Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 17
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 2
Capitolo 17 - Che Gesù Cristo ci ha veramente meritato la grazia di Dio e la salvezza
2:17:1 - Il merito di Cristo e la grazia di Dio: nessuna opposizione
Vi è una questione da risolvere alla fine, cioè che alcuni spiriti volubili, smarrendosi nella loro sottigliezza, benché confessino che otteniamo la salvezza per mezzo di Gesù Cristo, tuttavia non possono sopportare il nome di merito, poiché pensano che la grazia di Dio ne sia oscurata. Così vogliono che Gesù Cristo sia stato strumento o ministro della nostra salvezza, non autore, capo e principe, come san Pietro lo chiama (Atti 3:15). Ora confesso bene che, se qualcuno lo volesse semplicemente o in sé stesso opporre al giudizio di Dio, non vi sarebbe luogo ad alcun merito: poiché non si troverà alcuna dignità nell’essere umano che possa obbligare Dio o meritare qualcosa presso di Lui. Anzi, come san Agostino dice molto bene, il nostro Salvatore, in quanto uomo, è una chiarissima testimonianza della predestinazione e della grazia di Dio, poiché la natura umana che è in Lui non ha potuto acquistare con alcun merito precedente di opere o di fede ciò che Egli è. “Mi si risponda”, dice egli, “come abbia potuto meritare di essere assunto dalla Parola coeterna del Padre nell’unità di persona, per essere Figlio unigenito di Dio”. Così la fonte della grazia, dalla quale le parti si diffondono sulle membra secondo la misura di ciascuno, appare nel nostro capo. Per questa grazia ciascuno è fatto cristiano fin dall’inizio della sua fede, come il nostro Salvatore per essa è stato fatto Cristo all’inizio della sua umanità.
Ugualmente, in un altro passo: non vi è esempio né modello più chiaro e più illustre della predestinazione gratuita del nostro Mediatore. Poiché Colui che lo ha fatto uomo giusto dalla discendenza di Davide, per non essere mai ingiusto, e ciò senza alcun merito precedente della sua volontà, fa pure giusti coloro che erano ingiusti, facendoli membra di questo capo. Perciò, parlando del merito di Gesù Cristo, non ne poniamo l’origine in Lui, ma risaliamo al decreto e all’ordinazione di Dio, che ne è la causa, poiché Egli lo ha stabilito Mediatore per pura gratuità, per acquistarci la salvezza. E così è fatto inconsideratamente opporre il merito di Gesù Cristo alla misericordia di Dio. Infatti dobbiamo seguire la regola comune: quando due cose si incontrano ciascuna nel proprio grado, specialmente quando l’una è accessoria dell’altra, non vi è alcuna contraddizione. Perciò nulla impedisce che la giustificazione delle persone sia gratuita per la pura misericordia di Dio, e che il merito di Gesù Cristo, servendo come mezzo subordinato, vi intervenga; ma è alle nostre opere che bisogna opporre sia il favore e la bontà di Dio sia l’obbedienza di Cristo, ciascuna secondo il proprio ordine. Poiché Gesù Cristo non ha potuto meritare nulla se non per il beneplacito di Dio; ma poiché era destinato e ordinato a questo, cioè a placare l’ira di Dio con il suo sacrificio e cancellare le nostre trasgressioni con la sua obbedienza. In breve, poiché il merito di Gesù Cristo dipende e procede dalla sola grazia di Dio, che ha ordinato questo modo di salvezza, esso deve essere a buon diritto opposto a tutte le giustizie umane, così come la causa dalla quale procede.
