Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 2 - Cap. 8
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 2
Capitolo 8 - Esposizione della Legge morale
2.8.1 - Scopo e funzione della Legge: rivelare Dio, umiliare l’essere umano e condurlo al Mediatore
Ritengo opportuno inserire qui i dieci comandamenti della Legge, accompagnandoli da una breve esposizione, affinché quanto ho già accennato risulti più chiaro: cioè che il servizio che Dio ha una volta stabilito rimane sempre valido e in vigore. Inoltre, risulterà confermato anche il secondo punto già menzionato: vale a dire che gli Ebrei non furono soltanto istruiti su quale fosse il vero modo di servire Dio, ma che, vedendosi mancare nell’osservanza di ciò che era loro comandato, furono abbattuti dal timore, considerando con quale Giudice avevano a che fare; e così furono come trascinati con forza verso il Mediatore.
Orbene, poco sopra, esponendo in sintesi ciò che è richiesto per conoscere veramente Dio, abbiamo mostrato che non possiamo concepirlo nella sua grandezza senza che la sua maestà ci afferri, obbligandoci a servirlo. Nella conoscenza di noi stessi abbiamo detto che il punto principale consiste in questo: che, svuotati di ogni fantasia sulla nostra presunta virtù e spogliati di ogni fiducia nella nostra giustizia, al contrario, abbattuti dalla considerazione della nostra povertà, impariamo una perfetta umiltà, per abbassarci e deporre ogni gloria.
Entrambe queste cose ci sono mostrate nella Legge di Dio: dove il Signore, attribuendosi anzitutto l’autorità di comandare, ci insegna a portare riverenza alla sua divinità, mostrando in che cosa consista e sia fondata tale riverenza. Poi, avendo stabilito la regola della giustizia, ci convince tanto della nostra debolezza quanto della nostra ingiustizia, poiché, rispetto a quella regola, la nostra natura, così come è corrotta e perversa, le è del tutto contraria e ribelle; e alla sua perfezione le nostre facoltà, deboli e incapaci di fare il bene, non possono corrispondere.
Ora, tutto ciò che dobbiamo apprendere dalle due tavole della Legge ci è in qualche modo insegnato anche dalla legge interiore, che abbiamo detto essere scritta e quasi impressa nel cuore di ciascuno. Infatti, la coscienza non permette che si dorma in un torpore perpetuo e insensibile, ma rende testimonianza dentro di noi e ci ammonisce riguardo a ciò che dobbiamo a Dio; ci mostra la differenza tra il bene e il male; ci accusa quando non compiamo il nostro dovere.
Tuttavia, l’essere umano è così avvolto nell’oscurità dell’ignoranza che a stento può, tramite questa legge naturale, avere un minimo assaggio di quale servizio sia gradito a Dio; ed è ben lontano da una retta conoscenza di esso. Inoltre, è talmente gonfio di orgoglio e di ambizione, così accecato dall’amore di sé, che non riesce nemmeno a guardare sé stesso e quasi a scendere in sé, per imparare ad abbassarsi e confessare la propria miseria.
Perciò, secondo quanto era necessario alla grossolanità del nostro intelletto e alla nostra arroganza, il Signore ci ha dato la sua Legge scritta, per renderci una testimonianza più certa di ciò che era troppo oscuro nella legge naturale, e per scacciare la negligenza, colpendo più vivamente il nostro intelletto e la nostra memoria.
2.8.2 - Ciò che la Legge insegna su Dio, sull’obbedienza e sulla giustizia
Ora è facile comprendere che cosa dobbiamo apprendere dalla Legge: cioè che Dio, come è nostro Creatore, così a buon diritto tiene verso di noi il posto di Signore e Padre; e che per questa ragione gli dobbiamo rendere gloria, riverenza, amore e timore. Di conseguenza, non siamo liberi di seguire la cupidigia del nostro spirito ovunque essa ci spinga, ma dipendiamo interamente dal nostro Dio e dobbiamo fermarci solo a ciò che gli piace.
Inoltre, apprendiamo che la giustizia e la rettitudine gli sono gradite, mentre l’iniquità gli è abominevole. Perciò, se non vogliamo allontanarci dal nostro Creatore con una perversa ingratitudine, dobbiamo per tutta la vita amare la giustizia e applicare ad essa il nostro impegno. Infatti, se gli rendiamo la riverenza dovuta soltanto quando anteponiamo la sua volontà alla nostra, ne consegue che non gli si possa rendere altro onore legittimo se non osservando giustizia, santità e purezza.
Non è lecito all’essere umano scusarsi dicendo di non avere la forza necessaria e, come un povero debitore, di non essere in grado di pagare. Poiché non è appropriato misurare la gloria di Dio secondo le nostre capacità: egli, chiunque noi siamo, rimane sempre uguale a sé stesso, amante della giustizia e nemico dell’iniquità. E qualunque cosa egli ci richieda, poiché non può chiedere nulla che non sia giusto, noi siamo per naturale obbligo tenuti a obbedire.
Se non possiamo farlo, ciò deriva dal nostro vizio. Infatti, se siamo trattenuti come legati dalla nostra cupidigia, nella quale regna il peccato, e quindi non siamo liberi di obbedire al nostro Padre, non dobbiamo addurre questa necessità a nostra difesa, poiché il male è dentro di noi ed è imputabile a noi stessi.
2.8.3 - L’effetto della Legge: umiliazione, timore, disperazione di sé e rifugio nella misericordia
Quando avremo tratto profitto dalla dottrina della Legge fino a questo punto, allora essa stessa, guidandoci, ci costringerà a scendere dentro di noi, da dove ricaveremo due cose.
In primo luogo, confrontando la giustizia della Legge con la nostra vita, riconosceremo che siamo ben lontani dal soddisfare la volontà di Dio e che, pertanto, siamo indegni di conservare il nostro posto e ordine tra le sue creature, tanto meno di essere considerati suoi figli.
In secondo luogo, considerando le nostre forze, le giudicheremo non soltanto insufficienti per adempiere la Legge, ma del tutto nulle. Da qui consegue necessariamente una sfiducia nella nostra virtù, seguita da angoscia e tremore dell’animo. Poiché la coscienza non può sopportare il peso del peccato senza che immediatamente si presenti il giudizio di Dio; e il giudizio di Dio non può essere avvertito senza portare con sé un orrore di morte.
Allo stesso modo, la coscienza, convinta dall’esperienza della propria debolezza, non può non cadere nella disperazione delle proprie forze. Entrambi questi sentimenti generano abbattimento e umiltà. Così accade infine che la persona, attonita dal senso della morte eterna che vede imminente come conseguenza dei meriti della propria ingiustizia, si volge alla sola misericordia di Dio come a un unico porto di salvezza; e, sentendo di non avere il potere di pagare ciò che deve alla Legge, disperando di sé stessa, sospira nell’attesa e nella richiesta di un aiuto che venga da altrove.
2.8.4 - Promesse e minacce: pedagogia divina e rivelazione della giustizia di Dio
Ma il Signore, non contento di aver mostrato quale riverenza dobbiamo avere per la sua giustizia, per orientare anche i nostri cuori all’amore di essa e all’odio dell’iniquità, aggiunge promesse e minacce. Poiché l’occhio del nostro intelletto vede in modo così offuscato da non potersi muovere alla sola bellezza e onestà della virtù, questo Padre pieno di clemenza, secondo la sua bontà, ha voluto attirarci ad amarla e desiderarla mediante la dolcezza della ricompensa che ci propone.
Egli dunque annuncia che intende ricompensare la virtù e che chi obbedirà ai suoi comandamenti non lavorerà invano. Al contrario, fa sapere che l’iniquità non solo gli è esecrabile, ma che non potrà sottrarsi alla punizione, poiché ha deciso di vendicare il disprezzo della sua maestà.
Per stimolarci in ogni modo, promette sia le benedizioni della vita presente sia la beatitudine eterna a coloro che osserveranno i suoi comandamenti; e, dall’altra parte, minaccia i trasgressori non meno con calamità corporali che con il tormento della morte eterna. Infatti, questa promessa: «Chi farà queste cose vivrà per esse», e la minaccia corrispondente: «L’anima che avrà peccato morirà» (Levitico 18:5; Ezechiele 18:4, 20), si riferiscono senza alcun dubbio alla morte o all’immortalità futura, che non avrà mai fine.
Benché ovunque si faccia menzione della benevolenza o dell’ira del Signore, nella prima è compresa la vita eterna, nella seconda la perdizione eterna. Nella Legge è poi riportato un lungo elenco di benedizioni e maledizioni temporali (Levitico 26:4; Deuteronomio 28:1). Nelle pene che egli annuncia appare quanto grande sia la sua purezza, poiché non può sopportare l’iniquità; nelle promesse, invece, è mostrato quanto ami la giustizia, poiché non vuole lasciarla senza ricompensa.
In esse si manifesta anche una meravigliosa benevolenza. Infatti, poiché noi e tutto ciò che è nostro siamo debitori della sua maestà, a buon diritto tutto ciò che egli richiede ci è dovuto; e il pagamento di un simile debito non meriterebbe alcuna ricompensa. Pertanto, egli rinuncia al suo diritto quando ci propone una ricompensa per la nostra obbedienza, che non gli rendiamo come qualcosa di non dovuto.
Quanto poi possano giovarci le promesse in sé stesse è già stato in parte detto e in parte apparirà ancora meglio al suo luogo. Per ora è sufficiente comprendere e ritenere che nelle promesse della Legge vi è una singolare raccomandazione della giustizia, affinché si veda più chiaramente quanto la sua osservanza piaccia a Dio; e che le pene sono poste a maggiore esecrabilità dell’iniquità, affinché il peccatore non si inebri nella dolcezza del proprio peccato fino a dimenticare che il giudizio del legislatore lo attende.
2.8.5 - La perfetta giustizia consiste nell’obbedienza alla volontà di Dio
Ora, il fatto che il Signore, volendo dare la regola della perfetta giustizia, abbia ricondotto tutte le sue parti alla propria volontà, dimostra che nulla gli è più gradito dell’obbedienza. Questo va notato con particolare diligenza, poiché l’audacia e l’intemperanza dell’intelletto umano sono troppo inclini a inventare nuovi onori e servizi da offrirgli, per ottenere la sua grazia.
Questa folle aspirazione a una religione disordinata, poiché è naturalmente radicata nel nostro spirito, si è sempre manifestata e si manifesta ancora oggi in tutto il genere umano: le persone desiderano sempre forgiare qualche modo di acquisire giustizia al di fuori della Parola di Dio. Da ciò deriva che, tra le opere buone comunemente stimate tali, i comandamenti della Legge occupano l’ultimo posto, mentre una moltitudine infinita di precetti umani prende il primo rango e la maggiore importanza.
Ma che cosa ha voluto più energicamente reprimere Mosè se non questa cupidigia, quando, dopo la promulgazione della Legge, parlò così al popolo: «Osserva e ascolta ciò che ti comando, affinché prosperi tu e i tuoi figli dopo di te, quando avrai fatto ciò che è buono e gradito davanti al tuo Dio. Fa soltanto ciò che ti comando, senza aggiungervi né togliervi nulla» (Deuteronomio 12:28).
E prima ancora, dopo aver dichiarato che questa era la sapienza e l’intelligenza del popolo d’Israele davanti a tutte le nazioni della terra, cioè aver ricevuto dal Signore giudizi, giustizie e cerimonie, aggiunge subito: «Guardati e custodisci attentamente la tua anima: non dimenticare le parole che i tuoi occhi hanno visto e non lasciare che si allontanino mai dal tuo cuore» (Deuteronomio 4:9).
Poiché Dio prevedeva che gli Israeliti, dopo aver ricevuto la Legge, non si sarebbero accontentati, ma avrebbero desiderato inventare nuovi modi di servirlo, se non fossero stati tenuti con una briglia ben stretta, egli proclama che nella sua Parola è contenuta tutta la perfezione della giustizia, cosa che avrebbe dovuto trattenerli efficacemente. E tuttavia essi non desistettero da questa audacia che era stata loro così severamente proibita.
E noi? Certamente siamo frenati dalla medesima Parola. Non vi è dubbio che rimanga sempre valido questo principio: che il Signore ha voluto attribuire alla sua Legge una dottrina perfetta di giustizia. Eppure, non contenti di essa, ci affatichiamo straordinariamente a escogitare e accumulare opere buone su opere buone.
Il rimedio migliore per correggere questo vizio è avere ben piantata nel cuore questa convinzione: che la Legge ci è stata data dal Signore per insegnarci la perfetta giustizia; e che in essa non è insegnata altra giustizia se non quella di regolare e conformare la nostra vita alla volontà divina. Di conseguenza, è vano immaginare nuove forme di opere per acquisire la grazia di Dio, poiché il suo legittimo servizio consiste unicamente nell’obbedienza; anzi, al contrario, lo zelo per opere buone che escono fuori dalla Legge di Dio è una contaminazione intollerabile della giustizia divina e vera.
A ragione, dunque, Agostino afferma che l’obbedienza resa a Dio è madre e custode di tutte le virtù, e talvolta anche la fonte e la radice di ogni bene.
2.8.6 - La Legge giudica il cuore: non basta l’onestà esteriore
Ma quando la Legge del Signore ci sarà stata spiegata, allora sarà confermato ciò che ho insegnato sopra circa il suo ufficio. Prima però di entrare a trattare in modo particolare ciascun articolo, è bene conoscere anzitutto ciò che riguarda la conoscenza universale della Legge.
Quanto al primo punto, sia dunque stabilito questo: che la vita della persona deve essere regolata dalla Legge non soltanto secondo un’onestà esteriore, ma anche secondo una giustizia interiore e spirituale. Questa cosa, benché non la si possa negare, tuttavia è considerata da pochissime persone. Ciò avviene perché non si guarda al Legislatore, dalla cui natura deve essere stimata anche quella della Legge.
Se un re proibisse con un editto la fornicazione, l’omicidio e il furto, confesso che chi avesse soltanto concepito nel cuore qualche desiderio di fornicare, o rubare, o uccidere, senza giungere all’atto e senza neppure sforzarsi di giungervi, non sarebbe sottoposto alla pena stabilita. Poiché la provvidenza di un legislatore mortale si estende soltanto all’onestà esterna, le sue ordinanze non sono violate se non quando il male giunge all’effetto.
Ma Dio, davanti al cui sguardo nulla è nascosto, e il quale non si ferma tanto all’apparenza esteriore del bene quanto alla purezza del cuore, proibendo la fornicazione, l’omicidio e il furto, proibisce ogni concupiscenza carnale, l’odio, la brama dei beni altrui, l’inganno e tutto ciò che è simile. Infatti, poiché è un Legislatore spirituale, egli parla non meno all’anima che al corpo. Così l’ira e l’odio sono omicidio quanto all’anima; la cupidigia è furto; l’amore disordinato è fornicazione.
Qualcuno potrà dire che anche le leggi umane considerano il consiglio e la volontà delle persone e non gli eventi fortuiti. Lo confesso. Ma questo si intende delle volontà che si manifestano all’esterno: esse valutano con quale intenzione sia stata compiuta un’opera; non sondano però i pensieri segreti. Perciò chi si sarà astenuto dalla trasgressione esteriore avrà soddisfatto le leggi politiche; al contrario, poiché la Legge di Dio è data alle nostre anime, se vogliamo osservarla bene, occorre che siano principalmente represse le nostre anime.
Ora, la maggior parte delle persone, anche quando vuole dissimulare di non essere sprezzante verso la Legge, conforma in qualche modo gli occhi, i piedi, le mani e le altre parti del corpo a ciò che essa comanda; intanto il cuore rimane completamente estraneo alla sua obbedienza. Così costoro pensano di essersi ben assolti, se hanno nascosto davanti alle persone ciò che appare davanti a Dio.
Essi ascoltano: Non ucciderai; Non commetterai adulterio; Non ruberai. Perciò non sguainano la spada per uccidere, non si mescolano con le prostitute, non mettono la mano sui beni altrui. Tutto ciò è buono. Ma il loro cuore è pieno di omicidio e brucia di concupiscenza carnale; non possono guardare ai beni del prossimo se non di traverso, divorandoli con la brama. In questo, ciò che era il principale della Legge manca loro.
Da dove viene, vi prego, una tale stupidità, se non dal fatto che, lasciato da parte il Legislatore, essi piegano e conformano la giustizia al proprio intendimento? Contro questa opinione l’apostolo Paolo grida con forza e fermezza, dicendo che la Legge è spirituale (Romani 7:14). Con ciò egli intende che essa non solo richiede obbedienza dell’anima, dell’intelletto e della volontà, ma una purezza angelica che, purgata da ogni macchia carnale, non senta altro che spirito.
2.8.7 - Cristo vero interprete della Legge: contro la distorsione farisaica
Nel dire che il senso della Legge è tale, non introduciamo una nuova interpretazione di nostra invenzione, ma seguiamo Cristo, che ne è eccellentissimo interprete. Poiché i farisei avevano seminato tra il popolo una perversa opinione, cioè che chi non commetteva nulla, mediante un’opera esteriore, contro la Legge, fosse un buon osservatore di essa, egli confuta tale errore: affermando che uno sguardo impudico verso una donna è adulterio; e che tutti coloro che odiano il proprio fratello sono omicidi (Matteo 5:21, 22, 28, 44).
Egli dichiara colpevoli di giudizio tutti quelli che hanno concepito soltanto dell’ira nel cuore; colpevoli davanti al consiglio coloro che, mormorando, mostrano qualche offesa dell’animo; e colpevoli della geenna di fuoco coloro che con ingiurie hanno apertamente dichiarato la loro malevolenza.
