Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 14

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 3

Capitolo XIV

Qual è l’inizio della giustificazione e quali ne sono i progressivi avanzamenti


3:14:1 - I quattro gradi della giustizia nell’essere umano

Per chiarire ancora meglio la materia, esaminiamo quale possa essere la giustizia della persona lungo tutto il corso della sua vita. Qui dobbiamo distinguere quattro gradi.

O l’essere umano, privo della conoscenza di Dio, è immerso nell’idolatria; oppure, avendo ricevuto la Parola e i Sacramenti, vive tuttavia in modo dissoluto e rinnega con le opere il Signore che confessa a parole, ed è così cristiano solo di nome e di professione; oppure è ipocrita, coprendo la propria perversità con una parvenza di rispettabilità; oppure, rigenerato dallo Spirito di Dio, si dedica di cuore a seguire la santità e l’innocenza.

Quanto al primo genere, se si considera tale persona nella sua natura, dalla sommità del capo alla pianta dei piedi, non vi si troverà neppure un granello di bene — a meno che non si voglia accusare la Scrittura di falsità, quando attribuisce a tutti i figli di Adamo questi titoli: che hanno un cuore perverso e indurito; che tutto ciò che concepiscono fin dalla loro giovinezza non è che malizia; che tutti i loro pensieri sono vanità; che non hanno il timore di Dio davanti agli occhi; che nessuno di loro ha intelligenza; che nessuno cerca Dio; in breve, che sono carne.

Sotto questo termine sono comprese tutte le opere che l’apostolo Paolo enumera: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, pratiche magiche, inimicizie, contese, gelosie, ire, risse, divisioni, sette, invidie, omicidi e ogni altra abominazione immaginabile (Geremia 17:9; Genesi 8:21; Salmi 94:11; 14:2; Genesi 6:3; Galati 5:19). Ecco dunque la bella dignità di cui tali persone dovrebbero gloriarsi.

Se tra loro ve ne sono alcune che mostrano una certa apparenza di onestà nei costumi, tale da procurare loro fama di santità presso le persone, poiché sappiamo che Dio non si cura della pompa esteriore, se vogliamo che tale onestà abbia qualche valore per giustificarle, dobbiamo risalire alla fonte e all’origine delle opere: occorre, cioè, esaminare con attenzione da quale disposizione del cuore procedano.

Benché questo tema apra ampio spazio al discorso, tuttavia, poiché può essere risolto in poche parole, seguirò la via della brevità per quanto mi sarà possibile.


3:14:2 - Le virtù civili degli increduli come doni di Dio

Anzitutto, non nego che tutte le virtù che appaiono nella vita degli increduli e degli idolatri siano doni di Dio. E non sono così lontano dal giudizio umano da voler affermare che non vi sia alcuna differenza tra la giustizia, la moderazione e l’equità di Tito e di Traiano — buoni imperatori romani — e la furia, l’intemperanza e la crudeltà di Caligola, Nerone o Domiziano, che regnarono come bestie feroci; né tra le vergognose dissolutezze di Tiberio e la continenza di Vespasiano; né, per non soffermarci su ogni singolo vizio o virtù, tra l’osservanza delle leggi e il loro disprezzo.

Vi è infatti una tale differenza tra il bene e il male che essa appare persino in questa immagine morta. Quale ordine rimarrebbe nel mondo, se tali cose fossero confuse? Perciò il Signore non solo ha impresso nel cuore di ciascuno questa distinzione tra opere oneste e vergognose, ma l’ha anche spesso confermata con la sua provvidenza.

Vediamo infatti come egli conceda molte benedizioni della vita presente a coloro che si applicano alla virtù tra le persone. Non perché questa ombra e simulacro di virtù meriti il minimo dei suoi benefici, ma perché gli piace mostrare quanto ami la vera virtù, non lasciando senza qualche ricompensa temporale quella che è soltanto esteriore e simulata.

Da ciò segue quanto abbiamo già confessato: che tali virtù, per quel che valgono — o piuttosto questi simulacri di virtù — sono doni che procedono da Dio, poiché non vi è nulla di lodevole che non abbia in lui la sua origine.


3:14:3 - Le opere degli increduli contaminate dalla cattiva intenzione

Tuttavia rimane vero ciò che scrive sant’Agostino: che tutti coloro che sono estranei alla religione dell’unico Dio, per quanto siano ammirati per la stima che si ha della loro rispettabilità, non solo non sono degni di alcuna ricompensa, ma piuttosto di punizione, poiché contaminano i doni di Dio con la corruzione del loro cuore.

Infatti, sebbene essi siano strumenti di Dio per conservare e mantenere la società umana nella giustizia, nella continenza, nell’amicizia, nella prudenza, nella temperanza e nel coraggio, tuttavia eseguono molto male queste opere di Dio. Essi sono trattenuti dal fare il male non per una sincera inclinazione all’onestà o alla giustizia, ma per ambizione, per amor proprio o per qualche altra considerazione obliqua e perversa.

Poiché dunque le loro opere sono corrotte dall’impurità del cuore, come dalla loro prima origine, esse non meritano di essere annoverate tra le virtù più di quanto non lo meritino quei vizi che, per una certa somiglianza e affinità con le virtù, ingannano le persone.

In breve: poiché sappiamo che il fine unico e permanente della giustizia e della rettitudine è che Dio sia onorato, tutto ciò che tende altrove perde giustamente il nome di rettitudine. Poiché tali persone non mirano allo scopo stabilito dalla sapienza di Dio, benché ciò che fanno appaia buono nell’azione esterna, tuttavia, per la cattiva finalità, è peccato.

Agostino conclude quindi che tutti coloro che sono stati stimati tra i pagani hanno sempre peccato proprio nell’apparenza di virtù che hanno mostrato, poiché, essendo privi della luce della fede, non hanno riferito le loro opere — ritenute virtuose — al fine che avrebbero dovuto.


3:14:4 - Senza Cristo non vi è vita né vera santificazione

Inoltre, se è vero ciò che dice l’apostolo Giovanni, che non vi è vita fuori del Figlio di Dio (1 Giovanni 5:12), tutti coloro che non hanno parte in Cristo, chiunque siano e qualunque cosa facciano o si sforzino di fare per tutta la loro vita, non tendono che alla rovina, alla confusione e al giudizio di morte eterna.

Secondo questa linea di pensiero, sant’Agostino afferma in un passo che la nostra religione non distingue i giusti dagli empi secondo la regola delle opere, ma secondo la fede, senza la quale le opere che sembrano buone sono trasformate in peccati. Per questo egli parla molto appropriatamente quando paragona la vita di tali persone a una corsa fuori strada: quanto più una persona corre velocemente fuori dal cammino, tanto più si allontana dalla meta e tanto più è miserabile.