2:17:2 - L’amore di Dio come fonte, Cristo come mezzo efficace
Questa distinzione può essere confermata da molti passi della Scrittura, come: “Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in Lui non perisca” (Giovanni 3:16). Vediamo che l’amore di Dio è posto per primo, come causa suprema e fonte; poi segue la fede in Gesù Cristo, come causa seconda e più prossima. Se qualcuno replica che Gesù Cristo è soltanto causa formale, cioè che non produce in sé alcun vero effetto, le parole citate non permettono di diminuire così la sua efficacia. Infatti, se siamo reputati giusti per la fede che riposa in Lui, dobbiamo anche cercare in Lui stesso la materia della nostra salvezza, come è provato da molti luoghi assai evidenti, come da san Giovanni: “Non che noi abbiamo amato Dio, ma che Egli ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come propiziazione per i nostri peccati” (1 Giovanni 4:10). Con queste parole egli dimostra chiaramente che Dio ci ha stabilito in Gesù Cristo il mezzo per riconciliarci con Lui, affinché nulla impedisse il suo amore verso di noi. E questo nome di propiziazione o riconciliazione è di grande importanza. Poiché Dio, mentre ci amava, dall’altra parte ci era nemico in modo indicibile, finché non è stato placato in Cristo. A ciò si riferiscono tutte queste affermazioni: che Gesù Cristo è la purificazione dei nostri peccati; che è piaciuto a Dio riconciliare a sé tutte le cose per mezzo di Lui, pacificando ogni contrasto mediante il sangue della sua croce; che Dio era in Cristo riconciliando il mondo con sé, non imputando agli esseri umani i loro peccati; che Egli ci ha resi graditi nel suo Figlio diletto; che Gesù Cristo ha riconciliato Giudei e Gentili con Dio mediante la sua croce (1 Giovanni 2:2; Colossesi 1:20; 2 Corinzi 5:19; Efesini 1:6; Efesini 2:16).
La ragione di questo mistero si può ricavare dal primo capitolo della Lettera agli Efesini, dove san Paolo, dopo aver insegnato che siamo stati eletti in Cristo, aggiunge che abbiamo ottenuto grazia in Lui. Come Dio ha cominciato ad accogliere nel suo amore e favore coloro che aveva amati prima della creazione del mondo, se non perché ha manifestato il suo amore quando è stato riconciliato mediante il sangue del suo Figlio? Poiché, essendo Dio la fonte di ogni giustizia, è necessario che, mentre siamo peccatori, lo abbiamo come nemico e giudice. Perciò la giustizia, quale san Paolo la descrive, è l’inizio del suo amarci: che Colui che era puro da ogni peccato è stato fatto peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in Lui (2 Corinzi 5:21). Con ciò egli significa che, mediante il sacrificio di Gesù Cristo, abbiamo giustizia gratuita per piacere a Dio, essendo altrimenti alienati da Lui per il peccato e per natura figli d’ira. Del resto, questa distinzione è notata ogni volta che la Scrittura congiunge la grazia di Gesù Cristo con l’amore di Dio; da cui segue che il nostro Salvatore ci dispensa ciò che Egli ha acquistato, poiché altrimenti non converrebbe attribuirgli separatamente questa lode, che la grazia è sua e procede da Lui.
2:17:3 - L’obbedienza di Cristo come fondamento del merito
Ora che Gesù Cristo ci abbia acquistato, mediante la sua obbedienza, il favore presso il Padre, e che anzi lo abbia meritato, appare chiaramente e si può senza dubbio ricavare da molte testimonianze della Scrittura. Poiché tengo per fermo questo punto: che se Egli ha soddisfatto per i nostri peccati, se ha sopportato la pena che ci era dovuta, se con la sua obbedienza ha placato l’ira del Padre, infine se, essendo giusto, ha sofferto per i peccatori, Egli ci ha acquistato la salvezza con la sua giustizia; il che equivale a meritare. Ne è testimone san Paolo, quando dice che siamo stati riconciliati mediante la sua morte (Romani 5:11). Se la riconciliazione non ha luogo se non quando vi è stata offesa, odio e separazione, il senso è che Dio, che giustamente ci odiava e ci aveva in disprezzo a causa del peccato, si è riconciliato con noi mediante la morte del suo Figlio per esserci propizio.
