Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 6

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro II

Capitolo 6 - Che l’uomo, essendo perduto in sé stesso, deve cercare la sua redenzione in Gesù Cristo

2:6:1 La conoscenza di Dio Creatore è vana senza il Mediatore

Poiché tutto il genere umano è perito in Adamo, tutta la nostra dignità e nobiltà, di cui abbiamo parlato, non solo non ci gioverebbe affatto, ma piuttosto si muterebbe per noi in ignominia, se Dio non ci si mostrasse Redentore, come fa nella persona del suo Figlio unigenito, poiché egli non riconosce né approva come sua opera persone viziose e corrotte. Perciò, da quando siamo caduti dalla vita alla morte, tutto ciò che possiamo conoscere di Dio in quanto Creatore ci sarebbe inutile, se la fede non fosse congiunta a ciò, proponendoci Dio come Padre e Salvatore in Gesù Cristo.

Sarebbe stato l’ordine naturale che l’edificio del mondo fosse per noi una scuola per essere istruiti alla pietà, e per questo mezzo essere condotti alla vita eterna e alla felicità perfetta per la quale siamo stati creati. Ma dopo la caduta e la ribellione di Adamo, ovunque volgiamo gli occhi, in alto o in basso, non ci appare altro che maledizione, la quale, essendosi diffusa su tutte le creature e avvolgendo cielo e terra, deve necessariamente opprimere le nostre anime con un orribile disperazione.

Infatti, benché Dio dispieghi ancora in molti modi la sua benevolenza paterna, tuttavia, dal solo sguardo del mondo, non possiamo essere certi che egli ci sia Padre, poiché la coscienza ci condanna interiormente e ci fa sentire che, a causa del peccato, meritiamo di essere rigettati da lui e di non essere tenuti per suoi figli. Vi è poi anche brutalità e ingratitudine, poiché i nostri spiriti, essendo accecati, non considerano ciò che è vero; e poiché tutti i nostri sensi sono pervertiti, priviamo ingiustamente Dio della sua gloria.

Perciò bisogna venire a ciò che dice l’apostolo Paolo: poiché il mondo non ha conosciuto saggiamente Dio nella sapienza di lui, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la follia della predicazione (1 Corinzi 1:21). Egli chiama sapienza di Dio questo teatro del cielo e della terra, così ricco ed eccellente, ornato di infiniti miracoli, affinché noi conoscessimo Dio contemplandolo con giudizio e discernimento; ma poiché ne traiamo così poco profitto, egli ci richiama alla fede di Gesù Cristo, la quale, avendo apparenza di follia, è disprezzata dagli increduli.

Pertanto, benché la predicazione della croce non piaccia allo spirito umano, tuttavia, se desideriamo ritornare al nostro Creatore, dal quale siamo alienati, affinché di nuovo egli ricominci a esserci Padre, dobbiamo abbracciare questa follia con ogni umiltà. E in effetti, dalla rovina di Adamo in poi, nessuna conoscenza di Dio ha potuto giovare alla salvezza senza un Mediatore.

Infatti Gesù Cristo, dicendo che questa è la vita eterna: conoscere il Padre come l’unico vero Dio, e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo (Giovanni 17:3), non applica questo insegnamento solo al suo tempo, ma lo estende a tutte le età. Perciò è tanto più vile la stoltezza di coloro che aprono la porta del paradiso a tutti gli increduli e ai profani senza la grazia di Gesù Cristo, il quale tuttavia la Scrittura insegna essere l’unica porta per entrare nella salvezza.

Se qualcuno volesse restringere la sentenza di Gesù Cristo che ho appena citato al tempo in cui l’Evangelo è stato pubblicato, la confutazione è pronta, poiché questa ragione è stata comune a tutti i secoli e a tutte le nazioni: che coloro che sono alienati da Dio non possono piacergli prima di essere riconciliati, e sono dichiarati maledetti e figli d’ira. Vi è anche la risposta del nostro Signore Gesù alla Samaritana: «Voi adorate ciò che non conoscete; noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei» (Giovanni 4:22).