Egli conclude dunque che è meglio zoppicare sul sentiero che correre speditamente fuori dal sentiero. In definitiva, è certo che tali persone sono alberi cattivi, poiché non vi è alcuna santificazione se non nella comunione con Cristo. Possono produrre frutti belli e persino dal gusto gradevole, ma non possono produrre frutti buoni.

Da ciò vediamo chiaramente che tutto ciò che la persona pensa, medita, intraprende e compie prima di essere riconciliata con Dio è maledetto, e non solo non ha alcun valore per giustificarla, ma merita piuttosto una sicura condanna. E perché discutiamo come se fosse una questione dubbia, dal momento che l’Apostolo ha già stabilito con la sua testimonianza che è impossibile piacere a Dio senza la fede (Ebrei 11:6)?


3:14:5 - La grazia di Dio come unico inizio della giustificazione

La questione risulterà ancora più chiara se poniamo da una parte la grazia di Dio e dall’altra la condizione naturale dell’essere umano. La Scrittura proclama apertamente che Dio non trova nella persona nulla che lo induca a farle del bene, ma che la precede con la sua benevolenza gratuita.

Che cosa potrebbe infatti possedere un morto per essere risuscitato alla vita? Quando Dio illumina la persona e le dona la conoscenza della sua verità, è detto che egli la risuscita dai morti e la rende una nuova creatura (Giovanni 5:25 e altri passi). Per questo la benevolenza di Dio è spesso raccomandata con questo titolo, soprattutto dall’Apostolo: “Dio, che è ricco in misericordia, per il grande amore con cui ci ha amati, quando eravamo morti nei peccati, ci ha vivificati con Cristo” (Efesini 2:4).

Altrove, trattando sotto la figura di Abramo della vocazione generale dei credenti, egli dice: “È Dio che vivifica i morti e chiama le cose che non sono come se fossero” (Romani 4:17). Se noi non siamo nulla, che cosa possiamo fare?

Perciò Dio abbatte con forza ogni nostra presunzione nella storia di Giobbe: “Chi mi ha dato per primo, perché io gli renda? Tutto ciò che è sotto il cielo è mio” (Giobbe 41:2). Spiegando questa affermazione, l’apostolo Paolo la applica al fatto che non dobbiamo pensare di apportare qualcosa a Dio (Romani 11:35), se non la confessione della nostra miseria e del nostro disonore.

Per mostrare che siamo giunti alla speranza di salvezza per la sola grazia di Dio e non per le nostre opere, egli afferma che siamo sua opera, creati in Cristo Gesù per le buone opere che Dio ha preparato affinché camminiamo in esse (Efesini 2:10). Come se dicesse: chi di noi potrà vantarsi di aver prevenuto Dio con la propria giustizia, dal momento che la prima capacità di fare il bene proviene dalla nostra rigenerazione?

Secondo la nostra natura, si potrebbe estrarre più facilmente olio da una pietra che una sola buona opera da noi. È davvero sorprendente che una persona, condannata da una tale ignominia, osi ancora attribuirsi qualcosa.

Confessiamo dunque con quel nobile strumento di Dio che è l’apostolo Paolo di essere stati chiamati con una vocazione santa, non secondo le nostre opere, ma secondo la sua elezione e la sua grazia (2 Timoteo 1:9). E ancora: che la bontà e l’amore di Dio nostro Salvatore sono apparsi nel fatto che egli ci ha salvati non per opere di giustizia da noi compiute, ma secondo la sua misericordia, affinché, giustificati per grazia, fossimo eredi della vita eterna (Tito 3:4, 5, 7).

Con questa confessione spogliamo la persona di ogni giustizia fino all’ultima goccia, per tutto il tempo in cui non è rigenerata alla speranza della vita eterna mediante la misericordia di Dio. Se infatti le opere avessero qualche valore per giustificarci, sarebbe falso dire che siamo giustificati per grazia.

L’Apostolo non era così smemorato da dimenticare, mentre affermava che la giustificazione è gratuita, ciò che egli argomenta altrove: che la grazia non è più grazia se le opere hanno qualche valore (Romani 11:6). E che altro intende il Signore Gesù quando dice di essere venuto a chiamare i peccatori e non i giusti (Matteo 9:13)? Se solo i peccatori sono introdotti alla salvezza, che cosa cerchiamo di entrarvi mediante le nostre giustizie contraffatte?


3:14:6 - La misericordia come unico fondamento dell’alleanza e dell’amore di Dio

Questo pensiero mi ritorna spesso alla mente: che vi sia il rischio di fare torto alla misericordia di Dio, difendendola con tanta insistenza, come se fosse dubbia o oscura. Ma poiché la nostra malizia è tale che non concede mai a Dio ciò che gli appartiene, se non quando è costretta dalla necessità, devo soffermarmi qui un poco più a lungo di quanto vorrei. Tuttavia, poiché la Scrittura è sufficientemente chiara su questo punto, combatterò con le sue parole piuttosto che con le mie.

Isaia, dopo aver descritto la rovina universale del genere umano, espone molto bene l’ordine della restaurazione:

“Il Signore guardò, e vide che era cosa malvagia; vide che non c’era nessun uomo, e si meravigliò che non ci fosse nessuno che intercedesse. Allora il suo braccio gli procurò la salvezza, e la sua giustizia lo sostenne” (Isaia 59:15-16).

Dove sono dunque le nostre giustizie, se ciò che dice il profeta è vero: che non vi è nemmeno una persona che aiuti Dio a ristabilire la salvezza?

Allo stesso modo, l’altro profeta introduce il Signore che parla della riconciliazione del peccatore con sé:

“Io ti sposerò per sempre in giustizia, in giudizio, in grazia e in misericordia… Dirò a chi non aveva ottenuto misericordia: ‘Tu hai ottenuto misericordia’” (Osea 2:19, 23).

Se un’alleanza di questo genere, che è la prima unione di Dio con noi, è fondata sulla misericordia di Dio, non ci resta altro fondamento per la nostra giustizia.

E in verità, vorrei sapere da coloro che vogliono far credere che l’essere umano venga incontro a Dio con qualche merito, se vi sia qualche giustizia che non sia gradita a Dio. Ma se è una follia pensare questo, che cosa potrebbe procedere dai nemici di Dio che gli sia gradito, dal momento che egli li aborrisce totalmente insieme a tutte le loro opere?

