Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 11
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 3 - Capitolo 11
Della giustificazione per fede: e anzitutto della definizione del termine e della realtà
3:11:1 - Necessità e centralità della dottrina della giustificazione per fede
Mi sembra di aver già esposto con sufficiente diligenza, nei capitoli precedenti, come agli esseri umani non resti che un solo rifugio di salvezza, cioè la fede, poiché per mezzo della Legge tutti sono maledetti. Mi sembra inoltre di aver trattato a sufficienza che cosa sia la fede, quali grazie di Dio essa comunichi alla persona, e quali frutti produca in lei. La conclusione è stata che noi riceviamo e possediamo per fede Gesù Cristo, così come ci è presentato dalla bontà di Dio; e che, partecipando a Lui, riceviamo una duplice grazia.
La prima è che, essendo riconciliati con Dio mediante la Sua innocenza, invece di avere in cielo un giudice che ci condanni, abbiamo un Padre pieno di clemenza. La seconda è che siamo santificati dal Suo Spirito per meditare santità e innocenza di vita.
Quanto alla rigenerazione, che è la seconda grazia, ne ho parlato nella misura che mi sembrava opportuna. La giustificazione è stata invece solo toccata più leggermente, poiché era necessario comprendere prima come la fede non sia affatto oziosa o priva di buone opere, pur ottenendo per mezzo di essa una giustizia gratuita nella misericordia di Dio; e comprendere anche quali siano le buone opere dei santi, nelle quali consiste una parte della questione che dobbiamo trattare.
Occorre dunque ora considerare più ampiamente questo punto della giustificazione per fede, e considerarlo in modo tale da ricordarci bene che esso è l’articolo principale della religione cristiana, affinché ciascuno vi dedichi maggiore impegno e diligenza per comprenderne la soluzione. Poiché, come non abbiamo alcun fondamento per stabilire la nostra salvezza se non sappiamo quale sia la volontà di Dio verso di noi, così non abbiamo neppure alcun fondamento per edificarci nella pietà e nel timore di Dio. Ma la necessità di comprendere bene questa materia apparirà ancora più chiaramente dalla sua stessa esposizione.
3:11:2 - Significato di “essere giustificati davanti a Dio”
Per evitare di inciampare fin dal primo passo (come accadrebbe se entrassimo in disputa su una cosa non ancora chiarita), dobbiamo anzitutto spiegare che cosa significhino le espressioni: essere giustificati davanti a Dio ed essere giustificati per fede o per le opere.
È detto giustificato davanti a Dio colui che è reputato giusto nel giudizio di Dio ed è gradito alla Sua giustizia. Infatti, come l’iniquità è abominevole a Dio, così il peccatore non può trovare grazia davanti al Suo volto in quanto è peccatore e finché è considerato tale. Perciò, ovunque vi sia peccato, là si manifesta l’ira e la vendetta di Dio.
È dunque giustificato colui che non è stimato come peccatore, ma come giusto; e per questo può sussistere davanti al tribunale giudiziario di Dio, davanti al quale tutti i peccatori inciampano e restano confusi. Come se un uomo, accusato ingiustamente, dopo essere stato esaminato dal giudice, venisse assolto e dichiarato innocente, si direbbe che egli è stato giustificato in giudizio; così diremo che l’essere umano è giustificato davanti a Dio quando, separato dal numero dei peccatori, ha Dio come testimone e approvatore della sua giustizia.
In questo senso diremo che una persona è giustificata davanti a Dio per le opere, se nella sua vita vi fosse una tale purezza e santità da meritare il titolo di giustizia davanti al tribunale di Dio; oppure se, per l’integrità delle sue opere, potesse rispondere e soddisfare al giudizio di Dio.
Al contrario, sarà detto giustificato per fede colui che, escluso dalla giustizia delle opere, afferra per fede la giustizia di Gesù Cristo; e rivestito di essa, compare davanti al volto di Dio non come peccatore, ma come giusto. Così diciamo in sintesi che la nostra giustizia davanti a Dio è un’accoglienza, mediante la quale Dio, ricevendoci nella Sua grazia, ci tiene per giusti. E diciamo che essa consiste nella remissione dei peccati e nel fatto che la giustizia di Gesù Cristo ci è imputata.
3:11:3 - Conferma scritturale del significato di giustificazione
Abbiamo molti e chiarissimi testimonî della Scrittura per confermare quanto detto. Anzitutto non si può negare che questa sia la vera e più usuale significazione del termine. Ma poiché sarebbe troppo lungo raccogliere tutti i passi per confrontarli tra loro, basterà darne qualche indicazione ai lettori. Ne citerò dunque solo alcuni tra i più espliciti.
Quando san Luca racconta che il popolo, avendo ascoltato Gesù Cristo, ha giustificato Dio, e quando Gesù Cristo afferma che la sapienza è giustificata dai suoi figli (Luca 7:29, 35), ciò non significa che gli esseri umani conferiscano giustizia a Dio, che rimane sempre perfetta in Lui, per quanto il mondo intero cerchi di spogliarnelo; né che possano rendere giusta la dottrina della salvezza, che lo è già di per sé. Il senso è invece che coloro di cui si parla hanno attribuito a Dio e alla Sua Parola la lode che meritavano.
Al contrario, quando Gesù Cristo rimprovera ai farisei che si giustificano da sé stessi (Luca 16:15), non significa che cercassero di acquisire giustizia facendo il bene, ma che, per ambizione, cercavano di ottenere una reputazione di giustizia, pur essendone privi.
Questo è ben compreso da chi ha familiarità con la lingua ebraica, che chiama peccatori o malfattori non solo coloro che si riconoscono colpevoli, ma coloro che sono condannati. Così Betsabea, dicendo che lei e suo figlio Salomone sarebbero stati peccatori (1 Re 1:21), non intende accusarsi di colpa, ma lamenta che lei e suo figlio sarebbero stati esposti all’infamia, messi nel numero dei malfattori, se Davide non fosse intervenuto.
È chiaro dal contesto che questo verbo, tanto in greco quanto in latino, non può essere inteso se non nel senso di essere stimato giusto, e non implica una qualità intrinseca.
Quanto alla questione che trattiamo, quando san Paolo dice che la Scrittura ha previsto che Dio giustifica le genti per fede (Galati 3:8; Romani 4:5), che cosa possiamo intendere se non che Egli le riceve come giuste mediante la fede? E quando dice che Dio giustifica il peccatore che crede in Gesù Cristo (Romani 3:26), che altro può significare se non che Egli libera i peccatori dalla condanna che la loro empietà meritava?
Parla ancora più chiaramente nella conclusione, dicendo: «Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesù è colui che è morto, e ancor più che è risuscitato, ed è alla destra di Dio e intercede per noi» (Romani 8:33-34). È come se dicesse: chi accuserà coloro che Dio assolve? Chi condannerà coloro dei quali Gesù Cristo ha preso la causa in mano per esserne avvocato?
Giustificare dunque non è altro che assolvere colui che era accusato, come avendo approvato la sua innocenza. Pertanto, poiché Dio ci giustifica mediante Gesù Cristo, Egli non ci assolve in quanto siamo innocenti, ma tenendoci gratuitamente per giusti, reputandoci tali in Cristo, sebbene non lo siamo in noi stessi.
Questo è spiegato nella predicazione di san Paolo in Atti 13, quando dice: «Per mezzo di Gesù Cristo vi è annunciata la remissione dei peccati; e da tutte le cose dalle quali non potevate essere giustificati mediante la Legge di Mosè, chiunque crede in Lui è giustificato» (Atti 13:38-39).
Vediamo che il termine giustificazione è posto qui dopo la remissione dei peccati, come spiegazione; vediamo che è chiaramente inteso come assoluzione; vediamo che la giustificazione è sottratta alle opere; vediamo che è una pura grazia in Gesù Cristo; vediamo che è ricevuta per fede; vediamo infine che la soddisfazione di Gesù Cristo è interposta, poiché è per mezzo di Lui che otteniamo un tale beneficio.
Allo stesso modo, quando si dice che il pubblicano discese dal tempio giustificato (Luca 18:14), non possiamo dire che egli avesse acquisito giustizia per alcun merito delle sue opere, ma che, avendo ottenuto il perdono dei suoi peccati, fu tenuto per giusto davanti a Dio; non giusto dunque per la dignità delle opere, ma per assoluzione gratuita. Perciò è ottima quella sentenza di sant’Ambrogio, quando dice che la confessione dei nostri peccati è la nostra vera giustificazione.
3:11:4 - La giustificazione come accoglienza gratuita e riconciliazione
Ma anche lasciando la disputa sul termine, se consideriamo rettamente la cosa in sé, non vi sarà alcuna difficoltà. Infatti san Paolo usa il verbo accettare quando intende dire che Dio ci giustifica: «Siamo stati predestinati a essere adottati come figli per mezzo di Gesù Cristo, a lode della gloria della Sua grazia, mediante la quale ci ha accettati» (Efesini 1:5-6). Con queste parole non intende altro che ciò che dice altrove, cioè che Dio ci giustifica gratuitamente (Romani 3:24).
