Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 7

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro II

Capitolo VII

Che la Legge fu data non per trattenere presso di sé il popolo antico, ma per nutrire la speranza della salvezza che doveva avere in Gesù Cristo, fino alla sua venuta

2.7.1 La Legge come custode della promessa e pedagogia verso Cristo

Da tutto il discorso che abbiamo fatto, è facile raccogliere che la Legge non fu data, circa quattrocento anni dopo la morte di Abramo, per allontanare da Gesù Cristo il popolo eletto; ma piuttosto per tenere gli animi in sospeso fino alla sua venuta, e stimolarli a un ardente desiderio di essa, confermandoli nell’attesa affinché non venissero meno per la lunghezza del tempo.

Ora, con il termine Legge non intendo soltanto i dieci comandamenti, che ci mostrano la regola del vivere giusto e santo, ma l’intera forma di religione che Dio ha pubblicato per mano di Mosè. Infatti Mosè non fu dato come legislatore per abolire la benedizione promessa alla discendenza di Abramo; al contrario, vediamo che egli richiama continuamente i Giudei a quell’alleanza gratuita che Dio aveva stabilito con i loro padri, e della quale essi erano eredi, come se fosse stato mandato per rinnovarla.

Questo risulta chiaramente dalle cerimonie. Poiché non vi sarebbe nulla di più stolto o frivolo che offrire il grasso e il fumo nauseante delle viscere degli animali per riconciliarsi con Dio, oppure rifugiarsi in qualche aspersione di sangue o d’acqua per purificare le impurità dell’anima. In breve, se tutto il culto che fu sotto la Legge fosse considerato in sé stesso, come se non contenesse ombre e figure aventi una verità corrispondente, sembrerebbe un gioco da bambini.

Per questo non senza motivo, tanto nel discorso finale di santo Stefano quanto nell’Epistola agli Ebrei, è diligentemente notato quel passo in cui Dio comandò a Mosè di fare il tabernacolo con le sue pertinenze secondo il modello che gli era stato mostrato sul monte (Atti 7:44; Ebrei 8:5; Esodo 25:40). Poiché se tutto ciò non avesse avuto un fine spirituale, i Giudei avrebbero sprecato le loro fatiche tanto quanto i pagani nelle loro vanità.

Gli schernitori e le persone profane, che non hanno mai applicato il loro studio alla vera pietà, si infastidiscono di un tale ammasso di cerimonie che si vede nella Legge; non solo si meravigliano che Dio abbia voluto dare tanto peso al popolo antico caricandolo di tanti fardelli, ma si prendono gioco di tante pratiche, come di minute inezie e giochi infantili, perché non considerano il fine, dal quale, se le figure della Legge sono separate, esse possono sembrare vane e inutili.

Ma quel modello di cui si parla mostra bene che Dio non ha ordinato i sacrifici per occupare in cose terrene coloro che volevano servirlo, ma piuttosto per elevare i loro animi più in alto. Ciò è confermato dalla sua stessa natura: poiché, essendo Dio spirito, non prende piacere se non in un culto spirituale.

Questo è testimoniato da molte affermazioni dei profeti, quando rimproverano i Giudei per la loro stoltezza nel pensare che i sacrifici, in quanto tali, fossero graditi a Dio. La loro intenzione non era di derogare in alcun modo alla Legge, ma, come suoi veri e legittimi interpreti, ricondurre il popolo al fine dal quale si era allontanato.

Già possiamo raccogliere che, poiché la grazia di Dio fu offerta ai Giudei, la Legge non fu priva di Cristo. Infatti Mosè propose loro questo fine della loro adozione: che fossero un regno sacerdotale per Dio (Esodo 19:6), cosa che non avrebbero potuto ottenere se non vi fosse stata una riconciliazione più degna e più preziosa di quella operata dal sangue di animali bruti.

Quale ragione o coerenza vi sarebbe che i figli di Adamo, i quali per contagio ereditario nascono tutti schiavi del peccato, fossero improvvisamente elevati a dignità regale e, per questo mezzo, resi partecipi della gloria di Dio, se un bene così alto ed eccellente non fosse loro venuto da altrove? E come avrebbe potuto appartenere loro il diritto del sacerdozio, o avere luogo in mezzo a loro, essendo essi abominevoli a Dio per le macchie dei loro vizi, se non fossero stati consacrati a tale ufficio dalla santità del capo?

Perciò san Pietro, riprendendo le parole di Mosè, usa una grazia e una destrezza degne di nota, quando, per indicare che la pienezza della grazia gustata dai Giudei sotto la Legge è stata dispiegata in Gesù Cristo, dice: Voi siete la stirpe eletta e il sacerdozio regale (1 Pietro 2:9). Questo cambiamento di espressione tende a farci riconoscere che coloro ai quali Gesù Cristo è apparso mediante l’Evangelo hanno ricevuto beni maggiori dei loro padri, poiché sono tutti ornati e rivestiti di onore sacerdotale e regale, per potersi presentare davanti a Dio con piena libertà mediante il loro mediatore.


2.7.2 Cristo prefigurato nel sacerdozio e nel regno

È qui da notare, di passaggio, che il regno stabilito nella casa di Davide era parte della carica e della missione affidata a Mosè, e della dottrina della quale egli fu ministro. Ne consegue che, tanto nella linea di Levi quanto nei successori di Davide, Gesù Cristo fu posto davanti agli occhi dei Giudei come in un duplice specchio.

Poiché, come ho già detto, essi non avrebbero potuto essere sacerdoti davanti a Dio, essendo schiavi del peccato e della morte e contaminati dalla loro corruzione.

Ora si può anche vedere quanto sia vero ciò che dice san Paolo: che i Giudei furono tenuti sotto la Legge come sotto la custodia di un pedagogo, fino a che venisse la semenza in vista della quale la grazia era stata data (Galati 3:24). Infatti, poiché Gesù Cristo non era ancora loro mostrato in modo familiare, essi erano come bambini, e la loro rozzezza e debolezza non potevano sostenere una piena conoscenza delle cose celesti.