La verità testimonia che siamo tutti nemici mortali di Dio, e che vi è guerra aperta tra lui e noi, finché, giustificati, non rientriamo nella sua grazia (Romani 5:6; Colossesi 1:21). Se l’inizio dell’amore di Dio verso di noi è la nostra giustificazione, quali giustizie delle opere potrebbero precederla?

Per questo l’apostolo Giovanni, per distoglierci da questa arrogante presunzione, ci ammonisce diligentemente che non siamo stati noi ad amare per primi (1 Giovanni 4:10). Ciò che il Signore aveva già insegnato molto tempo prima per mezzo del profeta, dicendo che ci avrebbe amati di un amore volontario, poiché la sua ira sarebbe stata distolta (Osea 14:4). Se egli si inclina ad amarci per suo libero beneplacito, non è certo mosso dalle opere.

Il popolo grossolano non comprende altro da tutto ciò se non che nessuno aveva meritato che Cristo fosse la nostra redenzione; ma che, per giungere al possesso di essa, siamo aiutati dalle nostre opere. Ma, al contrario, sebbene siamo stati riscattati da Cristo, tuttavia rimaniamo sempre figli delle tenebre, nemici di Dio ed eredi della sua ira, finché, mediante la vocazione gratuita del Padre, siamo incorporati nella comunione di Cristo.

Infatti l’apostolo Paolo non dice che siamo purificati e lavati dalle nostre lordure se non quando lo Spirito Santo compie questa purificazione in noi (1 Corinzi 6:11). E questo stesso insegnamento è dato da Pietro, quando afferma che la santificazione dello Spirito Santo ci giova all’obbedienza e all’aspersione del sangue di Cristo (1 Pietro 1:2).

Se dunque, per essere purificati, siamo aspersi del sangue di Cristo per mezzo dello Spirito, non pensiamo di essere altro, prima di tale aspersione, che peccatori senza Cristo. Rimanga quindi fermo questo punto: che l’inizio della nostra salvezza è come una resurrezione dalla morte alla vita. Infatti, quando per amore di Cristo ci è dato di credere in lui, allora cominciamo a passare dalla morte alla vita.


3:14:7 - Gli ipocriti e i dissoluti: coscienza impura e falsa giustizia

In questo ordine rientrano il secondo e il terzo genere di persone menzionate nella distinzione precedente. Poiché la macchia della coscienza, che è presente tanto negli uni quanto negli altri, è segno che non sono ancora rigenerati dallo Spirito di Dio. Inoltre, il fatto stesso che non siano rigenerati dimostra che non hanno alcuna fede; da cui risulta che non sono ancora riconciliati con Dio né giustificati davanti al suo giudizio, poiché a tali beni non si giunge se non per mezzo della fede.

Che cosa potrebbero fare, al giudizio di Dio, dei peccatori alienati da lui, che non sia degno di condanna?

È vero che tutti gli infedeli, e soprattutto gli ipocriti, sono gonfi di questa folle sicurezza: pur sapendo che il loro cuore è pieno di sporcizia e di ogni sorta di malvagità, tuttavia, se compiono qualche opera apparentemente buona, la ritengono degna di non essere disprezzata da Dio. Da qui nasce questo errore mortale: che coloro i quali sono convinti di avere un cuore malvagio e iniquo non riescono a riconoscersi privi di giustizia; ma, pur ammettendo di essere ingiusti, poiché non possono negarlo, si attribuiscono nondimeno una qualche giustizia.

Questa vanità è molto bene confutata da Dio per mezzo del profeta Aggeo:

“Interroga i sacerdoti: se uno porta nel lembo della sua veste della carne consacrata e tocca del pane o qualunque altra cosa, diventa forse santa? I sacerdoti rispondono: No. Poi Aggeo chiede: se uno, contaminato per un morto, tocca una di queste cose, non la renderà forse impura? I sacerdoti rispondono: Sì”.

Allora il Signore ordina ad Aggeo di dire loro: “Così è questo popolo davanti a me, così sono le opere delle loro mani, e tutto ciò che mi offrono è contaminato” (Aggeo 2:11-14).

Piacesse a Dio che questa sentenza fosse ben accolta da noi, o almeno ben impressa nella nostra memoria. Infatti non vi è nessuno, per quanto malvagio sia stato in tutta la sua vita, che riesca a persuadersi di ciò che il Signore dichiara qui così chiaramente. Se il più empio del mondo ha adempiuto al suo dovere in qualche punto, non dubita che ciò gli venga imputato come giustizia.

Al contrario, il Signore afferma che in tal modo non si acquista alcuna santificazione, se il cuore non è prima purificato; e non solo questo, ma testimonia che tutte le opere che procedono dai peccatori sono contaminate dall’impurità del loro cuore. Guardiamoci dunque dal dare il nome di giustizia a opere che Dio stesso condanna come impure.

E con quale bella similitudine lo dimostra! Si potrebbe obiettare che ciò che Dio ha comandato è inviolabilmente santo; ma egli mostra che non c’è da stupirsi se le opere che Dio ha santificato nella sua Legge vengono contaminate dalla lordura dei malvagi, poiché una mano immonda profana ciò che era stato consacrato.


3:14:8 - Il culto respinto senza la purificazione del cuore

Isaia prosegue in modo eccellente su questo tema:

“Non mi offrite più sacrifici vani; l’incenso mi è un’abominazione; l’animo mio odia le vostre feste e solennità, mi sono divenute un peso, sono stanco di sopportarle. Quando stendete le mani, io distolgo da voi gli occhi; quando moltiplicate le preghiere, io non vi ascolto, perché le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni” (Isaia 1:13-16; 58:3).

Che cosa significa questo, se non che il Signore rigetta e abomina così fortemente l’osservanza della sua Legge? Eppure egli non rigetta nulla che sia della pura e vera osservanza della Legge, il cui principio — come insegna ovunque — è il timore sincero del suo nome. Tolto questo, tutte le cose che gli vengono presentate non solo sono inutili, ma lordure fetide e abominevoli.

Ora vedano gli ipocriti e si sforzino di approvarsi a Dio con le loro buone opere, mentre il loro cuore è avvolto in pensieri perversi. Certamente, così facendo non faranno che irritarlo sempre di più. Infatti i sacrifici degli empi sono abominazione per il Signore, mentre solo la preghiera dei giusti gli è gradita (Proverbi 15:8).

Concludiamo dunque che questo deve essere stabilito come cosa certa tra coloro che sono mediamente esercitati nella Scrittura: che tutte le opere che procedono da persone non santificate dallo Spirito di Dio, per quanto bella apparenza abbiano, sono così lontane dall’essere considerate giustizia davanti a Dio, che sono invece giudicate peccati.

