Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 10
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III - Capitolo X
Come si deve usare della vita presente e dei suoi aiuti
3:10:1 - L’uso dei beni terreni: tra rigore e licenza
Con questa stessa lezione la Scrittura ci istruisce anche su quale sia il giusto uso dei beni terreni, cosa che non è affatto da trascurare quando si tratta di ordinare rettamente la nostra vita. Poiché, se dobbiamo vivere, è necessario anche servirci degli aiuti necessari alla vita; e anzi, non possiamo astenerci neppure da quelle cose che sembrano servire più al piacere che alla necessità. Occorre dunque mantenere una certa misura, affinché ne facciamo uso con coscienza pura e sana, tanto per la nostra necessità quanto per la nostra legittima dilettevolezza.
Questa misura ci è mostrata da Dio, quando insegna che la vita presente è per i suoi servitori come un pellegrinaggio, mediante il quale essi tendono al Regno celeste. Se dobbiamo solo passare sulla terra, non c’è dubbio che dobbiamo usare dei beni di essa in modo tale che essi favoriscano piuttosto il nostro cammino, invece di rallentarlo. Per questo l’apostolo Paolo non ammonisce senza motivo che dobbiamo usare di questo mondo come se non ne usassimo, e che dobbiamo acquistare i possedimenti con lo stesso animo con cui li venderemmo (1 Corinzi 7:30-31).
Ma poiché questa materia è delicata e vi è il pericolo di cadere tanto in un estremo quanto nell’altro, cerchiamo di offrire una dottrina certa, sulla quale ci si possa risolvere con sicurezza. Vi sono state alcune persone buone e pie, le quali, vedendo l’intemperanza degli esseri umani dilagare senza freno, a meno che non fosse severamente repressa, e volendo correggere un male così grande, non hanno permesso all’essere umano di usare dei beni corporali se non nella misura strettamente richiesta dalla necessità. Esse agirono così perché non vedevano altro rimedio; il loro consiglio procedeva da una buona intenzione, ma si spinsero a un rigore eccessivo.
Infatti fecero una cosa assai pericolosa: legarono le coscienze più strettamente di quanto esse siano legate dalla Parola di Dio. Essi infatti definiscono come necessario il fatto di astenersi da ogni cosa di cui si possa fare a meno; cosicché, se si volesse dar loro ascolto, a stento sarebbe lecito aggiungere qualcosa al pane nero e all’acqua. Alcuni si spinsero a un’austerità ancora maggiore, come si racconta di Cratete, cittadino di Tebe, che gettò le sue ricchezze in mare, ritenendo che, se esse non fossero perite, lui stesso sarebbe stato perduto.
All’opposto, oggi ve ne sono molti che, volendo trovare un pretesto per scusare ogni intemperanza nell’uso delle cose esteriori e per dare libero corso alla carne, già di per sé fin troppo incline allo sregolamento, assumono come principio risolutivo ciò che io non concedo loro: cioè che questa libertà non debba essere in alcun modo moderata, ma che si debba piuttosto permettere alla coscienza di ciascuno di usarne come le sembrerà lecito. Io confesso certamente che non dobbiamo e non possiamo vincolare le coscienze in questo ambito a formule e precetti determinati; ma poiché la Scrittura fornisce regole generali per un uso legittimo, perché non dovrebbe questo uso essere misurato e delimitato secondo tali regole?
3:10:2 - La finalità dei doni di Dio: utilità e diletto
Per prima cosa dobbiamo tenere fermo questo principio: l’uso dei doni di Dio non è disordinato quando è ricondotto al fine per il quale Dio li ha creati e destinati, poiché egli li ha creati per il nostro bene e non per il nostro danno. Nessuno dunque seguirà una via più diritta di colui che guarda diligentemente a questo fine.