Come siano stati condotti a Gesù Cristo mediante le cerimonie è già stato spiegato, e lo si può comprendere ancora meglio da molte testimonianze dei profeti. Poiché, sebbene fossero obbligati a offrire ogni giorno nuovi sacrifici per placare Dio, tuttavia Isaia mostra loro che tutti i peccati sarebbero stati cancellati una volta per tutte mediante un sacrificio unico e perpetuo, cosa che anche Daniele conferma (Isaia 53:5; Daniele 9:26-27).

I sacerdoti, scelti dalla stirpe di Levi, entravano nel santuario; ma intanto nel Salmo si dice che Dio ne ha eletto uno solo, stabilito con giuramento solenne e immutabile, per essere sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec (Salmo 110:4). L’unzione con olio visibile aveva allora corso; ma Daniele, secondo la visione ricevuta, annuncia che vi sarà un’altra unzione ben diversa.

Non insisterò più a lungo su questo, poiché l’autore dell’Epistola agli Ebrei, dal quarto capitolo fino all’undicesimo, dimostra ampiamente e chiaramente che tutte le cerimonie della Legge sono di nessun valore e utilità finché non si giunga a Gesù Cristo.

Quanto ai dieci comandamenti, anche ad essi si applica la sentenza di san Paolo: che Gesù Cristo è il fine (o termine) della Legge, per la salvezza di tutti i credenti; e che Gesù Cristo è l’anima o lo Spirito che vivifica la lettera, la quale, di per sé, sarebbe mortale (Romani 10:4; 2 Corinzi 3:6).

Nel primo passo egli intende che è vano essere istruiti su quale sia la vera giustizia, finché Gesù Cristo non ce la conceda, sia mediante l’imputazione gratuita, sia rigenerandoci con il suo Spirito. Perciò a buon diritto egli chiama Gesù Cristo il compimento o il fine della Legge, poiché non giova a nulla sapere ciò che Dio richiede da noi, se Gesù Cristo non ci soccorre alleggerendoci dal giogo e dal peso insopportabile sotto il quale siamo affaticati e oppressi.

In un altro luogo egli dice che la Legge è stata data a motivo delle trasgressioni, cioè per umiliare gli uomini, convincendoli della loro condanna (Galati 3:19). Poiché questa è la vera e unica preparazione per venire a Cristo, tutto ciò che egli dice con parole diverse è perfettamente concorde. Ma poiché doveva disputare contro seduttori che insegnavano che ci si potesse giustificare e meritare la salvezza mediante le opere della Legge, per abbattere il loro errore fu talvolta costretto a prendere la Legge in senso più ristretto, come se comandasse semplicemente di vivere bene, benché l’alleanza di adozione non debba mai esserne separata quando si considera tutto ciò che essa contiene.


2.7.3 La Legge morale e l’accresciuta inescusabilità dell’essere umano

Ora è opportuno vedere brevemente come, dopo essere stati istruiti dalla Legge morale, diventiamo tanto più inescusabili, affinché siamo sollecitati a chiedere perdono. Se è vero che nella Legge è mostrata la perfezione della giustizia, ne segue ugualmente che la perfetta osservanza della Legge è perfetta giustizia davanti a Dio, per la quale l’uomo potrebbe essere reputato giusto davanti al suo trono celeste.

Perciò Mosè, dopo aver promulgato la Legge, non esita a chiamare a testimone il cielo e la terra, affermando di aver proposto al popolo d’Israele la vita e la morte, il bene e il male (Deuteronomio 30:19). E non possiamo negare che l’intera obbedienza alla Legge non sia ricompensata con la vita eterna, come il Signore l’ha promesso.

Tuttavia dobbiamo considerare se noi adempiamo tale obbedienza, dalla quale possiamo concepire qualche fiducia di salvezza. A che serve, infatti, sapere che obbedendo alla Legge si può attendere il premio della vita eterna, se nello stesso tempo non riconosciamo che per questa via possiamo realmente giungere alla salvezza?

Qui si manifesta l’impotenza della Legge: poiché tale obbedienza non si trova in nessuno di noi, essendo così esclusi dalle promesse di vita, cadiamo nella maledizione eterna. Non dico soltanto ciò che accade di fatto, ma ciò che necessariamente deve accadere. Infatti, poiché la dottrina della Legge supera di gran lunga la capacità degli uomini, possiamo sì contemplare da lontano le promesse che vi sono contenute, ma non possiamo riceverne alcun frutto.

Non ne ricaviamo dunque altro se non una conoscenza più profonda della nostra miseria, in quanto ogni speranza di salvezza ci è tolta e la morte ci è manifestata. Dall’altra parte si presentano le terribili minacce che vi sono contenute, le quali non gravano su alcuni soltanto, ma su tutti indistintamente; esse ci opprimono e ci inseguono con rigore inesorabile, così che vediamo nella Legge una maledizione certa.


2.7.4 Le promesse condizionali della Legge e la grazia gratuita

Pertanto, se consideriamo soltanto la Legge, non possiamo che perdere ogni coraggio, essere confusi e disperare, poiché in essa siamo tutti maledetti e condannati, e nessuno di noi è ammesso alla beatitudine promessa a coloro che la osservano.

Qualcuno potrebbe chiedere se Dio si diletti a beffarci. Infatti sembra quasi una derisione mostrare all’uomo una speranza di felicità, chiamarlo ed esortarlo ad essa, promettere che gli è preparata, e tuttavia chiudergli l’accesso.

Rispondo che, sebbene le promesse della Legge, essendo condizionate, non debbano essere adempiute se non verso coloro che avranno compiuto tutta la giustizia (cosa che non si trova tra gli uomini), tuttavia non sono state date invano. Infatti, dopo che abbiamo compreso che esse non hanno luogo né efficacia per noi, se non quando Dio, per la sua bontà gratuita, ci accoglie senza alcun riguardo alle opere; e dopo che, per fede, abbiamo ricevuto quella bontà che egli ci presenta nel suo Evangelo, allora quelle stesse promesse con la loro condizione non sono vane.

