Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 15

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Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 3

Capitolo XV

Che tutto ciò che viene detto per magnificare i meriti distrugge tanto la lode di Dio quanto la certezza della nostra salvezza

3:15:1– Distinzione necessaria tra giustificazione per fede e stima delle opere

Abbiamo già sciolto il nodo principale di questa materia: cioè che, poiché è necessario che ogni giustizia venga annientata davanti alla faccia di Dio, se essa si fonda sulle opere, la giustizia è contenuta unicamente nella misericordia di Dio e nella sola comunione di Cristo, e quindi nella sola fede. Ora dobbiamo notare con grande diligenza che questo è il punto capitale, affinché non cadiamo nell’errore comune non solo del popolo, ma anche dei dotti.

Infatti, quando si discute se sia la fede o le opere a giustificare, si adducono passi che sembrano attribuire qualche valore alle opere davanti a Dio, come se per questo fosse dimostrata la giustificazione per opere, qualora si potesse provare che esse hanno una qualche stima presso Dio. Ma è stato chiaramente dimostrato che la giustizia delle opere consiste soltanto in un’osservanza perfetta e completa della Legge; da ciò segue che nessuno è giustificato dalle proprie opere, se non colui che è giunto a una tale perfezione da non poter essere accusato della minima colpa.

È dunque un’altra questione, distinta e separata: se cioè le opere, pur non essendo sufficienti a giustificare la persona, possano tuttavia acquistare favore presso Dio.

3:15:2 – Origine e pericolosità del linguaggio del “merito”

Anzitutto, sono costretto a dichiarare apertamente, riguardo a questo termine merito, che chiunque per primo lo abbia attribuito alle opere umane davanti al giudizio di Dio, non ha fatto cosa utile al mantenimento della purezza della fede. Da parte mia, mi astengo volentieri da contese puramente verbali; ma avrei desiderato che tra i cristiani fosse sempre stata osservata questa sobrietà: non usurpare senza necessità e senza fondamento vocaboli estranei alla Scrittura, capaci di generare molti scandali e poco frutto.

Quale necessità vi era, vi chiedo, di introdurre questo termine merito, dal momento che la dignità delle buone opere poteva essere spiegata altrimenti, senza offesa? E quanti scandali ne siano derivati, lo vediamo con grave danno di tutti. Certamente, poiché questo termine è carico di orgoglio, non può che oscurare la grazia di Dio e abbeverare le persone di una vana presunzione.

Confesso che gli antichi dottori della Chiesa ne hanno fatto uso frequente; e piaccia a Dio che, per una sola parola, non abbiano dato occasione di errore a coloro che sono venuti dopo. Tuttavia, in vari luoghi hanno chiarito di non voler in questo modo pregiudicare la verità. Sant’Agostino, per esempio, dice che qui devono tacere i meriti umani, i quali sono periti in Adamo, affinché regni la grazia di Dio, come regna per mezzo di Gesù Cristo. Dice anche che i santi non attribuiscono nulla ai loro meriti, ma tutto alla misericordia di Dio; e ancora, che quando la persona vede che tutto il bene che possiede non proviene da sé stessa ma dal suo Dio, comprende che tutto ciò che è lodato in lei non deriva dai suoi meriti, ma dalla misericordia di Dio. Così, togliendo all’essere umano la capacità di fare il bene da sé, egli abbatte anche la dignità dei meriti.

Così pure Crisostomo afferma che tutte le nostre opere, che seguono la chiamata gratuita di Dio, sono come debiti che restituiamo a Dio; ma i benefici che riceviamo sono di grazia, di benevolenza e di pura liberalità.

Lasciando dunque da parte il termine, consideriamo piuttosto la realtà. Sant’Bernardo dice bene che, come è sufficiente per avere meriti non presumere dei propri meriti, così è sufficiente per essere condannati non avere alcun merito. Ma aggiungendo immediatamente la spiegazione, attenua la durezza dell’espressione, dicendo: «Sforzati dunque di avere meriti; quando li avrai, riconosci che ti sono stati dati; attendine il frutto dalla misericordia di Dio, e così eviterai ogni pericolo di povertà, ingratitudine e presunzione».

