Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 15

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro secondo

Capitolo 15

A quale fine Gesù Cristo ci è stato mandato dal Padre, e che cosa ci ha recato: occorre considerare principalmente in Lui tre cose: l’ufficio di Profeta, il Regno e il Sacerdozio

2:15:1 - Cristo come Profeta, Re e Sacerdote: conoscere l’uso reale di questi nomi

Vi è un detto notevole di sant’Agostino: che, benché gli eretici predichino il nome di Gesù Cristo, tuttavia Egli non è per loro un fondamento comune con i fedeli, ma rimane proprio della chiesa: poiché, se si considera diligentemente ciò che appartiene a Gesù Cristo, non lo si troverà tra gli eretici se non nel titolo, mentre l’effetto e la virtù non vi saranno. Così oggi, benché i Papisti risuonino a piena bocca di tenere il Figlio di Dio per redentore del mondo, tuttavia, poiché dopo aver proferito questa parola lo spogliano della sua virtù e dignità, ciò che dice san Paolo è davvero appropriato a loro: che essi non tengono il capo (Colossesi 2:19). Perciò, affinché la fede trovi in Gesù Cristo una materia ferma di salvezza su cui riposare con sicurezza, dobbiamo fermarci a questo principio: che l’ufficio e la carica che il Padre gli ha dato quando è venuto nel mondo consistono in tre parti. Infatti Egli è stato dato come Profeta, Re e Sacerdote. Benché poco ci gioverebbe conoscere questi nomi, se non conosciamo anche quale ne sia il fine e l’uso. E infatti li si pronuncia anche nel Papato; ma freddamente e senza frutto, poiché non si sa a che tendano, né che cosa valga ciascuno.

Abbiamo detto sopra che, sebbene Dio abbia continuato anticamente a mandare ai Giudei profeti, gli uni dopo gli altri senza interruzione, e che per questo mezzo non li abbia mai privati della dottrina che sapeva essere loro utile alla salvezza, tuttavia i fedeli hanno sempre avuto questa persuasione radicata nei loro cuori: che bisognava sperare piena chiarezza d’intelligenza alla venuta del Messia. Anzi, ciò era divulgato per voce comune fino ai Samaritani, che non erano mai stati istruiti nella vera religione; come appare da ciò che la donna samaritana rispose al nostro Signore Gesù: “Quando il Messia sarà venuto, ci insegnerà ogni cosa” (Giovanni 4:25). Ora, i Giudei non si erano forgiati a caso tale opinione, ma credevano ciò che era stato loro promesso da certe profezie. Questo passo d’Isaia, tra gli altri, è memorabile: “Ecco, io l’ho stabilito come testimone al popolo, l’ho dato come governatore e maestro ai popoli”. A ciò si accorda ciò che prima egli lo aveva chiamato “Angelo e ambasciatore del grande consiglio di Dio” (Isaia 55:4; 9:5). Secondo questa ragione l’Apostolo, volendo magnificare la perfezione della dottrina contenuta nell’Evangelo, dopo aver detto che Dio ha parlato molte volte anticamente e in diversi modi per mezzo dei profeti, aggiunge che infine ci ha parlato per mezzo del suo Figlio dilettissimo (Ebrei 1:1). Or poiché i profeti avevano tutti questo ufficio: tenere la chiesa in sospeso e tuttavia darle su che appoggiarsi fino alla venuta del Mediatore, i fedeli, dispersi qua e là, si lamentano d’essere privati di questo beneficio ordinario: “Non vediamo più i nostri segni”, dicono; “non c’è più profeta fra noi; non c’è più veggente” (Salmo 74:9). Ora, quando a Daniele fu determinato il tempo della venuta di Gesù Cristo, gli fu anche ordinato di “sigillare la visione e il profeta” (Daniele 9:24): non soltanto per rendere più autentica la profezia ivi contenuta, ma affinché i fedeli fossero più pazienti, quando si vedranno per un tempo spogliati di profeti, sapendo che la pienezza e conclusione finale di tutte le rivelazioni è prossima.

