Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 14

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 2

Cap. 14 - Come le due nature costituiscono una sola persona nel Mediatore

2.14.1 — L’unione delle due nature in una sola persona e la “comunicazione delle proprietà”

Ora, ciò che è detto, che la Parola è stata fatta carne (Giovanni 1:14), non deve essere inteso come se essa fosse stata convertita in carne, o confusamente mescolata; ma nel senso che essa ha preso dal grembo della vergine un corpo umano, come un tempio nel quale abitare. E colui che era Figlio di Dio è stato fatto Figlio dell’uomo, non per confusione di sostanza, ma per unità di persona: cioè, egli ha congiunto e unito in tal modo la sua divinità con l’umanità che ha assunto, che ciascuna delle due nature ha conservato la propria proprietà; e nondimeno Gesù Cristo non ha due persone distinte, ma una sola.

Se si può trovare qualcosa di simile a un mistero così alto, la similitudine dell’uomo sembra adatta: lo vediamo composto di due nature, delle quali tuttavia l’una non è così mescolata con l’altra da non conservare la propria proprietà. Poiché l’anima non è corpo e il corpo non è anima. Perciò si dice dell’anima in particolare ciò che non può convenire al corpo, e similmente del corpo ciò che non può convenire all’anima; e dell’uomo intero ciò che non può competere né all’una parte né all’altra considerata separatamente. Infine, le cose che appartengono propriamente all’anima sono trasferite al corpo, e quelle del corpo all’anima, reciprocamente. E tuttavia la persona composta di queste due sostanze è un solo uomo e non più.

Questo modo di parlare significa che nell’uomo vi è una natura composta di due unite, e nondimeno tra le due vi è differenza. La Scrittura parla secondo questa forma di Gesù Cristo: poiché talvolta gli attribuisce ciò che non può riferirsi se non all’umanità, talvolta ciò che compete propriamente alla divinità, talvolta ciò che conviene a entrambe le nature congiunte e non a una sola. E anzi esprime così diligentemente questa unione delle due nature che è in Gesù Cristo, che comunica all’una ciò che appartiene all’altra: forma di parlare che gli antichi Dottori chiamarono comunicazione delle proprietà.


2.14.2 — Fondamento scritturale della comunicazione delle proprietà

Queste cose potrebbero essere ritenute poco sicure, se non avessimo a disposizione passi della Scrittura in gran numero per provare che nulla di ciò che abbiamo detto è stato inventato dagli esseri umani.

Ciò che Gesù Cristo diceva di sé, che egli era prima di Abramo (Giovanni 8:58), non può convenire alla sua umanità. So bene con quale sofisma gli spiriti sviati corrompono questa sentenza: che egli fu prima di tutti i secoli, perché già era predestinato Redentore nel consiglio del Padre ed era conosciuto come tale tra i fedeli. Ma poiché egli distingue apertamente la sua essenza eterna dal tempo della sua manifestazione in carne e vuole mostrarsi più eccellente di Abramo per antichità, non v’è alcun dubbio che egli attribuisca a sé ciò che è proprio della divinità.

Il fatto che Paolo lo chiami primogenito di tutta la creazione (Colossesi 1:15), dicendo che egli è stato prima di tutte le cose e che tutte le cose sussistono in lui; e ciò che egli stesso pronuncia, di aver avuto gloria col Padre prima che il mondo fosse creato, e che fin dal principio opera sempre insieme col Padre (Giovanni 17:5; Giovanni 5:17): tutto questo non apparterrebbe alla natura umana. Perciò conviene attribuirlo in particolare alla divinità.

Quanto al fatto che egli è chiamato Servo del Padre (Isaia 42:1 e altri passi), che Luca racconta che egli cresceva in età e in sapienza davanti a Dio e davanti alle persone; che egli stesso protesta di non cercare la propria gloria, di non sapere quando sarà l’ultimo giorno, di non parlare da sé, di non fare la propria volontà; e ciò che Giovanni dice, che egli fu visto e toccato: questo è della sola natura umana (Luca 2:52; Giovanni 8:50; Marco 13:32; Giovanni 14:10; Giovanni 6:38; Luca 24:39). Poiché, in quanto Dio, egli non può crescere né diminuire, e fa ogni cosa per se stesso; nulla gli è nascosto, egli ordina e dispone tutto come vuole; è invisibile e non può essere toccato con mano.

