Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 16
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 3
3:16 - Capitolo XVI
Che coloro che si sforzano di rendere odiosa questa dottrina si mostrano calunniatori in tutto ciò che adducono
3:16:1 - Le calunnie contro la giustificazione per fede e la loro confutazione
Con quanto è stato detto si può già confutare l’impudenza di alcuni malintenzionati, i quali ci accusano di abolire le buone opere e di allontanare le persone da esse, quando insegniamo che nessuno è giustificato dalle opere e che mediante esse non si merita la salvezza. In secondo luogo, ci accusano di rendere il cammino verso la giustizia troppo facile, dicendo che essa consiste nella remissione gratuita dei nostri peccati, e che con questa lusinga invitiamo le persone a fare il male, al quale per natura sono già troppo inclini.
Queste calunnie, dico, sono già sufficientemente confutate da quanto abbiamo esposto; tuttavia risponderò brevemente all’una e all’altra. Essi sostengono che le buone opere vengono distrutte quando si predica la giustificazione per fede; mentre, al contrario, che cosa le stabilisce e le fonda più solidamente? Noi infatti non concepiamo una fede vuota di buone opere, né una giustificazione che possa sussistere senza di esse. Ma qui sta il nodo della questione: sebbene confessiamo che la fede e le buone opere sono necessariamente congiunte, tuttavia poniamo la giustizia nella fede e non nelle opere.
La ragione è facile da comprendere, purché volgiamo lo sguardo a Cristo, al quale la fede si rivolge e dal quale riceve tutta la sua forza. Da dove infatti proviene il fatto che siamo giustificati per fede? Dal fatto che mediante essa noi afferriamo la giustizia di Cristo, la quale sola ci riconcilia con Dio. Ora, non possiamo afferrare questa giustizia senza ricevere al tempo stesso la santificazione. Poiché quando si dice che Cristo ci è stato dato come redenzione, sapienza e giustizia, subito si aggiunge che ci è stato dato anche come santificazione (1 Corinzi 1:30).
Ne consegue che Cristo non giustifica nessuno senza santificarlo nello stesso tempo. Questi benefici sono infatti congiunti tra loro da un legame perpetuo: quando egli ci illumina con la sua sapienza, ci redime; quando ci redime, ci giustifica; quando ci giustifica, ci santifica. Ma poiché qui si tratta solo di giustizia e santificazione, fermiamoci su questi due punti. Benché dunque debbano essere distinti, Cristo li contiene entrambi inseparabilmente.
Vogliamo ricevere la giustizia in Cristo? Dobbiamo prima possedere Cristo stesso. Ora, non possiamo possederlo senza diventare partecipi della sua santificazione, poiché egli non può essere diviso in parti. Poiché dunque il Signore Gesù non concede mai a nessuno il godimento dei suoi benefici senza donare se stesso, egli li elargisce entrambi insieme, e mai l’uno senza l’altro.
Da ciò risulta quanto sia vera questa affermazione: che non siamo giustificati senza le opere; sebbene non sia per le opere, poiché nella partecipazione a Cristo, nella quale consiste la nostra giustizia, è inclusa anche la santificazione.
3:16:2 - La grazia non spegne, ma accende il desiderio di fare il bene
È pure una menzogna affermare che noi distogliamo i cuori delle persone dall’amore per il bene, togliendo loro l’illusione di meritare. Quando essi dicono che nessuno si preoccuperà di vivere bene se non spera in una ricompensa, si ingannano grossolanamente. Se infatti non si cerca altro se non che le persone servano Dio per retribuzione, come mercenari che gli vendono il loro servizio, si è appreso ben poco.
Dio vuole essere onorato e amato con animo libero, e approva quel servitore che, anche se gli fosse tolta ogni speranza di ricompensa, non cesserebbe tuttavia di servirlo. Se poi è necessario spronare le persone a fare il bene, non vi sono stimoli migliori che mostrare loro il fine della loro redenzione e della loro vocazione.