Chi non comprendeva questo ha immaginato che Cristo fosse un secondo Mosè, che avesse recato una “Legge evangelica” per supplire il difetto della Legge mosaica. Da ciò è nata quella sentenza divenuta comune: che la perfezione della Legge evangelica sia molto maggiore di quella dell’antica Legge. Ma questo è un errore gravissimo. Infatti, quando più avanti ricondurremo in sintesi i precetti di Mosè, dalle sue stesse parole apparirà quanto si faccia grande ingiuria alla Legge di Dio dicendo una cosa simile.
Inoltre, da tale opinione seguirebbe che la santità dei Padri antichi non differisse quasi da un’ipocrisia. Infine, ciò servirebbe a distoglierci dalla regola unica e perpetua di giustizia che Dio diede allora. L’errore è facile da confutare, perché costoro hanno ritenuto che Cristo aggiungesse qualcosa alla Legge, o almeno che la restituisse alla sua integrità, purgandola dalle menzogne e dal lievito dei farisei, dai quali era stata oscurata e contaminata.
2.8.8 - I comandamenti dicono più delle parole: il criterio della “finalità”
In secondo luogo dobbiamo osservare che i precetti di Dio contengono qualcosa di più di quanto vi vediamo espresso con parole. Questo però va moderato in modo che non attribuiamo loro un senso arbitrario, piegandoli a nostro piacere. Vi sono infatti alcune persone che, con tale licenza, rendono l’autorità della Legge disprezzabile, come se fosse incerta, oppure inducono a disperare di poterne avere una sana intelligenza.
Bisogna dunque, se possibile, trovare una via che ci conduca con sicurezza e senza esitazione alla volontà di Dio: cioè bisogna vedere fin dove si debba estendere l’interpretazione oltre le parole, in modo che appaia chiaramente che non si tratta di un’aggiunta di glosse umane alla Legge di Dio, ma del puro senso naturale del Legislatore, fedelmente dichiarato.
Certo, in tutti i precetti è così evidente che una parte è posta per il tutto, che chi volesse restringerne l’intelligenza alle sole parole sarebbe degno di scherno. È dunque evidente che l’esposizione della Legge, anche la più sobria possibile, va oltre le parole; ma resta oscuro fino a che punto, se non si stabilisce una misura.
Io penso che questa sia ottima: che si rivolga il pensiero alla ragione per cui il precetto è stato dato; cioè che in ciascun precetto si consideri a quale fine Dio ce lo abbia dato. Ogni precetto, infatti, o comanda o proibisce. Avremo la vera intelligenza dell’uno e dell’altro guardando alla ragione o al fine verso cui tende.
Per esempio: la finalità del quinto comandamento è che si renda onore a coloro ai quali Dio ha voluto attribuirlo. Dunque, la sostanza sarà questa: che Dio gradisce che onoriamo coloro ai quali ha dato qualche preminenza; e che il disprezzo e la ribellione contro costoro gli sono in abominio. La ragione del primo comandamento è che Dio solo sia onorato: dunque la sostanza sarà che la vera pietà gli è gradita, cioè l’onore che rendiamo alla sua maestà; e, al contrario, l’empietà gli è abominevole.
Così bisogna fare per tutti i precetti: considerare di che cosa trattano; poi cercarne il fine finché troviamo ciò che il Legislatore intende testimoniare essergli gradito o sgradito; e quindi, da ciò che è detto nel precetto, formare un argomento per il contrario in questo modo: se ciò piace a Dio, il contrario gli dispiace; se ciò gli dispiace, il contrario gli piace. Se comanda ciò, proibisce il contrario; se proibisce ciò, comanda il contrario.
2.8.9 - Proibire il male significa comandare attivamente il bene contrario
Ciò che ora ho toccato brevemente diverrà più chiaro con l’esperienza quando esporremo i precetti. Perciò basterà averlo accennato, se non che dobbiamo confermare l’ultima cosa che abbiamo detto, la quale altrimenti non sarebbe compresa o sembrerebbe un’opinione irragionevole.
Quanto abbiamo detto, cioè che dove il bene è comandato il male contrario è proibito, non ha bisogno di prova: non c’è nessuno che non lo conceda. Ugualmente, il giudizio comune ammetterà volentieri che quando si proibisce il male si comanda il bene contrario. È cosa comune, infatti, che nel condannare i vizi si raccomandino le virtù.
Ma noi chiediamo qualcosa di più, che le persone normalmente non intendono quando confessano questo. Infatti, per “virtù contraria al vizio” esse intendono soltanto l’astenersi dal vizio; noi invece andiamo oltre, spiegando che si deve fare il contrario del male. Questo si comprenderà meglio con un esempio.
Nel comandamento Non uccidere, il senso comune non considera altro se non che si debba astenersi da ogni oltraggio e da ogni desiderio di nuocere. Io dico invece che qui va inteso di più: cioè che dobbiamo aiutare a conservare la vita del nostro prossimo con tutti i mezzi possibili.
E affinché non sembri che io parli senza motivo, voglio provare ciò che affermo. Il Signore ci proibisce di ferire e oltraggiare il prossimo perché vuole che la sua vita ci sia cara e preziosa; dunque richiede anche quegli uffici di carità mediante i quali essa può essere conservata. Così si può vedere come la finalità del precetto ci insegni ciò che ci è comandato o proibito.
2.8.10 - Perché Dio nomina i peccati “più grossi”: smascherare le coperture della carne
Se si domanda perché il Signore abbia voluto soltanto “a metà” significare la sua volontà, più che esprimerla chiaramente, si potrebbero addurre molte ragioni; ma ve n’è una che mi soddisfa più di tutte: poiché la carne si sforza sempre di colorare o di nascondere con vane coperture la turpitudine del peccato, finché non la si possa indicare con il dito, egli ha voluto proporre come esempio ciò che in ciascun genere di peccato era più vile e disordinato, affinché anche il solo udirlo suscitasse orrore e ci facesse detestare il peccato con maggior forza.
Questo spesso ci inganna nella valutazione dei vizi: li attenuiamo se sono in qualche modo coperti. Il Signore dunque ci sottrae a questo inganno, abituandoci a ricondurre ogni colpa al genere di cui fa parte, così da conoscere meglio in quale abominio essa debba essere presso di noi.
Per esempio: non ci sembra così esecrabile chiamare “odio” o “ira” con i loro nomi; ma quando il Signore li proibisce sotto il nome di “omicidio”, comprendiamo meglio in quale abominio li tenga, poiché dà loro il nome di un crimine così orribile. Così, ammaestrati dal giudizio di Dio, impariamo a stimare meglio la gravità delle colpe che prima ci sembravano leggere.
2.8.11 - Due Tavole: la pietà verso Dio come fondamento della giustizia verso il prossimo
In terzo luogo dobbiamo considerare che cosa significhi la divisione della Legge in due Tavole, delle quali nella Scrittura non si fa così spesso menzione senza motivo, come ogni persona di buon senno può giudicare. La ragione è tanto facile da intendere che non c’è bisogno di dubitarne.
Infatti il Signore, volendo insegnare nella sua Legge ogni giustizia, l’ha distinta in modo tale da assegnare la prima Tavola ai doveri che gli dobbiamo per onorare la sua maestà; la seconda a ciò che dobbiamo al nostro prossimo secondo carità.
Certo, il primo fondamento della giustizia è l’onore di Dio: se esso viene rovesciato, tutte le altre parti si dissolvono, come le pietre di un edificio in rovina. Quale giustizia sarebbe infatti non nuocere al nostro prossimo con furti e rapine, se tuttavia, con sacrilegio, strappiamo alla maestà di Dio la sua gloria? Ugualmente: non macchiare il nostro corpo con fornicazione, se insozzamo il nome di Dio con bestemmie? Ugualmente: non uccidere le persone, se ci sforziamo di spegnere la memoria di Dio? Sarebbe dunque vano pretendere giustizia senza religione, come se qualcuno volesse fare una bella mostra di un corpo senza testa.
Anzi, a dire il vero, la religione non è solo il capo della giustizia e della virtù, ma ne è quasi l’anima, perché le dà vigore. Infatti le persone non manterranno mai tra loro equità e amore, senza il timore di Dio. Perciò chiamiamo il servizio di Dio principio e fondamento della giustizia, poiché, tolto quello, tutto ciò che le persone possono escogitare per vivere in rettitudine, continenza e temperanza è vano e frivolo davanti a Dio.
Allo stesso modo lo chiamiamo la fonte e lo spirito della giustizia, poiché, temendo Dio come Giudice del bene e del male, le persone imparano a vivere puramente e rettamente. Perciò il Signore, nella prima Tavola, ci istruisce alla pietà e alla religione per onorare la sua maestà; nella seconda ordina come, per via del timore che gli portiamo, dobbiamo regolarci nel vivere insieme.
Per questa ragione il nostro Signore Gesù Cristo, come riferiscono gli Evangelisti, ha ricondotto tutta la Legge in sintesi a due articoli: cioè che amiamo Dio con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze; e che amiamo il nostro prossimo come noi stessi (Matteo 22:37; Luca 10:27). Vediamo dunque come, delle due parti nelle quali egli racchiude tutta la Legge, una è rivolta a Dio e l’altra alle persone.
2.8.12 - Il Decalogo e la questione della sua divisione: libertà d’opinione, senza contese
Tuttavia, benché la Legge sia interamente contenuta in due punti, il Signore, per togliere ogni occasione di scusa, ha voluto dichiarare più ampiamente e più facilmente, in dieci precetti, tanto ciò che appartiene al timore, all’amore e all’onore della sua divinità, quanto alla carità che ci comanda di avere verso il nostro prossimo per amore di sé.
Perciò non è uno studio inutile cercare quale sia la divisione dei precetti, purché ci ricordiamo che qui ciascuno può avere un giudizio libero, e che non suscitiamo contesa contro chi non concordi con la nostra opinione. Dico questo affinché nessuno si meravigli della distinzione che seguirò, come se fosse una novità inventata di recente.
Quanto al numero dei precetti, non c’è alcun dubbio, poiché il Signore ha tolto ogni controversia con la sua Parola. La disputa riguarda soltanto il modo di dividerli.
Coloro che li dividono in modo che nella prima Tavola vi siano tre precetti e sette nella seconda, eliminano dal numero degli altri il precetto sulle immagini, oppure lo pongono sotto il primo, sebbene il Signore lo abbia stabilito come comandamento speciale. Inoltre dividono senza criterio in due parti il decimo comandamento, che è di non desiderare i beni del nostro prossimo.
Vi è anche un’altra ragione per confutarli: tale divisione fu sconosciuta nella Chiesa primitiva, come vedremo tra poco.
Altri pongono, come noi, quattro articoli nella prima Tavola, ma ritengono che il primo sia una semplice promessa senza comandamento.
Da parte mia, poiché non posso intendere le dieci parole di cui Mosè parla come altro che dieci precetti, a meno che non ne sia convinto dal contrario con ragione evidente; e poiché mi sembra che possiamo indicarle distintamente e con ordine, lasciando agli altri la libertà di pensarla come vogliono, seguirò ciò che mi pare più probabile: cioè che la frase che costoro fanno diventare il primo precetto sia invece come un proemio di tutta la Legge; e poi seguano i dieci comandamenti: quattro nella prima Tavola e sei nella seconda, secondo l’ordine in cui li esporremo.
Questa divisione è riportata da Origene senza difficoltà, come comunemente accolta ai suoi tempi. Anche Agostino la approva scrivendo a Bonifacio. È vero che in un altro luogo preferisce la prima divisione, ma per una ragione troppo leggera: cioè che se nella prima Tavola vi fossero soltanto tre precetti, ciò rappresenterebbe la Trinità; benché nello stesso passo egli non nasconda che, per il resto, la nostra gli piace di più.
Abbiamo anche un altro antico Padre che concorda con la nostra opinione: colui che ha scritto i Commentari incompleti su Matteo. Giuseppe attribuisce a ciascuna Tavola cinque precetti: tale distinzione era comune ai suoi tempi, come si può congetturare. Ma oltre al fatto che la ragione vi si oppone, perché confonde la differenza tra l’onore di Dio e la carità verso il prossimo, l’autorità di Gesù Cristo combatte contro di essa (Matteo 19:19), poiché egli pone il precetto di onorare padre e madre nel catalogo della seconda Tavola.
Ora ascoltiamo Dio stesso parlare.
2.8.13 - Il Primo Comandamento: il Proemio della Legge e il diritto di Dio di comandare
Il Primo Comandamento
Io sono l’Eterno tuo Dio, che ti ho tratto fuori dalla terra d’Egitto, dalla casa di servitù. Non avrai dèi stranieri davanti a me.
Non importa se prendiamo la prima frase come parte del primo comandamento, oppure se la poniamo separatamente, purché comprendiamo che essa è come un proemio su tutta la Legge.
Anzitutto, quando si fanno delle leggi bisogna provvedere che non siano abolite per disprezzo o per spregio. Per questo il Signore, all’inizio, rimedia a tale pericolo, facendo sì che la maestà della sua Legge non sia disprezzata; e lo fa fondandola su tre ragioni.
Egli si attribuisce il diritto e la potenza di comandare, e in tal modo vincola il suo popolo eletto alla necessità di obbedire. Poi promette la sua grazia, per attirare i suoi fedeli con dolcezza a seguire la sua volontà. Infine richiama alla memoria il bene che ha fatto agli Ebrei, per convincerli d’ingratitudine se non rispondono alla liberalità che ha mostrato loro.
Sotto il nome di Eterno è significato il suo legittimo imperio e la sua signoria su di noi. Infatti, se tutte le cose vengono da lui e sussistono in lui, è ragione che a lui siano riferite, come dice l’apostolo Paolo (Romani 11:36). Con questo termine ci è mostrato che dobbiamo sottometterci al giogo del Signore, poiché sarebbe una mostruosità sottrarci al governo di colui fuori dal quale non possiamo esistere.
2.8.14 - “Il tuo Dio”: l’alleanza, la promessa e la santificazione del popolo
Dopo aver insegnato il diritto che egli ha di comandare e che ogni obbedienza gli è dovuta, affinché non sembri che voglia costringerci soltanto per necessità, egli ci attira anche con dolcezza dichiarandosi Dio della sua Chiesa.
In questa espressione vi è infatti una reciproca corrispondenza, che è compresa in quella promessa nella quale dice: Io sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo. Da essa Gesù Cristo dimostra che Abramo, Isacco e Giacobbe hanno ottenuto salvezza e vita eterna, poiché Dio aveva promesso loro che sarebbe stato il loro Dio (Geremia 31:33; Matteo 22:32).
Questa parola dunque vale come se dicesse: Io vi ho scelti per essere il mio popolo, non soltanto per farvi del bene nella vita presente, ma per condurvi alla beatitudine eterna del mio regno.
A quale fine tenda questa grazia è detto in molti luoghi. Quando il Signore ci chiama nella compagnia del suo popolo, ci elegge, come dice Mosè, per santificarci alla sua gloria e affinché osserviamo i suoi comandamenti (Deuteronomio 7:6; Deuteronomio 14:2; Deuteronomio 26:18). Da qui deriva l’esortazione che il Signore rivolge al suo popolo: Siate santi, perché io sono santo (Levitico 19:2).
Da queste due cose è dedotta anche la rimostranza che Dio fa tramite il suo profeta: Il figlio onora il padre e il servo il suo padrone. Se io sono vostro padrone, dov’è il timore? Se io sono vostro padre, dov’è l’amore? (Malachia 1:6).
2.8.15 - La liberazione dall’Egitto: memoria, esclusività del vero Dio e figura della redenzione spirituale
Di conseguenza egli ricorda il bene che ha fatto ai suoi servitori, cosa che deve tanto più muoverli, poiché l’ingratitudine è un crimine più detestabile di tutti gli altri. Allora egli metteva davanti al popolo d’Israele il beneficio che aveva compiuto verso di loro, così grande e mirabile che era ben giusto restasse in memoria perpetua.
Inoltre, quel richiamo era opportuno proprio nel tempo in cui la Legge doveva essere pubblicata. Infatti il Signore dichiara che per questo motivo li ha liberati: affinché riconoscano lui come autore della loro libertà, rendendogli onore e obbedienza.
Allo stesso modo, quando vuole mantenerci nel suo servizio, egli è solito fregiarsi di certi titoli con i quali si distingue dagli idoli dei pagani. Come ho detto sopra, infatti, siamo così inclini alla vanità e, insieme, così audaci, che appena ci si parla di Dio il nostro intelletto non riesce a trattenersi dal deviare verso qualche folle fantasia.
Per rimediare a questo male, il Signore adorna la sua divinità con certi titoli e così ci rinchiude come entro dei confini, affinché non ci smarriamo né qua né là e non ci fabbrichiamo temerariamente un nuovo dio abbandonando lui, che è il Dio vivente.
Perciò i profeti, volendo descriverlo e indicarlo propriamente, mettono sempre in evidenza i segni e le insegne con cui egli si era manifestato al popolo d’Israele. Quando egli è chiamato il Dio di Abramo o di Israele, e quando è detto sedere nel suo tempio di Gerusalemme in mezzo ai cherubini (Esodo 3:6; Amos 1:2; Abacuc 2:20; Salmo 80:2; Salmo 99:1; Isaia 37:16), tali modi di dire non sono usati per legarlo a un luogo o a un popolo, ma per fissare il pensiero dei fedeli a quel solo Dio che si era presentato in modo tale, mediante l’alleanza fatta con il popolo d’Israele, che non era lecito deviare altrove con la mente per cercarlo.