Bisogna anche notare la comparazione che pone san Paolo: come siamo stati costituiti peccatori per la trasgressione di un uomo, così siamo restituiti alla giustizia per l’obbedienza di un uomo (Romani 5:19). Il senso è che, come siamo stati separati da Dio per la colpa di Adamo e destinati alla perdizione, così per l’obbedienza di Gesù Cristo siamo stati ricondotti e accolti nell’amore come giusti. Così egli dice anche che il dono è stato dato per cancellare molte trasgressioni, per giustificarci (Romani 5:16).
2:17:4 - Il sangue di Cristo come soddisfazione e purificazione
Quando dunque diciamo che la grazia ci è stata acquistata dal merito di Gesù Cristo, intendiamo che siamo stati purificati dal suo sangue e che la sua morte è stata soddisfazione per cancellare i peccati. Come dice san Giovanni, che il suo sangue ci purifica; e il Salvatore stesso: “Questo è il mio sangue, sparso per la remissione dei peccati” (1 Giovanni 1:7; Luca 22:20).
Se la virtù e l’effetto del sangue sparso è che i nostri peccati non ci siano imputati, ne segue che, mediante questo prezzo, è stata resa soddisfazione al giudizio di Dio. A ciò concorda la parola di Giovanni Battista: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1:29). Egli infatti oppone Gesù Cristo a tutti i sacrifici della Legge, insegnando che tutto ciò che quelle figure avevano mostrato è compiuto in Lui. Ora sappiamo ciò che Mosè ripete spesso: che l’iniquità è riscattata, il peccato cancellato e rimesso mediante le offerte. In breve, le antiche figure dichiarano chiaramente quale sia la virtù ed efficacia della morte di Gesù Cristo. E l’Apostolo, nella Lettera agli Ebrei, spiega propriamente il tutto, affermando come principio che senza spargimento di sangue non vi è remissione (Ebrei 9:22); da cui conclude che Gesù Cristo è apparso con il suo sacrificio per abolire il peccato, e che è stato offerto per togliere i peccati di molti. Poco prima aveva detto che Egli non è entrato nel santuario con sangue di capri o di vitelli, ma con il proprio sangue, per ottenere una redenzione eterna (Ebrei 9:12).
Inoltre, quando argomenta dicendo: se il sangue di una giovenca santifica quanto alla purità della carne, a maggior ragione le coscienze sono purificate dalle opere morte mediante il sangue di Cristo (Ebrei 9:13-14), appare chiaramente che coloro i quali non attribuiscono al sacrificio di Gesù Cristo la virtù di cancellare i peccati, di placare Dio e di soddisfarlo, diminuiscono eccessivamente la grazia che era stata figurata dalle ombre della Legge.
Perciò l’Apostolo aggiunge che Gesù Cristo è Mediatore del nuovo Patto, affinché, mediante la sua morte intervenuta per la redenzione delle trasgressioni commesse sotto il primo Patto, i chiamati ricevano la promessa dell’eredità eterna (Ebrei 9:15).
pure da notare la similitudine posta da san Paolo, che Egli è stato fatto maledizione per noi (Galati 3:13). Sarebbe infatti stato superfluo, anzi assurdo, che Gesù Cristo fosse stato caricato di maledizione, se non per pagare ciò che noi dovevamo e, con ciò, acquistarci giustizia; come attesta Isaia quando dice che il castigo che ci dà pace è stato posto su di Lui e che per le sue piaghe siamo guariti (Isaia 53:5). Se Egli non avesse soddisfatto per i nostri peccati, non si direbbe che ci ha riconciliati con Dio, caricandosi della punizione alla quale eravamo obbligati. A ciò corrisponde quanto segue nel Profeta: “Io l’ho percosso per l’iniquità del mio popolo”, con l’interpretazione data da san Pietro che toglie ogni difficoltà, cioè che Egli ha portato i nostri peccati sul legno (1 Pietro 2:24). Così mostra che il peso della dannazione è stato posto su Gesù Cristo per alleggerirci.