E tuttavia egli non attribuisce tutte queste cose semplicemente alla sua natura umana, ma le assume come convenienti alla persona del Mediatore.

La comunicazione delle proprietà si prova da ciò che dice Paolo, che Dio si è acquistato la chiesa con il suo sangue; e che il Signore della gloria è stato crocifisso. E persino ciò che abbiamo appena ricordato da Giovanni, che la Parola della vita è stata toccata; poiché Dio non ha sangue e non può soffrire né essere toccato dalle mani (Atti 20:28; 1 Corinzi 2:8; 1 Giovanni 1:1). Ma poiché Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è stato crocifisso e ha sparso il suo sangue per noi, ciò che è stato fatto nella sua natura umana è impropriamente applicato alla divinità, benché non senza ragione.

Vi è un esempio simile in Giovanni, quando dice che Dio ha deposto la sua vita per noi (1 Giovanni 3:16): poiché ciascuno vede che ciò che è proprio dell’umanità è comunicato all’altra natura.

Ancora, quando Gesù Cristo, conversando ancora nel mondo, diceva che nessuno è salito in cielo se non il Figlio dell’uomo che è in cielo (Giovanni 3:13), è manifesto che secondo l’uomo e nella carne che aveva assunto egli non era in cielo; ma poiché egli stesso era Dio e uomo, in ragione dell’unione delle due nature attribuiva all’una ciò che apparteneva all’altra.


2.14.3 — Ciò che riguarda l’ufficio di Mediatore e la corretta lettura dei testi

Ma i passi che comprendono insieme le due nature sono i più chiari e facili per mostrare quale sia la vera sostanza di Gesù Cristo. E di tali l’Evangelo di Giovanni è pieno. Poiché ciò che vi leggiamo — cioè che egli ha autorità dal Padre di rimettere i peccati, di risuscitare chi vuole, di dare giustizia, santità e salvezza, di essere costituito Giudice dei vivi e dei morti, e di essere onorato come il Padre; infine, ciò che egli dice di sé, d’essere la luce del mondo, il buon pastore, l’unica porta e la vera vite (Giovanni 1:29; Giovanni 5:21-23; Giovanni 8:12; Giovanni 9:5; Giovanni 10:7, 9, 11; Giovanni 15:1) — non è proprio esclusivamente né della divinità né dell’umanità, poiché il Figlio di Dio fu ornato di questi privilegi quando fu manifestato in carne: privilegi che, sebbene egli li possedesse col Padre prima della creazione del mondo, tuttavia non in quel modo; e che non potrebbero competere a un uomo che fosse soltanto uomo.

In questo senso si deve intendere ciò che Paolo dice altrove: che Gesù Cristo, dopo aver compiuto l’ufficio di Giudice, nell’ultimo giorno renderà il regno a Dio Padre (1 Corinzi 15:24). Ora è certo che il regno del Figlio di Dio, che non ebbe inizio, non avrà neppure fine. Ma come egli fu umiliato nella carne e, prendendo forma di servo, annientò se stesso, e, deposta in apparenza la sua maestà, si assoggettò al Padre per ubbidirgli; e dopo aver compiuto il corso della sua sottomissione fu coronato di gloria e onore ed esaltato alla suprema dignità affinché ogni ginocchio si pieghi davanti a lui (Filippesi 2:7, 8; Ebrei 2:7; Filippesi 2:10); così, allo stesso modo, egli assoggetterà al Padre anche quel nome eccelso d’impero e la corona di gloria e tutto ciò che gli è stato dato nella persona del Mediatore, affinché Dio sia tutto in tutte le cose (1 Corinzi 15:28).

Poiché, per quale motivo gli è stata data tale potenza, se non affinché il Padre governi per sua mano? E in questo senso è detto che egli siede alla destra del Padre: cosa temporale, fino a che godremo della visione presente della divinità.

E qui non si può scusare l’errore degli antichi, perché non considerarono abbastanza da vicino la persona del Mediatore nel leggere questi passi di Giovanni; e così ne oscurarono il vero senso naturale e si avvolsero in molte reti.

