Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 16

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 2

Capitolo 16

Come Gesù Cristo ha adempiuto l’ufficio di Mediatore, per acquistarci la salvezza: dove si tratta della sua morte, risurrezione e ascensione

2:16:1 - Fine della conoscenza di Cristo: salvezza solo in Lui

Quanto abbiamo detto fin qui del nostro Signore Gesù, deve essere ricondotto a questo fine: che, essendo dannati, morti e perduti in noi stessi, cerchiamo in Lui l’assoluzione, la vita e la salvezza, come siamo ammaestrati da questa sentenza notevole di san Pietro, che non vi è altro nome sotto il cielo dato alle persone, nel quale esse possano essere salvate (Atti 4:12). E in verità, non è stato per caso o per volontà delle persone che il nome di Gesù gli è stato imposto, ma è stato portato dal cielo dall’Angelo, mandato come araldo del decreto eterno e inviolabile, aggiungendo anche la ragione: che Egli era inviato per salvare il popolo, riscattandolo dai suoi peccati (Matteo 1:21; Luca 1:31). In ciò è da notare quanto abbiamo detto altrove: cioè che l’ufficio di Redentore gli è stato affidato affinché fosse anche nostro Salvatore. Tuttavia la redenzione sarebbe solo a metà, se non ci conducesse giorno per giorno, continuamente, fino al compimento della nostra salvezza. Perciò non possiamo discostarci neppure di poco da Gesù Cristo senza che la nostra salvezza svanisca, poiché essa risiede interamente in Lui; così che tutti coloro che non riposano in Lui e non vi trovano il loro compiacimento, si privano di ogni grazia. Perciò l’ammonimento di san Bernardo è degno di grande considerazione: che il nome di Gesù non è soltanto luce, ma anche cibo; similmente olio e condimento, senza il quale ogni vivanda è secca; che è il sale che dà gusto e sapore a ogni dottrina, la quale altrimenti sarebbe insipida. In breve, che è miele nella bocca, melodia alle orecchie, letizia al cuore, medicina all’anima; e che tutto ciò che si può disputare è solo sciocchezza, se questo nome non vi risuona. Ma è necessario considerare bene in che modo Egli ci ha acquistato la salvezza, affinché non soltanto siamo persuasi che ne è l’autore, ma anche affinché, avendo abbracciato tutto ciò che serve a sostenere bene e fermamente la nostra fede, rigettiamo tutte le cose che potrebbero distrarci qua e là. Poiché, essendo così che nessuno può scendere in sé stesso e sondare veramente ciò che è, senza sentire che Dio gli è contrario e nemico, e che di conseguenza ha bisogno di cercare il mezzo e il modo di placarlo (cosa che non può avvenire senza soddisfazione), è necessario essere qui ben saldi in una certezza piena e indubitabile. Infatti l’ira di Dio tiene sempre i peccatori sotto la sua presa finché non siano assolti, poiché Egli, essendo Giudice giusto, non può tollerare che la sua Legge sia violata senza farne punizione e senza vendicarsi del disprezzo della sua maestà.


2:16:2 - Dio nemico e Dio misericordioso: linguaggio pedagogico della Scrittura

Tuttavia, prima di procedere oltre, dobbiamo considerare come si accordi il fatto che Dio, il quale ci ha prevenuti con la sua misericordia, ci sia stato nemico fino a quando siamo stati riconciliati con Lui per mezzo di Gesù Cristo. Infatti, come ci avrebbe dato nel suo Figlio unigenito un pegno così singolare del suo amore, se non ci avesse già prima portato favore gratuito? Poiché dunque vi è qui una certa apparenza di contraddizione, scioglierò lo scrupolo che può sorgere. Lo Spirito Santo usa ordinariamente nella Scrittura questo modo di parlare: che Dio è stato nemico alle persone finché non sono state rimesse in grazia per la morte di Cristo; che sono state maledette finché, mediante il suo sacrificio, la loro iniquità è stata cancellata; ugualmente, che sono state separate da Dio finché non sono state ricongiunte a Lui nel corpo di Cristo (Romani 5:10; Galati 3:10, 13; Colossesi 1:21, 22). Ora tali modi di parlare sono accomodati al nostro sentire, affinché comprendiamo meglio quanto sia miserabile la condizione dell’essere umano fuori di Cristo. Poiché, se non fosse espresso chiaramente che l’ira e la vendetta di Dio e la morte eterna erano su di noi, non comprenderemmo a sufficienza e come si deve quanto fossimo poveri e miseri senza la misericordia di Dio, né stimeremmo il beneficio che Egli ci ha largito secondo la sua dignità, liberandoci. Esempio: se si dicesse a qualcuno così: se Dio ti avesse odiato nel tempo in cui eri peccatore e ti avesse respinto come meritavi, avresti dovuto aspettarti una dannazione orribile; ma poiché, per la sua misericordia gratuita, ti ha mantenuto nella sua amicizia e non ha permesso che tu fossi alienato da Lui, ti ha così liberato da un tale pericolo. Colui al quale si dicesse ciò ne sarebbe in qualche modo toccato e sentirebbe in parte quanto sarebbe debitore alla bontà di Dio; ma, d’altra parte, quando gli si parla come fa la Scrittura, dicendogli che era alienato da Dio per il peccato, erede della morte eterna, soggetto a maledizione, escluso da ogni speranza di salvezza, bandito da ogni grazia di Dio, servo di Satana, schiavo e prigioniero sotto il giogo del peccato, destinato a una orribile rovina e confusione; ma che Gesù Cristo è intervenuto, e che, prendendo su di sé la pena che era preparata a tutti i peccatori dal giusto giudizio di Dio, ha cancellato e abolito col suo sangue i vizi che erano causa dell’inimicizia tra Dio e le persone, e che con questo pagamento Dio è stato soddisfatto e la sua ira placata; che ciò è il fondamento sul quale è poggiato l’amore che Dio ci porta, e il vincolo che mantiene la sua benevolenza e la sua grazia: tutto ciò non lo muoverà forse più vivamente, poiché in queste parole è espressa molto meglio la calamità dalla quale Dio ci ha sottratti? In somma, poiché il nostro spirito non può ricevere con desiderio sufficientemente grande la salvezza che ci è offerta nella misericordia di Dio, né con quella riverenza e riconoscenza che conviene, se prima non è stato spaventato dal timore dell’ira di Dio e della morte eterna, la santa Scrittura ci istruisce a riconoscere Dio in qualche modo adirato contro di noi quando non abbiamo Gesù Cristo, e la sua mano armata per precipitarci; e, al contrario, a non avere alcun sentimento della sua benevolenza e bontà paterna se non in Gesù Cristo.


2:16:3 - Odio per il peccato, amore per la creatura

Ora, benché Dio, usando tale stile, si accomodi alla capacità della nostra rozzezza, tuttavia ciò è vero: poiché Egli, che è la giustizia sovrana, non può amare l’iniquità che vede in tutti noi; abbiamo dunque in noi motivo per essere odiati da Dio. Perciò, riguardo alla nostra natura corrotta e poi alla nostra vita malvagia, siamo tutti nell’odio di Dio, colpevoli del suo giudizio e nati nella dannazione; ma poiché Dio non vuole perdere in noi ciò che è suo, Egli trova ancora, per la sua benignità, qualcosa da amare. Infatti, benché siamo peccatori per nostra colpa, restiamo tuttavia sue creature; e sebbene abbiamo acquistato la morte, Egli ci aveva creati per la vita. Così Egli è mosso dalla pura e gratuita dilezione che ci porta a riceverci in grazia. Ora, poiché vi è un contrasto perpetuo e insanabile tra la giustizia e l’iniquità, finché restiamo peccatori Egli non può riceverci pienamente. Perciò, affinché, abolendo ogni inimicizia, ci riconcili completamente a sé, ponendo davanti a sé la soddisfazione compiuta nella morte di Gesù Cristo, Egli abolisce tutto il male che è in noi, affinché appariamo giusti davanti al suo volto, laddove prima eravamo impuri e contaminati. È dunque vero che Dio Padre previene con la sua dilezione la riconciliazione che compie con noi in Gesù Cristo; o piuttosto, in quanto ci ha amati prima, ci riconcilia poi a sé (1 Giovanni 4:19). Ma poiché, finché Gesù Cristo non ci soccorre con la sua morte, l’iniquità rimane in noi, la quale merita l’indignazione di Dio ed è maledetta e dannata davanti a Lui, non abbiamo una piena e ferma congiunzione con Lui se non quando Gesù Cristo ci congiunge. E infatti, se vogliamo avere assicurazione che Dio ci ama e ci è propizio, dobbiamo volgere gli occhi a Gesù Cristo e fermarci in Lui, poiché è solo per mezzo di Lui che otteniamo che i nostri peccati non ci siano imputati, imputazione dalla quale procede l’ira di Dio.