Resta dunque fermo che qui si parla in modo particolare della redenzione, affinché gli Ebrei si dedicassero più volentieri a servire Dio, poiché, avendoli acquistati, egli li teneva a giusto titolo sotto la sua signoria.
Ma perché non ci sembri che ciò non ci riguardi affatto, dobbiamo ritenere che la servitù d’Egitto, in cui fu il popolo d’Israele, fosse figura della cattività spirituale nella quale tutti noi siamo trattenuti, finché il Signore, liberandoci con la sua mano forte, ci trasferisca nel regno della libertà.
Come anticamente, volendo ristabilire la sua Chiesa in Israele, egli liberò quel popolo dalla crudele signoria del Faraone che lo opprimeva, così oggi egli trae tutti coloro dei quali si mostra Dio dalla misera servitù del diavolo, figurata da quella cattività corporale d’Israele.
Perciò non c’è creatura il cui cuore non debba infiammarsi nell’ascoltare questa Legge, in quanto procede dal sovrano Signore, dal quale, come tutte le cose hanno origine, così è ragione che il loro fine a lui si riferisca. Inoltre non vi è nessuno che non debba essere particolarmente stimolato a ricevere questo Legislatore, poiché riconosce di essere stato scelto per osservare i suoi comandamenti e poiché attende dalla sua grazia non soltanto ogni bene temporale, ma anche la gloria della vita immortale.
Infine, questo deve muoverci grandemente a ubbidire al nostro Dio, quando udiamo che per la sua misericordia e potenza siamo stati liberati dall’abisso dell’inferno.
2.8.16 - Il Primo Comandamento: Dio solo deve avere il primato e l’intero nostro culto
Dopo aver fondato e stabilito l’autorità della sua Legge, egli dà il primo precetto:
che non abbiamo dèi stranieri davanti alla sua faccia.
La finalità di questo precetto è che Dio vuole avere da solo la preminenza e godere interamente del suo diritto in mezzo al suo popolo. Per questo egli vuole che ogni empietà e superstizione, mediante le quali la gloria della sua divinità viene diminuita o oscurata, sia lontana da noi; e per la stessa ragione egli vuole essere onorato da noi con un vero affetto di pietà, come quasi porta con sé la semplicità stessa delle parole.
Infatti non possiamo avere Dio come nostro Dio senza attribuirgli ciò che gli è proprio. Perciò, quando ci vieta di avere dèi stranieri, intende che non trasferiamo altrove ciò che gli appartiene.
Ora, benché le cose che dobbiamo a Dio siano innumerevoli, tuttavia possono essere ricondotte bene a quattro punti: adorazione, che porta con sé come accessorio il servizio spirituale della coscienza; fiducia; invocazione; e ringraziamento.
Chiamo adorazione la riverenza che la creatura gli rende sottomettendosi alla sua grandezza. Perciò non senza ragione pongo come parte di essa l’onore che gli rendiamo assoggettandoci alla sua Legge, poiché questo è un omaggio spirituale che gli si rende come sovrano Re, avente ogni superiorità sulle nostre anime.
Fiducia è la sicurezza del cuore che abbiamo in lui conoscendolo bene: quando, attribuendogli ogni sapienza, giustizia, bontà, potenza, verità, stimiamo che la nostra beatitudine consista nel comunicare con lui.
Invocazione è il ricorso dell’anima a lui come al suo unico speranza quando è premuta da qualche necessità.
Ringraziamento è il riconoscimento mediante il quale gli si rende la lode di ogni bene.
Come Dio non può sopportare che alcuna di queste cose sia trasferita altrove, così egli vuole che tutto gli sia reso interamente. Infatti non basterebbe astenerci da ogni dio straniero, se non riposassimo in lui: poiché vi sono alcuni malvagi che pensano di aver trovato la via più breve facendo scherno di tutte le religioni.
Al contrario, se vogliamo osservare bene questo comandamento, bisogna che in noi preceda la vera religione, mediante la quale le nostre anime siano attirate ad applicarsi interamente a Dio; e, avendolo conosciuto, siano indotte a onorare la sua maestà, a porre in lui la loro fiducia, a chiedere il suo aiuto, a riconoscere tutte le sue grazie e a magnificare tutte le sue opere; infine, a tendere a lui come al loro unico fine.
Poi dobbiamo guardarci da ogni cattiva superstizione, affinché le nostre anime non siano trasportate qua e là verso diversi dèi. E se, mantenendoci all’unico Dio, troviamo in lui il nostro compiacimento, ricordiamo anche ciò che è stato detto: che bisogna cacciare via tutti gli dèi inventati, e che non è lecito “tagliare a pezzi” il servizio che il vero Dio si riserva, poiché occorre che la sua gloria rimanga a lui e che tutto ciò che gli è proprio risieda in lui.
Quello che aggiunge - che non si abbiano altri dèi davanti alla sua faccia - serve ad aggravare ancor più il crimine. Non è cosa da poco infatti che poniamo al suo posto gli idoli che abbiamo forgiato, quasi per insultarlo e provocarlo a gelosia, come farebbe una donna impudica che, per ferire più profondamente il cuore del marito, davanti ai suoi occhi mostrasse favore al suo amante.
E poiché Dio, mediante la presenza della sua grazia e della sua potenza che mostrava, dava piena certezza di vegliare sul suo popolo eletto, per distoglierlo e trarlo fuori da ogni errore, egli dichiara che non può esservi idolatria o superstizione di cui non sia testimone, poiché abita in mezzo a coloro che ha preso sotto la sua custodia.
L’empietà infatti si sfrena con maggiore audacia quando pensa di ingannare Dio, nascondendosi dietro i propri sotterfugi; ma il Signore, al contrario, annuncia che tutto ciò che noi macchiniamo e meditiamo gli è noto. Perciò, se vogliamo approvare a Dio la nostra religione, la nostra coscienza sia pura da ogni cattivo pensiero e non accolga alcuna inclinazione verso superstizione e idolatria. Poiché il Signore non richiede soltanto che la sua gloria sia preservata mediante una confessione esteriore, ma davanti alla sua faccia, alla quale nulla è invisibile o nascosto.
2.8.17 - Il Secondo Comandamento: Dio non va rappresentato né adorato mediante immagini
Il Secondo Comandamento
Non ti farai immagine scolpita, né alcuna somiglianza delle cose che sono in alto nel cielo, né quaggiù sulla terra, né nelle acque sotto la terra. Non le adorerai né renderai loro culto.
Come nel comandamento precedente egli si è dichiarato l’unico Dio, oltre il quale non bisogna averne né immaginarne alcun altro, così ora mostra più chiaramente quale egli sia e come debba essere onorato, affinché non fabbrichiamo di lui alcun pensiero carnale.
La finalità del precetto è che Dio non vuole che il giusto onore che gli dobbiamo sia profanato da osservanze superstiziose. In sintesi, egli vuole richiamarci e distoglierci da tutti quei modi carnali di agire che il nostro intelletto inventa dopo aver concepito Dio secondo la propria rozzezza; e di conseguenza ci riconduce al vero servizio che gli è dovuto, cioè spirituale e secondo l’istituzione da lui stabilita.
Egli indica qui il vizio più notevole in questo ambito: l’idolatria esteriore. Tuttavia il comandamento ha due parti. La prima reprime la nostra temerarietà, affinché non presumiamo di assoggettare al nostro senso Dio, che è incomprensibile, né di rappresentarlo mediante alcuna immagine. La seconda proibisce di adorare immagini in modo religioso.
Egli accenna brevemente alle specie di idolatrie che praticavano i pagani. Dicendo le cose che sono in alto nel cielo, intende il sole, la luna e tutte le stelle, forse anche gli uccelli. In effetti, nel quarto capitolo del Deuteronomio, esprimendo la sua intenzione, nomina tutto questo (Deuteronomio 4:15). Non mi sarei fermato su questo punto, se non fosse per correggere l’abuso di alcuni ignoranti, i quali interpretano tale passo come riferito agli angeli.
Non mi soffermo poi sull’esposizione delle parole successive, poiché sono abbastanza chiare. E già nel primo libro abbiamo insegnato con sufficiente evidenza che tutte le forme visibili di Dio che l’essere umano inventa sono del tutto contrarie alla sua natura; perciò, non appena si presenta un idolo, la vera religione è corrotta e degenerata.
2.8.18 - La minaccia: Dio “geloso” e la promessa di misericordia alle generazioni
La minaccia che egli aggiunge deve servire a correggere la nostra stupidità, quando dice:
Io sono l’Eterno tuo Dio, Dio geloso, che visito l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che odiano il mio nome; e faccio misericordia fino a mille generazioni a quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.
Questo equivale a dire che egli è l’unico al quale dobbiamo attenerci. E per indurci a ciò, ci mostra la sua potenza, che non può sopportare di essere disprezzata o diminuita.
È vero che qui è usato il nome El, che significa Dio; ma poiché è così chiamato a motivo della sua forza, per esprimere meglio il senso ho usato il termine forte o l’ho intrecciato in secondo luogo.
Poi si chiama geloso, per significare che non può sopportare un compagno. In terzo luogo annuncia che vendicherà la sua maestà e la sua gloria, se qualcuno la trasferisce alle creature o agli idoli; e che non sarà una vendetta leggera e passeggera, ma si estenderà su figli, nipoti e pronipoti che seguiranno l’empietà dei loro predecessori; così come, d’altra parte, promette la sua misericordia e liberalità fino a mille generazioni a coloro che lo ameranno e osserveranno la sua Legge.
Non è cosa nuova per il Signore assumere verso di noi la figura di un marito. L’unione con cui egli ci congiunge a sé, ricevendoci nel grembo della Chiesa, è come un matrimonio spirituale, che richiede fedeltà reciproca. Perciò, come egli compie in tutto l’ufficio di un marito fedele, così da parte nostra richiede che gli conserviamo amore e castità coniugale: cioè che le nostre anime non siano abbandonate al diavolo e alle concupiscenze della carne, che sono una specie di fornicazione.
Per questo, quando riprende gli Ebrei per la loro infedeltà, si lamenta che con i loro adulteri hanno violato la legge del matrimonio (Geremia 3; Osea 2). E dunque, come un buon marito, quanto più è fedele e leale tanto più si adira se vede la moglie inclinare verso un amante, così il Signore, che ci ha sposati nella verità, testimonia di avere una gelosia mirabile ogni volta che, disprezzando la castità del suo matrimonio, ci contaminamo con cattive concupiscenze; e soprattutto quando trasferiamo altrove la sua gloria, che sopra ogni cosa deve rimanere integra a lui, oppure quando la profaniamo con qualche superstizione. In questo modo, infatti, non solo rompiamo la fedeltà che gli abbiamo promesso, ma contaminamo la nostra anima con fornicazione.
2.8.19 - “Visitare l’iniquità”: come intendere la terza e quarta generazione
Bisogna vedere che cosa intenda nella minaccia, quando dice che visiterà l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e quarta generazione. Infatti, oltre al fatto che non si addirebbe all’equità della giustizia divina punire l’innocente per la colpa altrui, il Signore stesso dichiara che non permetterà che il figlio porti l’iniquità del padre (Ezechiele 18:20).
E tuttavia questa frase è ripetuta spesso: che i peccati dei padri saranno puniti nei figli. Mosè parla frequentemente così: Signore, Signore, che rendi la ricompensa dell’iniquità dei padri sui figli (Numeri 14:18). Similmente Geremia: Signore, che fai misericordia fino a mille generazioni e rigetti l’iniquità dei padri nel seno dei figli (Geremia 32:18).
Alcuni, non riuscendo a sciogliere questa difficoltà, intendono ciò come riferito a pene temporali, che non è sconveniente che i figli soffrano a motivo dei padri, poiché spesso sono salutari. Questo è vero. Infatti Isaia annunciò al re Ezechia che, a causa di un peccato da lui commesso, il regno sarebbe stato tolto ai suoi figli e sarebbero stati deportati in paese straniero (Isaia 39:7). Ugualmente, le case del Faraone e di Abimelec furono afflitte per l’ingiuria che i loro capi avevano fatto ad Abramo; e vi sono molti altri esempi simili (Genesi 12:17; Genesi 20:3).
Ma se con questo si vuole risolvere la questione, è piuttosto un sotterfugio che una vera esposizione del passo. Poiché qui il Signore annuncia una vendetta così grave che non può essere ristretta alla vita presente.
Bisogna dunque intendere così questa frase: che la maledizione di Dio non solo cade sulla testa dell’empio, ma si diffonde su tutta la sua discendenza. Se è così, che cosa ci si può attendere, se non che il padre, lasciato senza lo Spirito di Dio, viva malvagiamente; che il figlio, anch’egli abbandonato da Dio a motivo del peccato del padre, segua la medesima via di perdizione; che il nipote e gli altri successori, stirpe esecrabile di malvagi, procedano nella stessa rovina?
2.8.20 - Giustizia divina e responsabilità personale: i figli periscono per i propri peccati
Anzitutto vediamo se tali vendette siano contrarie alla giustizia di Dio. Poiché tutta la natura umana è degna di condanna, è certo che la rovina è preparata per tutti coloro ai quali il Signore non comunica la sua grazia; e tuttavia essi periscono per la propria iniquità, non per qualche odio ingiusto di Dio. Né possono lamentarsi del fatto che Dio non li aiuti con la sua grazia alla salvezza come fa con altri.
Quando dunque questa punizione ricade sui malvagi per i loro peccati, e le loro case, per lunghi anni, restano prive della grazia di Dio, chi potrà biasimare Dio per questo?
“Ma il Signore”, dirà qualcuno, “dichiara al contrario che il figlio non soffrirà la pena per il peccato del padre” (Ezechiele 18:20). Bisogna considerare che cosa vi è trattato. Gli Israeliti, essendo stati a lungo afflitti da varie calamità, avevano un proverbio comune: che i loro padri avevano mangiato uva acerba e che i denti dei figli si erano allegati. Con ciò intendevano dire che i loro antenati avevano commesso le colpe per le quali essi sopportavano tanti mali senza averli meritati; e che ciò accadeva per un’ira di Dio troppo rigorosa, più che per una giusta severità.
Il profeta annuncia loro che non è così, ma che essi soffrono per le proprie colpe; e che non si addice alla giustizia di Dio che un figlio giusto e innocente sia punito per le colpe del padre. Questo però non è ciò che si dice nel passo presente.
Infatti, se la “visita” di cui qui si parla si compie quando il Signore ritira dalla casa degli empi la sua grazia, la luce della sua verità e ogni altro aiuto di salvezza, allora i figli, essendo abbandonati da Dio nell’accecamento, seguono la via dei loro predecessori: in questo essi portano la maledizione di Dio per i misfatti dei loro padri. E quando poi egli li punisce, sia con calamità temporali sia con la morte eterna, ciò non avviene per i peccati altrui, ma per i loro.
2.8.21 - La promessa alle generazioni: segno della misericordia stabile di Dio
Dall’altra parte è data una promessa: che Dio estenderà la sua misericordia fino a mille generazioni su coloro che lo ameranno. Questa promessa ricorre spesso nella Scrittura ed è inserita nell’alleanza solenne che Dio fa con la sua Chiesa: Io sarò il tuo Dio, e il Dio della tua discendenza dopo di te (Genesi 17:7).
A questo ha guardato Salomone, dicendo che, dopo la morte dei giusti, i loro figli saranno beati (Proverbi 20:7): non soltanto a motivo del buon nutrimento e dell’educazione, che da parte loro giovano molto alla felicità di una persona, ma anche per quella benedizione che Dio ha promesso ai suoi servitori, cioè che la sua grazia dimorerà stabilmente nelle loro famiglie.
Questo reca una singolare consolazione ai fedeli e deve grandemente spaventare gli iniqui. Poiché se la memoria tanto della giustizia quanto dell’iniquità ha tale vigore davanti a Dio dopo la morte della persona, che la benedizione della prima e la maledizione della seconda si estendono fino alla posterità, a maggior ragione chi avrà vissuto bene sarà benedetto da Dio senza fine, e chi avrà vissuto male sarà maledetto.
Non contraddice a ciò il fatto che dalla stirpe degli empi talvolta escano persone buone, e al contrario dalla stirpe dei fedeli talvolta escano persone malvagie: poiché il Legislatore celeste non ha voluto stabilire qui una regola perpetua che derogasse alla sua elezione. In effetti basta, tanto per consolare il giusto quanto per spaventare il peccatore, che questa minaccia non sia vana né frivola, benché non si compia sempre.
Infatti, come le pene temporali che Dio manda ad alcuni sono testimonianze della sua ira contro i peccati e segni del giudizio futuro che verrà su tutti i peccatori, benché molti restino impuniti nella vita presente, così il Signore, dando un esempio di questa benedizione - cioè nel proseguire la sua grazia e bontà sui figli dei fedeli a motivo dei padri - rende testimonianza di come la sua misericordia rimanga ferma eternamente sui suoi servitori.
Al contrario, quando egli una volta sola rincorre l’iniquità del padre fino al figlio, mostra quale rigore di giudizio è preparato agli iniqui per i loro propri peccati: ed è questo che ha principalmente avuto di mira in questa dichiarazione.
Inoltre, egli ha voluto quasi di passaggio farci intendere la grandezza della sua misericordia, estendendola fino a mille generazioni, mentre aveva assegnato soltanto quattro generazioni alla sua vendetta.