Teniamo dunque questa massima come una chiave per la retta intelligenza: che tutto ciò che concerne l’ufficio di Mediatore non è detto semplicemente né della natura umana né della natura divina. Gesù Cristo dunque, in quanto ci congiunge al Padre secondo la nostra piccolezza e infermità, regnerà fino a che apparirà per giudicare il mondo; ma dopo che saremo resi partecipi della gloria celeste, per contemplare Dio quale egli è, allora, compiuto l’ufficio di Mediatore, non sarà più ambasciatore del Padre, e si contenterà della gloria che aveva prima della creazione del mondo.

E in effetti il nome di Signore non è attribuito a Gesù Cristo con altro riguardo se non in quanto egli costituisce un grado medio tra Dio e noi. Questo intese Paolo dicendo: vi è un Dio dal quale sono tutte le cose e un Signore per mezzo del quale sono tutte le cose (1 Corinzi 8:6). Sì, poiché quel dominio temporale di cui abbiamo parlato gli fu ordinato fino a che la sua maestà divina ci sia conosciuta faccia a faccia: ma è tanto vero che nulla viene diminuito quando egli renderà il regno al Padre, che la sua preminenza ne risplenderà ancor più alta. Poiché allora Dio non sarà più capo di Cristo, in quanto la divinità di Cristo risplenderà da se stessa pienamente, la quale ora è ancora come nascosta sotto un velo.


2.14.4 — Utilità della distinzione e rifiuto degli errori di Nestorio ed Eutiche

Questa osservazione servirà molto a sciogliere molti scrupoli, purché i lettori sappiano trarne prudentemente profitto. I rozzi, e perfino alcuni che non sono privi di sapere, si tormentano moltissimo per quelle forme di parlare che vedono attribuite a Cristo, benché non siano proprie né della sua divinità né della sua umanità. E ciò avviene perché non considerano che esse convengono alla sua persona, nella quale egli è stato manifestato Dio e uomo, e al suo ufficio di Mediatore.

E infatti si può vedere come tutte le cose suddette si accordino bene insieme, purché vogliamo considerare un tale mistero con la riverenza dovuta alla sua grandezza. Ma non c’è nulla che gli spiriti furiosi e frenetici non sconvolgano: prendono ciò che è appropriato all’umanità di Gesù Cristo per distruggere la sua divinità; e ciò che è della sua divinità per distruggere la sua umanità; e ciò che è detto di entrambe le nature insieme per rovesciare l’una e l’altra. E che cos’è questo, se non voler disputare che Cristo non è uomo perché è Dio; che non è Dio perché è uomo; e che non è né Dio né uomo perché contiene in sé entrambe le nature?

Concludiamo dunque che Cristo, in quanto è Dio e uomo, composto di due nature unite e non confuse, è nostro Signore e vero Figlio di Dio anche secondo l’umanità, benché non in ragione dell’umanità. Poiché dobbiamo avere in orrore l’eresia di Nestorio, il quale, dividendo più che distinguendo le nature di Gesù Cristo, immaginava un Cristo doppio. Al contrario, vediamo come la Scrittura ci proclami chiaramente che colui che deve nascere dalla vergine Maria sarà chiamato Figlio di Dio (Luca 1:32, 43) e che quella vergine è madre del nostro Signore.

Dobbiamo similmente guardarci dalla follia furiosa di Eutiche, il quale, volendo mostrare l’unità delle persone in Gesù Cristo, distruggeva entrambe le sue nature. Poiché abbiamo già addotto tante testimonianze in cui la natura divina è distinta dall’umana, e ve ne sono per tutta la Scrittura in così gran numero da chiudere la bocca anche ai più litigiosi. E tra poco ne recherò alcune che serviranno ad abbattere questo errore.

Per ora ce ne basti una sola: che Gesù Cristo non avrebbe chiamato il suo corpo tempio (Giovanni 2:19), se la sua divinità non vi avesse abitato, come l’anima ha la sua dimora nel corpo. Perciò, come a buon diritto Nestorio fu condannato al concilio di Efeso, così in seguito Eutiche meritava la sentenza e la condanna che ricevette, tanto al concilio di Costantinopoli quanto a quello di Calcedonia: poiché non è più lecito confondere le due nature in Gesù Cristo che separarle; ma bisogna distinguerle unendole.