Perciò hanno parlato molto bene e molto vero coloro che hanno insegnato che le opere non acquistano grazia e favore per la persona; ma che, al contrario, le opere diventano gradite a Dio quando la persona è stata prima accolta da lui nella sua misericordia.

Ed è necessario osservare diligentemente quest’ordine, al quale la Scrittura ci conduce quasi per mano. Mosè scrive che Dio guardò prima ad Abele e poi alle sue opere (Genesi 4:4). Non vediamo forse che egli mostra Dio propizio alla persona prima che alle opere? È dunque necessario che la purificazione del cuore preceda, affinché le opere che procedono da noi siano graditamente ricevute da Dio, poiché rimane sempre valida questa sentenza di Geremia: che gli occhi di Dio guardano all’integrità (Geremia 5:3).

Ora lo Spirito Santo ha una volta per tutte dichiarato, per bocca dell’apostolo Pietro, che i nostri cuori sono purificati per la sola fede (Atti 15:9). Ne segue dunque che il primo fondamento è nella fede vera e viva.


3:14:9 - La giustizia dei rigenerati e l’imperfezione delle loro opere

Consideriamo ora quale giustizia abbiano coloro che abbiamo collocato nel quarto grado. Confessiamo certamente che, quando Dio ci riconcilia con sé per mezzo della giustizia di Gesù Cristo e, concedendoci gratuitamente il perdono dei peccati, ci considera giusti, a questa misericordia è congiunto un altro beneficio: che egli abita in noi mediante il suo Spirito Santo, per la cui potenza le concupiscenze della nostra carne sono di giorno in giorno mortificate.

Così siamo santificati, cioè consacrati a Dio in una vera purezza di vita, in quanto i nostri cuori sono formati all’obbedienza della Legge, affinché la nostra volontà principale sia servire la sua volontà e promuovere la sua gloria in ogni cosa.

Tuttavia, mentre camminiamo nella via del Signore guidati dallo Spirito Santo, rimangono in noi reliquie di imperfezione, che ci danno motivo di umiliarci. “Non c’è nessun giusto che faccia il bene senza peccare” (1 Re 8:46).

Quale giustizia dunque avranno i credenti dalle loro opere? Dico anzitutto che la migliore opera che possano presentare è sempre macchiata e corrotta da qualche impurità della carne, come un vino è guastato quando è mescolato con la feccia. Prenda pure il servitore di Dio l’opera che ritiene migliore di tutta la sua vita: se la esaminerà attentamente in ogni sua parte, troverà senza dubbio che in qualche punto puzza della corruzione della carne.

Infatti non vi è mai in noi una disposizione a fare il bene quale dovrebbe essere; vi è invece grande debolezza che ci rallenta. E anche se ammettessimo che queste macchie siano solo piccole e lievi, resta da chiedersi se esse non offendano gli occhi del Signore, davanti al quale neppure le stelle sono pure. Ne consegue che non esce alcuna opera dai credenti che, considerata in sé stessa, non meriti giustamente biasimo.


3:14:10 - Un solo peccato annulla ogni pretesa di giustizia delle opere

Inoltre, anche se fosse possibile che compissimo alcune opere pure e perfette, tuttavia un solo peccato basterebbe a cancellare e annullare ogni memoria della giustizia precedente, come afferma il profeta Ezechiele (Ezechiele 18:24). A ciò concorda anche l’apostolo Giacomo, dicendo che chi ha trasgredito in un solo punto è divenuto colpevole di tutto (Giacomo 2:10).

Poiché dunque questa vita mortale non è mai pura né priva di peccato, tutto ciò che potremmo aver accumulato come giustizia verrebbe a ogni istante corrotto, oppresso e distrutto dai peccati che seguono; e così non potrebbe essere presentato davanti a Dio per esserci imputato a giustizia.

Infine, quando si tratta della giustizia delle opere, non bisogna considerare una singola azione, ma la Legge stessa. Se cerchiamo giustizia nella Legge, sarà vano produrre una o due opere: è richiesta invece un’obbedienza perpetua.

Non è dunque vero che il Signore ci imputi una volta sola la remissione gratuita dei peccati affinché, ottenuto il perdono della nostra vita passata, cerchiamo poi la giustizia nella Legge, come alcuni insensatamente pensano. In tal caso, egli non farebbe altro che beffarsi di noi, illudendoci con una speranza vana.

Poiché non possiamo raggiungere alcuna perfezione finché siamo in questo corpo mortale, e poiché la Legge pronuncia giudizio e morte su tutti coloro che non hanno adempiuto una giustizia perfetta, essa avrebbe sempre di che accusarci e condannarci, se la misericordia di Dio non intervenisse a precederci per assolverci mediante una continua remissione dei peccati.

Rimane dunque fermo ciò che abbiamo detto all’inizio: che, se fossimo valutati secondo il nostro valore, qualunque cosa tentassimo di fare, saremmo sempre degni di morte insieme a tutte le nostre opere e imprese.


3:14:11 - Due punti fermi e il nodo della controversia con i papisti

Dobbiamo fermamente attenerci a questi due punti: il primo è che non si è mai trovata un’opera di una persona credente che non sarebbe stata condannabile, se fosse stata esaminata secondo il rigore del giudizio di Dio. Il secondo è che, anche se se ne trovasse una tale (cosa impossibile alla persona), tuttavia, essendo contaminata e macchiata dai peccati che sarebbero nella persona, perderebbe ogni grazia e ogni stima.

Questo è il punto principale della disputa che abbiamo con i papisti, ed è quasi il nodo della materia. Infatti, quanto all’inizio della giustificazione, non vi è alcun dibattito tra noi e i dottori scolastici che hanno un minimo di senno e di ragione. È vero che il povero mondo è stato sedotto fino al punto di pensare che l’essere umano si prepari da sé per essere giustificato da Dio; e questa bestemmia ha regnato comunemente tanto nelle predicazioni quanto nelle scuole, come ancora oggi è sostenuta da coloro che vogliono mantenere tutte le abominazioni della papisteria.

Ma quelli che hanno avuto un po’ di ragione hanno sempre convenuto con noi su questo punto, come ho detto: cioè che il peccatore, liberato dalla condanna per la bontà gratuita di Dio, è giustificato in quanto ottiene il perdono delle sue colpe.

Ecco però in che cosa essi differiscono da noi: primo, sotto la parola giustificazione comprendono il rinnovamento della vita, o la rigenerazione, mediante la quale Dio ci riforma all’obbedienza della sua Legge. Secondo, quando la persona è stata una volta rigenerata, pensano che essa sia gradita a Dio e ritenuta giusta per mezzo delle sue buone opere.