2.8.22 - Il Terzo Comandamento: santificare il nome di Dio con cuore, parole e opere
Il Terzo Comandamento
Non pronuncerai il nome dell’Eterno tuo Dio invano.
La finalità del precetto è che il Signore vuole che la maestà del suo nome ci sia santa e sacra. Dunque, la sostanza sarà questa: che il suo nome non sia profanato da noi mediante disprezzo o irreverenza. A questa proibizione corrisponde anche un precetto positivo: che il nome di Dio sia per noi oggetto di singolare raccomandazione e onore.
Perciò bisogna che tanto nel cuore quanto nella bocca siamo istruiti a non pensare e a non parlare nulla di Dio o dei suoi misteri se non con riverenza e grande sobrietà; e che, nel valutare le sue opere, non concepiamo nulla che non sia a suo onore.
Occorre osservare diligentemente tre punti.
- Primo: che tutto ciò che la nostra mente concepisce di Dio e tutto ciò che la nostra lingua dice di lui sia conforme alla sua eccellenza e alla santità del suo nome, e tenda a esaltare la sua grandezza.
- Secondo: che non abusiamo temerariamente della sua santa Parola e non sovvertiamo i suoi misteri per servire la nostra avarizia, o la nostra ambizione, o le nostre follie; ma, poiché la dignità del suo nome è impressa nella sua Parola e nei suoi misteri, li teniamo sempre in onore e in stima.
- Terzo: che non sparliamo né denigriamo le sue opere, come alcuni malvagi sono soliti fare, parlandone con contumelia; ma che, in tutto ciò che riconosciamo provenire da lui, gli rendiamo la lode di sapienza, giustizia e potenza.
Questo è ciò che significa santificare il nome di Dio. Quando si fa altrimenti, esso è malvagiamente contaminato, poiché lo si trae fuori dal suo legittimo uso, al quale era consacrato; e, anche se non ci fosse altro male, il nome di Dio è diminuito nella sua dignità e reso spregevole.
Ora, se è così grave usurpare con leggerezza il nome di Dio per temerarietà, sarà un peccato molto più grande trascinarlo a un uso apertamente malvagio, come farlo servire a stregoneria, negromanzia, scongiuri illeciti e simili pratiche.
Tuttavia qui si parla in modo particolare del giuramento, nel quale l’abuso del nome di Dio è più di ogni altra cosa detestabile: e ciò serve a generare in noi un maggior orrore verso ogni altra forma di abuso.
Che qui Dio abbia riguardo all’onore e al servizio che gli dobbiamo e alla riverenza che il suo nome merita, piuttosto che esortarci a giurare lealmente gli uni verso gli altri per non frodare nessuno, appare dal fatto che poco dopo, nella seconda Tavola, egli condannerà spergiuri e false testimonianze, mediante le quali le persone recano torto l’una all’altra. Sarebbe dunque una ripetizione superflua se qui si trattasse del dovere di carità.
Anche la distinzione delle due Tavole lo richiede: infatti, poiché Dio ha distribuito la Legge in due Tavole non invano, ne segue che in questo passo egli difende il suo diritto e vuole che la santità del suo nome gli sia conservata come conviene, senza trattare ancora ciò che le persone devono le une alle altre in materia di giuramento.
2.8.23 - Che cos’è il giuramento: una testimonianza che glorifica Dio quando è lecita
Anzitutto bisogna intendere che cosa sia il giuramento. Il giuramento è una attestazione di Dio per confermare la verità della nostra parola. Le bestemmie manifeste, fatte quasi per insultare Dio, non meritano di essere chiamate “giuramenti”.
In molti passi della Scrittura è mostrato che tale attestazione, quando è fatta come si deve, è una specie di glorificazione di Dio.
Così quando Isaia dice che gli Assiri e gli Egiziani saranno accolti nella Chiesa di Dio: Parleranno - dice - la lingua di Canaan e giureranno nel nome del Signore (Isaia 19:18); cioè, giurando nel nome del Signore, dichiareranno di riconoscerlo come loro Dio.
Ugualmente, quando parla di come il regno di Dio sarà moltiplicato: Chiunque chiederà prosperità la chiederà in Dio; e chiunque giurerà, giurerà per il vero Dio (Isaia 65:16).
E Geremia: Se i dottori insegneranno al mio popolo a giurare nel mio nome, come lo hanno insegnato a giurare per Baal, io li farò prosperare nella mia casa (Geremia 12:16).
Ed è a buon diritto che, invocando il nome di Dio come testimonianza, si dica che attestiamo la nostra religione verso di lui. Infatti in tal modo lo confessiamo come verità eterna e immutabile, poiché lo chiamiamo non solo come testimone idoneo della verità, ma come colui al quale solo appartiene mantenerla e far venire alla luce ciò che è nascosto; e inoltre come colui che solo conosce i cuori.
Quando ci mancano testimonianze umane, prendiamo Dio come testimone, e specialmente quando si tratta di confermare ciò che è nascosto nella coscienza.
Perciò il Signore si adira amaramente contro coloro che giurano per dèi stranieri e considera tale forma di giuramento un segno di rinnegamento del suo nome, come quando dice: I tuoi figli mi hanno abbandonato e giurano per quelli che non sono dèi (Geremia 5:7).
E mostra quanto questo peccato sia esecrabile mediante la grandezza della pena, quando dice che distruggerà tutti coloro che giurano nel nome del Signore e nel nome del loro idolo (Sofonia 1:5).
2.8.24 - Spergiuro: profanare il nome di Dio e diffamarlo di menzogna
Ora, poiché comprendiamo che il Signore vuole che l’onore del suo nome sia esaltato nei nostri giuramenti, tanto più dobbiamo guardarci dal fatto che, invece di onorarlo, esso venga disprezzato o diminuito.
È una contumelia gravissima spergiurare nel suo nome; perciò nella Legge ciò è chiamato profanazione (Levitico 19:12). Che cosa resterebbe a Dio se fosse spogliato della sua verità? Non sarebbe più Dio. E lo si spoglia della sua verità quando lo si rende testimone e approvatore della menzogna.
Per questo Giosuè, volendo costringere Acan a confessare la verità, gli dice: Figlio mio, dà gloria al Dio d’Israele (Giosuè 7:19). Con ciò egli mostra che Dio è gravemente disonorato quando si spergiura nel suo nome: e non c’è da meravigliarsene, poiché, in tal modo, per quanto sta in noi, lo diffamiamo di menzogna.
In effetti, da una simile ingiunzione usata dai farisei nell’Evangelo secondo Giovanni, appare che tra gli Ebrei era comune servirsi di questa forma quando si voleva ottenere da qualcuno una confessione sotto giuramento (Giovanni 9:24).
Anche le formule della Scrittura ci insegnano il timore che dobbiamo avere di giurare male, come quando si dice: Il Signore è vivente, oppure: Il Signore mi mandi tale male e tale, oppure ancora: Dio ne sia testimone sulla mia anima (1 Samuele 14:39; 2 Samuele 3:9; 2 Re 6:31; 2 Corinzi 1:23). Queste formule indicano che non possiamo chiamare Dio a testimone delle nostre parole senza che egli vendichi lo spergiuro se giuriamo falsamente.
2.8.25 - Giurare “superfluamente”: rendere il nome di Dio spregevole; e l’empietà di giurare per i santi
Quando prendiamo il nome di Dio in un giuramento vero ma superfluo, benché non sia del tutto profanato, tuttavia esso è reso spregevole e abbassato nel suo onore. Questa è dunque una seconda specie di giuramento con cui il nome di Dio viene preso invano.
Non basta perciò astenersi dallo spergiuro: bisogna anche ricordare che il giuramento non è stato istituito per il piacere disordinato delle persone, ma per la necessità, e che altrimenti non è lecito.
Ne segue che coloro che lo trascinano in cose di nessuna importanza oltrepassano il buon uso legittimo. E non si può addurre altra necessità se non quella che serve o alla religione o alla carità.
In questo oggi si pecca in modo troppo disordinato, e tanto più perché, per la troppo grande consuetudine, la cosa è stimata nulla, mentre davanti a Dio non è di poco peso. Infatti si abusa indifferentemente del nome di Dio in discorsi di follia e vanità, e si pensa di non fare nulla di male, perché le persone, con la loro licenza, sono quasi venute in possesso di tale uso.
E tuttavia il comandamento di Dio rimane, e la minaccia che vi è aggiunta resta inviolabile e avrà una volta il suo effetto, poiché annuncia una vendetta particolare su tutti coloro che avranno preso il nome di Dio invano.
Vi è poi un’altra grave colpa: che nel giurare le persone prendono il nome dei santi al posto del nome di Dio, giurando per San Giacomo o per Sant’Antonio; e ciò è un’empietà evidente, poiché in tal modo si trasferisce ai santi la gloria di Dio.
Non senza ragione, infatti, Dio ha comandato espressamente che si giuri nel suo nome, e con un ordine speciale ci ha proibito di giurare per dèi stranieri (Deuteronomio 6:13; Deuteronomio 10:20; Esodo 23:13). Ed è quanto dice l’apostolo: che le persone, nei loro giuramenti, chiamano Dio come loro superiore; mentre Dio giura per sé stesso, poiché non ha nessuno più grande di lui (Ebrei 6:13, 16).
2.8.26 - Contro il rigore anabattista: Cristo non abolisce il giuramento lecito, ma l’abuso
Gli anabattisti, non contenti di questa moderazione, condannano senza eccezione tutti i giuramenti, perché l’interdizione di Cristo è generale quando dice: Io vi dico di non giurare affatto; ma il vostro parlare sia: sì, sì; no, no; poiché il di più viene dal maligno (Matteo 5:34-37; Giacomo 5:12).
Ma così facendo essi fanno ingiuria a Cristo, rendendolo avversario di suo Padre, come se fosse venuto al mondo per annullare i comandamenti del Padre. Infatti il Dio eterno, nella sua Legge, non solo permette il giuramento come cosa lecita (e questo dovrebbe bastare), ma comanda di usarne in caso di necessità (Esodo 22:11). Ora, Cristo attesta di essere uno col Padre, di non portare nulla che il Padre non abbia comandato e che la sua dottrina non è da sé stesso (Giovanni 7:16; Giovanni 10:30, 18), ecc. Che cosa diranno dunque costoro? Renderanno Dio in contraddizione con sé stesso, proibendo e condannando ciò che egli una volta ha approvato, comandandolo? Perciò la loro sentenza non può essere accettata.
Ma poiché vi è qualche difficoltà nelle parole di Cristo, bisogna considerarle più da vicino: non ne avremo infatti intelligenza, se non teniamo presente il suo scopo e non indirizziamo la mente a ciò che egli intende in quel passo. Egli non vuole ampliare né restringere la Legge, ma soltanto ricondurla al suo senso naturale, che era stato grandemente corrotto dalle false glosse degli scribi e dei farisei. Se teniamo fermo questo, non penseremo che Cristo abbia voluto condannare universalmente ogni giuramento, ma soltanto quelli che trasgrediscono la regola della Legge.
Dalle sue parole appare che, allora, il popolo si guardava soltanto dallo spergiuro; eppure la Legge non proibisce soltanto gli spergiuri, ma anche i giuramenti superflui. Perciò il Signore Gesù, vero interprete della Legge, ammonisce che non solo è male spergiurare, ma anche giurare (Matteo 5:34). Come giurare? Cioè invano. Ma i giuramenti che la Legge approva, egli li lascia liberi e integri.
Costoro però si fermano sulla parola affatto, che tuttavia non si riferisce al verbo giurare, ma alle forme di giuramento che seguono. Infatti questa era parte dell’errore: giurando per il cielo e per la terra, essi pensavano di non toccare il nome di Dio. Il Signore dunque, corretta la trasgressione principale, toglie poi ogni sotterfugio, affinché non credano di essere scampati, se, sopprimendo il nome di Dio, giurano per il cielo e per la terra.
Qui bisogna anche notare di passaggio che, benché il nome di Dio non sia espresso, tuttavia si giura davvero per esso in forme indirette: come quando si giura per il sole che ci illumina, per il pane che si mangia, per il battesimo, o per altri benefici di Dio che sono per noi come pegni della sua bontà.
E in effetti Cristo, in quel passo, non proibisce di giurare per il cielo, la terra e Gerusalemme per correggere la superstizione (come alcuni abusano di quel luogo), ma piuttosto abbatte la scusante e la vana sofistica di coloro che ritenevano nulla avere sempre in bocca giuramenti travestiti e contorti, come se risparmiassero il nome di Dio, che invece è impresso in tutti i beni di cui ci fa godere.
Vi è anche un’altra ragione di colpa quando un essere umano mortale, o già defunto, o persino un angelo, è messo al posto di Dio; come i pagani, nelle loro adulazioni, si erano abituati a giurare per la vita o per la fortuna del loro re: poiché allora, divinizzando le persone, si oscura e si diminuisce la gloria dell’unico Dio.
Ma anche quando non si ha altro scopo se non confermare il proprio dire col nome sacro di Dio, seppure in forma indiretta, la sua maestà è ferita da tutti i giuramenti leggeri e volubili. Cristo, dicendo di non giurare affatto, toglie questa maschera, questa vana copertura con cui le persone credono di giustificarsi.
E Giacomo, riprendendo le parole del Maestro, mira al medesimo fine, poiché in ogni tempo questa licenza d’abusare temerariamente del nome di Dio è stata troppo comune, benché comporti una profanazione malvagia (Giacomo 5:12). Se infatti quel affatto si riferisse alla sostanza, come se non fosse in alcun modo lecito giurare, e fosse proibito senza eccezione, a che servirebbe la precisazione aggiunta subito dopo, cioè di non prendere i nomi del cielo e della terra? È evidente che è detta per chiudere tutte le vie di fuga con cui gli Ebrei pensavano di salvarsi.
2.8.27 - Giuramenti pubblici e privati: la regola è la necessità, per la gloria di Dio e la carità
Non può dunque essere dubbio per persone di sano intendimento che il Signore, in quel passo, non riprova altri giuramenti se non quelli proibiti dalla Legge. Egli stesso, che in tutta la sua vita ha mostrato la perfezione che ha comandato, non ha avuto orrore di giurare quando la cosa lo richiedeva; e i suoi discepoli, che non dubitiamo abbiano seguito la sua regola, hanno fatto lo stesso.
Chi oserebbe dire che l’apostolo Paolo avrebbe voluto giurare, se il giuramento fosse stato del tutto proibito? Eppure, quando la materia lo richiede, egli giura senza alcuno scrupolo, aggiungendo talvolta perfino un’imprecazione.
Tuttavia la questione non è ancora risolta, perché alcuni pensano che siano eccettuati solo i giuramenti pubblici, come quelli che l’autorità richiede, o quelli che il popolo presta ai superiori, o i superiori al popolo, i soldati ai loro capitani, e i principi tra loro nel fare un’alleanza. In questo numero essi includono (e a buon diritto) tutti i giuramenti che si trovano in Paolo, poiché gli apostoli, nel loro ufficio, non erano persone private, ma ufficiali pubblici di Dio.
Da parte mia non nego che i giuramenti pubblici siano i più sicuri, poiché sono approvati da testimonianze più esplicite della Scrittura. È comandato all’autorità di costringere un testimone a giurare in una cosa dubbia, e il testimone è tenuto a rispondere. Ugualmente, l’apostolo dice che le controversie umane sono decise mediante questo rimedio (Ebrei 6:16). Così l’uno e l’altro hanno buona approvazione per ciò che fanno.
E si può osservare che i pagani, anticamente, avevano in grande “religione” i giuramenti pubblici e solenni; mentre stimavano poco quelli privati, quasi che Dio non ne tenesse conto. Tuttavia condannare i giuramenti privati, che sono fatti con sobrietà, in cose necessarie e con riverenza, è troppo pericoloso, poiché sono fondati su buona ragione e su esempi della Scrittura.
Infatti, se è lecito a persone private invocare Dio come Giudice delle loro cause, a maggior ragione sarà loro permesso invocarlo come testimone. Per esempio: il tuo prossimo ti accusa di qualche slealtà; tu cerchi per carità di discolparti; egli non accetta alcuna ragione. Se la tua reputazione viene messa in pericolo a causa dell’ostinazione della sua cattiva opinione, senza offesa potrai appellarti al giudizio di Dio affinché dichiari la tua innocenza. Ora, a guardare le parole, non è cosa minore chiamare Dio a testimone che chiamarlo a giudice. Non vedo dunque perché si dovrebbe riprovare una forma di giuramento in cui Dio è chiamato a testimonianza.
Per confermare ciò abbiamo molti esempi. Se, riguardo al giuramento di Abramo e di Isacco con Abimelec, si obietta che si trattasse di giuramenti pubblici, almeno Giacobbe e Labano erano persone private, e tuttavia hanno confermato la loro alleanza con un giuramento. Booz era un uomo privato che ratificò con giuramento il matrimonio promesso a Rut. Similmente Abdia, uomo giusto e timorato di Dio (come dice la Scrittura), testimonia con giuramento ciò che vuole persuadere a Elia (Genesi 21:24; Genesi 26:31; Genesi 31:53; Rut 3:13; 1 Re 18:10).
Non vedo dunque regola migliore se non questa: moderare i nostri giuramenti in modo che non siano temerari, né fatti alla leggera, né su materia frivola, né con affetto disordinato; ma che servano alla necessità, cioè quando si tratta di mantenere la gloria di Dio o conservare la carità verso le persone. A questo tende il comandamento.