2:16:4 - L’amore eterno del Padre fondato in Cristo

Per questa ragione san Paolo dice che la dilezione con la quale Dio ci ha amati prima della creazione del mondo è sempre stata fondata in Cristo (Efesini 1:4). Questa dottrina è chiara e conforme alla Scrittura, ed è adatta a conciliare quei passi nei quali è detto che Dio ci ha mostrato la sua dilezione esponendo il suo Figlio unigenito alla morte, e tuttavia che ci era nemico prima che Gesù Cristo, morendo, avesse fatto la riconciliazione (Giovanni 3:16; Romani 5:10). Tuttavia, affinché coloro che desiderano sempre l’approvazione della Chiesa antica ne siano ancora più certi, citerò un passo di sant’Agostino, nel quale egli espone molto bene questo punto: “La dilezione di Dio”, dice, “è incomprensibile e immutabile; poiché Egli non ha cominciato ad amarci da quando siamo stati riconciliati con Lui mediante la morte del suo Figlio, ma prima della creazione del mondo ci ha amati, affinché fossimo suoi figli con il suo Figlio unigenito, prima che fossimo del tutto nulla. Quanto al fatto che siamo stati riconciliati mediante il sangue di Cristo, non lo dobbiamo intendere come se Gesù Cristo avesse fatto la riconciliazione tra Dio e noi affinché Dio cominciasse ad amarci, come se prima ci avesse odiati; ma siamo stati riconciliati a Colui che già ci amava, il quale tuttavia aveva inimicizia con noi a causa delle nostre iniquità. Che l’Apostolo sia testimone se dico il vero o no: Dio”, dice, “mostra la sua dilezione verso di noi in questo, che Gesù Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori; Egli ci amava già quando vivevamo male ed eravamo in inimicizia con Lui” (Romani 5:8). Così, in modo mirabile e divino, Egli ci amava e ci odiava insieme: ci odiava in quanto non eravamo come ci aveva fatti; ma poiché l’iniquità non aveva distrutto del tutto la sua opera in noi, odiava in ciascuno di noi ciò che avevamo fatto, e amava ciò che Egli aveva fatto. Queste sono le parole di sant’Agostino.


2:16:5 - L’obbedienza di Cristo e la sua morte come fondamento della salvezza

Ora, se si domanda come Gesù Cristo, avendo abolito i peccati, abbia tolto il divorzio che era tra Dio e noi e, acquistandoci la giustizia, lo abbia reso nostro amico e favorevole, si può rispondere in generale che Egli ha fatto e compiuto ciò in tutto il corso della sua obbedienza. Ciò è provato dalla testimonianza di san Paolo: “Come per la trasgressione di un uomo molti sono stati costituiti peccatori, così per l’obbedienza di uno solo molti saranno costituiti giusti” (Romani 5:19). E infatti, in un altro luogo, egli estende a tutta la vita di Gesù Cristo la grazia dell’assoluzione che ci esenta dalla maledizione della Legge: “Quando è giunta la pienezza del tempo”, dice, “Dio ha mandato il suo Figlio, nato da donna, sottoposto alla Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge” (Galati 4:4). Perciò anche nel suo battesimo Egli ha dichiarato che con tale atto compiva una parte della giustizia, poiché faceva ciò che gli era stato comandato dal Padre (Matteo 3:15). In breve, da quando ha rivestito la forma di servo, ha cominciato a pagare il prezzo della nostra liberazione, per riscattarci.

Tuttavia la Scrittura, per determinare meglio il mezzo della nostra salvezza, specifica in modo particolare che la nostra salvezza consiste nella morte di Gesù Cristo, e afferma che Egli dà la sua anima in riscatto per molti, e che è morto per i nostri peccati. Giovanni Battista predicava che Egli era venuto per togliere i peccati del mondo, poiché è l’Agnello di Dio (Matteo 20:28; Romani 4:25; Giovanni 1:29). San Paolo, in un altro passo, dice che siamo gratuitamente giustificati per la redenzione che è in Cristo Gesù, poiché Egli ci è stato dato come riconciliatore nel suo sangue; che siamo giustificati nel suo sangue e riconciliati per la sua morte; che Colui che non conobbe peccato è stato fatto peccato per noi, affinché diventassimo giustizia di Dio in Lui (Romani 3:23, 24; Romani 5:9, 10; 2 Corinzi 5:21).

Non proseguirò oltre, poiché vi sarebbe un elenco infinito; e ne sarà necessario citare altri a suo tempo. Perciò vi è un buon ordine nel sommario della fede, chiamato il Simbolo degli Apostoli, quando, dopo aver menzionato la nascita di Gesù Cristo, subito si parla della sua morte e risurrezione, per mostrare che lì consiste e deve fermarsi la fiducia della nostra salvezza. Tuttavia il resto della sua obbedienza manifestata in tutta la sua vita non è escluso; come san Paolo la comprende dall’inizio alla fine, dicendo che Egli si è annientato prendendo la forma di servo e si è reso obbediente al Padre fino alla morte, e alla morte di croce (Filippesi 2:7-8). E in effetti, per rendere efficace la morte di Gesù Cristo a nostra salvezza, la sottomissione volontaria occupa il primo posto, poiché il sacrificio non avrebbe giovato a giustizia se non fosse stato offerto con libera disposizione. Perciò il Signore Gesù, dopo aver dichiarato che depone la sua anima per le sue pecore, aggiunge espressamente che nessuno gliela toglierà, ma che Egli la deporrà da sé stesso (Giovanni 10:15, 18). In questo senso Isaia dice che Egli è stato come un agnello davanti a colui che lo tosa, senza aprire bocca (Isaia 53:7).

Anche la storia dell’Evangelo racconta che Egli è andato incontro ai soldati per presentarsi, e che davanti a Pilato, rinunciando a ogni difesa, si è disposto a ricevere la condanna (Giovanni 18:4; Matteo 27:11). Non che non abbia sentito in sé grandi combattimenti e ripugnanze, poiché aveva preso su di sé le nostre infermità, ed era necessario che la sottomissione resa al Padre fosse provata in cose dure e aspre, dalle quali Egli si sarebbe volentieri sottratto. E questo è stato una testimonianza ancora maggiore dell’amore incomparabile che ci portava, quando ha sostenuto così orribili assalti contro i tormenti della morte, e tuttavia, pur essendo così angosciato, non ha avuto riguardo a sé stesso, per procurare il nostro bene.

Comunque sia, questo punto deve esserci risoluto: che Dio non poteva essere debitamente placato se non in quanto Cristo, rinunciando a tutte le proprie affezioni, si è sottomesso alla sua volontà e vi si è interamente consacrato. A ciò l’Apostolo applica molto bene la testimonianza del Salmo: “È scritto di me nel rotolo del libro che io faccia la tua volontà; lo voglio, Dio mio, e la tua Legge è nel mezzo del mio cuore; allora ho detto: Ecco, io vengo” (Ebrei 10:5; Salmi 40:8, 9). Del resto, poiché le coscienze timorose e sgomentate dal giudizio di Dio non trovano riposo se non dove vi sia sacrificio e lavacro per cancellare i peccati, a buon diritto siamo qui guidati, e la materia della salvezza ci è proposta e posta davanti agli occhi nella morte di Gesù Cristo.

Ora, poiché la maledizione era preparata per noi e ci teneva come presi, mentre eravamo colpevoli davanti al tribunale di Dio, la condanna di Gesù Cristo ci è posta in contrasto, pronunciata da Ponzio Pilato, governatore della Giudea, affinché sappiamo che la pena alla quale eravamo obbligati è stata posta sull’Innocente per liberarci. Non potevamo sfuggire all’orribile giudizio di Dio: Gesù Cristo, per trarci fuori, ha sofferto di essere condannato davanti a una persona mortale, anzi malvagia e profana. E questo nome di governatore non è espresso soltanto per la certezza storica, ma affinché impariamo meglio ciò che è detto in Isaia, che il castigo che ci dà pace è stato posto sul Figlio di Dio e che per le sue piaghe siamo guariti (Isaia 53:5). Poiché non bastava ad abolire la nostra dannazione che Gesù Cristo subisse una morte qualunque; ma, per soddisfare la nostra redenzione, è stato necessario scegliere un genere di morte mediante il quale Egli prendesse su di sé ciò che avevamo meritato, e, avendoci assolti da ciò che dovevamo, ci liberasse.