È questo che fa la Parola di Dio quando insegna che le nostre coscienze sono purificate dalle opere morte mediante il sangue di Cristo, affinché serviamo al Dio vivente (Ebrei 9:14); che siamo stati liberati dalla mano dei nostri nemici per camminare davanti a Dio in giustizia e santità tutti i giorni della nostra vita (Luca 1:74-75); che la grazia di Dio è apparsa affinché, rinnegando ogni empietà e i desideri mondani, viviamo sobriamente, santamente e religiosamente in questo mondo, aspettando la beata speranza e la manifestazione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore (Tito 2:11-13); che non siamo stati destinati a provocare l’ira di Dio, ma a ottenere la salvezza in Cristo (1 Tessalonicesi 5:9).
Inoltre, che siamo templi dello Spirito Santo (1 Corinzi 3:16; Efesini 2:21; 2 Corinzi 6:16), che non è lecito profanare; che non siamo tenebre, ma luce nel Signore, e perciò dobbiamo camminare come figli della luce (Efesini 5:8; 1 Tessalonicesi 5:4); che non siamo chiamati all’impurità, ma alla santità (1 Tessalonicesi 4:7); che la volontà di Dio è la nostra santificazione, affinché ci asteniamo da ogni desiderio perverso; che poiché la nostra vocazione è santa (2 Timoteo 1:9), non possiamo rispondervi se non con una vita pura (1 Pietro 1:15); che siamo stati liberati dal peccato per ubbidire alla giustizia (Romani 6:18).
Vi è forse un argomento più efficace per esortarci all’amore fraterno di quello che usa Giovanni, quando dice che dobbiamo amarci gli uni gli altri come Dio ci ha amati, e che in questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo, i figli della luce dai figli delle tenebre, poiché dimorano nell’amore (1 Giovanni 4:11; 3:10)? O quello che usa Paolo, quando afferma che, se aderiamo a Cristo, siamo membra di un solo corpo (1 Corinzi 6:17; 12:12), e che perciò dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri?
Possiamo avere un’esortazione migliore alla santità di quella di Giovanni, che dice che tutti coloro che hanno la speranza della vita si santificano, poiché il loro Dio è santo (1 Giovanni 3:3)? O di Paolo, che insegna che, essendo partecipi della promessa di adozione, dobbiamo purificarci da ogni contaminazione dello spirito e della carne (2 Corinzi 7:1)? O ancora di Cristo stesso, che si propone come esempio affinché seguiamo le sue orme (Giovanni 15:10)?
3:16:3 - La misericordia come fondamento dell’obbedienza cristiana
Ho voluto citare brevemente questi passi come esempio; se volessi raccogliere tutti quelli simili, dovrei scrivere un lungo volume. Gli Apostoli sono pieni di esortazioni, ammonimenti e riprensioni per formare la persona di Dio a ogni buona opera, e non fanno alcuna menzione del merito. Al contrario, traggono le loro principali esortazioni dal fatto che la nostra salvezza consiste nella misericordia di Dio, senza alcun nostro merito.
Così fa Paolo, il quale, dopo aver insegnato in tutta l’Epistola che non abbiamo alcuna speranza di salvezza se non nella grazia di Cristo, quando passa alle esortazioni fonda la sua dottrina proprio su quella misericordia che aveva predicato (Romani 12:1). E a ben dire, questa sola ragione dovrebbe essere sufficiente a spronarci a vivere bene: affinché Dio sia glorificato in noi (Matteo 5:16). E se alcuni non sono toccati dalla gloria di Dio, almeno il ricordo dei suoi benefici dovrebbe bastare a stimolarli.
Ma questi “farisei”, poiché esaltando i meriti strappano quasi con la forza al popolo alcune opere servili, ci accusano falsamente di non avere nulla con cui esortare alle buone opere, perché non seguiamo il loro metodo. Come se Dio traesse grande piacere da servizi forzati, lui che dichiara di non accettare altro sacrificio se non quello che proviene da volontà libera, e che proibisce di dare qualcosa con tristezza o per necessità (2 Corinzi 9:7).