2.14.5 — Serveto e l’“unione ipostatica”: contro la confusione delle nature e la negazione della filiazione eterna

Anzi, ai nostri tempi stessi si è levato un mostro, non meno pernicioso di quegli antichi eretici: Michele Serveto, il quale ha voluto mettere al posto del Figlio di Dio non so quale fantasma, composto dell’essenza di Dio, del suo Spirito, di carne e di tre elementi non creati. Prima di tutto egli nega che Gesù Cristo sia Figlio di Dio in altro modo o per altra ragione, se non perché fu generato nel grembo della vergine per lo Spirito Santo. Ora, la sua astuzia tende a questo: che, rovesciando la distinzione delle due nature, Gesù Cristo divenga come una massa o un miscuglio composto di una parte di Dio e di una parte dell’essere umano, e tuttavia non sia reputato né Dio né persona.

Perché il sommario dei suoi discorsi è questo: che prima che Gesù Cristo fosse manifestato in carne, in Dio non vi erano che ombre e figure, e che la verità e l’effetto non cominciarono veramente ad essere se non quando la Parola cominciò ad essere Figlio di Dio, secondo che era stata predestinata a tale onore. Ora, noi confessiamo sì che il Mediatore, nato dalla vergine Maria, è, parlando propriamente, il Figlio di Dio; e infatti, senza questo, Gesù Cristo, in quanto uomo, non sarebbe specchio dell’inestimabile grazia di Dio, nel fatto che gli sia stata data tale dignità, d’essere l’unigenito Figlio di Dio. Tuttavia la dottrina della Chiesa rimane ferma: che egli deve essere riconosciuto Figlio di Dio perché, essendo da tutti i secoli la Parola generata dal Padre, ha preso la nostra natura, unendola alla sua divinità.

Gli antichi chiamarono questo unione ipostatica, intendendo con tale parola che le due nature furono congiunte in una sola persona. Questo modo di parlare fu trovato ed introdotto per abolire la fantasticheria di Nestorio, il quale immaginava che il Figlio di Dio avesse abitato nella carne in modo tale che, nondimeno, non fosse uomo.

Serveto ci calunnia dicendo che noi facciamo due Figli di Dio, quando diciamo che la Parola eterna, prima di prendere carne, era già Figlio di Dio. Sì, come se dicessimo altro da ciò che la Scrittura afferma: cioè che colui che era Figlio di Dio è stato manifestato in carne. Poiché, sebbene egli fosse Dio prima d’essere fatto uomo, non per questo cominciò ad essere un Dio nuovo. E non vi è maggiore assurdità nel dire che il Figlio di Dio è apparso in carne, al quale tuttavia questo titolo conveniva già prima, in ragione della generazione eterna.

Questo è ciò che significa la parola dell’angelo alla vergine Maria: “Colui che nascerà da te, santo, sarà chiamato Figlio di Dio”, come se dicesse che il nome di Figlio, che sotto la Legge era stato oscuro, d’ora innanzi sarebbe stato rinomato e pubblicato. E a ciò si accorda la parola di Paolo: che, essendo ora figli di Dio, possiamo gridare in piena libertà e con fiducia: Abba, Padre (Romani 8:15). Io domando: i santi Padri antichi non furono forse reputati nel novero dei figli di Dio? È certo che, fondandosi su questo, invocarono Dio come loro Padre; ma poiché l’unigenito Figlio di Dio, essendo manifestato nel mondo, rese più evidentemente conosciuta questa paternità celeste, Paolo attribuisce questo privilegio al regno di Gesù Cristo.

Tuttavia dobbiamo tenere fermamente questo articolo: che Dio non è mai stato Padre degli esseri umani né degli angeli se non in riguardo del suo unigenito Figlio; principalmente degli esseri umani, che egli odia giustamente per la loro iniquità; e così che noi siamo figli per adozione, perché Gesù Cristo lo è per natura.

Se Serveto replica che tale grazia proveniva dal fatto che Dio aveva predestinato nel suo consiglio d’avere un Figlio che sarebbe stato capo di tutti gli altri, io rispondo che qui non si tratta di figure, come la purificazione dei peccati fu rappresentata dal sangue delle bestie; ma poiché i Padri sotto la Legge non avrebbero potuto essere figli di Dio in fatto, se la loro adozione non fosse stata fondata nel capo, togliergli ciò che era comune alle sue membra non avrebbe alcun senso.