Ora, al contrario, il Signore dichiara che imputò al suo servitore Abramo la fede come giustizia (Romani 4:13): non soltanto per il tempo in cui egli serviva gli idoli, ma molto tempo dopo che aveva cominciato a vivere santamente. Abramo dunque aveva già da lungo tempo adorato Dio con purezza di cuore, e aveva seguito i suoi comandamenti per lungo tempo, per quanto una persona mortale possa fare; eppure egli ha la sua giustizia per la fede. Da ciò concludiamo con l’apostolo Paolo che essa non è secondo le opere.

Allo stesso modo, quando al profeta è detto che “il giusto vivrà per fede” (Abacuc 2:4), non si tratta degli increduli, che Dio giustifica convertendoli alla fede; ma questa dottrina è rivolta ai credenti, e si dice loro che vivranno per fede.

L’apostolo Paolo ne dà una dichiarazione ancora più chiara quando, per confermare la giustizia gratuita, adduce quel passo di Davide: “Beati coloro ai quali i peccati sono rimessi” (Romani 4:7; Salmi 32:1). Ora è certo che Davide non parla degli increduli, ma di sé stesso e di suoi simili, poiché parla del sentimento che ne aveva dopo aver servito Dio per lungo tempo. Perciò non dobbiamo avere questa beatitudine solo una volta, ma essa deve durarci per tutta la vita.

Infine, l’ambasceria della riconciliazione di cui parla l’apostolo Paolo (2 Corinzi 5:18), la quale attesta che abbiamo la nostra giustizia nella misericordia di Dio, non ci è data per un solo giorno, ma è perpetua nella chiesa cristiana. Perciò i credenti non hanno altra giustizia fino alla morte se non per il mezzo che vi è descritto.

Infatti Cristo rimane per sempre Mediatore per riconciliarci con il Padre; e l’efficacia della sua morte è perpetua: cioè il lavacro, la soddisfazione e l’obbedienza perfetta da lui resa, mediante la quale tutte le nostre iniquità sono coperte.

E l’apostolo Paolo, agli Efesini, non dice che abbiamo l’inizio della nostra salvezza per grazia, ma che siamo salvati per essa (Efesini 2:8), non per opere, affinché nessuno si glori.


3:14:12 - I sotterfugi dei “sorbonisti” e la vera “grazia accogliente”

I sotterfugi che qui cercano i sorbonisti per svicolare non li liberano affatto. Dicono che il fatto che le buone opere abbiano qualche valore nel giustificare la persona non proviene dalla loro dignità propria, che chiamano intrinseca, ma dalla grazia di Dio che le accetta. In secondo luogo, poiché sono costretti a confessare che la giustizia delle opere è sempre imperfetta, concedono sì che finché siamo in questo mondo abbiamo sempre bisogno che Dio ci perdoni i peccati, per supplire al difetto delle nostre opere; ma che tale perdono avviene in quanto le colpe commesse sono compensate da opere di supererogazione.

Rispondo che la grazia che essi chiamano accogliente non è altro che la bontà gratuita del Padre celeste, con la quale egli ci abbraccia e ci riceve in Gesù Cristo: cioè quando egli ci riveste della sua innocenza e la mette a nostro conto, affinché, per il beneficio di essa, ci tenga per santi, puri e innocenti.

È necessario infatti che la giustizia di Cristo si presenti per noi e sia, per così dire, depositata al giudizio di Dio, poiché essa sola, essendo perfetta, può sostenere il suo sguardo. Rivestiti di essa, otteniamo, mediante la fede, una remissione continua dei nostri peccati.

Per la purezza di essa, le macchie e la sporcizia delle nostre imperfezioni, essendo nascoste, non ci vengono imputate, ma sono come sepolte, affinché non compaiano davanti al giudizio di Dio, fino a quando venga l’ora in cui, dopo la morte del nostro vecchio essere umano, la bontà di Dio ci raccoglierà con Gesù Cristo, che è il nuovo Adamo, in un riposo beato, dove attendiamo il giorno della risurrezione, nel quale saremo trasferiti nella gloria celeste, avendo ricevuto i nostri corpi incorruttibili.


3:14:13 - Nessuna opera ci rende graditi: la Legge richiede obbedienza intera

Se queste cose sono vere, non vi sono opere che possano da sé renderci graditi a Dio; anzi, non gli sono neppure gradite, se non in quanto la persona, coperta della giustizia di Cristo, gli è gradita e ottiene la remissione dei suoi vizi.

Infatti Dio non ha promesso la ricompensa della vita a certe opere particolari; ma dichiara semplicemente che chi farà ciò che è contenuto nella Legge vivrà (Levitico 18:5), ponendo all’opposto la maledizione solenne contro tutti coloro che saranno venuti meno in un solo punto (Deuteronomio 27:26). In ciò è sufficientemente confutato l’errore comune riguardo a una giustizia parziale, poiché Dio non ammette alcuna giustizia se non l’osservanza intera della sua Legge.

Quanto al loro chiacchierare di ricompensare Dio con opere di supererogazione, esso non è più solido. Che cosa fanno infatti? Non ritornano forse sempre là da dove sono già stati esclusi: cioè che chiunque osservi in parte la Legge sia per ciò stesso giusto per le sue opere? Così facendo, assumono come cosa risolta ciò che nessuno di sano giudizio concederebbe loro.

Il Signore testimonia così spesso che egli non riconosce altra giustizia se non in una perfetta obbedienza alla sua Legge. Che audacia è dunque, quando ne siamo privi, per non sembrare del tutto spogliati di ogni gloria — cioè per non confessare di aver pienamente ceduto a Dio — produrre non so quali pezzi e frammenti di qualche buona opera, e voler così riscattare ciò che ci manca mediante soddisfazioni!

Le soddisfazioni sono state sopra potentemente abbattute; al punto che non dovrebbero neppure entrarci nella mente, se non forse come in sogno. Dico soltanto che coloro che parlano così sconsideratamente non considerano quanto una cosa sia esecrabile davanti a Dio il peccato; perché allora comprenderebbero che tutta la giustizia degli esseri umani, ammucchiata insieme, non basterebbe a compensare un solo peccato.

Vediamo che per un solo peccato l’essere umano è stato così respinto da Dio da perdere ogni mezzo di recuperare la salvezza (Genesi 3:17). Dunque ci è tolta la capacità di soddisfare; e quelli che si lusingano su questo punto non soddisferanno mai Dio, al quale nulla è gradito di ciò che procede dai suoi nemici.