Ora, se consideriamo a quale fine Dio abbia creato i cibi, troveremo che egli non ha voluto provvedere soltanto alla nostra necessità, ma anche al nostro piacere e ristoro. Così, per quanto riguarda i vestiti, oltre alla necessità, egli ha avuto riguardo a ciò che è onesto e decoroso. Quanto alle erbe, agli alberi e ai frutti, oltre ai molteplici usi che ce ne derivano, egli ha voluto rallegrare la vista con la loro bellezza e donarci anche un altro piacere mediante il loro profumo.
Se ciò non fosse vero, il profeta non enumererebbe tra i benefici di Dio il fatto che il vino rallegra il cuore della persona e che l’olio fa risplendere il volto (Salmo 104:15). La Scrittura non menzionerebbe qua e là, per raccomandare la benignità di Dio, che egli ha fatto tutti questi beni per l’essere umano. Anzi, le buone qualità di tutte le cose naturali ci mostrano come dobbiamo goderne, a quale fine e fino a che punto.
Pensiamo forse che il nostro Signore avrebbe dato ai fiori una tale bellezza, che si offre allo sguardo, se non fosse lecito essere toccati da qualche piacere nel vederli? Pensiamo che avrebbe dato loro un profumo così gradevole, se non avesse voluto che l’essere umano ne traesse diletto? Inoltre, non ha forse distinto i colori in modo tale che alcuni abbiano più grazia di altri? Non ha dato una particolare nobiltà all’oro, all’argento, all’avorio e al marmo, rendendoli più preziosi e nobili di altri metalli e pietre? Infine, non ci ha forse donato molte cose che dobbiamo stimare anche senza che ci siano strettamente necessarie?
3:10:3 - Contro l’austerità disumana e l’intemperanza carnale
Lasciamo dunque da parte questa filosofia disumana che, non concedendo all’essere umano alcun uso delle creature di Dio se non per pura necessità, non solo ci priva senza motivo del legittimo frutto della beneficenza divina, ma non può avere luogo se non spogliando l’essere umano di ogni sensibilità e rendendolo simile a un tronco di legno. Tuttavia, dall’altro lato, non dobbiamo con minore diligenza opporci alla concupiscenza della nostra carne, la quale si sregola senza misura se non è tenuta a freno.
Vi sono infatti alcuni, come ho detto, che sotto il pretesto della libertà concedono alla carne ogni cosa. Occorre dunque prima di tutto frenarla con questa regola: che tutti i beni che possediamo ci sono stati creati affinché riconosciamo il loro Autore e magnifichiamo la sua benignità mediante il rendimento di grazie. Ora, dove sarà il rendimento di grazie, se per gola ti carichi a tal punto di vino e di cibi da diventare stordito e reso incapace di servire Dio e di compiere i doveri della tua vocazione?
Dov’è il riconoscimento di Dio, se la carne, stimolata da un’eccessiva abbondanza, si accende in concupiscenze turpi, infettando l’intelletto con la sua impurità fino ad accecarlo e a togliergli il discernimento del bene e del male? Come rendiamo grazie a Dio per i vestiti che indossiamo, se vi è in essi una sontuosità che ci rende superbi e ci porta a disprezzare gli altri, o una ricercatezza che diventa strumento di dissolutezza? Come, dico, riconosceremo il nostro Dio, se abbiamo gli occhi fissi a contemplare la magnificenza dei nostri abiti?
Molti assoggettano tutti i loro sensi ai piaceri, al punto che il loro spirito ne rimane sepolto. Molti si dilettano a tal punto dell’oro, del marmo e delle pitture, da diventare come pietre, quasi trasfigurati in metalli e simili a idoli. Il profumo della cucina rapisce alcuni così fortemente che essi diventano ottusi e incapaci di comprendere alcunché di spirituale. Lo stesso si può dire di tutte le altre specie di piaceri.
Appare dunque che, mediante questa considerazione, la licenza di abusare dei doni di Dio è già in qualche modo ristretta, e che viene confermata questa regola dell’apostolo Paolo: di non prenderci cura della carne per soddisfarne le cupidigie (Romani 13:14); poiché, se a queste si concede troppo, esse producono terribili e smisurate esplosioni.