2:17:5 - Riscatto, redenzione e giustificazione in Cristo
Gli Apostoli dichiarano anche apertamente che Gesù Cristo ha pagato il prezzo e il riscatto per liberarci dall’obbligazione della morte, come quando san Paolo dice che siamo giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù, poiché Dio lo ha stabilito come propiziazione, mediante la fede nel suo sangue (Romani 3:24). Con queste parole l’Apostolo magnifica la grazia di Dio, poiché ci ha dato il prezzo della redenzione nella morte del suo Figlio; poi ci esorta a rifugiarci nel sangue sparso, affinché, giustificati in questo modo, possiamo sussistere davanti al giudizio di Dio. Questo è confermato anche dalla parola di san Pietro, che siamo stati riscattati non con argento o oro, ma con il sangue prezioso dell’Agnello senza difetto (1 Pietro 1:18-19). Una tale comparazione non avrebbe senso se questo prezzo del sangue innocente non avesse comportato soddisfazione per i peccati.
Per questa ragione san Paolo dice che siamo stati comprati a caro prezzo (1 Corinzi 6:20). Senza ciò non reggerebbe quanto egli dice altrove, che vi è un solo Mediatore, il quale ha dato sé stesso come riscatto (1 Timoteo 2:5). Poiché, facendo ciò, è necessario che abbia sostenuto la pena che avevamo meritato.
Perciò lo stesso Apostolo, volendo definire che cosa sia la redenzione nel sangue di Cristo, la chiama remissione dei peccati (Colossesi 1:14), come per dire che siamo giustificati e assolti davanti a Dio perché questo sangue risponde come soddisfazione. A ciò è conforme anche l’altro passo, che l’atto accusatorio che ci era contrario è stato cancellato sulla croce (Colossesi 2:14), il che implica che vi è stato un pagamento per liberarci dalla dannazione.
Dobbiamo anche considerare bene le parole di san Paolo: che se fossimo giustificati per le opere della Legge, Cristo sarebbe morto invano (Galati 2:21). Egli intende che dobbiamo cercare in Gesù Cristo ciò che la Legge ci avrebbe dato se fosse stata perfettamente adempiuta; oppure che otteniamo per la grazia di Cristo ciò che Dio aveva promesso alle opere della Legge, cioè: “Chi farà queste cose vivrà per esse” (Levitico 18:5).
Questo è confermato anche nel discorso che egli fece ad Antiochia, come è riportato da san Luca, dove afferma che, credendo in Gesù Cristo, siamo giustificati da tutte le cose dalle quali non potevamo essere giustificati mediante la Legge di Mosè (Atti 13:38). Poiché, se l’osservanza della Legge è tenuta per giustizia, non si può negare che, quando Gesù Cristo, avendo assunto questo compito, ci riconcilia con Dio suo Padre come se fossimo perfetti osservatori della Legge, Egli non ci meriti il favore. A questo stesso fine tende quanto egli dice nella Lettera ai Galati: che Dio, mandando il suo Figlio, lo ha sottoposto alla Legge, affinché riscattasse coloro che erano sotto la Legge (Galati 4:4-5). A che servirebbe infatti questa sottomissione, se Egli non ci avesse acquistato giustizia, obbligandosi a fare e compiere ciò che noi non potevamo, e a pagare là dove noi non avevamo di che pagare?