2:15:2 - Il nome “Cristo” comprende i tre uffici: unzione profetica e fine delle profezie

Ora è da notare che il nome di Cristo si estende a questi tre uffici. Poiché sappiamo che sotto la Legge tanto i profeti quanto i sacerdoti e i re venivano unti con olio, che Dio aveva consacrato a questo uso. Perciò anche questo nome di Messia, che vale quanto Cristo, o Unto, è stato imposto al Mediatore promesso. Benché io confessi che in principio esso sia stato in uso riguardo al regno (cosa che ho pure dichiarato sopra), tuttavia l’unzione sacerdotale e profetica mantengono il loro grado e non devono essere lasciate indietro.

Quanto alla profetica, se ne fa menzione espressa in Isaia, dove Gesù Cristo parla così: “Lo Spirito del Signore Dio è su di me; perciò mi ha unto per evangelizzare gli umili, recare medicina agli afflitti, predicare la liberazione ai prigionieri, pubblicare l’anno del beneplacito di Dio” (Isaia 61:1), ecc. Da ciò vediamo che Egli è stato unto dallo Spirito Santo per essere araldo e testimone della grazia del Padre suo, e non in modo volgare: poiché è distinto dagli altri dottori, il cui ufficio era simile. È necessario notare di nuovo che Egli non ha ricevuto l’unzione soltanto per sé, per insegnare con la sua bocca, ma per tutto il suo corpo, affinché nella predicazione ordinaria dell’Evangelo risplenda la virtù dello Spirito Santo.

Tuttavia questo ci resti concluso: che, con la perfezione della dottrina che Egli ha portato, Egli ha messo fine a tutte le profezie; talché tutti coloro che vogliono aggiungervi qualcosa derogano alla sua autorità. Poiché quella voce che risuonò dal cielo: “Questo è il mio Figlio dilettissimo: ascoltatelo” (Matteo 3:17), lo ha elevato con un privilegio singolare al di sopra di tutti gli altri, affinché nessuno parli se non sotto di Lui. Inoltre questa unzione è stata sparsa dal capo sulle membra, come era stato predetto da Gioele: “I vostri figli profetizzeranno, e le vostre figlie vedranno visioni” (Gioele 2:28).

Quanto al fatto che san Paolo dice che Gesù Cristo ci è stato dato per sapienza, e in un altro luogo che tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti in Lui (1 Corinzi 1:30; Colossesi 2:3), il senso è un po’ diverso dall’argomento che trattiamo: cioè che non vi è nulla di utile da conoscere se non Lui, e che tutti coloro che lo comprendono per fede quale Egli è, hanno il compimento infinito dei beni celesti. Per questa ragione san Paolo dice anche altrove: “Io non stimo di sapere altro, se non Gesù Cristo, e Lui crocifisso” (1 Corinzi 2:2). Poiché non è lecito oltrepassare la semplicità dell’Evangelo: anzi questa dignità profetica, di cui diciamo che Gesù Cristo è stato ornato, mira a farci sapere che tutte le parti della sapienza perfetta sono contenute nella somma della dottrina che Egli ha insegnato.

2:15:3 - Il regno di Cristo è spirituale: fondamento della perpetuità della chiesa e della speranza dei singoli

Vengo al regno, del quale parleremmo invano e senza frutto, se i lettori non fossero prima avvertiti che esso è di natura spirituale; poiché di qui si può ricavare qual è il suo uso e in che cosa ci giova: in breve, tutta la sua virtù e la sua eternità. Ora, benché l’angelo in Daniele attribuisca l’eternità alla persona di Gesù Cristo, l’angelo in san Luca a buon diritto la estende alla salvezza del popolo (Daniele 2:44; Luca 1:33).

Tuttavia sappiamo che l’eternità stessa della chiesa è doppia, o va considerata in due modi: la prima si estende a tutto il corpo della chiesa, l’altra è speciale a ciascun membro. Ciò che è detto nel Salmo si riferisce alla prima: “Ho giurato per la mia santità a Davide e non gli mentirò, che la sua discendenza durerà in eterno, che il suo trono sarà come il sole davanti a me, e sarà stabilito per sempre come la luna, testimone fedele nel cielo” (Salmo 89:36-38). Poiché non vi è dubbio che lì Dio prometta che sarà protettore e governatore della sua chiesa per la mano del suo Figlio. E infatti la verità di questa profezia non si troverà che in Gesù Cristo, poiché subito dopo la morte di Salomone la maestà del regno d’Israele fu abbattuta per la maggior parte e trasferita a un uomo privato, con grande ignominia e opprobrio della famiglia di Davide; e poi è stata diminuita sempre più, finché sia del tutto venuta meno con vergognosa confusione.