Passerò ancora oltre: poiché la Scrittura chiama gli angeli figli di Dio, e tale dignità non dipendeva dalla redenzione futura, tuttavia bisogna che Gesù Cristo preceda nell’ordine, poiché è lui che li congiunge al Padre. Ripeterò brevemente il punto, congiungendo gli esseri umani con gli angeli: poiché entrambi, fin dall’origine del mondo, furono creati a condizione che Dio fosse loro Padre in comune, secondo ciò che dice Paolo, che Gesù Cristo è sempre stato capo e primogenito di ogni creatura (Colossesi 1:15), per avere primato in ogni cosa; io stimo che di qui si possa molto bene concludere che il Figlio di Dio fu anche prima della creazione del mondo.


2.14.6 — Il Figlio non è tale solo “in quanto uomo”: distinzione tra Figlio di Davide “secondo la carne” e Fglio di Dio “in potenza”

Se dunque l’onore e la qualità di Figlio avessero preso inizio dal tempo in cui egli apparve in carne, ne seguirebbe che egli è Figlio in riguardo della sua natura umana. Serveto e tali frenetici vogliono che Gesù Cristo non sia Figlio di Dio se non in quanto è apparso in carne, perché fuori dalla natura umana non può essere tenuto per tale. Che mi risponda dunque ora: se egli è Figlio secondo entrambe le nature ugualmente. Egli lo balbetta così; ma Paolo ci insegna in tutt’altro modo.

Noi confessiamo sì che Gesù Cristo nella sua umanità è Figlio di Dio, non come i credenti per sola adozione e grazia, ma vero e naturale, e perciò unico, affinché sia distinto con questo segno da tutti gli altri. Poiché Dio ci fa l’onore, a noi che siamo rigenerati a vita nuova, di ritenerci suoi figli; ma riserva a Gesù Cristo il nome di vero Figlio e unico. E come sarebbe unico tra un tal numero di fratelli, se non perché noi riceviamo per puro dono ciò che egli possiede per natura?

Noi estendiamo certo questo onore e dignità a tutta la persona del Mediatore: cioè, che colui che nacque dalla vergine e si offrì per noi sulla croce sia propriamente Figlio di Dio; tuttavia in riguardo e per ragione della sua divinità. Così insegna Paolo, dicendo che egli fu scelto per il servizio dell’Evangelo, che Dio aveva promesso riguardo al suo Figlio, nato dalla semenza di Davide secondo la carne, e dichiarato Figlio di Dio in potenza (Romani 1:1 e seguenti). Perché, nominando distintamente “Figlio di Davide secondo la carne”, direbbe dall’altra parte che egli è “dichiarato Figlio di Dio”, se non volesse significare che tale dignità dipende da altro che dalla natura umana?

Come altrove egli dice che Cristo ha sofferto secondo l’infermità della carne ed è risuscitato per la potenza dello Spirito (2 Corinzi 13:4), così qui pone la diversità tra le due nature. È necessario che questi fantasiosi, vogliano o non vogliano, confessino che, come Gesù Cristo ha preso dalla madre la natura per la quale è chiamato Figlio di Davide, così dal Padre egli ha la natura che gli fa ottenere il grado di Figlio: una natura altra e diversa dalla sua umanità.

La Scrittura gli attribuisce un duplice titolo, chiamandolo ora Figlio di Dio ora Figlio dell’uomo. Quanto al secondo, non vi è difficoltà: egli è chiamato Figlio dell’uomo secondo l’uso comune della lingua ebraica, perché discende dalla razza di Adamo. Concludo al contrario che egli è anche chiamato Figlio di Dio in ragione della sua divinità ed essenza eterna: poiché non è meno conveniente che il nome di Figlio di Dio si riferisca alla natura divina di quanto il nome di Figlio dell’uomo alla natura umana.

Insomma, Paolo non intende altro se non che Gesù Cristo, essendo nato dalla semenza di Davide secondo la carne, è stato dichiarato Figlio di Dio; come in altro luogo dice che, pur essendo disceso dai Giudei secondo la carne, egli è Dio benedetto in eterno (Romani 9:5). Se in entrambi i luoghi è notata la distinzione delle due nature, con quale titolo Serveto e i suoi complici negheranno che Gesù Cristo, che è figlio dell’uomo secondo la carne, sia Figlio di Dio quanto alla sua natura divina?