«Beata la Chiesa», dice ancora, «che ha meriti senza presunzione e presunzione senza meriti». E poco prima aveva mostrato in che senso usasse quel termine, affermando: «Perché la Chiesa dovrebbe preoccuparsi dei meriti, dal momento che ha un mezzo più sicuro di gloriarsi, cioè il beneplacito di Dio? Dio non può rinnegare sé stesso: farà ciò che ha promesso».

Non si deve dunque chiedere in base a quali meriti speriamo la salvezza, poiché Dio dice: «Non per amore di voi, ma per amore di me». È quindi sufficiente, per meritare la salvezza, sapere che i meriti non sono sufficienti.

3:15:3 – Perché le opere non meritano nulla e tuttavia sono ricompensate

Che cosa meritino le nostre opere, la Scrittura lo mostra dichiarando che esse non possono sostenere lo sguardo di Dio, in quanto sono piene di sporcizia e impurità. Inoltre, ciò che meriterebbe l’obbedienza perfetta alla Legge, se mai si potesse trovare, è chiarito quando ci viene comandato di considerarci servi inutili anche dopo aver fatto tutto ciò che ci è stato ordinato; poiché così non avremmo fatto nulla di gratuito per Dio, ma soltanto adempiuto doveri che gli erano dovuti, per i quali egli non ci deve alcuna ricompensa.

E tuttavia il Signore chiama nostre le opere che egli stesso ci ha dato, e non solo testimonia che gli sono gradite, ma promette anche di ricompensarle. Il nostro compito, dunque, è prendere coraggio e, spronati da tali promesse, non stancarci nel fare il bene, e non essere ingrati verso una così grande benevolenza.

Non c’è dubbio che tutto ciò che merita lode nelle nostre opere è grazia di Dio, e che non vi è una sola goccia di bene che possiamo attribuire propriamente a noi stessi. Se questo è riconosciuto sinceramente, non solo ogni fiducia nel merito svanirà, ma anche ogni vana illusione.

Io affermo dunque che non dividiamo la lode delle buone opere tra Dio e la persona, come fanno i sofisti, ma la riserviamo interamente a Dio. All’essere umano resta solo questo: che egli contamina e insozza, con la propria impurità, opere che altrimenti erano buone in quanto provenienti da Dio. Infatti, dall’uomo più perfetto del mondo non esce nulla che non sia macchiato da qualche difetto.

Se dunque Dio chiamasse in giudizio le migliori opere degli esseri umani, in esse troverebbe la propria giustizia e la confusione dell’uomo. Le buone opere, dunque, piacciono a Dio e non sono inutili per chi le compie, ma anzi ricevono come ricompensa benefici amplissimi da Dio; non perché li meritino, ma perché la benevolenza del Signore, di per sé stessa, ha stabilito un tale premio.

Che ingratitudine sarebbe, se non accontentandoci di una simile larghezza di Dio, che ricompensa le opere con un salario non dovuto e senza alcun loro merito, pretendessimo con una maledetta ambizione che ciò che è pura beneficenza di Dio venga attribuito al merito delle opere!


3:15:4 – Confutazione dei passi biblici addotti a favore del merito

So bene che i sofisti abusano di alcuni passi per dimostrare che questo termine merito si troverebbe nella Scrittura. Citano una sentenza dell’Ecclesiastico: La misericordia darà a ciascuno secondo il merito delle sue opere. Citano anche l’Epistola agli Ebrei: Non dimenticate la beneficenza e la comunione, perché tali sacrifici meritano la grazia di Dio (Ebrei 13).