Poiché allora il Signore ci dona gratuitamente ogni cosa, giungendo a tale sommo grado di liberalità da non rigettare la nostra obbedienza imperfetta, ma, perdonando e rimettendo ciò che le manca, l’accetta come buona e completa, e di conseguenza ci fa ottenere il frutto delle promesse legali come se la loro condizione fosse stata adempiuta.

Ma poiché questa questione sarà trattata più ampiamente quando parleremo della giustificazione per fede, non intendo ora proseguirla oltre.


2.7.5 L’impossibilità dell’osservanza perfetta della Legge in questa vita

Quanto a ciò che abbiamo detto, cioè che l’osservanza della Legge è impossibile, è necessario spiegarlo e confermarlo brevemente. Poiché questa affermazione sembra ad alcuni del tutto assurda, tanto che san Girolamo non esitò a condannarla come empia. Quanto al motivo che lo spinse a farlo, non me ne curo: a noi basta conoscere la verità.

Non farò qui grandi distinzioni sui diversi modi di possibilità. Chiamo impossibile ciò che non è mai accaduto e che, per decreto di Dio, non accadrà mai. Se consideriamo tutta la storia del mondo, affermo che non vi è stato alcun santo che, essendo in questa prigione del corpo mortale, abbia avuto un amore così perfetto da amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Aggiungo che non ve n’è stato alcuno che non sia stato macchiato da qualche concupiscenza. Chi potrebbe negarlo?

So bene quali santi immagina la superstizione: di una purezza tale che a stento gli angeli del cielo potrebbero eguagliarli; ma ciò ripugna tanto alla Scrittura quanto all’esperienza. Dico inoltre che non vi sarà mai nessuno che giunga a un tale grado di perfezione finché non sarà liberato dal corpo.

Questo è provato da molte e chiare testimonianze della Scrittura. Salomone, nella dedicazione del tempio, afferma che non c’è uomo sulla terra che non pecchi. Davide dice che nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio (1 Re 8:46; Salmo 143:2). Questa sentenza è spesso ripetuta nel libro di Giobbe. San Paolo la afferma più chiaramente di tutti: La carne desidera contro lo Spirito, e lo Spirito contro la carne.

E non adduce altra ragione per dimostrare che tutti coloro che sono sotto la Legge sono maledetti, se non questa: che è scritto che tutti coloro che non perseverano nell’osservanza dei comandamenti sono maledetti (Galati 5:17; 3:10; Deuteronomio 27:26), intendendo così, o meglio stabilendo come cosa certa, che nessuno vi persevera.

Ora, tutto ciò che è predetto nella Scrittura deve essere considerato eterno e necessario. I pelagiani molestavano sant’Agostino con questa sottigliezza: che si fa ingiuria a Dio se comanda più di quanto i fedeli possano fare con la sua grazia. Egli, per evitare la loro calunnia, concedeva che il Signore potrebbe, se volesse, innalzare un uomo mortale a una perfezione angelica, ma che non l’ha mai fatto né lo farà mai, poiché ha detto il contrario.

Non contraddico questa affermazione, ma aggiungo che non ha senso disputare sulla potenza di Dio contro la sua verità. Pertanto dico che questa sentenza non può essere cavillata, se qualcuno afferma che è impossibile che avvengano cose delle quali il Signore ha dichiarato che non avverranno.

E se si disputa sul termine stesso, Gesù Cristo, interrogato dai suoi discepoli su chi possa essere salvato, risponde che ciò è impossibile agli uomini, ma che a Dio tutto è possibile (Matteo 19:25). Sant’Agostino dimostra con buone ragioni che, nella vita presente, non rendiamo mai a Dio l’amore che gli dobbiamo. L’amore, dice, procede dalla conoscenza, e nessuno può amare perfettamente Dio se prima non ha conosciuto perfettamente la sua bontà.

Ora, mentre siamo in questo pellegrinaggio terreno, non la vediamo se non oscuramente e come in uno specchio; ne segue che l’amore che gli portiamo è imperfetto. Dunque teniamo per certo che l’adempimento della Legge ci è impossibile finché viviamo in questo mondo, come sarà dimostrato altrove da san Paolo (Romani 8:3).


2.7.6 - Il primo ufficio della Legge morale: convincere dell’ingiustizia e condannare

Ma affinché il tutto si comprenda più chiaramente, raccogliamo in forma sommaria l’ufficio e l’uso della Legge detta morale, che, per quanto posso giudicare, si divide in tre parti.

La prima consiste in questo: che, mostrando la giustizia di Dio, cioè quella che gli è gradita, essa ammonisce ciascuno della propria ingiustizia, e lo rende certo di essa, fino a convincerlo e condannarlo. Infatti è necessario che l’essere umano, altrimenti accecato e inebriato dall’amore di sé stesso, sia costretto a riconoscere e confessare tanto la propria debolezza quanto la propria impurità.

Poiché, se la sua vanità non viene smascherata apertamente, egli si gonfia di una folle fiducia nelle proprie forze, e non può essere indotto a riconoscerne la fragilità e la piccolezza, finché le misura secondo la propria fantasia. Ma quando prova ad attuare la Legge di Dio, dalla difficoltà che vi incontra ha occasione di abbattere il suo orgoglio. Qualunque grande opinione avesse concepito prima di sé stesso, allora sente quanto le sue forze siano gravate da un peso così oneroso, fino a vacillare, inciampare, cadere e infine venir meno del tutto.

Così l’essere umano, istruito dalla dottrina della Legge, viene distolto dalla sua naturale presunzione. Ha inoltre bisogno di essere purificato da un altro vizio di arroganza, di cui abbiamo parlato. Finché infatti si ferma al proprio giudizio, egli costruisce, al posto della vera giustizia, un'ipocrisia, nella quale compiacendosi si insuperbisce contro la grazia di Dio, sotto il pretesto di non so quali osservanze inventate dalla sua mente.

Ma quando è costretto a esaminare la propria vita secondo la bilancia della Legge di Dio, abbandonando la fantasia di quella falsa giustizia che aveva concepito, vede di essere enormemente lontano dalla vera santità, e al contrario di essere pieno di vizi, dai quali prima si credeva puro. Infatti le concupiscenze sono così nascoste e intricate che facilmente ingannano lo sguardo dell’essere umano.