Se dei briganti gli avessero tagliato la gola, o se fosse stato lapidato e ucciso per sedizione, ciò non avrebbe soddisfatto Dio; ma quando è condotto davanti al tribunale come criminale, quando si osserva una certa formalità di giustizia contro di Lui, quando è accusato con testimonianze e condannato dalla stessa bocca del giudice, allora lo si vede condannato al posto dei peccatori, per soffrire in loro nome.

Qui bisogna considerare due cose, che erano state predette dai Profeti e apportano una singolare consolazione alla nostra fede. Infatti, quando udiamo che Cristo è stato condotto dal sinedrio alla morte ed è stato appeso tra dei briganti, in ciò abbiamo il compimento della profezia citata dall’Evangelista, che Egli è stato annoverato tra i malfattori (Isaia 53:11; Marco 15:28). Perché ciò? Affinché scontasse la pena dovuta ai peccatori e si mettesse al loro posto; poiché in verità non soffriva la morte per la giustizia, ma per il peccato. Al contrario, quando udiamo che è stato assolto dalla stessa bocca che lo aveva condannato, poiché Pilato è stato costretto più volte a rendere pubblica testimonianza della sua innocenza, ci deve venire alla mente ciò che è detto da un altro Profeta: che Egli ha pagato ciò che non aveva rapito (Salmi 69:4). Così contempleremo in Gesù Cristo la persona di un peccatore e malfattore rappresentata, e tuttavia riconosceremo dalla sua innocenza che Egli è stato caricato del peccato altrui e non del suo. Egli ha dunque sofferto sotto Ponzio Pilato, essendo condannato con sentenza giuridica dal governatore del paese come malfattore; e tuttavia non così condannato da non essere stato dichiarato giusto, poiché egli diceva di non trovare in Lui alcuna colpa (Giovanni 18:38). E qui sta la nostra assoluzione: che tutto ciò che poteva esserci imputato per istruire contro di noi un processo criminale davanti a Dio è stato trasferito su Gesù Cristo, così che Egli ha riparato tutte le nostre colpe. E questa compensazione deve sempre e in ogni occasione venirci alla mente quando siamo inquietati da dubbi e paure, affinché non pensiamo che la vendetta di Dio, che Gesù Cristo ha portato, debba ancora gravare su di noi.


2:16:6 - La croce come maledizione assunta e vinta

Inoltre, il genere della morte non è senza mistero. La croce era maledetta, non solo per opinione umana, ma per il decreto della Legge di Dio (Deuteronomio 21:22-23). Quando dunque Cristo è appeso ad essa, si rende soggetto alla maledizione. Ed era necessario che così fosse, affinché la maledizione che ci era dovuta e preparata per le nostre iniquità fosse trasferita su di Lui, per liberarci; cosa che era stata in precedenza figurata nella Legge. Infatti le vittime offerte per i peccati erano chiamate con il nome stesso di Peccato; con il quale nome lo Spirito Santo ha voluto significare che esse ricevevano tutta la maledizione dovuta al peccato. Ciò che dunque era stato rappresentato in figura negli antichi sacrifici di Mosè è stato realmente compiuto in Gesù Cristo, che è la sostanza e il modello delle figure. Perciò, per compiere la nostra redenzione, Egli ha posto la sua anima come sacrificio di soddisfazione per il peccato, come dice il Profeta (Isaia 53:5, 11), affinché tutta l’esecrazione che ci era dovuta come peccatori, essendo rigettata su di Lui, non ci fosse più imputata.

L’Apostolo lo dichiara più apertamente quando dice che Colui che non aveva mai conosciuto peccato è stato fatto dal Padre peccato per noi, affinché in Lui ottenessimo giustizia davanti a Dio (2 Corinzi 5:21). Infatti il Figlio di Dio, puro e netto da ogni vizio, ha preso e rivestito la confusione e l’ignominia delle nostre iniquità, e d’altra parte ci ha rivestiti della sua purezza. Ciò è dimostrato anche in un altro passo di san Paolo, dove è detto che il peccato è stato condannato nel peccato, nella carne di Gesù Cristo. Poiché il Padre celeste ha abolito la forza del peccato quando la sua maledizione è stata trasferita nella carne di Gesù Cristo (Romani 8:3). Così è significato con questa espressione che Cristo, morendo, è stato offerto al Padre per soddisfazione, affinché, fatta la riconciliazione per mezzo di Lui, non siamo più tenuti sotto l’orrore del giudizio di Dio.

Ora appare che cosa significhi questa sentenza del Profeta, che tutte le nostre iniquità sono state poste su di Lui (Isaia 53:6): cioè che, volendo cancellarne le macchie, Egli le ha prima ricevute nella sua persona, affinché gli fossero imputate. La croce dunque è stata un segno di ciò, nella quale Gesù Cristo, essendovi appeso, ci ha liberati dall’esecrazione della Legge, come dice l’Apostolo, in quanto Egli è stato fatto esecrazione per noi. Poiché è scritto: “Maledetto chi è appeso al legno” (Galati 3:13; Deuteronomio 27:26); e così la benedizione promessa ad Abramo è stata effusa su tutti i popoli. A ciò ha guardato anche san Pietro, dicendo che Gesù Cristo ha portato il peso dei nostri peccati sul legno (1 Pietro 2:24), poiché in questo segno visibile comprendiamo meglio che Egli è stato caricato della maledizione che avevamo meritato.

Tuttavia non si deve intendere che Egli abbia ricevuto la nostra maledizione in modo tale da esserne coperto e oppresso; ma al contrario, nel riceverla l’ha abbattuta, spezzata e dissipata. Perciò la fede, nella dannazione di Cristo, afferra l’assoluzione; e nella sua maledizione, afferra la benedizione. Non senza causa, dunque, san Paolo magnifica tanto il trionfo che Gesù Cristo ci ha acquistato nella croce, come se essa fosse allora divenuta un carro regale o trionfale, pur essendo stata piena di ignominia e opprobrio; poiché egli dice che l’obbligazione che ci era contraria è stata lì inchiodata, e che le potestà dell’aria sono state spogliate, e che i demoni, in segno della loro sconfitta, sono stati messi in mostra (Colossesi 2:14, 15). E ciò non deve essere ritenuto strano, poiché Gesù Cristo, sfigurato secondo il mondo, non ha cessato, come testimonia l’altro Apostolo, di offrirsi mediante lo Spirito eterno (Ebrei 9:14), da cui deriva un tale cambiamento. Ma affinché queste cose mettano radice ferma nei nostri cuori e vi rimangano ben fissate, occorre che il sacrificio e il lavacro ci vengano sempre incontro.

Poiché non potremmo confidare rettamente che Gesù Cristo sia stato il nostro prezzo e riscatto, Redentore e propiziatorio, se non fosse stato sacrificato. Ed è per questo che la Scrittura, mostrando il modo con cui siamo stati riscattati, fa così spesso menzione del sangue, poiché il sangue di Gesù Cristo, essendo stato sparso, non è servito soltanto come compensazione per riconciliarci con Dio, ma è stato per noi anche un lavacro per purificare tutte le nostre sozzure.


2:16:7 - Morte e sepoltura: liberazione e mortificazione

Segue nel Simbolo: “È morto ed è stato sepolto”, dove di nuovo si può vedere come, dall’inizio alla fine, Egli si sia sottomesso a rendere per noi ciò che era dovuto, per pagare il prezzo della nostra redenzione. La morte ci teneva legati sotto il suo giogo: Egli si è consegnato al suo potere per trarcene fuori. Questo intende l’Apostolo quando dice che Egli ha gustato la morte per tutti. Infatti, morendo, ha fatto sì che noi non morissimo; o, per dire la stessa cosa, con la sua morte ci ha acquistato la vita (Ebrei 2:9, 15).