Ora, tutti coloro ai quali egli vuole imputare i peccati sono suoi nemici. È quindi necessario che tutti i peccati siano coperti e rimessi prima che egli guardi anche a una sola nostra opera. Ne segue che la remissione dei peccati è gratuita, e viene malvagiamente bestemmiata da coloro che mettono avanti qualche soddisfazione.

Noi invece, sull’esempio dell’Apostolo, dimenticando le cose passate e protendendoci verso quelle che stanno davanti, perseguiamo la nostra corsa per giungere al premio della vocazione celeste (Filippesi 3:13).


3:14:14 - Contro le opere “di supererogazione”: servitori inutili

Come potrebbe accordarsi la pretesa di alcune opere di supererogazione con ciò che è detto: che, quando avremo fatto tutto ciò che ci è comandato, dobbiamo dire che siamo servitori inutili, e che non abbiamo fatto altro che ciò che eravamo tenuti a fare (Luca 17:10)?

Dire davanti a Dio non è fingere o mentire, ma stabilire in sé stessi ciò che si sa per certo. Il Signore dunque ci comanda di giudicare secondo verità e riconoscere di cuore che non gli rendiamo alcun servizio gratuito, ma soltanto quelli dei quali gli siamo debitori.

E a buon diritto: poiché siamo suoi servi e, per la nostra condizione, vincolati a così tanti doveri che ci è impossibile compierli pienamente, anche se tutti i nostri pensieri e tutte le nostre membra non fossero applicati ad altro.

Quando dunque egli dice: “Dopo che avrete fatto tutto ciò che vi è comandato”, è come se dicesse: poniamo pure il caso che tutte le giustizie del mondo fossero riunite in una sola persona, e anche di più.

Noi, tra i quali non ce n’è uno che non sia molto lontano da quel traguardo, come oseremmo gloriarci di aver aggiunto qualche sovrappiù alla giusta misura?

E nessuno adduca che non vi sia inconveniente nel fatto che colui che in qualche parte non compie il proprio dovere faccia in un’altra più di quanto è richiesto. Infatti dobbiamo avere questa regola: non può venirci in mente nulla che riguardi l’onore di Dio o l’amore del prossimo che non sia compreso nella Legge di Dio. Ora, se ciò rientra nella Legge, non dobbiamo vantarci di una liberalità volontaria là dove siamo obbligati per necessità.


3:14:15 - Il caso di Paolo e la confutazione finale delle supererogazioni

A sproposito adducono la sentenza dell’apostolo Paolo per provare ciò, quando egli si gloria che tra i Corinzi ha rinunciato a un suo diritto, del quale avrebbe potuto servirsi se avesse voluto; e che non ha reso loro soltanto ciò che doveva per il suo ufficio, ma si è spinto oltre il dovere, predicando loro gratuitamente l’Evangelo (1 Corinzi 9:1, 12).

Bisognava considerare la ragione che vi è indicata: egli fece questo affinché non fosse di scandalo ai deboli. Infatti i seduttori che turbavano quella chiesa si insinuavano sotto il pretesto di non prendere nulla per la loro fatica, per acquistare favore alla loro dottrina perversa e rendere odioso l’Evangelo; perciò era necessario per l’apostolo Paolo o mettere in pericolo la dottrina di Cristo, oppure prevenire tali astuzie.

Se è cosa indifferente per un cristiano suscitare scandalo quando può evitarlo, allora confesso che l’Apostolo ha dato a Dio qualcosa più di quanto gli dovesse; ma se ciò era richiesto a un prudente amministratore dell’Evangelo, dico che egli ha fatto ciò che doveva.

Infine, anche se questa ragione non apparisse, tuttavia rimane sempre vero ciò che dice Crisostomo: che tutto ciò che proviene da noi è nella condizione di ciò che possiede un servo, cioè che, per diritto di servitù, appartiene al suo padrone.

Questo Cristo non lo ha dissimulato nella parabola: egli chiede infatti quale ringraziamento daremo al nostro servo, dopo che, avendo lavorato tutto il giorno, rientra la sera in casa (Luca 17:7). Può darsi che egli abbia faticato più di quanto avremmo osato imporgli; e anche allora non avrà fatto altro che ciò che doveva per diritto di servitù, poiché egli è nostro, con tutto ciò che può fare.

Non dico ora quali siano queste supererogazioni di cui essi vogliono vantarsi davanti a Dio: tuttavia non sono che ciarpame che egli non ha comandato e non approva; e quando verrà il momento di rendere conto, non le riconoscerà affatto.

In questo senso concederemo che esse siano “opere di supererogazione”, come ne parla il profeta dicendo: “Chi vi ha richiesto queste cose dalle mani?” (Isaia 1:12). Ma questi farisei ricordino ciò che è detto altrove: “Perché spendete il vostro denaro per ciò che non è pane? perché vi affaticate per ciò che non può saziare?” (Isaia 55:2).

I nostri “maestri” possono senza grande difficoltà disputare di queste materie, stando nelle loro scuole comodamente seduti su cuscini; ma quando il Sovrano Giudice apparirà dal cielo sul suo trono giudiziario, tutto ciò che essi hanno determinato servirà a ben poco: si dissolverà come fumo.

Ora, è questo che bisognava cercare qui: quale fiducia potremo portare per difenderci in quel terribile giudizio, e non ciò che si può ciarlare o mentire in qualche angolo di una Sorbona.


3:14:16 - Scacciare due pestilenze: fiducia e vanto nelle opere

Dobbiamo scacciare qui due pestilenze dal nostro cuore: non avere alcuna fiducia nelle nostre opere e non attribuire loro alcuna lode. La Scrittura, qua e là, ci toglie ogni fiducia, dicendo che tutte le nostre giustizie non sono che sporcizia e fetore davanti a Dio, se non in quanto traggono buon profumo dalla giustizia di Gesù Cristo; e che non possono che provocare la vendetta di Dio, se non sono sostenute dal perdono della sua misericordia.

Così essa non ci lascia altro, se non che imploriamo la clemenza del nostro Giudice per ottenere misericordia, con questa confessione di Davide: che nessuno sarà giustificato davanti alla sua faccia, se egli chiama a conto i suoi servitori (Salmi 143:2). E quando Giobbe dice: “Guai a me se ho peccato; e se anche avessi agito giustamente, non alzerò comunque la testa” (Giobbe 10:15). Benché egli guardi alla giustizia sovrana di Dio, alla quale nemmeno gli angeli possono soddisfare, tuttavia mostra che, quando ci si presenta davanti al trono giudiziario di Dio, non resta a nessuna creatura umana altro che fare silenzio.

