Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 17
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 3
Capitolo XVII – La concordanza delle promesse della Legge e dell’Evangelo
3:17:1 – Le promesse legali e l’illusione di una giustificazione per opere
Ora proseguiamo con gli altri argomenti mediante i quali Satana, per mezzo dei suoi strumenti, si sforza di distruggere o di diminuire la giustificazione per fede. Ritengo che sia già stato tolto di mezzo, per i calunniatori, l’appiglio di accusarci come nemici delle buone opere. Noi infatti neghiamo che le opere giustifichino, non per togliere ogni spazio alle buone opere o per non dar loro alcun valore, ma affinché non si confidi in esse, non ci si glori in esse e non si attribuisca loro la salvezza.
Poiché questa è la nostra fiducia, questa la nostra gloria e l’unico fondamento della nostra salvezza: che Gesù Cristo, Figlio di Dio, è nostro; e che in Lui siamo figli di Dio ed eredi del regno dei cieli, chiamati alla speranza della beatitudine eterna, non per nostra dignità, ma per la benignità di Dio.
Tuttavia, poiché essi continuano ad assalirci con altri colpi, continuiamo a respingerli. Anzitutto adducono le promesse legali che Dio ha fatto a coloro che osservano la sua Legge. Domandano se vogliamo che esse siano vane o abbiano qualche efficacia. Poiché sarebbe irragionevole dichiararle vane, danno per certo che abbiano un qualche valore; e da ciò deducono che non siamo giustificati per la sola fede, dal momento che il Signore parla in questo modo:
«Se tu ascolti i miei precetti e li custodisci per metterli in pratica, il Signore manterrà per te la promessa che ha giurato ai tuoi padri: ti amerà, ti moltiplicherà e ti benedirà» (Deuteronomio 7:12-13).
E ancora: «Se correggerai davvero le tue vie, senza volgerti agli dèi stranieri, se praticherai la giustizia e la rettitudine e non devierai verso il male, io abiterò con te» (Geremia 7:5, 23).
Non intendo citare mille altri passi simili, che possono essere risolti con una medesima risposta, poiché non differiscono nel senso da questi. In sintesi, Mosè testimonia che nella Legge ci sono poste davanti la benedizione e la maledizione, la vita e la morte (Deuteronomio 11:26; 30:15). O dobbiamo rendere questa benedizione oziosa e infruttuosa, oppure dobbiamo confessare che la giustificazione non avviene per la sola fede.
In risposta, abbiamo già mostrato sopra come, se rimaniamo nella Legge, essendo esclusi da ogni benedizione, siamo avvolti dalla maledizione che è pronunciata contro tutti i trasgressori (Deuteronomio 27:26). Dio infatti non promette nulla se non a colui che osserva perfettamente la sua Legge, cosa che non avviene in nessun essere umano.
Resta dunque fermo che la Legge vincola l’intero genere umano alla maledizione e all’ira di Dio. Se vogliamo esserne liberati, dobbiamo uscire dalla potestà della Legge ed essere trasferiti, come dalla schiavitù alla libertà. Non però a una libertà carnale, che ci sottragga all’obbedienza della Legge, ci inviti alla dissoluzione e alla licenza, e sciolga il freno alle nostre concupiscenze perché trabocchino; ma a una libertà spirituale, che consola e rafforza la coscienza turbata e spaventata, mostrandole che è liberata dalla maledizione e dalla condanna nelle quali la Legge la teneva prigioniera.
Otteniamo questa liberazione quando, mediante la fede, afferriamo la misericordia di Dio in Cristo, per mezzo della quale siamo resi certi e sicuri della remissione dei peccati, il cui sentimento la Legge ci pungeva e ci mordeva.
3:17:2 - La Legge mostra il bene, ma solo l’Evangelo lo conferisce
Per questa ragione, le stesse promesse che ci sono offerte nella Legge sarebbero infruttuose e prive di efficacia, se la bontà di Dio non venisse in nostro soccorso mediante l’Evangelo. Poiché la condizione da cui esse dipendono, cioè che noi compiamo la volontà di Dio, non sarà mai adempiuta.
Ora, l’intervento del Signore non consiste nel lasciarci una parte di giustizia nelle nostre opere e supplire con la sua benignità ciò che manca, ma nell’assegnarci il solo Cristo come compimento della giustizia. L’Apostolo, dopo aver detto che lui e tutti gli altri Giudei, sapendo che l’uomo non può essere giustificato dalle opere della Legge, avevano creduto in Gesù Cristo, aggiunge la ragione: non affinché fossero aiutati dalla fede in Cristo a conseguire la perfezione della giustizia, ma per essere giustificati senza le opere della Legge (Galati 2:16).
Se i fedeli si allontanano dalla Legge e vengono alla fede per ottenere una giustizia che non trovavano nella Legge, essi rinunciano certamente alla giustizia delle opere. Si esaltino dunque pure quanto si vuole le ricompense che la Legge dichiara preparate per i suoi osservatori, purché si consideri anche che la nostra perversità fa sì che non ne riceviamo alcun frutto, se non dopo aver ottenuto un’altra giustizia.
In questo modo Davide, dopo aver parlato della ricompensa che Dio ha preparato per i suoi servitori, subito si volge al riconoscimento dei peccati che la annientano. Egli mostra quali beni dovrebbero derivarci dalla Legge; ma quando aggiunge subito dopo: «Chi conosce i propri errori?» (Salmi 19:12), indica l’ostacolo che impedisce che il loro godimento giunga fino a noi.