Non senza ragione dunque l’Apostolo dice che non aveva conosciuto che cosa fosse la concupiscenza, se la Legge non gli avesse detto: Non concupire (Romani 7:7). Poiché, se essa non viene scoperta dalla Legge e tratta fuori dai suoi nascondigli, essa ferisce mortalmente il misero essere umano senza che egli se ne accorga.


2.7.7 - La Legge come specchio: conoscenza del peccato, maledizione e morte

Pertanto la Legge è come uno specchio, nel quale contempliamo dapprima la nostra debolezza, poi l’iniquità che da essa procede, e infine la maledizione che deriva da entrambe, come nello specchio vediamo le macchie del nostro volto. Poiché colui al quale manca ogni capacità di vivere rettamente non può fare altro che rimanere immerso nel fango del peccato.

Al peccato segue la maledizione. Perciò, quanto più la Legge ci convince di una maggiore trasgressione, tanto più ci mostra condannabili e degni di una pena più grave. Questo è ciò che l’Apostolo intende quando dice che per mezzo della Legge viene la conoscenza del peccato (Romani 3:20). Egli indica così il primo ufficio della Legge, che si manifesta nei peccatori non rigenerati.

Allo stesso significato riconducono anche queste affermazioni: che la Legge è intervenuta affinché il peccato abbondasse; e che essa è ministero di morte, che produce l’ira di Dio e ci uccide (Romani 5:20; 2 Corinzi 3:7). Non vi è infatti dubbio che quanto più la coscienza è toccata da vicino dalla percezione del peccato, tanto più l’iniquità cresce, poiché alla trasgressione si unisce allora la ribellione contro il Legislatore (Romani 4:15).

Ne consegue che la Legge arma la vendetta di Dio per la rovina del peccatore, poiché non può fare altro che accusare, condannare e distruggere. E, come dice sant’Agostino: Se lo Spirito della grazia è tolto, la Legge non giova ad altro che ad accusare e uccidere.

Dicendo questo, non si reca alcuna ingiustizia alla Legge né si sminuisce la sua eccellenza. Certamente, se la nostra volontà fosse del tutto fondata e regolata secondo la sua obbedienza, ci basterebbe conoscerne la dottrina per la salvezza. Ma poiché la nostra natura, corrotta e carnale com’è, è direttamente contraria alla Legge spirituale di Dio e non può essere corretta dalla sua disciplina, ne segue che la Legge, che sarebbe stata data per la salvezza se fosse stata accolta rettamente, diventa per noi occasione di peccato e di morte.

Infatti, poiché siamo tutti convinti di essere suoi trasgressori, tanto più essa ci rivela la giustizia di Dio, tanto più dall’altro lato scopre la nostra iniquità; e quanto più ci assicura del premio preparato per la giustizia, tanto più ci certifica anche la confusione preparata per gli iniqui.

Lungi dunque dal recare offesa alla Legge con queste affermazioni, noi raccomandiamo al massimo la bontà di Dio, poiché appare chiaramente che è la nostra sola perversità a impedirci di ottenere la beatitudine eterna che ci era presentata nella Legge. Da ciò abbiamo motivo di gustare maggiormente la grazia di Dio, che supplisce al difetto della Legge, e di amare ancor più la sua misericordia, mediante la quale questa grazia ci è conferita, vedendo che egli non si stanca mai di farci del bene, aggiungendo beneficio su beneficio.


2.7.8 - La condanna della Legge come via alla misericordia in Cristo

Ora, il fatto che la nostra iniquità e condanna siano provate e sigillate dalla testimonianza della Legge non avviene affinché cadiamo nella disperazione e, perduto ogni coraggio, ci abbandoniamo alla rovina. Questo non accadrà, se ne facciamo buon uso. È vero che gli empi si scoraggiano in questo modo, ma ciò avviene per l’ostinazione del loro cuore.

I figli di Dio, invece, devono giungere a un altro fine, cioè comprendere ciò che dice san Paolo: egli confessa che tutti siamo condannati dalla Legge affinché ogni bocca sia chiusa e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole davanti a Dio (Romani 3:19); ma altrove insegna che Dio ha rinchiuso tutti nell’incredulità, non per perdere o lasciar perire, ma per usare misericordia verso tutti (Romani 11:32).

Ciò avviene affinché, deposta ogni vana stima della propria virtù, riconoscano di essere sostenuti solo dalla sua mano; e affinché, completamente vuoti e spogli, ricorrano alla sua misericordia, riposando interamente in essa, nascondendosi sotto la sua ombra e prendendola come unica giustizia e merito, come essa è offerta in Gesù Cristo a tutti coloro che la cercano, la desiderano e l’attendono mediante vera fede.

Infatti il Signore, nei precetti della Legge, non si mostra remuneratore se non di una giustizia perfetta, della quale siamo tutti privi; e al contrario si manifesta severo esecutore delle pene dovute alle nostre colpe. Ma in Cristo il suo volto risplende pieno di grazia e di dolcezza, benché noi siamo poveri peccatori e indegni.


2.7.9 - La Legge come mezzo per implorare la grazia: Agostino

Quanto all’istruzione che dobbiamo trarre dalla Legge per essere condotti a implorare l’aiuto di Dio, sant’Agostino ne parla spesso. Egli dice, ad esempio: La Legge comanda, affinché, sforzandoci di adempiere i suoi comandamenti e soccombendo per la nostra debolezza, impariamo a implorare l’aiuto di Dio.

Ancora: L’utilità della Legge è di convincere l’essere umano della sua debolezza e costringerlo a ricercare la medicina della grazia, che è in Cristo.

E ancora: La Legge comanda; la grazia dà la forza di operare il bene.

Oppure: Dio comanda ciò che non possiamo fare, affinché sappiamo che cosa dobbiamo chiedergli.

E ancora: La Legge è stata data per renderci colpevoli, affinché, essendo colpevoli, temiamo; e temendo, chiediamo perdono e non presumiamo delle nostre forze.