La sentenza d’Isaia si accorda con il passo del Salmo che abbiamo citato: “Chi racconterà la sua età?” (Isaia 53:8). Poiché dicendo che Gesù Cristo risorgerà dopo la sua morte per avere vita di lunga durata, egli congiunge con Lui le sue membra. Così, tutte le volte che udiamo che Gesù Cristo ha una potenza permanente, stimiamo che essa è la fortezza per mantenere la perpetuità della chiesa, affinché, tra rivoluzioni così confuse dalle quali è continuamente agitata, e tra tempeste e vortici spaventosi che la minacciano di perdizione, essa rimanga salva.

Ecco come Davide si fa beffe arditamente dell’audacia dei nemici che si sforzano di rompere il giogo di Dio e del suo Cristo; e dice che invano i re e i popoli si affannano, poiché colui che abita nei cieli è abbastanza forte per spezzare tutte le loro impetuosità (Salmo 2:1-5). Con queste parole egli esorta i fedeli a farsi coraggio quando vedranno la chiesa oppressa, poiché essa ha un Re che la custodirà. Parimenti, quando il Padre dice al Figlio: “Siedi alla mia destra finché io faccia dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi” (Salmo 110:1), dichiara che, benché vi siano molti nemici potenti e robusti che congiurano per abissare la chiesa, tuttavia non avranno la forza di annientare il decreto immutabile di Dio, col quale ha stabilito suo Figlio Re eterno. Da ciò segue che è impossibile che il diavolo, con tutto l’apparato del mondo, cancelli mai la chiesa, che è fondata sul trono eterno di Cristo.

Quanto all’uso particolare di ciascun fedele, la medesima eternità deve innalzarli nella speranza dell’immortalità che è loro promessa. Poiché vediamo che tutto ciò che è terreno e del mondo è temporale, anzi cadùco. E perciò Cristo, per fondare la nostra speranza nei cieli, dichiara che il suo regno non è di questo mondo (Giovanni 18:36). In breve: quando ciascuno di noi ode che il regno di Cristo è spirituale, svegliato da questa parola deve trasportarsi alla speranza di una vita migliore, e tenersi certo che, se ora è sotto la protezione di Gesù Cristo, ciò è per riceverne il frutto pieno nel secolo a venire.

2:15:4 - Frutto del regno: doni spirituali e vittoria contro i nemici; il regno “in noi”

Ciò che abbiamo detto, cioè che la natura e l’utilità del regno di Gesù Cristo non si possono comprendere se non quando lo riconosciamo spirituale, si verifica abbastanza dal fatto che la nostra condizione è misera per tutto il corso della vita presente, nella quale dobbiamo combattere sotto la croce. Che ci gioverebbe dunque essere raccolti sotto l’impero del Re celeste, se il frutto di questa grazia non si estendesse più in là dello stato della vita terrena? Dobbiamo dunque sapere che tutto ciò che ci è promesso di felicità in Gesù Cristo non è legato alle comodità esterne, per farci vivere gioiosamente e in riposo, fiorire in ricchezze, divertirci a nostro agio e senza pensiero, e godere delle delizie che la carne suole desiderare; ma piuttosto che tutto deve riferirsi alla vita celeste.

Tuttavia, come nel mondo lo stato prospero di un popolo sarà stimato in parte perché avrà provvista di ogni bene a desiderio e pace interna, e in parte perché sarà ben munito di forza per difendersi all’esterno contro i nemici; così Gesù Cristo provvede i suoi di tutte le cose necessarie alla salvezza delle anime, e li arma ed equipaggia per avere virtù inespugnabile contro tutti gli assalti dei nemici spirituali. Da ciò apprendiamo che Egli regna per noi più che per sé, dentro e fuori: primo, perché, arricchiti di doni spirituali dei quali naturalmente siamo vuoti, e avendone ricevuto quella misura che Dio giudica conveniente, sentiamo mediante tali primizie che siamo veramente congiunti a Dio per giungere a una felicità intera; secondo, perché, sostenuti dalla virtù dello Spirito, non dubitiamo di rimanere sempre vittoriosi contro il diavolo, il mondo e ogni genere di danno.