Da qui deriva l’imputazione della giustizia senza opere, della quale si parla così spesso: cioè che Dio ci accredita come assolti la giustizia che si trova nel nostro Signore Gesù Cristo (Romani 4:5). E in effetti la sua carne è chiamata cibo per nessun’altra ragione se non perché in essa troviamo la sostanza della vita (Giovanni 6:55). Ora questa virtù non procede da altro se non dal fatto che Egli è stato crocifisso come prezzo e compenso di tutto ciò che dovevamo, come san Paolo dice che Egli si è offerto in sacrificio di profumo soave, che ha sofferto per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione (Efesini 5:2; Romani 4:25). Da ciò dobbiamo concludere che non soltanto Gesù Cristo ci è stato dato come salvezza, ma che per amore di Lui il Padre ci è propizio. Non vi è dubbio infatti che ciò che Dio aveva annunciato in figura per mezzo di Isaia sia pienamente compiuto in questo Redentore: “Io lo farò per amor di me stesso e per amor di Davide mio servo” (Isaia 37:35). Di ciò san Giovanni è interprete fedele e sufficiente quando dice che i nostri peccati ci sono rimessi per amore del nome di Gesù Cristo (1 Giovanni 2:12). Anche se il nome di Cristo non è espresso, il senso è chiaro. E in questo stesso senso il Signore afferma: “Come io vivo a causa del Padre, così voi vivrete a causa di me” (Giovanni 6:57). A questo corrisponde anche la parola di san Paolo: “A voi è stato dato, per amore di Cristo, non soltanto di credere in Lui, ma anche di soffrire per Lui” (Filippesi 1:29).
2:17:6 - Cristo non ha meritato per sé, ma interamente per noi
Quanto al domandarsi se Gesù Cristo abbia meritato qualcosa per sé stesso, come fanno il Maestro delle Sentenze e gli scolastici, è una curiosità stolta; e il determinarlo come fanno loro è un’audacia temeraria. Infatti, quale bisogno vi era che il Figlio di Dio discendesse sulla terra per acquistare qualcosa di nuovo per sé, Lui che possedeva ogni cosa? Dio stesso, manifestando il suo consiglio sul perché ha mandato il Figlio, ci toglie ogni scrupolo: Egli non ha cercato il bene e l’utilità del Figlio mediante eventuali suoi meriti, ma, dandolo alla morte, non lo ha risparmiato per il grande amore che portava al mondo (Romani 8:32). Anche queste affermazioni sono degne di nota: “Un bambino ci è nato, un Figlio ci è stato dato”; “Rallegrati, figlia di Sion: ecco, il tuo Re viene a te, giusto” (Isaia 9:6; Zaccaria 9:9). Esse mostrano che Gesù Cristo ha pensato soltanto a noi e al nostro bene. Se Egli avesse cercato il proprio vantaggio, quanto dice san Paolo non avrebbe consistenza, cioè che Gesù Cristo ci ha dato prova del suo amore morendo per i suoi nemici (Romani 5:10), da cui si può ricavare che non ha avuto riguardo a sé stesso. Egli stesso lo dichiara apertamente dicendo: “Io santifico me stesso per loro” (Giovanni 17:19), mostrando che non cerca alcun vantaggio per sé, poiché trasferisce altrove il frutto della sua santità. Ed è un punto degno di particolare attenzione che Gesù Cristo, per consacrarsi interamente alla nostra salvezza, si sia in certo modo dimenticato di sé stesso. I Sorbonisti pervertono il passo di san Paolo applicandolo a questo scopo, cioè che, poiché Gesù Cristo si è umiliato, il Padre lo ha esaltato e gli ha dato un nome sovrano (Filippesi 2:9). Ma con quali meriti avrebbe potuto, in quanto uomo, giungere a tale dignità, di essere giudice del mondo e capo degli Angeli, e di godere del sovrano imperio di Dio, al punto che nessuna creatura, né celeste né terrena, possa avvicinarsi neppure alla millesima parte della sua maestà? Quanto al fatto che essi si soffermino su quella parola “perciò”, la soluzione è facile: san Paolo non disputa lì la causa per la quale Gesù Cristo è stato esaltato, ma mostra soltanto un ordine che deve servirci di esempio, cioè che l’esaltazione è seguita all’umiliazione. In breve, egli non ha voluto dire altro se non ciò che è affermato altrove: che era necessario che Gesù Cristo soffrisse e che per questo mezzo entrasse nella sua gloria (Luca 24:26).
Riassunto di questo capitolo