E infine: La Legge è stata data per renderci piccoli, laddove eravamo grandi; per mostrarci che non abbiamo da noi stessi la forza di ottenere la giustizia, affinché, così poveri e bisognosi, ricorriamo alla grazia di Dio.

A ciò egli aggiunge una preghiera: Fa’ così, Signore: comandaci ciò che possiamo compiere, o piuttosto comandaci ciò che non possiamo compiere senza la tua grazia; affinché, quando gli esseri umani non possono adempiere con le loro forze ciò che tu comandi, ogni bocca sia chiusa, nessuno si stimi grande, tutti siano piccoli, e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole davanti a Dio.

È superfluo per me raccogliere molte testimonianze di sant’Agostino su questa materia, poiché egli ha scritto un libro apposito, intitolato Dello Spirito e della Lettera. Quanto al secondo beneficio della Legge, egli non lo espone con altrettanta chiarezza, forse perché riteneva che potesse essere compreso dal primo, oppure perché non ne era del tutto risoluto, o non poté svilupparlo come avrebbe voluto.

Ora, sebbene l’utilità di cui abbiamo parlato si addica propriamente ai figli di Dio, tuttavia essa è comune anche ai reprobi. Infatti, sebbene essi non giungano al punto dei credenti — di essere umiliati secondo la carne per ricevere vigore spirituale nello spirito — ma soccombano nello smarrimento e nella disperazione, ciò nondimeno serve a manifestare l’equità del giudizio di Dio, nel fatto che le loro coscienze siano agitate da tale tormento. Finché è possibile, infatti, essi cercano sempre di sottrarsi al giudizio di Dio; ma anche se il giudizio non è ancora manifesto, tuttavia, per la testimonianza della Legge e della loro coscienza, sono così abbattuti da mostrare ciò che hanno meritato.


2.7.10 - Il secondo ufficio della Legge: freno esteriore al male

Il secondo ufficio della Legge è questo: che coloro i quali non si curano di fare il bene se non per costrizione, udendo le terribili minacce che essa contiene, siano almeno per timore della punizione trattenuti dalla loro malvagità.

Essi ne sono trattenuti non perché il loro cuore sia interiormente mosso o toccato, ma soltanto perché sono frenati come da una briglia, per non eseguire le loro cattive cupidigie, che altrimenti compirebbero con sfrenata licenza. Per questo non diventano affatto più giusti o migliori davanti a Dio.

Infatti, sebbene siano trattenuti dalla paura o dalla vergogna, così da non osare mettere in atto ciò che hanno concepito nel cuore e da non sfogare la furia della loro intemperanza, tuttavia il loro cuore non è affatto disposto al timore e all’obbedienza di Dio. Anzi, quanto più si trattengono, tanto più si infiammano e si accendono nella loro concupiscenza, pronti a commettere ogni sorta di turpitudine, se non fosse che l’orrore della Legge li frena.

Non solo il cuore rimane sempre malvagio, ma essi odiano mortalmente la Legge di Dio; e poiché Dio ne è l’autore, lo hanno in esecrazione, tanto che, se fosse loro possibile, la abolirebbero volentieri. Non sopportano infatti che egli comandi ciò che è buono, santo e giusto, e che si vendichi dei disprezzatori della sua maestà.

Questa disposizione appare più apertamente in alcuni, in altri è più nascosta, ma è presente in tutti coloro che non sono rigenerati: essi si sottomettono alla Legge in qualche modo, non volontariamente, ma per costrizione e con grande resistenza, spinti unicamente dal timore del rigore di Dio.

Tuttavia questa giustizia forzata e costretta è necessaria alla convivenza umana, alla cui tranquillità il Signore provvede impedendo che ogni cosa sia travolta dalla confusione, come accadrebbe se tutto fosse permesso a chiunque.

Essa inoltre non è inutile ai figli di Dio, quando non hanno ancora lo Spirito di Dio, ma si abbandonano all’intemperanza della carne — come talvolta accade, quando il Signore non si rivela immediatamente ai suoi fedeli, ma li lascia camminare per un certo tempo nell’ignoranza prima di chiamarli. In tal modo, essendo trattenuti da ogni dissolutezza mediante questo timore servile, benché non progrediscano molto nell’immediato, poiché il loro cuore non è ancora domato e sottomesso, tuttavia si abituano poco a poco a portare il giogo del Signore, affinché, quando egli li avrà chiamati, non siano del tutto rozzi nel sottomettersi ai suoi comandamenti come a cosa nuova e sconosciuta.

È verosimile che l’Apostolo abbia voluto accennare a questo ufficio della Legge quando dice che essa non è data per i giusti, ma per gli ingiusti e ribelli, per gli empi e peccatori, per i malvagi e impuri, per gli uccisori dei genitori, per gli omicidi, per i fornicatori, per i ladri, per i bugiardi e spergiuri, e per ogni altro vizio contrario alla sana dottrina (1 Timoteo 1:9-10). Con ciò egli mostra che la Legge è come una briglia per frenare le concupiscenze della carne, che altrimenti si sfrenerebbero senza misura.


2.7.11 - La Legge come pedagogo: umiliare i presuntuosi e frenare i disordinati

Si può applicare ad entrambi ciò che egli dice in un altro passo: cioè che la Legge è stata pedagogo per i Giudei, per condurli a Cristo (Galati 3:24). Infatti vi sono due generi di persone che essa conduce a Cristo con la sua istruzione “puerile”.

Le prime sono quelle di cui abbiamo parlato sopra: persone troppo piene di fiducia nella propria virtù o giustizia, e perciò incapaci di ricevere la grazia di Cristo, se prima non vengono rese vuote. La Legge dunque, mostrando loro la loro miseria, le conduce all’umiltà e, così, le prepara a desiderare ciò di cui non pensavano di aver bisogno.

Le seconde sono quelle che hanno bisogno di una briglia per essere trattenute, affinché non vadano vagando secondo le concupiscenze della loro carne. Là dove lo Spirito di Dio non governa ancora, le concupiscenze talvolta sono così enormi e sfrenate che l’anima è in pericolo di esserne sepolta, cadendo nel disprezzo e nel contemnimento di Dio. E di fatto accadrebbe così, se Dio non vi provvedesse con questo mezzo, trattenendo con la briglia della sua Legge coloro nei quali la carne domina ancora.