Nel quarto capitolo dell’Epistola ai Romani, egli afferma anzitutto che siamo giusti in quanto Dio ci reputa tali per grazia, e racchiude la nostra giustificazione nella remissione dei peccati. «Beato», dice, «l’uomo al quale Dio imputa la giustizia senza opere», secondo quanto è scritto: «Beati coloro ai quali sono rimessi i peccati» (Romani 4:6-7), ecc.
Certamente egli non tratta qui una parte della nostra giustificazione, ma la sua interezza. Dice infatti che Davide l’ha dichiarata proclamando beati coloro che hanno ottenuto il perdono gratuito dei peccati; donde appare che egli oppone due cose: essere giustificati ed essere ritenuti colpevoli, affinché il processo venga intentato contro chi ha mancato.
Ma non vi è passo migliore per provare quanto dico di quello in cui insegna che la sostanza dell’Evangelo è riconciliarci con Dio, poiché Egli vuole riceverci in grazia per mezzo di Cristo, non imputandoci i nostri peccati (2 Corinzi 5:18-19). I lettori ponderino attentamente tutto il testo; poiché subito dopo aggiunge che Cristo, che era puro e senza peccato, è stato fatto peccato per noi (2 Corinzi 5:21), esprimendo così il mezzo della riconciliazione; e con il termine riconciliare non intende altro che giustificare.
Infatti, ciò che dice altrove, cioè che siamo costituiti giusti per l’obbedienza di Cristo (Romani 5:19), non avrebbe alcun senso se non fossimo reputati giusti in Lui e fuori di noi stessi.
3:11:5 - Confutazione della “giustizia essenziale” di Osiandro
Ma poiché Osiandro, ai nostri tempi, ha introdotto un mostruoso concetto di una certa giustizia essenziale, con il quale, pur non volendo abolire la giustizia gratuita, l’ha tuttavia così avvolta nelle tenebre che le persone semplici non possono comprendere, in tale oscurità, la grazia di Cristo, sarà necessario confutare questa fantasticheria prima di procedere oltre.
Anzitutto, questa speculazione nasce da pura curiosità. Egli accumula molti testimonî della Scrittura per provare che Gesù Cristo è uno con noi e noi uno con Lui; cosa che tutti confessano, tanto che la dimostrazione è superflua. Ma poiché non osserva quale sia il legame di questa unità, si getta in nodi dai quali non può districarsi.
Quanto a noi, che sappiamo di essere uniti a Gesù Cristo mediante la virtù segreta del Suo Spirito, ci sarà facile risolvere tutte le difficoltà. Quest’uomo si è fabbricato qualcosa di simile alla fantasia dei manichei, cioè che l’anima sia dell’essenza di Dio. Da ciò si è costruito un altro errore: che Adamo sia stato formato a immagine di Dio perché, prima della caduta, Gesù Cristo era già destinato a essere il modello della natura umana.
Ma poiché mi propongo la brevità, mi limiterò a ciò che il luogo richiede. Osiandro insiste molto sul fatto che siamo uno con Cristo. Io glielo concedo; ma nego che l’essenza di Cristo sia mescolata con la nostra. Dico inoltre che è cosa stolta trarre da questo principio tali illusioni, cioè che Cristo sia per noi giustizia perché è Dio eterno ed è la giustizia stessa e la sua fonte.
Egli afferma che con il termine giustizia essenziale non intende altro che rovesciare la dottrina secondo cui siamo reputati giusti a causa di Cristo; tuttavia dichiara chiaramente di non accontentarsi della giustizia acquisita per mezzo dell’obbedienza di Cristo e del sacrificio della Sua morte, ma immagina che siamo giusti sostanzialmente in Dio mediante un’infusione della Sua essenza.
Questa è la ragione per cui insiste tanto sul fatto che non solo Gesù Cristo, ma anche il Padre e lo Spirito abitino in noi. Ciò è vero; ma egli lo applica in modo distorto. Occorreva infatti considerare il modo dell’abitare: il Padre e lo Spirito sono in Cristo; e come tutta la pienezza della divinità abita in Lui, così per mezzo di Lui possediamo interamente Dio. Tutto ciò che egli dice del Padre e dello Spirito separatamente da Gesù Cristo non serve ad altro che a confondere i semplici e ad allontanarli da Cristo, affinché non si attengano a Lui.
Egli introduce inoltre una mescolanza sostanziale, per cui Dio, riversandosi in noi, ci renderebbe parte di Sé. Considera quasi nulla l’unione con Cristo mediante la virtù del Suo Spirito, per cui, essendo Egli il nostro capo, ci rende Sue membra, se la Sua essenza non è mescolata con la nostra.
Ma soprattutto, sostenendo che la giustizia che abbiamo è quella del Padre e dello Spirito secondo la loro divinità, manifesta chiaramente il suo pensiero: cioè che non siamo giustificati soltanto per la grazia del Mediatore, e che la giustizia non ci è semplicemente e interamente offerta nella Sua persona, ma che partecipiamo alla giustizia di Dio quando Dio è unito essenzialmente a noi.
3:11:6 - Distinzione tra giustificazione e santificazione
Se egli dicesse soltanto che Gesù Cristo, giustificandoci, diventa nostro mediante una congiunzione essenziale, e che è nostro capo non solo in quanto uomo, ma perché fa scorrere su di noi l’essenza della Sua natura divina, nutrirebbe tali fantasie con minor danno, e forse si potrebbe evitare una grande controversia.
Ma poiché il principio che assume è come una seppia che, gettando il suo nero inchiostro, intorbida l’acqua per nascondere una moltitudine di errori, se non vogliamo permettere consapevolmente che ci venga sottratta la giustizia, la quale sola ci dà fiducia di gloriarci della nostra salvezza, dobbiamo resistere con fermezza a tale illusione.
Osiandro estende in tutta questa disputa i termini giustizia e giustificare a due cose diverse. Secondo lui, siamo giustificati non solo perché riconciliati con Dio quando Egli ci perdona gratuitamente le colpe, ma perché diventiamo realmente e di fatto giusti; cosicché la giustizia non sarebbe un’accoglienza gratuita, ma una santità e virtù ispirata dall’essenza di Dio che dimora in noi.
Egli nega apertamente che Gesù Cristo, in quanto nostro sacrificatore, placando l’ira di Dio con la cancellazione dei nostri peccati, sia la nostra giustizia; ma vuole che questo titolo Gli competa in quanto Dio eterno e vita.
Alla sua domanda se Dio lasci coloro che giustifica tali come erano per natura, senza cambiarli, la risposta è facile: poiché non si può dividere Gesù Cristo, così queste due cose sono inseparabili, poiché le riceviamo insieme in Lui, cioè giustizia e santificazione. Tutti coloro che Dio accoglie misericordiosamente li riveste anche dello Spirito di adozione, per mezzo del quale li riforma a Sua immagine.
Ma come la luce del sole non può essere separata dal suo calore, diremo forse che la terra è riscaldata dalla luce o illuminata dal calore? Nulla è più adatto di questa similitudine per chiarire la questione. Il sole vivifica la terra e le dà fecondità mediante il calore, e le dà luce mediante i suoi raggi. Vi è una connessione inseparabile, ma la ragione non consente di trasferire all’uno ciò che è proprio dell’altro.
Così Osiandro confonde due grazie distinte. Poiché Dio, in verità, rinnova tutti coloro che accoglie gratuitamente come giusti e li dispone a vivere bene e santamente, questo uomo mescola il dono del rinnovamento con l’accoglienza gratuita, volendo che siano una sola cosa. La Scrittura invece, pur congiungendole, le distingue chiaramente, affinché la varietà delle grazie di Dio appaia meglio.
Non è superfluo che san Paolo dica che Cristo ci è stato dato come giustizia e santificazione (1 Corinzi 1:30). E ogni volta che, esortandoci alla santità di vita, propone come motivo il nostro essere stati salvati, l’amore di Dio e la bontà di Cristo, mostra chiaramente che una cosa è essere giustificati e un’altra essere fatti nuove creature.
Osiandro corrompe molti passi della Scrittura. Interpreta Romani 4:5 come se Dio rendesse giusti i fedeli cambiando i loro cuori e la loro vita; perverte l’intero capitolo quarto dei Romani; travisa Romani 8, come se parlasse di una giustizia reale e non dell’assoluzione che allontana da noi il giudizio di Dio.
Infine, quando dice che la fede fu imputata ad Abramo come giustizia perché, avendo abbracciato Cristo, egli visse giustamente, sbaglia gravemente. La giustizia di cui si parla non riguarda tutto il corso della vita di Abramo, ma il fatto che, pur essendo eccellente in virtù, non piacque a Dio se non per aver ricevuto la misericordia offertagli nella promessa. Da ciò segue che Dio, nel giustificare, non considera alcun merito umano, come san Paolo conclude chiaramente.