Così anche altrove, dopo aver detto che tutte le vie del Signore sono bontà e verità per coloro che lo temono, aggiunge: «Per amore del tuo Nome, Signore, perdona la mia iniquità, perché è grande» (Salmi 25:10-11). In tal modo dobbiamo riconoscere che la benevolenza di Dio ci è proposta nella Legge, se potessimo ottenerla mediante le nostre opere; ma che per il merito di esse non la conseguiamo mai.
3:17:3 - Le promesse legali non sono vane, ma inefficaci senza Cristo
Che dire dunque? - dirà qualcuno - le promesse legali sono forse date invano, per svanire? Ho già dichiarato di non essere di questa opinione; ma dico che la loro efficacia non giunge fino a noi finché sono riferite al merito delle opere, e che pertanto, considerate in sé stesse, sono in qualche modo abolite.
In questo senso l’Apostolo afferma che quella splendida promessa, nella quale Dio dichiara di averci dato buoni precetti che daranno vita a chi li mette in pratica (Romani 10:5; Levitico 18:5; Ezechiele 20:11), è priva di valore se ci fermiamo ad essa, e non ci giova più di quanto farebbe se non fosse mai stata data. Infatti ciò che essa richiede non compete neppure ai più santi servitori di Dio, i quali sono tutti ben lontani dall’adempimento della Legge e sono circondati da molte trasgressioni.
Ma quando vengono poste davanti le promesse evangeliche, che annunciano gratuitamente la remissione dei peccati, esse non solo ci rendono graditi a Dio, ma fanno anche sì che le nostre opere gli siano gradite. E non soltanto perché Egli le accetti, ma anche perché le ricompensi con le benedizioni che erano dovute all’osservanza perfetta della sua Legge, secondo il patto che aveva stabilito.
Confesso dunque che il salario che il Signore aveva promesso nella sua Legge a tutti gli osservatori della giustizia e della santità è attribuito alle opere dei fedeli; ma in questa ricompensa bisogna considerare diligentemente la causa che rende le opere gradite.
Ora, vi sono tre cause da cui ciò procede. La prima è che il Signore, distogliendo lo sguardo dalle opere dei suoi servitori, le quali meritano sempre più confusione che lode, li riceve e li abbraccia in Cristo; e per mezzo della sola fede, senza alcun aiuto delle opere, li riconcilia con sé.
La seconda è che, per la sua benignità e indulgenza paterna, egli conferisce alle loro opere questo onore, di averle in qualche stima e considerazione, senza badare se ne siano degne o no.
La terza è che egli riceve queste opere con misericordia, non computando l’imperfezione che vi è in esse, dalla quale sono talmente contaminate che meriterebbero piuttosto di essere annoverate tra i vizi che tra le virtù.
Da ciò risulta quanto si siano ingannati i sofisti della Sorbona, pensando di aver evitato ogni assurdità dicendo che le opere non valgono a meritare la salvezza per la loro bontà intrinseca, ma perché Dio, per la sua benignità, vuole tanto stimarle. Essi però non hanno considerato quanto le opere che vogliono rendere meritorie siano lontane dalla condizione richiesta nelle promesse legali, se non nel caso in cui la giustizia gratuita, fondata sulla sola fede, le preceda, e la remissione dei peccati le purifichi dalle loro macchie.
Pertanto, delle tre cause che rendono accette a Dio le opere dei fedeli, essi ne hanno notata solo una e hanno taciuto le altre due, cioè le principali.
3:17:4 - Cornelio e la falsa preparazione alla grazia mediante le opere
Essi adducono la sentenza di san Pietro, riportata da san Luca negli Atti: «In verità riconosco che Dio non fa preferenza di persone, ma in ogni nazione chi pratica la giustizia gli è gradito» (Atti 10:34-35). Da queste parole credono di ricavare un argomento sicuro: che se l’uomo acquista il favore di Dio mediante le buone opere, allora ciò che ottiene per la salvezza non proviene dalla sola grazia di Dio, ma piuttosto Dio è mosso a operare misericordia verso il peccatore dalle sue buone opere.
Ma non potremo mai accordare le molte testimonianze della Scrittura se non consideriamo una duplice accettazione dell’uomo davanti a Dio. Infatti, per quanto riguarda l’uomo secondo la sua natura, Dio non trova in lui nulla che lo inclini alla misericordia, se non la pura miseria.
Se dunque è cosa certa che l’uomo, quando è per la prima volta accolto da Dio, è vuoto e privo di ogni bene, e al contrario carico e pieno di ogni genere di male, per quale virtù diremo che sia degno della chiamata divina? Ogni vana immaginazione di merito deve quindi essere respinta, poiché il Signore ci manifesta in modo tanto evidente la sua misericordia gratuita.
Quanto a ciò che l’angelo disse nello stesso luogo a Cornelio, cioè che le sue preghiere e le sue elemosine erano salite davanti a Dio, essi lo distorcono perversamente per provare che l’uomo si prepara mediante le buone opere a ricevere la grazia di Dio. Ma Cornelio doveva essere già illuminato dallo Spirito di sapienza, dal momento che era istruito nella vera sapienza, cioè nel timore di Dio. Ugualmente, doveva essere santificato dallo stesso Spirito, poiché era amante della giustizia, che è frutto dello Spirito, come dice l’Apostolo (Galati 5:5).