Benché io potrei respingere l’Ecclesiastico, in quanto libro non canonico, tuttavia non lo faccio. Ma nego che essi ne citino fedelmente le parole. Infatti, il testo greco dice letteralmente: Dio farà posto a ogni misericordia; ciascuno troverà secondo le sue opere. Che questo sia il senso naturale, e che il passo sia stato corrotto nella traduzione latina, si può vedere facilmente sia dal contesto, sia dalla frase stessa considerata isolatamente.

Quanto all’Epistola agli Ebrei, essi non fanno altro che cavillare, poiché il termine greco usato dall’Apostolo non significa altro se non che tali sacrifici sono graditi a Dio. Questo solo basterebbe a reprimere e abbattere ogni insolenza di orgoglio in noi, se non oltrepassassimo la misura della Scrittura nell’attribuire qualche dignità alle opere.

La dottrina della Scrittura è infatti questa: le nostre opere sono macchiate da molte impurità, per le quali Dio avrebbe giusto motivo di indignarsi contro di noi; tanto meno esse possono acquistare la sua grazia e il suo favore, o indurlo a beneficarci. Tuttavia, poiché nella sua grande clemenza egli non le esamina con rigore, le accoglie come pure; e per questo motivo le ricompensa con infiniti benefici, tanto nella vita presente quanto in quella futura, benché esse non abbiano meritato nulla.

Non posso dunque accettare la distinzione proposta da alcuni: che le buone opere sarebbero meritorie delle grazie che Dio ci concede in questa vita, mentre la salvezza eterna sarebbe ricompensa della sola fede. Il Signore infatti ci promette il salario delle nostre fatiche e la corona della nostra battaglia nei cieli. D’altra parte, attribuire al merito delle opere le grazie che riceviamo quotidianamente da Dio, sottraendole così alla grazia, è contrario alla dottrina della Scrittura.

Infatti, sebbene Cristo dica che a chi ha sarà dato ancora, e che il servo fedele nelle piccole cose sarà costituito sopra cose più grandi, egli mostra tuttavia che gli accrescimenti dei fedeli sono doni della sua gratuita benevolenza. Voi tutti assetati, venite alle acque; e voi che non avete denaro, venite, comprate e mangiate, senza denaro e senza prezzo (Isaia 55).

Perciò tutto ciò che è dato ai fedeli per il progresso della loro salvezza è pura beneficenza di Dio, come pure la beatitudine eterna. Tuttavia, tanto nelle grazie che ci concede ora, quanto nella gloria futura che ci darà, egli dichiara di tenere in considerazione le nostre opere, perché, per testimoniare il suo infinito amore, gli piace non solo onorarci così, ma anche considerare come nostre le opere che egli stesso ci ha donato.


3:15:5 – Cristo come unico e totale fondamento della giustizia

Se queste cose fossero state trattate e spiegate in passato nell’ordine dovuto, non sarebbero mai sorti tanti turbamenti e dissensi. San Paolo afferma che, per edificare rettamente la Chiesa, dobbiamo mantenere il fondamento che egli aveva posto tra i Corinzi, e che non ve n’è altro: Gesù Cristo.

Qual è questo fondamento in Cristo? È forse che egli sia stato l’inizio della nostra salvezza, lasciandone poi il compimento a noi? O che ci abbia solo aperto la via, affinché la percorressimo con le nostre forze? Non è così. Al contrario, come egli ha detto altrove, Cristo ci è stato dato come giustizia.

Nessuno, dunque, è ben fondato in Cristo, se non colui che ha in lui tutta la propria giustizia. L’Apostolo infatti non dice che Cristo è stato mandato per aiutarci a ottenere la giustizia, ma affinché fosse egli stesso la nostra giustizia: poiché siamo stati eletti in lui prima della creazione del mondo, non secondo alcun merito, ma secondo il beneplacito di Dio; poiché mediante la sua morte siamo stati riscattati dalla condanna e liberati dalla perdizione; poiché in lui siamo stati adottati dal Padre celeste come figli ed eredi; poiché siamo stati riconciliati con Dio mediante il suo sangue; poiché, custoditi in lui, siamo al sicuro da ogni pericolo di perire; poiché, incorporati in lui, partecipiamo già in qualche modo alla vita eterna ed entriamo per speranza nel regno di Dio.