3:10:4 - Il disprezzo della vita presente e la meditazione dell’eternità
Ma non vi è via più sicura né più breve che ricondurre l’essere umano a disprezzare la vita presente e a meditare l’immortalità celeste. Da ciò derivano due regole. La prima è che coloro che usano di questo mondo vi siano affezionati il meno possibile, come se non ne usassero; che coloro che si sposano lo facciano come se non si sposassero; che coloro che acquistano, come se non possedessero nulla, secondo il precetto dell’apostolo Paolo (1 Corinzi 7:30-31).
La seconda è che impariamo a sopportare con la stessa pazienza e con un cuore altrettanto sereno la povertà, come a usare con moderazione l’abbondanza. Colui che comanda di usare di questo mondo come se non se ne usasse affatto non solo elimina ogni intemperanza nel bere e nel mangiare, ogni eccesso di piacere, ambizione smodata, orgoglio e inquietudine importuna, tanto negli edifici quanto nei vestiti e nello stile di vita, ma corregge anche ogni sollecitudine e affezione che distoglie o impedisce di pensare alla vita celeste e di adornare l’anima dei suoi veri ornamenti.
A ragione fu detto anticamente da Catone che, dove vi è grande cura dell’eleganza esteriore, vi è grande negligenza della virtù; come recita anche un antico proverbio, secondo cui coloro che si occupano molto di trattare con mollezza e ornare il proprio corpo si curano ben poco della propria anima. Perciò, benché la libertà dei fedeli nelle cose esteriori non debba essere ristretta a formule precise, tuttavia essa è soggetta a questa legge: che non si permettano nulla più del minimo necessario; e, al contrario, che siano vigilanti nel tagliare via ogni superfluità e ogni vano apparato di abbondanza, ben lontani dall’essere intemperanti, e che si guardino diligentemente dal trasformare in impedimenti ciò che dovrebbe invece essere loro di aiuto.
3:10:5 - Abondanza e povertà: la disciplina della moderazione
L’altra regola è che coloro che si trovano in povertà imparino a fare pazientemente a meno di ciò che manca loro, per non essere tormentati da un’eccessiva sollecitudine. Coloro che riescono a osservare questa moderazione hanno fatto non piccolo progresso nella scuola del Signore. Al contrario, chi non ha fatto alcun progresso in questo ambito difficilmente potrà mostrare qualcosa per cui possa essere riconosciuto come discepolo di Cristo.
Infatti, oltre al fatto che molti altri vizi seguono la cupidigia delle cose terrene, accade quasi sempre che colui che sopporta con impazienza la povertà manifesti il vizio opposto nell’abbondanza. Intendo dire che chi si vergogna di un abito misero si glorierà in uno prezioso; chi, non contento di un pasto frugale, si tormenta nel desiderio di uno migliore, non saprà contenersi nella sobrietà quando si troverà in condizioni favorevoli; chi non riesce a rimanere tranquillo in una condizione umile o privata, ma ne è infastidito e amareggiato, non potrà guardarsi dall’orgoglio e dall’arroganza se giungerà a qualche onore.
Perciò tutti coloro che vogliono servire Dio senza finzione devono impegnarsi, sull’esempio dell’apostolo, a saper sopportare tanto l’abbondanza quanto l’indigenza (Filippesi 4:12): cioè a mantenersi moderati nell’abbondanza e pazienti nella povertà.
La Scrittura offre ancora una terza regola per moderare l’uso delle cose terrene, alla quale abbiamo accennato brevemente trattando dei precetti della carità. Essa insegna che tutte le cose ci sono state date dalla benignità di Dio e destinate al nostro uso in modo tale da essere come un deposito, del quale un giorno dovremo rendere conto. Perciò dobbiamo amministrarle in modo da tenere sempre presente questa sentenza: che dobbiamo rendere conto di tutto ciò che il nostro Signore ci ha affidato (Luca 16:2).