Perciò, quando non rigenera immediatamente una persona che ha eletto per chiamarla alla salvezza, Dio la sostiene fino al tempo della sua visita, mediante la sua Legge, sotto un timore non puro e diritto come deve essere nei suoi figli, ma tuttavia utile, per quel tempo, a chi deve essere condotto gradualmente a una dottrina più perfetta. Di ciò abbiamo tante esperienze che non è necessario addurne esempi. Infatti tutti coloro che sono rimasti per un certo tempo nell’ignoranza di Dio confesseranno di essere stati così mantenuti in un certo timore di Dio, fino a quando furono rigenerati dal suo Spirito, e cominciarono ad amarlo con buon coraggio e affetto.


2.7.12 - Il terzo uso della Legge: guida e stimolo per i credenti

Il terzo uso della Legge, che è il principale e che propriamente appartiene al fine per il quale essa fu data, ha luogo tra i fedeli, nei cui cuori lo Spirito di Dio ha già il suo regno e la sua efficacia. Poiché, benché essi abbiano la Legge scritta nei loro cuori dal dito di Dio, cioè benché, per la guida dello Spirito Santo, abbiano questa disposizione di desiderare di ubbidire a Dio, tuttavia traggono ancora un duplice profitto dalla Legge.

Anzitutto, essa è per loro un eccellente strumento per comprendere meglio e più certamente, di giorno in giorno, quale sia la volontà di Dio alla quale aspirano, e per confermarsi nella conoscenza di essa. Come un servo, benché sia risoluto nel cuore a servire bene il suo padrone e a compiacerlo pienamente, tuttavia ha bisogno di conoscerne familiarmente e di considerare bene i costumi e le inclinazioni, per conformarsi ad essi. E nessuno di noi deve ritenersi esente da questa necessità. Infatti nessuno è giunto a tale saggezza da non poter progredire ogni giorno, mediante la dottrina quotidiana della Legge, e crescere in una più chiara intelligenza della volontà di Dio.

Inoltre, poiché non abbiamo bisogno soltanto di dottrina ma anche di esortazione, il servo di Dio trarrà questa utilità dalla Legge: che, mediante la frequente meditazione di essa, sarà stimolato all’obbedienza a Dio, confermato in essa e distolto dalle sue colpe. Infatti i santi devono sollecitare sé stessi in questo modo, perché, per quanto pronti siano ad applicarsi al bene, tuttavia sono sempre rallentati dalla pigrizia e dalla pesantezza della loro carne, così che non compiono mai pienamente il loro dovere.

Per questa carne la Legge è come una frusta, per spingerla all’opera: come un asino che non vuole tirare avanti se non lo si percuote continuamente. O, per parlare più chiaramente: poiché la persona spirituale non è ancora liberata dal peso della sua carne, la Legge le sarà uno stimolo perpetuo, per non lasciarla addormentare né appesantirsi.

A questo uso guardava Davide quando celebrava con così grandi lodi la Legge di Dio: quando dice, ad esempio: La Legge di Dio è immacolata, convertendo le anime; i comandamenti di Dio sono diritti, rallegrando i cuori (Salmo 19:8), ecc.; e ancora: La tua parola è una lampada ai miei piedi e una luce sul mio sentiero, e tutto ciò che segue nello stesso salmo (Salmo 119:105).

E questo non contrasta in nulla con le sentenze di san Paolo sopra ricordate, dove si mostra non quale utilità la Legge arrechi alla persona fedele e già rigenerata, ma ciò che essa può portare di per sé alla persona. Al contrario, il profeta mostra con quale profitto il Signore istruisce i suoi servi nella dottrina della sua Legge, quando infonde loro interiormente il coraggio di seguirla. E non prende soltanto i precetti, ma aggiunge la promessa della grazia, che non deve essere separata quanto ai fedeli, e che fa sì che ciò che sarebbe amaro divenga dolce e piacevole. Poiché se la Legge, esigendo soltanto il nostro dovere e minacciando, sollecitasse le nostre anime con timore e spavento, non vi sarebbe nulla di meno amabile. Davide soprattutto mostra che in essa ha conosciuto e percepito il Mediatore, senza il quale non vi sarebbe alcuna dolcezza né piacere.


2.7.13 - Contro chi rigetta Mosè: la Legge come regola perpetua di vita

Alcune persone ignoranti, non sapendo discernere questa differenza, rigettano temerariamente Mosè in generale e senza eccezioni, e vogliono che le due tavole della Legge siano messe da parte, perché non pensano che sia cosa conveniente ai cristiani fermarsi a una dottrina che contiene in sé un’amministrazione di morte. Questa opinione deve essere lontana da noi, poiché Mosè ha dichiarato benissimo che la Legge, sebbene nell’essere umano peccatore non possa che generare morte, tuttavia reca un’altra utilità e profitto ai fedeli.

Infatti, prossimo alla morte, egli fece questa protesta davanti al popolo: Ritenete bene nella vostra memoria e nel vostro cuore le parole che oggi vi attesto, per insegnarle ai vostri figli e istruirli a custodire e mettere in pratica tutte le cose che sono scritte in questo libro. Poiché non vi sono comandate invano, ma affinché viviate in esse (Deuteronomio 32:46-47).

E in verità, se nessuno può negare che nella Legge vi sia come un’immagine intera della giustizia perfetta, allora o si dovrà dire che non dobbiamo avere alcuna regola per vivere bene, oppure che dobbiamo attenerci ad essa. Poiché non vi sono molte regole per vivere bene, ma una sola, perpetua e immutabile.

