Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 3

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 2 - Capitolo 3

2:3 - Che la natura dell’uomo, corrotta, non produce nulla che non meriti condanna

2:3:1 – La Scrittura descrive l’uomo come interamente corrotto

Ma l’uomo non può essere conosciuto meglio, quanto all’una e all’altra parte dell’anima, se non quando gli attribuiamo i titoli dei quali è ornato nella Scrittura. Se tutto l’uomo ci è descritto in queste parole del Signore, quando dice che ciò che è nato dalla carne è carne (Giovanni 3:6), come è facile dimostrare, ne segue che egli è una creatura sommamente miserabile. Poiché ogni affezione della carne, come attesta l’Apostolo, è morte, essendo inimicizia contro Dio, in quanto non è sottomessa alla legge di Dio e neppure può esserlo (Romani 8:6-7). Se la carne è tanto perversa che, in tutte le sue affezioni, esercita inimicizia contro Dio; se non può avere alcun accordo con la giustizia divina; in breve, se non può produrre altro che materia di morte: ora, posto che nella natura dell’uomo non vi sia altro che carne, come potremo trarne anche una sola goccia di bene?

Ma qualcuno dirà che questo termine si riferisce soltanto all’uomo sensuale, e non alla parte superiore dell’anima. Rispondo che ciò si può facilmente confutare con le parole di Cristo e dell’Apostolo. L’argomento del Signore è che l’uomo deve essere rigenerato, perché è carne (Giovanni 3:6-7). Egli non vuole che rinasca secondo il corpo. Ora l’anima non sarà detta rinascere se viene corretta solo in qualche parte, ma solo se è rinnovata interamente. Questo è confermato dal confronto che è fatto, tanto lì quanto in san Paolo. Infatti lo spirito è messo in tale opposizione alla carne che non rimane nulla di intermedio: perciò tutto ciò che nell’uomo non è spirituale, secondo questo ragionamento, è carnale. Ora noi non abbiamo una sola goccia di questo spirito se non mediante la rigenerazione. Tutto dunque ciò che abbiamo per natura è carne.

Ma anche se ciò fosse ancora in qualche modo dubbio, san Paolo ce ne dà la soluzione, quando, dopo aver descritto il vecchio uomo, che aveva detto essere corrotto da concupiscenze ingannevoli, comanda che siamo rinnovati nello spirito della nostra mente (Efesini 4:23). Ognuno vede bene che egli non colloca le concupiscenze malvagie soltanto nella parte sensitiva, ma nell’intelletto stesso, e che per questo comanda che esso sia rinnovato. E infatti, poco prima, aveva dato una tale descrizione della natura umana, che da essa si doveva concludere che siamo corrotti e perversi in tutte le nostre parti. Poiché quando dice che gli uomini camminano nella vanità della loro mente, sono ottenebrati nell’intelligenza e alienati dalla vita di Dio a motivo della loro ignoranza e della cecità del loro cuore, non vi è dubbio che ciò si applichi a tutti coloro che Dio non ha ancora riformato alla rettitudine della sua sapienza e della sua giustizia (Efesini 4:17-18). Ciò è ulteriormente dimostrato dal confronto che aggiunge subito dopo, quando ammonisce i fedeli che essi non hanno così imparato Cristo. Da queste parole possiamo concludere che la grazia di Gesù Cristo è l’unico rimedio per liberarci da questa cecità e dai mali che ne conseguono. Ed è ciò che Isaia aveva profetizzato del regno di Cristo, dicendo che mentre le tenebre avrebbero coperto la terra e l’oscurità i popoli, il Signore sarebbe stato luce perpetua per la sua Chiesa (Isaia 60:2). Quando egli testimonia che la luce del Signore risplenderà soltanto nella Chiesa, fuori di essa non rimane altro che tenebre e accecamento.

Non citerò in particolare tutto ciò che è detto della vanità dell’uomo, tanto da Davide quanto da tutti i Profeti. Ma è una grande affermazione quella che abbiamo nel Salmo, che se l’uomo fosse pesato insieme alla vanità, sarebbe trovato più vano della vanità stessa (Salmo 62:9). È una grande condanna del suo intelletto, che tutte le cogitazioni che ne procedono siano derise come stolte, frivole, deliranti e perverse.


2:3:2 – Condanna del cuore e testimonianza universale della Scrittura

Non è una condanna minore quella che cade sul cuore, quando è detto essere pieno di frode e di perversità più di ogni altra cosa (Geremia 17:9). Ma poiché mi sforzo di essere breve, mi accontenterò di un solo passo, che sarà come uno specchio chiarissimo per farci contemplare tutta l’immagine della nostra natura. Quando l’Apostolo vuole abbattere l’arroganza del genere umano, egli usa queste testimonianze: che non vi è nessun giusto, nessuno che abbia intelligenza, nessuno che cerchi Dio; che tutti si sono sviati, tutti sono divenuti inutili; che non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno (Romani 3:10); che la loro gola è un sepolcro aperto, che le loro lingue sono ingannatrici, che sotto le loro labbra c’è veleno di aspide, che la loro bocca è piena di maledizione e di amarezza, che i loro piedi sono veloci a spargere il sangue, che nelle loro vie non c’è che rovina e distruzione, che il timore di Dio non è davanti ai loro occhi (Salmi 14; 53; Isaia 59:7).

Egli scaglia queste parole rigorose non contro alcuni uomini, ma contro tutta la discendenza di Adamo; e non rimprovera i costumi corrotti di una certa età, ma accusa la corruzione perpetua della nostra natura. Infatti la sua intenzione in quel luogo non è semplicemente di riprendere gli uomini affinché si correggano di propria iniziativa, ma piuttosto di insegnare loro che tutti, dal primo all’ultimo, sono avvolti in una tale calamità, dalla quale non possono uscire se non per la misericordia di Dio. Poiché ciò non si sarebbe potuto provare senza mostrare che la nostra natura è caduta in questa rovina, egli adduce queste testimonianze, nelle quali è mostrato che la nostra natura è più che perduta.

Sia dunque risolto questo: che gli uomini non sono quali san Paolo li descrive soltanto per cattiva consuetudine, ma anche per una perversità naturale; altrimenti non potrebbe reggere l’argomento che egli usa, cioè dimostrare che non abbiamo alcuna salvezza se non dalla misericordia di Dio, poiché ogni uomo è in sé stesso perduto e disperato. Non mi curo qui di adattare le testimonianze al proposito di san Paolo, ma prendo queste sentenze come se fossero state pronunciate da lui stesso, e non semplicemente citate dai Profeti.