A ciò tende la risposta di Gesù Cristo ai Farisei: che il regno di Dio non doveva venire con segni notevoli, poiché esso è in noi (Luca 17:20-21). Poiché è verosimile che i Farisei, avendo udito che Gesù Cristo si presentava come Re e autore della sovrana benedizione di Dio, lo interrogassero per scherno, domandando che ne producesse le insegne. Ora Gesù Cristo, volendo prevenire coloro che sono troppo inclinati alla terra, comanda loro di entrare nella coscienza: poiché il regno di Dio è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo (Romani 14:17).

Da ciò siamo brevemente istruiti di come ci giova il regno di Cristo. Poiché, essendo né terreno né carnale, quindi non soggetto a corruzione, ma spirituale, esso ci trae in alto e ci introduce alla vita permanente, affinché percorriamo dolcemente e con pazienza il corso di questa vita, tra molte miserie, fame, freddo, disprezzo, opprobri, affanni e noie, contentandoci di questo solo bene: di avere un Re che non ci verrà mai meno nel soccorrerci nelle nostre necessità, finché, terminato il tempo del combattere, saremo chiamati al trionfo. Poiché Egli regna in modo tale da comunicarci tutto ciò che ha ricevuto dal Padre. E poiché ci arma della sua potenza, ci fa partecipi della sua bellezza e magnificenza, e ci arricchisce dei suoi beni, abbiamo di qui amplissimo motivo di gloriarci; anzi siamo fortificati nella fiducia per guerreggiare senza timore contro il diavolo, il peccato e la morte. E poiché siamo rivestiti della sua giustizia, vi è ben motivo di superare valorosamente tutti gli opprobri del mondo; e siccome ci colma così liberalmente dei suoi doni, dobbiamo da parte nostra produrgli frutti che servano alla sua gloria.

2:15:5 - L’unzione regale: pienezza dello Spirito in Cristo, partecipazione dei fedeli e “regno consegnato”

Perciò la sua unzione regale non ci è proposta come fatta d’olio o di unguenti aromatici; ma Egli è chiamato il Cristo di Dio, poiché lo Spirito di sapienza, intelligenza, consiglio, forza e timore di Dio è riposato su di Lui (Isaia 11:2). È quell’olio di gioia di cui si dice nel Salmo: “Egli è stato unto in abbondanza al di sopra dei suoi compagni” (Salmo 45:7). Poiché se non vi fosse tale fecondità ed eccellenza in Lui, saremmo tutti poveri affamati. E infatti, come abbiamo detto, non è per sé che Egli è stato arricchito, ma per largire della sua abbondanza a coloro che sono aridi e assetati. Come è detto che il Padre non ha dato lo Spirito con misura al suo Figlio, così la ragione è espressa altrove: affinché noi riceviamo tutti della sua pienezza, e grazia su grazia (Giovanni 3:34; 1:16). Da questa fonte ci deriva la grande larghezza di cui san Paolo fa menzione, per la quale la grazia è diversamente distribuita ai fedeli secondo la misura del dono di Cristo (Efesini 4:7). Con questi passi è confermato ancora meglio ciò che ho detto: che il regno di Cristo consiste nello Spirito, non in delizie o pompe terrene; e per conseguenza, se desideriamo averne parte, dobbiamo rinunciare al mondo.

Vi fu un sacramento visibile di questa unzione nel battesimo di Gesù Cristo, quando lo Spirito riposò su di Lui in forma di colomba (Giovanni 1:32; Luca 3:22). Ora che lo Spirito con i suoi doni sia significato dalla parola “unzione” non è nuovo, né lo si deve giudicare fuori di ragione, poiché non abbiamo altrove sostanza per essere vivificati; soprattutto quanto alla vita celeste: non c’è in noi una sola goccia di vigore se non ciò che ci è distillato dallo Spirito Santo, il quale ha scelto la sua sede in Gesù Cristo, affinché da Lui scaturiscano tutti i beni celesti per saziarcene largamente, noi che altrimenti siamo così vuoti e indigenti da non aver nulla.