Infatti egli non intende dire che preferisca spontaneamente cedere a Dio piuttosto che combattere con pericolo contro il suo rigore, ma significa che non riconosce in sé alcuna giustizia che non crolli subito davanti a Dio. Una volta scacciata la fiducia, deve essere annientata anche ogni gloria. Chi infatti attribuirà lode di giustizia alle proprie opere, quando, considerandole, tremerà davanti a Dio?

Perciò dobbiamo giungere là dove Isaia ci chiama: che tutta la discendenza d’Israele si lodi e si glori in Dio (Isaia 45:25), poiché ciò che egli dice altrove è verissimo: che noi siamo piantati per la sua gloria (Isaia 61:3). Il nostro cuore dunque sarà davvero purificato quando non si appoggerà in alcun modo su una fiducia nelle opere, e non ne trarrà motivo per innalzarsi e insuperbirsi. È questo errore che induce le persone a quella fiducia frivola e menzognera: stabilire sempre la causa della loro salvezza nelle opere.


3:14:17 - Le quattro cause della salvezza: tutte fuori dalle opere

Ma se consideriamo i quattro generi di cause che i filosofi distinguono, non ne troveremo una sola che convenga alle opere quando si tratta della nostra salvezza.

La Scrittura insegna ovunque che la causa efficiente della nostra salvezza è la misericordia del nostro Padre celeste e l’amore gratuito che egli ha avuto verso di noi. Quanto alla causa materiale, essa ci propone Cristo con la sua obbedienza, mediante la quale egli ci ha acquistato la giustizia. E per la causa che si chiama strumentale, che cosa diremo che sia, se non la fede?

L’apostolo Giovanni ha raccolto tutte e tre queste cose in una sola sentenza, quando dice che Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna (Giovanni 3:16).

Quanto alla causa finale, l’Apostolo dice che è stato per dimostrare la giustizia di Dio e glorificare la sua bontà (Romani 3:23), congiungendo chiaramente anche le altre tre cause che abbiamo menzionato. Infatti egli dice: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia.” Qui mostra l’inizio e come la sorgente: che Dio ha avuto pietà di noi nella sua bontà. Poi segue: “Mediante la redenzione che è in Cristo.” Qui abbiamo la sostanza in cui consiste la nostra giustizia. Segue ancora: “Per mezzo della fede nel suo sangue”: qui mostra la causa strumentale, mediante la quale la giustizia di Cristo ci viene applicata.

E aggiunge di conseguenza il fine, quando dice che Dio ha fatto questo per dimostrare la sua giustizia, affinché egli sia giusto e giustificante colui che ha fede in Gesù Cristo. E anzi, per indicare quasi di passaggio che questa giustizia consiste nella riconciliazione tra Dio e noi, dice espressamente che Cristo ci è stato dato per rendere il Padre propizio verso di noi.

Allo stesso modo, nel primo capitolo dell’epistola agli Efesini, insegna che Dio ci accoglie nella sua grazia per pura misericordia; che ciò avviene per l’intercessione di Cristo; che riceviamo questa grazia mediante la fede; e che tutto tende a questo fine: che la gloria della sua bontà sia pienamente conosciuta (Efesini 1:5-6).

Quando vediamo che tutte le parti della nostra salvezza sono fuori di noi, perché mai dovremmo riporre fiducia o vanto nelle nostre opere? Quanto alla causa efficiente e finale, i più grandi nemici della gloria di Dio non potrebbero contestarcele, se non volessero rinnegare tutta la Scrittura.

Quando si arriva alla causa materiale e strumentale, essi cavillano, come se le nostre opere dividessero a metà con la fede e con la giustizia di Cristo. Ma la Scrittura contraddice anche questo, affermando semplicemente che Cristo è per noi giustizia e vita e che possediamo un tale bene mediante la sola fede.


3:14:18 - Come i santi trovano consolazione nelle opere senza fondarvi la salvezza

Che i santi spesso si confermino e si consolino richiamando alla memoria la loro innocenza e integrità, e talvolta la mettano anche in evidenza, avviene in due modi.

Primo: confrontando la loro causa buona con la causa cattiva degli empi, concepiscono da ciò speranza di vittoria, non tanto per il valore o merito della loro giustizia, quanto perché l’iniquità dei loro nemici lo merita. Di questo vedremo poi.

Ora sbrighiamo brevemente il secondo motivo: come possa accordarsi con ciò che abbiamo già detto, cioè che non dobbiamo appoggiarci su alcuna fiducia nelle opere al giudizio di Dio né gloriarcene.

L’accordo è questo: i santi, quando si tratta di fondare e stabilire la loro salvezza, senza guardare alle opere, fissano entrambi gli occhi sulla sola bontà di Dio. E non solo vi ricorrono prima di ogni altra cosa, come all’inizio della loro beatitudine, ma, avendola anche come compimento, vi si acquietano del tutto e vi riposano.

Dopo che la coscienza è così fondata, ordinata e confermata, può anche rafforzarsi mediante la considerazione delle opere, in quanto esse sono testimonianze che Dio abita e regna in noi. Poiché questa fiducia nelle opere non ha luogo se non dopo che abbiamo riposto tutta la fiducia del cuore nella misericordia di Dio, ciò non serve affatto a dimostrare che le opere giustificano o che, da sé stesse, possano assicurare la persona.

Pertanto, quando escludiamo la fiducia nelle opere, non intendiamo altro se non che l’anima cristiana non deve guardare al merito delle opere come a un rifugio di salvezza, ma riposare interamente nella promessa gratuita della giustizia.

Tuttavia non le proibiamo di sostenersi e confermarsi mediante tutti i segni della benedizione di Dio che possiede. Infatti, se tutti i doni che Dio ci ha dato, quando li ricordiamo, sono come raggi dello splendore del suo volto per illuminarci a contemplare la luce sovrana della sua bontà, tanto più le buone opere che egli ci ha dato devono servire a questo, poiché mostrano che ci è stato dato lo Spirito di adozione.


3:14:19 - I frutti come segni dell’adozione: conferma, non fondamento

Quando dunque i santi confermano la loro fede mediante la loro innocenza, o ne traggono motivo di gioia, non fanno altro che riconoscere, dai frutti della loro vocazione, che Dio li ha adottati come suoi figli.

Ciò che dice Salomone, che nel timore del Signore vi è una ferma sicurezza (Proverbi 14:26), e il fatto che i santi talvolta, per essere esauditi da Dio, ricordino di aver camminato davanti a lui con integrità e semplicità (2 Re 20:3; Genesi 24:40), tutto questo non serve a porre un fondamento per edificare la coscienza, ma vale solo quando lo si prende come segno della vocazione di Dio.