Egli spoglia anzitutto l’uomo della giustizia, cioè dell’integrità e della purezza; poi dell’intelligenza, dalla cui mancanza segue come segno che tutti gli uomini si sono allontanati da Dio, il cui cercare è il primo grado della sapienza. Seguono poi i frutti dell’infedeltà: che tutti si sono sviati e sono divenuti quasi putridi, così che non vi è neppure uno che faccia il bene. Inoltre egli elenca tutte le malvagità con le quali coloro che si sono abbandonati all’ingiustizia contaminano e infettano le parti del loro corpo. Infine testimonia che tutti gli uomini sono senza timore di Dio, secondo la regola del quale dovremmo regolare tutte le nostre vie.

Se queste sono le ricchezze ereditarie del genere umano, è vano cercare qualche bene nella nostra natura. Confesso che tutte queste malvagità non appaiono in ogni uomo, ma nessuno può negare che ciascuno ne abbia il seme racchiuso in sé. E come un corpo, quando ha già in sé la causa e la materia della malattia, non è detto sano, benché la malattia non si sia ancora manifestata e non vi sia alcun sentimento di dolore, così l’anima non sarà reputata sana, avendo in sé tali impurità, benché il paragone non sia del tutto perfetto. Poiché nel corpo, qualunque vizio vi sia, resta pur sempre una certa forza di vita; ma l’anima, essendo sprofondata in questo abisso di iniquità, non solo è viziosa, ma anche vuota di ogni bene.


2:3:3 – Virtù civili e repressione della corruzione mediante la provvidenza

Si presenta quasi una questione simile a quella già trattata più sopra. Infatti in tutti i secoli vi sono stati alcuni che, guidati dalla natura, hanno aspirato per tutta la loro vita alla virtù; e sebbene si possa trovare molto da ridire sui loro costumi, tuttavia nell’affezione di onestà che hanno avuto hanno mostrato che vi era qualche purezza nella loro natura. Benché spiegheremo più ampiamente quale stima abbiano tali virtù davanti a Dio quando tratteremo del merito delle opere, tuttavia bisogna dire ora quanto è necessario per la materia che abbiamo in mano.

Questi esempi dunque ci ammoniscono che non dobbiamo reputare la natura dell’uomo del tutto viziosa, poiché per la sua inclinazione alcuni non solo hanno compiuto molti atti eccellenti, ma si sono anche comportati onestamente per tutto il corso della loro vita. Ma dobbiamo considerare che, nella corruzione universale di cui abbiamo parlato, la grazia di Dio ha un certo luogo, non per emendare la perversità della natura, ma per reprimerla e trattenerla interiormente. Infatti, se Dio permettesse a tutti gli uomini di seguire le loro cupidigie a briglia sciolta, non vi sarebbe nessuno che non dimostrerebbe per esperienza che tutti i vizi con i quali san Paolo condanna la natura umana sarebbero in lui.

Chi potrà infatti separarsi dal numero degli uomini? Cosa che sarebbe necessario fare se qualcuno volesse esentarsi da ciò che san Paolo dice di tutti: che i loro piedi sono veloci a spargere il sangue, le loro mani macchiate di rapine e omicidi, le loro gole simili a sepolcri aperti, le loro lingue ingannatrici, le loro labbra velenose, le loro opere inutili, inique, putride e mortali; che il loro cuore è senza Dio, che dentro non hanno altro che malizia, che i loro occhi sono pronti ad agguati, i loro cuori elevati all’oltraggio; in breve, tutte le loro parti predisposte al male (Romani 3:10-17).

Se ogni anima è soggetta a tutti questi mostri di vizi, come l’Apostolo afferma arditamente, vediamo che cosa accadrebbe se il Signore lasciasse vagare la cupidigia umana secondo la sua inclinazione. Non vi è bestia furiosa che sia trascinata così disordinatamente; non vi è fiume tanto violento e impetuoso quanto lo sarebbe la sua piena. Queste malattie sono purgate dal Signore nei suoi eletti, nel modo che esporremo; nei reprobi sono soltanto represse come da una briglia, affinché non trabocchino, secondo ciò che Dio conosce essere conveniente per la conservazione del mondo universale.

Da qui deriva che alcuni sono trattenuti dalla vergogna, altri dal timore delle leggi, affinché non si abbandonino a molte malvagità, sebbene in parte non dissimulino le loro cattive concupiscenze. Altri, perché pensano che un modo di vivere onesto sia loro utile, aspirano in qualche modo ad esso. Altri ancora vanno oltre e mostrano una speciale eccellenza per mantenere il popolo nell’obbedienza mediante una certa specie di maestà. In questo modo il Signore, con la sua provvidenza, trattiene la perversità della nostra natura, affinché non esca dai suoi cardini, ma non la purifica interiormente.


2:3:4 – Le virtù dei grandi uomini non provano bontà naturale

Qualcuno potrà dire che ciò non basta a risolvere la questione. Poiché o bisogna rendere Catilina simile a Camillo, oppure avremo in Camillo un esempio che la natura, quando è ben guidata, non è del tutto priva di bontà. Confesso che le virtù che sono state in Camillo sono state doni di Dio, e che potrebbero essere considerate lodevoli se si valutano in sé stesse; ma come si potrà concludere da esse che egli avesse nella sua natura una vera rettitudine? Per dimostrarlo non bisogna forse tornare al cuore, facendo questo ragionamento: se un uomo naturale è stato dotato di una tale integrità di cuore, allora la facoltà di aspirare al bene non manca alla natura umana. Ma che dire se il cuore è stato perverso e obliquo e non ha cercato nulla meno che la rettitudine?

Ora, se concediamo che egli sia stato un uomo naturale, non vi è dubbio che il suo cuore fosse tale. Quale potenza dunque stabiliremo nella natura umana per applicarsi al bene, se nella massima apparenza di integrità che vi si trovi vediamo che essa tende sempre alla corruzione? Perciò, come non si giudicherà virtuoso un uomo i cui vizi siano coperti sotto l’apparenza della virtù, così non attribuiremo alla volontà umana la facoltà di desiderare il bene, mentre è fissata nella sua perversità.