Non dico questo perché rigetti o disprezzi il modo di esortare che la Scrittura talvolta usa, proponendo la ricompensa che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere (Romani 2:3); ma nego che questo sia l’unico modo, o anche il principale. Inoltre, non ammetto che si debba cominciare da qui. Infine, sostengo che ciò non serve affatto a fondare i meriti come li immaginano i nostri avversari, come vedremo più avanti.
Aggiungo che tutto questo non gioverebbe a nulla, se non fosse già stata accolta questa dottrina: che siamo giustificati unicamente per il merito di Cristo, al quale partecipiamo per fede, e non per alcun merito delle nostre opere. Nessuno infatti è disposto a vivere santamente, se prima non ha ricevuto e gustato bene questa dottrina.
Il profeta lo insegna molto chiaramente quando dice, rivolgendosi a Dio: “Presso di te è il perdono, affinché tu sia temuto” (Salmo 130:4). Egli mostra che non vi è alcun vero timore di Dio tra le persone, se non dopo che la sua misericordia è stata conosciuta, la quale ne è il fondamento. È un punto assai notevole, affinché comprendiamo che la misericordia di Dio non è solo il principio del servirlo bene e rettamente, ma anche che il timore di Dio, che i papisti ritengono meritorio per la salvezza, non può essere considerato un merito, poiché è fondato sulla remissione dei peccati.
3:16:4 - La remissione gratuita dei peccati non incoraggia il peccato
È pure una calunnia del tutto frivola affermare che noi invitiamo le persone a peccare, predicando la remissione gratuita dei peccati, nella quale collochiamo tutta la giustizia. Infatti, parlando così, noi attribuiamo a questa remissione un valore così grande, che non può essere compensato da alcun bene che provenga da noi; e perciò affermiamo che non possiamo ottenerla se non gratuitamente.
Diciamo che essa è gratuita per noi, ma non per Cristo, al quale è costata carissima: egli l’ha riscattata con il suo sangue preziosissimo e santo, poiché non vi era altro prezzo con cui il giudizio di Dio potesse essere soddisfatto. Insegnando questo alle persone, le ammoniamo che non dipende da loro che questo sacro sangue venga versato ogni volta che peccano. Inoltre, mostriamo loro che la sozzura del peccato è tale che non può essere lavata se non in questa sola fonte.
Udendo ciò, non dovrebbero forse concepire un orrore maggiore per il peccato, piuttosto che se si dicesse loro che possono purificarsi mediante qualche buona opera? E se hanno qualche timore di Dio, come potrebbero non avere orrore di rotolarsi di nuovo nel fango dopo essere stati purificati, per turbare (per quanto dipende da loro) e contaminare quella purissima fonte nella quale sono stati lavati?
“Mi sono lavata i piedi - dice l’anima fedele nel Cantico - come potrei sporcarli di nuovo?” (Cantico 5:3). È dunque evidente chi rende la remissione dei peccati più vile e chi annienta maggiormente la dignità della giustizia. I nostri avversari blaterano che Dio può essere placato con non so quali soddisfazioni frivole, cioè con immondizie e sterco. Noi diciamo che l’offesa del peccato è troppo grave per poter essere compensata con tali miserie; che l’ira di Dio è troppo grande per poter essere placata con leggerezza; e che perciò questo onore e prerogativa appartiene unicamente al sangue di Cristo.
Essi dicono che la giustizia, se viene meno in qualche punto, può essere riparata con opere soddisfattorie. Noi diciamo che essa è troppo preziosa per poter essere così facilmente acquisita; e che quindi, per recuperarla, dobbiamo rifugiarci unicamente nella misericordia di Dio. Il resto che concerne la remissione dei peccati sarà trattato nel capitolo seguente./
Riassunto del capitolo 3:16