di Osiandro
Non bisogna dunque che Osiandro tema, come pretende, che Dio sia trovato mentitore, se non avesse già nel suo Spirito il decreto immutabile di fare suo Figlio uomo. Infatti, anche se lo stato dell’uomo non fosse stato rovinato, egli non avrebbe cessato d’essere simile a Dio con gli angeli; e tuttavia non sarebbe stato necessario che il Figlio di Dio divenisse uomo o angelo.
È pure vano che egli tema questa assurdità: che, se non fosse stato determinato dall’immutabile consiglio di Dio prima che Adamo fosse creato, che Gesù Cristo dovesse nascere uomo non come Redentore, ma come il primo degli uomini, il suo onore sarebbe in ciò diminuito, poiché egli non sarebbe nato che accidentalmente per restaurare il genere umano perduto, e così sarebbe stato creato a immagine di Adamo. Perché mai avrebbe in orrore ciò che la Scrittura insegna così apertamente: che egli è stato fatto in tutto simile a noi, eccetto il peccato (Ebrei 4:15)? Per questo san Luca non fa alcuna difficoltà a chiamarlo, nella genealogia che riporta, figlio di Adamo (Luca 3:38). Vorrei anche sapere perché sia chiamato in san Paolo il secondo Adamo (1 Corinzi 15:45), se non perché il Padre celeste lo ha assoggettato alla condizione delle persone, per trarre i successori di Adamo dalla rovina nella quale erano immersi. Infatti, se il consiglio di Dio di dargli forma umana avesse preceduto, nell’ordine, la creazione, egli dovrebbe essere chiamato il primo Adamo.
A Osiandro non costa nulla affermare che, poiché Gesù Cristo era predestinato nello Spirito di Dio a farsi uomo, tutti sono stati formati su questo modello. San Paolo, al contrario, chiamando Gesù Cristo secondo Adamo, pone in mezzo tra l’origine prima e la restaurazione che otteniamo per mezzo di Cristo la rovina e la confusione che sono sopravvenute, fondando la venuta di Gesù Cristo sulla necessità di ricondurci al nostro stato. Ne segue che questa è stata la causa per cui il Figlio di Dio ha assunto la carne umana.
Osiandro argomenta ancora male e stupidamente quando dice che, se Adamo avesse perseverato nella sua integrità, sarebbe stato immagine di sé stesso e non di Gesù Cristo. Poiché, anche se il Figlio di Dio non avesse mai preso carne, l’immagine di Dio non avrebbe cessato di risplendere nei nostri corpi e nelle nostre anime; e, mediante i suoi raggi, sarebbe sempre apparso che Gesù Cristo era veramente capo, avendo la primazia tra le persone. Così la sua frivola sottigliezza è sciolta: cioè che gli angeli sarebbero stati privati di questo capo se Dio non avesse determinato in sé di fare suo Figlio uomo, anche senza che il peccato di Adamo lo richiedesse. Infatti egli assume troppo sconsideratamente ciò che nessuno di mente posata gli concederà: cioè che Gesù Cristo non abbia alcuna preminenza sugli angeli se non in quanto è uomo; mentre, al contrario, è facile ricavare dalle parole di san Paolo che, in quanto egli è la Parola eterna di Dio, egli è anche il Primogenito di tutte le creature (Colossesi 1:15): non perché sia stato creato o debba essere annoverato tra le creature, ma perché lo stato del mondo, in quella bellezza così eccellente che esso ha avuto, non ha avuto altro principio. E in quanto è stato fatto uomo, egli è chiamato Primogenito dei morti (Colossesi 1:16, 18).
L’Apostolo comprende l’uno e l’altro in breve e ce lo propone quando dice che tutte le cose sono state create per mezzo del Figlio, affinché egli dominasse sugli angeli, e che egli è stato fatto uomo affinché venisse a compiere l’ufficio di Redentore. È una pari stoltezza in Osiandro dire che le persone non avrebbero avuto Gesù Cristo per Re se egli non fosse stato uomo; come se non vi fosse stato alcun regno né dominio di Dio, quando l’unigenito Figlio — pur senza essere rivestito di carne umana — avesse raccolto sotto di sé persone e angeli e avesse presieduto su di loro nella sua gloria.
Ma egli s’inganna sempre, o piuttosto s’incanta in questa fantasia: che la Chiesa sarebbe stata senza capo se Gesù Cristo non fosse apparso nella carne; come se egli non avesse potuto avere la sua preminenza sulle persone per governarle con la sua potenza divina e dar loro vigore mediante la forza segreta del suo Spirito, e nutrirle come suo corpo, allo stesso modo in cui si è fatto sentire capo agli angeli fino a condurli al godimento di una medesima vita che gli angeli hanno.
Osiandro reputa che le sue sciocchezze, che ho confutato fin qui, siano come oracoli infallibili; come è suo costume, ebbro delle sue speculazioni, di trionfare sul nulla. Ma alla fine si vanta di avere un argomento insolubile e fermo sopra tutti gli altri: la “profezia” di Adamo, il quale, veduta Eva sua moglie, disse: «Ecco ora osso delle mie ossa e carne della mia carne» (Genesi 2:23).
Ma da dove proverà egli che questa sia una profezia? Risponderà forse che Gesù Cristo, in Matteo, attribuisce questa sentenza a Dio. Come se tutto ciò che Dio pronuncia per bocca delle persone contenesse qualche profezia dell’avvenire! In tal modo bisognerebbe che in ogni precetto della Legge vi fosse profezia, poiché tutti sono stati dati da Dio.
Ma vi sarebbe ben peggio se volessimo credere a questo visionario: poiché Gesù Cristo sarebbe stato un interprete terreno, attardato al senso letterale, mentre egli non tratta dell’unione mistica che ha con la sua Chiesa, ma allega quel passo per mostrare quale fede e lealtà il marito debba alla moglie, poiché Dio ha pronunciato che l’uomo e la donna sarebbero una sola cosa; e in tal modo egli mostra che a nessuno è lecito tentare di rompere con il divorzio quel vincolo indissolubile. Se Osiandro disprezza questa semplicità, riprenda allora Gesù Cristo, perché non ha abbeverato i suoi discepoli con quella bella allegoria che egli ci propone, e dunque non ha interpretato abbastanza sottilmente la parola di suo Padre.
Quanto a ciò che egli porta da san Paolo, non serve in nulla alla sua fantasia. Infatti san Paolo, dopo aver detto che noi siamo carne della carne di Cristo, esclama che questo è un grande mistero (Efesini 5:30, 32). Così egli non intende riferire in che senso Adamo abbia pronunciato quella sentenza, ma, sotto la similitudine del matrimonio, vuole indurci a considerare quella sacra congiunzione che ci fa essere uno con Gesù Cristo; e le parole stesse lo esprimono. Poiché l’Apostolo, dichiarando che parla di Cristo e della Chiesa, pone una specie di correzione per distinguere il matrimonio dall’unione spirituale di Gesù Cristo con la sua Chiesa, e così tutto il chiacchiericcio di Osiandro svanisce da sé.
Perciò non sarà necessario rimestare oltre simile bagaglio, poiché la sua vanità è abbastanza scoperta da questa breve confutazione. Comunque sia, questa sobrietà basterà a contentare i figli di Dio: che, quando è venuta la pienezza del tempo, Dio ha mandato suo Figlio, nato da donna, sottoposto alla Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge (Galati 4:4).
Riassunto del capitolo