Sebbene questa sia la soluzione più certa e più facile: dire che tali virtù non sono comuni alla natura, ma sono grazie speciali del Signore, che egli distribuisce anche ai malvagi secondo il modo e la misura che gli piace. Per questa ragione, nel nostro linguaggio comune non esitiamo a dire che uno è ben nato e un altro mal nato, uno di buona natura e un altro di cattiva; e tuttavia non cessiamo di includere l’uno e l’altro sotto la condizione universale della corruzione umana, ma indichiamo quale grazia Dio ha dato in particolare all’uno e ha negato all’altro.

Volendo stabilire Saul come re, egli lo formò quasi come un uomo nuovo (1 Samuele 10:6). Ed è per questo che Platone, seguendo la favola di Omero, dice che i figli dei re sono composti di una materia preziosa per essere separati dal volgo, poiché Dio, volendo provvedere al genere umano, dota di virtù singolari coloro che eleva in dignità; e infatti da questa officina sono usciti tutti gli uomini valorosi ed eccellenti celebrati nelle storie. Lo stesso si deve dire di coloro che rimangono in condizione privata.

Ma poiché, quanto più uno è stato eccellente, tanto più è stato spinto dalla sua ambizione, dalla quale tutte le virtù sono macchiate e perdono ogni grazia davanti a Dio, tutto ciò che appare degno di lode agli uomini profani deve essere tenuto come nulla. Inoltre, quando non vi è alcuna affezione di glorificare Dio, viene a mancare il principale di ogni rettitudine. Ora è certo che tutti coloro che non sono rigenerati sono vuoti e privi di tale bene. E non invano è detto da Isaia che lo spirito del timore del Signore riposerà su Gesù Cristo (Isaia 11:3), con ciò significando che tutti coloro che sono estranei a lui sono anche privi di questo timore, che è il principio della sapienza (Salmo 111:10).

Quanto alle virtù che ingannano con una vana apparenza, esse saranno ben lodate nello stato politico e dal comune giudizio degli uomini, ma al tribunale di Dio non varranno un filo d’erba per acquistare giustizia.


2:3:5 – Schiavitù della volontà e necessità del peccato

La volontà dunque, in quanto è legata e tenuta prigioniera nella servitù del peccato, non può in alcun modo muoversi verso il bene, tanto meno applicarsi ad esso. Infatti un tale movimento è l’inizio della nostra conversione a Dio, la quale è attribuita interamente alla grazia dello Spirito Santo dalla Scrittura; come Geremia prega il Signore che lo converta, se vuole che egli sia convertito (Geremia 31:18). Per questa ragione il Profeta, nello stesso capitolo, descrivendo la redenzione spirituale dei fedeli, dice che essi sono stati riscattati dalla mano di uno più forte, indicando con ciò quanto strettamente il peccatore sia legato, quando, abbandonato da Dio, rimane sotto il giogo del diavolo.

Tuttavia la volontà rimane sempre all’uomo, la quale per sua propria inclinazione è portata al peccato, anzi a precipitarsi in esso. Poiché quando l’uomo è caduto in questa necessità, non è stato spogliato della volontà, ma della sana volontà. Perciò san Bernardo non parla male quando dice che il volere è in tutti gli uomini, ma che volere il bene è frutto del rinnovamento, volere il male è del nostro difetto; così che il semplice volere è dell’uomo, il volere il male è della natura corrotta, il volere il bene è della grazia.

Ora, quando dico che la volontà è spogliata della libertà ed è necessariamente trascinata al male, è strano che qualcuno trovi questo modo di parlare insolito, poiché non ha nulla di assurdo ed è stato usato dagli antichi Dottori. Alcuni si offendono perché non sanno distinguere tra necessità e costrizione; ma se li si interrogasse se Dio non è necessariamente buono e se il diavolo non è necessariamente cattivo, che cosa risponderebbero? È certo che la bontà di Dio è così congiunta alla sua divinità che non gli è meno necessario essere buono che essere Dio. E il diavolo, per la sua caduta, si è così alienato da ogni comunicazione di bene che non può fare altro che il male.

Ora, se qualche bestemmiatore mormora che Dio non merita grande lode per la sua bontà, poiché è costretto a conservarla, non sarà facile la risposta? È che ciò avviene per la sua infinita bontà, che non può fare il male, e non per una costrizione violenta. Se dunque ciò non impedisce alla volontà di Dio di essere libera nel fare il bene, sebbene sia necessario che faccia il bene; se il diavolo non cessa di peccare volontariamente, benché non possa fare altro che il male; chi oserà sostenere che il peccato non sia volontario nell’uomo, perché egli è soggetto alla necessità del peccato?

Come sant'Agostino insegna ovunque questa necessità, egli non ha cessato di affermarla, anche quando Celestio calunniava questa dottrina per renderla odiosa. Egli usa dunque queste parole: che per la libertà dell’uomo è avvenuto che egli sia caduto nel peccato; ora la corruzione che ne è seguita ha fatto della libertà una necessità. E tuttavia, ogni volta che entra in questo argomento, dichiara senza difficoltà che vi è in noi una servitù necessaria al peccato.

Dobbiamo dunque osservare questa distinzione: che l’uomo, dopo essere stato corrotto dalla sua caduta, pecca volontariamente e non contro il suo cuore, né per costrizione; che pecca, dico, per una affezione molto inclinata e non per violenza; che pecca per il movimento della propria cupidigia e non costretto da altro; e tuttavia che la sua natura è così perversa che non può essere mossa, spinta o condotta se non al male. Se ciò è vero, è evidente che egli è soggetto alla necessità del peccato.

San Bernardo, concordando con la dottrina di sant'Agostino, parla così: l’uomo solo è libero tra gli animali, e tuttavia, sopravvenuto il peccato, egli subisce una certa forza, ma di volontà, non di natura; in modo che non è privato della libertà che ha per nascita, poiché ciò che è volontario è anche libero. E poco dopo: la volontà, mutata in male dal peccato, in una maniera strana e perversa diventa una necessità; la quale, essendo volontaria, non può scusare la volontà, e la volontà, essendo allettata, non può escludere la necessità, poiché questa necessità è come volontaria. Poi dice che siamo oppressi da un giogo, tuttavia non altro che di servitù volontaria; e perciò, quanto alla servitù siamo miserabili, quanto alla volontà siamo inescusabili, poiché, essendo libera, si è fatta serva del peccato. Infine conclude: l’anima dunque, sotto questa necessità volontaria e questa libertà perniciosa, è tenuta schiava e rimane libera in modo strano e molto cattivo: schiava per la necessità, libera per la volontà; e ciò che è ancora più meraviglioso e più miserabile, è colpevole perché è libera, ed è schiava perché lo è per sua colpa; e così è schiava proprio perché è libera.

