Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 5
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 2
Cap. 5 - Quanto siano di nullo valore le obiezioni addotte per difendere il libero arbitrio
2:5:1 – Obiezione su necessità e volontarietà del peccato: risposta
Avremmo parlato abbastanza della servitù dell’anima umana, se non fosse che coloro che cercano di sedurla con una falsa opinione di libertà hanno, al contrario, le loro ragioni per impugnare la nostra affermazione. Anzitutto, essi ammucchiano alcune assurdità per renderla odiosa, come se ripugnasse al senso comune delle persone; poi si servono di testimonianze della Scrittura per confutarla. Secondo quest’ordine risponderemo loro.
Essi argomentano dunque così: che se il peccato è di necessità, non è più peccato; se è volontario, allora lo si può evitare. Questo era il bastone che Pelagio aveva per combattere sant’Agostino; e tuttavia non vogliamo, per questo, negare udienza al loro ragionamento, finché non l’avremo confutato.
Io nego dunque che il peccato smetta di essere imputato come peccato perché è necessario. Nego, d’altra parte, che ne consegua che si possa evitare il peccato, se è volontario. Poiché se qualcuno vuole servirsi di questo pretesto per contestare Dio, come se fosse un buon sotterfugio dire che non ha potuto fare altrimenti, riceverà subito la risposta che abbiamo già dato: che se le persone, asservite al peccato, non possono voler altro che il male, ciò non proviene dalla loro prima creazione, ma dalla corruzione sopravvenuta.
Da dove viene la debolezza dietro la quale i malvagi vorrebbero volentieri nascondersi, se non dal fatto che Adamo, di sua spontanea volontà, si è assoggettato alla tirannia del diavolo? Ecco dunque da dove viene la perversità che ci tiene tutti stretti nei suoi legami: il primo uomo si è ribellato al suo Creatore. Se tutti sono a buon diritto ritenuti colpevoli di tale ribellione, non pensino di scusarsi sotto pretesto di necessità, nella quale si vede una causa evidentissima della loro condanna.
Questo l’ho esposto sopra, e ho addotto l’esempio dei diavoli, dal quale risulta che coloro che peccano per necessità non cessano per questo di peccare volontariamente; come, al contrario, benché i santi angeli abbiano una volontà indeclinabile verso il bene, essa non cessa tuttavia di essere volontà. Questo sant’Bernardo lo ha prudentemente considerato, dicendo che siamo tanto più miserabili perché la necessità è volontaria, e tuttavia ci tiene stretti sotto il suo giogo, così che siamo schiavi del peccato.
L’altra parte del loro argomento non è valida, in quanto pretendono che tutto ciò che si fa volontariamente sia fatto in piena libertà. Poiché sopra abbiamo dimostrato che molte cose si fanno volontariamente, delle quali l’elezione non è libera.
2:5:2 – Obiezione su premi e pene: risposta, e la dottrina di Agostino
Dicono poi che, se i vizi e le virtù non procedono da libera elezione, non è conveniente che la persona sia ricompensata o punita. Benché questo argomento sia preso da Aristotele, tuttavia confesso che san Crisostomo e san Girolamo se ne servono in qualche luogo. E Girolamo non nasconde di essere stato anche ben familiare ai pelagiani, dei quali riferisce queste parole: che se la grazia di Dio opera in noi, essa sarà ricompensata, e non noi, che non lavoriamo affatto.
Quanto alle punizioni che Dio infligge per le malefatte, rispondo che ci sono giustamente dovute, poiché la colpa del peccato risiede in noi. Infatti non importa se pecchiamo con un giudizio libero o servile, purché ciò avvenga per cupidigia volontaria; soprattutto poiché la persona è convinta d’essere peccatrice, in quanto è sotto la servitù del peccato.
Quanto poi alla ricompensa del fare il bene, quale assurdità vi è se confessiamo che ci è data più per la benignità di Dio che resa per i nostri meriti? Quante volte è ripetuta in sant’Agostino questa sentenza: che Dio non corona in noi i nostri meriti, ma i suoi doni; e che la ricompensa che riceviamo non è chiamata così perché sia dovuta ai nostri meriti, ma perché è retribuita alle grazie che ci erano state conferite in precedenza!
Essi ragionano bene nel pensare che i meriti non abbiano più luogo se le buone opere non procedono dalla propria virtù della persona. Ma trovare ciò così strano è una derisione. Sant’Agostino infatti non esita a insegnare come articolo certo ciò che essi trovano tanto fuori di ragione, come quando dice: «Quali sono i meriti di tutte le persone? Quando Gesù Cristo viene, non con una ricompensa dovuta, ma con la sua grazia gratuita, le trova tutte peccatrici; lui solo libero da peccati, e libera gli altri». Parimenti: «Se ti viene reso ciò che ti è dovuto, devi essere punito; ma che cosa accade? Dio non ti rende la pena che ti era dovuta, ma ti dona la grazia che non ti apparteneva. Se vuoi escluderti dalla grazia di Dio, vantati dei tuoi meriti». E ancora: «Tu non sei nulla da te; i peccati sono tuoi, i meriti sono di Dio. Devi essere punito; e quando Dio ti darà la ricompensa della vita, coronerà i suoi doni, non i tuoi meriti».
A questo stesso proposito insegna altrove che la grazia non viene dal merito, ma che il merito viene dalla grazia. E subito dopo conclude che Dio precede ogni merito con i suoi doni, affinché gli altri meriti seguano; e che dà gratuitamente tutto ciò che dà, poiché non trova alcuna causa di salvare.
Ma è cosa superflua farne un racconto più lungo, poiché i suoi libri sono pieni di tali sentenze. Tuttavia l’Apostolo li libererà ancora da questa folle fantasia, se vorranno ascoltare da quale principio egli deduce la nostra beatitudine e la gloria eterna che attendiamo. «Coloro che Dio ha eletti», dice, «li ha chiamati; coloro che ha chiamati, li ha giustificati; coloro che ha giustificati, li ha glorificati». Perché dunque sono coronati i fedeli (Romani 8:29; 2 Timoteo 4:8)? Certamente, secondo l’Apostolo, perché per la misericordia del Signore, e non per la loro industria, sono stati eletti, chiamati e giustificati.
Sia dunque tolta questa folle paura: che non vi sarà più alcun merito se non si sostiene il libero arbitrio. Poiché è una derisione sottrarsi a ciò a cui la Scrittura ci conduce. «Se hai ricevuto ogni cosa», dice san Paolo, «perché ti glori come se non l’avessi ricevuta?» (1 Corinzi 4:7). Vediamo che egli toglie ogni virtù al libero arbitrio per distruggere ogni merito; e tuttavia, poiché Dio è ricco e liberale nel fare il bene e la sua liberalità non si esaurisce mai, egli ricompensa le grazie che ci ha conferito come se fossero virtù provenienti da noi, perché, dandole in noi, le ha rese nostre.
2:5:3 – Obiezione: stessa natura, tutti buoni o tutti malvagi; e risposta sulla perseveranza
Essi adducono poi un’obiezione che sembra presa da san Crisostomo: che, se non fosse in nostro potere scegliere il bene e il male, bisognerebbe che tutte le persone fossero buone, o tutte malvagie, poiché hanno una medesima natura. A ciò si accorda quanto dice colui che ha scritto il libro intitolato Della vocazione delle genti, attribuito a sant’Ambrogio: che nessuno mai devierebbe dalla fede, se non perché la grazia di Dio lascia la volontà umana mutevole.
Mi meraviglio come personaggi così grandi si siano ingannati. Come mai Crisostomo non ha ritenuto che è l’elezione di Dio che distingue così tra le persone? Certo, non dobbiamo vergognarci di confessare ciò che san Paolo afferma con tanta certezza: che tutti sono perversi e dediti alla malizia (Romani 3:10). Ma aggiungiamo insieme con lui che la misericordia di Dio soccorre alcuni, affinché non tutti restino nella perversità.