3:11:7 - La fede come strumento: “vaso” che riceve Cristo
Ciò che egli adduce, cioè che la fede non ha in sé stessa la forza di giustificare, ma solo in quanto riceve Gesù Cristo, è verissimo, e glielo concedo volentieri. Infatti, se la fede giustificasse di per sé, per la sua propria virtù, poiché è sempre debole e imperfetta, produrrebbe tale effetto solo in parte; e così la giustizia sarebbe solo a metà, dandoci qualche briciola di salvezza. Ora, noi non immaginiamo nulla di ciò che egli oppone contro di noi; ma diciamo che, parlando propriamente, è Dio solo che giustifica; poi trasferiamo questo a Gesù Cristo, il quale ci è stato dato come giustizia. In terzo luogo, paragoniamo la fede a un vaso. Poiché, se non veniamo a Gesù Cristo vuoti e affamati, con la bocca dell’anima aperta, non siamo capaci di Lui.
Da ciò appare che non gli togliamo affatto la virtù di giustificare, poiché diciamo che lo si riceve mediante la fede, prima di ricevere la sua giustizia. Quanto ad altre follie stravaganti di Osiandro, ogni persona di retto giudizio le rigetterà: come quando dice che la fede è Gesù Cristo, come se dicesse che un vaso di terracotta è il tesoro che vi è nascosto dentro. Vi è infatti la stessa ragione per cui la fede, pur non avendo in sé nessuna dignità né valore, ci giustifica offrendoci Gesù Cristo, e un vaso pieno d’oro arricchisce chi lo trova.
Dico dunque che egli agisce con eccessiva rozzezza nel mescolare la fede, che è solo strumento, con Gesù Cristo, che è la materia della nostra giustizia, ed è tanto autore quanto ministro di un tale bene. Abbiamo già sciolto questo nodo, cioè come debba intendersi la parola fede quando si parla della nostra giustificazione.
3:11:8 - Cristo giustifica come Mediatore: confutazione della “giustizia secondo la divinità”
Egli si spinge ancora oltre nel modo di ricevere Gesù Cristo: infatti dice che la Parola interiore è ricevuta mediante la parola esteriore; e in ciò distoglie quanto più può i lettori dalla persona del Mediatore, il quale intercede per noi col suo sacrificio, fingendo di rapirli alla sua divinità. Noi non dividiamo Cristo; ma diciamo che, sebbene riconciliandoci col Padre nella sua carne ci abbia donato giustizia, Egli stesso è la Parola eterna di Dio; e che non avrebbe potuto altrimenti compiere l’ufficio di mediatore e acquistare giustizia, se non fosse stato Dio eterno.
Ma la falsa interpretazione di Osiandro è che Gesù Cristo, essendo Dio e uomo, è stato fatto nostra giustizia riguardo alla sua natura divina, e non a quella umana. Ora, se ciò appartenesse propriamente alla divinità, non sarebbe qualcosa di speciale di Cristo, ma comune con il Padre e con lo Spirito Santo, poiché la giustizia dell’uno è quella degli altri due. Inoltre, non sarebbe appropriato dire fatto di ciò che è naturale ed eterno.
E anche se gli concedessimo una cosa tanto pesante, cioè che Dio ci sia stato fatto giustizia, come concilierà ciò che san Paolo intreccia, dicendo che Cristo è stato fatto da Dio giustizia? È evidente che san Paolo attribuisce alla persona del Mediatore ciò che le è proprio: in essa, sebbene sia contenuta l’essenza di Dio, non per questo si deve smettere di dare a Gesù Cristo i titoli particolari del suo ufficio, per distinguerlo dal Padre e dallo Spirito Santo.
Quando egli trionfa sul passo di Geremia, dove è detto che il Dio eterno sarà nostra giustizia (Geremia 23:6; 33:16), non fa che giocare. Poiché non ne può ricavare altro se non che Gesù Cristo, che è nostra giustizia, è Dio manifestato in carne. Noi abbiamo citato dal sermone di san Paolo che Dio si è acquistato la Chiesa col suo sangue (Atti 20:28): se qualcuno volesse argomentare da ciò che il sangue versato per cancellare i nostri peccati fosse divino e dell’essenza di Dio, chi sopporterebbe un errore così enorme? Osiandro, con una cavillazione così puerile, pensa di aver vinto tutto.
Egli alza la cresta e riempie molte pagine di vanterie, mentre la soluzione è semplice e facile: cioè che il Dio eterno, quando sarà fatto germoglio di Davide, come il profeta esprime esplicitamente, sarà anche giustizia dei credenti; nel medesimo senso in cui Isaia dice, nella persona del Padre: «Il mio servo, il giusto, ne giustificherà molti con la sua conoscenza» (Isaia 53:11). Notiamo che è il Padre a parlare, che attribuisce al Figlio l’ufficio di giustificare, che aggiunge la ragione: perché Egli è giusto, e che stabilisce il mezzo: la dottrina mediante la quale Gesù Cristo è conosciuto.
Da ciò concludo che Gesù Cristo ci è stato fatto giustizia assumendo la forma di servo; e, in secondo luogo, che ci giustifica in quanto ha ubbidito a Dio suo Padre. Così, Egli non ci comunica un tale bene secondo la sua natura divina, ma secondo la dispensazione che gli è stata affidata. Infatti, sebbene Dio solo sia la fonte della giustizia, e noi siamo giusti solo partecipando a Lui, tuttavia, poiché l’infelice divorzio venuto dalla caduta di Adamo ci ha alienati e banditi da ogni bene celeste, ci è necessario scendere a questo rimedio “inferiore”: avere giustizia nella morte e risurrezione di Gesù Cristo.
3:11:9 - La giustificazione deriva dall’obbedienza nella carne di Cristo
Se Osiandro replica che giustificarci è un’opera così sublime che nessuna facoltà umana può esservi sufficiente, glielo concedo. Ma se da ciò argomenta che solo la natura divina può produrre un tale effetto, dico che sbaglia grossolanamente. Poiché, sebbene Gesù Cristo non avrebbe potuto purificare le nostre anime col suo sangue, né placare il Padre verso di noi col suo sacrificio, né assolverci dalla condanna nella quale eravamo avvolti, né in breve esercitare l’ufficio di Sacerdote, se non fosse stato vero Dio (poiché le facoltà della carne non erano adeguate a un peso così grave), tuttavia Egli ha compiuto queste cose secondo la sua natura umana.
Infatti, se si domanda come siamo giustificati, san Paolo risponde: per l’obbedienza di Cristo (Romani 5:19). Ora, Egli non ha potuto ubbidire se non in qualità di servo. Da ciò concludo che la giustizia ci è stata data nella sua carne. Parimenti, quando dice che Dio ha costituito come sacrificio per il peccato colui che non conosceva peccato, affinché noi fossimo giusti in Lui, mostra che la fonte della giustizia è nella carne di Cristo. Mi stupisco quindi ancor più che Osiandro non si vergogni di avere spesso in bocca un passo così contrario a lui.
Egli magnifica oltre misura la giustizia di Dio, ma lo fa per trionfare come se avesse già vinto il punto che la giustizia di Dio sia per noi essenziale. San Paolo dice sì che siamo fatti giustizia di Dio, ma in senso ben diverso: cioè che Dio approva la soddisfazione del suo Figlio. Per il resto, anche i principianti devono sapere che giustizia di Dio è intesa come quella che è ricevuta e accettata nel suo giudizio; come san Giovanni contrappone la gloria di Dio a quella degli esseri umani (Giovanni 12:43), intendendo che costoro erano indecisi, perché preferivano conservare una buona reputazione nel mondo piuttosto che essere stimati davanti a Dio.
So bene che talvolta la giustizia è chiamata di Dio perché Egli ne è l’autore e ce la dona; ma che qui il senso sia quello che ho detto, cioè che stiamo davanti al tribunale di Dio appoggiati sull’obbedienza di Cristo, lo si può vedere senza che mi dilunghi. E anche se la parola in sé non importasse molto, purché fossimo d’accordo nella sostanza e Osiandro confessasse che siamo giustificati in Cristo perché Egli è stato fatto per noi sacrificio di purificazione, cosa del tutto estranea alla natura divina.
Per questa ragione Egli stesso, volendo sigillare nei nostri cuori tanto la giustizia quanto la salvezza che ci ha portato, ce ne propone il pegno nella sua carne. È vero che si chiama il pane di vita; ma, spiegando come e perché, aggiunge che la sua carne è veramente cibo e il suo sangue veramente bevanda. Questo modo d’insegnare si vede chiaramente nei sacramenti: i quali, pur indirizzando la nostra fede a Gesù Cristo, Dio e uomo tutto intero e non a metà, tuttavia attestano che la materia della giustizia e della salvezza risiede nella sua carne; non perché Egli, come puro uomo, giustifichi o vivifichi da sé, ma perché è piaciuto a Dio manifestare, nella persona del Mediatore, ciò che in Lui era incomprensibile e nascosto.