Da queste testimonianze si vede che non propongo nulla di nuovo, ma ripeto ciò che già sant'Agostino ha lasciato scritto come consenso comune dei santi Dottori e ciò che è rimasto per quasi mille anni nei chiostri dei monaci. Ora il Maestro delle Sentenze, non avendo saputo distinguere tra costrizione e necessità, ha aperto la porta a questo errore, che è stato una peste mortale per la Chiesa: stimare che l’uomo potesse evitare il peccato perché pecca liberamente.


2:3:6 – Il rimedio della grazia e la nuova creazione

È opportuno considerare ora l’opposto, cioè quale sia il rimedio della grazia mediante il quale la nostra perversità è corretta e guarita. Poiché, aiutandoci, il Signore supplisce a ciò che ci manca; quando apparirà quale sia la sua opera in noi, sarà anche facile comprendere quale sia la nostra povertà. Quando l’Apostolo dice ai Filippesi di avere buona fiducia che colui che ha cominciato in loro una buona opera la porterà a compimento fino al giorno di Gesù Cristo (Filippesi 1:6), non vi è dubbio che per questo inizio della buona opera egli intenda l’origine della loro conversione, quando la loro volontà è stata rivolta a Dio.

Il Signore dunque comincia in noi la sua opera, ispirando nei nostri cuori l’amore, il desiderio e lo studio del bene e della giustizia; o, per parlare più propriamente, inclinando, formando e dirigendo i nostri cuori alla giustizia. Egli porta a compimento la sua opera, confermandoci nella perseveranza. E affinché nessuno cavilli dicendo che il bene è iniziato in noi da Dio solo perché la nostra volontà, troppo debole in sé stessa, è aiutata da lui, lo Spirito Santo dichiara altrove che cosa valga la nostra volontà quando è lasciata a sé stessa: vi darò, dice, un cuore nuovo, creerò in voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne; metterò il mio Spirito in voi e vi farò camminare nei miei comandamenti (Ezechiele 36:26).

Chi ora dirà che soltanto l’infermità della volontà umana è rafforzata affinché aspiri virtuosamente a scegliere il bene, quando vediamo che essa deve essere del tutto riformata e rinnovata? Se la pietra fosse così molle che, maneggiandola, si potesse piegare in qualunque forma, non negherei che il cuore dell’uomo abbia qualche facilità e inclinazione a obbedire a Dio, purché la sua infermità sia rafforzata. Ma se il Signore, con questa similitudine, ha voluto mostrare che è impossibile trarre alcun bene dal nostro cuore se non è reso del tutto altro, non dividiamo tra lui e noi la lode che egli attribuisce a sé stesso.

Se dunque, quando il Signore ci converte al bene, è come se trasformasse una pietra in carne, è certo che tutto ciò che è della nostra propria volontà è abolito e tutto ciò che subentra è di Dio. Dico che la volontà è abolita non in quanto è volontà, poiché nella conversione dell’uomo ciò che appartiene alla prima natura rimane; dico anche che è creata nuova, non per cominciare a essere volontà, ma per essere convertita da cattiva in buona. Dico che tutto ciò avviene interamente per opera di Dio, poiché, come attesta l’Apostolo, non siamo capaci di concepire neppure un solo buon pensiero (2 Corinzi 3:5).

A ciò corrisponde quanto egli dice altrove: che Dio non solo aiuta e sostiene la nostra volontà debole o ne corregge la malizia, ma crea e mette in noi il volere (Filippesi 2:13). Da ciò è facile raccogliere quanto ho detto: che tutto il bene che è nel cuore umano è opera di pura grazia. In questo senso egli afferma altrove che è Dio che opera ogni cosa in tutti (1 Corinzi 12:6). Egli non discute lì del governo universale del mondo, ma sostiene che la lode di tutti i beni che si trovano nei fedeli deve essere riservata a Dio solo. Dicendo “tutte le cose”, egli fa Dio autore della vita spirituale dall’inizio alla fine.

Ciò che aveva espresso prima con altre parole, cioè che i fedeli sono di Dio in Gesù Cristo (1 Corinzi 8:6; Efesini 1:1), dove propone una nuova creazione, per la quale ciò che è della natura comune è abolito. Inoltre fa un confronto tra Gesù Cristo e Adamo, che sviluppa più chiaramente altrove: cioè che siamo opera di Dio, creati in Gesù Cristo per le buone opere, che Dio ha preparato affinché camminiamo in esse (Efesini 2:10). Con questa ragione egli vuole provare che la nostra salvezza è gratuita, poiché la sorgente di tutti i beni è nella seconda creazione, che otteniamo in Gesù Cristo.

Ora, se vi fosse in noi la minima facoltà al mondo, vi sarebbe anche qualche porzione di merito; ma per spogliarci del tutto, egli argomenta che non abbiamo potuto meritare nulla, poiché siamo creati in Gesù Cristo per fare buone opere, che Dio ha preparato. Con ciò egli significa di nuovo che, dal primo movimento fino all’ultima perseveranza, il bene che facciamo è di Dio in tutte le sue parti. Per la stessa ragione il Profeta, dopo aver detto nel Salmo che siamo opera di Dio, affinché nessuno pretenda di fare una divisione, aggiunge subito: Egli ci ha fatti, non siamo noi che ci siamo fatti (Salmo 100:3).

Che egli parli della rigenerazione, che è l’inizio della vita spirituale, è evidente dal contesto, poiché subito dopo segue che siamo suo popolo e il gregge del suo pascolo. Vediamo dunque che non si è accontentato di attribuire semplicemente a Dio la lode della nostra salvezza, ma ci esclude da ogni partecipazione, come se dicesse: per essere gregge di Dio, gli uomini non hanno di che gloriarsi neppure di una sola goccia, poiché tutto è di Dio.


2:3:7 – La grazia precede e opera interamente il bene

Vi saranno forse alcuni che concederanno che la volontà dell’uomo è convertita alla giustizia e alla rettitudine dalla sola virtù di Dio, e che da sé stessa se ne allontana; tuttavia, che una volta preparata essa operi per la sua parte, come scrive sant’Agostino che la grazia precede ogni buona opera e che, nel fare il bene, la volontà è condotta dalla grazia e non la conduce, segue e non precede. Questa sentenza, non contenendo in sé nulla di male, è stata tuttavia distorta in un senso perverso dal Maestro delle Sentenze.