Poiché dunque, naturalmente, siamo colpiti dalla medesima malattia, non vi sono guariti se non quelli ai quali piace a Dio di porvi rimedio. Gli altri, che egli abbandona per il suo giusto giudizio, rimangono nella loro putredine fino a che siano consumati; e non procede da altro il fatto che gli uni perseverino fino alla fine e gli altri vengano meno a metà cammino. In effetti, la perseveranza è un dono di Dio, che egli non distribuisce a tutti indistintamente, ma a chi gli piace.
Se si domanda la ragione di questa differenza, perché gli uni perseverino costantemente e gli altri siano così mutevoli, non se ne troverà altra se non che i primi sono sostenuti dalla potenza di Dio affinché non periscano; i secondi non hanno la stessa forza, poiché egli vuole mostrare in essi un esempio dell’incostanza umana.
2:5:4 – Obiezione: esortazioni inutili; risposta con Agostino, Cristo e gli Apostoli
Essi argomentano così: che tutte le esortazioni sarebbero vane, che non vi sarebbe alcuna utilità nelle ammonizioni, che le riprensioni sarebbero ridicole, se non fosse in potere del peccatore ubbidire. Poiché in passato si obiettavano queste cose a sant’Agostino, egli fu costretto a pubblicare il libro intitolato Della correzione e della grazia, nel quale, pur rispondendo ampiamente a tutto, riduce la questione a questa somma: «O persona, riconosci in ciò che ti è comandato ciò che devi fare; in ciò per cui sei ripresa perché non l’hai fatto, riconosci che ti manca la forza a causa del tuo vizio; nel pregare Dio, riconosci da chi devi ricevere ciò di cui hai bisogno».
Il libro che intitolò Dello spirito e della lettera conduce quasi allo stesso fine: cioè che Dio non ha misurato i suoi comandamenti secondo le forze umane, ma, dopo aver comandato ciò che è giusto, dona gratuitamente ai suoi eletti la facoltà di poterlo compiere. Di questo non è necessario discutere a lungo.
Anzitutto, non siamo soli a sostenere questa causa: lo fanno Cristo e tutti i suoi Apostoli. I nostri avversari considerino dunque come verranno a capo, intraprendendo questa battaglia contro tali parti. Benché Cristo abbia dichiarato che senza di lui non possiamo far nulla (Giovanni 15:5), tuttavia non cessa per questo di riprendere coloro che fanno il male senza di lui, e non cessa di esortare ciascuno alle buone opere.
Quanto aspramente san Paolo riprende i Corinzi perché non vivevano caritatevolmente (1 Corinzi 3:3), e tuttavia poi prega Dio di renderli caritatevoli! Egli attesta ai Romani che la giustizia non dipende dal volere né dal correre della persona, ma dalla misericordia di Dio (Romani 9:16), e tuttavia poi non cessa di ammonire, esortare e correggere.
Perché dunque non ammoniscono il Signore di non sprecare fatica, chiedendo alle persone senza ragione ciò che solo lui può dare, e riprendendole di ciò che commettono per il solo difetto della sua grazia? Perché non rimproverano san Paolo, dicendogli che dovrebbe risparmiare coloro che non hanno in mano loro né il volere il bene né il compierlo, se non per la misericordia di Dio, che viene meno quando essi cadono? Ma tutte queste follie non hanno luogo, poiché la dottrina di Dio è fondata su ottima ragione, purché sia ben considerata.
È vero che san Paolo mostra che la dottrina, l’esortazione e la riprensione non giovano molto da sé a cambiare il cuore della persona, quando dice che chi pianta non è nulla e chi irriga non è nulla, ma che tutta l’efficacia appartiene al Signore che dà la crescita (1 Corinzi 3:7). Vediamo anche come Mosè confermi strettamente i precetti della Legge e come i profeti insistano ardentemente e minaccino i trasgressori; e tuttavia, per questo, non cessano di confessare che le persone cominciano a intendere bene quando viene loro dato un cuore per comprendere; che è proprio di Dio circoncidere i cuori e convertirli da pietra in carne; che è lui a scrivere la sua Legge nelle nostre viscere; in breve, che è lui che, rinnovando le nostre anime, dà efficacia alla sua dottrina.
2:5:5 – Utilità delle esortazioni per reprobi e fedeli; doppia opera di Dio: Spirito e Parola
«A che servono dunque le esortazioni?» dirà qualcuno. Rispondo che, se sono disprezzate da un cuore ostinato, gli serviranno come testimonianza per convincerlo quando si arriverà al giudizio di Dio. E persino nella vita presente la cattiva coscienza ne è toccata e premuta; poiché, benché se ne faccia beffe, non può confutarle.
Se si obietta: «Che farà dunque il povero peccatore, poiché gli è negata la prontezza di cuore richiesta per ubbidire?», rispondo: come potrà tergiversare, dal momento che non può imputare la durezza del proprio cuore se non a sé stesso? Perciò i malvagi, benché desidererebbero, se potessero, mettere in gioco e in derisione i precetti e gli avvertimenti di Dio, sono confusi, lo vogliano o no, dalla potenza di essi.
Ma la principale utilità deve essere considerata nei fedeli: nei quali, sebbene il Signore faccia ogni cosa per mezzo del suo Spirito, tuttavia egli si serve dello strumento della sua Parola per compiere la sua opera in loro, e se ne serve efficacemente. Quando dunque sia risolto, come deve essere, che tutta la forza dei giusti è posta nella grazia di Dio, secondo quanto dice il profeta: «Darò loro un cuore nuovo perché camminino nei miei comandamenti» (Ezechiele 11:19-20); se qualcuno domanda perché li si ammonisce del loro dovere e perché non li si lascia alla guida dello Spirito Santo; perché li si sprona con esortazioni, poiché non possono affrettarsi più di quanto lo Spirito li inciti; perché li si corregge quando sono caduti, poiché necessariamente inciampano per l’infermità della loro carne; dobbiamo rispondere: «O persona, chi sei tu per imporre legge a Dio?»
Se egli vuole prepararci con l’esortazione a ricevere la grazia di ubbidire alla sua esortazione, che cosa hai da criticare o mordere in quest’ordine e modo? Se le esortazioni non servissero ad altro tra i fedeli se non a convincerli di peccato, non dovrebbero neppure per questo essere giudicate inutili. Ora invece, poiché giovano grandemente ad accendere il cuore nell’amore della giustizia e, al contrario, nell’odio e nel disgusto del peccato, mentre lo Spirito Santo opera dentro quando usa questo strumento esteriore per la salvezza della persona, chi oserà respingerle come superflue?
Se qualcuno desidera una risposta più chiara, gliela darò brevemente: Dio opera in noi in due modi, interiormente per mezzo del suo Spirito, esteriormente per mezzo della sua Parola. Per mezzo del suo Spirito, illuminando gli intelletti e formando i cuori all’amore della giustizia e dell’innocenza, rigenera la persona come nuova creatura; per mezzo della sua Parola, la muove e la incita a desiderare e cercare questa rinnovazione. Nell’una e nell’altra cosa egli mostra la potenza della sua mano secondo l’ordine della sua dispensazione.
Quando rivolge quella stessa Parola agli empi e ai reprobi, benché non serva alla loro correzione, tuttavia egli la fa valere per un altro uso: affinché siano fin d’ora pressati nelle loro coscienze e, nel giorno del giudizio, siano tanto più inescusabili. Seguendo questa ragione, il nostro Signore Gesù, benché pronunci che nessuno può venire a lui se il Padre non lo attira (Giovanni 6:44-45), e che gli eletti vi vengono dopo aver udito e appreso dal Padre, non cessa tuttavia di fare l’ufficio di dottore, ma invita con la sua voce coloro che hanno bisogno d’essere istruiti dallo Spirito Santo per trarre profitto da ciò che ascoltano.