Egli dunque aveva dalla grazia di Dio tutte le cose che erano gradite a Dio in lui; ben lungi dall’essersi preparato a riceverla con la propria industria. Certamente non si può produrre una sola sillaba della Scrittura che non concordi con questa dottrina: che Dio non ha altra causa per accogliere l’uomo nel suo amore se non il vederlo totalmente perduto, se abbandonato a sé stesso.
Poiché dunque non vuole lasciarlo nella perdizione, esercita la sua misericordia nel liberarlo. Vediamo così che questa accettazione non proviene dalla giustizia dell’uomo, ma è una pura testimonianza della bontà di Dio verso i miserabili peccatori, che altrimenti sono più che indegni di un tale beneficio.
3:17:5 - L’accettazione delle opere dei fedeli nella grazia dell’adozione
Ora, dopo che Dio ha tratto l’uomo da un tale abisso di perdizione e lo ha santificato mediante la grazia dell’adozione, rigenerandolo e riformandolo in una nuova vita, egli lo riceve e lo abbraccia come nuova creatura, insieme con i doni del suo Spirito. Ed è di questa accettazione che parla san Pietro.
Infatti i fedeli, dopo la loro vocazione, sono graditi a Dio anche in relazione alle loro opere (1 Pietro 2:5), poiché è impossibile che Dio non ami i beni che ha conferito loro mediante il suo Spirito. Tuttavia dobbiamo sempre mantenere fermo questo punto: che essi non sono graditi a Dio a motivo delle loro opere se non perché Dio, in virtù dell’amore gratuito che porta loro, accettando le loro opere accresce sempre più la sua liberalità.
Da dove infatti provengono le buone opere, se non dal fatto che il Signore, come li ha eletti quali strumenti onorevoli, così vuole anche adornarli di vera purezza (Romani 9:21)? E perché esse sono reputate buone, come se non vi fosse nulla da rimproverare, se non perché questo buon Padre perdona le macchie e le impurità di cui sono contaminate?
In breve, san Pietro non intende altro in questo passo se non che Dio ama i suoi figli, nei quali vede impressa la somiglianza del suo volto. Abbiamo infatti insegnato sopra che la nostra rigenerazione è come una restaurazione della sua immagine in noi.
Poiché dunque il Signore ama a buon diritto e onora la sua immagine ovunque la contempli, non senza motivo si dice che la vita dei fedeli, formata e regolata secondo santità e giustizia, gli è gradita. Ma poiché i fedeli, finché sono circondati dalla loro carne mortale, sono ancora peccatori, e le loro buone opere sono solo iniziate, con molti vizi ancora presenti, Dio non può essere propizio né ai suoi figli né alle loro opere, se non accogliendoli in Cristo piuttosto che in sé stessi.
In questo senso dobbiamo intendere i passi che attestano che Dio è propizio e benigno verso coloro che vivono rettamente. Mosè diceva agli Israeliti: «Il Signore tuo Dio custodisce l’alleanza e la misericordia fino a mille generazioni verso coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti» (Deuteronomio 7:9). Questa sentenza era in uso tra il popolo come un detto comune, come vediamo nella preghiera solenne di Salomone: «Signore, Dio d’Israele, che custodisci l’alleanza e la misericordia verso i tuoi servitori che camminano davanti a te con tutto il loro cuore» (1 Re 8:23). Lo stesso si trova nella preghiera di Neemia (Neemia 1:5).
La ragione è questa: come il Signore, stipulando l’alleanza della sua grazia, richiede reciprocamente dai suoi servitori santità e integrità di vita, affinché la sua bontà non sia oggetto di scherno e disprezzo e nessuno si gonfi di una vana fiducia nella sua misericordia per camminare perversamente in sicurezza (Deuteronomio 29:18), così, dopo averli accolti nella comunione della sua alleanza, vuole mantenerli nel dovere mediante questo mezzo. Tuttavia l’alleanza non cessa di essere gratuita fin dal principio e di rimanere sempre tale.
Per questa ragione Davide, benché dica di aver ricevuto la ricompensa per la purezza delle sue mani (Salmi 18:20-21; 2 Samuele 22:20-21), non dimentica tuttavia il principio che ho indicato: che Dio lo ha tratto dal grembo materno perché lo ha amato. Parlando così, egli sostiene che la sua causa è buona e giusta, senza in alcun modo derogare alla misericordia gratuita di Dio, che precede ogni bene di cui essa è origine.
3:17:6 - Differenza tra formule “ai fedeli” e vere promesse legali
Sarà bene notare di passaggio quale differenza vi sia tra tali espressioni e le promesse legali. Io chiamo promesse legali non tutte quelle che sono sparse qua e là nella Legge di Mosè, poiché vi se ne trovano molte che sono evangeliche; ma intendo quelle che appartengono propriamente alla dottrina della Legge. Tali promesse, qualunque nome si voglia imporre loro, promettono ricompensa e salario sotto condizione, se noi facciamo ciò che è comandato.
Ma quando si dice che il Signore mantiene la promessa della sua misericordia verso coloro che lo amano, ciò serve piuttosto a mostrare quali siano i suoi servitori che di cuore hanno ricevuto la sua alleanza, che a esprimere la causa per cui Dio è loro propizio. La ragione per mostrarlo è questa: come il Signore, per la sua benignità, ci chiama alla speranza della vita eterna affinché noi lo temiamo, lo amiamo e lo onoriamo, così tutte le promesse della sua misericordia che leggiamo nella Scrittura, a buon diritto, sono applicate a questo fine: che noi lo teniamo in onore e riverenza.