Ora io dico che, tanto nelle parole del Profeta che ho citato quanto in altri luoghi simili, vi sono due cose da notare: che il Signore corregge, o piuttosto abolisce, la nostra volontà perversa, e poi ce ne dà una buona. In quanto dunque la nostra volontà è prevenuta dalla grazia, permetto che sia chiamata come una serva; ma in quanto, essendo riformata, è opera di Dio, ciò non deve essere attribuito all’uomo, come se per la sua volontà egli obbedisse alla grazia preveniente.

Perciò non ha parlato bene san Crisostomo dicendo che la grazia non può nulla senza la volontà, come la volontà non può nulla senza la grazia, come se la volontà stessa non fosse generata e formata dalla grazia, come abbiamo visto per mezzo di san Paolo. Quanto a sant’Agostino, non è stata sua intenzione attribuire alla volontà dell’uomo una parte della lode delle buone opere quando l’ha chiamata serva della grazia, ma egli mirava soltanto a confutare la cattiva dottrina di Pelagio, il quale poneva la prima causa della salvezza nei meriti dell’uomo. Perciò, ciò che era adatto a quel proposito, egli dimostra che la grazia precede ogni merito, lasciando da parte l’altra questione, quale sia il suo effetto permanente in noi, che tratta molto bene altrove.

Infatti, quando egli dice più volte che il Signore previene colui che non vuole, affinché voglia, e assiste colui che vuole, affinché non voglia invano, egli lo fa autore di tutti i beni. Vi sono molte sentenze nei suoi scritti così chiare su questo punto che non hanno bisogno di alcun interprete. Gli uomini, dice, si affaticano a trovare nella nostra volontà qualche bene che sia nostro e non di Dio; ma non so come potranno trovarvelo.

Ancora, nel primo libro contro Pelagio e Celestio, spiegando questa parola del Signore Gesù: Chiunque ha udito dal Padre viene a me (Giovanni 6:45), dice: la volontà dell’uomo è aiutata in tal modo che non solo sappia ciò che deve fare, ma, saputolo, lo faccia. E perciò, quando il Signore insegna non per la lettera della legge, ma per la grazia del suo Spirito, egli insegna in modo tale che non solo ciascuno veda ciò che ha appreso conoscendolo, ma che lo desideri con la volontà e lo compia con l’opera.


2:3:8 – L’origine del bene è solo in Dio

E poiché ora siamo giunti al punto principale della materia, riduciamo la cosa sommariamente e confermiamo la nostra sentenza con testimonianze della Scrittura; poi, affinché nessuno calunni dicendo che sovvertiamo la Scrittura, mostriamo che la verità che sosteniamo è stata insegnata anche da questo santo personaggio, cioè sant’Agostino. Infatti non penso sia opportuno produrre una dopo l’altra tutte le testimonianze che si possono addurre dalla Scrittura per confermare la nostra sentenza, purché scegliamo quelle che possano aprire la via per intendere le altre. D’altra parte ritengo non sia male mostrare chiaramente quale concordanza io abbia con questo santo uomo, al quale la Chiesa a buon diritto rende onore.

Che l’origine del bene non provenga da altrove se non da Dio solo, appare per una ragione certa e facile: poiché la volontà non si trova inclinata al bene se non negli eletti. Ora, la causa dell’elezione deve essere cercata fuori degli uomini; ne segue che nessuno ha di per sé una volontà retta, e che essa gli procede dalla medesima grazia gratuita per la quale siamo stati eletti prima della creazione del mondo.

Vi è un’altra ragione quasi simile. Poiché l’inizio del voler bene e del fare bene procede dalla fede, bisogna sapere da dove provenga la fede stessa. Ora, poiché la Scrittura proclama apertamente che essa è un dono gratuito, ne segue chiaramente che è per pura grazia che cominciamo a volere il bene, noi che di tutto cuore siamo per natura inclinati al male.

Il Signore dunque, quando pone queste due cose nella conversione del suo popolo, cioè che gli toglierà il cuore di pietra e gliene darà uno di carne, testimonia apertamente che tutto ciò che è da noi deve essere abolito per condurci al bene, e che tutto ciò che viene posto al suo posto procede dalla sua grazia. E non lo dice in un solo luogo: poiché abbiamo anche in Geremia: “Darò loro un cuore solo e una sola via, affinché mi temano per tutta la loro vita”; e poco dopo: “Metterò il timore del mio nome nei loro cuori, affinché non si allontanino da me” (Geremia 32:39). Così pure in Ezechiele: “Darò loro un solo cuore e creerò un nuovo spirito nelle loro viscere; toglierò loro il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne” (Ezechiele 11:19).

Egli non potrebbe toglierci più chiaramente ogni lode di ciò che è buono e retto nella nostra volontà per attribuirla a sé, che quando chiama la nostra conversione una creazione di un nuovo spirito e di un nuovo cuore. Da ciò segue sempre che nulla di buono può procedere dalla nostra volontà finché essa non sia riformata; e poi che la riforma, in quanto è buona, è di Dio e non di noi.


2:3:9 – La preghiera dei santi come confessione della grazia

Così vediamo che i santi hanno pregato, come quando Salomone diceva: “Il Signore inclini i nostri cuori a sé, affinché lo temiamo e osserviamo i suoi comandamenti” (1 Re 8:58). Egli mostra la ribellione del nostro cuore, confessando che per natura è ribelle contro Dio e la sua legge, se non viene piegato al contrario.

Lo stesso è detto nel Salmo: “O Dio, inclina il mio cuore ai tuoi statuti” (Salmo 119:36). Poiché bisogna sempre notare l’opposizione che vi è tra la perversità che ci spinge al male e alla ribellione contro Dio, e il mutamento mediante il quale siamo ricondotti al suo servizio.

Ora, quando Davide, sentendo di essere stato per un tempo privato della guida della grazia di Dio, chiede al Signore che crei in lui un cuore puro e rinnovi uno spirito retto nelle sue viscere (Salmo 51:12), non riconosce forse che tutte le parti del suo cuore sono piene di impurità e che il suo spirito è avvolto nella perversità? Inoltre, chiamando “creatura di Dio” la purezza che desidera, attribuisce a Dio tutta la virtù di essa.