Per questo ho l’abitudine di dire che Cristo è per noi come una fontana da cui ciascuno può attingere e bere a suo agio; e che per mezzo suo i beni celesti sgorgano e fluiscono verso di noi, i quali non ci gioverebbero nulla se restassero nella maestà di Dio, che è come una sorgente profonda. Non nego, in questo senso, che Gesù Cristo, in quanto Dio e uomo, ci giustifichi, e che un tale effetto sia comune al Padre e allo Spirito Santo; infine, che la giustizia di cui Cristo ci rende partecipi sia la giustizia eterna del Dio eterno, purché restino salde le ragioni invincibili che ho addotto.
3:11:10 - Unione con Cristo: contro la “mistione” sostanziale eucaristica
Ma affinché non inganni i semplici con le sue astuzie, confesso che siamo privi di questo incomparabile bene della giustizia finché Gesù Cristo non divenga nostro. Perciò esalto al sommo grado la congiunzione che abbiamo col nostro capo, la dimora che Egli fa nei nostri cuori mediante la fede, l’unione sacra per la quale godiamo di Lui: affinché, essendo così nostro, ci distribuisca i beni nei quali abbonda perfettamente.
Non dico dunque che dobbiamo contemplare Cristo da lontano o fuori di noi perché la sua giustizia ci sia imputata; ma proprio perché siamo rivestiti di Lui e innestati nel suo corpo, e perché Egli si è degnato di farci uno con sé. Ecco come dobbiamo gloriarci di avere diritto di comunione nella sua giustizia. Qui si scopre la calunnia di Osiandro, quando ci rimprovera di tenere la fede per giustizia, come se spogliassimo Cristo di ciò che gli appartiene dicendo che veniamo a Lui vuoti e affamati per essere riempiti e saziati di ciò che Egli solo possiede.
Ma Osiandro, disprezzando questa congiunzione spirituale, insiste su quella grossolana mistione che abbiamo già riprovato, e condanna furiosamente coloro che non si accordano con la sua fantasticheria della giustizia essenziale, perché, come dice, non credono che si mangi Cristo sostanzialmente nella Cena. Quanto a me, reputo gloria essere insultato da un uomo così presuntuoso e ubriaco delle sue illusioni; tanto più che egli, in generale, muove guerra a tutti coloro che hanno trattato puramente la Scrittura, non risparmiando nessuno di quelli che avrebbe dovuto onorare con modestia.
Perciò sono tanto più libero di condurre questa causa con franchezza, non essendo mosso da affezione privata, poiché egli non si è attaccato a me personalmente. Ora, ciò che sostiene con tanta precisione e importunità, che la giustizia che abbiamo in Cristo è essenziale e che Cristo abita in noi essenzialmente, mira anzitutto a questo: che Dio si mescoli con noi con una mistione simile a quella dei cibi che mangiamo (così egli immagina che si riceva Cristo nella Cena). In secondo luogo, che Dio ci infonda la sua giustizia affinché siamo realmente e di fatto giusti con Lui.
Non mi fermerò a lungo a confutare le testimonianze che egli tira per i capelli. San Pietro dice che abbiamo promesse grandi e preziose per diventare partecipi della natura divina (2 Pietro 1:4): Osiandro ne trae che Dio ha mescolato la sua essenza con la nostra, come se già fossimo ciò che l’Evangelo promette che saremo all’ultimo avvento di Gesù Cristo. Ma, al contrario, san Giovanni afferma che allora vedremo Dio come Egli è, perché saremo simili a Lui (1 Giovanni 3:2). Ho voluto soltanto dare ai lettori un piccolo assaggio di queste stoltezze, affinché comprendessero che mi astengo dal confutarle non perché mi sarebbe difficile, ma per non essere noioso con discorsi superflui.
3:11:11 - La giustificazione come assoluzione: contro la “doppia giustizia”
Vi è ancor più veleno nell’articolo in cui egli dice che siamo giusti con Dio. Ritengo di aver già abbastanza provato che, anche se la sua dottrina non fosse così pestilenziale com’è, tuttavia, essendo così magra e insipida, piena solo di vento e vanità, deve a buon diritto essere respinta come stolta e inutile da tutti coloro che temono Dio e hanno retto giudizio. Ma è un’empietà intollerabile rovesciare ogni fiducia della nostra salvezza sotto il pretesto di una doppia giustizia che questo sognatore ha voluto forgiare; e rapirci sopra le nuvole per toglierci il riposo delle coscienze, fondato nella morte di Gesù Cristo, impedendo che invochiamo Dio con animo tranquillo.
Osiandro deride coloro che dicono che il termine giustificare è preso dal modo comune di parlare in tribunale, cioè assolvere. Egli si ferma a sostenere che dobbiamo essere realmente giusti, e non ha nulla in maggior disprezzo che concedere che siamo giustificati per accettazione gratuita.
Ora, se Dio non giustifica perdonandoci e assolvendoci, che significa questa parola di san Paolo, spesso ripetuta: che Dio era in Cristo riconciliando il mondo con sé, non imputando agli esseri umani i loro peccati, perché ha fatto del Figlio un sacrificio per il peccato affinché noi avessimo giustizia in Lui (2 Corinzi 5:19, 21)? Io ho già risolto questo punto: che coloro che sono riconciliati con Dio sono reputati giusti. E il modo è insieme intrecciato: Dio giustifica perdonando; come altrove l’accusa è contrapposta alla giustificazione. Da ciò appare che giustificare non è altro se non il fatto che Dio, come giudice, si compiace di assolverci.
Inoltre, chiunque abbia una discreta familiarità con la lingua ebraica, e insieme un giudizio sobrio, non ignora da dove sia tratto questo modo di parlare e quale valore abbia.
Inoltre, risponda Osiandro: quando san Paolo dice che Davide descrive una giustizia senza opere con queste parole: «Beati coloro ai quali sono rimessi i peccati» (Romani 4:7; Salmo 32:1), questa definizione è intera o a metà? Certo, l’apostolo non porta il profeta a testimoniare che una parte della nostra giustizia sia situata nella remissione dei peccati, o che essa aiuti o supplisca a giustificare l’essere umano; ma racchiude tutta la nostra giustizia nella remissione gratuita, mediante la quale Dio ci accoglie. Dicendo beato l’uomo i cui peccati sono coperti, al quale Dio rimette le iniquità e non imputa le trasgressioni, egli pone la felicità non nel fatto che sia realmente giusto, ma nel fatto che Dio lo riconosca e lo riceva come tale.
Osiandro replica che sarebbe indegno di Dio e contrario alla sua natura giustificare coloro che resterebbero, di fatto, malvagi. Ma bisogna ricordare ciò che ho già dichiarato: la grazia della giustificazione non è separata dalla rigenerazione, benché siano cose distinte. Tuttavia, poiché è notissimo per esperienza che restano sempre alcune reliquie di peccato nei giusti, è necessario che essi siano giustificati in un altro modo rispetto a come sono rigenerati in novità di vita. Infatti, quanto alla rigenerazione, Dio comincia a riformare i suoi eletti nella vita presente e porta avanti quest’opera poco a poco, senza perfezionarla prima della morte; cosicché essi rimangono sempre colpevoli davanti al suo giudizio.
Ora, Dio non giustifica in parte, ma affinché i credenti, rivestiti della purezza di Cristo, osino comparire francamente in cielo. Infatti una porzione di giustizia non pacificherebbe le coscienze, finché non sia stabilito che piacciamo a Dio in quanto siamo giusti davanti a Lui senza eccezione. Ne segue che la vera dottrina della giustificazione è pervertita e del tutto rovesciata quando si tormentano gli spiriti con dubbi, quando si scuote in loro la fiducia della salvezza, quando si ritarda o si impedisce l’invocazione di Dio libera e franca, e perfino quando non si dà loro riposo e tranquillità con gioia spirituale.
Perciò san Paolo argomenta da ciò che è contrario, per mostrare che l’eredità non è per la Legge: poiché se fosse così, la fede sarebbe annullata (Romani 4:14; Galati 3:18), e una fede che guarda alle opere non può che vacillare, dato che anche la persona più santa del mondo non vi troverebbe nulla su cui confidare. Questa distinzione tra giustificare e rigenerare, che Osiandro confonde, è espressa molto bene da san Paolo.
Parlando della sua giustizia reale, cioè dell’inclinazione a vivere bene che Dio gli aveva dato (quella che Osiandro chiama giustizia essenziale), egli esclama gemendo: «Misero me! Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Romani 7:24). Ma, rifugiandosi nella giustizia fondata unicamente nella misericordia di Dio, si glorifica magnificamente contro morte, infamie, povertà, spada e ogni afflizione: «Chi accuserà gli eletti di Dio, se Egli li giustifica? … Sono persuaso che nulla ci separerà dall’amore che Egli ci porta in Gesù Cristo» (Romani 8:33, 39). Egli proclama apertamente di essere dotato di una giustizia che gli basta pienamente per la salvezza davanti a Dio; tanto che la miserabile servitù per la quale aveva deplorato la sua condizione non toglie nulla alla fiducia del suo vanto, né gli impedisce di giungere al suo fine.