Ogni volta dunque che udiamo che il Signore fa del bene a coloro che osservano la sua Legge, ricordiamoci che in questo modo la Scrittura mostra chi siano i figli di Dio, mediante il segno che deve essere loro perpetuo. Consideriamo che Egli ci ha adottati come suoi figli affinché lo onoriamo come nostro Padre. Per non rinunciare dunque al diritto della nostra adozione, dobbiamo sforzarci di tendere là dove la nostra vocazione ci conduce.
D’altra parte però, teniamo per certo che il compimento della misericordia di Dio non dipende dalle opere dei fedeli; ma se Egli compie la promessa della salvezza in coloro che, con rettitudine di vita, rispondono alla loro vocazione, ciò avviene perché riconosce in essi i veri segni e insegne dei suoi figli: cioè le grazie del suo Spirito.
A questo va ricondotto ciò che è detto nel quindicesimo Salmo riguardo ai cittadini di Gerusalemme: «Signore, chi abiterà nel tuo tabernacolo e porrò la sua dimora sul tuo monte santo? Colui che è innocente nelle sue mani e puro nel suo cuore» (Salmi 15:1-2), ecc. E ancora in Isaia: «Chi abiterà con il fuoco che consuma ogni cosa? Colui che pratica la giustizia, parla con verità» (Isaia 33:14-15), ecc., e altri passi simili.
Infatti ciò non viene detto per descrivere il fondamento sul quale i fedeli debbano stare davanti a Dio, ma soltanto il modo mediante il quale Egli li chiama alla sua compagnia e, in essa, li sostiene, conserva e mantiene. Poiché Egli detesta il peccato e ama la giustizia, quelli che vuole unire a sé li purifica con il suo Spirito, per renderli conformi alla sua natura.
Perciò, se si domanda la causa prima per la quale ci è aperto l’ingresso nel regno di Dio e abbiamo il mezzo per perseverarvi, la risposta è pronta: perché il Signore una volta ci ha adottati per la sua misericordia e ci conserva sempre. Se si domanda il modo in cui ciò avviene, allora bisogna venire alla nostra rigenerazione e ai frutti di essa, dei quali si parla in questo Salmo e in altri passi.
3:17:7 - “Giustizia” nella Scrittura: Legge, comandamenti e opere dei fedeli
Ma sembra che vi sia molta più difficoltà nello sciogliere le testimonianze che onorano le buone opere con il titolo di giustizia e dicono che per esse l’uomo è giustificato.
Quanto al primo genere, vediamo che qua e là i comandamenti di Dio sono chiamati giustificazioni e giustizie. Del secondo abbiamo un esempio in Mosè, quando dice: «Questa sarà la nostra giustizia, se custodiamo tutti questi comandamenti» (Deuteronomio 6:25). E se si replica che questa è una promessa legale, alla quale è aggiunta una condizione impossibile, ve ne sono altre delle quali non si può dire lo stesso. Come quando dice: «Ciò ti sarà imputato a giustizia, se renderai al povero il pegno che ti avrà dato» (Deuteronomio 24:13). Parimenti il profeta dice che lo zelo che ebbe Fineas nel vendicare l’oltraggio d’Israele gli fu imputato a giustizia (Salmi 106:31).
Perciò i farisei del nostro tempo pensano di avere qui materia per gridare contro di noi. Infatti, quando noi diciamo che, stabilita la giustizia della fede, la giustizia delle opere deve essere abbattuta, essi argomentano al contrario: se la giustizia è per le opere, allora non è vero che siamo giustificati per la sola fede.
Benché io conceda loro che i comandamenti della Legge siano chiamati giustizia, non c’è da meravigliarsene: perché in verità lo sono. Tuttavia i lettori devono essere avvertiti che i Greci hanno tradotto in modo non proprio il termine ebraico, mettendo al posto di editti o statuti il termine giustificazioni. Del resto non intendo discutere il vocabolo; come pure non togliamo alla Legge di Dio il fatto che contenga una giustizia perfetta. Infatti, benché, poiché siamo debitori di tutto ciò che essa richiede, quand’anche le avessimo soddisfatto, saremmo ancora servitori inutili; tuttavia, poiché il Signore ha fatto questo onore all’osservanza della Legge, chiamandola giustizia, non spetta a noi togliere a essa ciò che Dio le ha attribuito.
Confessiamo dunque volentieri che l’obbedienza alla Legge è giustizia, e che l’osservanza di ciascun comandamento è parte di giustizia, purché nessuna delle altre parti venga meno. Ma neghiamo che si possa mostrare nel mondo una tale giustizia. Per questa ragione aboliamo la giustizia della Legge; non perché essa in sé stessa sia insufficiente, ma perché, a causa della debolezza della nostra carne, non appare in alcun luogo.
Qualcuno però potrà dire che la Scrittura non chiama soltanto giustizia i precetti di Dio, ma attribuisce questo titolo anche alle opere dei fedeli. Come quando riferisce che Zaccaria e sua moglie hanno osservato le giustizie del Signore (Luca 1:6). Rispondo che, parlando così, essa valuta le opere più secondo la natura della Legge che secondo la loro condizione propria.
E qui bisogna ancora osservare ciò che ho detto poco fa: che una traduzione difettosa dei Greci non deve far legge per noi. Tuttavia, poiché san Luca non ha voluto cambiare nulla di ciò che era ricevuto nel suo tempo, passerò volentieri oltre.