2.8.28 - Il Quarto Comandamento: fine e triplice ragione del sabato
Il Quarto Comandamento
Ricordati di santificare il giorno di riposo. Lavorerai sei giorni e farai tutte le tue opere. Il settimo giorno è il riposo dell’Eterno tuo Dio. Non farai alcuna opera, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che è entro le tue porte. Poiché in sei giorni… ecc.
La finalità del precetto è che, essendo morti alle nostre affezioni e opere, meditiamo il regno di Dio e ci esercitiamo a tale meditazione mediante i mezzi che egli ha ordinato. Tuttavia, poiché questo comandamento ha una considerazione particolare e distinta dagli altri, richiede una spiegazione un poco diversa.
Gli antichi dottori sono soliti chiamarlo “ombratile”, perché contiene un’osservanza esteriore del giorno, la quale, con la venuta di Cristo, è stata abolita come le altre figure: il che è vero; ma essi toccano la cosa solo a metà. Bisogna dunque prendere la spiegazione più in alto e considerare tre ragioni contenute in questo comandamento.
Il Legislatore celeste, sotto il riposo del settimo giorno, ha voluto figurare al popolo d’Israele il riposo spirituale: cioè che i fedeli debbono riposarsi dalle proprie opere per lasciare che Dio operi in loro.
In secondo luogo, ha voluto che vi fosse un giorno stabilito nel quale essi si radunassero per udire la Legge e usare le sue cerimonie, o almeno dedicassero in modo speciale quel giorno a considerare le sue opere, affinché ne fossero stimolati a onorarlo meglio.
In terzo luogo, ha voluto concedere un giorno di riposo ai servi e alle persone di fatica che sono sotto l’autorità altrui, affinché abbiano qualche sollievo dal loro lavoro.
2.8.29 - Il sabato come segno principale del riposo spirituale e della santificazione
Tuttavia, in molti luoghi ci è mostrato che la figura del riposo spirituale ha avuto il posto principale in questo precetto. Dio non ha mai richiesto più strettamente l’ubbidienza di alcun comandamento che di questo. Quando, per mezzo dei profeti, vuole indicare che tutta la religione è distrutta, si lamenta che il suo sabato è stato profanato e violato, o non è stato ben custodito e santificato, come se, abbandonato questo punto, non restasse più nulla in cui egli potesse essere onorato.
D’altra parte egli magnifica grandemente l’osservanza di esso; perciò i fedeli stimavano sopra ogni cosa il bene che Dio aveva fatto loro nel rivelare il sabato (Numeri 15:35; Ezechiele 20:12; Ezechiele 22:8; Ezechiele 23:38; Geremia 17:21, 22, 27; Isaia 56:2). Così parlano i leviti in Neemia: Tu hai mostrato ai nostri padri il tuo santo sabato, i tuoi comandamenti e le tue prescrizioni, e hai dato loro la Legge per mano di Mosè (Neemia 9:14). Vediamo come lo stimassero in modo singolare sopra gli altri precetti.
Ciò ci mostra la dignità e l’eccellenza del sabato, che Mosè ed Ezechiele espongono chiaramente. In Esodo leggiamo: Osservate i miei sabati, poiché questo è un segno tra me e voi, di generazione in generazione, affinché sappiate che io sono il Signore che vi santifica; custodite dunque i miei sabati, perché vi devono essere santi. I figli d’Israele li custodiranno e li celebreranno nelle loro età, perché è un’alleanza perpetua e un segno per sempre (Esodo 31:13; Esodo 35:2).
Ezechiele lo dice ancora più ampiamente; ma la sostanza torna a questo: era un segno mediante il quale Israele doveva conoscere che Dio è il santificatore (Ezechiele 20:12). Ora, se la nostra santificazione consiste nel rinnegare la nostra volontà, si vede già la somiglianza tra il segno esteriore e la realtà interiore.
Dobbiamo riposarci del tutto affinché Dio operi in noi; dobbiamo cedere la nostra volontà, rassegnare il cuore, rinunciare e lasciare ogni cupidigia della carne; in breve, dobbiamo cessare da tutto ciò che procede dal nostro intendimento, affinché, avendo Dio all’opera in noi, riposiamo in lui, come insegna anche l’apostolo (Ebrei 3:13; Ebrei 4:4 e seguenti).
2.8.30 - Il “settimo giorno”: esempio divino e figura della perfezione futura del riposo
Questo era rappresentato in Israele dal riposo del settimo giorno. E affinché vi fosse maggiore riverenza nell’osservarlo, il Signore ha confermato quest’ordine con il suo esempio: infatti non è cosa da poco per la persona essere ammaestrata a seguire il proprio Creatore.
Se qualcuno richiede un significato “segreto” nel numero sette, è verosimile che, poiché questo numero nella Scrittura indica perfezione, esso sia stato scelto qui per denotare perpetuità. A ciò si riferisce ciò che vediamo in Mosè: dopo aver detto che il Signore si riposò il settimo giorno, non ne aggiunge altri per determinarne la fine.
Si può anche avanzare un’altra congettura plausibile: che il Signore, mediante questo numero, abbia voluto significare che il sabato dei fedeli non sarà mai compiuto perfettamente se non nell’ultimo giorno. Noi lo cominciamo qui e lo perseguiamo giorno dopo giorno; ma poiché abbiamo ancora una lotta continua contro la nostra carne, non sarà completato finché non si avveri la parola di Isaia, quando dice che nel regno di Dio vi è un sabato perpetuamente continuato: cioè quando Dio sarà tutto in tutti (Isaia 66:23; 1 Corinzi 15:28).
Perciò potrebbe sembrare che, mediante il settimo giorno, il Signore abbia voluto figurare al suo popolo la perfezione del sabato che sarà nell’ultimo giorno, per farlo aspirare a quella perfezione con uno zelo continuo durante questa vita.
2.8.31 - Il sabato cerimoniale abolito in Cristo, e il riposo spirituale che abbraccia tutta la vita
Se questa spiegazione sembra troppo sottile, e qualcuno non la volesse accettare, non impedisco che ci si contenti di una più semplice: cioè che il Signore ha ordinato un giorno mediante il quale il popolo, sotto la pedagogia della Legge, fosse esercitato a meditare il riposo spirituale, che è senza fine; e che abbia assegnato il settimo giorno, o perché giudicava che bastasse, oppure per incitare meglio il popolo a osservare questa cerimonia proponendogli il proprio esempio; o piuttosto per mostrargli che il sabato non tendeva ad altro fine se non a renderlo conforme al suo Creatore.
Egli non si cura molto di questo, purché resti ferma la significazione del mistero: cioè che il popolo fosse istruito a deporre le proprie opere. A questa contemplazione i profeti richiamavano assiduamente gli Ebrei, affinché non pensassero di essersi assolti semplicemente astenendosi dai lavori manuali. Oltre ai passi già addotti, in Isaia è detto: Se nel giorno di sabato ti astieni dal fare la tua volontà nel mio santo giorno, e chiami il sabato delizia, santo giorno dell’Eterno, degno di onore, e lo onori, non facendo le tue vie, non cercando la tua volontà… allora troverai la tua gioia nel Signore (Isaia 58:13).
Ora, non vi è dubbio che ciò che in questo precetto era cerimoniale sia stato abolito con la venuta di Cristo. Egli infatti è la verità, la quale, con la sua presenza, fa svanire tutte le figure; egli è il corpo, rispetto al quale le ombre scompaiono. Egli è, dico, il vero compimento del sabato. Poiché, essendo stati sepolti con lui mediante il battesimo, siamo stati innestati nella comunione della sua morte, affinché, resi partecipi della sua risurrezione, camminiamo in novità di vita (Romani 6:4).
Perciò l’apostolo dice che il sabato fu ombra delle cose che dovevano venire e che il corpo è in Cristo (Colossesi 2:16-17): cioè la vera e solida sostanza della verità, come egli ben spiega in quel luogo. E questa sostanza non si accontenta di un giorno, ma richiede tutto il corso della nostra vita, finché, essendo del tutto morti a noi stessi, siamo ripieni della verità di Dio. Ne segue che ogni osservanza superstiziosa dei giorni deve essere lontana dai cristiani.
2.8.32 - Ciò che resta valido per ogni secolo: assemblee pubbliche e sollievo per chi lavora
Tuttavia, poiché le due ultime ragioni non vanno poste tra le antiche ombre, ma convengono ugualmente a ogni tempo, benché il sabato sia abrogato, resta pienamente vero anche per noi che occorrono giorni stabiliti:
- primo, per radunarci a udire le predicazioni, fare le preghiere pubbliche e celebrare i sacramenti;
- secondo, per dare qualche sollievo ai servitori e alle persone di lavoro manuale.
Non vi è dubbio che il Signore abbia avuto riguardo ad ambedue queste cose nel comandare il sabato. Quanto alla prima, è sufficientemente confermata dall’uso stesso degli Ebrei. La seconda è indicata da Mosè nel Deuteronomio con queste parole: Affinché il tuo servo e la tua serva riposino come te; e ricordati che sei stato servo in Egitto. E in Esodo: Affinché il tuo bue e il tuo asino, e la tua gente di casa, riposino (Deuteronomio 5:15; Esodo 23:12). Chi potrebbe negare che queste due cose convengano a noi non meno che agli Ebrei?
Le assemblee ecclesiastiche ci sono comandate dalla Parola di Dio, e l’esperienza stessa ci mostra quale necessità ne abbiamo. Se non vi sono giorni stabiliti, quando potremo radunarci? L’apostolo insegna che tutto si deve fare decentemente e con ordine tra noi (1 Corinzi 14:40). Ora, tanto è vero che decoro e ordine non possono essere conservati senza questa “polizia” dei giorni, che, se essa mancasse, vedremmo subito meravigliosi disordini e confusioni nella Chiesa.
E poiché tra noi vi è la medesima necessità a cui il Signore ha voluto provvedere ordinando il sabato agli Ebrei, nessuno dica che questa legge non ci riguarda affatto: è certo che il nostro buon Padre non ha voluto provvedere meno alla nostra necessità che a quella degli Ebrei.
“Ma perché non ci raduniamo ogni giorno, così da togliere questa distinzione?” dirà qualcuno. Lo desidererei davvero; e in verità la sapienza spirituale di Dio sarebbe degna di avere qualche ora del giorno a lui dedicata. Ma se, per l’infermità di molti, non si può ottenere che ci si raduni quotidianamente, e la carità non permette di costringerli oltre misura, perché non seguire la ragione che Dio stesso ci ha mostrato?
2.8.33 - La questione della Domenica: non giudaismo, ma rimedio d’ordine contro la superstizione
Su questo punto bisogna essere un poco più lunghi, perché oggi alcune menti leggere si agitano a causa della domenica. Si lamentano che il popolo cristiano sia mantenuto in un giudaismo, poiché conserva ancora qualche osservanza dei giorni.
A questo rispondo che noi osserviamo la domenica senza giudaismo, poiché c’è grande differenza tra noi e gli Ebrei. Noi non la osserviamo con una religione rigida, come una cerimonia nella quale pensassimo racchiuso un mistero spirituale; ma ne facciamo uso come di un rimedio necessario per conservare il buon ordine nella Chiesa.
“Ma Paolo”, dicono, “nega che i cristiani debbano essere giudicati nell’osservanza dei giorni, poiché essa è ombra delle cose future; e per questo teme di aver lavorato invano tra i Galati, perché osservavano ancora i giorni. E ai Romani afferma che è superstizione se qualcuno fa distinzione fra giorno e giorno” (Colossesi 2:16; Galati 4:10-11; Romani 14:5).
Ma quale persona di giudizio saldo non vede chiaramente di quale osservanza parla l’apostolo? Costoro non miravano al fine che noi diciamo, cioè mantenere disciplina e ordine nella Chiesa; ma, celebrando le feste come ombre di cose spirituali, oscuravano la gloria di Cristo e la chiarezza dell’Evangelo. Non si astenevano dai lavori manuali perché questi impedissero loro di attendere alla meditazione della Parola di Dio, ma per una devozione stolta, poiché immaginavano che nel riposarsi rendessero culto a Dio.
È dunque contro questa perversa distinzione di giorni che Paolo grida, e non contro l’ordinamento legittimo posto per mantenere la pace nella comunione dei cristiani. Infatti le Chiese da lui edificate osservavano il sabato in questo senso; e lo mostra assegnando ai Corinzi quel giorno per portare le loro elemosine nella Chiesa (1 Corinzi 16:2).
Se temiamo la superstizione, essa era più da temere nelle feste giudaiche che non lo sia ora nella domenica. Poiché, come era necessario per abbattere la superstizione, si è lasciato il giorno osservato dagli Ebrei; così, come era necessario per conservare ordine, disciplina e pace nella Chiesa, se ne è stabilito un altro al suo posto.
2.8.34 - Perché la Domenica: memoria della risurrezione e sintesi del comandamento
Benché gli antichi non abbiano scelto la domenica per sostituirla al sabato senza qualche considerazione. Infatti, poiché il fine e compimento di quel vero riposo, figurato dall’antico sabato, è stato compiuto nella risurrezione del nostro Signore, i cristiani sono ammoniti da quel giorno stesso - che ha dato fine alle ombre - a non fermarsi alla cerimonia che non era se non ombra.
Non mi attacco al numero “settimo” per assoggettare la Chiesa a qualche servitù; poiché non condannerei le Chiese che avessero altri giorni solenni per radunarsi, purché non vi sia alcuna superstizione: come non ve n’è quando si guarda soltanto a mantenere disciplina e buon ordine.
Sia dunque questa la sostanza del precetto: come la verità era mostrata agli Ebrei sotto figura, così a noi è dichiarata senza figura:
- che meditiamo per tutta la vita un perpetuo riposo dalle nostre opere, affinché Dio operi in noi mediante il suo Spirito;
- che ciascuno, per quanto possibile, applichi la mente a considerare le opere di Dio per magnificarlo, e che osserviamo l’ordine legittimo della Chiesa nell’ascoltare la Parola, celebrare i sacramenti e fare le preghiere solenni;
- che non opprimiamo eccessivamente coloro che sono sotto la nostra autorità.
Così vengono rovesciate le menzogne dei falsi dottori che, nei tempi passati, hanno abbeverato il povero popolo di un’opinione giudaica, non distinguendo tra domenica e sabato se non in questo: che il settimo giorno allora osservato era abrogato, ma che tuttavia bisognava pur sempre conservarne uno.
Ma questo non è altro che dire che si è cambiato il giorno “a dispetto degli Ebrei” e tuttavia si è rimasti nella superstizione che Paolo condanna: cioè attribuire al giorno qualche significazione segreta come sotto l’Antico Testamento. E vediamo quale frutto abbia prodotto quella dottrina: chi la segue supera gli Ebrei in un’opinione carnale del sabato, tanto che le riprensioni di Isaia si applicherebbero meglio a loro che a coloro che il profeta rimproverava ai suoi tempi (Isaia 1:13; Isaia 58:13).
Resta però soprattutto da ritenere la dottrina generale: affinché la religione non decada né si raffreddi tra noi, siamo diligenti nel frequentare le sante assemblee e nell’usare tutti gli aiuti utili a nutrire il servizio di Dio.
2.8.35 - Il Quinto Comandamento: l’onore dovuto ai superiori come riflesso dell’onore di Dio
Il Quinto Comandamento
Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che l’Eterno tuo Dio ti dà.
La finalità è che, poiché Dio vuole che l’ordine da lui costituito sia mantenuto, dobbiamo osservare i gradi di preminenza come egli li ha stabiliti. Dunque, la sostanza sarà che rendiamo riverenza a coloro che il Signore ci ha ordinato come superiori, e che diamo loro onore e ubbidienza, con riconoscenza del bene che ci hanno fatto.
Ne segue la proibizione: che non diminuiamo la loro dignità né con disprezzo, né con insubordinazione, né con ingratitudine. Infatti il nome di onore si estende così ampiamente nella Scrittura: come quando l’apostolo dice che gli anziani che presiedono bene sono degni di doppio onore (1 Timoteo 5:17). Egli parla non solo della riverenza che è loro dovuta, ma anche della remunerazione che merita la loro fatica.
E poiché questo comandamento, che ci assoggetta ai superiori, è molto contrario alla perversità della nostra natura - la quale, gonfia di ambizione e di orgoglio, non si sottomette volentieri - perciò ci è proposta come esempio la superiorità meno odiosa e più amabile di tutte: affinché potesse piegare e ammorbidire meglio i nostri cuori verso l’ubbidienza.
Così il Signore, poco a poco, mediante la sottomissione più dolce e più facile da portare, ci abitua a ogni altra sottomissione, poiché vi è una medesima ragione in tutte. Quando egli dà preminenza a qualcuno, per quanto è necessario a conservarla, gli comunica in qualche modo il proprio nome.
I titoli di Padre, di Dio e di Signore gli sono così propri che, quando se ne fa menzione, il nostro cuore deve essere toccato dal riconoscimento della sua maestà. Ora, quando egli rende gli esseri umani partecipi di tali titoli, dona loro come una scintilla della sua luce per nobilitarli e renderli onorabili secondo il loro grado. Perciò, in colui che è chiamato padre bisogna riconoscere un certo onore divino, poiché non porta il titolo di Dio senza ragione. Similmente, chi è principe o signore partecipa in qualche modo dell’onore di Dio.
2.8.36 - Il quinto comandamento come regola universale: onore ai superiori, qualunque essi siano
Perciò non bisogna dubitare che il Signore stabilisca qui una regola universale: che, secondo che riconosciamo ciascuno essere stato costituito da lui come nostro superiore, gli rendiamo onore, riverenza e amore, e gli prestiamo i servizi che ci sarà possibile.