Perciò ciò che dice Davide, che l’uomo giusto medita giorno e notte nella Legge (Salmo 1:2), non deve essere riferito a un solo tempo, ma conviene a tutte le età fino alla fine del mondo. E non dobbiamo stupirci che essa richieda una santità più perfetta di quella che possiamo avere finché siamo nella prigione del nostro corpo, al punto da abbandonarne la dottrina. Poiché, quando siamo sotto la grazia di Dio, essa non esercita su di noi il suo rigore per premerci fino all’ultimo, come se non fosse soddisfatta se non quando avessimo compiuto tutto ciò che comanda; ma, esortandoci alla perfezione alla quale ci chiama, ci mostra il traguardo verso il quale è utile e conveniente tendere per tutta la vita, per fare il nostro dovere. E se non cessiamo di tendere a esso, basta. Poiché tutta questa vita è come una corsa: quando ne giungeremo alla fine, il Signore ci concederà questo bene, che raggiungeremo quel traguardo che ora inseguiamo, benché ne siamo ancora lontani.


2.7.14 - In che senso la Legge è “abrogata” per i credenti

Ora dunque, poiché la Legge serve ai fedeli come esortazione non per legare le loro coscienze sotto maledizione, ma per svegliarli dalla pigrizia sollecitandoli e per correggere la loro imperfezione, alcuni, volendo significare questa liberazione dalla sua maledizione, dicono che la Legge è abrogata e annullata per i fedeli (parlo sempre della Legge morale): non nel senso che essa non debba più comandare loro ciò che è buono, santo e diritto, ma nel senso che non è più per loro ciò che era prima, cioè che non confonde più le loro coscienze con uno spavento mortale. E in effetti san Paolo dimostra chiaramente una tale abrogazione della Legge.

Inoltre, risulta che questa cosa fu insegnata da Gesù Cristo, poiché egli si difende dal voler distruggere o annullare la Legge (Matteo 5:17): cosa che non avrebbe fatto se non ne fosse stato accusato. E questa opinione non sarebbe sorta senza qualche apparenza: è dunque verosimile che provenisse da una falsa interpretazione della sua dottrina, come quasi tutti gli errori prendono occasione dalla verità.

Perciò, affinché non cadiamo in questo inconveniente, dobbiamo distinguere diligentemente ciò che nella Legge è abrogato e ciò che vi rimane ancora fermo. Quando il Signore Gesù dice di non essere venuto per abolire la Legge ma per adempierla, e che non passerà una sola lettera finché non vengano meno cielo e terra, e finché tutto ciò che vi è scritto non sia compiuto, egli mostra che con la sua venuta la riverenza e l’obbedienza dovute alla Legge non sono in nulla diminuite. E ciò a buona ragione, poiché egli è venuto per portare rimedio alle sue trasgressioni.

La dottrina della Legge dunque non è in nulla violata da Gesù Cristo, in quanto essa ci dispone ad ogni buona opera insegnandoci, ammonendoci, riprendendoci e correggendoci.


2.7.15 - La maledizione della Legge e la liberazione in Cristo

Quanto a ciò che san Paolo dice della maledizione, questo non riguarda l’ufficio di istruire, ma quello di stringere e rendere prigioniere le coscienze. Poiché la Legge, per sua natura, non soltanto insegna, ma richiede con rigore ciò che comanda. Se non lo facciamo, e perfino se non arriviamo fino all’ultimo punto, essa pronuncia subito la terribile sentenza di maledizione. Per questa ragione l’Apostolo dice che tutti coloro che sono sotto la Legge sono maledetti, poiché è scritto: Maledetti saranno tutti quelli che non adempiranno tutto ciò che è comandato (Galati 3:10; Deuteronomio 27:26).

Di conseguenza egli dice che sono “sotto la Legge” tutti coloro che non fondano la loro giustizia nella remissione dei peccati, la quale ci libera dal rigore della Legge. Dobbiamo dunque uscire dai suoi legami se non vogliamo perire miseramente in cattività. Ma da quali legami? Da questa rigorosa esigenza con la quale essa ci incalza senza remissione, e senza lasciare impunita una sola colpa.

Per riscattarci da questa infelice condizione, Cristo è stato fatto maledizione per noi, come è scritto: Maledetto chi pende dal legno. Nel capitolo seguente san Paolo dice che Cristo è stato sottomesso alla Legge per riscattare coloro che erano in servitù sotto di essa; ma aggiunge subito: affinché noi godessimo del privilegio dell’adozione, per essere figli di Dio (Galati 3:13; Galati 4:4; Deuteronomio 21:23). Che cosa significa? Che non restassimo sempre rinchiusi in una cattività che teneva le nostre coscienze legate nell’angoscia di morte.

Tuttavia rimane sempre vero, mentre l’autorità della Legge non è in nulla infranta, che dobbiamo sempre riceverla con lo stesso onore e riverenza.


2.7.16 - Le cerimonie: abolite nell’uso ma confermate nell’effetto

La ragione è diversa riguardo alle cerimonie, le quali non sono state abolite quanto al loro effetto, ma quanto al loro uso. Ora, il fatto che Gesù Cristo le abbia fatte cessare con la sua venuta non toglie nulla alla loro santità, ma piuttosto la magnifica e la rende più preziosa. Poiché, come anticamente esse non sarebbero state altro che un’illusione e un vano trastullo, se in esse non fosse stata mostrata la virtù della morte e risurrezione di Gesù Cristo, così, d’altra parte, se non fossero giunte a termine, non si potrebbe oggi discernere perché furono istituite.

Per questa ragione san Paolo, volendo mostrare che l’osservanza di esse non solo è superflua ma anche nociva, dice che erano ombre, di cui il corpo ci appare in Gesù Cristo (Colossesi 2:17). Vediamo dunque che, nella loro abolizione, la verità ci risplende meglio che se vi fosse ancora un velo disteso e Gesù Cristo, ormai manifestato da vicino, fosse figurato come da lontano.

Ecco perché, alla morte di Gesù Cristo, il velo del tempio si squarciò in due e cadde (Matteo 27:51), poiché l’immagine viva ed espressa dei beni celesti era manifestata, avendo in sé la perfezione di ciò di cui le antiche cerimonie avevano soltanto le prime tracce e ombre oscure, come dice l’autore dell’Epistola agli Ebrei (Ebrei 10:1).