È vero che il Signore, nel contenuto della sua Legge, ha mostrato agli esseri umani che cosa sia la giustizia; ma non mettiamo in atto quella giustizia se non osservando tutta la Legge. Infatti, per ogni trasgressione essa è corrotta. Poiché dunque la Legge non insegna se non giustizia, se guardiamo a essa, tutti i suoi comandamenti sono giustizia; ma se consideriamo le persone, esse, anche se osservassero un comandamento, non meriterebbero la lode di giustizia, essendo trasgressori in molti altri; e, anzi, non compiono alcuna opera per obbedire a Dio che non sia in qualche modo viziata, a motivo della sua imperfezione.
La nostra risposta dunque è che, quando le opere dei santi sono chiamate giustizia, ciò non viene dai loro meriti, ma in quanto tendono verso la giustizia che Dio ci ha comandato, la quale è nulla se non è perfetta. Ora, essa non si trova perfetta in nessun essere umano; quindi bisogna concludere che una buona opera, in sé stessa, non merita il nome di giustizia.
3:17:8 - Come le opere possono essere “imputate a giustizia” senza distruggere la giustizia della fede
Vengo ora al secondo genere, nel quale sta la principale difficoltà. San Paolo non ha argomento più fermo per provare la giustizia della fede che quando adduce ciò che è scritto da Mosè: che la fede fu imputata ad Abramo a giustizia (Galati 3:6). Poiché dunque lo zelo di Fineas, secondo il profeta, gli fu imputato a giustizia (Salmi 106:31), ciò che san Paolo argomenta della fede si potrebbe anche concludere delle opere.
Perciò i nostri avversari, come se avessero già la vittoria in mano, stabiliscono che, anche se non siamo giustificati senza fede, tuttavia non siamo giustificati per la sola fede, ma bisogna congiungere ad essa le opere per completare la giustizia.
Io qui scongiuro tutti coloro che temono Dio: come sanno che bisogna prendere dalla sola Scrittura la regola della giustizia, così vogliano diligentemente e con umiltà di cuore considerare con me come la Scrittura possa accordarsi con sé stessa, senza alcuna cavillazione.
San Paolo, sapendo che la giustizia della fede è un rifugio per coloro che sono privi della propria giustizia, conclude con franchezza che chiunque è giustificato per fede è escluso dalla giustizia delle opere. Sapendo d’altra parte che la giustizia della fede è comune a tutti i servitori di Dio, conclude di nuovo con la stessa sicurezza che nessuno è giustificato per le opere, ma piuttosto che siamo giustificati senza alcun aiuto delle nostre opere.
Ma è cosa diversa disputare di quale valore siano le opere in sé stesse e in quale stima siano davanti a Dio dopo che la giustizia della fede è stabilita. Se si tratta di valutare le opere secondo la loro dignità, diciamo che sono indegne di essere presentate davanti alla faccia di Dio; così che non vi è essere umano al mondo che abbia nelle sue opere qualcosa di cui possa gloriarsi davanti a Dio. Resta dunque che tutti, essendo privi di ogni aiuto delle loro opere, siano giustificati per la sola fede.
Noi esponiamo questa giustizia come segue: che il peccatore, essendo ricevuto nella comunione di Cristo, è riconciliato con Dio per la sua grazia; poiché, purificato dal suo sangue, ottiene remissione dei peccati; e, rivestito della sua giustizia come se fosse propria, può stare davanti al trono del giudizio di Dio.
Dopo che la remissione dei peccati è posta, le opere che seguono sono stimate in altro modo che secondo il loro merito. Infatti tutto ciò che vi è di imperfetto è coperto dalla perfezione di Cristo; tutto ciò che vi è di sudicio e macchiato è mondato dalla sua purezza, affinché non venga in conto. Dopo che la colpa delle trasgressioni è così cancellata, la quale impediva agli esseri umani di produrre qualcosa che fosse gradito a Dio; e dopo che sono seppelliti i vizi delle imperfezioni, dai quali tutte le buone opere sono contaminate e macchiate, allora le buone opere che compiono i fedeli sono stimate giuste, o, che vale quanto dire lo stesso, sono imputate a giustizia.
3:17:9 - La giustizia delle opere dipende dalla giustizia della fede
Se ora qualcuno mi obietta ciò per impugnare la giustizia della fede, prima di tutto lo interrogherò se una persona debba essere reputata giusta per due o tre buone opere, essendo trasgressore della Legge in tutte le altre. Ciò sarebbe troppo irragionevole. Poi gli domanderò se, anche per molte buone opere, egli sia giusto quando lo si possa trovare colpevole in qualche cosa. Ancora il mio avversario non oserà affermarlo, poiché vi contraddice la sentenza di Dio, la quale pronuncia maledetti tutti coloro che non avranno adempiuto tutti i precetti (Deuteronomio 27:26).
Andrò oltre, chiedendo se vi sia una sola buona opera nella quale non si possa notare alcuna impurità o imperfezione. Ora, come potrebbe ciò avvenire davanti agli occhi di Dio, ai quali le stelle non sono pure né limpide, e neppure gli angeli sono giusti (Giobbe 4:18)? Perciò egli sarà costretto a confessare che non si troverà alcuna buona opera che non sia contaminata e corrotta, tanto dalle trasgressioni commesse dall’essere umano altrove, quanto dalla sua propria imperfezione; così che non sarà degna di portare il nome di giustizia.