Quanto ai reprobi, san Paolo dichiara che la dottrina non è inutile, in quanto per loro è odore di morte a morte, e tuttavia è odore soave davanti a Dio (2 Corinzi 2:16).
2:5:6 – I precetti di Dio non misurano le forze umane: la Legge rivela l’impotenza e richiede la grazia
Essi si danno grande pena a raccogliere molte testimonianze della Scrittura, affinché, se non possono vincere per avere argomenti migliori e più appropriati dei nostri, almeno ci possano schiacciare con la loro moltitudine. Ma è come se un capitano radunasse molte persone per spaventare il nemico, pur non essendo affatto addestrate alla guerra: prima di usarle farebbero grande mostra; ma se si venisse alla battaglia e allo scontro, le si farebbe fuggire al primo colpo. Così ci sarà facile rovesciare tutte le loro obiezioni, che non hanno se non apparenza e vana ostentazione.
E poiché tutti i passi che essi adducono si possono ricondurre a certi ordini o ranghi, quando li avremo così disposti sotto un’unica risposta, soddisferemo a molti insieme; e così non sarà necessario scioglierli uno per uno.
Essi fanno un grande scudo dei precetti di Dio, che pensano essere così proporzionati alle nostre forze che tutto ciò che vi è richiesto possiamo farlo. Ne raccolgono dunque un gran numero, e con essi misurano le forze umane. Argomentano così: o Dio si fa beffe di noi quando ci comanda santità, pietà, ubbidienza, castità, amore e mansuetudine, e quando ci proibisce impurità, idolatria, impudicizia, ira, rapina, superbia e cose simili; oppure egli non richiede se non ciò che è in nostro potere.
Ora, tutti i precetti che essi ammucchiano insieme si possono distinguere in tre specie: alcuni comandano che la persona si converta a Dio; altri raccomandano semplicemente l’osservanza della Legge; altri comandano di perseverare nella grazia di Dio già ricevuta. Tratteremo prima di tutti in generale, poi scenderemo alle specie.
Confesso che da molto tempo è cosa comune misurare le facoltà della persona da ciò che Dio comanda, e che ciò ha una certa parvenza di ragione; tuttavia dico che procede da grande ignoranza. Poiché coloro che vogliono mostrare che sarebbe cosa assai assurda se l’osservanza dei comandamenti fosse impossibile alla persona, usano un argomento troppo debole: cioè che altrimenti la Legge sarebbe data invano. Come se san Paolo non avesse mai parlato della Legge!
Infatti, che cosa significano le affermazioni che egli ne fa? Che la Legge è stata data per aumentare le trasgressioni; che mediante la Legge viene la conoscenza del peccato; che la Legge produce peccato; che essa è intervenuta per moltiplicare il peccato (Galati 3:19; Romani 3:20; 7:7; 5:20). Vuol forse dire che doveva corrispondere alle nostre forze per non essere data invano? Al contrario, san Paolo mostra in tutti questi passi che Dio ci ha comandato ciò che era al di sopra della nostra capacità, per convincerci della nostra impotenza.
Certo, secondo la definizione che egli stesso dà della Legge, il fine e compimento di essa è la carità; e di questa egli prega Dio di riempire il cuore dei Tessalonicesi (1 Timoteo 1:5; 1 Tessalonicesi 3:12). Con ciò egli significa che la Legge batterebbe le nostre orecchie invano e senza frutto, se Dio non ispirasse nei nostri cuori ciò che essa insegna.
2:5:7 – Comandi e promesse: la Legge ordina e insieme rimanda alla grazia da chiedere in preghiera
Certo, se la Scrittura non insegnasse altro se non che la Legge è regola di vita, alla quale le nostre opere devono essere misurate, concederei subito senza difficoltà la loro opinione. Ma poiché essa ci spiega diligentemente molte e diverse utilità della Legge, dobbiamo piuttosto attenerci a questa interpretazione che alle nostre fantasie.
Per ciò che riguarda questa questione: non appena la Legge ci ha ordinato ciò che dobbiamo fare, insegna insieme che la facoltà di ubbidire procede dalla grazia di Dio. Perciò ci insegna a chiederla mediante la preghiera. Se vi vedessimo soltanto semplici comandamenti e nessuna promessa, dovremmo mettere alla prova le nostre forze, e vedere se siano sufficienti a farlo; ma poiché ai comandamenti sono congiunte le promesse, che dichiarano non solo che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio per sostenerci, ma che nella sua grazia consiste tutta la nostra forza, esse mostrano abbastanza che non solo non siamo sufficienti, ma del tutto incapaci di osservare la Legge.
Perciò non ci si fermi più a questa proporzione tra le nostre forze e i comandamenti di Dio, come se egli avesse misurato alla nostra debolezza e piccolezza la regola di giustizia che voleva dare; ma piuttosto, mediante le promesse, riconosciamo quanto siamo mal preparati, poiché in tutto e per tutto abbiamo così grande bisogno della sua grazia.
«Ma a chi persuaderete», dicono essi, «che Dio abbia rivolto la sua Legge a ceppi o pietre?» Io rispondo che nessuno vuole persuadere ciò. Infatti i malvagi non sono pietre o ceppi quando, istruiti dalla Legge che le loro concupiscenze sono contrarie a Dio, si riconoscono colpevoli nella propria coscienza; né similmente i fedeli sono ceppi o pietre, quando, avvertiti della loro debolezza, ricorrono alla grazia di Dio.
A questo si riferiscono quelle sentenze di sant’Agostino: che Dio comanda ciò che non possiamo fare, affinché sappiamo che cosa dobbiamo chiedere a lui; che grande è l’utilità dei precetti, se il libero arbitrio è stimato in modo tale che la grazia di Dio ne sia maggiormente onorata; che la fede ottiene ciò che la Legge comanda; e che per questo la Legge comanda affinché la fede ottenga ciò che la Legge ha comandato. E ancora: che Dio richiede la fede da noi, e non trova ciò che richiede se non perché l’ha messo lui stesso in noi per trovarlo; e che Dio dà ciò che comanda e comanda ciò che vuole.
2:5:8 – Tre specie di comandamenti: conversione, osservanza, perseveranza; e tutto dipende da Dio
Ciò apparirà meglio considerando le tre specie di comandamenti di cui abbiamo parlato. Il Signore spesso richiede, tanto nella Legge quanto nei profeti, che ci convertiamo a lui; ma il profeta risponde dall’altra parte: «Convertimi, Signore, e sarò convertito. Dopo che mi hai convertito, ho fatto penitenza» (Gioele 2:12; Geremia 31:18), e così via.
Egli ci comanda anche di circoncidere i nostri cuori, ma Mosè annuncia che questa circoncisione è fatta dalla sua mano. Richiede molte volte dalle persone un cuore nuovo, ma testimonia che è lui solo a rinnovarlo (Deuteronomio 10:16; 30:6; Ezechiele 36:26). Ora, come dice sant’Agostino, ciò che Dio promette noi non lo facciamo né per natura né per il nostro libero arbitrio, ma egli lo compie per la sua grazia. E questa è la quinta regola che egli nota tra le regole della dottrina cristiana: che bisogna osservare nella Scrittura la giusta distinzione tra la Legge e le promesse, tra i comandamenti e la grazia.
Che diranno dunque coloro che adducono i precetti di Dio per magnificare la potenza della persona e spegnere la grazia di Dio, per la quale sola vediamo che i precetti sono compiuti?