Ora, vi è stata questa differenza tra Lui e noi: che Egli si è abbandonato alla morte come per esserne inghiottito, non tuttavia per esserne del tutto divorato, ma piuttosto per divorarla, affinché non avesse più potere su di noi come prima. Si è lasciato come sottomettere ad essa, non per esserne oppresso e abbattuto, ma per rovesciare il suo regno, che essa esercitava su di noi. Infine è morto affinché, morendo, distruggesse colui che ha la signoria della morte, cioè il diavolo, e liberasse coloro che, per il timore della morte, erano tenuti in schiavitù per tutta la loro vita. Questo è il primo frutto che la sua morte ci apporta; l’altro è che, per la sua virtù, essa mortifica le nostre membra terrene, affinché d’ora in poi non compiano più le loro operazioni, e uccide il vecchio uomo che è in noi, affinché non abbia più vigore e non produca frutto da sé.

A questo fine tende anche la sepoltura di Gesù Cristo, cioè che, avendo comunione con essa, siamo sepolti al peccato. Infatti, quando l’Apostolo dice che siamo innestati nella somiglianza della morte di Cristo, che siamo sepolti con Lui nella morte al peccato, che per la sua croce il mondo è crocifisso per noi e noi per il mondo, che siamo morti con Lui (Romani 6:5; Galati 2:19; 6:14; Colossesi 3:3), non soltanto ci esorta a imitare l’esempio della morte, ma dimostra che vi è in essa una tale efficacia che deve apparire in tutti i cristiani, se non vogliono rendere inutile e infruttuosa la morte del loro Redentore. Perciò vi è una duplice grazia che ci è proposta nella morte e sepoltura di Gesù Cristo: la liberazione dalla morte e la mortificazione della nostra carne.


2:16:8 - La discesa agli inferi: una necessità dottrinale

La discesa agli inferi non deve essere dimenticata in questo luogo, poiché contribuisce molto all’efficacia della nostra salvezza. Infatti, benché sembri, dagli scritti degli antichi, che questo articolo non sia stato del tutto in uso comune nelle Chiese, tuttavia è necessario dargli il suo posto per spiegare bene la dottrina che trattiamo, poiché contiene un mistero grandemente utile e non da disprezzare. Da ciò si può congetturare che sia stato aggiunto poco dopo il tempo degli Apostoli, ma che a poco a poco sia entrato in uso. Comunque sia, è indubitabile che esso sia stato tratto da ciò che tutti i veri fedeli devono tenere e sentire. Infatti non vi è alcuno dei Padri antichi che non faccia menzione della discesa di Gesù Cristo agli inferi, sebbene in sensi diversi.

Ora, non è cosa di grande importanza sapere da chi e in quale tempo questa formula sia stata inserita nel Simbolo; piuttosto dobbiamo badare ad avere qui una piena e intera somma della nostra fede, nella quale non manchi nulla e nella quale non sia proposto nulla che non sia tratto dalla Parola di Dio. Tuttavia, se alcuni sono impediti dalla loro ostinazione e non vogliono ammetterla nel Simbolo, si vedrà, da quanto diremo tra poco, che omettendola si toglie molto del frutto della morte e passione di Gesù Cristo.

L’interpretazione è varia: infatti vi sono alcuni che pensano che qui non si dica nulla di nuovo, ma che in altre parole si ripeta ciò che era stato detto prima della sepoltura, poiché spesso il nome di inferi è preso per sepolcro. Quanto a ciò che pretendono sul significato del termine, concedo loro che, al posto di sepolcro, spesso si trova il nome di inferi; ma vi sono due ragioni che contrastano la loro opinione e che mi sembrano sufficienti a confutarla. Poiché sarebbe stata una cosa di grande ozio, dopo aver chiaramente e con parole comuni dimostrato una cosa che non ha in sé alcuna difficoltà, ripeterla con parole molto più oscure. Infatti, quando si congiungono due espressioni per significare la stessa cosa, conviene che la seconda sia come una dichiarazione della prima. Ora, quale dichiarazione sarebbe questa, se volessimo spiegare che dire “fu sepolto” significa “discese agli inferi”? Inoltre, non è verosimile che, in questo sommario, dove i principali articoli della nostra fede sono compresi brevemente e in poche parole, la Chiesa antica abbia voluto inserire una cosa così superflua e fuori luogo, che non avrebbe avuto spazio nemmeno in un trattato molto più lungo. E non dubito che coloro che esamineranno attentamente la questione non siano d’accordo con me.


2:16:9 - Interpretazioni errate e loro confutazione

Altri la interpretano diversamente: cioè che Cristo sia disceso alle anime dei Padri già morti per portare loro l’annuncio della loro redenzione e trarle dalla prigione in cui erano rinchiuse. Per colorire la loro fantasia, tirano per i capelli alcune testimonianze, come dal Salmo che Egli ha spezzato le porte di bronzo e i chiavistelli di ferro, e da Zaccaria che ha tratto i prigionieri dalla fossa dove non vi era acqua (Salmi 107:16; Zaccaria 9:11). Ora, il Salmo racconta le liberazioni di coloro che, viaggiando, sono tenuti prigionieri in paese straniero. Zaccaria paragona l’esilio del popolo a un abisso secco e profondo, poiché era come se fosse sepolto in Babilonia, come per dire che la salvezza di tutta la Chiesa sarà come un’uscita dal profondo dell’inferno.

Non so come sia avvenuto che si sia pensato che vi fosse una qualche caverna sotterranea alla quale si è attribuito il nome di Limbo. Ma questa favola, benché abbia autori rinomati e ancora oggi molti la difendano come articolo di fede, non è che una favola. Infatti rinchiudere le anime dei defunti in una prigione è cosa puerile. Inoltre, quale bisogno vi era che Gesù Cristo scendesse là per strapparle di lì? Confesso volentieri che Gesù Cristo le ha illuminate con la virtù del suo Spirito, affinché conoscessero che la grazia che avevano solo gustato nella speranza era manifestata al mondo. E non è fuori luogo applicare a questo proposito la sentenza di san Pietro, dove egli dice che Gesù Cristo è venuto e ha predicato agli spiriti che erano, a mio avviso, non in una prigione, ma come di guardia in una torre (1 Pietro 3:19). Infatti il filo del testo ci conduce anche qui, che i fedeli morti prima di quel tempo erano partecipi con noi di una medesima grazia, poiché l’intenzione dell’Apostolo è di amplificare la virtù della morte di Gesù Cristo, mostrando che essa è giunta fino ai morti, quando le anime fedeli hanno goduto quasi a vista d’occhio della visita che avevano atteso con grande affanno e perplessità; e, al contrario, che ai reprobi è stato notificato che erano esclusi da ogni speranza. Ora, poiché san Pietro non parla distintamente degli uni e degli altri, non si deve intendere che li mescoli insieme e indifferentemente; ma ha voluto soltanto mostrare che tutti hanno sentito e conosciuto quanto la morte di Gesù Cristo fosse efficace.


2:16:10 - Interpretazione certa della discesa agli inferi: giudizio invisibile e patimento dell’ira di Dio

Ma, lasciando da parte il Simbolo, dobbiamo cercare un’interpretazione più certa della discesa di Gesù Cristo agli inferi, la quale si presenta nella Parola di Dio, non solo buona e santa, ma anche piena di singolare consolazione. Non vi sarebbe stato nulla di compiuto, se Gesù Cristo non avesse sofferto che la morte del corpo: ma era necessario che portasse nell’anima il rigore della vendetta di Dio, per opporsi alla sua ira e soddisfare al suo giudizio. Perciò fu richiesto che combattesse contro le forze dell’inferno e lottasse come corpo a corpo contro l’orrore della morte eterna. Abbiamo sopra citato dal Profeta che il castigo che ci dà pace è stato posto su di Lui, che Egli è stato percosso per i nostri peccati, afflitto per le nostre iniquità (Isaia 53:5). Con ciò egli significa che Egli è stato pegno e garante, che si è costituito debitore principale e come colpevole, per soffrire tutte le punizioni che erano preparate per noi, per assolvercene. Vi è un’eccezione: che Egli non poteva essere trattenuto dalle doglie della morte (Atti 2:24). Perciò non ci si deve meravigliare se si dice che Egli è disceso agli inferi, poiché ha sopportato quella morte con la quale Dio punisce i malfattori nella sua ira.

La replica che fanno alcuni è troppo frivola e ridicola: cioè che, in tal modo, l’ordine sarebbe sovvertito, e che non è conveniente aggiungere, dopo la sepoltura, ciò che viene prima. Infatti, dopo aver esposto ciò che Gesù Cristo ha sofferto alla vista delle persone, è assai opportuno porre conseguentemente questo giudizio invisibile e incomprensibile che Egli ha sostenuto davanti a Dio, affinché sappiamo che non soltanto il suo corpo è stato consegnato come prezzo della nostra redenzione, ma che vi è stato un altro prezzo più degno e più eccellente: avere sopportato i tormenti spaventosi che devono sentire i dannati e i perduti.