Ora, se è cosa notoria che ciò procede dalla giustificazione della fede, cioè che le opere che altrimenti sarebbero impure, corrotte e indegne di comparire davanti a Dio (tanto lontano dall’essergli gradite) siano imputate a giustizia, perché mai adduciamo la giustizia delle opere per distruggere la giustizia della fede, dalla quale essa è prodotta e nella quale consiste? Vorremmo forse fare una discendenza serpentina, in cui i figli uccidano la loro madre? Or questo è ciò a cui tende il dire dei nostri avversari.
Essi non possono negare che la giustificazione della fede sia inizio, fondamento, causa, materia e sostanza della giustizia delle opere; e tuttavia concludono che l’essere umano non è giustificato per fede, perché le buone opere sono imputate a giustizia. Lasciamo dunque questi cumuli di vanità e confessiamo la verità qual è: che se tutta la giustizia che può essere nelle nostre opere procede e dipende dalla giustificazione per fede, non solo questa non è in nulla diminuita da quella, ma piuttosto è confermata, poiché la sua virtù appare più ampia.
Inoltre non pensiamo che le opere siano così valutate dopo la giustificazione gratuita da subentrare al posto di giustificare la persona, o da giustificarla a metà insieme con la fede. Se infatti la giustizia della fede non rimane sempre intera, l’immondizia delle opere sarà scoperta e allora esse non meriteranno che condanna. Non vi è alcuna assurdità, dunque, nel dire che l’essere umano sia così giustificato per fede che non solo sia giusto nella sua persona, ma anche le sue opere siano reputate giuste, senza che esse lo abbiano meritato.
3:17:10 - Le opere “giustificate” in Cristo e la beatitudine come perdono
In questo modo concederemo non solo che vi sia una porzione di giustizia nelle opere (come i nostri avversari pretendono), ma che esse siano approvate da Dio come se fossero perfette, purché ricordiamo su che cosa è fondata la loro giustizia: ed è ciò che scioglie ogni difficoltà. L’opera comincia a essere gradita a Dio quando Egli la riceve con perdono. Ora, da dove viene questo perdono, se non dal fatto che Dio guarda sia le nostre persone sia tutto ciò che procede da noi in Gesù Cristo?
Così come dunque appariamo giusti davanti a Dio dopo essere stati fatti membra di Cristo, in quanto per la sua innocenza le nostre colpe sono coperte, così le nostre opere sono tenute per giuste, in quanto ciò che vi è di vizio, essendo coperto dalla purezza di Cristo, non ci è imputato. Perciò possiamo dire a buon diritto che per la sola fede non solo l’essere umano, ma anche le sue opere sono giustificate.
Ora, se questa giustizia delle opere procede dalla fede e dalla giustificazione gratuita, non la si deve prendere per distruggere o oscurare la grazia dalla quale dipende; ma piuttosto deve esserne racchiusa e riferita ad essa, come il frutto all’albero.
In questo modo san Paolo, volendo provare che la nostra beatitudine consiste nella misericordia di Dio e non nelle nostre opere, insiste su ciò che dice Davide: «Beati coloro ai quali sono rimesse le iniquità e i cui peccati sono coperti. Beato l’uomo al quale il Signore non imputa le sue colpe» (Romani 4:7; Salmi 32:1-2).
Se qualcuno volesse opporre al contrario infiniti testimonî che sembrano porre la beatitudine nelle nostre opere - come quando è detto: «Beato l’uomo che teme Dio» (Salmi 112:1); che ha pietà del povero afflitto (Proverbi 14:21); che non è camminato nel consiglio degli empi (Salmi 1:1); che sopporta la tentazione (Giacomo 1:12); che custodisce giustizia e giudizio (Salmi 106:3; 119:1); «Beati i poveri in spirito», ecc. - tutto questo non farà sì che ciò che dice san Paolo non rimanga vero.
Poiché, dato che queste virtù che vengono lì elencate non sono mai tanto tutte nell’essere umano da poter essere accette a Dio di per sé stesse, ne segue che l’essere umano è sempre miserabile finché non è liberato dalla miseria mediante la remissione dei suoi peccati. Dunque, poiché tutte le specie di beatitudine che la Scrittura enumera sono annientate e perdute, al punto che il frutto di una sola non giunge all’essere umano se prima non ottiene la beatitudine nella remissione dei peccati, la quale dà luogo a tutte le altre benedizioni di Dio, ne segue che questa beatitudine gratuita non solo è principale e sovrana, ma unica, a meno che non vogliamo che sia distrutta e abolita dalle benedizioni che consistono in essa sola.
Non è ora grande motivo che ciò debba turbarci o generare qualche scrupolo, se i fedeli sono spesso chiamati giusti nella Scrittura. Io confesso che essi hanno questo titolo per la loro vita santa. Ma poiché applicano più il loro impegno a seguire la giustizia che a compierla, è ben ragione che questa giustizia delle opere, quale che sia, sia sottomessa alla giustizia della fede, nella quale è fondata e dalla quale riceve tutto ciò che è.
3:17:11 - Giacomo e Paolo: due usi diversi di “fede” e di “giustificare”
Ma i nostri avversari proseguono oltre e dicono che san Giacomo ci contraddice così evidentemente, che ci è impossibile cavarcela. Egli infatti insegna che Abramo è stato giustificato dalle opere e che anche noi tutti siamo giustificati dalle opere, e non dalla sola fede (Giacomo 2:14: e seguenti). Ma io domando se vogliono mettere in lotta san Giacomo con san Paolo. Se tengono san Giacomo per ministro di Cristo, allora la sua sentenza dev’essere intesa in modo che non disaccordi con Cristo, il quale ha parlato per bocca di san Paolo.