E non è tutto: poiché, partecipando di lui, benché in noi stessi siamo ancora stolti, egli è per noi sapienza davanti a Dio; benché peccatori, egli è per noi giustizia; benché impuri, egli è per noi santificazione; benché deboli e privi di forze per resistere al diavolo, la potenza che gli è stata data in cielo e in terra per distruggere il diavolo e infrangere le porte dell’inferno è nostra; benché portiamo ancora un corpo mortale, egli è per noi vita. In breve, tutti i suoi beni sono nostri, e in lui abbiamo tutto, mentre in noi non abbiamo nulla.

È dunque su questo fondamento che dobbiamo essere edificati, se vogliamo essere templi consacrati a Dio.


3:15:6 – Falsa dottrina delle “opere precedenti” e svuotamento di Cristo

Ma per lungo tempo il mondo è stato istruito ben diversamente. Si sono immaginate non so quali opere morali capaci di rendere gradite a Dio le persone prima che fossero incorporate in Cristo, come se la Scrittura mentisse quando afferma che chi non possiede il Figlio è nella morte. Se sono nella morte, come potrebbero produrre materia di vita?

Così pure, come se fosse detto invano che tutto ciò che è fatto senza fede è peccato, e come se potesse uscire buon frutto da un albero cattivo. E che cosa hanno lasciato questi miserabili sofisti a Cristo, in cui egli eserciti la sua potenza? Essi dicono che egli ci ha meritato la prima grazia, cioè l’occasione di meritare; ma che ora spetta a noi non venir meno a questa occasione che ci è stata data.

Che impudenza sfrenata! Chi avrebbe mai creduto che coloro che si professano cristiani avrebbero così spogliato Gesù Cristo della sua potenza, per calpestarlo quasi sotto i piedi? La Scrittura gli attribuisce ovunque questo: che tutti coloro che credono in lui sono giustificati. E questi insegnano che non riceviamo altro beneficio da lui se non l’opportunità di giustificarci.

Oh, se potessero gustare che cosa significano queste affermazioni: che chi ha il Figlio di Dio ha anche la vita; che chi crede è passato dalla morte alla vita ed è giustificato gratuitamente, per essere fatto erede della vita eterna; che Cristo abita in lui affinché, per mezzo suo, aderisca a Dio; che partecipa della sua vita; che siede già nei cieli con lui; che è stato trasferito nel regno di Dio e ha ottenuto la salvezza.

Queste espressioni non significano soltanto che la possibilità di ottenere giustizia o salvezza ci venga da Cristo, ma che l’una e l’altra ci sono date in lui. Perciò, non appena siamo incorporati a Cristo mediante la fede, siamo fatti figli di Dio, eredi dei cieli, partecipi della giustizia, possessori della vita. Non abbiamo ricevuto soltanto l’opportunità di meritare, ma tutti i meriti di Cristo, poiché essi ci sono comunicati.


3:15:7 – Critica alla teologia sorbonica e falsa dottrina della “fede formata”

Così i sofisti delle scuole sorboniche, madri di ogni errore, hanno distrutto interamente la giustificazione per fede, nella quale era contenuta la somma di tutta la pietà. A parole confessano che la persona è giustificata da una fede formata; ma poi spiegano che ciò avviene perché le opere ricevono dalla fede il valore e la forza di giustificare. Così sembra che essi nominino la fede solo per scherno, non potendo tacerne del tutto, poiché è così frequentemente menzionata nella Scrittura.

E non contenti di ciò, sottraggono a Dio una parte della lode delle buone opere per attribuirla alla persona. Poiché vedono che le buone opere hanno poco valore per esaltare l’essere umano, e che non dovrebbero essere chiamate meriti se considerate come frutti della grazia di Dio, le fanno derivare dal libero arbitrio, come olio da una pietra.