Se qualcuno obietta che questa preghiera è segno di un’affezione buona e santa, la risposta è facile: benché Davide fosse già in parte ricondotto sulla buona via, tuttavia egli confronta l’orribile rovina nella quale era caduto, e che aveva sperimentato, con il suo stato precedente. Così, assumendo in sé la condizione di un uomo alienato da Dio, chiede non senza ragione che tutto ciò che Dio dona ai suoi eletti rigenerandoli sia compiuto in lui. E quindi, essendo come un morto, desidera di essere creato di nuovo, per essere trasformato da schiavo di Satana in strumento dello Spirito Santo.

È cosa mirabile il nostro orgoglio. Dio non richiede nulla più strettamente che l’osservanza del suo sabato, cioè che riposiamo da tutte le nostre opere; e non c’è nulla che si ottenga da noi con maggiore difficoltà di questo, cioè che, cessando dalle nostre opere, diamo luogo alle sue.

Se questa follia non ci impedisse, il Signore Gesù avrebbe già dato testimonianza più che sufficiente alle sue grazie, perché non restassero oscure. “Io sono la vite, voi siete i tralci, e il Padre mio è il vignaiolo” (Giovanni 15:1). Come il tralcio non può portare frutto da sé se non rimane nella vite, così neppure voi, se non rimanete in me; poiché senza di me non potete far nulla.

Se non fruttifichiamo da noi più di quanto faccia un tralcio strappato dalla terra e privo di ogni linfa, non bisogna più domandarsi quanto la nostra natura sia adatta a fare il bene. E questa conclusione è indubitabile: senza di lui non possiamo far nulla. Egli non dice che siamo così deboli da non poter bastare, ma riducendoci del tutto a nulla esclude ogni fantasia della minima potenza.

Se, essendo innestati in Cristo, fruttifichiamo come un tralcio di vite che riceve vigore tanto dall’umore della terra quanto dalla rugiada del cielo e dal calore del sole, mi sembra che non ci resti alcuna parte nelle buone opere, se vogliamo conservare a Dio interamente il suo onore. È vano ricorrere a questa sottigliezza: che vi sia nel tralcio una qualche linfa propria che lo faccia fruttificare, e che quindi non tragga tutto dalla terra o dalla radice prima. Poiché Gesù Cristo intende solo questo: che siamo legno secco e sterile e di nessun valore non appena siamo separati da lui, perché non si troverà in noi, separatamente, alcuna facoltà di fare il bene; come dice altrove che ogni pianta che il Padre non ha piantato sarà sradicata (Matteo 15:13).

Perciò l’Apostolo attribuisce a Dio tutta la lode: “È Dio”, dice, “che opera in noi il volere e l’operare” (Filippesi 2:13). La prima parte delle buone opere è la volontà; l’altra è lo sforzo di eseguirle e la capacità di farlo. Dio è autore dell’una e dell’altra. Ne segue dunque che, se l’uomo si attribuisce qualcosa, sia nella volontà sia nell’esecuzione, ruba altrettanto a Dio.

Se fosse detto che Dio aiuta la nostra volontà inferma, ci resterebbe ancora qualcosa; ma quando si dice che egli fa la volontà, si mostra che tutto ciò che è buono proviene da altrove e non da noi. E poiché la buona volontà stessa è rallentata e oppressa dal peso della nostra carne, egli dice di conseguenza che per vincere ogni difficoltà il Signore ci dona anche la costanza e la virtù di eseguire.

E infatti ciò che insegna altrove non può essere vero in altro modo: che vi è un solo Dio che opera tutte le cose in tutti (1 Corinzi 12:6), dove abbiamo già mostrato che è compreso tutto il corso della vita spirituale.

Per questa ragione Davide, dopo aver pregato Dio di mostrargli le sue vie affinché cammini nella sua verità, aggiunge subito: “Unisci il mio cuore a temere il tuo nome” (Salmo 86:11). Con ciò significa che anche coloro che sono ben disposti sono soggetti a tante dispersioni e distrazioni, che presto si dissolverebbero come acqua se non fossero rafforzati nella costanza.

Seguendo ciò, in un altro passo, dopo aver pregato Dio di guidare i suoi passi, aggiunge che gli sia data anche la forza per combattere: “L’iniquità non domini su di me” (Salmo 119:133). In questo modo dunque Dio inizia e porta a compimento la buona opera in noi: cioè che per la sua grazia la volontà è stimolata ad amare il bene, inclinata a desiderarlo e mossa a cercarlo e a dedicarsi ad esso; inoltre che questo amore, desiderio e impegno non vengano meno, ma durino fino al loro effetto; infine che l’uomo persegua il bene e perseveri in esso fino alla fine.


2:3:10 – L’efficacia irresistibile della grazia

Egli muove la nostra volontà non come per lungo tempo si è immaginato e insegnato, cioè in modo che resti poi alla nostra scelta obbedire al suo movimento o resistervi, ma la muove con tale efficacia che essa deve seguirlo. Perciò ciò che si legge spesso in Crisostomo non deve essere accolto: che Dio non attira se non coloro che vogliono essere attirati. Con ciò egli intende che Dio, porgendoci la mano, attende se ci piacerà avvalerci del suo aiuto.

Concediamo pure che, quando l’uomo era ancora integro, la sua condizione fosse tale da potersi inclinare da una parte o dall’altra; ma poiché Adamo ha mostrato con il suo esempio quanto sia povero e miserabile il libero arbitrio, se Dio non vuole e non può tutto in noi, quale vantaggio avremo se egli ci dispensa la sua grazia in tal modo?

Poiché, invece, egli riversa su di noi la pienezza della sua grazia, noi gli togliamo la lode con la nostra ingratitudine. Infatti l’Apostolo non insegna soltanto che la grazia del buon volere ci è offerta, se vogliamo accoglierla, ma che Dio fa e forma in noi il volere; il che non è altro che dire che Dio, per mezzo del suo Spirito, dirige, piega e governa il nostro cuore, e vi regna come in suo possesso.

E per Ezechiele egli non promette soltanto di dare un cuore nuovo ai suoi eletti affinché possano camminare nei suoi precetti, ma affinché vi camminino effettivamente (Ezechiele 11:19; 36:27). Né si può intendere diversamente questa parola di Cristo: “Chiunque ha udito dal Padre viene a me” (Giovanni 6:45), se non nel senso che la grazia di Dio è di per sé efficace nel compiere e mettere in atto la sua opera, come sostiene sant’Agostino.