Lo Spirito Santo afferma per bocca di san Paolo che Abramo ha ottenuto la giustizia per fede e non per opere, e che anche noi tutti dobbiamo essere giustificati senza le opere della Legge. Il medesimo Spirito annuncia per bocca di san Giacomo che la nostra giustizia consiste nelle opere e non soltanto nella fede. È certo che lo Spirito non è in contraddizione con sé stesso: quale dunque sarà l’accordo?
Ai nostri avversari basta, se riescono a sradicare la giustizia della fede, che noi vogliamo sia piantata nel profondo del cuore. Del dare riposo alle coscienze non si curano gran che. Perciò si vede come si affannano a scuotere la giustizia della fede; e tuttavia non mostrano alcuna regola certa di giustizia alla quale le coscienze possano attenersi. Trionfino pure quanto vogliono, purché non possano vantare altra vittoria se non d’aver tolto ogni certezza della giustizia. E tale maledetta vittoria essi l’otterranno là dove, avendo spento ogni luce di verità, avranno accecato il mondo con le loro tenebre. Ma dovunque la verità di Dio rimarrà salda, non concluderanno nulla.
Io nego dunque che la sentenza di san Giacomo (che essi hanno sempre in bocca e di cui fanno il loro grande scudo) li favorisca in alcun modo. Per chiarire questo punto, bisogna prima guardare allo scopo verso cui egli tende, e poi osservare in che cosa essi si ingannano.
Poiché allora vi erano molti (come questo male ordinariamente accade nella Chiesa) che manifestavano la loro incredulità disprezzando tutto ciò che è proprio dei fedeli e nondimeno non cessavano di gloriarsi falsamente del titolo di fede, san Giacomo deride questa folle presunzione. Non è dunque sua intenzione sminuire in alcun modo la vera fede, ma dichiarare quanto fossero inepti tali millantatori, nell’attribuire tanto a una vana apparenza di fede che, contentandosi di essa, conducevano tuttavia una vita dissoluta.
Considerato ciò, è ora facile giudicare in che cosa i nostri avversari sbagliano. Essi tagliano male in due modi: prendono male sia il termine fede, sia il termine giustificare. San Giacomo, nominando la fede, non intende altro che un’opinione frivola, ben diversa dalla verità della fede. Lo fa con una concessione, come mostra fin dal principio con queste parole: «A che giova, fratelli miei, se qualcuno dice di avere la fede e non ha le opere?» (Giacomo 2:14). Egli non dice: “Se qualcuno ha la fede senza opere”, ma: “Se si vanta di averla”. Poi ancora più chiaramente, per scherno, rende questa fede peggiore della conoscenza dei diavoli; infine la chiama morta.
Ma si comprenderà a sufficienza ciò che egli intende dalla definizione che ne dà: «Tu credi che vi è un solo Dio». Ora, se tutto il contenuto di questa “fede” è semplicemente credere che vi sia un Dio, non c’è da meravigliarsi se essa non può giustificare. E non dobbiamo pensare che ciò tolga qualcosa alla fede cristiana, la cui natura è ben altra. Infatti, come giustifica la vera fede, se non unendoci a Gesù Cristo, affinché, divenuti una cosa sola con Lui, godiamo della partecipazione della sua giustizia? Essa dunque non giustifica perché abbia concepito una qualche nozione della divinità, ma perché fa riposare la persona nella certezza della misericordia di Dio.
3:17:12 - “Giustificare” in Giacomo: dichiarazione davanti agli esseri umani, non imputazione davanti a Dio
Non abbiamo ancora toccato il punto finché non avremo scoperto l’altro errore. Infatti sembra che san Giacomo attribuisca una parte della nostra giustizia alle opere. Ma se vogliamo farlo concordare con tutta la Scrittura e con sé stesso, è necessario prendere qui il vocabolo giustificare in modo diverso da come lo prende san Paolo.
San Paolo chiama giustificare quando, cancellata la memoria della nostra ingiustizia, siamo reputati giusti. Se san Giacomo avesse guardato a questo, avrebbe citato a sproposito la testimonianza di Mosè: «Abramo credette a Dio…». Egli infatti aggiunge subito dopo che Abramo ottenne giustizia per le opere, in quanto non esitò a immolare suo figlio al comando di Dio; e così la Scrittura fu compiuta, la quale dice che egli credette a Dio e ciò gli fu imputato a giustizia.
Ora, se è assurdo che l’effetto preceda la causa, o Mosè testimonia falsamente che la fede fu imputata a giustizia ad Abramo, oppure Abramo non meritò la sua giustizia mediante l’obbedienza resa a Dio nel voler sacrificare Isacco. Eppure Abramo fu giustificato per la sua fede prima che Ismaele fosse concepito, il quale era già grande prima della nascita di Isacco. Come diremo dunque che si sia acquistato la giustizia mediante un’obbedienza avvenuta molto tempo dopo? Dunque o san Giacomo ha sovvertito ogni ordine (cosa che non è lecito pensare), oppure, dicendo che egli fu giustificato, non ha inteso che avesse meritato d’essere tenuto per giusto.
Che cosa dunque? Certamente è chiaro che egli parla della dichiarazione della giustizia davanti agli esseri umani, e non dell’imputazione della giustizia quanto a Dio. È come se dicesse: quelli che sono giusti per fede dimostrano la loro giustizia mediante obbedienza e buone opere, e non con una maschera nuda e immaginaria di fede.