A ciò appartiene anche la parola di Cristo: che la Legge e i profeti furono fino a Giovanni, e da allora il regno di Dio cominciò a essere annunciato (Luca 16:16); non perché i santi padri fossero stati privati della predicazione che contiene la speranza di salvezza, ma perché essi videro soltanto da lontano e in ombra ciò che oggi vediamo in piena luce.

Giovanni Battista dà la ragione per cui la chiesa di Dio dovette cominciare con tali rudimenti per salire più in alto: che la Legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo (Giovanni 1:17). Poiché, benché l’annullamento e il perdono dei peccati fossero promessi nei sacrifici antichi e l’arca dell’alleanza fosse per loro un certo pegno del favore paterno di Dio, tutto ciò non era che ombra se non fosse stato fondato in Gesù Cristo, nel quale solo si trova ferma stabilità e permanenza.

In ogni caso, ci deve restare fermo questo: che, sebbene le cerimonie della Legge siano cessate per non essere più in uso, ciò è avvenuto per far conoscere meglio quale fosse la loro utilità fino alla venuta di Gesù Cristo, il quale, abolendone l’osservanza, ne ha ratificato con la sua morte la virtù e l’efficacia.


2.7.17 - “Decreti” e obbligazione: le cerimonie come confessione di debito

La ragione che san Paolo indica presenta un po’ più di difficoltà: Quando eravate morti nei vostri peccati e nel prepuzio della vostra carne, Dio vi ha vivificati con Cristo, perdonandovi tutte le colpe, cancellando l’atto scritto dei decreti, che era contro di voi e vi era contrario, inchiodandolo alla croce (Colossesi 2:13-14), ecc. Poiché sembra che egli voglia estendere più oltre l’abrogazione della Legge, così che i suoi decreti non ci riguardino più in nulla. Coloro che intendono ciò semplicemente della Legge morale sbagliano; tuttavia essi spiegano che è stata abolita la severità troppo rigida, non la dottrina.

Altri, considerando più da vicino le parole di san Paolo, vedono bene che ciò si riferisce propriamente alla Legge cerimoniale e mostrano che san Paolo è solito usare questo termine “decreti” quando parla di essa. Infatti agli Efesini egli dice: Gesù Cristo è la nostra pace, colui che ci ha uniti insieme, abolendo la Legge dei comandamenti, fatta di prescrizioni (Efesini 2:14), ecc. Non vi è dubbio che questo passo debba intendersi delle cerimonie, poiché egli dice che quella Legge era come un muro che separava i Giudei dai gentili.

Concedo dunque che la prima interpretazione è giustamente ripresa dai secondi; tuttavia mi pare che essi stessi non spieghino ancora del tutto bene la sentenza dell’Apostolo, poiché non approvo che si confondano questi due passi come se fossero del tutto simili.

Quanto a quello dell’Epistola agli Efesini, il senso è questo: san Paolo, volendo assicurare i gentili di come fossero stati accolti nella comunione del popolo d’Israele, dice che l’impedimento che prima li divideva è stato tolto. Erano le cerimonie: poiché i lavacri e i sacrifici con cui i Giudei si consacravano a Dio li separavano dai gentili.

Ma nell’Epistola ai Colossesi, ognuno vede che egli tocca un mistero più profondo. Qui è questione delle osservanze mosaiche alle quali i seduttori volevano costringere il popolo cristiano. Come dunque nell’Epistola ai Galati, avendo la stessa controversia da trattare, egli la porta più oltre e la riconduce alla sua radice, così fa anche qui. Poiché, se nelle cerimonie non si considera altro che la necessità di adempiervi, perché le chiama un “obbligo”? e un obbligo “contrario” a noi? E per quale motivo avrebbe quasi posto tutta la somma della nostra salvezza nel fatto che esso fosse annullato e ridotto a nulla? Perciò è chiaro che qui dobbiamo considerare qualcosa di più dell’esteriorità delle cerimonie.

Io ritengo di aver trovato il vero senso, se mi si concede che è vero ciò che sant’Agostino scrive con grande verità, o piuttosto ciò che egli ha tratto dalle parole chiarissime dell’Apostolo: cioè che nelle cerimonie giudaiche vi era più confessione dei peccati che purificazione (Ebrei 7:9-10). Che cosa facevano infatti sacrificando, se non confessare di essere colpevoli di morte, poiché mettevano al loro posto l’animale perché fosse ucciso? Con i lavacri che cosa facevano, se non confessarsi immondi e contaminati? Così confessavano il debito della loro impurità e delle loro colpe. Ma con questa protesta non veniva pagato il debito.

Per questo l’Apostolo dice che la redenzione delle trasgressioni è stata compiuta mediante la morte di Cristo, trasgressioni che rimanevano sotto l’antico patto e non erano abolite (Ebrei 9:15). È dunque a buon diritto che san Paolo chiama le cerimonie “cedole” contrarie a coloro che le praticavano, poiché con esse testimoniavano e segnavano la loro condanna.

A ciò non contrasta il fatto che gli antichi padri furono partecipi della stessa grazia di cui partecipiamo noi: infatti essi ottennero ciò per mezzo di Cristo, non per mezzo delle cerimonie, che san Paolo in questo passo separa da Cristo, poiché, dopo che l’Evangelo era stato rivelato, esse oscuravano la sua gloria.

Così, se le cerimonie sono considerate in sé stesse, a buon diritto sono chiamate cedole contrarie alla salvezza delle persone, poiché sono come strumenti autentici che obbligano le coscienze a confessare i loro debiti. Perciò, poiché i seduttori volevano costringere la chiesa cristiana a osservarle, san Paolo, risalendo alla loro origine più profonda, ammonisce a buon diritto i Colossesi del pericolo in cui sarebbero caduti, se si fossero lasciati sottomettere in questo modo. Infatti con lo stesso mezzo sarebbe stata loro rapita la grazia di Cristo, poiché, mediante la purificazione compiuta nella sua morte, egli ha abolito una volta per tutte tutte quelle osservanze esterne con le quali le persone si confessavano debitrici verso Dio senza essere liberate dai loro debiti.


Riassunto del capitolo 7