Questa grazia Dio non la dispensa a tutti indistintamente, come dice il proverbio comune, che non è negata a nessuno che faccia ciò che è in suo potere. Certamente bisogna insegnare che la bontà di Dio è offerta a tutti coloro che la cercano, senza eccezione; ma poiché nessuno comincia a cercarla se non dopo essere stato ispirato dal cielo, non bisogna in questo punto diminuire in alcun modo la grazia di Dio.

Questo privilegio appartiene soltanto agli eletti: che, essendo rigenerati dallo Spirito di Dio, siano da lui guidati e governati. Perciò sant’Agostino non deride meno coloro che si vantano di desiderare in parte il bene da sé stessi, di quanto riprende coloro che pensano che la grazia sia data indistintamente a tutti, poiché essa è testimonianza dell’elezione gratuita di Dio.

“La natura”, dice, “è comune a tutti, non così la grazia”. E dice che coloro che estendono così generalmente a tutti ciò che Dio concede solo secondo il suo beneplacito, hanno una sottigliezza brillante e fragile come il vetro.

Ancora: “Come sei venuto a Cristo? Credendo. Ora bada che, se ti vanti di aver trovato tu stesso la via giusta, tu non perisca e ne sia escluso. Se dici di essere venuto per il tuo libero arbitrio e per la tua propria volontà, di che ti insuperbisci? Vuoi sapere che anche questo ti è stato dato? Ascolta colui che ci chiama: Nessuno viene a me se il Padre mio non lo attira” (Giovanni 6:44).

E in effetti è facile concludere dalle parole di san Giovanni che i cuori dei fedeli sono governati dall’alto con tale efficacia che seguono con un’affezione che non può oscillare qua e là, ma è ferma nell’obbedienza. “Chi è nato da Dio”, dice, “non può peccare, perché il seme di Dio dimora in lui” (1 Giovanni 3:9). Vediamo dunque escluso quel movimento privo di efficacia che immaginano i sofisti, cioè che Dio offra soltanto la sua grazia affinché ciascuno la accetti o la rifiuti a suo piacere. Questa fantasia, che non è né carne né pesce, è esclusa quando si dice che Dio ci fa perseverare in modo tale da essere fuori dal pericolo di deviare.


2:3:11 – La perseveranza come dono gratuito

Non si doveva neppure dubitare che la perseveranza debba essere stimata dono gratuito di Dio; tuttavia vi è un’opinione falsa, profondamente radicata nei cuori degli uomini, secondo cui essa è dispensata a ciascuno secondo il suo merito, cioè in quanto egli si mostra non ingrato verso la prima grazia. Ma poiché questa opinione nasce dall’idea che fosse in nostro potere rifiutare o accettare la grazia di Dio quando ci viene offerta, è facile confutarla, poiché tale presupposto è già stato dimostrato falso, sebbene qui vi sia un duplice errore.

Infatti, oltre a dire che, usando bene della prima grazia di Dio, meritiamo che egli ci ricompensi con altre grazie successive, essi aggiungono anche che non è la sola grazia di Dio a operare in noi, ma che essa coopera soltanto. Quanto al primo punto, bisogna stabilire che il Signore Dio, moltiplicando le sue grazie nei suoi servitori e conferendone ogni giorno di nuove, poiché l’opera che ha già iniziato in loro gli è gradita, trova in essi motivo e occasione per arricchirli e accrescerli in tal modo.

A ciò devono essere riferite le seguenti parole: “A chi ha sarà dato”; e ancora: “Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ti costituirò sopra il molto” (Matteo 25:21, 23, 29; Luca 19:17, 26). Ma qui dobbiamo guardarci da due vizi: primo, di non attribuire all’uomo un buon uso della grazia di Dio come se fosse reso efficace dalla sua industria; secondo, di non dire che le grazie conferite all’uomo fedele siano date come ricompensa del buon uso della prima grazia, come se tutto non provenisse dalla gratuita bontà di Dio.

Confesso dunque che i fedeli devono attendersi questa benedizione: che quanto meglio useranno delle grazie di Dio, tanto più altre nuove e maggiori saranno loro quotidianamente aggiunte. Ma affermo dall’altra parte che questo buon uso è da Dio, e che questa ricompensa procede dalla sua benevolenza gratuita.

Gli scolastici hanno spesso sulla bocca la distinzione di grazia operante e cooperante, ma ne abusano per sovvertire tutto. Sant’Agostino ne fece buon uso, ma con una spiegazione corretta: che Dio porta a compimento cooperando ciò che ha iniziato operando, cioè che applica ciò che ci ha già dato per operare insieme con ciò che vi aggiunge; ed è una medesima grazia, che prende nome diverso secondo il diverso modo del suo effetto.

Da ciò segue che non vi è alcuna divisione tra Dio e noi, come se vi fosse una cooperazione reciproca tra il movimento di Dio e un altro che fosse nostro, ma solo che si mostra come la grazia cresca. A questo si riferisce quanto abbiamo già detto: che la buona volontà precede molti doni di Dio, ma che essa stessa è del loro numero. Ne segue che nulla può esserle attribuito come proprio.

Questo san Paolo lo ha dichiarato espressamente: poiché, dopo aver detto che è Dio che opera in noi il volere e l’operare (Filippesi 2:13), aggiunge subito che egli opera l’uno e l’altro secondo il suo beneplacito, indicando con questa parola la sua benevolenza gratuita.

Quanto a ciò che essi dicono, che dopo aver dato luogo alla prima grazia cooperiamo con Dio, rispondo: se intendono che, dopo essere stati ricondotti dalla virtù di Dio all’obbedienza della giustizia, seguiamo volontariamente la guida della sua grazia, lo concedo. Poiché è certissimo che là dove regna la grazia di Dio vi è una pronta disposizione a obbedire. Ma da dove viene ciò, se non dal fatto che lo Spirito di Dio, essendo conforme a sé stesso, nutre e rafforza in noi l’affezione all’obbedienza che ha generato fin dal principio? Se invece vogliono dire che l’uomo possiede da sé stesso questa cooperazione con la grazia di Dio, affermo che è un errore pestilenziale.


2:3:12 – Il vero senso di “ho lavorato più di tutti”

Essi abusano falsamente a questo proposito delle parole dell’Apostolo: “Ho lavorato più di tutti gli altri; non io però, ma la grazia di Dio con me” (1 Corinzi 15:10). Poiché, dicono, sarebbe sembrato parlare con troppa arroganza nel preferirsi a tutti gli altri, egli tempera l’affermazione attribuendo la lode alla grazia di Dio, ma in modo tale da dirsi compagno di Dio nell’operare.