2.14.7 — Obiezioni “ingenue” confutate; Michea 5:2; e la filiazione del Verbo prima dell’incarnazione

Essi si battono molto, allegando questi passi per sostenere il loro errore: che Dio non ha risparmiato il suo proprio Figlio; e che Dio comandò all’angelo che ciò che sarebbe nato dalla vergine fosse chiamato Figlio dell’Altissimo (Romani 8:32; Luca 1:32). Ma affinché non si insuperbiscano per un’obiezione così vana, considerino un poco con me con quale fermezza argomentano.

Se vogliono concludere che, poiché Gesù Cristo, una volta concepito, è chiamato Figlio di Dio, egli cominciò ad esserlo dalla concezione, ne seguirebbe che la Parola, che è Dio, avrebbe cominciato ad essere dal momento in cui fu manifestata in carne, poiché Giovanni dice che egli annuncia la Parola che le mani hanno toccato (1 Giovanni 1:1). Inoltre, se vogliono seguire questo modo di argomentare, come saranno costretti a esporre ciò che dice il profeta: “Tu, Betlemme, terra di Giuda… da te mi nascerà il governatore… e le sue origini sono dal principio, dai giorni eterni” (Michea 5:2)? Così ciò che Serveto pensa far valere contro di noi svanisce in aria.

Poiché io ho già testimoniato che noi non favoriamo Nestorio, il quale si è costruito un Cristo doppio; ma diciamo che Gesù Cristo ci ha fatti con lui figli di Dio, in virtù della congiunzione fraterna che egli ha con noi, poiché, nella carne che ha preso da noi, egli è veramente l’unigenito Figlio di Dio. E Agostino avverte prudentemente che è uno specchio notevole della singolare grazia di Dio il fatto che Gesù Cristo, in quanto uomo, sia pervenuto a un tale onore, che egli non poteva meritare.

Gesù Cristo dunque fu ornato di questa eccellenza secondo la carne, fin dal grembo della madre, d’essere Figlio di Dio; ma tuttavia non bisogna, nell’unità della sua persona, immaginare un miscuglio confuso che rapisca alla divinità ciò che le è proprio. Del resto, non è più assurdo che la Parola eterna di Dio sia sempre stata suo Figlio, e che da quando fu manifestata in carne sia anche chiamata suo Figlio in modo diverso e sotto diverso riguardo, di quanto lo stesso Gesù Cristo sia, secondo diversa ragione, ora chiamato Figlio di Dio ora Figlio dell’uomo.

Vi è un’altra calunnia di Serveto, che tuttavia non incalza affatto: cioè che nella Scrittura il nome di Figlio non sarebbe mai attribuito alla Parola fino alla venuta del Redentore, se non sotto figura. A questo rispondo: sebbene la dichiarazione ne fosse più oscura sotto la Legge, tuttavia, poiché abbiamo chiaramente provato che egli non sarebbe Dio eterno se non in quanto è questa Parola eternamente generata dal Padre; e inoltre che Dio non avrebbe potuto essere chiamato Padre fin dal principio come lo fu, se non vi fosse stata fin da allora una corrispondenza mutua con l’unigenito Figlio, dal quale procede ogni paternità in cielo e in terra (Efesini 3:14-15), la conclusione è infallibile: sotto la Legge e i Profeti Gesù Cristo non cessò d’essere Figlio di Dio, benché questo nome non fosse tanto comune né solenne nella Chiesa.

Se si dovesse combattere solo sul vocabolo, Salomone, predicando l’altezza infinita di Dio, dice che tanto lui quanto il suo Figlio sono incomprensibili: “Dimmi il suo nome se puoi, o il nome di suo Figlio” (Proverbi 30:4). So bene che questa testimonianza non sarà ritenuta di gran peso dagli ostinati; e io stesso non vi mi appoggio del tutto, se non in quanto serve a mostrare che quelli che negano che Gesù Cristo sia stato Figlio di Dio se non dopo aver assunto la nostra carne non fanno altro che cavillare maliziosamente.

E bisogna anche notare che i più antichi Dottori hanno sempre insegnato questo con una sola voce e di comune accordo; così che è un’impudenza insieme detestabile e ridicola che gli eretici moderni facciano scudo di Ireneo e Tertulliano, poiché entrambi confessano che Gesù Cristo, che finalmente apparve visibile, era prima il Figlio invisibile di Dio.