Inoltre, dobbiamo considerare chi è colui che ci chiama a rendere conto, cioè Dio, il quale, come ha tanto raccomandato l’astinenza, la sobrietà, la temperanza e la modestia, così ha in abominio ogni intemperanza, orgoglio, ostentazione e vanità, e non approva alcuna amministrazione se non quella misurata dalla carità; egli ha già condannato con la sua stessa bocca tutti quei piaceri che distolgono il cuore dalla castità e dalla purezza o rendono l’intelletto ottuso.
3:10:6 - La vocazione come regola di vita
Dobbiamo inoltre osservare diligentemente che Dio comanda a ciascuno di noi di considerare la propria vocazione in tutti gli atti della vita. Egli conosce infatti quanto l’intelletto umano arda di inquietudine, con quanta leggerezza sia portato qua e là e quanto sia sollecitato da ambizione e cupidigia ad abbracciare molte cose diverse nello stesso tempo. Perciò, affinché non sconvolgiamo ogni cosa con la nostra follia e temerarietà, Dio, distinguendo gli stati e i modi di vivere, ha ordinato a ciascuno ciò che deve fare; e affinché nessuno oltrepassi con leggerezza i propri limiti, ha chiamato tali modi di vivere “vocazioni”.
Ciascuno dunque deve considerare il proprio stato come una sorta di posto di guardia assegnato da Dio, affinché non svolazzi e non vaghi inconsideratamente per tutto il corso della vita. Questa distinzione è così necessaria che tutte le nostre opere sono valutate davanti a Dio in base ad essa, spesso in modo diverso da quanto giudica la ragione umana o filosofica. Non solo il volgo, ma anche i filosofi ritengono che l’atto più nobile ed eccellente sia liberare la propria patria dalla tirannide; al contrario, ogni privato che abbia ucciso un tiranno è apertamente condannato dalla voce di Dio.
Non intendo qui soffermarmi a elencare tutti gli esempi che si potrebbero addurre; basta riconoscere che la vocazione di Dio ci è come un principio e un fondamento per governarci bene in ogni cosa, e che chi non si conforma ad essa non terrà mai la retta via per adempiere debitamente il proprio compito. Potrà anche compiere talvolta qualche atto esteriormente lodevole, ma esso non sarà accetto davanti al trono di Dio, qualunque stima possa avere presso gli esseri umani.
Inoltre, se non abbiamo la nostra vocazione come regola permanente, non vi sarà alcuna coerenza né armonia tra le parti della nostra vita. Al contrario, colui che avrà orientato la propria vita verso questo fine l’avrà ordinata molto bene, poiché nessuno oserà intraprendere più di quanto la propria vocazione consenta, né si lascerà spingere dalla propria temerarietà, sapendo bene che non gli è lecito oltrepassare i propri confini. Chi si trova in una condizione modesta si accontenterà tuttavia serenamente della propria situazione, per timore di uscire dal grado nel quale Dio lo ha collocato.
Questo sarà anche un grande sollievo in tutte le cure, le fatiche, le seccature e gli altri pesi, quando ciascuno sarà persuaso che Dio è la sua guida e il suo conduttore in ciò. I magistrati si dedicheranno più volentieri al loro incarico; un padre di famiglia si impegnerà con maggior animo nel compiere il proprio dovere; in breve, ciascuno si comporterà con maggiore pazienza nel proprio stato e supererà le pene, le sollecitudini, i dispiaceri e le angosce che lo accompagnano, quando tutti saranno ben convinti che nessuno porta altro peso se non quello che Dio gli ha posto sulle spalle.
Da ciò deriverà una consolazione singolare: che non vi sarà opera così disprezzata o umile che non risplenda davanti a Dio e non sia di grande valore, purché in essa serviamo fedelmente alla nostra vocazione.
Riassunto del capitolo 3:10