2:16:11 - Le doglie della morte e il grido dell’abbandono: realtà del patimento senza inimicizia del Padre verso il Figlio

È in questo senso che san Pietro dice che Gesù Cristo, risorgendo, è stato liberato dalle doglie della morte, dalle quali era impossibile che fosse trattenuto o vinto (Atti 2:24). Egli non nomina semplicemente la morte, ma esprime che il Figlio di Dio è stato preso da tristezze e angosce che l’ira e la maledizione di Dio generano, essendo essa fonte e principio della morte. Poiché non sarebbe stata gran cosa, se Egli si fosse offerto a sopportare la morte senza alcuna angoscia né perplessità, ma quasi giocando. La vera testimonianza della sua misericordia infinita è stata di non fuggire la morte, che Egli aveva in estremo orrore.

Non vi è dubbio, inoltre, che l’Apostolo, nell’Epistola agli Ebrei, insegni lo stesso, dicendo che Gesù Cristo è stato esaudito nella sua paura (Ebrei 5:7). Altri traducono “riverenza” o “pietà”, ma la grammatica e la materia che vi è trattata mostrano che ciò è fuori luogo. Gesù Cristo dunque, avendo pregato con lacrime e alte grida, è stato esaudito nella sua paura: non per essere esentato dalla morte, ma per non esserne inghiottito come peccatore, poiché Egli sosteneva là la nostra persona. E in verità non si può immaginare abisso più spaventoso che sentirsi lasciati e abbandonati da Dio, non riceverne aiuto quando lo si invoca, e non attendere altro se non che Egli abbia cospirato a perderci e distruggerci. Ora vediamo che Gesù Cristo è giunto fino a questo, tanto che, mentre l’angoscia lo stringeva, è stato costretto a gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27:46; Salmi 22:2).

Infatti ciò che alcuni interpretano, che Egli abbia detto questo più secondo l’opinione altrui che per proprio sentimento, non è verosimile, poiché appare chiaramente che questa parola veniva da una profonda amarezza di cuore. Tuttavia con ciò non vogliamo inferire che Dio sia mai stato o avversario o adirato contro il suo Cristo. Poiché come si adirerebbe il Padre contro il suo Figlio diletto, nel quale dice di aver posto tutto il suo compiacimento (Matteo 3:17)? O come Cristo placherebbe il Padre verso le persone per la sua intercessione, se lo avesse adirato contro di sé? Ma diciamo che Egli ha sostenuto il peso della vendetta di Dio, in quanto è stato percosso e afflitto dalla sua mano, ed ha sperimentato tutti i segni che Dio mostra ai peccatori quando si adira contro di loro e li punisce.

Perciò san Ilario dice che, mediante questa discesa, abbiamo ottenuto questo bene: che la morte sia ora abolita. E in altri passi non si discosta dal nostro proposito, come quando dice che la croce, la morte e gli inferi sono la nostra vita. Ugualmente: il Figlio di Dio è agli inferi, ma l’essere umano è esaltato in cielo. Ma che bisogno vi è di citare testimonianze di un uomo privato, poiché l’Apostolo afferma il medesimo, dicendo che questo frutto ci viene dalla vittoria del nostro Signore Gesù: che siamo liberati dalla servitù alla quale eravamo soggetti per il timore della morte? Fu necessario dunque che Gesù Cristo vincesse tutti gli spaventi che naturalmente assillano e tormentano tutte le persone mortali: cosa che non poteva avvenire se non combattendo. Ora che la tristezza di Gesù Cristo non è stata volgare né concepita di sfuggita, apparirà presto. In somma, Gesù Cristo, combattendo contro la potenza del diavolo, contro l’orrore della morte, contro i dolori dell’inferno, ne ha ottenuto vittoria e ne ha trionfato, affinché noi non temiamo più, nella morte, le cose che il nostro Principe ha abolito e annientato.


2:16:12 - Confutazione degli avversari: la vera umanità di Cristo e la tentazione senza peccato

Certi scribacchini alzano le corna contro questa dottrina; e benché siano persone ignoranti, tuttavia sono spinti più da malizia che da stoltezza, poiché non cercano che di abbaiare. Dicono dunque che io faccio grande ingiuria a Gesù Cristo, poiché non è conveniente che Egli abbia temuto per la salvezza della sua anima. Poi si spingono oltre nella loro calunnia: che io attribuisco al Figlio di Dio una disperazione contraria alla fede. Anzitutto, quanto al timore e allo sbigottimento di Gesù Cristo, che gli Evangelisti predicano così chiaramente, questi miserabili sono troppo audaci nel sollevare questione. Poiché, prima che giungesse il tempo della morte, si dice che Egli fu turbato nello spirito e afflitto d’angoscia; e, quando si venne al punto, che cominciò a essere più fortemente spaventato. Se qualcuno dice che ciò fu finzione, l’espediente è troppo vile. Dobbiamo dunque, come dice sant’Ambrogio, confessare francamente la tristezza di Gesù Cristo, se non ci vergogniamo della sua croce. E in effetti, se la sua anima non fosse stata partecipe del castigo che Egli portava, Egli sarebbe stato soltanto redentore dei corpi. Così Egli ha combattuto per rialzare coloro che, gettati a terra, non potevano rialzarsi.

Ora, lungi dal diminuire in qualche cosa la sua gloria celeste, dobbiamo contemplare qui la sua bontà, la quale risplende in modo mirabile, poiché Egli non ha disdegnato di ricevere su di sé le nostre infermità. Ed è di qui che l’Apostolo trae l’argomento della consolazione che ci dà nelle afflizioni e nei dolori: che il nostro Mediatore ha sperimentato le nostre debolezze, per averne compassione ed essere tanto più inclinato a soccorrerci (Ebrei 4:15).

Gli oppositori obiettano che si fa torto a Gesù Cristo attribuendogli una passione viziosa. Sì, come se fossero più saggi dello Spirito di Dio, che accorda entrambe le cose: che Gesù Cristo è stato tentato in ogni cosa come noi, e tuttavia senza peccato. Non dobbiamo dunque trovare strana l’infermità di Gesù Cristo, alla quale Egli si è assoggettato, non costretto da violenza o necessità, ma indotto dalla sua misericordia e dal puro amore che ci ha portato.

Ora, tutto ciò che Egli ha sofferto di buon grado per noi non diminuisce in nulla la sua virtù. Questi maldicenti non riconoscono che tale debolezza di Gesù Cristo è stata pura da ogni macchia e vizio, poiché è rimasta entro i limiti dell’obbedienza di Dio. Infatti, poiché non si può scorgere una retta moderazione nella nostra natura così corrotta com’è, essendo tutte le passioni in essa turbate ed eccessive nel loro impeto, essi misurano il Figlio di Dio con questo comune metro. Ora vi è una grande differenza: poiché Egli, essendo integro e senza alcuna macchia d’imperfezione, ha avuto le sue affezioni così moderate che non vi si potrebbe trovare alcun eccesso. Egli dunque ha potuto essere simile a noi nel dolore, nel timore e nello sbigottimento, e tuttavia differire per questo segno.

Convinti, si volgono a un’altra cavillazione: benché Gesù Cristo abbia temuto la morte, tuttavia non avrebbe temuto la maledizione e l’ira di Dio, della quale si sentiva sicuro. Ma prego i lettori di considerare quanto sarebbe onorevole per Cristo essere stato più timoroso e codardo di molte persone d’animo fiacco. I briganti e i malfattori serrano i denti per andare alla morte; molti la disprezzano con tale fermezza che pare loro un gioco; altri la sopportano molto dolcemente. Che il Figlio di Dio ne sia stato così spaventato e come trasalito, quale costanza o magnanimità sarebbe? Poiché gli Evangelisti raccontano di Lui ciò che si giudicherebbe incredibile e contro natura: che, per la veemenza della sua angoscia, gocce di sangue gli cadevano dal volto. E non si deve dire che Egli abbia fatto tale mostra davanti alle persone, poiché pregava segretamente il Padre in un luogo appartato. E il dubbio è tolto ancor meglio dal fatto che fu necessario che gli Angeli scendessero dal cielo per consolarlo in modo nuovo e non consueto. Che vergogna sarebbe che il Figlio di Dio fosse stato così effeminato da tormentarsi fino a questo punto per la morte comune, da sudare sangue e non potesse essere ricreato se non dalla vista degli Angeli?