Con queste parole egli condanna come errore e falsità tutte le forme di religione professate dai pagani, e ne assegna la ragione: perché il Redentore era stato promesso sotto la Legge al solo popolo eletto. Da ciò segue che nessun culto è mai stato gradito a Dio se non in quanto guardava a Gesù Cristo. Ed è per questo che l’apostolo Paolo afferma che tutti i pagani erano senza Dio ed esclusi dalla speranza di vita (Efesini 2:12).

Inoltre, poiché l’apostolo Giovanni insegna che la vita era fin dal principio in Cristo, e che tutto il mondo ne è stato escluso (Giovanni 1:4), è necessario ritornare a questa fonte. Perciò Gesù Cristo è chiamato vita, in quanto è il propiziatore che placa il Padre verso di noi. D’altra parte, l’eredità dei cieli appartiene solo ai figli di Dio. Ora, non è ragione che coloro che non sono incorporati nel Figlio unigenito siano tenuti in tale rango, come l’apostolo Giovanni testimonia che coloro che credono in Gesù Cristo hanno questo titolo e privilegio: di essere fatti figli di Dio (Giovanni 1:12).

Ma poiché la mia intenzione non è ora di trattare compiutamente della fede, basta aver toccato questo punto come di passaggio.

2:6:2 La promessa della salvezza è sempre stata fondata in Cristo

Comunque sia, Dio non si è mai mostrato propizio ai Padri antichi, né ha dato loro alcuna speranza di grazia, senza proporre loro un Mediatore. Lascio da parte i sacrifici della Legge, mediante i quali i fedeli erano apertamente istruiti a non cercare la salvezza se non nella soddisfazione compiuta in Gesù Cristo; dico solo, in breve, che la felicità che Dio ha promesso da sempre alla sua Chiesa è stata fondata nella persona di Gesù Cristo.

Infatti, benché Dio abbia compreso tutta la stirpe di Abramo nella sua alleanza, tuttavia l’apostolo Paolo ha ragione di concludere che quella discendenza nella quale tutte le nazioni dovevano essere benedette, propriamente parlando, è Cristo (Galati 3:16), poiché sappiamo che molti sono stati generati da Abramo secondo la carne, i quali tuttavia non sono reputati della sua discendenza.

Poiché, anche lasciando Ismaele e molti altri, come è avvenuto che dei due figli gemelli di Isacco, Esaù e Giacobbe, quando erano ancora nel grembo della madre, l’uno fu rigettato e l’altro eletto? E come è avvenuto che il primogenito sia stato respinto e che il secondo abbia preso il suo posto? Infine, come è avvenuto che la maggior parte del popolo sia stata recisa come bastarda? È dunque manifesto che la discendenza di Abramo prende il suo titolo dal capo, e che la salvezza promessa non ha compimento se non giungendo a Cristo, il cui ufficio è raccogliere ciò che era disperso. Da ciò segue che la prima adozione del popolo eletto dipendeva dalla grazia del Mediatore.

Ora, benché questo non sia espresso in modo del tutto chiaro in Mosè, tuttavia è certo che fu conosciuto in generale da tutti i fedeli. Infatti, prima che vi fosse un re costituito sul popolo, Anna, madre di Samuele, parlando della felicità della Chiesa, dice nel suo cantico: «Il Signore darà forza al suo re e innalzerà la potenza del suo Cristo» (1 Samuele 2:10). Con queste parole ella intende che Dio benedirà la sua Chiesa.

A ciò concorda anche la profezia data a Eli, riportata poco dopo: «Il sacerdote che io stabilirò camminerà davanti al mio Cristo» (1 Samuele 2:35). E non vi è dubbio che il Padre celeste abbia voluto raffigurare un’immagine viva di Gesù Cristo nella persona di Davide e dei suoi successori. Perciò, volendo esortare i fedeli al timore di Dio, comanda che si baci il Figlio per rendergli omaggio. A ciò corrisponde questa sentenza dell’Evangelo: «Chi non onora il Figlio, non onora il Padre» (Salmi 2:12; Giovanni 5:23).