E non bisogna guardare se i nostri superiori siano degni di tale onore oppure no: poiché, quali che siano, non sono giunti a quel grado senza la volontà di Dio; e per questo il Signore ci comanda di onorarli. Tuttavia, in modo particolare, egli ci comanda di riverire i nostri genitori che ci hanno generati in questa vita: cosa che la stessa natura dovrebbe insegnarci. Infatti, tutti coloro che violano l’autorità paterna, o per disprezzo o per ribellione, sono mostri e non persone. Per questo il Signore comanda di mettere a morte tutti coloro che sono disobbedienti al padre e alla madre, e ciò a buon diritto: poiché, se non riconoscono coloro mediante i quali sono venuti a questa vita, sono certamente indegni di vivere.
Ora, da molti passi della Legge appare vero ciò che abbiamo detto: che l’onore di cui qui si parla ha tre parti: riverenza, ubbidienza e amore che procede dalla riconoscenza dei benefici ricevuti. La prima è comandata da Dio quando ordina di mettere a morte chi avrà maledetto o insultato il padre e la madre: infatti, così egli punisce ogni disprezzo e ogni vilipendio. La seconda, quando ordina che anche il figlio ribelle e disobbediente sia messo a morte. La terza è confermata da quanto Gesù Cristo dice nel Vangelo secondo Matteo, cioè che è comandamento di Dio soccorrere e fare del bene ai genitori (Esodo 21:17; Levitico 20:9; Proverbi 20:20; Deuteronomio 21:18; Matteo 15:4).
Ogni volta che l’apostolo Paolo fa menzione di questo precetto, egli ci esorta soprattutto all’ubbidienza: il che appartiene alla seconda parte.
2.8.37 - La promessa della lunga vita: segno della benevolenza di Dio, non misura della beatitudine
È aggiunta una promessa per maggiore raccomandazione, affinché siamo ammoniti di quanto questa sottomissione sia gradita a Dio. Paolo ci stimola con questo pungolo quando dice che questo precetto è il primo con promessa (Colossesi 3:20; Efesini 6:1-2); poiché la promessa posta sopra, nella prima Tavola, non era propria di un precetto solo, ma si estendeva a tutta la Legge.
Quanto all’intelligenza di questa promessa, essa è questa: il Signore parlava propriamente agli Israeliti della terra che aveva promesso loro in eredità. Se dunque il possesso di quella terra era una caparra della bontà di Dio e della sua liberalità, non ci si deve meravigliare se volle attestare loro la sua grazia promettendo una lunga vita, mediante la quale essi potessero più a lungo godere del suo beneficio. È come se dicesse: “Onora padre e madre, affinché, vivendo a lungo, tu possa godere più a lungo della terra che ti è data come testimonianza della mia grazia”.
Ora, poiché tutta la terra è benedetta per i fedeli, a buon diritto poniamo la vita presente tra le benedizioni di Dio. Perciò, in quanto la lunga vita è per noi un segno della benevolenza di Dio, anche questa promessa ci appartiene: non perché la lunga vita contenga in sé stessa beatitudine (come non la conteneva per gli Ebrei), ma perché per i giusti è un segno della bontà di Dio.
Se dunque accade che un figlio ubbidiente muoia nella sua giovinezza (come spesso avviene), Dio non per questo viene meno alla sua promessa; anzi non la adempie meno che se desse cento iugeri di terra a uno al quale ne avesse promessi due. Tutto sta in questo: che la lunga vita ci è qui promessa in quanto è benedizione; e inoltre che essa è benedizione di Dio in quanto ci testimonia la sua grazia, la quale egli dichiara ai suoi servitori centomila volte più nella morte.
2.8.38 - La maledizione per la disobbedienza e il limite decisivo: “ubbidire… nel Signore”
D’altra parte, quando il Signore promette la sua benedizione nella vita presente a coloro che saranno ubbidienti ai genitori, nello stesso tempo egli significa che la sua maledizione verrà su tutti quelli che saranno stati disobbedienti. E affinché il suo giudizio sia eseguito, egli ha ordinato nella sua Legge che se ne faccia giustizia; e se costoro sfuggono in qualche modo alla mano degli esseri umani, egli stesso ne farà vendetta.
Infatti vediamo che molti di questo genere muoiono in guerre, in risse, o in altre maniere, così che si scorge che Dio vi opera facendoli morire miseramente. E se ve ne sono alcuni che arrivano alla vecchiaia, poiché, privati in questa vita della benedizione di Dio, non fanno che languire, e per l’avvenire sono riservati a pena maggiore, sono ben lontani dall’essere partecipi di questa promessa.
Per concludere, bisogna notare brevemente che non ci è comandato ubbidire ai nostri genitori se non nel Signore (Efesini 6:1). Questo è chiaro dal fondamento già posto: essi presiedono su di noi in quanto Dio li ha eletti, comunicando loro una porzione del suo onore. Perciò la sottomissione resa a loro deve essere come un grado che ci conduce alla riverenza di colui che è il Padre sovrano. Se dunque essi vogliono farci trasgredire la sua Legge, non è ragione che li teniamo per padri; allora ci devono essere come stranieri che vogliono distoglierci dall’ubbidienza al nostro vero Padre.
Lo stesso giudizio si deve avere dei nostri principi, signori e superiori: sarebbe infatti cosa troppo irragionevole che la loro preminenza valesse a diminuire l’altezza di Dio, dalla quale dipende; essa deve piuttosto accrescerla, non diminuirla; confermarla, non violarla.
2.8.39 - Il sesto comandamento: non solo il sangue, ma l’odio; e il dovere positivo di conservare la vita
Il Sesto Comandamento
Non ucciderai.
La finalità è che, poiché Dio ha congiunto in unità tutto il genere umano, la salvezza e la conservazione di tutti devono essere raccomandate a ciascuno. Dunque, in sostanza, ci è proibita ogni violenza, offesa e nocività mediante la quale il corpo del nostro prossimo sia ferito.
Da qui si passa al comandamento positivo: che, se possiamo fare qualcosa per conservare la vita del nostro prossimo, dobbiamo applicarci fedelmente, tanto procurando ciò che le giova, quanto prevenendo ciò che le è contrario; e, similmente, se essi sono in qualche pericolo o difficoltà, dobbiamo aiutarli e soccorrerli.
Ora, poiché qui parla Dio come Legislatore, bisogna pensare che egli dà questa regola alla nostra anima. Sarebbe infatti cosa ridicola che colui che contempla i pensieri del cuore e principalmente a essi si ferma, istruisse alla vera giustizia soltanto il nostro corpo. Perciò qui è proibito l’omicidio del cuore, e ci è comandata l’affezione interiore di conservare la vita del nostro prossimo.
Infatti, sebbene la mano partorisca l’omicidio, il cuore lo concepisce quando è macchiato d’ira e di odio. Guarda se puoi adirarti contro tuo fratello senza desiderargli del male; e se non puoi adirarti, non puoi nemmeno odiarlo senza avere lo stesso desiderio: poiché l’odio non è altro che ira radicata. Per quanto tu dissimuli e cerchi, con vie indirette, di sottrarti, è certo che odio e ira non possono essere senza brama di far male.
E se ancora vuoi tergiversare, già lo Spirito Santo ha pronunciato che chiunque odia il proprio fratello nel cuore è omicida. E dalla bocca di Cristo è proclamato che chi odia il proprio fratello è colpevole di giudizio; chi mostra segno di sdegno è colpevole d’esser condannato dal concistoro; chi gli rivolge ingiuria è colpevole della geenna del fuoco (1 Giovanni 3:15; Matteo 5:22).
2.8.40 - Le due ragioni bibliche: immagine di Dio e “nostra carne”; e l’obbligo verso l’anima
La Scrittura nota due ragioni su cui questo precetto è fondato: che l’uomo è immagine di Dio, e che è anche nostra carne. Perciò, se non vogliamo violare l’immagine di Dio, non dobbiamo recare alcuna offesa al nostro prossimo; e se non vogliamo rinunciare a ogni umanità, dobbiamo aver cura di lui come della nostra propria carne.
L’esortazione che si potrebbe trarre da ciò, in base al beneficio della redenzione di Cristo, sarà trattata altrove; ma il Signore ha voluto che considerassimo naturalmente queste due cose nell’uomo, che già bastano a muoverci a fargli del bene: in ciascuno dobbiamo riverire l’immagine di Dio che vi è impressa, e amare la nostra propria carne.
Perciò, chi si è astenuto dallo spargimento di sangue non è per questo innocente del crimine di omicidio. Infatti chiunque, o compie con l’opera, o tenta e studia, o concepisce nel cuore qualcosa contrario al bene del prossimo, è tenuto da Dio per omicida.
D’altra parte, se non ci impieghiamo secondo la nostra capacità e l’occasione che ci è data a fare del bene al nostro prossimo, con tale crudeltà trasgrediamo questo precetto. E se il Signore si prende tanta cura della salvezza corporale di ciascuno, da ciò possiamo comprendere quanto più egli ci obblighi a procurare la salvezza delle anime, che sono incomparabilmente più preziose davanti a lui.
2.8.41 - Il settimo comandamento: la castità come purezza integrale e il matrimonio come rimedio ordinato da Dio
Il Settimo Comandamento
Non commetterai adulterio.
La finalità è che, poiché Dio ama la purezza e la castità, ogni impurità deve essere lontana da noi. La sostanza dunque è che non siamo macchiati da alcuna contaminazione o intemperanza della carne. A ciò corrisponde il precetto positivo: che la nostra vita, in tutte le sue parti, sia regolata secondo castità e continenza.
Ora egli proibisce espressamente la fornicazione, verso la quale tende ogni incontinenza, affinché, mediante la turpitudine e la disonestà più manifeste e più enormi che vi sono nella fornicazione - in quanto essa disonora il nostro corpo - egli renda abominevole ogni forma d’incontinenza. Infatti l’essere umano è stato creato a questa condizione: non vivere in solitudine, ma avere un aiuto simile a sé; e inoltre, per la maledizione del peccato, è stato ancor più assoggettato a questa necessità.
Perciò, come era opportuno, il Signore ci ha dato un rimedio in questo punto, istituendo il matrimonio: il quale, dopo averlo ordinato con la sua autorità, lo ha santificato con la sua benedizione. Ne segue che ogni unione di uomo e donna fuori del matrimonio è maledetta davanti a lui; e che l’unione matrimoniale ci è data come rimedio alla nostra necessità, affinché non lasciamo briglia sciolta alla concupiscenza. Non illudiamoci dunque quando udiamo che l’essere umano non può convivere con la donna fuori del matrimonio senza la maledizione di Dio.
2.8.42 - La verginità come dono: non per tutti; e la vocazione come via ordinaria dell’aiuto di Dio
Ora, poiché noi abbiamo bisogno di questo rimedio in due modi - sia per la condizione della nostra prima natura, sia per il vizio che vi è sopravvenuto - e poiché nessuno ne è esente, se non colui al quale Dio abbia fatto una grazia particolare, ciascuno consideri bene ciò che gli è stato dato.
Io confesso che la verginità è una virtù che non è da disprezzare; ma poiché non è data a tutti, e agli altri è data solo per un tempo, coloro che sono tormentati dall’incontinenza e non la possono vincere devono ricorrere al rimedio del matrimonio, per conservare la castità secondo il grado della loro vocazione. Infatti, se coloro che non hanno ricevuto tale dono (intendo dire la continenza) non provvedono alla loro fragilità con il rimedio che è loro offerto e permesso da Dio, essi resistono a Dio e al suo ordinamento.
E non si obietti qui ciò che molti sono soliti dire: che con l’aiuto di Dio potranno ogni cosa. Perché tale aiuto non è dato se non a coloro che camminano nelle sue vie, cioè nella loro vocazione; e da essa si allontanano tutti coloro che, lasciando i mezzi che Dio concede, vogliono con folle temerarietà superare la propria necessità (Salmo 91:1, 14).
Il Signore dichiara che la continenza è un dono singolare, non elargito indistintamente a tutto il corpo della Chiesa, ma a ben pochi membri. Egli infatti ci presenta un genere di persone che si sono fatte “eunuchi” per il regno dei cieli, cioè per attendere più liberamente a servire la gloria di Dio (Matteo 19:12). E affinché nessuno pensasse che ciò dipendesse dalla nostra forza, egli aveva già detto che non tutti ne sono capaci, ma soltanto coloro ai quali è dato dal cielo; e conclude che chi può farne uso, ne faccia uso. Paolo insegna lo stesso più chiaramente quando dice che ciascuno ha ricevuto il proprio dono da Dio, l’uno in un modo e l’altro in un altro (1 Corinzi 7:7).
2.8.43 - Il rimedio ordinario per chi “arde”: il matrimonio; e la castità come purezza dell’anima e del corpo
Poiché dunque siamo così espressamente ammoniti che non è in potere di ciascuno custodire la castità fuori del matrimonio, anche se vi fosse devozione e grande sforzo; e poiché ci è dichiarato che questa è una grazia speciale di Dio, concessa solo ad alcune persone affinché siano più pronte e più libere nel suo servizio: non combattiamo contro Dio e contro la natura che egli ha istituito, se non adeguiamo il nostro modo di vivere alla misura della nostra capacità?
Dio proibisce la fornicazione in questo comandamento: dunque egli richiede da noi purezza e castità. Ma l’unico mezzo per custodirla è che ciascuno riconosca la propria povertà; che nessuno disprezzi il matrimonio come inutile o superfluo; che nessuno desideri di farne a meno se non può astenersi dalla donna; che nessuno guardi qui al proprio comodo o alla propria tranquillità carnale, ma cerchi soltanto di essere meglio disposto a servire Dio, sciolto da ogni legame che potrebbe distrarlo.
Inoltre, poiché molti hanno il dono della continenza solo per un tempo, come si è detto, chi lo possiede si astenga dal matrimonio finché ne può fare a meno, e non oltre. Se la forza gli viene meno nel domare e vincere la concupiscenza della carne, intenda da ciò che Dio gli impone la necessità di sposarsi. Questo è quanto l’apostolo mostra quando comanda che ciascuno, per evitare la fornicazione, abbia la propria moglie e ciascuna donna abbia il proprio marito; e ancora: che chi non riesce a contenersi si sposi nel Signore (1 Corinzi 7:2, 9).
Con ciò egli significa, primo, che la maggior parte delle persone è soggetta al vizio dell’incontinenza; secondo, che non ne esclude nessuna tra quelle che vi sono soggette, ma comanda a tutte di ricorrere a questo unico rimedio per prevenire l’impudicizia. Perciò, chiunque non si contiene, se disprezza di rimediare alla propria infermità con questo mezzo, pecca, proprio perché non ubbidisce a questo comandamento dell’apostolo.
E non si illuda chi si astiene dall’atto esteriore della fornicazione, come se non fosse colpevole d’impudicizia, se il suo cuore arde di cattiva concupiscenza. Paolo infatti definisce la vera castità come purezza dell’anima insieme con l’onestà del corpo: Colei che è senza marito si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa di corpo e di spirito (1 Corinzi 7:34). E quando aggiunge la ragione che chi non riesce a contenersi deve sposarsi, egli non dice soltanto che è meglio prendere moglie che contaminare il corpo con una prostituta, ma che è meglio sposarsi che bruciare.
2.8.44 - La santità del matrimonio e la castità che include gesti, parole, ornamento e desideri
Ora, se i coniugati riconoscono che la loro unione è benedetta da Dio, ciò deve ammonirli a non contaminarla con intemperanza dissoluta. Infatti, sebbene l’onestà del matrimonio copra la vergogna dell’incontinenza, ciò non significa che debba diventare un incentivo. Perciò non devono pensare che ogni cosa sia loro lecita, ma ciascuno si comporti sobriamente con la propria moglie e la moglie con il proprio marito, regolando il proprio vivere in modo da non fare nulla contro la santità del matrimonio. Così deve essere ordinata e ricondotta a modestia l’ordinanza di Dio, e non sconfinare nella dissolutezza.
Sant’Ambrogio, riprendendo coloro che abusano del matrimonio con intemperanza lasciva, usa un termine abbastanza duro, ma non senza motivo: egli chiama “fornicatori delle proprie mogli” coloro che non conservano né modestia né pudore.
Infine, bisogna considerare chi è il Legislatore che condanna la fornicazione: è colui che ci possiede interamente. E perciò, a buon diritto, richiede da noi integrità, nel corpo e nell’anima e nello spirito. Quando dunque proibisce di fornicare, proibisce anche, per esempio, con abiti immodesti, con gesti e atteggiamenti impudichi, o con parole volgari, di spingere altri al male.
Un filosofo chiamato Archelao non disse senza ragione a un giovane troppo delicatamente vestito che era lo stesso in quale parte del corpo mostrasse la sua impudicizia: ciò vale davanti a Dio, che abomina ogni sordidezza, in qualunque parte essa sia, dell’anima o del corpo. E affinché nessuno ne dubiti, consideriamo che Dio qui ci comanda la castità: se l’ha comandata, condanna tutto ciò che le è contrario.
Perciò, se vogliamo ubbidire a questo comandamento, non bisogna che il cuore arda interiormente di cattiva concupiscenza, né che lo sguardo sia impudico, né che il volto sia ornato come per fare da adescamento, né che la lingua con parole volgari trascini alla fornicazione, né che la bocca con intemperanza ne dia occasione: poiché tutti questi vizi sono come macchie per cui castità e continenza sono deturpate e la loro purezza è contaminata.