Poniamo anche davanti agli occhi quella preghiera che Egli ripeté tre volte: “Padre, se è possibile, che questo calice passi via da me” (Matteo 26:39), e ci sarà facile giudicarne, poiché essa non procedette se non da un’amarezza incredibile: che Gesù Cristo ebbe un combattimento più aspro e difficile che contro la morte comune. Da ciò appare che questi scribacchini ai quali rispondo cinguettano temerariamente di cose ignote, poiché non hanno mai compreso né valutato che cosa sia e che cosa valga essere riscattati dal giudizio di Dio.

Ora, la nostra sapienza è sentire davvero quanto la nostra salvezza sia costata al Figlio di Dio. Se ora qualcuno domanda se Gesù Cristo sia disceso agli inferi quando chiese al Padre d’essere liberato dalla morte, rispondo che ciò ne fu un inizio. Da ciò si può anche concludere quanto orribili siano stati i tormenti che Egli ha sopportato per spaventarlo, poiché sapeva che gli conveniva comparire davanti al tribunale di Dio come colpevole di tutte le nostre malefatte. Ora, benché per poco tempo la virtù divina del suo Spirito sia rimasta nascosta per dare luogo all’infermità della carne, fino a che Gesù Cristo avesse compiuto la nostra salvezza, tuttavia dobbiamo sapere che la tentazione che Egli sopportò nel sentimento di paura e dolore fu tale che non ripugnava alla fede. In ciò fu anche compiuto quanto abbiamo citato dal sermone di san Pietro: che era impossibile che Egli fosse trattenuto dalle doglie della morte (Atti 2:24), poiché, sentendosi come abbandonato da Dio, non si discostò minimamente dalla fiducia che aveva nella sua bontà. Lo mostra questa preghiera, nella quale, per la veemenza del dolore che sopporta, grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27:46). Poiché, benché sia angosciato oltre misura, non cessa tuttavia di chiamare suo Dio Colui del quale si lamenta d’essere abbandonato.

Da ciò è confutato l’errore dell’antico eretico Apollinare, e similmente di quelli che furono chiamati Monoteliti. Poiché Apollinare inventò che lo Spirito eterno fosse al posto dell’anima in Gesù Cristo, rendendolo così solo mezzo uomo. E questa fu un’assurdità troppo grave, come se Gesù Cristo potesse cancellare altrimenti i nostri peccati se non obbedendo al Padre. E dove sarà l’affetto o la volontà di obbedire se non nell’anima, la quale fu turbata in Gesù Cristo, affinché le nostre, liberate dal tremore e dall’inquietudine, abbiano pace e riposo?

Quanto ai Monoteliti, che vollero far credere che Gesù Cristo avesse una sola volontà, vediamo che, secondo l’uomo, Egli non volle ciò che volle secondo la sua natura divina. Tralascio di dire che Egli doma e vince il timore di cui abbiamo parlato mediante un’affezione contraria. Poiché vi è grande apparenza di contrarietà in ciò che Egli dice: “Padre, liberami da quest’ora; ma è per questo che sono venuto a quest’ora: Padre, glorifica il tuo Figlio” (Giovanni 12:27-28). Tuttavia, in questa perplessità non vi fu alcuno straripamento né intemperanza, tale quale la conosciamo in noi, anche quando ci sforziamo di trattenerci.


2:16:13 - Necessità della risurrezione: vittoria, giustificazione e nuova vita

Segue la risurrezione dai morti, senza la quale tutto ciò che abbiamo dedotto fin qui sarebbe imperfetto. Poiché, nella croce, nella morte e nella sepoltura di Cristo, non appare che infermità, la fede deve procedere oltre per essere pienamente corroborata. Perciò, benché nella sua morte abbiamo compimento intero della salvezza, poiché per essa siamo riconciliati a Dio, è stata soddisfatta la sua giusta sentenza, la maledizione è stata abolita, e siamo stati assolti da tutte le pene delle quali eravamo debitori, tuttavia non è detto che per la morte siamo stati risuscitati a viva speranza, ma per la risurrezione (1 Pietro 1:3). Infatti, come Egli, risorgendo, si è mostrato vincitore della morte, così la vittoria sulla nostra morte consiste nella sua risurrezione.

Le parole di san Paolo mostreranno meglio che cosa ciò significhi, quando dice che Egli è morto per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione (Romani 4:25), quasi dicesse che, per la sua morte, il peccato è stato tolto; per la sua risurrezione, la giustizia è stata ristabilita. Poiché, come avrebbe potuto, morendo, liberarci dalla morte, se Egli vi fosse soccombuto? Come ci avrebbe acquistato la vittoria, se fosse venuto meno nel combattimento?

Perciò ripartiamo in tal modo la sostanza della nostra salvezza tra la morte di Cristo e la sua risurrezione: che per la morte il peccato è stato distrutto e la morte cancellata; per la risurrezione la giustizia è stata stabilita e la vita rimessa in alto; e ciò in tal modo che è mediante la risurrezione che la morte ha la sua efficacia. Perciò san Paolo ci mostra che Gesù Cristo è stato dichiarato Figlio di Dio nella sua risurrezione (Romani 1:4), poiché allora Egli dispiegò la sua virtù celeste, che è come uno specchio chiaro della sua divinità e un fermo sostegno della nostra fede. Come, in un altro passo, egli dice che Egli ha sofferto secondo l’infermità della carne ed è risuscitato per la virtù del suo Spirito (2 Corinzi 13:4).

Nel medesimo senso, trattando della perfezione, dice: “Mi sforzo di conoscerlo e la potenza della sua risurrezione” (Filippesi 3:9-10). Del resto, aggiunge subito dopo che egli prosegue per essere congiunto e associato alla sua morte. A ciò concorda assai bene la parola di san Pietro, che Dio lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, affinché la nostra fede e speranza fosse in Dio (1 Pietro 1:21): non che la nostra fede, poggiata sulla morte di Gesù Cristo, vacilli, ma che la potenza di Dio, che ci conserva nella fede, si scopra principalmente e si dimostri nella risurrezione.

Ricordiamoci dunque che, ogni volta che è fatta menzione soltanto della morte, ciò che è proprio della risurrezione vi è compreso; e che vi è anche un medesimo modo e forma di parlare quando la risurrezione è nominata da sola, poiché essa trascina con sé ciò che conviene specialmente alla morte. Ma poiché Gesù Cristo, risorgendo, si è acquistato la palma della vittoria per essere risurrezione e vita, san Paolo a buon diritto contende e sostiene che la fede sarebbe annientata e che l’Evangelo non sarebbe che inganno e menzogna, se non siamo ben persuasi nei nostri cuori della risurrezione di Gesù Cristo (1 Corinzi 15:17).

Perciò, in un altro passo, dopo essersi glorificato nella morte di Gesù Cristo contro tutti i timori di dannazione che ci turbano, aggiunge per meglio amplificare che Colui che è morto è anche risuscitato ed appare davanti a Dio come intercessore per noi (Romani 8:34). Inoltre, come abbiamo sopra esposto che la mortificazione della nostra carne dipende dalla comunione della croce di Cristo, così dobbiamo intendere che vi è un altro frutto corrispondente a quello, proveniente dalla sua risurrezione. Poiché siamo, come dice l’Apostolo, innestati nella somiglianza della sua morte, affinché, partecipi della sua risurrezione, camminiamo in novità di vita (Romani 6:5).

Perciò, in un altro luogo, come egli trae un argomento dal fatto che siamo morti con Cristo, che dobbiamo mortificare le nostre membra sulla terra, così dal fatto che siamo risuscitati con Cristo inferisce che dobbiamo cercare le cose celesti (Colossesi 3:1-5). Con queste parole egli non solo ci esorta a una vita nuova, sull’esempio di Cristo risuscitato, ma insegna che ciò avviene per la sua virtù, affinché siamo rigenerati nella giustizia. Abbiamo una terza utilità di questa risurrezione: che, come avendo una caparra della risurrezione, ne siamo resi più certi della nostra, poiché quella di Cristo ne è fondamento e sostanza, come se ne parla più pienamente nella Prima Epistola ai Corinzi. Si deve anche notare di passaggio che si dice che Egli è risuscitato dai morti: con ciò è significata la verità della sua morte e risurrezione, come se si dicesse che Egli ha sofferto la medesima morte degli altri esseri umani e ha ricevuto immortalità nella medesima carne che aveva presa mortale.