È vero che non negano che la causa principale sia la grazia; ma non vogliono che il libero arbitrio sia escluso, dal quale, a loro dire, procede ogni merito. Questa dottrina non è soltanto dei sofisti moderni: anche il loro grande maestro Pietro Lombardo insegna lo stesso, sebbene con maggiore sobrietà rispetto ad altri.

È stato un cieco accecamento leggere così spesso sant’Agostino e non accorgersi con quanta cura egli si guardi dal sottrarre a Dio anche una sola goccia della lode delle buone opere. Egli afferma chiaramente che i nostri meriti sono doni di Dio, che tutto il nostro merito proviene dalla grazia e che nulla è acquisito dalla nostra capacità.

Poiché da noi non procede alcun bene se non in quanto siamo rigenerati, e la nostra rigenerazione è interamente opera di Dio, è sacrilegio attribuirci anche il minimo frammento della lode delle buone opere.

E infine, benché questi sofisti parlino senza fine delle buone opere, essi istruiscono le coscienze in modo tale che non osano mai confidare che Dio sia loro propizio nelle opere. Noi, al contrario, senza fare alcuna menzione del merito, offriamo ai fedeli una singolare consolazione, attestando che le loro opere sono gradite a Dio; e richiediamo che nessuno intraprenda alcuna opera senza fede, cioè senza essere fermamente convinto nel proprio cuore che essa piacerà a Dio.


3:15:8 – La vera edificazione cristiana: rinnegamento di sé e unione a Cristo

Non permettiamo dunque che ci si allontani da questo fondamento, neppure dello spessore di uno spillo, poiché su di esso deve poggiare tutto ciò che riguarda l’edificazione della Chiesa.

Perciò, tutti i servitori di Dio ai quali è affidato il compito di edificare il suo regno, dopo aver posto questo fondamento, se occorre insegnamento ed esortazione, ammoniscono che il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo; che basta il tempo passato in cui abbiamo seguito i desideri del mondo; che gli eletti di Dio sono strumenti della sua misericordia, separati a onore, e quindi devono essere purificati da ogni impurità.

Tutto ciò è compreso in una sola parola, quando si dice che Cristo vuole discepoli che, rinnegando sé stessi e prendendo la loro croce, lo seguano. Chi ha rinnegato sé stesso ha già reciso la radice di tutti i mali: non cercare più ciò che piace a sé stesso. Chi ha preso la propria croce si è disposto a ogni pazienza e mansuetudine.

Ma l’esempio di Cristo racchiude non solo queste cose, ma ogni altro ufficio di pietà e santità: egli è stato obbediente al Padre fino alla morte; ha compiuto le opere di Dio con tutto il cuore; ha cercato di esaltare la sua gloria; ha dato la vita per i fratelli; ha reso il bene per il male ai nemici.

Se occorre consolazione, gli stessi servitori di Dio la offrono: siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo nella povertà, ma non abbandonati; siamo abbattuti, ma non periti, portando nel nostro corpo la morte di Gesù, affinché anche la sua vita si manifesti in noi. Se siamo morti con lui, vivremo anche con lui; se soffriamo con lui, regneremo anche con lui.

Siamo resi conformi alle sue sofferenze, finché giungiamo alla somiglianza della sua risurrezione; poiché il Padre ha stabilito che tutti coloro che ha eletto in Cristo siano conformi alla sua immagine, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli. Perciò non vi è avversità, né morte, né cose presenti, né future che possano separarci dall’amore di Dio in Cristo; anzi, tutto ciò che ci accade coopera al nostro bene e alla nostra salvezza.

Seguendo questa dottrina, non giustifichiamo l’essere umano davanti a Dio mediante le opere, ma affermiamo che tutti coloro che appartengono a Dio sono rigenerati e fatti nuove creature, affinché passino dal regno del peccato al regno della giustizia; che mediante tali segni rendono certa la loro vocazione; e che, come alberi, sono giudicati dai loro frutti.


Riassunto del capitolo 3:15