Perciò, benché per la ribellione delle dieci tribù il regno di Davide sia stato molto abbattuto, tuttavia l’alleanza che Dio aveva stabilito con lui e con i suoi successori è rimasta sempre, come egli l’ha dichiarato per mezzo dei profeti: «Non distruggerò del tutto questo regno a causa di Davide mio servo e di Gerusalemme che ho eletta; ma resterà una discendenza a tuo figlio» (1 Re 11:12, 34, 39). Questo proposito è ripetuto due e tre volte, e in particolare è aggiunta questa parola: «Affliggerò la discendenza di Davide, ma non per sempre».

Poco tempo dopo è detto che Dio aveva lasciato una lampada a Gerusalemme per amore di Davide suo servo, per suscitargli una discendenza e per conservare Gerusalemme (1 Re 15:4). E persino quando le cose tendevano alla rovina e alla confusione estrema, di nuovo fu detto che Dio non aveva voluto distruggere la discendenza di Giuda a causa di Davide suo servo, al quale aveva promesso di dargli una lampada, e ai suoi figli, in perpetuo (2 Re 8:19).

La sostanza di tutto ciò è che Dio ha eletto Davide solo per far riposare in lui la sua benevolenza e il suo amore, come è detto in un altro passo: «Egli rigettò la tenda di Silo e la tribù di Giuseppe, e non elesse la tribù di Efraim, ma quella di Giuda, il monte Sion che egli amò. Elisse il suo servo Davide per pascere il suo popolo e la sua eredità d’Israele» (Salmi 78:60, 67, 70, 71).

In breve, Dio ha voluto sostenere la sua Chiesa in modo tale che lo stato, la prosperità e la salvezza di essa dipendessero da questo capo. Perciò Davide esclama: «Il Signore è la forza del suo popolo e la potente salvezza del suo Cristo» (Salmi 28:8). Poi aggiunge una preghiera: «Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità», indicando con queste parole che tutto il bene della Chiesa è unito da un vincolo inseparabile con la sovranità e il dominio di Gesù Cristo.

Secondo questa ragione egli dice altrove: «O Dio, salva; che il Re ci esaudisca nel giorno in cui invochiamo» (Salmi 20:9). Egli insegna chiaramente che i fedeli non hanno mai ricorso all’aiuto di Dio con altra fiducia se non perché erano nascosti sotto la protezione del Re.

Lo stesso si può raccogliere dall’altro Salmo: «O Dio, salva; benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Salmi 118:25-26), dove si vede che i fedeli si sono rivolti a Gesù Cristo per sperare di essere custoditi sotto la mano di Dio. A questo fine tende anche un’altra preghiera, nella quale tutta la Chiesa implora la misericordia di Dio: «O Dio, sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che tu hai reso forte per te» (Salmi 80:17).

Infatti, benché l’autore del Salmo lamenti la dispersione di tutto il popolo, tuttavia chiede la restaurazione solo mediante il capo. E quando Geremia, dopo che il popolo fu condotto in terra straniera e il paese devastato e distrutto, piange e geme sulla calamità della Chiesa, fa soprattutto menzione della desolazione del regno, perché in esso la speranza dei fedeli era come recisa: «Il Cristo, dice, che era il respiro della nostra bocca, è stato preso a causa dei nostri peccati, colui del quale dicevamo: Vivremo all’ombra sua fra le nazioni» (Lamentazioni 4:20).

Da tutto ciò risulta chiaramente che Dio non può essere propizio al genere umano senza un Mediatore, e che sotto la Legge egli ha sempre posto davanti Gesù Cristo, affinché i Padri indirizzassero a lui la loro fede.

2:6:3 I Profeti richiamano la speranza della Chiesa al regno di Cristo

Ora, quando promette qualche sollievo alle afflizioni, e soprattutto quando si parla della liberazione della Chiesa, egli innalza la bandiera della fiducia e della speranza in Gesù Cristo. «Dio è uscito», dice Abacuc, «per la salvezza del suo popolo, per la salvezza con il suo Cristo» (Abacuc 3:13).

In breve, quando i Profeti parlano della restaurazione della Chiesa, il popolo è richiamato alla promessa fatta a Davide riguardo alla perpetuità del trono reale. E ciò non è meraviglia, poiché altrimenti non vi sarebbe stata alcuna fermezza nell’alleanza sulla quale essi si appoggiavano.