Perciò, poiché i fedeli sono mantenuti dalla virtù del loro Re per rimanere invincibili e sono arricchiti dei suoi beni spirituali, non sono chiamati Cristiani senza ragione. Del resto, la sentenza di san Paolo che abbiamo toccato sopra, cioè che Gesù Cristo consegnerà il regno a Dio suo Padre e gli sarà soggetto (1 Corinzi 15:24, 28), non toglie nulla a ciò che abbiamo detto: poiché egli non intende altro se non che, quando la nostra gloria sarà compiuta, non vi sarà più una tale maniera di governare come oggi. Il Padre ha dato ogni potenza al Figlio affinché ci conduca sotto la sua mano, ci nutra e sostenga, ci custodisca sotto la sua protezione e provveda a ogni bisogno.

Perciò, mentre siamo come lontani da Dio essendo pellegrini nel mondo, Gesù Cristo sta in mezzo per condurci poco a poco a una piena congiunzione. E infatti, dire che Egli è seduto alla destra del Padre equivale a dire che è il suo Luogotenente, presso il quale è ogni autorità: poiché Dio vuole regnare su di noi in tal modo che, nella persona del suo Figlio, sia Re e protettore della sua chiesa. Così san Paolo lo spiega: che Egli è stato innalzato alla destra del Padre per essere capo della chiesa, che è il suo corpo (Efesini 1:20 s.). Ciò che dice altrove tende allo stesso fine: che gli è stato dato un nome sovrano al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi e ogni lingua confessi che Egli è nella gloria di Dio Padre (Filippesi 2:9-11). Con queste parole egli ci mostra l’ordine del regno di Cristo, quale è necessario alla nostra infermità presente. Così il medesimo Apostolo argomenta bene che Dio, nell’ultimo giorno, sarà da sé capo unico della chiesa, poiché Gesù Cristo avrà allora pienamente eseguito e compiuto la carica che gli è stata commessa di conservare la sua chiesa e condurla a salvezza.

Per questa ragione (come abbiamo detto) la Scrittura lo chiama spesso Signore, poiché il Padre celeste lo ha costituito sopra di noi a condizione che voglia esercitare per mezzo suo il suo imperio. Poiché, benché vi siano molte signorie nel mondo, tuttavia noi abbiamo un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose e noi in Lui; e un solo Signore, Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose e noi per mezzo di Lui (1 Corinzi 8:5-6). Da ciò si può concludere anche che Gesù Cristo è quel medesimo Dio che ha pronunciato per bocca d’Isaia d’essere Re e Legislatore della chiesa (Isaia 33:22). Poiché, benché Egli protesti ovunque che ciò che ha di potenza è dono e beneficio del Padre suo, con ciò non significa altro se non che regna in maestà e virtù divina: e per questa causa ha rivestito la persona del Mediatore per avvicinarsi a noi privatamente, discendendo dal seno e dalla gloria incomprensibile del Padre suo.

In ciò tanto più ci ha obbligati a sottometterci d’un comune accordo alla sua obbedienza, e a offrirgli i nostri servizi con pronta franchezza d’animo. Poiché, come Egli assume l’ufficio di Re e Pastore verso i mansueti che si rendono docili e trattabili di buon grado, così, al contrario, si dice che porta uno scettro di ferro per spezzare e frantumare come vasi di terra tutti i superbi e ribelli (Salmo 2:9). Udiamo anche nell’altro Salmo che Egli sarà giudice dei popoli per riempire la terra di cadaveri e calpestare ogni altezza che si leverà contro di Lui (Salmo 110:6). Se ne vedono già alcuni esempi; ma il pieno effetto apparirà nell’ultimo giorno: anzi, questo sarà l’ultimo atto del regno di Gesù Cristo.