Questa differenza è notissima, anzi familiare, a tutti i santi, che gemono sotto il peso delle loro iniquità e tuttavia non cessano di avere una fiducia vittoriosa per superare ogni timore e dubbio. La replica di Osiandro, che ciò non sarebbe conveniente alla natura di Dio, ricade sul suo stesso capo. Infatti, rivestendo i santi di una doppia giustizia come di una veste foderata, è costretto a confessare che nessuno piace a Dio senza remissione dei peccati. Se questo è vero, dovrà confessare almeno che siamo reputati giusti pro rata, come si dice, per quell’accettazione con cui Dio ci gradisce.
Ma fino a che punto estenderà il peccatore questa gratuità di Dio, che lo fa tenere per giusto pur non essendolo? Sarà un’oncia o tutta una libbra? Certo, egli resterà sospeso e vacillante, senza poter afferrare tanta giustizia quanta gli sarebbe necessaria per confidare nella salvezza. Ma poco importa: questo presuntuoso, che vorrebbe imporre legge a Dio, non è arbitro in questa causa. Resta ferma la sentenza di Davide: Dio sarà giustificato nelle sue parole e vincerà coloro che lo vogliono condannare (Salmo 51:6). E quale arroganza è mai, condannare il Giudice sovrano quando assolve gratuitamente, come se non gli fosse lecito fare ciò che ha pronunciato: «Avrò pietà di chi vorrò aver pietà» (Esodo 33:19)?
Eppure la risposta di Dio a Mosè non mirava a negare il perdono a tutti, ma a impedire che Mosè pretendesse un perdono eguale per tutti, come se tutti fossero ugualmente degni, mentre tutti erano colpevoli.
Noi insegniamo che Dio seppellisce i peccati di coloro che giustifica, perché odia il peccato e non può amare se non coloro che riconosce come giusti. Ma è un modo meraviglioso di giustificare questo: che i peccatori, coperti della giustizia di Gesù Cristo, non abbiano timore del giudizio che meritano; e che, condannandosi in sé stessi, siano giustificati fuori di sé stessi.
3:11:12 - Osiandro priva la natura umana di Cristo dell’ufficio di giustificare
I lettori siano inoltre avvertiti di riflettere bene sul grande mistero che Osiandro si vanta di non voler loro celare. Dopo aver a lungo sostenuto che non otteniamo favore presso Dio per la sola imputazione della giustizia di Cristo, e dopo non essersi vergognato di dire che sarebbe impossibile a Dio tenere per giusti coloro che non lo sono, egli conclude infine che Gesù Cristo non ci è stato dato come giustizia riguardo alla sua natura umana, ma a quella divina.
E benché la giustizia non si trovi se non nella persona del Mediatore, tuttavia essa non gli apparterrebbe in quanto uomo, ma in quanto Dio. Dicendo così, egli non fila più una corda di due giustizie come prima; ma toglie del tutto alla natura umana di Gesù Cristo la virtù e l’ufficio di giustificare.
Occorre dunque notare con quali ragioni egli combatte. San Paolo, nel passo citato, dice che Gesù Cristo ci è stato fatto sapienza: cosa che, secondo Osiandro, conviene solo alla Parola eterna. Da ciò conclude che Gesù Cristo, in quanto uomo, non è la nostra sapienza.
Io rispondo che il Figlio unigenito di Dio è stato sempre la sua sapienza; ma che san Paolo gli attribuisce questo titolo in un altro senso: cioè che, dopo aver preso la nostra carne, tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti in Lui (Colossesi 2:3). Ciò che aveva presso il Padre, Egli ce l’ha manifestato. Così, la parola di san Paolo non si riferisce all’essenza del Figlio di Dio, ma al nostro uso, ed è perfettamente appropriata alla sua natura umana. Infatti, sebbene prima di rivestire la carne Egli fosse la luce splendente nelle tenebre, tuttavia era come una luce nascosta, finché non si è manifestato in natura umana per essere il sole di giustizia. Per questo si chiama la luce del mondo (Giovanni 8:12).
È inoltre grande stoltezza da parte di Osiandro addurre che la virtù di giustificare è molto al di sopra della facoltà degli angeli e delle persone, poiché noi non disputiamo della dignità di alcuna creatura, ma diciamo che ciò dipende dal decreto e dall’ordinanza di Dio. Se gli angeli volessero soddisfare Dio per noi, non ne verrebbe alcun giovamento, perché non sono destinati né stabiliti per questo; ma è stato un ufficio singolare di Gesù Cristo, il quale è stato posto sotto la Legge per riscattarci dalla maledizione della Legge (Galati 3:13).
È anche una calunnia troppo vile accusare coloro che cercano la loro giustizia nella morte e passione del Signore Gesù di trattenere solo una parte di Cristo, o, peggio ancora, di fare due dèi, perché—se si dovesse credere a lui—essi non confesserebbero che siamo giusti per la giustizia di Dio. Io rispondo che, sebbene chiamiamo Gesù Cristo autore della vita in quanto, mediante la sua morte, ha distrutto colui che aveva l’impero della morte (Ebrei 2:14), tuttavia non gli togliamo questo onore quanto alla sua divinità; ma distinguiamo solo il modo in cui la giustizia di Dio giunge a noi, affinché possiamo goderne. In questo Osiandro inciampa grossolanamente.
Noi non neghiamo che ciò che ci è stato apertamente dato in Gesù Cristo proceda dalla grazia e dalla virtù segreta di Dio; non contraddiciamo nemmeno che la giustizia che Cristo ci dona sia la giustizia di Dio che viene da Lui. Ma restiamo costanti in questo: che non possiamo trovare giustizia e vita se non nella morte e risurrezione di Gesù Cristo.
Tralascio il gran mucchio di passi della Scrittura nei quali appare facilmente la sua impudenza: come quando applica al suo scopo ciò che nei Salmi è spesso ripetuto, che piaccia a Dio soccorrere i suoi servitori secondo la sua giustizia. Vi è forse qualche parvenza, in ciò, per provare che siamo della stessa sostanza di Dio per essere soccorsi da Lui?
Non è più solida la sua affermazione che la giustizia è propriamente chiamata quella per la quale siamo mossi a fare il bene. Poiché Dio solo opera in noi il volere e l’operare (Filippesi 2:13), egli conclude che non abbiamo giustizia se non da Lui. Noi non neghiamo che Dio ci riformi per mezzo del suo Spirito in santità di vita; ma bisogna considerare, anzitutto, se lo faccia direttamente, come si dice, oppure per mano e mezzo del Figlio, nel quale Egli ha posto in deposito tutta la pienezza del suo Spirito, affinché, dalla sua abbondanza, supplisse alla povertà e al difetto delle sue membra.
Inoltre, sebbene la giustizia sgorghi dalla maestà di Dio come da una fonte nascosta, non ne segue che Gesù Cristo, il quale si è santificato per noi nella sua carne (Giovanni 17:19), sia nostra giustizia solo secondo la sua divinità.
Quanto poi egli aggiunge è altrettanto frivolo: cioè che Gesù Cristo sarebbe stato giusto di giustizia divina, perché, se la volontà del Padre non l’avesse mosso, non avrebbe soddisfatto alla carica che gli era stata affidata. Anche se altrove egli ha detto che tutti i meriti di Cristo sgorgano dalla pura gratuità di Dio, come i ruscelli dalla loro fonte, ciò non serve affatto alla sua fantasticheria, con cui abbaglia gli occhi dei semplici e dei suoi.
Chi mai sarà tanto sprovveduto da concedergli che, poiché Dio è causa e principio della nostra giustizia, noi siamo essenzialmente giusti e l’essenza della giustizia di Dio abita in noi? Isaia dice che Dio, nel riscattare la sua Chiesa, ha rivestito la sua giustizia come un’armatura: è forse stato per spogliare Gesù Cristo delle armi che gli aveva dato per essere perfetto Redentore? Ma il senso del profeta è chiaro: Dio non ha preso nulla in prestito altrove per compiere tale opera e non è stato aiutato da alcun soccorso altrui (Isaia 59:17).
San Paolo l’ha dichiarato brevemente con altre parole: Dio ci ha dato la salvezza per mostrare la sua giustizia (Romani 3:25). Tuttavia, ciò non rovescia quanto dice altrove: che siamo giusti per l’obbedienza di un uomo (Romani 5:19). In somma, chiunque intrecci due giustizie, per impedire che le persone afflitte riposino nella sola e pura misericordia di Dio, pone una corona di spine a Gesù Cristo per schernirlo.
3:11:13 - Fede e opere: due giustizie incompatibili
Tuttavia, poiché la maggior parte delle persone immagina una giustizia mescolata di fede e opere, mostriamo anche, prima di andare oltre, che la giustizia della fede differisce talmente da quella delle opere, che, se l’una è stabilita, l’altra è rovesciata.