A questo si riferisce la notevole sentenza di Isaia: vedendo che ciò che annunciava circa l’aiuto che Dio voleva allora dare alla città di Gerusalemme era rigettato dal re incredulo Acaz, passando, per così dire, da un argomento all’altro, egli giunge al Messia: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio» (Isaia 7:14). Con parole velate egli significa che, benché il re e il popolo rigettassero per la loro malizia la promessa loro offerta e quasi deliberatamente cercassero di sovvertire la verità di Dio, tuttavia l’alleanza non sarebbe stata annullata, finché il Redentore non fosse venuto al suo tempo.

Perciò i Profeti, volendo assicurare il popolo che avrebbe trovato Dio placato e favorevole, hanno sempre osservato questo stile: mettere davanti il regno di Davide, dal quale dovevano provenire la redenzione e la salvezza eterna. Così quando Isaia dice: «Stabilirò con voi un’alleanza eterna, le misericordie sicure di Davide. Ecco, l’ho dato come testimone ai popoli» (Isaia 55:3). Ciò perché i fedeli, vedendo le cose così confuse e disperate, non potevano sperare che Dio fosse loro propizio o inclinato a misericordia, se non fosse stato prodotto loro un tale testimone.

Similmente Geremia, per risollevare coloro che erano disperati, dice: «Ecco, vengono i giorni in cui io susciterò a Davide un germoglio giusto, e Giuda e Israele abiteranno al sicuro» (Geremia 23:5-6). Ed Ezechiele, da parte sua: «Io susciterò sopra le mie pecore un solo pastore, il mio servo Davide. Io, il Signore, sarò il loro Dio, e il mio servo Davide sarà il loro pastore. Stabilirò con loro un’alleanza di pace» (Ezechiele 34:23-25).

E ancora in un altro passo, dopo aver parlato del rinnovamento che sembrava incredibile: «Il mio servo Davide sarà loro re, e sarà l’unico pastore di tutti; e ratificherò con loro un’alleanza perpetua di pace» (Ezechiele 37:25-26). Ho scelto, tra una grande quantità di testimonianze, solo un piccolo numero, poiché intendo soltanto avvertire i lettori che la speranza dei fedeli non è mai riposata altrove se non in Gesù Cristo.

Tutti gli altri Profeti parlano nello stesso modo: come in Osea, dove è detto che «i figli di Giuda e i figli d’Israele si raduneranno insieme e si daranno un solo capo»; e poi più chiaramente: «I figli d’Israele ritorneranno e cercheranno il Signore loro Dio e Davide loro re» (Osea 1:11; 3:5). Allo stesso modo Michea, trattando del ritorno del popolo, dichiara che «il re passerà davanti a loro e il Signore sarà il loro capo» (Michea 2:13).

Perciò Amos, volendo promettere il ristabilimento della Chiesa, dice: «Io risusciterò la tenda di Davide che è caduta; ne riparerò le brecce e ne ricostruirò le rovine» (Amos 9:11). Con ciò egli mostra che non vi era altro segno di salvezza se non che la gloria e la maestà regale fossero di nuovo ristabilite nella casa di Davide, cosa che si è compiuta in Cristo.

Per questo motivo Zaccaria, poiché il suo tempo era più vicino alla manifestazione di Cristo, esclama più apertamente: «Rallegrati grandemente, figlia di Sion; esulta, figlia di Gerusalemme: ecco, il tuo re viene a te, giusto e vittorioso» (Zaccaria 9:9). Come abbiamo già citato un passo simile del Salmo: «Il Signore è la forza della salvezza del suo Cristo. O Dio, salva» (Salmi 28:8). Con queste parole è mostrato che la salvezza si estende dal capo a tutto il corpo.

2:6:4 La fede in Dio non può sussistere senza Cristo, sua immagine e Mediatore

Ora, Dio ha voluto che i Giudei fossero imbevuti di tali profezie, per abituarli a levare gli occhi a Gesù Cristo ogni volta che avevano bisogno di essere liberati. E in effetti, benché si siano corrotti gravemente, tuttavia la memoria di questo principio generale non è mai stata cancellata: che Dio, secondo la promessa fatta a Davide, sarebbe stato il Redentore della sua Chiesa per mezzo di Gesù Cristo, e che per questo mezzo l’alleanza gratuita, mediante la quale Dio aveva adottato i suoi eletti, sarebbe rimasta ferma.