La seconda specie dei precetti di cui abbiamo detto è semplice: cioè onorare Dio, servirlo e aderire alla sua volontà, osservare i suoi comandamenti, seguire la sua dottrina. Ma vi sono infinite testimonianze che tutto ciò che possiamo avere di giustizia, santità, pietà e purezza è dono gratuito che viene da lui.
Quanto alla terza specie, ne abbiamo esempio nell’esortazione di san Paolo e Barnaba, che facevano ai fedeli a perseverare nella grazia di Dio (Atti 13:43). Ma altrove san Paolo mostra da dove procede questa forza: «Siate forti», dice, «fratelli miei, nella forza del Signore». Egli proibisce anche di rattristare lo Spirito di Dio, col quale siamo sigillati nell’attesa della nostra redenzione (Efesini 6:10; 4:30). Ma ciò che egli comanda lì, altrove lo domanda in preghiera al Signore, poiché non è nella facoltà delle persone: supplica infatti il Signore di rendere i Tessalonicesi degni della sua vocazione, di compiere in loro ciò che aveva deciso per la sua bontà e di portare a compimento l’opera della fede (2 Tessalonicesi 1:11).
Allo stesso modo, nella seconda ai Corinzi, trattando delle elemosine, egli loda più volte la loro buona volontà; ma subito dopo rende grazie a Dio perché ha messo nel cuore di Tito di assumere l’incarico di esortarli (2 Corinzi 8:11, 16). Se Tito non ha potuto neppure aprire la bocca per incitare gli altri se non perché Dio glielo ha suggerito, come saranno indotti a fare il bene gli uditori, se Dio non tocca i loro cuori?
2:5:9 – “Convertitevi a me”: non cooperazione, ma chiamata al ravvedimento sotto la grazia promessa
I più sottili e maliziosi cavillano su queste testimonianze, perché, come dicono, ciò non impedisce che noi congiungiamo le nostre forze con la grazia di Dio, e che così egli aiuti la nostra infermità. Adducono alcuni passi dei profeti nei quali sembra che Dio divida tra lui e noi la forza della nostra conversione, come questo: «Convertitevi a me, e io mi convertirò a voi» (Zaccaria 1:3).
Noi abbiamo mostrato sopra quale aiuto abbiamo da Dio, e non è necessario ripeterlo qui, poiché non si tratta ora di altro che di mostrare che invano i nostri avversari pongono nella persona la facoltà di compiere la Legge, perché Dio ci comanda l’ubbidienza ad essa; poiché è chiaro che la grazia di Dio è necessaria per compiere ciò che egli comanda, e che essa ci è promessa a questo fine. Da ciò appare che, almeno, siamo debitori di più di quanto possiamo fare.
Essi non possono sfuggire, con alcuna tergiversazione, a questa sentenza di Geremia: che l’alleanza di Dio fatta con l’antico popolo fu senza vigore e venne meno, perché consisteva soltanto nella lettera; e che non può essere stabile se non quando lo Spirito è aggiunto alla dottrina per farci ubbidire (Geremia 31:32).
Quanto poi alla frase: «Convertitevi a me, e io mi convertirò a voi», essa non giova affatto a confermare il loro errore. Infatti, per conversione di Dio non bisogna intendere la grazia con la quale egli rinnova i nostri cuori a vita santa, ma quella con la quale egli testimonia la sua benevolenza e il suo amore verso di noi, facendoci prosperare; come si dice che egli si allontana da noi quando ci affligge.
Poiché dunque il popolo d’Israele, essendo stato a lungo nella miseria e nella calamità, si lamentava che Dio si fosse distolto da lui, egli risponde che la sua favore e liberalità non verranno meno, se essi si ritorneranno alla rettitudine di vita e a lui stesso, che è la regola di ogni giustizia. È dunque pervertire quel passo il ridurlo a questa conclusione, come se l’efficacia della nostra conversione fosse divisa tra Dio e noi.
Abbiamo trattato leggermente questa questione, perché dovrà essere ancora sviluppata nel trattato della Legge.
2:5:10 – Le promesse condizionali non suppongono potere umano: giovano ai fedeli e rendono gli empi inescusabili
Il secondo ordine dei loro argomenti non differisce molto dal primo. Essi adducono le promesse, nelle quali sembra che Dio faccia patto con la nostra volontà, come sono quelle che seguono: «Cercate rettitudine e non malizia, e vivrete». Parimenti: «Se volete ascoltarmi, vi darò abbondanza di beni; ma se non volete farlo, vi farò perire per la spada». Parimenti: «Se togli le tue abominazioni d’innanzi al mio volto, non sarai scacciato; se ascolti la voce del Signore tuo Dio per fare e custodire tutti i suoi precetti, egli ti farà il popolo più eccellente della terra», e altre simili (Amos 5:14; Isaia 1:19-20; Geremia 4:1; Deuteronomio 28:1; Levitico 26:3).
Essi pensano dunque che Dio si farebbe beffe di noi, rimettendo alla nostra volontà queste cose, se non fossero pienamente in nostro potere. E, in effetti, questo ragionamento ha grande apparenza umana. Infatti si può dedurre che sarebbe crudeltà da parte di Dio far finta che dipenda da noi l’essere nella sua grazia per ricevere ogni bene da lui, e tuttavia che non abbiamo alcun potere in ciò; che sarebbe cosa ridicola presentarci così i suoi benefici, senza che possiamo goderne affatto; in breve, si può dire che le promesse di Dio non avrebbero alcuna certezza se dipendessero da un’impossibilità, per non essere mai adempiute.
Quanto a quelle promesse alle quali è aggiunta una condizione impossibile, ne parleremo altrove, così apparirà che, benché il loro compimento sia impossibile, non vi è alcuna assurdità. Quanto invece alla questione presente, io nego che il Signore sia crudele o inumano verso di noi quando ci esorta a meritare le sue grazie e i suoi benefici, benché egli ci conosca impotenti a farlo.
Poiché, essendo le promesse offerte tanto ai fedeli quanto ai malvagi, esse hanno la loro utilità verso gli uni e verso gli altri. Infatti, come il Signore mediante questi precetti punge e risveglia le coscienze degli empi affinché non si blandiscano nei loro peccati per noncuranza del suo giudizio, così mediante le promesse li rende testimoni di quanto siano indegni della sua benignità. Chi negherà che sia cosa conveniente che Dio faccia del bene a coloro che lo onorano e si vendichi rigorosamente di chi disprezza la sua maestà?
Il nostro Signore dunque fa rettamente nel proporre questa condizione agli empi, che sono trattenuti prigionieri sotto il giogo del peccato: che, quando si ritrarranno dalla loro cattiva vita, egli invierà loro ogni bene; e non ci fosse altro che questa ragione, perché comprendano che a buon diritto sono esclusi dai beni dovuti ai servitori di Dio.
D’altra parte, poiché egli vuole stimolare i suoi fedeli in ogni modo a implorare la sua grazia, non deve essere cosa strana se fa lo stesso nelle sue promesse, come abbiamo poco fa mostrato che fa nei suoi comandamenti. Quando ci istruisce della sua volontà mediante i precetti, ci ammonisce della nostra miseria, facendoci conoscere quanto ripugniamo a ogni bene; insieme ci spinge a invocare il suo Spirito per essere diretti nella via retta. Ma poiché la nostra pigrizia non è abbastanza smossa da tali precetti, egli aggiunge le sue promesse, mediante la dolcezza delle quali ci induce ad amare ciò che ci comanda. Ora, quanto più amiamo la giustizia, tanto più siamo ferventi nel cercare la grazia di Dio.
Ecco come, mediante queste dichiarazioni, Dio non ci attribuisce la facoltà di fare ciò che dice, e tuttavia non si fa beffe della nostra debolezza, poiché in ciò giova ai suoi servitori e rende gli empi più condannabili.