2.14.8 — Il “servetismo” come confusione totale: abolizione della generazione eterna e Cristo ridotto a fantasma

Ora, benché Serveto abbia ammassato molte orribili bestemmie, che forse alcuni dei suoi discepoli non ammetterebbero, tuttavia chiunque non riconosca Gesù Cristo Figlio di Dio se non “in carne”, se lo si stringe da vicino scoprirà la sua empietà: cioè che Gesù Cristo non è Figlio di Dio per altra ragione se non perché fu concepito dallo Spirito Santo; come un tempo i Manichei vaneggiarono che l’anima di Adamo fosse un germoglio dell’essenza di Dio perché sta scritto che Dio gli insufflò un’anima vivente (Genesi 2:7).

Perché questi facinorosi si attaccano a tal punto al nome di Figlio da non lasciare alcuna differenza tra le due nature, e borbottano confusamente che Gesù Cristo, nella sua umanità, è Figlio di Dio perché secondo essa sarebbe “generato da Dio” (Proverbi 8:24). E così la generazione eterna di cui altrove si parla sarebbe abolita; e quando si parlerà del Mediatore, la natura divina non entrerà più in conto, oppure si supporrà un fantasma al posto di Gesù Cristo uomo.

Confutare qui tante grossolane e enormi illusioni di cui Serveto si è inebriato con molti altri sarebbe utile, per ammonire i lettori a contenersi in sobrietà e modestia; ma mi sembra superfluo, poiché me ne sono già occupato in un libro a parte. Il sommario si riduce a questo: che il Figlio di Dio dal principio sarebbe stato un’idea o figura, e fin da allora predestinato a divenire uomo, il quale doveva essere l’immagine essenziale di Dio. Al posto della Parola che, secondo Giovanni, è sempre vero Dio, questo misero non riconosce che uno splendore visibile. E così interpreta la “generazione” di Gesù Cristo: che vi sarebbe stata in Dio una volontà generata di avere un Figlio, la quale venne in atto quando egli fu formato.

Inoltre egli mescola e confonde lo Spirito con la Parola, dicendo che Dio ha “dispensato” la Parola invisibile e lo Spirito sopra la carne e l’anima. In breve, egli mette al posto della generazione le figure che gli è parso bene immaginare; e su questo conclude che vi sarebbe stato un Figlio “in ombra”, generato dalla Parola, alla quale attribuisce l’ufficio di semenza. Ora, chi esamini da vicino le sue fantasie, ne seguirà che porci e cani sono altrettanto figli di Dio, poiché sono creati dalla semenza originaria della sua Parola.

E sebbene questo facinoroso componga Gesù Cristo di tre elementi non creati per dire che è generato dall’essenza di Dio, tuttavia lo costituisce in tal modo primogenito tra le creature che vi sarebbe una stessa divinità essenziale anche nelle pietre, secondo il loro grado. E affinché non sembri che voglia spogliare Gesù Cristo della sua divinità, egli dice che la sua carne è della propria essenza di Dio, e che la Parola è stata fatta carne nel senso che la carne sarebbe stata convertita nell’essenza di Dio. Così, non potendo comprendere che Gesù Cristo sia Figlio di Dio se non in quanto la sua carne venga da un’essenza divina e poi sia convertita in deità, egli annienta la seconda persona che è in Dio e ci rapisce il Figlio di Davide promesso Redentore.

Egli ripete spesso questa sentenza: che il Figlio di Dio fu generato in prescienza o predestinazione, e che infine fu “forgiato” uomo della materia che riluceva in Dio in tre elementi, materia che infine apparve nella prima luce del mondo, nella nuvola e nella colonna di fuoco. Sarebbe troppo lungo raccontare quante volte egli si contraddica vilmente ad ogni passo; ma i lettori cristiani potranno giudicare da questo avvertimento che questo cane mastino si era proposto di spegnere ogni speranza di salvezza con le sue illusioni. Poiché, se la carne fosse la divinità stessa, non sarebbe più tempio di essa; e noi non possiamo avere Redentore se non in quanto egli sia veramente generato secondo la carne, per essere vero uomo.

Serveto dunque abusa perversamente delle parole di Giovanni, “la Parola è stata fatta carne”. Poiché, come in esse è riprovato l’errore di Nestorio, così, dall’altra parte, l’eresia di Eutiche che Serveto ha rinnovato non vi ha né appoggio né colore, poiché Giovanni non ebbe altra intenzione che stabilire una sola unità di persona in due nature.


Riassunto del capitolo