È sorprendente che tanti uomini, peraltro non cattivi, siano inciampati in questo filo d’erba. Infatti san Paolo non dice che la grazia di Dio abbia operato con lui come sua compagna, ma piuttosto attribuisce a essa tutta la lode dell’opera: “Non sono io”, dice, “che ho lavorato, ma la grazia di Dio che era con me”. L’errore è nato dal fermarsi alla traduzione comune, che è ambigua; ma il testo greco di san Paolo è così chiaro che non vi è alcun dubbio. Se lo si traduce fedelmente, egli non intende dire che la grazia di Dio abbia cooperato con lui, ma che, assistendolo, essa ha fatto tutto.

Questo sant’Agostino lo spiega pienamente e in poche parole, quando dice che la buona volontà che è nell’uomo precede molti doni di Dio, ma non tutti, poiché essa stessa ne fa parte. Subito dopo ne dà la ragione: poiché sta scritto, dice, “La misericordia di Dio mi previene e mi segue” (Salmo 69:11; Salmo 23:6), cioè che egli previene colui che non vuole affinché voglia, e segue colui che vuole affinché non voglia invano.

A ciò si accorda san Bernardo, introducendo la Chiesa con queste parole: “O Dio, attirami anche con forza e contro la mia volontà per rendermi volontario; attirami mentre sono pigro, per rendermi pronto a correre”.


2:3:13 – Testimonianza esplicita di sant’Agostino

Ascoltiamo ora sant’Agostino, affinché i pelagiani del nostro tempo, cioè i sofisti della Sorbona, non ci rimproverino, come sono soliti fare, che tutti i dottori antichi siano contro di noi. In ciò essi seguono il loro padre Pelagio, il quale molestò sant’Agostino con la medesima calunnia.

Egli tratta diffusamente questa materia nel libro intitolato De correptione et gratia, dal quale citerò brevemente alcuni passi, usando le sue stesse parole. Dice che la grazia di perseverare nel bene fu data ad Adamo, se egli avesse voluto usarne; che a noi è data affinché vogliamo, e che, volendo, vinciamo le concupiscenze. Così Adamo ebbe il potere, se avesse voluto; ma non ebbe il volere affinché potesse; mentre a noi sono dati tanto il volere quanto il potere.

Dice che la prima libertà consisteva nel poter non peccare; quella che abbiamo ora è molto maggiore: non poter peccare. I sorbonisti spiegano questo della perfezione che vi sarà nella vita futura, ma è una derisione, poiché sant’Agostino si spiega subito dopo dicendo che la volontà dei fedeli è così condotta dallo Spirito Santo che essi possono fare il bene perché lo vogliono, e lo vogliono perché Dio crea in loro il volere (2 Corinzi 12:9).

Infatti, dice, se in una così grande debolezza, nella quale tuttavia, per prevenire e reprimere l’orgoglio, è necessario che la virtù di Dio si compia, la volontà fosse lasciata a sé stessa, in modo che potesse fare il bene con l’aiuto di Dio se così le piacesse, e Dio non le desse il volere, in mezzo a tante tentazioni la volontà, essendo inferma, soccomberebbe e così non potrebbe perseverare.

Dio dunque è venuto in aiuto all’infermità della volontà umana, dirigendola in modo che non possa deviare qua e là, e governandola in modo che non possa allontanarsi. Così, benché sia inferma, non può fallire.

Subito dopo egli tratta come sia necessario che i nostri cuori seguano il movimento di Dio quando egli li attira, dicendo che Dio attira gli uomini secondo la loro volontà e non per costrizione, ma che questa volontà è quella che egli ha formato in loro.

Abbiamo ora il punto principale che discutiamo, approvato dalla bocca di sant’Agostino: che la grazia non è semplicemente presentata da Dio per essere rifiutata o accettata a piacere dell’uomo, ma che essa sola inclina i nostri cuori a seguire il suo movimento e produce in essi tanto la scelta quanto la volontà; sicché tutte le buone opere che seguono sono frutti di essa, e non è ricevuta da alcun uomo vivente se non in quanto essa ha formato il suo cuore all’obbedienza. Per questo il medesimo dottore dice altrove che non vi è se non la grazia di Dio che compie ogni buona opera in noi.


2:3:14 – La volontà trasformata e la grazia riservata agli eletti

Quanto a ciò che egli dice in qualche luogo, che la volontà non è distrutta dalla grazia ma da cattiva è mutata in buona, e dopo essere stata resa buona è aiutata, con ciò egli intende soltanto che l’uomo non è trascinato da Dio come una pietra, senza alcun movimento del cuore, come per una forza esterna, ma che è così toccato da obbedire di buon grado.

Inoltre egli afferma che la grazia è data specialmente agli eletti ed è dono gratuito, scrivendo a Bonifacio in questo modo: “Sappiamo che la grazia di Dio non è data a tutti gli uomini; e che quando è data ad alcuni non lo è secondo i meriti, né delle opere né della volontà, ma secondo la gratuita bontà di Dio; e quando è negata, lo è per il giusto giudizio di Dio”.

Nella stessa epistola egli condanna fermamente l’opinione di coloro che stimano che la grazia seconda sia ricompensa dei meriti degli uomini, in quanto, non avendo respinto la prima, si sarebbero resi degni della successiva. Poiché egli vuole che Pelagio confessi che la grazia ci è necessaria per ogni singola opera, e che non è resa ai nostri meriti, affinché sia riconosciuta come pura grazia.

Ma non si può risolvere questa questione più sommariamente di quanto egli faccia nel libro De correptione et gratia, capitolo ottavo, dove insegna: primo, che la volontà umana non ottiene la grazia per la sua libertà, ma ottiene la libertà per la grazia di Dio; secondo, che per mezzo di essa è conformata al bene, per amarlo e perseverarvi; terzo, che è fortificata da una virtù invincibile per resistere al male; quarto, che essendo governata da essa non viene mai meno, mentre, se è abbandonata, subito cade; inoltre, che per la misericordia gratuita di Dio la volontà è convertita al bene e, una volta convertita, vi persevera; e infine, che quando la volontà dell’uomo è condotta al bene e poi confermata in esso, ciò proviene dalla sola volontà di Dio e non da alcun merito.

In questo modo all’uomo non rimane altro libero arbitrio se non quello che egli descrive altrove: cioè che non può convertirsi a Dio né perseverare in Dio se non per la sua grazia, e che tutto ciò che può, lo può per mezzo di essa.


Riassunto