2:5:11 – I rimproveri di Dio ai peccatori restano giusti: la causa della rovina è la volontà perversa
Il terzo ordine ha qualche affinità con i precedenti. Essi infatti producono i passi nei quali Dio rimprovera al popolo d’Israele che dipendeva da lui non essersi mantenuto in buona condizione. Come quando dice: «Amalec e i Cananei sono davanti a voi; per la loro spada perirete, poiché non avete voluto ubbidire al Signore». Parimenti: «Poiché vi ho chiamati e non avete risposto, vi distruggerò come ho fatto a Silo». Parimenti: «Questo popolo non ha ascoltato la voce del suo Dio e non ha ricevuto la sua dottrina; perciò è stato rigettato». Parimenti: «Poiché avete indurito il vostro cuore e non avete voluto ubbidire al Signore, tutti questi mali vi sono sopraggiunti» (Numeri 14:43; Geremia 7:13, 28; 32:23).
«Come», dicono essi, «tali rimproveri converrebbero a persone che potrebbero subito rispondere: Noi desideravamo prosperare, temevamo la calamità; se non abbiamo ubbidito al Signore e non abbiamo ascoltato la sua voce per evitare il male e ottenere un trattamento migliore, ciò è avvenuto perché non ci era libero, noi che siamo trattenuti in cattività di peccato. È dunque a torto che Dio ci rimprovera il male che sopportiamo, che non era in nostro potere evitare».
Per rispondere a ciò, lasciando da parte questo pretesto di necessità, che è frivolo e di nessuna importanza, io domando se essi possano scusarsi dal fatto che hanno mancato. Poiché, se sono convinti di aver mancato, non è senza causa che Dio dice che fu per la loro perversità che egli non li mantenne in buona fortuna. Mi rispondano dunque se possono negare che la causa della loro ostinazione sia stata la loro volontà perversa. Se trovano in loro la fonte del male, perché cercano di cercarne le cause altrove, per far credere che non siano autori della loro rovina?
Se è dunque vero che i peccatori, per il loro proprio vizio, sono privati dei benefici di Dio e ricevono punizione dalla sua mano, è a buon diritto che tali rimproveri sono loro rivolti dalla sua bocca, affinché, se persistono nel male, imparino ad accusare la loro iniquità come causa della loro miseria, piuttosto che biasimare Dio come troppo rigoroso.
Se non sono del tutto induriti e possono rendersi docili, concepiscano disgusto e odio per i loro peccati, a causa dei quali si vedono miserabili; così rientrino nella buona via e confessino essere vero ciò che Dio rimostra rimproverandoli. Infatti appare dalla preghiera di Daniele (Daniele 9) che tali ammonimenti giovarono a questo fine nei fedeli.
Quanto alla prima utilità, ne vediamo l’esempio nei Giudei, ai quali Geremia, per comando di Dio, indica la causa delle loro miserie: benché non potesse avvenire se non ciò che era stato predetto da Dio, cioè che egli avrebbe detto loro queste parole ed essi non lo avrebbero ascoltato; che li avrebbe chiamati ed essi non gli avrebbero risposto (Geremia 7:27). «Ma che senso ha», dirà qualcuno, «parlare ai sordi?» È affinché, volenti o nolenti, comprendano che ciò che si dice loro è vero: che è sacrilegio abominevole imputare a Dio la causa delle loro calamità, la quale risiede in loro.
Con queste tre risposte ciascuno potrà facilmente liberarsi di innumerevoli testimonianze che i nemici della grazia di Dio radunano, tanto dai precetti quanto dalle promesse legali e dai rimproveri che Dio fa ai peccatori, volendo stabilire un libero arbitrio nella persona, che in essa non si può trovare.
Il profeta dice ancora: «Ho inclinato il mio cuore a custodire i tuoi comandamenti» (Salmi 119:112); certo, poiché si era dedicato a Dio con animo franco e lieto; tuttavia non si vanta d’essere autore di un tale affetto, che nello stesso Salmo confessa essere dono di Dio.Il Salmo ricorda, per far vergogna ai Giudei, che essi sono una nazione perversa che non dispone rettamente il suo cuore (Salmi 78:8). In un altro passo il profeta esorta le persone del suo tempo a non indurire i loro cuori (Salmi 95:8). Ciò è ben detto, poiché tutta la colpa della ribellione sta nella perversità delle persone. Ma è stolto argomentare che il cuore della persona, il quale è preparato da Dio, si pieghi da sé qua e là.
Dobbiamo dunque ritenere l’ammonimento di san Paolo: che egli comanda ai fedeli di compiere la loro salvezza con timore e tremore, poiché è Dio che opera in loro il volere e l’operare (Filippesi 2:12). Egli assegna loro l’ufficio di mettere mano all’opera, affinché non si compiacciano nella loro noncuranza; ma aggiungendo che ciò deve essere fatto con timore e sollecitudine, li umilia e ricorda loro che ciò che comanda di fare è opera propria di Dio.
Con questo mezzo egli esprime che i fedeli operano passivamente, se è lecito parlare così: essi infatti si sforzano perché sono spinti, e la facoltà è loro data dal cielo. Perciò san Pietro, esortandoci ad aggiungere virtù alla fede (2 Pietro 1:5), non ci attribuisce una parte dell’azione come se fosse separata e proveniente da noi stessi, ma soltanto risveglia la pigrizia della nostra carne, per la quale spesso la fede è soffocata.
A ciò corrisponde quanto dice san Paolo: «Non spegnete lo Spirito» (1 Tessalonicesi 5:19). Poiché la pigrizia si insinua continuamente per traviarci, se non è corretta. Se qualcuno replica ancora che allora è in potere dei fedeli nutrire la luce che è stata data loro, ciò può essere facilmente respinto, poiché questa diligenza che san Paolo richiede non viene da altra fonte che da Dio. Infatti spesso ci è comandato di purificarci da ogni contaminazione (2 Corinzi 7:1); tuttavia lo Spirito Santo si riserva questa lode, di consacrarci nella purezza.
In breve, appare abbastanza dalle parole di san Giovanni che ciò che appartiene a Dio solo ci è dato sotto forma di concessione: «Chiunque è da Dio si custodisce» (1 Giovanni 5:18). I predicatori del libero arbitrio prendono questa parola di nascosto, come se fossimo salvati in parte per la potenza di Dio e in parte per la nostra: come se custodirci e mantenerci non venisse dal cielo. Perciò Gesù Cristo prega il Padre che ci custodisca dal male, o dal maligno (Giovanni 17:15). E sappiamo che i fedeli, combattendo contro Satana, non sono vittoriosi con altre armi se non con quelle di cui Dio li provvede.
Perciò san Pietro, avendo comandato di purificare le anime nell’ubbidienza della verità, aggiunge subito come correzione: «per mezzo dello Spirito» (1 Pietro 1:22). Per concludere, san Giovanni mostra in breve come tutte le forze umane non siano che vento o fumo nel combattimento spirituale, dicendo che coloro che sono generati da Dio non possono peccare, poiché il seme di Dio dimora in loro (1 Giovanni 3:9); e aggiunge altrove la ragione: che la nostra fede è la vittoria per vincere il mondo (1 Giovanni 5:4).
2:5:12 – “Il comandamento è vicino”: Mosè parla della misericordia e dell’Evangelo, non della presunta facilità della Legge
Essi adducono tuttavia una testimonianza della Legge di Mosè, che sembra a prima vista molto contraria alla nostra soluzione. Poiché, dopo aver promulgato la Legge, egli protestò davanti al popolo quanto segue: «Il comandamento che oggi ti do non è nascosto e non è lontano da te, non è elevato sopra il cielo; ma è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore, affinché tu lo faccia» (Deuteronomio 30:11-14).