Infatti il timore di Dio non è mai tale da poter dare una piena certezza; e i santi sanno bene di non avere un’integrità perfetta, ma mescolata con molte imperfezioni e reliquie della loro carne. Tuttavia, poiché dai frutti della loro rigenerazione traggono argomento e segno che lo Spirito Santo abita in loro, non hanno poca materia per confermarsi nell’attendere l’aiuto di Dio in ogni necessità, dal momento che lo sperimentano Padre in cose così grandi.

Ma non possono far questo se prima non hanno afferrato la bontà di Dio, assicurandosi di essa soltanto mediante le promesse dell’Evangelo. Perché se cominciano una volta a valutarla secondo le opere, non vi sarà nulla di più incerto e più fragile: poiché, se le opere sono considerate in sé stesse, non minacceranno meno la persona dell’ira di Dio per la loro imperfezione di quanto le testimonieranno la sua benevolenza per quella purezza che hanno solo in modo appena iniziato.

In breve, essi proclamano i benefici di Dio in modo tale da non distogliersi in nulla dal suo favore gratuito, nel quale l’apostolo Paolo attesta che noi abbiamo ogni perfezione in altezza e profondità, in lunghezza e larghezza (Efesini 3:18 e seguenti). Come se dicesse: qualunque direzione prendano i nostri sensi, anche se salissero quanto più in alto possibile o si estendessero in lungo e in largo, non devono oltrepassare questo limite: conoscere l’amore di Gesù Cristo verso di noi e attenersi a meditarlo, perché esso contiene in sé ogni misura.

Per questo egli dice che supera ogni conoscenza; e aggiunge che, quando comprendiamo come Dio ci ha amati in Gesù Cristo, siamo ripieni di ogni pienezza divina (Efesini 3:19). E altrove, gloriandosi che i credenti sono vincitori in ogni lotta, aggiunge la ragione e il mezzo: “per mezzo di colui che li ha amati” (Romani 8:37).


3:14:20 - Sant’Agostino: Dio corona ciò che è suo, non ciò che è nostro

Vediamo dunque che i santi non concepiscono una fiducia nelle loro opere tale da attribuire qualcosa al merito di esse (poiché non le considerano se non come doni di Dio, nei quali riconoscono la sua bontà; e come segni della loro vocazione, dai quali deducono la loro elezione); né una fiducia che tolga qualcosa alla giustizia gratuita che otteniamo in Cristo, poiché essa dipende da essa e non può sussistere se non in essa.

Sant’Agostino lo mostra molto bene in poche parole, dicendo così: “Non dico al Signore che non disprezzi l’opera delle mie mani: è vero che cerco il Signore con le mie mani e non sono deluso; ma non apprezzo le opere delle mie mani. Temo infatti che, se Dio le guardasse, vi troverebbe più peccati che meriti. Dico soltanto, e prego e desidero questo: che egli non disprezzi l’opera delle sue mani. Signore, dunque, guarda la tua opera in me, non la mia: perché se tu vedi ciò che è tuo, lo coroni. E in realtà, tutte le buone opere che ho sono da te.”

Vediamo che egli pone due ragioni per cui non osa addurre le sue opere davanti a Dio: primo, che se ha qualcosa di buono, non è suo; secondo, che tutto il bene che è in lui è sopraffatto dalla moltitudine dei suoi peccati.

Da qui viene che la coscienza, considerando le opere, concepisce più timore e stupore che certezza. Perciò questo santo uomo non vuole che Dio guardi i suoi benefici se non per riconoscere in essi la grazia della sua vocazione, affinché compia l’opera che ha cominciato.


3:14:21 - Le opere come “cause inferiori”: ordine della dispensazione, non merito

Inoltre, ciò che la Scrittura dice, cioè che le buone opere sono causa per cui il Signore fa del bene ai suoi servitori, deve essere inteso in modo tale che rimanga integro ciò che abbiamo detto sopra: che l’origine e l’efficacia della nostra salvezza risiedono nell’amore del Padre celeste; la materia e sostanza nell’obbedienza di Cristo; lo strumento nell’illuminazione dello Spirito Santo, cioè nella fede; e il fine è che la bontà di Dio sia glorificata.

Ciò non impedisce che Dio riceva le opere come cause inferiori. Ma da dove viene questo? Dal fatto che coloro che egli ha predestinati, per misericordia, all’eredità della vita eterna, egli li introduce, secondo il suo ordinario modo di agire, nel possesso di essa mediante le buone opere.

Così, ciò che precede nell’ordine della sua dispensazione, egli lo chiama causa di ciò che segue. Per questa stessa ragione la Scrittura sembra talvolta indicare che la vita eterna procede dalle buone opere: non perché la lode debba essere attribuita ad esse, ma perché Dio giustifica quelli che ha scelti per glorificarli infine (Romani 8:30). La prima grazia, che è come un gradino verso la seconda, viene chiamata causa di essa.

Tuttavia, quando bisogna indicare la vera causa, la Scrittura non ci conduce alle opere, ma ci trattiene nella sola meditazione della misericordia di Dio. Che cosa significa infatti questa sentenza dell’Apostolo: “il salario del peccato è la morte, ma la vita eterna è dono (grazia) di Dio” (Romani 6:23)? Perché egli non oppone la giustizia al peccato, come la vita alla morte? Perché non pone la giustizia come causa della vita, come dice che il peccato è causa della morte?

La comparazione sarebbe stata così completa; invece, così come la formula, rimane in un certo modo “imperfetta”. Ma egli ha voluto esprimere ciò che è vero: che la morte è dovuta alla persona per i suoi meriti, mentre la vita è posta nella sola misericordia di Dio.

In breve, in tutti i modi di parlare in cui si fa menzione delle buone opere, non si tratta della causa per cui Dio fa del bene ai suoi, ma soltanto dell’ordine che egli vi osserva: aggiungendo grazia su grazia, egli prende occasione dalle prime per accrescere le seconde, e porta avanti la sua liberalità in modo tale che vuole che pensiamo sempre alla sua elezione gratuita, che è la fonte di tutti i suoi benefici verso di noi.

Infatti, sebbene egli ami e apprezzi i doni che ci elargisce ogni giorno, in quanto procedono da quella fonte, tuttavia, poiché il nostro compito è restare fermi nell’accoglienza gratuita, la quale sola può stabilire le nostre anime, conviene porre in secondo grado i doni del suo Spirito, con i quali ci arricchisce, affinché non tolgano nulla alla prima causa.


Riassunto del Capitolo 3:14