L’Apostolo dice che ha reputato tutte le cose come spazzatura per guadagnare Cristo, ed essere trovato in Lui, non avendo una sua propria giustizia, che è della Legge, ma quella che è per fede in Gesù Cristo, cioè la giustizia che viene da Dio mediante la fede (Filippesi 3:7). Vediamo qui che le mette a confronto come cose contrarie, e mostra che chi vuole ottenere la giustizia di Cristo deve abbandonare la propria.
Perciò, altrove dice che questa è stata la causa della rovina dei Giudei: che, volendo stabilire la loro propria giustizia, non si sono sottomessi a quella di Dio (Romani 10:3). Se, stabilendo la nostra propria giustizia, respingiamo quella di Dio, per ottenere la seconda è necessario che la prima sia del tutto abolita.
È anche ciò che intende quando dice che la nostra gloria non è esclusa dalla Legge, ma dalla fede (Romani 3:27). Ne segue che, finché ci resta anche solo una goccia di giustizia nelle nostre opere, ci resta qualche modo di gloriarci. Dunque, se la fede esclude ogni gloria, la giustizia della fede non può in alcun modo consistere insieme con quella delle opere.
Egli lo dimostra così chiaramente nel quarto capitolo ai Romani che non lascia spazio a nessuna cavillazione: «Se Abramo», dice, «è stato giustificato per le opere, ha di che gloriarsi»; poi aggiunge: «Ora, egli non ha di che gloriarsi davanti a Dio» (Romani 4:2); ne segue dunque che non è giustificato per le opere.
Poi usa un altro argomento, dicendo: quando il salario è reso alle opere, ciò non avviene per grazia, ma per debito. Ora, la giustizia è data alla fede per grazia: ne segue dunque che essa non viene dal merito delle opere. È quindi una folle fantasia pensare che la giustizia consista insieme nella fede e nelle opere.
3:11:14 - La cavillazione dei sofisti: “solo le opere dei non rigenerati”
I sofisti, ai quali non importa corrompere la Scrittura e che si compiacciono nel cavillare, pensano di avere una via d’uscita molto sottile, interpretando che le opere di cui parla san Paolo siano quelle compiute da persone non rigenerate, che presumono del loro libero arbitrio. Così dicono che ciò non riguarda affatto le buone opere dei fedeli, che sono fatte dalla virtù dello Spirito Santo.
Secondo loro, dunque, l’essere umano è giustificato tanto per la fede quanto per le opere, purché le opere non siano proprie dell’essere umano, ma doni di Cristo e frutti della rigenerazione. Dicono infatti che san Paolo ha detto questo solo per convincere i Giudei, troppo stolti e arroganti nel pensare di acquistare giustizia con la loro virtù e forza, mentre solo lo Spirito di Cristo ce la dà e non il movimento del nostro libero arbitrio.
Ma essi non considerano che san Paolo, altrove, opponendo la giustizia della Legge a quella dell’Evangelo, esclude ogni opera, qualunque titolo o ornamento le si voglia dare. Poiché egli dice che la giustizia della Legge è che chi farà ciò che è contenuto sarà salvo; e che la giustizia della fede è credere che Gesù Cristo è morto ed è risuscitato (Galati 3:11-12; Romani 10:5, 9).
Inoltre, vedremo più avanti che sono benefici diversi di Cristo: santificazione e giustizia. Ne segue che, quando si attribuisce alla fede la virtù di giustificare, anche le opere spirituali non entrano in conto.
Ancor di più: quando san Paolo dice che Abramo non ha di che gloriarsi davanti a Dio, poiché non può essere giusto per le sue opere, egli non restringe ciò a una mera apparenza o splendore esteriore di giustizia, né a una presunzione che Abramo avesse del suo libero arbitrio; ma, benché la vita di quel santo patriarca fosse quasi angelica, tuttavia egli non poté avere meriti che gli acquistassero giustizia davanti a Dio.
3:11:15 - I teologi sorbonici: grazia ridotta ad aiuto per le opere
I teologi sorbonici sono un po’ più rozzi nel mescolare le loro “preparazioni”. Tuttavia questi volponi di cui ho parlato ingannano i semplici con una fantasticheria non meno malvagia, seppellendo sotto il velo dello Spirito e della grazia la misericordia di Dio, che sola avrebbe potuto placare le coscienze timorose.
Noi confessiamo con san Paolo che coloro che osservano la Legge sono giustificati davanti a Dio; ma poiché siamo molto lontani da tale perfezione, dobbiamo concludere che le opere che dovrebbero valerci per acquistare giustizia non ci servono a nulla, perché ne siamo privi.
Quanto ai sorbonici, essi s’ingannano in due modi: chiamano fede una certezza di attendere la ricompensa di Dio per i loro meriti, e con il nome di grazia non intendono il dono della giustizia gratuita che riceviamo, ma l’aiuto dello Spirito Santo per vivere bene e santamente. Essi leggono nell’Apostolo che chi si accosta a Dio deve credere che Egli è remuneratore di quelli che lo cercano (Ebrei 11:6), ma non vedono quale sia il modo di cercarlo, che mostreremo tra poco.
Che s’ingannino sul termine grazia appare dai loro libri. Il loro maestro delle Sentenze espone la giustizia che abbiamo per Cristo in due modi. Primo, dice, la morte di Cristo ci giustifica quando genera nei nostri cuori carità, mediante la quale siamo fatti giusti. Secondo, in quanto per essa il peccato è estinto, sotto il quale il diavolo ci teneva prigionieri, così che ora non può più vincerci.
Vediamo che egli considera la grazia di Dio solo fino al punto in cui siamo condotti alle buone opere dalla virtù dello Spirito Santo. Ha voluto seguire l’opinione di sant’Agostino, ma la segue da lontano e si allontana molto dalla retta imitazione: ciò che quel santo diceva chiaramente egli lo oscura; e ciò che era appena macchiato da qualche difetto egli lo corrompe del tutto. Le scuole sorboniche sono sempre andate di male in peggio, fino a inciampare infine nell’errore di Pelagio.
E tuttavia non dobbiamo ricevere in tutto la sentenza di sant’Agostino, o almeno il suo modo di parlare non è appropriato: poiché, benché egli spogli molto bene l’essere umano di ogni lode di giustizia e l’attribuisca tutta a Dio, nondimeno egli riferisce la grazia alla santificazione mediante la quale siamo rigenerati in novità di vita.
3:11:16 - L’ordine della giustificazione secondo la Scrittura
Ora, la Scrittura, parlando della giustizia della fede, ci conduce ben altrove: essa ci insegna a distogliere lo sguardo dalle nostre opere, per guardare soltanto alla misericordia di Dio e alla perfetta santità di Cristo.
Essa ci mostra quest’ordine della giustificazione: che fin dal principio Dio riceve il peccatore per la sua pura e gratuita bontà, non guardando in lui nulla che lo muova a misericordia se non la miseria, poiché lo vede del tutto spoglio e vuoto di buone opere; e così prende da sé stesso la causa del fargli del bene.
Poi, Egli tocca il peccatore con il sentimento della sua bontà, affinché, diffidando di tutto ciò che ha, riponga tutta la somma della sua salvezza in quella misericordia che Dio gli mostra. Ecco il senso della fede, mediante il quale la persona entra in possesso della sua salvezza: quando riconosce, per la dottrina dell’Evangelo, di essere riconciliata con Dio, in quanto, ottenuta la remissione dei peccati per mezzo della giustizia di Cristo, è giustificata.
E benché sia rigenerata dallo Spirito di Dio, tuttavia non si appoggia sulle buone opere che compie; ma è certa che la sua giustizia perpetua consiste nella sola giustizia di Cristo.
Quando tutte queste cose saranno esaminate in particolare, ciò che sosteniamo su questa materia sarà facilmente compreso; e sarà meglio ordinato se le metteremo in un ordine diverso da quello in cui le abbiamo proposte. Ma poco importa, purché siano esposte in modo tale che tutta la cosa sia ben intesa.
3:11:17 - Fede, Evangelo e gratuità della giustizia
Dobbiamo qui ricordarci della corrispondenza che abbiamo stabilito sopra tra la fede e l’Evangelo. Poiché diciamo che la fede giustifica in quanto riceve la giustizia offerta nell’Evangelo. Ora, se nell’Evangelo la giustizia ci è offerta, con ciò è esclusa ogni considerazione delle opere.
San Paolo lo mostra spesso, ma soprattutto in due luoghi. Nell’Epistola ai Romani, confrontando la Legge con l’Evangelo, parla così: «La giustizia che è della Legge», dice, «è che chiunque farà il comandamento di Dio vivrà; ma la giustizia della fede annuncia salvezza a chi crederà col cuore e confesserà con la bocca Gesù Cristo, e che il Padre lo ha risuscitato dai morti» (Romani 10:5).