Se ciò fosse detto dei semplici comandamenti, confesso che avremmo grande difficoltà a rispondere. Poiché, benché si potrebbe dire che ciò riguarda la facilità di intendere i comandamenti e non di compierli, tuttavia resterebbe qualche scrupolo. Ma abbiamo un buon interprete che toglie ogni dubbio: san Paolo, il quale afferma che Mosè ha parlato qui della dottrina dell’Evangelo (Romani 10:8).
Se vi fosse qualche ostinato che replicasse che san Paolo ha distolto questo passo dal suo senso naturale per trarlo all’Evangelo, benché non si dovrebbe tollerare una parola così malvagia, tuttavia abbiamo con che difendere l’interpretazione dell’Apostolo. Poiché, se Mosè parlasse soltanto dei precetti, avrebbe ingannato il popolo con una vana fiducia: che cosa avrebbero potuto fare se non rovinarsi, se avessero voluto osservare la Legge con la loro propria virtù, come cosa facile? Dove sarebbe questa facilità, dal momento che la nostra natura soccombe in questo punto, e non c’è nessuno che non inciampi volendo camminare?
È dunque cosa certissima che Mosè, con queste parole, ha compreso l’alleanza di misericordia che aveva proclamato insieme con la Legge. Infatti poco prima aveva attestato che è necessario che i nostri cuori siano circoncisi da Dio perché lo amiamo (Deuteronomio 30:6). Perciò non pone questa facilità nella virtù della persona, ma nell’aiuto e soccorso dello Spirito Santo, che compie potentemente la sua opera nella nostra debolezza.
E non si deve ancora intendere questo passo semplicemente dei precetti, ma piuttosto delle promesse evangeliche, le quali, tanto lontano dall’attribuirci il potere di acquistare giustizia, mostrano piuttosto che non ne abbiamo affatto. San Paolo, considerando questo, cioè che la salvezza ci è presentata nell’Evangelo non sotto quella condizione dura e difficile, anzi del tutto impossibile, propria della Legge, cioè che adempiamo tutti i comandamenti, ma sotto una condizione facile e agevole, applica questa testimonianza per confermare come la misericordia di Dio sia liberalmente posta nelle nostre mani. Pertanto questa testimonianza non serve a stabilire una libertà nella volontà della persona.
2:5:13 – “Dio si ritira”: non per misurare virtù umana, ma per umiliare e far conoscere l’impotenza
Essi sono soliti obiettare altri passi, nei quali è mostrato che Dio talvolta ritira la sua grazia dalle persone per vedere da quale parte si volgeranno, come quando in Osea è detto: «Io mi ritirerò in disparte finché deliberino nel loro cuore di seguirmi» (Osea 5:15). Sarebbe, dicono essi, cosa ridicola che il Signore considerasse se le persone seguiranno la sua via, se i loro cuori non fossero capaci di inclinarsi all’uno o all’altro per propria virtù.
Come se non fosse cosa abituale per Dio dire per mezzo dei profeti che respingerà il suo popolo e lo abbandonerà finché si emendi! E consideriamo che cosa essi vogliono inferire da ciò. Se dicono che il popolo, lasciato da Dio, può da sé convertirsi, tutta la Scrittura li contraddice. Se confessano che la grazia di Dio è necessaria alla conversione della persona, questi passi non servono loro a combatterci.
Ma essi diranno che la confessano necessaria in modo tale che tuttavia la virtù umana vi abbia qualche parte. Da dove lo ricavano? Certo non da questo luogo né da simili. Poiché sono due cose molto diverse: che Dio allontani la sua grazia dalla persona per considerare ciò che farà lasciata a sé; e che egli soccorra alla sua infermità per confermare le sue forze deboli.
«Che cosa significano dunque tali modi di parlare?» rispondo che valgono quanto se Dio dicesse: poiché non giovo a nulla presso questo popolo ribelle né con ammonimenti, né con esortazioni, né con riprensioni, mi ritirerò per un poco e, tacendo, lascerò che sia afflitto: così vedrò se, mediante una lunga calamità, si ricorderà di me per cercarmi.
Quando dunque si dice che Dio si ritirerà, significa che ritirerà la sua Parola. Quando si dice che considererà ciò che faranno le persone in sua assenza, significa che, senza manifestarsi, le affliggerà per qualche tempo. Egli fa l’una e l’altra cosa per umiliarci maggiormente. Poiché ci spezzerebbe cento mila volte con i suoi castighi e punizioni, più di quanto ci correggerebbe, se non ci rendesse docili mediante il suo Spirito.
Essendo così, è male inferito che la persona abbia qualche virtù di convertirsi a Dio dal fatto che si dica che Dio, offeso dalla nostra durezza e ostinazione, ritira la sua Parola da noi (nella quale ci comunica la sua presenza) e considera ciò che potremo fare da noi. Poiché egli fa tutto questo soltanto per farci conoscere che non siamo nulla e non possiamo nulla da noi stessi.
2:5:14 – Le buone opere sono dette “nostre”: non per virtù naturale, ma perché Dio muove e forma realmente la volontà
Essi traggono anche argomento dal modo comune di parlare, che usano non solo le persone, ma anche la Scrittura: cioè che le buone opere sono chiamate nostre, e che si dice che noi facciamo il bene come il male. Ora, se i peccati ci sono imputati a buon diritto come provenienti da noi, per la stessa ragione le buone opere dovrebbero essere attribuite a noi. Poiché non sarebbe ragionevole dire che facciamo le cose alle quali Dio ci muove come pietre, dato che non le possiamo fare per nostro proprio movimento. Perciò concludono che, benché la grazia di Dio abbia la principale virtù, tali espressioni significano che abbiamo qualche virtù naturale nel fare il bene.
Se non ci fosse che la prima obiezione, cioè che le buone opere sono chiamate nostre, io risponderei che chiamiamo “nostro” il pane quotidiano, che chiediamo ci sia dato da Dio. Che cosa dunque si può dedurre da questa parola, se non che ciò che non ci era affatto dovuto diventa nostro per l’infinita liberalità di Dio? Dovrebbero dunque o rimproverare il nostro Signore per questo modo di parlare, oppure non giudicare cosa strana che le buone opere siano dette nostre, nelle quali non abbiamo nulla se non per la larghezza di Dio.
Ma la seconda obiezione è un poco più forte: cioè che la Scrittura afferma spesso che i fedeli servono Dio, custodiscono la sua giustizia, ubbidiscono alla sua Legge e applicano il loro impegno al fare il bene. Poiché questo è proprio ufficio dell’intelletto e della volontà umana, come potrebbe convenire che ciò fosse attribuito insieme allo Spirito di Dio e a noi, se non vi fosse qualche congiunzione della nostra potenza con la grazia di Dio?
Ci sarà facile districarci da tutti questi argomenti, se consideriamo rettamente in che modo Dio opera nei suoi servitori. Anzitutto, la similitudine con cui essi vorrebbero opprimerci non è qui pertinente. Infatti chi è così insensato da stimare che la persona sia spinta da Dio come noi gettiamo una pietra? Certo ciò non segue dalla nostra dottrina.
Noi diciamo che è facoltà naturale della persona approvare, rigettare, volere, non volere, sforzarsi, resistere: cioè approvare la vanità, rigettare il vero bene, volere il male, non volere il bene, sforzarsi nel peccato, resistere alla rettitudine. Che cosa fa il Signore in ciò? Se vuole servirsi della perversità della persona come strumento della sua ira, la volge e la dirige dove gli piace, per eseguire le sue opere giuste e buone per mezzo di una mano malvagia.