2.8.45 - L’ottavo comandamento: ogni ingiustizia come violazione della distribuzione provvidenziale di Dio
Il Ottavo Comandamento
Non ruberai.
La finalità è che, poiché ogni ingiustizia è sgradita a Dio, rendiamo a ciascuno ciò che gli appartiene. La sostanza dunque è che egli ci proibisce di cercare di attirare a noi i beni altrui; e di conseguenza ci comanda di impegnarci fedelmente a conservare a ciascuno ciò che è suo.
Infatti dobbiamo stimare che ciò che ciascuno possiede non gli è capitato per caso, ma per la distribuzione di colui che è il sovrano padrone e Signore di tutto; e ne segue che non si può defraudare qualcuno delle sue ricchezze senza violare la dispensazione di Dio.
Ora, vi sono molte specie di furto: una consiste nella violenza, quando con la forza e quasi con brigantaggio si ruba e si depreda il bene altrui; un’altra consiste in frode e malizia, quando con inganno si impoverisce il prossimo; un’altra in un’astuzia ancor più coperta, quando sotto colore di diritto si priva qualcuno dei suoi beni; un’altra nella lusinga, quando con belle parole si attira a sé, sotto titolo di dono o altrimenti, ciò che doveva appartenere a un altro.
Ma, per non fermarci troppo a enumerare i generi, notiamo brevemente che tutti i mezzi con cui ci arricchiamo a danno altrui, quando deviano dalla sincerità cristiana che deve essere custodita nell’amore e scivolano in qualche obliquità di astuzia o in altro nocumento, devono essere reputati furti. Infatti, sebbene chi agisce così spesso vinca la causa davanti al giudice, Dio non li considera altro che ladri: egli vede gli agguati con cui i furbi catturano i semplici nelle loro reti; vede la durezza delle esazioni con cui i più grandi schiacciano i più piccoli; vede quanto siano velenose le adulazioni con cui alcuni “addolciscono” qualcuno per ingannarlo. Queste cose spesso non giungono alla conoscenza umana.
Inoltre, la trasgressione di questo precetto non consiste solo nel fare torto a qualcuno nel denaro, nella merce o nel possesso, ma anche in qualunque diritto: perché noi defraudiamo il prossimo del suo bene se gli neghiamo gli uffici ai quali gli siamo tenuti.
Perciò, se un amministratore, o un mezzadro, o un affittuario, invece di vigilare sul bene del padrone, vive nell’ozio senza curarsi del vantaggio di colui che lo mantiene; se dissipa malamente ciò che gli è affidato o ne abusa in superfluità; se un servo si fa beffe del padrone, divulga i suoi segreti, trama contro il suo bene o la sua reputazione o la sua vita; se, dall’altra parte, il padrone tratta in modo inumano la propria famiglia: tutto questo è furto davanti a Dio. Infatti chi non adempie verso gli altri il dovere della propria vocazione trattiene ciò che appartiene ad altri.
2.8.46 - L’obbedienza all’ottavo comandamento: contentamento, equità concreta e fedeltà nei doveri di vocazione
Ubbidiremo dunque al comandamento, se, contenti della nostra condizione, non cerchiamo di fare guadagno se non in modo onesto e legittimo; se non desideriamo arricchirci facendo torto al nostro prossimo; se non macchiniamo di rovinarlo per attirare a noi il suo bene; se non ci diamo pensiero di accumulare ricchezze dal sangue o dal sudore altrui; se non tiriamo da ogni parte, a torto e a traverso, tutto ciò che è possibile per saziare la nostra avarizia o per spendere in superfluità.
Ma, al contrario, se abbiamo sempre questo fine: aiutare ciascuno, per quanto possiamo, con il nostro consiglio e con i nostri beni, a conservare ciò che è suo; e se avviene che abbiamo a che fare con persone malvagie e ingannatrici, siamo pronti piuttosto a rinunciare a qualcosa del nostro che a combattere con loro con la stessa malizia. E non solo: ma quando vediamo qualcuno in povertà, condividiamo con la sua indigenza e solleviamo la sua necessità con la nostra abbondanza.
Infine, ciascuno consideri a che cosa è obbligato, secondo il dovere della propria funzione, verso gli altri, per adempierlo lealmente. Per questa ragione: che il popolo renda onore ai propri superiori, sottomettendosi di buon cuore, ubbidendo alle loro leggi e ai loro comandi, non rifiutando nulla di ciò che può fare senza offendere Dio; e, dall’altra parte, che i superiori abbiano cura e sollecitudine di governare il popolo, conservare la pace ovunque, difendere i buoni, punire i malvagi, e governare come persone che devono rendere conto del loro ufficio a Dio, sovrano Giudice.
Che i ministri ecclesiastici amministrino fedelmente la Parola di Dio, non corrompendo la dottrina della salvezza, ma conservandone la purezza; e che non soltanto istruiscano il popolo con buona dottrina, ma anche con esempio di vita: in breve, che presiedano come buoni pastori sul gregge. E, d’altro canto, che il popolo li riceva come messaggeri e apostoli di Dio, rendendo loro l’onore che il Signore attribuisce loro e provvedendo al loro sostentamento.
Che i genitori si adoperino a nutrire, istruire e governare i figli, come affidati loro da Dio, non trattandoli con eccessiva durezza, così da far loro perdere coraggio, ma mantenendoli in dolcezza e benevolenza conveniente alla loro persona; come è stato detto che, reciprocamente, i figli devono loro riverenza e sottomissione.
Parimenti: che i giovani rendano onore agli anziani, poiché il Signore ha voluto che quell’età fosse onorabile; e anche che gli anziani si sforzino di formare i giovani con prudenza, non trattandoli con eccessiva severità, ma usando una gravità temperata con dolcezza e disponibilità.
Che i servi si mostrino servizievoli ai loro padroni, e diligenti nel compiacerli non soltanto “a vista”, ma anche di cuore, come servendo Dio; e che i padroni, dal canto loro, non si mostrino troppo difficili e intrattabili verso i servi, opprimendoli con eccessivo rigore o trattandoli con ingiuria, ma piuttosto li riconoscano come fratelli e compagni nel servizio di Dio, per trattarli umanamente.
Così dunque ciascuno consideri ciò che deve al prossimo, secondo il proprio ordine e grado, e renda ciò che deve. Inoltre, occorre che la nostra memoria sia sempre rivolta al Legislatore, affinché ricordiamo che questa regola non è meno ordinata all’anima che al corpo: perché ciascuno applichi la propria volontà a conservare e promuovere il bene e l’utilità di tutte le persone.
2.8.47 - Il nono comandamento: verità, tutela della reputazione e giustizia della parola
Il Nono Comandamento
Non testimonierai il falso contro il tuo prossimo.
La finalità è che Dio, che è verità, ha in abominazione la menzogna: perciò dobbiamo custodire la verità senza finzione. La sostanza dunque è che non feriamo la reputazione di alcuno con calunnie o false dicerie, e che non lo danneggiamo nei suoi beni con menzogne e falsità. In breve: che non facciamo torto a nessuno né diffamando né deridendo.
A questa proibizione corrisponde il precetto positivo: che aiutiamo fedelmente ciascuno a mantenere la verità, sia per conservargli i beni sia per conservargli la buona fama. È chiaro che il Signore ha voluto esporre il senso di questo precetto nel capitolo ventitreesimo dell’Esodo, quando dice: Non sosterrai parola di menzogna; e non ti unirai a rendere falsa testimonianza per la menzogna. E ancora: Fuggirai ogni menzogna (Esodo 23:1, 7). Altrove, non solo ci proibisce di essere delatori, detrattori e maldicenti, ma anche di ingannare il fratello: perché nomina entrambe le cose espressamente (Levitico 19:16).
Non c’è dubbio: come sopra egli ha voluto correggere crudeltà, impudicizia e avarizia, così qui vuole reprimere la falsità, che si comprende nelle due parti dette: o diffamando feriamo la reputazione del prossimo, oppure, con menzogne e parole oblique, ostacoliamo il suo vantaggio.
E poco importa se qui si intenda la testimonianza solenne resa in tribunale o la parola privata: perché dobbiamo sempre tornare a questo principio, che il Signore ci propone, in ciascun genere di vizi, una specie come esempio, alla quale vanno ricondotte le altre; e che egli sceglie quella in cui appare maggiore turpitudine. Tuttavia questo comandamento va esteso più ampiamente: a tutte le calunnie e detrazioni che nuocciono al prossimo, poiché la falsa testimonianza in tribunale non è mai senza spergiuro.
Ora, la proibizione degli spergiuri è già stata fatta nel terzo comandamento della prima tavola, in quanto vi si profana il nome di Dio. Qui invece vediamo che, per osservare bene questo precetto, dobbiamo far servire la nostra bocca al prossimo nella verità, tanto per conservargli la stima quanto per conservargli il profitto.
L’equità è evidente: se la buona reputazione è più preziosa di qualunque tesoro, non si fa minor torto a una persona togliendole la buona fama che spogliandola dei beni; e talvolta si reca al prossimo più danno con una menzogna che con un furto.
2.8.48 - Detrazione, sarcasmo e “complicità d’ascolto”: il legislatore giudica anche orecchie e cuore
Eppure è cosa sorprendente quanto poco si tema di peccare in questo punto: vi sono pochissime persone che non siano gravemente macchiate da questo vizio, poiché tutto il mondo è incline a frugare e scoprire i difetti altrui.
E non si pensi che sia scusa valida dire: “Io non mento”. Perché colui che proibisce di diffamare il prossimo con la menzogna vuole che la sua buona fama sia conservata per quanto è possibile nella verità. Infatti, sebbene egli proibisca esplicitamente di ferirla con falsità, con ciò stesso dichiara di ricordarcela come cosa da custodire. E dovrebbe bastarci vedere che il Signore si prende tale cura che il prossimo non venga diffamato: perciò ogni detrazione è qui, senza dubbio, condannata.
Per “detrazione” non intendiamo: una riprensione fatta per correggere; né un’accusa giudiziaria per porre rimedio ai vizi; né una correzione pubblica fatta per incutere timore agli altri; né l’avvertimento circa la malvagità di qualcuno a persone che hanno bisogno di conoscerla per non esserne ingannate. Ma intendiamo un’offesa odiosa, che nasce da cattiva volontà o da desiderio di maldire.
Inoltre, questo precetto si estende fino a proibire anche l’affettazione di una “spiritosaggine” che, ridendo, punge e morde: come fanno alcuni che quasi “si bagnano” di piacere quando possono far vergognare qualcuno. Perché spesso, con tale intemperanza, resta una macchia sulla persona così colpita.
E se consideriamo il Legislatore, che non deve dominare meno sulle orecchie e sui cuori che sulla lingua, comprenderemo che qui è proibita non meno la brama di ascoltare i detrattori e la prontezza a porgere loro l’orecchio e a credere facilmente alle loro cattive dicerie, che non la detrazione stessa. Sarebbe infatti una derisione dire che Dio odia la maldicenza sulla lingua, ma non riprova la malignità del cuore.
Perciò, se abbiamo vero timore e amore di Dio, sforziamoci - per quanto è possibile e opportuno, e per quanto richiede la carità - di non dare né orecchio né lingua a biasimo, detrazione o scherno; di non dare facilmente luogo nel cuore a cattivi sospetti; ma, interpretando bene per quanto possiamo i fatti e le parole di tutte le persone, conserviamo in ogni modo l’onore di ciascuno.
2.8.49 - Il decimo comandamento: la radice interiore e la distinzione fra “consiglio” e “concupiscenza”
Il Decimo Comandamento
Non desidererai la casa del tuo prossimo; non desidererai la sua moglie, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che sia sua.
La finalità è che Dio vuole che tutta la nostra anima sia piena e posseduta dall’affetto della carità: perciò bisogna scacciare dal cuore ogni cupidigia contraria. La sostanza dunque è che non entri nell’intelletto alcun pensiero che muova il cuore a una concupiscenza che comporti danno o detrimento per il prossimo.
A ciò corrisponde il precetto positivo: che qualunque cosa concepiamo, deliberiamo, desideriamo o perseguiamo, sia sempre congiunta con il bene e l’utilità del nostro prossimo.
Ma qui sorge una grande difficoltà. Perché se è vero quanto abbiamo detto prima - che, proibendo fornicazione e furto, il Signore proibiva anche l’impudicizia e ogni volontà di nuocere, ingannare e rubare - sembrerebbe superfluo vietare ora, separatamente, la concupiscenza dei beni altrui.
Tuttavia la questione si risolve considerando la differenza tra consiglio e concupiscenza. Noi chiamiamo “consiglio” un proposito deliberato della volontà, quando il cuore è vinto e soggiogato dalla tentazione. “Concupiscenza” può esserci senza tale deliberazione o consenso: quando il cuore è soltanto solleticato e punto a commettere qualche malvagità.
Perciò, come sopra il Signore ha voluto che le volontà, le iniziative e le opere delle persone fossero regolate dalla legge della carità, così ora vuole che anche i pensieri dell’intelletto vi siano ricondotti, affinché non ce ne sia alcuno che spinga al contrario.
2.8.50 - Perché Dio condanna anche il “primo pungolo”: la carità totale e l’interpretazione agostiniana
E non è senza motivo che richiede una così grande rettitudine. Chi potrebbe negare che tutte le virtù dell’anima debbano essere applicate alla carità? E se una sola se ne distoglie, chi potrebbe negare che diventi viziosa?
Ora, da che cosa nasce che una cupidigia dannosa al prossimo entri nel tuo intelletto, se non dal fatto che, non curandoti degli altri, cerchi soltanto il tuo vantaggio? Se infatti tutto il tuo cuore fosse occupato dalla carità, nessuna tale immaginazione vi avrebbe accesso. Bisogna dunque dire che esso è vuoto di carità nella misura in cui riceve tali concupiscenze.
Qualcuno obietterà che non è tuttavia appropriato condannare come concupiscenze le fantasie che svolazzano nel cervello e poi svaniscono, poiché la concupiscenza ha la sua sede nel cuore. Io rispondo che qui si tratta di fantasie che non solo attraversano la mente, ma pungono anche il cuore di desiderio: perché non concepiamo mai nella mente un desiderio o un auspicio senza che il cuore ne sia toccato o infiammato.
Il Signore dunque comanda una meravigliosa ardore di carità, che non vuole essere impedito dalla minima concupiscenza del mondo. Richiede un cuore mirabilmente regolato, che non vuole essere in alcun modo punto da un solo stimolo contro la legge della carità.
Sant’Agostino mi ha aperto la via per intendere questo comandamento, affinché non sembri a qualcuno che io sia solo in questa interpretazione.
Ora, benché l’intenzione di Dio sia di proibire ogni cattiva cupidigia, egli ha posto per esempio gli oggetti che più spesso ci attirano e ci ingannano; e così, togliendoci ciò a cui la cupidigia è più inclinata, non le lascia alcuna concessione.
Abbiamo ora la seconda tavola della Legge, che ci ammonisce ampiamente di ciò che dobbiamo alle persone per amore di Dio, sul quale si fonda la carità. Perciò sarebbe vano insistere sui precetti di questa seconda tavola se tale dottrina non fosse prima fondata sul timore e sulla riverenza di Dio come suo fondamento.
Coloro che dividono questo comandamento in due lacerano ciò che Dio ha unito, come i lettori di sano giudizio possono vedere, anche se io taccio. E non importa che il verbo “non desidererai” sia ripetuto: perché Dio, dopo aver nominato la casa, ne elenca le parti, cominciando dalla moglie; da cui appare che vi è un legame di cose congiunte e che bisogna leggere il tutto d’un fiato, come gli Ebrei non hanno fatto male a intendere.
In conclusione: Dio comanda non solo di astenersi dal frodare e dal fare il male, e di lasciare a ciascuno ciò che possiede salvo e intatto, ma anche di non essere toccati da alcuna concupiscenza che solleciti il cuore a recare danno ad altri.
2.8.51 - Il fine della Legge: l’immagine della purezza di Dio impressa nella vita umana
Ora non è difficile giudicare qual è lo scopo della Legge: una giustizia perfetta, perché la vita della persona sia conformata alla purezza di Dio come a un modello. Il Signore ha infatti tracciato la sua natura nella Legge in modo tale che, se qualcuno compisse ciò che essa comanda, rappresenterebbe nella propria vita l’immagine di Dio.
Per questo Mosè, volendo ricordare in breve al popolo d’Israele i comandamenti, diceva: “E che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, Israele, se non che tu lo tema e cammini nelle sue vie; che tu lo ami e lo serva con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e osservi i suoi comandamenti?” (Deuteronomio 10:12). E non cessava di ripeterlo ogni volta che voleva richiamare la fine della Legge.
Ecco dunque ciò a cui mira la dottrina della Legge: unire la persona a Dio mediante una vita santa, e - come dice Mosè altrove - farla aderire a Lui. E l’adempimento di questa santità sta in due articoli: che amiamo il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, e poi il nostro prossimo come noi stessi (Deuteronomio 6:5; 11:13; Matteo 22:37). Prima dunque l’anima dev’essere interamente piena dell’amore di Dio; da ciò segue l’amore del prossimo.
Questo è ciò che intende l’apostolo quando dice che il fine del comandamento è l’amore, che procede da coscienza pura e fede non finta (1 Timoteo 1:5). Si vede come la buona coscienza e la fede - cioè, in una parola, pietà e timore di Dio - siano poste al vertice, e da lì venga dedotta la carità.