2:16:14 - Ascensione e presenza efficace di Cristo: corpo sottratto alla vista, ma potenza diffusa

Non è neppure un articolo superfluo che Egli sia salito al cielo dopo essere risuscitato, poiché, benché Cristo, risorgendo, abbia cominciato a magnificare la sua gloria e virtù, avendo deposto la condizione bassa e spregevole di questa vita mortale e l’ignominia della croce, tuttavia Egli ha veramente allora esaltato il suo regno quando è salito al cielo. L’Apostolo lo mostra quando dice che Egli è salito per compiere ogni cosa (Efesini 4:10), dove, ponendo una sorta di contrarietà nelle parole, avverte che vi è buon accordo tra le due cose: poiché Gesù si è in tal modo dipartito da noi che ci è presente in modo più utile che quando ha conversato sulla terra, essendo come alloggiato in una dimora angusta.

Perciò san Giovanni, dopo aver riferito che Gesù Cristo invitava a bere acqua viva tutti coloro che avevano sete, aggiunge subito dopo che lo Spirito Santo non era ancora dato, poiché Gesù Cristo non era ancora glorificato (Giovanni 7:37, 39). Il Signore stesso lo attestò ai suoi discepoli: “È utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, il Consolatore non verrà” (Giovanni 16:7). Ugualmente li consola riguardo al rammarico che potevano concepire della sua assenza corporea, dicendo che non li lascerà orfani, ma verrà di nuovo a loro, anzi in modo invisibile, tuttavia più desiderabile, poiché allora saranno istruiti da una esperienza più certa che l’impero che gli è dato e l’autorità che esercita bastano non solo a vivere bene e felicemente, ma anche a morire nello stesso modo. E infatti vediamo quanto più largamente Egli abbia effuso le grazie del suo Spirito, quanto più Egli abbia ampliato la sua maestà, quanto più Egli abbia dichiarato la sua potenza, tanto nell’aiutare i suoi quanto nell’abbattere i suoi nemici.

Essendo dunque ricevuto in cielo, Egli ha ben tolto la presenza del suo corpo dalla nostra vista (Atti 1:9), ma non per cessare di assistere ai credenti che ancora devono camminare sulla terra, bensì per governare il mondo con una virtù più presente di prima. E in effetti, ciò che Egli aveva promesso, d’essere con noi fino alla consumazione del secolo (Matteo 28:20), è stato compiuto mediante questa ascensione: nella quale, come il corpo è stato elevato sopra tutti i cieli, così la virtù e l’efficacia si sono diffuse oltre tutti i confini del cielo e della terra.

Questo preferisco spiegare con le parole di sant’Agostino piuttosto che con le mie: “Gesù Cristo”, dice, “doveva andare mediante la morte alla destra del Padre, per venire di là a giudicare i vivi e i morti in presenza corporea, come è salito. Poiché, per presenza spirituale, doveva essere con i suoi Apostoli dopo la sua ascensione”. In un altro passo parla ancora più chiaramente: “Secondo la grazia invisibile e infinita di Gesù Cristo”, dice, “è compiuto ciò che Egli diceva ai suoi Apostoli: Ecco, io sono sempre con voi fino alla fine del secolo. Ma secondo la carne che Egli ha rivestito, secondo ciò che Egli è nato dalla Vergine, secondo ciò che Egli è stato preso dai Giudei, secondo ciò che Egli è stato appeso alla croce e poi deposto di lì per essere sepolto e posto nel sepolcro, secondo ciò che Egli si è manifestato dopo la sua risurrezione, è compiuta questa sentenza: Voi non mi avrete sempre con voi” (Matteo 26:11). Perché? Poiché, secondo la presenza del suo corpo, Egli conversò con i suoi discepoli quaranta giorni, e, mentre essi vedevano, salì al cielo e non è più qui; poiché Egli è là seduto alla destra di Dio suo Padre (Atti 1:3, 9); ed è tuttavia ancora qui, poiché non ha ritirato la presenza della sua maestà. Perciò abbiamo sempre Gesù Cristo con noi secondo la presenza della sua maestà; quanto alla presenza della sua carne, Egli disse ai suoi discepoli: “Voi non mi avrete sempre con voi”. Poiché, per pochi giorni, la Chiesa lo ebbe presente secondo la carne; ora lo possiede per fede, ma non lo vede con gli occhi.


2:16:15 - “Seduto alla destra del Padre”: signoria universale e governo attuale

Perciò è subito aggiunto che Egli è seduto alla destra del Padre. Questa similitudine è tratta dai re, i cui luogotenenti, ai quali essi danno l’incarico di governare, sono come i loro assessori. Così Cristo, nel quale il Padre vuole essere esaltato e per la cui mano vuole esercitare la sua signoria, è detto sedere alla destra del Padre (Marco 16:19; Ebrei 1:3). Con questa parola bisogna intendere che Egli è stato costituito Signore del cielo e della terra, e ne ha preso solennemente possesso; e non soltanto che lo abbia preso una volta, ma che lo mantiene fino a quando discenderà nel giorno del Giudizio. Così lo espone l’Apostolo, quando dice che il Padre lo ha costituito alla sua destra sopra ogni principato, potenza, virtù e dominazione, e sopra ogni nome che si nomina non solo in questo secolo, ma anche in quello a venire; e che ha sottomesso ogni cosa sotto i suoi piedi; e che lo ha posto Capo della Chiesa sopra ogni cosa (Efesini 1:20; Filippesi 2:9; Efesini 4:15; 1 Corinzi 15:27).

Vediamo a che cosa tende ciò che è detto, che Gesù Cristo è seduto: cioè che tutte le creature, tanto celesti quanto terrene, onorano la sua maestà, sono governate dalla sua mano, ubbidiscono al suo volere e sono soggette alla sua potenza. E gli Apostoli non vogliono dire altro quando ne fanno così spesso menzione, se non che ogni cosa è stata posta sotto il suo comando (Atti 2:30-33; Atti 3:21; Ebrei 1:7). Perciò coloro che pensano che con questa parola sia semplicemente significata la beatitudine nella quale Gesù Cristo è stato accolto, si ingannano. Né deve importare che san Stefano, negli Atti, testimoni di averlo visto come stante in piedi (Atti 7:56): poiché qui non si tratta della disposizione del corpo, ma della maestà del suo impero; così che “sedere” non significa altro che presiedere al trono celeste.


2:16:16 - Frutti per la fede: accesso al cielo, intercessione, potenza regale e governo della Chiesa

Da ciò derivano diversi frutti per la nostra fede. Poiché comprendiamo che il Signore Gesù, con la sua ascensione al cielo, vi ha aperto l’ingresso, che era stato chiuso da Adamo. Infatti, poiché vi è entrato nella nostra carne e come a nome nostro, ne segue ciò che dice l’Apostolo, che già in qualche modo siamo seduti con Lui nei luoghi celesti (Efesini 2:6), cioè perché non ne abbiamo una speranza nuda, ma ne abbiamo già il possesso nel nostro Capo. Inoltre riconosciamo che non è senza nostro grande bene che Egli dimori presso il Padre. Infatti, essendo entrato nel Santuario non fatto da mano d’uomo, Egli appare là continuamente come nostro avvocato e intercessore (Ebrei 7:25; Ebrei 9:11; Romani 8:34), volgendo in tal modo gli occhi del Padre alla sua giustizia che li distoglie dal considerare i nostri peccati; riconciliandoci in tal modo il suo cuore che ci dà accesso, mediante la sua intercessione, al suo trono; preparandoci là grazia e clemenza, e facendo sì che non ci sia orribile, come deve esserlo per tutti i peccatori. In terzo luogo, in questo articolo concepiamo la potenza di Gesù Cristo, nella quale è posta la nostra forza e virtù, il nostro aiuto e la gloria che abbiamo contro gli inferi. Poiché, salendo al cielo, Egli ha condotto prigionieri i suoi avversari (Efesini 4:8); e, avendoli spogliati, ha arricchito il suo popolo, e di giorno in giorno lo arricchisce di grazie spirituali. Egli dunque siede in alto affinché, di là spargendo su di noi la sua potenza, ci vivifichi alla vita spirituale e ci santifichi per il suo Spirito; affinché adorno la sua Chiesa di molti doni preziosi; affinché la conservi con la sua protezione contro ogni danno; affinché reprima e confonda con la sua potenza tutti i nemici della sua croce e della nostra salvezza; infine affinché ottenga ogni potestà in cielo e in terra, fino a quando avrà vinto e distrutto tutti i suoi nemici, che sono anche i nostri, e avrà compiuto l’edificazione della sua Chiesa (Salmi 110:1). E questo è il vero stato del suo regno e la potenza che il Padre gli ha data fino a quando Egli compirà l’ultimo atto, venendo a giudicare i vivi e i morti.