Quando dunque vediamo un malvagio così servire a Dio mentre vuole compiacere la propria malvagità, lo faremo simile a una pietra, che è mossa da un’impetuosità esteriore senza alcun proprio moto, né sentimento, né volontà? Vediamo quanta distanza vi sia.
Che diremo dei buoni, dei quali qui principalmente si tratta? Quando il Signore vuole stabilire in loro il suo regno, egli frena e modera la loro volontà affinché non sia trascinata da concupiscenza disordinata, come altrimenti la sua inclinazione naturale la porterebbe; d’altra parte la piega, la forma, la dirige e la conduce secondo la regola della sua giustizia, per farle desiderare santità e innocenza; infine la conferma e fortifica mediante la potenza del suo Spirito, affinché non vacilli o cada.
Secondo questa ragione sant’Agostino risponde a tali persone: «Tu mi dirai: dunque siamo condotti da altrove e non facciamo nulla per nostra guida. Sono vere entrambe le cose: che sei condotto e che conduci te stesso; e allora ti conduci bene se ti conduci per colui che è buono. Lo Spirito di Dio che opera in te è colui che aiuta quelli che operano. Questo nome di “Aiutante” mostra che anche tu fai qualcosa». Queste sono le sue parole.
Nel primo membro egli indica che l’operazione della persona non è tolta dalla guida e dal movimento dello Spirito Santo, poiché la volontà che è condotta ad aspirare al bene è di natura. Quanto poi a ciò che aggiunge, che dal nome di “Aiuto” si può raccogliere che anche noi facciamo qualcosa, non lo si deve intendere come se egli ci attribuisse qualcosa separatamente e senza la grazia di Dio, ma affinché non blandiamo la nostra noncuranza. Egli accorda infatti l’operazione di Dio con la nostra in modo tale che il volere sia di natura, ma il volere bene sia di grazia. Perciò egli aveva detto poco prima: «Senza l’aiuto di Dio non solo non potremo vincere, ma neppure combattere».
2:5:15 – La grazia nella rigenerazione: non distrugge la volontà, la ripara e la rinnova; le opere buone sono di Dio e davvero “nostre”
Da ciò appare che la grazia di Dio, secondo come questo nome è preso quando si tratta della rigenerazione, è come una guida e una briglia del suo Spirito per dirigere e moderare la volontà della persona. Ora, egli non può moderarla senza correggerla, riformarla e rinnovarla. Per questa ragione diciamo che l’inizio della nostra rigenerazione è che ciò che è di noi sia abolito. Ugualmente non può correggerla senza muoverla, spingerla, condurla e sostenerla. Perciò diciamo che tutte le buone azioni che ne procedono sono interamente da lui.
Tuttavia non neghiamo che sia verissima la parola di sant’Agostino: che la nostra volontà non è distrutta dalla grazia di Dio, ma piuttosto riparata. Poiché l’una cosa concorda benissimo con l’altra: dire che la volontà della persona è riparata, quando, dopo aver corretto la sua perversità, essa è diretta secondo la regola della giustizia; e dire che, facendo ciò, viene creata nella persona una volontà nuova, poiché la volontà naturale è così corrotta e pervertita che deve essere del tutto rinnovata.
Ora nulla impedisce che si dica che noi facciamo le opere che lo Spirito di Dio compie in noi, benché la nostra volontà non apporti nulla di proprio che possa essere separato dalla grazia. Purché ci ricordiamo di ciò che abbiamo sopra allegato di sant’Agostino: che molti lavorano invano per trovare nella volontà della persona qualche bene che le sia proprio, poiché qualunque mescolanza che le persone pensano di aggiungere alla grazia di Dio, per innalzare il libero arbitrio, non è altro che corruzione, come se qualcuno annacquasse del buon vino con acqua fangosa e amara.
Ora, benché tutte le buone affezioni procedano dal puro movimento dello Spirito Santo, tuttavia, poiché il volere è naturalmente piantato nella persona, non senza causa si dice che noi facciamo le cose delle quali Dio a buon diritto si riserva la lode. Anzitutto perché tutto ciò che Dio fa in noi vuole che sia nostro, purché intendiamo che non è da noi; poi anche perché abbiamo per natura intelletto, volontà e slancio, che egli dirige al bene per farne uscire qualcosa di buono.
2:5:16 – “Tu dominerai su di esso” (Genesi 4:7): non prova il libero arbitrio; è ammonimento e rimprovero a Caino
Gli altri argomenti che essi prendono qua e là non potranno molto turbare persone di medio intendimento, purché abbiano ben ricordato le soluzioni poste sopra. Essi adducono quanto è scritto in Genesi: «Il tuo desiderio sarà sotto di te, e tu dominerai su di esso» (Genesi 4:7). Questo lo interpretano come detto del peccato, quasi che Dio promettesse a Caino che il peccato non potrebbe dominare nel suo cuore, se egli volesse impegnarsi a vincerlo.
Al contrario, noi diciamo che ciò si deve intendere piuttosto di Abele. Poiché in questo passo l’intenzione di Dio è di riprendere l’invidia che Caino aveva concepito contro suo fratello, e lo fa per una duplice ragione. La prima: Caino si ingannava nel pensare di acquistare eccellenza davanti a Dio sopra suo fratello, mentre Dio non tiene in onore altro che giustizia e integrità. La seconda: Caino era troppo ingrato verso il beneficio che aveva ricevuto da Dio, poiché non poteva sopportare suo fratello, che era suo inferiore e sul quale aveva autorità.
Ma ancora, affinché non sembri che scegliamo questa interpretazione perché l’altra ci sia contraria, concediamo loro che Dio parli del peccato. Se così è, o Dio gli promette che ne sarà superiore, oppure glielo comanda. Se glielo comanda, abbiamo già mostrato che da ciò non possono provare nulla per fondare il libero arbitrio. Se invece è una promessa, dov’è l’adempimento, poiché Caino è stato vinto dal peccato sul quale doveva dominare? Diranno forse che vi è una condizione tacita inclusa nella promessa, come se Dio avesse detto: “Se combatti, riporterai la vittoria”. Ma chi potrà sopportare tali tergiversazioni? Infatti, se lo si espone del peccato, non vi è dubbio che sia un’esortazione che Dio gli fa, nella quale non è mostrata quale sia la facoltà della persona, ma quale sia il suo dovere, anche se non lo può compiere.
E per di più, la sentenza e la grammatica richiedono che Caino sia messo a confronto con suo fratello Abele, in quanto, essendo il primogenito, non sarebbe stato abbassato sotto il suo inferiore se non perché egli stesso si era reso peggiore per propria colpa.
2:5:17 – “Non dipende da chi vuole o corre” (Romani 9:16): Paolo esclude ogni fondamento umano; “cooperatori” si dice dei ministri, non del libero arbitrio
Essi si servono anche della testimonianza dell’Apostolo, quando dice che la salvezza non è in mano di chi vuole né di chi corre, ma nella misericordia di Dio (Romani 9:16). Da ciò inferiscono che vi è qualche piccola parte, da sé, nella volontà e nella corsa della persona, e che la misericordia di Dio supplisce il resto per dare pieno effetto.
Ma se considerassero con giudizio ciò che tratta l’Apostolo in quel passo, non abuserebbero così sconsideratamente del suo intento. Io so bene che possono addurre Origene e san Girolamo come difensori della loro interpretazione. Io potrei, al contrario, respingerli con l’autorità di sant’Agostino; ma non ci deve importare che cosa costoro ne abbiano pensato, purché intendiamo ciò che san Paolo ha voluto dire: cioè che soltanto colui al quale Dio avrà fatto misericordia otterrà salvezza; e che rovina e confusione sono pronte per tutti coloro che egli non avrà eletti.