Non vediamo chiaramente che egli pone questa differenza tra la Legge e l’Evangelo: che la Legge assegna la giustizia alle opere, mentre l’Evangelo la dona gratuitamente, senza riguardo alle opere? È davvero un passo notevole, e capace di sciogliere molte difficoltà. È già molto se comprendiamo che la giustizia che ci è data nell’Evangelo è liberata dalle condizioni della Legge.
Questa è la ragione per cui egli oppone così spesso la Legge e la promessa come cose incompatibili: «Se l’eredità», dice, «viene dalla Legge, non viene dalla promessa» (Galati 3:18), e altre sentenze simili nello stesso capitolo. È certo che la Legge ha anch’essa le sue promesse; dunque le promesse dell’Evangelo devono avere qualcosa di speciale e diverso, se non vogliamo dire che il confronto sia inetto. E che cosa sarà mai, se non che esse sono gratuite e fondate sulla sola misericordia di Dio, mentre le promesse legali dipendono dalla condizione delle opere?
Non venga nessuno a borbottare qui che san Paolo abbia voluto solo riprovare la giustizia che le persone presumono di portare a Dio con il loro libero arbitrio e le loro forze naturali: poiché san Paolo, senza eccezione, afferma che la Legge non ha giovato in nulla nel comandare, dato che nessuno la compie, non solo tra il popolo, ma nemmeno tra i più perfetti. Certamente l’amore è l’articolo principale della Legge, e Cristo stesso ci forma e ci conduce ad esso; perché dunque non siamo giusti amando Dio e il nostro prossimo, se non perché l’amore è così debole e imperfetto anche nei più santi, che essi non meritano di essere stimati o accettati da Dio?
3:11:18 - “Il giusto vivrà per fede”: opere escluse dalla giustificazione
Il secondo passo è questo: «Che nessuno sia giustificato davanti a Dio per la Legge è evidente, perché il giusto vivrà per fede. Ora, la Legge non è secondo la fede: infatti dice: Chi farà le cose comandate vivrà per esse» (Galati 3:11).
Come potrebbe reggere l’argomento, se non fosse prima stabilito che le opere non entrano in conto, ma devono essere poste in una categoria a parte? «La Legge», dice, «è diversa dalla fede». In che senso? Egli aggiunge: perché richiede le opere per giustificare l’essere umano. Ne segue dunque che le opere non sono richieste quando l’essere umano deve essere giustificato per fede.
È evidente, dall’opposizione dell’una all’altra, che chi è giustificato per fede è giustificato senza alcun merito delle sue opere, anzi fuori di ogni merito. Poiché la fede riceve la giustizia che l’Evangelo presenta; e l’Evangelo è detto diverso dalla Legge proprio perché non lega la giustizia alle opere, ma la pone nella sola misericordia di Dio.
È una deduzione simile a quella che san Paolo usa nell’Epistola ai Romani: che Abramo non ha motivo di gloriarsi, in quanto la fede gli fu imputata a giustizia (Romani 4:2). E aggiunge conseguentemente la ragione: che la giustizia della fede ha luogo quando non vi sono opere alle quali sia dovuto un salario. Dove vi sono opere, dice, il salario è reso come dovuto; ciò che è dato alla fede è gratuito.
E ciò che segue subito dopo tende allo stesso scopo: che otteniamo l’eredità celeste per fede, affinché comprendiamo che ci viene per grazia. Egli conclude che l’eredità celeste è gratuita, poiché la riceviamo per fede. Perché, se non perché la fede, senza alcun appoggio sulle opere, si fonda interamente sulla misericordia di Dio?
Non c’è dubbio che nello stesso senso egli dica altrove che la giustizia di Dio è stata manifestata senza la Legge, benché abbia testimonianza della Legge e dei profeti (Romani 3:21). Poiché, escludendo la Legge, intende che non siamo aiutati dai nostri meriti né acquistiamo giustizia con le nostre buone azioni, ma dobbiamo presentarci vuoti e bisognosi per riceverla.
3:11:19 - “Sola fede”: la parola non è nel testo, ma è nella sostanza della dottrina apostolica
Ora i lettori possono vedere con quale equità usano oggi i sofisti nel cavillare contro la nostra dottrina, proprio là dove diciamo che l’essere umano è giustificato per la sola fede. Essi non osano negare che l’essere umano sia giustificato per fede, vedendo che la Scrittura lo dice così spesso; ma, poiché la parola sola non è espressa, ci rimproverano che noi l’abbiamo aggiunta di nostro.
Se è così, che cosa risponderanno alle parole di san Paolo, dove argomenta che la giustizia non è per fede se non in quanto è gratuita? Come potrà ciò che è gratuito accordarsi con le opere? E con quale calunnia potranno sottrarsi a ciò che egli dice altrove: che la giustizia di Dio è manifestata nell’Evangelo (Romani 1:17)? Se essa vi è manifestata, non lo è a metà né per una porzione, ma piena e perfetta. Ne segue dunque che la Legge ne è esclusa.
E in verità, non solo la loro tergiversazione è falsa, ma è del tutto ridicola quando dicono che aggiungiamo di nostro dicendo la sola fede. Infatti, chi toglie alle opere ogni virtù di giustificare non attribuisce forse interamente la giustificazione alla fede? Che altro vogliono dire quelle espressioni di san Paolo: che la giustizia ci è data senza la Legge, che l’essere umano è giustificato gratuitamente senza l’aiuto delle opere (Romani 3:21, 24)?
Qui essi hanno un sotterfugio molto sottile: dicono che con ciò sono escluse le opere cerimoniali e non le opere morali. Ma ciò è del tutto inetto, benché lo abbiano ripreso da Origene e da altri antichi. Essi hanno fatto tali progressi abbaiando senza cessare nelle loro scuole, che non conoscono nemmeno i primi rudimenti della dialettica. Pensano forse che l’Apostolo sia privo di senno quando adduce queste testimonianze per confermare la sua sentenza: «Chi farà queste cose vivrà per esse». E: «Maledetto sarà l’uomo che non compirà tutte le cose qui scritte» (Galati 3:10, 12; Deuteronomio 27:26).
Ma, se non sono del tutto fuori di sé, non diranno che la vita eterna sia promessa a chi osserva cerimonie e che solo i trasgressori delle cerimonie siano maledetti. Dunque, se questi passi vanno intesi della Legge morale, non vi è dubbio che anche le opere morali sono escluse dal potere di giustificare.
Le ragioni che egli usa tendono tutte a un medesimo fine: come quando dice che, se dalla Legge viene la conoscenza del peccato (Romani 3:20), la giustizia non viene da essa. La Legge genera l’ira di Dio (Romani 4:15): dunque non ci reca salvezza. Inoltre, poiché la Legge non può rassicurare le coscienze, non può dare giustizia. Inoltre, poiché la fede è imputata a giustizia, non è come salario delle opere che ci è data la giustizia, ma come dono gratuito di Dio. Inoltre, se siamo giustificati per fede, ogni gloria è abbattuta. Inoltre, se la Legge potesse vivificare, avremmo giustizia in essa; ma Dio ha rinchiuso tutte le creature sotto il peccato, affinché desse la salvezza promessa ai credenti (Galati 3:21-22).
Che osino dunque sostenere che queste cose sono dette delle cerimonie e non delle opere morali: ma persino i bambini riderebbero della loro impudenza. Rimanga dunque stabilito che, quando la virtù di giustificare è tolta alla Legge, bisogna intendere la Legge in senso universale.
3:11:20 - Perché Paolo dice “opere della Legge”: la dignità delle opere dipende dalla promessa e dall’accettazione di Dio
Ora, se qualcuno si meraviglia perché l’Apostolo ha voluto aggiungere “le opere della Legge”, non contentandosi di dire semplicemente “le opere”, abbiamo la risposta pronta. Perché, affinché le opere abbiano qualche valore, esse traggono la loro stima più dall’essere approvate da Dio che dalla loro propria dignità. Chi infatti oserà vantare qualche giustizia davanti a Dio se essa non è da Lui accettata? E chi oserà chiedergli un salario, se Egli non lo ha promesso?
Dunque è dalla benevolenza di Dio che le opere saranno degne del titolo di giustizia e avranno un salario, se mai in qualche modo possono esserne degne. E in effetti, tutto il valore delle opere è fondato in questo punto: che, mediante esse, l’essere umano mira a rendere obbedienza a Dio.
Perciò l’Apostolo, volendo provare altrove che Abramo non poteva essere giustificato per le sue opere, adduce che la Legge fu pubblicata circa quattrocento anni dopo che l’alleanza di grazia gli era stata data (Galati 3:17). Gli ignoranti riderebbero di questo argomento, pensando che potevano ben esserci buone opere prima che la Legge fosse pubblicata. Ma, poiché egli sapeva che le opere non hanno altra dignità se non in quanto sono accettate da Dio, assume come cosa evidente che esse non potevano giustificare prima che fossero date le promesse della Legge.