Da ciò è avvenuto che, all’ingresso di Gesù Cristo in Gerusalemme poco prima della sua morte, questo cantico risuonava come cosa comune sulla bocca dei fanciulli: «Osanna al figlio di Davide» (Matteo 21:9). Non vi è dubbio che ciò provenisse da ciò che era comunemente ricevuto da tutto il popolo, e che essi lo cantassero quotidianamente: cioè che non restava loro altro pegno della misericordia di Dio se non nell’avvento del Redentore.

Per questa ragione Cristo comanda ai suoi discepoli di credere in lui, per credere distintamente e perfettamente in Dio (Giovanni 14:1). Infatti, benché propriamente parlando la fede salga al Padre per mezzo di Gesù Cristo, tuttavia egli insegna che, anche se fondata in Dio, essa svanisce a poco a poco se non interviene lui in mezzo per sostenerla in piena fermezza.

Del resto, la maestà di Dio è troppo alta perché gli esseri mortali possano giungervi, poiché non fanno altro che strisciare sulla terra come piccoli vermi. Perciò accolgo il detto comune che Dio è l’oggetto della fede, purché vi si aggiunga una correzione: poiché non invano Gesù Cristo è chiamato l’immagine del Dio invisibile (Colossesi 1:15), ma con questo titolo siamo avvertiti che, se il Padre non si presenta a noi mediante il Figlio, non può essere conosciuto per la salvezza.

Ora, benché gli scribi avessero confuso e oscurato con le loro false interpretazioni tutto ciò che i Profeti avevano insegnato del Redentore, tuttavia Gesù Cristo prese come cosa risolta e ricevuta dal consenso comune questo punto: che non vi era altro rimedio nella confusione in cui erano caduti i Giudei, né altro mezzo per liberare la Chiesa, se non che il Redentore promesso si manifestasse.

Non era stato compreso tra il popolo, come avrebbe dovuto, ciò che l’apostolo Paolo insegna, cioè che Gesù Cristo è il termine della Legge (Romani 10:4); ma è chiaro dalla Legge e dai Profeti quanto questa sentenza sia vera e certa. Non discuto ancora minutamente della fede, poiché vi sarà luogo più opportuno altrove; mi basta concludere questo: che, poiché il primo grado della pietà consiste nel conoscere che Dio ci è Padre, per sostenerci, governarci e nutrirci, finché ci accolga nella sua eredità eterna, ne segue necessariamente ciò che abbiamo sopra dichiarato, cioè che la vera conoscenza di Dio non può sussistere senza Gesù Cristo.

E così, fin dal principio del mondo, egli è stato posto davanti agli eletti, affinché avessero gli occhi fissi su di lui e in lui riposasse la loro fiducia. In questo senso scrisse Ireneo che il Padre, essendo infinito in sé, si è reso finito nel Figlio, poiché si è adattato alla nostra piccolezza, affinché non inghiottisse i nostri sensi con l’infinità della sua gloria. Alcuni fantastici, non comprendendo ciò, hanno tratto da questa sentenza, molto utile, un pretesto per colorare la loro folle fantasia, come se solo una parte della divinità fosse stata riversata dalla perfezione del Padre sul Figlio.

Ma questo buon Dottore non intende altro se non che Dio è compreso in Gesù Cristo e non altrove. Questa sentenza è sempre stata vera: «Chi non ha il Figlio non ha il Padre» (1 Giovanni 2:23). Infatti, benché molti si siano vantati di adorare il sovrano Creatore del cielo e della terra, tuttavia, non avendo alcun Mediatore, è stato impossibile per loro gustare veramente la misericordia di Dio e persuadersi rettamente che egli fosse loro Padre. Perciò, non avendo il capo, cioè Cristo, non vi è stata in loro altro che una conoscenza ombrosa di Dio, senza alcuna stabilità.

Da ciò è avvenuto anche che, caduti in superstizioni grossolane ed enormi, hanno manifestato la loro ignoranza, come oggi gli islamici, i quali, benché si vantino a gran voce che il sovrano Creatore è il loro Dio, tuttavia pongono un idolo al suo posto, poiché rigettano Gesù Cristo.


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