Egli aveva mostrato la condizione dei reprobi nell’esempio del Faraone. Aveva provato l’elezione gratuita dei fedeli mediante la testimonianza di Mosè, dove è detto: «Avrò pietà di colui di cui avrò misericordia». Conclude dunque che ciò non dipende dal volere né dal correre, ma da Dio che fa misericordia.
Se da queste parole si argomenta che vi sia qualche volontà e qualche forza nella persona, come se san Paolo dicesse che la sola volontà e industria umana non bastano da sé, si argomenta male e stupidamente. Bisogna dunque rigettare questa sottigliezza che non ha alcuna ragione. Infatti che senso ha dire: “La salvezza non è in mano di chi vuole né di chi corre”, e concludere: “Dunque vi è qualche volontà e qualche corsa”? La sentenza di san Paolo è più semplice: che non vi è né volontà né corsa che ci conduca alla salvezza, ma che in questo punto regna soltanto la misericordia.
Egli non parla qui diversamente da un altro passo, dove dice che la bontà e l’amore di Dio verso le persone sono apparsi non secondo le opere di giustizia che avessimo fatto, ma secondo la sua infinita misericordia (Tito 3:4-5). Se io volessi argomentare da ciò che abbiamo fatto alcune buone opere, poiché san Paolo nega che abbiamo ottenuto la grazia di Dio per opere di giustizia compiute, essi stessi si farebbero beffe di me. E tuttavia il loro argomento è simile. Che dunque riflettano bene su ciò che dicono, e non si fonderanno su una ragione così frivola.
In effetti, la ragione su cui si fonda sant’Agostino è solidissima: se si dicesse che non dipende da chi vuole né da chi corre perché la volontà e la corsa da sole non bastano, si potrebbe rovesciare l’argomento al contrario e dire che non dipende dalla misericordia, poiché in tal modo essa non opererebbe da sola. Ora ciascuno vede quanto una tale sentenza sarebbe irragionevole. Perciò sant’Agostino conclude che san Paolo ha detto ciò perché non vi è alcuna buona volontà nella persona se non è preparata da Dio; non che noi non dobbiamo volere e correre, ma perché Dio fa in noi l’una e l’altra cosa.
Non meno sciocca è l’allegazione che alcuni adducono: che san Paolo chiama le persone “cooperatori di Dio” (1 Corinzi 3:9). Poiché è notissimo che ciò riguarda soltanto i dottori della Chiesa, dei quali Dio si serve e che applica all’edificazione spirituale, la quale è opera sua soltanto. E così i ministri non sono chiamati suoi compagni come se avessero qualche virtù da sé stessi, ma perché Dio opera mediante loro, dopo averli resi idonei a ciò.
2:5:18 – Ecclesiastico: anche concedendolo, parla della creazione, non della natura corrotta; ora serve un medico, non un avvocato
Essi producono poi la testimonianza dell’Ecclesiastico, il cui autore si sa non avere autorità certa. Ma anche se non lo rifiutassimo (cosa che potremmo fare a buon diritto), in che modo potrebbe giovare alla loro causa? Egli dice che la persona, dopo essere stata creata, fu lasciata alla propria volontà, e che Dio le diede comandamenti, che, se li avesse osservati, sarebbe stata custodita da essi; e che vita e morte, bene e male, furono posti davanti alla persona affinché scegliesse ciò che le sembrava meglio (Ecclesiastico 15:14-17).
Sia pure che la persona, nella creazione, avesse la facoltà di scegliere la vita o la morte: ma che cosa ne sarà se rispondiamo che l’ha perduta? Certo, non voglio contraddire Salomone, che afferma che la persona fu creata in principio buona, ma si è fabbricata da sé cattivi pensieri (Ecclesiaste 7:29). Ora, poiché la persona, degenerando e deviando da Dio, ha perduto sé stessa con tutti i suoi beni, tutto ciò che è detto della sua prima creazione non si deve trasferire alla sua natura viziosa e corrotta.
Perciò rispondo, non solo a loro ma anche all’Ecclesiastico, chiunque egli sia, così: se tu vuoi insegnare alla persona a cercare in sé la facoltà di acquistare salvezza, la tua autorità non è per me di tale stima da poter pregiudicare la Parola di Dio, che apertamente contraddice. Se invece vuoi soltanto reprimere le bestemmie della carne, che trasferendo i suoi vizi su Dio cerca di scusarsi, e per questo mostri che la persona ebbe da Dio una buona natura e fu causa della propria rovina, lo concedo volentieri, purché conveniamo insieme su questo punto: che ora è spogliata degli ornamenti e delle grazie che aveva ricevuto da Dio in principio; e così confessiamo insieme che ora ha bisogno di un medico, non di un avvocato.
2:5:19 – Il “mezzo morto” (Luca 10:30): allegoria insufficiente; la Scrittura dice morte totale quanto alla vita beata; naturali corrotti, gratuiti tolti
Ma i nostri avversari non hanno nulla più spesso in bocca che la parabola di Cristo, dove si parla di una persona lasciata lungo la strada mezzo morta dai briganti (Luca 10:30). Io so bene che è dottrina comune dire che sotto la persona di quell’uomo è rappresentata la calamità del genere umano. Da ciò essi traggono questo argomento: la persona non è stata tanto uccisa dal peccato e dal diavolo da non avere ancora qualche porzione di vita, poiché non è detto che sia morta del tutto ma “mezzo morta”. Dove sarebbe, dicono, questa mezza vita, se non nel fatto che le resti qualche porzione di retta intelligenza e volontà?
Anzitutto, se io non voglio ammettere la loro allegoria, che faranno? Non vi è dubbio che essa sia stata escogitata dai padri antichi oltre il senso letterale e naturale del passo. Le allegorie non devono essere ricevute se non in quanto fondate nella Scrittura; e tanto meno possono comprovare una dottrina.
Inoltre non ci mancano ragioni per confutare ciò che dicono. Poiché la Parola di Dio non lascia una mezza vita alla persona, ma dice che è del tutto morta quanto alla vita beata. Quando san Paolo parla della nostra redenzione non dice che siamo stati guariti da una mezza morte, ma che siamo stati risuscitati dalla morte. Egli non chiama a ricevere la grazia di Cristo coloro che sono mezzo vivi, ma coloro che sono morti e sepolti. A ciò è conforme quanto dice il Signore: che è venuta l’ora in cui i morti devono risuscitare alla sua voce (Efesini 2:5; Giovanni 5:25).
Non dovrebbero vergognarsi di opporre una certa allegoria leggera a tante testimonianze così chiare? Ma, anche se la loro allegoria fosse valida, che cosa potrebbero concluderne contro di noi? “La persona è mezzo viva”, diranno: dunque le resta qualche porzione di vita. Io concedo certamente che essa ha un’anima capace di intelletto, benché non possa penetrare fino alla sapienza celeste di Dio; ha un certo giudizio del bene e del male; ha un certo sentimento per conoscere che vi è un Dio, benché non ne abbia una retta conoscenza. Ma a che cosa conducono tutte queste cose? Certo non impediscono che sia vera la parola di sant’Agostino: che i doni gratuiti, che appartengono alla salvezza, furono tolti alla persona dopo la caduta; e che i doni naturali, che non la possono condurre alla salvezza, furono corrotti e contaminati.
Resti dunque ferma e certa questa sentenza, che non può essere in alcun modo scossa: cioè che l’intelletto della persona è così del tutto alienato dalla giustizia di Dio che non può immaginare, concepire né comprendere se non ogni malvagità, iniquità e corruzione. Similmente, che il suo cuore è tanto avvelenato dal peccato che non può produrre se non ogni perversità. E se accade che ne esca qualcosa che abbia apparenza di bene, nondimeno l’intelletto rimane sempre avvolto in ipocrisia e vanità, e il cuore dedito a ogni malizia.
Riassunto di questo capitolo.