2:16:17 - Attesa del ritorno visibile: giudizio universale dei vivi e dei morti

Già da ora, i servitori di Gesù Cristo hanno abbastanza segni per riconoscere la presenza della sua potenza. Ma poiché il suo regno è ancora oscurato e nascosto sotto l’umiltà della carne, non senza motivo la fede è qui diretta alla sua presenza visibile, che Egli manifesterà nell’ultimo giorno. Poiché Egli discenderà in forma visibile, come lo si è visto salire, e apparirà a tutti con l’inenarrabile maestà del suo regno, con la luce dell’immortalità, con l’infinita potenza della sua divinità, nella compagnia dei suoi Angeli (Atti 1:11; Matteo 24:30). Di là dunque ci è comandato d’attendere il nostro Redentore nel giorno in cui separerà le pecore dai capri (Matteo 25:31, 32; 1 Tessalonicesi 4:16), gli eletti dai reprobi; e non vi sarà alcuno, né vivente né morto, che possa sfuggire al suo giudizio. Poiché il suono della tromba sarà udito da ogni parte del mondo, mediante il quale tutte le persone saranno chiamate e citate davanti al suo trono giudiziario, tanto quelle che allora saranno in vita, quanto quelle che saranno morte prima.

Vi sono alcuni che interpretano “i vivi e i morti” come “i buoni e i cattivi”. E in effetti vediamo che alcuni degli antichi hanno dubitato su come dovessero intendere queste parole; ma il primo senso è molto più conveniente, poiché è più semplice e meno forzato, e tratto dal modo consueto della Scrittura. E non contrasta ciò che è detto dall’Apostolo, che è stabilito una volta per tutte alle persone di morire (Ebrei 9:27). Poiché, benché coloro che saranno allora in vita mortale quando verrà il giudizio non moriranno secondo l’ordine naturale, tuttavia il mutamento che subiranno, essendo assai affine alla morte, non senza ragione è chiamato morte.

È certo che non tutti riposeranno a lungo, ciò che la Scrittura chiama dormire; ma tutti saranno mutati e trasformati (1 Corinzi 15:51). Che cosa significa ciò? Che la loro vita mortale sarà abolita in un attimo e trasformata in una nuova natura. Nessuno può negare che una tale abolizione della carne sia morte. Tuttavia resta sempre vero che i vivi e i morti saranno citati in giudizio. Poiché i morti che sono in Cristo risusciteranno per primi; poi, coloro che saranno sopravvissuti verranno incontro al Signore nell’aria, come dice san Paolo (1 Tessalonicesi 4:16-17). E in effetti è molto verosimile che questo articolo sia stato tratto dalla predicazione di san Pietro, secondo il racconto di san Luca, e dalla solenne ingiunzione che san Paolo fa a Timoteo, dove si parla espressamente dei vivi e dei morti (Atti 10:42; 2 Timoteo 4:1).


2:16:18 - Consolazione nel giudizio: il Giudice è il nostro Redentore e Intercessore

Di qui ci viene una singolare consolazione, quando udiamo che il potere di giudicare è dato a Colui che ci ha ordinati a partecipare del suo onore anche nel giudizio: tanto è vero che Egli non sale sul suo trono per condannarci (Matteo 19:28). Poiché come un Principe di così grande clemenza perderebbe il suo popolo? come il capo dissiperebbe le sue membra? come l’avvocato condannerebbe coloro dei quali ha assunto la difesa? E se l’Apostolo osa gloriarsi che non vi è alcuno che possa condannare quando Gesù Cristo intercede per noi (Romani 8:33), è ancora più certo che Cristo, essendo il nostro intercessore, non ci condannerà, poiché ha preso in mano la nostra causa e ha promesso di sostenerci. Non è certo piccola assicurazione dire che non compariremo davanti a un altro tribunale se non davanti a quello del nostro Redentore, dal quale attendiamo salvezza. Inoltre, qui abbiamo che Colui che ora ci promette, mediante il suo Evangelo, la beatitudine eterna, allora ratificherà la sua promessa facendo giudizio. Il Padre dunque ha tanto onorato il Figlio attribuendogli l’autorità di giudicare (Giovanni 5:22), che, facendo ciò, ha provveduto a consolare le coscienze dei suoi servitori, le quali tremerebbero per l’orrore del giudizio se non vi avessero una certa speranza. Fin qui ho seguito l’ordine del Simbolo che si chiama degli Apostoli, poiché là possiamo vedere come in un quadro, mediante gli articoli in esso contenuti, in che cosa consista la nostra salvezza; e, per questo mezzo, comprendiamo anche a quali cose dobbiamo attenerci per ottenere salvezza in Gesù Cristo. Ho già detto che non dobbiamo curarci troppo dell’autore di questo Sommario.

Gli antichi, d’un comune accordo, lo attribuiscono agli Apostoli, sia che ritenessero che fosse stato lasciato da loro per iscritto, sia che volessero dare autorità alla dottrina che sapevano provenire da loro e fedelmente trasmessa di mano in mano. E in verità non dubito che questa sia stata una confessione ricevuta senza contestazione fin dalla prima origine della Chiesa, e perfino al tempo degli Apostoli. Ed è anche molto verosimile che un tale Sommario non sia stato composto da qualche uomo privato, poiché, fin dall’inizio, ha ottenuto autorità sacra tra i fedeli; e questo ci deve essere il principale e fuori discussione: cioè che tutta la storia della nostra fede vi è brevemente narrata con tale ordine e distinzione, che non dobbiamo cercare oltre, e che nulla vi è posto che non sia provato da salde testimonianze della Scrittura. Conosciuto ciò, sarebbe cosa inutile affaticarsi molto a ricercare l’autore o a disputare con chi non si accorderebbe con noi, se non fossimo così difficili da soddisfare che non ci basti essere istruiti dallo Spirito di Dio nella verità infallibile, se non sappiamo da quale bocca essa sia stata pronunciata o da quale mano sia stata scritta.


2:16:19 - Tutta la salvezza in Cristo: non trasferire altrove neppure una parte

Ora, poiché vediamo che tutta la somma e tutte le parti della nostra salvezza sono comprese in Gesù Cristo, dobbiamo guardarci dal trasferirne altrove la minima porzione che si possa dire. Se cerchiamo salvezza, il solo nome di Gesù ci insegna che essa è in Lui. Se desideriamo i doni dello Spirito Santo, li troveremo nella sua unzione. Se cerchiamo forza, essa è nella sua signoria. Se vogliamo trovare dolcezza e benignità, la sua natività ce la presenta, mediante la quale Egli è stato fatto simile a noi per imparare a essere misericordioso. Se domandiamo redenzione, la sua passione ce la dà. Nella sua condanna abbiamo la nostra assoluzione. Se desideriamo che la maledizione ci sia rimossa, otteniamo questo bene nella sua croce. La soddisfazione l’abbiamo nel suo sacrificio; la purificazione, nel suo sangue; la nostra riconciliazione è stata compiuta mediante la sua discesa agli inferi. La mortificazione della nostra carne è nella sua sepoltura; la novità di vita nella sua risurrezione, nella quale abbiamo anche speranza d’immortalità. Se cerchiamo l’eredità celeste, ci è assicurata dalla sua ascensione. Se cerchiamo aiuto e conforto e abbondanza d’ogni bene, li abbiamo nel suo regno. Se desideriamo attendere il giudizio in sicurezza, abbiamo anche questo bene, in quanto Egli è nostro Giudice. In somma, poiché i tesori di tutti i beni sono in Lui, dobbiamo attingerli di là per esserne saziati, e non altrove. Poiché coloro che, non contenti di Lui, vacillano qua e là in diverse speranze, anche se avessero il loro principale riguardo a Lui, tuttavia non tengono la retta via, in quanto distolgono una parte dei loro pensieri altrove. Benché questa diffidenza non possa entrare nel nostro intelletto quando abbiamo una volta ben conosciuto le sue ricchezze.


Riassunto del capitolo