2:15:6 - Il sacerdozio: accesso a Dio, sacrificio unico, intercessione perpetua e partecipazione dei credenti

Quanto al sacerdozio, dobbiamo notare in breve che il fine e l’uso di esso è che Gesù Cristo ci acquisti favore e ci renda graditi a Dio mediante la sua santità, in quanto è Mediatore puro da ogni macchia. Ma poiché la maledizione, dopo il peccato d’Adamo, ha giustamente precluso l’ingresso del cielo, e Dio, in quanto Giudice, ci è contrario, è necessario che il Sacerdote, per aprirci la via della grazia e placare l’ira di Dio, intervenga con soddisfazione: perciò Gesù Cristo, per adempiere questo ufficio, ha dovuto presentarsi con sacrificio. Infatti anche sotto la Legge non era lecito al sacerdote entrare nel santuario se non con un’offerta di sangue, affinché i fedeli riconoscessero che, sebbene il sacerdote fosse costituito per intercedere e ottenere perdono, tuttavia Dio non poteva essere placato se i peccati non fossero purgati. Ciò è dedotto dall’Apostolo a lungo nell’Epistola agli Ebrei, dal settimo capitolo quasi fino alla fine del decimo.

La somma però torna qui: che la dignità sacerdotale appartiene soltanto a Gesù Cristo, poiché col sacrificio della sua morte Egli ha cancellato l’obbligazione che ci rendeva colpevoli davanti a Dio e ha soddisfatto per i nostri peccati. E quanto ciò sia importante, dobbiamo riconoscerlo dal giuramento solenne che Dio ha pronunciato dicendo che non se ne pentirà: “Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” (Salmo 110:4). Poiché non v’è dubbio che Dio abbia voluto ratificare ciò che sapeva essere il principale sostegno della nostra salvezza. E infatti, come si è detto, non abbiamo alcun accesso a Dio, né le nostre preghiere, se non essendo santificati dal Sacerdote, il cui ufficio è purgare le nostre sozzure e impetrarci grazia, dalla quale altrimenti siamo respinti per l’immondizia e la contaminazione dei nostri vizi.

Così vediamo che bisogna cominciare dalla morte di Gesù Cristo per sentire l’efficacia e il profitto del suo sacerdozio; da ciò segue che Egli è intercessore per sempre, e che, per la sua richiesta e in suo favore, siamo graditi a Dio. Questa dottrina non soltanto genera una certa fiducia nel pregare Dio, ma rende anche le nostre coscienze pacifiche e sicure, poiché Dio ci chiama a sé così umanamente e ci assicura che tutto ciò che è consacrato dal Mediatore gli è gradito.

Ora, poiché nella Legge Dio volle che gli si offrissero vittime di bestie brute, vi è stata in Gesù Cristo una maniera nuova e diversa: cioè che, essendo Egli Sacerdote, fosse anche l’offerta, poiché non si poteva trovare altra soddisfazione sufficiente per abolire la colpa dei nostri peccati, né si poteva trovare uomo degno di offrire a Dio il suo Figlio unico.

Inoltre Gesù Cristo porta il nome di Sacerdote e ne ha l’effetto non solo per renderci il Padre favorevole e propizio, in quanto con la sua morte lo ha riconciliato per sempre, ma anche per farci suoi compagni in tale onore. Poiché, benché siamo impuri in noi stessi, essendo fatti sacerdoti in Lui (Apocalisse 1:6), abbiamo libertà di offrirci a Dio con tutto ciò che Egli ci ha dato e di entrare francamente nel santuario dei cieli, sapendo che i sacrifici di preghiere e lodi che provengono da noi saranno graditi e di buon odore alla sua presenza.

Anche la parola di Gesù Cristo, che abbiamo citato prima, si estende fin qui: cioè che Egli “si è santificato per noi” (Giovanni 17:19); poiché, essendo aspersi della sua santità e consacrati a Dio Padre, benché altrimenti siamo fetidi e infetti, non cessiamo di piacere come puri e netti, anzi come santi e sacri. Ecco perché la promessa fu fatta a Daniele dell’unzione del santuario alla venuta del Redentore (Daniele 9:24). Ora bisogna notare la comparazione opposta tra questa nuova unzione e quella che allora era in ombra: come se l’angelo dicesse che le figure sarebbero cessate e che, nella persona di Gesù Cristo, il sacerdozio avrebbe avuto la sua verità manifesta.

E tanto più detestabile è stata l’invenzione di coloro che, non contentandosi del sacerdozio di Gesù Cristo, hanno osato ingerirsi a offrirlo: cosa che si fa ogni giorno nel Papato, dove la messa è tenuta per un’oblazione che purga i peccati.


Riassunto di questo capitolo