Perciò sarebbe follia pensare che la Legge insegni soltanto piccoli rudimenti di giustizia, come per dare appena un avvio e non per condurre a una via piena. Quale perfezione infatti potremmo desiderare maggiore di quella compresa nelle parole di Mosè e in quelle di Paolo? Dove potrebbe tendere chi non fosse contento di un’istruzione che forma alla crainte di Dio, al servizio spirituale della sua maestà, all’ubbidienza dei comandamenti, alla rettitudine della via di Dio, fino alla purezza di coscienza, alla sincerità della fede e alla dilezione? Così è confermata l’esposizione data: nei comandamenti della Legge è contenuto tutto ciò che è richiesto a pietà e carità; chi si ferma a “elementi” come se la Legge insegnasse solo a metà la volontà di Dio, non ne comprende il fine, come dice l’apostolo.
2.8.52 - Perché talvolta Cristo e gli apostoli citano soprattutto la seconda tavola
Poiché tuttavia Cristo e gli apostoli, nel riassumere la Legge, talvolta non menzionano la prima tavola, occorre dirne una parola: molti si ingannano, applicando all’intera Legge parole dette invece della sua metà.
Cristo, in Matteo, dice che il “principale” della Legge sta in misericordia, giudizio e fede (Matteo 23:23). Con “fede” qui, senza dubbio, intende verità, in opposizione a finzione e inganno. Alcuni però, per estendere la frase a tutta la Legge, prendono “fede” nel senso di “religione”: ma è frivolo, perché Cristo parla lì di opere con cui la persona deve mostrare la propria giustizia.
Se teniamo presente questo, non ci stupirà che altrove, interrogato su quali comandamenti osservare per la vita eterna, egli risponda elencando precetti della seconda tavola: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, onora padre e madre, ama il prossimo come te stesso (Matteo 19:18). Perché l’osservanza della prima tavola era collocata o nell’affezione interiore del cuore, o in cerimonie: l’affezione interiore non si vedeva; e gli ipocriti praticavano cerimonie più diligentemente di tutti. Le opere di carità quindi davano una testimonianza più certa della giustizia.
È un tratto frequentissimo nei profeti: quando esortano alla conversione, spesso lasciano da parte la prima tavola e insistono su rettitudine, lealtà, compassione ed equità. Non è che dimentichino il timore di Dio: lo richiedono piuttosto indirettamente, chiedendone una prova viva attraverso quei segni. Non è necessario accumulare citazioni: sono ovunque.
2.8.53 - Amore come “prova” della pietà: Dio non riceve “benefici”, ma ci esercita verso il prossimo
Qualcuno chiederà: conta di più, per essere giusti, vivere bene e lealmente tra gli esseri umani, che temere Dio e onorarlo con pietà? Rispondo: no. Ma poiché nessuno può custodire davvero la carità se prima non teme Dio, le opere di carità attestano la pietà della persona.
Inoltre, poiché Dio non può ricevere alcun beneficio da noi (come dice il profeta: Salmo 16:2), egli non richiede che “gli facciamo del bene”: ci esercita invece nelle buone opere verso il prossimo. Perciò Paolo colloca la perfezione del credente nell’amore (Efesini 3:19; Colossesi 3:14). E altrove lo chiama compimento della Legge, dicendo che chi ama il prossimo ha adempiuto la Legge; e aggiunge che tutto è compreso in: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Romani 13:8; Galati 5:14).
E non insegna altro se non ciò che il Signore stesso dice: “Tutto ciò che volete che gli altri vi facciano, fatelo voi a loro: perché questa è la Legge e i Profeti” (Matteo 7:12). È certo: Legge e Profeti danno il primo posto alla fede e alla riverenza del nome di Dio, poi raccomandano la dilezione verso il prossimo. Ma il Signore intende qui comandarci rettitudine ed equità verso le persone come testimonianza del timore di Dio, se davvero è in noi.
2.8.54 - La Legge non comanda mai di vivere per sé: l’ordine della vita è essere utili ai fratelli
Fermiamoci dunque a questo punto: la nostra vita sarà ben ordinata secondo la volontà di Dio e secondo il comandamento della Legge, se è utile in ogni modo ai fratelli. Al contrario, in tutta la Legge non si legge una sola sillaba che dia regola alla persona su ciò che deve fare o lasciare per il proprio profitto.
E in verità, poiché per natura siamo già troppo inclini ad amarci oltre misura, non c’era bisogno di un comando che ci incendiasse di un amore che già eccede. È dunque evidente che l’osservanza dei comandamenti non consiste nell’amore di noi stessi, ma nell’amore di Dio e del prossimo. Perciò vive molto bene chi, per quanto può, vive meno per sé; e nessuno vive più disordinatamente di chi vive per sé e pensa solo al proprio vantaggio.
Il Signore, per esprimere meglio quale amore dobbiamo al prossimo, ci rimanda all’amore di noi stessi come modello. Ma non bisogna intenderlo - come certi sofisti - nel senso che prima ci comandi di amare noi stessi e poi il prossimo: egli intende piuttosto trasferire sugli altri l’amore che, per natura, attiriamo a noi. Perciò l’apostolo dice che la carità non cerca il proprio interesse (1 Corinzi 13:5). E l’obiezione sofistica (“la regola precede la cosa regolata”) non regge: il Signore non istituisce l’amore di sé come norma superiore cui subordinare l’amore del prossimo, ma mostra che l’amore, invece di ripiegarsi su di noi, deve espandersi verso gli altri, affinché siamo pronti a fare bene agli altri come lo siamo a farlo a noi stessi.
2.8.55 - Chi è il “prossimo”: l’estraneo incluso, senza eccezioni, ma con un ordine di doveri
Inoltre, poiché con la parabola del Samaritano Gesù Cristo ha mostrato che sotto il nome di “prossimo” è compreso anche il più estraneo del mondo (Luca 10:29ss.), non dobbiamo restringere il precetto dell’amore a chi ha legami di parentela o affinità con noi.
Non nego che, quanto più una persona ci è vicina, tanto più dobbiamo aiutarla con familiarità: la regola dell’umanità lo richiede. La provvidenza di Dio ci conduce a questi ordini concreti di vicinanza (famiglia, amicizia, vicinato), e ciò può avvenire senza offendere Dio.
Ma, detto questo, bisogna abbracciare con affetto di carità tutte le persone in generale, senza eccezioni, senza differenza tra Greco e Barbaro, senza guardare se siano degne o indegne, amiche o nemiche. Occorre considerarle in Dio, non in sé stesse: quando distogliamo lo sguardo da questo, è inevitabile cadere in molti errori.
Perciò, se vogliamo mantenere la retta via della dilezione, non dobbiamo fissare gli occhi sulle persone - la cui considerazione spesso ci spingerebbe ad odiarle più che ad amarle - ma dobbiamo guardare a Dio, che ci comanda di estendere l’amore che portiamo a Lui verso tutte le persone, con questo fondamento sempre presente: chiunque sia l’essere umano, dobbiamo sempre amarlo, se amiamo Dio.
2.8.56 - Errore pernicioso nel ridurre a semplici consigli l’amore per i nemici e il rifiuto della vendetta
Perciò è stata ignoranza o malizia perniciosa quella dei dottori scolastici, i quali, dai comandamenti che il nostro Signore ha dato tanto ai Giudei quanto ai Cristiani, riguardanti il non desiderare vendetta e l’amare i nostri nemici, hanno fatto dei semplici consigli, ai quali, dicono, è lecito obbedire o non obbedire; e hanno affermato che soltanto i monaci sono tenuti necessariamente a osservarli, attribuendo loro una giustizia più perfetta che ai Cristiani, perché si obbligano a custodire i consigli evangelici, come li chiamano. Essi adducono come ragione per cui non li ricevono come precetti il fatto che sarebbero troppo gravosi e difficili, persino per i Cristiani che sono sotto la legge della grazia. Ma è forse così che osano abolire la Legge eterna di Dio riguardo all’amore del prossimo? Si potrà trovare una simile distinzione in tutta la Scrittura, e non piuttosto il contrario, cioè molti comandamenti che ci ingiungono rigorosamente di amare i nostri nemici? Che cosa significa infatti che dobbiamo nutrire il nostro nemico quando ha fame, che dobbiamo rimettere sulla strada il suo bue o il suo asino quando si sono smarriti, e che dobbiamo rialzarli se sono caduti sotto un carico (Proverbi 25:21; Esodo 23:4)? Faremo forse del bene alle bestie dei nostri nemici in loro favore, senza portare alcun amore verso di loro? E che dire? Non è forse una parola eterna di Dio che a Lui solo appartiene la vendetta e che Egli renderà a ciascuno ciò che gli spetta? E questo è detto ancora più espressamente altrove: «Non cercherai vendetta e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo» (Deuteronomio 32:35; Levitico 19:18). O dunque cancellino questi articoli della Legge, oppure confessino che Dio ha voluto essere Legislatore nel comandarli, e non un semplice consigliere, come essi immaginano.
2.8.57 - L’amore per i nemici come vero e proprio comandamento, e non come semplice esortazione
Inoltre, che cosa vogliono dire quelle parole che essi hanno corrotto con una stolta glossa? «Amate i vostri nemici», dice il nostro Signore; «fate del bene a quelli che vi odiano; pregate per quelli che vi perseguitano; parlate bene di quelli che vi calunniano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Matteo 5:44). Chi non potrà concludere con Crisostomo che, da una causa così necessaria, appare chiaramente che non si tratta di esortazioni, ma di precetti? Che cosa ci resta, se il nostro Signore ci cancella dal numero dei suoi figli? Secondo l’opinione di questi rabbini, vi saranno soltanto i monaci a essere figli di Dio e ad osare invocare Dio come Padre. Che ne sarà allora della Chiesa? Con questa dottrina essa sarà rimandata insieme ai pagani e ai pubblicani. Infatti il nostro Signore aggiunge subito: «Se amate soltanto i vostri amici, quale ricompensa ne avrete? Non fanno lo stesso anche i pagani e i pubblicani?» (Matteo 5:46-47). Siamo dunque arrivati a questo: portare il nome di Cristiani, e tuttavia essere privati dell’eredità celeste. Anche sant’Agostino usa un argomento non meno solido: «Quando il Signore», dice, «proibisce l’adulterio, non proibisce forse di toccare la moglie del nostro nemico tanto quanto quella del nostro amico? Quando condanna il furto, permette forse di rubare i beni del nostro nemico più che quelli del nostro amico?» Ora, questi due comandamenti, di non rubare e di non adulterare, sono ricondotti dall’apostolo Paolo alla regola dell’amore; anzi egli dice che sono compresi in questa sentenza: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Romani 13:9). Bisogna dunque dire che l’apostolo Paolo sia un cattivo interprete della Legge, oppure dobbiamo necessariamente concludere da queste parole che Dio ci comanda di amare i nostri nemici tanto quanto i nostri amici. Questo è ciò che dice sant’Agostino. Pertanto tali persone mostrano chiaramente di essere figli di Satana, quando rigettano con tanta audacia il giogo che è comune a tutti i figli di Dio. E in effetti non so se si debba meravigliarsi di più della loro stoltezza o della loro impudenza, nel fatto che abbiano pubblicato una simile dottrina: poiché non vi è alcuno degli antichi che non affermi senza esitazione, come cosa risolta, che si tratta di veri e propri precetti. Anzi si vede bene che già al tempo di san Gregorio non vi era alcun dubbio in proposito, poiché egli li enumera senza difficoltà tra i comandamenti. Ma vediamo quanto scioccamente essi argomentano: «Sarebbe», dicono, «un fardello troppo gravoso per i Cristiani», come se si potesse immaginare qualcosa di più gravoso che amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. A confronto di questo comandamento, non vi è nulla che non sia facile, sia che si tratti di amare il nostro nemico, sia che si tratti di rinunciare a ogni desiderio di vendetta. Certamente tutto ciò che è nella Legge, fino al minimo punto, è alto e difficile per la nostra debolezza: vi è solo Dio che può farci camminare virtuosamente; che Egli conceda di fare ciò che comanda e comandi ciò che vuole. Quanto a ciò che essi adducono, che i Cristiani sono sotto la legge della grazia, ciò non significa che debbano vivere disordinatamente a briglia sciolta; ma che sono innestati in Cristo, per la grazia del quale sono liberati dalla maledizione della Legge, e per lo Spirito del quale la Legge è scritta nei loro cuori. L’apostolo Paolo chiama impropriamente questa grazia “legge”, volendo mantenere la similitudine che aveva assunto nel fare il confronto; ma questi sciocchi, senza criterio, prendono un grande mistero in modo del tutto fuori luogo.
2.8.58 - Confutazione della distinzione scolastica tra peccati mortali e veniali, e condanna della concupiscenza anche minima
Vi è altrettanta inconsistenza in ciò che hanno detto riguardo al peccato veniale, chiamando “peccato veniale” tanto l’empietà nascosta contro Dio, che contravviene alla prima tavola della Legge, quanto la trasgressione evidente dell’ultimo comandamento. Infatti questa è la loro definizione: che il peccato veniale è una cattiva concupiscenza senza deliberato consenso, la quale non rimane a lungo nel cuore. Ora io dico, al contrario, che nessuna cattiva concupiscenza può entrare nel cuore se non per mancanza di ciò che è richiesto dalla Legge. Ci è stato comandato di non avere dèi estranei. Quando l’anima, tentata dalla sfiducia, guarda qua e là e vacilla, quando è mossa a cercare la propria beatitudine altrove che in Dio, da dove provengono questi movimenti, per quanto leggeri siano, se non dal fatto che vi è qualcosa di vuoto nell’anima per ricevere tali tentazioni? E per non dover argomentare a lungo, ci è stato comandato di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Pertanto, se tutte le forze e le parti dell’anima non sono applicate all’amore di Dio, deviamo dall’obbedienza della Legge. Infatti quando le tentazioni che sono nemiche e contrarie al regno di Dio hanno qualche forza nel scuoterci o nel porre il minimo impedimento nella nostra mente, affinché Dio non sia pienamente obbedito e la sua volontà osservata senza alcuna opposizione, è segno che il suo regno non è ben stabilito nella nostra coscienza. Ora abbiamo mostrato che l’ultimo comandamento si riferisce propriamente a questo. Vi è dunque qualche cattivo desiderio che abbia punto il nostro cuore? Già siamo tenuti colpevoli di concupiscenza e, di conseguenza, trasgressori della Legge: poiché il Signore non solo ha proibito di deliberare e tramare ciò che è a danno del prossimo, ma anche di essere stimolati o infiammati da qualsiasi concupiscenza. Ora, dove vi è trasgressione della Legge, lì è pronta la maledizione di Dio. Non dobbiamo dunque esentare dalla condanna di morte neppure le più piccole concupiscenze che possano esserci. «Quando si tratta di valutare i peccati», dice sant’Agostino, «non portiamo false bilance per pesare ciò che vogliamo, e secondo il nostro capriccio dire: questo è pesante, questo è leggero; ma portiamo la bilancia delle Scritture, come i tesori del Signore, e pesiamo su di essa per sapere ciò che è più pesante o più leggero; o piuttosto non pesiamo affatto, ma atteniamoci al peso che Dio stesso ha stabilito». E che cosa dice la Scrittura? Certamente l’apostolo Paolo, chiamando il peccato “salario di morte” (Romani 6:23), mostra bene che questa stolta distinzione gli era del tutto sconosciuta. E in effetti, poiché siamo già troppo inclini all’ipocrisia, non vi era bisogno di attizzare il fuoco, né di farci sprofondare nelle nostre impurità addolcendo la nostra pigrizia.
2.8.59 - Errore sulla distinzione scolastica dei peccati “veniali” e condanna della concupiscenza anche minima
Vorrei che tali persone considerassero che cosa significhi questa parola di Cristo, che chi trasgredirà uno dei più piccoli comandamenti e così insegnerà agli uomini, sarà chiamato il minimo nel regno dei cieli (Matteo 5:19). Non sono forse di questo numero coloro che osano attenuare così la trasgressione della Legge, come se non fosse degna di morte? Ma avrebbero dovuto considerare non soltanto ciò che è comandato, bensì chi è colui che comanda: poiché non vi è trasgressione tanto piccola in cui non si deroghi alla sua autorità. È forse cosa da poco, secondo loro, che la maestà di Dio sia violata in qualche punto? Inoltre, se il Signore ha dichiarato nella Legge la sua volontà, tutto ciò che è contrario alla Legge gli dispiace. E pensano forse che l’ira di Dio sia così debole e disarmata, da non essere seguita immediatamente dalla vendetta? In realtà Egli lo ha dichiarato a sufficienza, se essi potessero ascoltare la sua voce piuttosto che oscurare la sua verità con le loro frivole sottigliezze: «L’anima che avrà peccato, morirà» (Ezechiele 18:20). E ancora ciò che ho citato poco fa dall’apostolo Paolo: «Il salario del peccato è la morte» (Romani 6:23). Costoro, pur confessando che la concupiscenza è peccato, perché non possono negarlo, sostengono tuttavia che non è peccato mortale. Poiché hanno a lungo perseverato nella loro follia, almeno ora si ravvedano; e se vogliono ancora persistere nelle loro fantasticherie, i figli di Dio li lascino pure a sé stessi e riconoscano che ogni peccato è mortale, poiché è ribellione contro la volontà di Dio, la quale necessariamente provoca la sua ira; poiché è trasgressione della Legge, sulla quale è pronunciata la morte eterna senza alcuna eccezione. Quanto ai peccati che commettono i santi e i fedeli, essi sono sì veniali, ma per la misericordia di Dio, e non per la loro natura.
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