Vediamo dunque perché egli nomina espressamente le opere della Legge, volendo togliere alle opere la facoltà di giustificare: perché su quelle non poteva esservi controversia. Sebbene, talvolta, senza aggiunta, egli escluda ogni opera; come quando dice che Davide attribuisce la beatitudine all’uomo al quale Dio ha imputato giustizia senza alcuna opera (Romani 4:6). Essi dunque non potranno, con tutte le loro cavillazioni, impedirci di mantenere l’espressione esclusiva nella sua generalità.
È anche invano che cercano un’altra sottigliezza, dicendo che siamo giustificati per la sola fede che opera per mezzo della carità, volendo così significare che la giustizia è fondata sulla carità. Noi confessiamo bene con san Paolo che non vi è fede che giustifichi se non quella congiunta alla carità (Galati 5:6). Ma essa non prende dalla carità la virtù di giustificare: anzi, essa non giustifica per altra ragione se non perché ci introduce nella comunione della giustizia di Cristo.
Altrimenti sarebbe rovesciato l’argomento dell’Apostolo, che egli porta avanti con tanta forza, quando dice che a chi lavora il salario non è imputato secondo grazia, ma secondo debito (Romani 4:4). Al contrario, a chi non lavora, ma crede in colui che giustifica l’empio, la fede è imputata a giustizia. Potrebbe parlare più chiaramente di così? Egli insegna che non vi è giustizia di fede se non quando non vi sono opere alle quali sia dovuto alcun salario; e che allora, finalmente, la fede è imputata a giustizia, quando la giustizia ci è data per grazia, non come cosa dovuta.
3:11:21 - La giustizia della fede come riconciliazione: remissione dei peccati
Ora consideriamo se quanto è stato detto nella definizione da noi posta sia vero: cioè che la giustizia della fede non è altro che riconciliazione con Dio, la quale consiste nella remissione dei peccati. Dobbiamo sempre tornare a questa massima: che l’ira di Dio è pronta contro tutti coloro che persistono nell’essere peccatori.
Isaia lo ha ben dichiarato dicendo: «La mano di Dio non è raccorciata, da non poterci salvare, e il suo orecchio non è tappato, da non poterci udire; ma le vostre iniquità hanno fatto un divorzio tra Lui e voi, e i vostri peccati hanno distolto il suo volto da voi, affinché non vi esaudisca» (Isaia 59:1-2).
Udiamo che il peccato è separazione tra Dio e l’essere umano, e distoglie il volto di Dio dal peccatore. E in verità non può essere altrimenti: poiché non si addice affatto alla Sua giustizia avere comunione con il peccato. Per questa ragione san Paolo dice che la persona è nemica di Dio finché non sia restituita alla Sua grazia per mezzo di Cristo (Romani 5:8).
Colui dunque che Dio riceve nel suo amore è detto giustificato, poiché Egli non può ricevere nessuno per essere congiunto con sé, se non trasformandolo da peccatore in giusto. Noi aggiungiamo che questo avviene mediante la remissione dei peccati. Infatti, se si considerano coloro che sono riconciliati con Dio secondo le loro opere, li si troverà peccatori; e tuttavia è necessario che siano del tutto puri e netti dal peccato.
Ne segue che coloro che Dio riceve in grazia non sono altrimenti fatti giusti, se non perché sono purificati: le loro macchie sono cancellate mediante la remissione che Dio concede loro; cosicché una tale giustizia può, in una parola, essere chiamata remissione dei peccati.
3:11:22 - Scrittura e Padri: giustizia, riconciliazione e remissione sono una stessa realtà
L’una e l’altra cosa è dichiarata molto bene dalle parole di san Paolo che ho citato sopra, dove dice che Dio era in Cristo riconciliando il mondo, non imputando alle persone le loro colpe, e ci ha affidato la parola della riconciliazione. Poi aggiunge il succo della sua ambasciata: che colui che era puro e senza peccato è stato fatto peccato per noi (2 Corinzi 5:19 e seguenti), cioè sacrificio sul quale tutti i nostri peccati sono stati trasferiti, affinché fossimo giusti in Lui davanti a Dio.
In quel passo egli chiama indifferentemente giustizia e riconciliazione, cosicché comprendiamo che l’una è contenuta nell’altra. Il modo di ottenere questa giustizia è anche spiegato quando dice che essa consiste nel fatto che Dio non ci imputa i peccati. Perciò nessuno domandi più come Dio ci giustifichi, quando san Paolo dice espressamente che ciò avviene in quanto Egli ci riconcilia a sé, non imputandoci i peccati.
Così anche nell’Epistola ai Romani egli prova che la giustizia è imputata all’essere umano senza opere mediante la testimonianza di Davide, poiché egli proclama beato l’uomo le cui iniquità sono rimesse, i cui peccati sono coperti, e al quale le colpe non sono imputate (Romani 4:6). Non c’è dubbio che Davide abbia significato la giustizia sotto il nome di beatitudine; e poiché afferma che essa consiste nella remissione dei peccati, non è necessario definirla diversamente.
Perciò Zaccaria, padre di Giovanni Battista, pone la conoscenza della salvezza nella remissione dei peccati (Luca 1:77). Secondo questa regola san Paolo conclude la predicazione agli Antiocheni in questo modo: «Per mezzo di Gesù Cristo vi è annunciata la remissione dei peccati; e da tutte le cose dalle quali non potevate essere giustificati mediante la Legge di Mosè, chiunque crede in Lui è giustificato» (Atti 13:38). Egli congiunge così strettamente la giustizia con la remissione dei peccati, da mostrare che è una medesima cosa.
È dunque a buon diritto che egli argomenta sempre che la giustizia che otteniamo per la bontà di Dio è gratuita. E non deve sembrare nuova questa forma di parlare, quando diciamo che i credenti sono giusti davanti a Dio non per le opere, ma per accettazione gratuita, poiché la Scrittura la usa così spesso e anche gli antichi dottori talvolta parlano così: come sant’Agostino, quando dice che la giustizia dei santi durante questa vita consiste più nella remissione dei peccati che nella perfezione della virtù; e a ciò rispondono le belle sentenze di san Bernardo: che la giustizia di Dio è non peccare; la giustizia dell’essere umano è l’indulgenza e il perdono che egli ottiene da Dio. E inoltre, che Cristo è per noi giustizia, facendoci assolvere; e che non vi sono altri giusti se non quelli che sono ricevuti a misericordia.
3:11:23 - Giustificazione per imputazione: la “veste” di Cristo e l’esempio di Giacobbe
Da ciò segue anche chiaramente che è per il solo mezzo della giustizia di Cristo che siamo giustificati davanti a Dio; il che vale quanto dire: che l’essere umano non è giusto da sé stesso, ma perché la giustizia di Cristo gli è comunicata per imputazione. Questo è un punto che merita d’essere osservato diligentemente.
Così svanisce quella fantasia di dire che l’essere umano sia giustificato per fede in quanto, mediante essa, riceve lo Spirito di Dio, dal quale sarebbe reso giusto. Ciò è del tutto contrario alla dottrina posta sopra: perché non c’è dubbio che colui che deve cercare la giustizia fuori di sé stesso sia privo della propria.
Ora questo è chiaramente mostrato dall’Apostolo quando dice che colui che era innocente ha portato i nostri misfatti, essendo presentato in sacrificio per noi affinché fossimo in Lui giusti davanti a Dio (2 Corinzi 5:21). Vediamo che egli colloca la nostra giustizia in Cristo e non in noi; e che la giustizia non ci appartiene per altro diritto se non in quanto siamo partecipi di Cristo: poiché, possedendo Lui, possediamo con Lui tutte le sue ricchezze.
E non è contrario a ciò ciò che egli dice altrove: che il peccato è stato condannato per il peccato nella carne di Cristo, affinché la giustizia di Dio fosse compiuta in noi (Romani 8:3-4). Egli non intende qui altro compimento se non quello che otteniamo per imputazione. Che non abbia voluto dire altro appare dalla sentenza che aveva posto poco prima: che, come per la disobbedienza di uno siamo costituiti peccatori, così per l’obbedienza di uno siamo giustificati (Romani 5:19).
Che cos’è altro, collocare la nostra giustizia nell’obbedienza di Cristo, se non affermare che siamo giusti perché l’obbedienza di Cristo ci è accreditata e ricevuta come pagamento, come se fosse nostra?
Perciò mi pare che sant’Ambrogio abbia colto molto bene l’immagine di questa giustizia nella benedizione di Giacobbe: cioè che, come Giacobbe, non avendo meritato di per sé la primogenitura, nascosto sotto la persona del fratello e rivestito della sua veste, che mandava buon odore, si insinuò presso il padre per ricevere la benedizione nella persona di un altro; così dobbiamo nasconderci sotto la veste di Cristo, nostro fratello primogenito, per avere testimonianza di giustizia davanti al volto del Padre celeste.
E certamente questa è pura verità: perché, per comparire davanti a Dio in salvezza, bisogna che abbiamo il buon profumo della sua buona fragranza e che i nostri vizi siano sepolti dalla sua perfezion/e.
Riassunto del capitolo 3:11