In breve, egli non disputa quale sia il mezzo per cui siamo giustificati, ma richiede dai fedeli una giustizia che si manifesti con le opere. E come san Paolo afferma che la persona è giustificata senza l’aiuto delle opere, così san Giacomo non concede che chi dice di essere giusto sia privo di buone opere.
Questa considerazione ci libererà da ogni scrupolo. Infatti i nostri avversari s’ingannano soprattutto in questo: credono che san Giacomo determini quale sia il modo d’essere giustificati; mentre egli mira a tutt’altro, cioè ad abbattere la vana fiducia di coloro che, per scusare la loro negligenza nel fare il bene, pretendono falsamente il titolo di fede.
Perciò, per quanto essi rivoltino e rigirino le parole di san Giacomo, non potranno ricavarne altro che queste due proposizioni: primo, che una vana immaginazione di fede non ci giustifica; secondo, che il fedele, non contentandosi di tale immaginazione, manifesta la sua giustizia con le buone opere.
3:17:13 - “I facitori della Legge saranno giustificati”: il senso polemico di Romani 2:13
Ciò che essi adducono da san Paolo nel medesimo senso non li aiuta in nulla: cioè che saranno giustificati i facitori della Legge, non gli uditori (Romani 2:13). Non voglio svignarmela con la soluzione di sant’Ambrogio, il quale espone che ciò sarebbe detto perché l’adempimento della Legge è la fede in Cristo; mi pare un espediente, e non è necessario quando la via piana è aperta.
In quel passo san Paolo abbatte l’orgoglio dei Giudei, che si gloriavano della sola conoscenza della Legge, pur essendone grandi disprezzatori. Affinché dunque non si compiacessero tanto in una conoscenza nuda, li ammonisce che, se cerchiamo la giustizia nella Legge, dobbiamo venire all’osservanza, non alla semplice intelligenza di essa.
Certamente non mettiamo in dubbio che la giustizia della Legge consista nelle buone opere. Non neghiamo nemmeno che in un’osservanza intera di santità e innocenza vi sia piena giustizia. Ma non è ancora provato che noi siamo giustificati per opere, se non si presenti qualcuno che abbia adempiuto la Legge.
Che san Paolo non abbia voluto dire altro, la sua stessa argomentazione lo testimonia. Dopo aver condannato d’ingiustizia Giudei e Gentili indifferentemente, passa a distinguere: dice che coloro che hanno peccato senza la Legge periranno senza la Legge (i Gentili); e che coloro che hanno peccato nella Legge saranno giudicati dalla Legge (i Giudei). Ora, poiché costoro, chiudendo gli occhi sulle loro trasgressioni, si gloriavano della sola Legge, egli aggiunge opportunamente che la Legge non fu data loro affinché, ascoltandone soltanto la voce, fossero resi giusti, ma affinché obbedissero ai suoi comandamenti.
È come se dicesse: “Cerchi giustizia nella Legge? Non allegare il solo ascolto, che di per sé vale poco, ma produci le opere per le quali tu possa mostrare che la Legge non ti è stata data invano”. Poiché tutti mancavano in questo, seguiva che erano spogliati della gloria che pretendevano.
Perciò dal senso di san Paolo bisogna piuttosto formare un argomento contrario: se la giustizia della Legge consiste nella perfezione delle buone opere, e nessuno può vantarsi d’aver soddisfatto alla Legge con le sue opere, allora la giustizia della Legge è nulla fra gli esseri umani.
3:17:14 - Quando i fedeli invocano la loro “giustizia”: causa particolare e confronto con gli empi
Poi i nostri avversari ci assalgono con i passi nei quali i fedeli offrono arditamente la loro giustizia a Dio per essere esaminata e desiderano ricevere sentenza secondo essa. Come quando Davide dice: «Giudicami, Signore, secondo la mia giustizia e secondo l’innocenza che è in me» (Salmi 7:9). E ancora: «Ascolta, Signore, la mia giustizia: tu hai provato il mio cuore, l’hai visitato di notte, e non si è trovata iniquità in me» (Salmi 17:1-3). E ancora: «Il Signore mi retribuirà secondo la mia giustizia e mi renderà secondo la purezza delle mie mani; perché ho custodito la via retta e non mi sono allontanato dal mio Dio» (Salmi 18:20), ecc. E ancora: «Giudicami, Signore, perché ho camminato nell’integrità… non perdere dunque la mia anima con gli iniqui» (Salmi 26:1,9), ecc.
Ho già detto sopra della fiducia che i fedeli sembrano prendere semplicemente dalle loro opere. I passi che abbiamo qui addotto non ci intralceranno molto se consideriamo la loro circostanza, che è duplice.
Primo: i fedeli, così facendo, non vogliono che tutta la loro vita sia esaminata affinché, secondo essa, siano assolti o condannati; ma presentano a Dio una causa particolare perché ne giudichi.
Secondo: essi si attribuiscono giustizia non in rapporto alla perfezione di Dio, ma in confronto agli empi e agli iniqui.
Infatti, quando si tratta di giustificare una persona, non è richiesto soltanto che abbia una causa buona e giusta in una questione particolare, ma che abbia una giustizia intera in tutto il corso della sua vita: cosa che nessuno ha mai avuto e nessuno avrà.
Ora, in queste preghiere nelle quali i santi invocano il giudizio di Dio per approvare la loro innocenza, essi non vogliono vantarsi d’essere puri e netti da ogni peccato, né che non vi sia nulla da riprendere nella loro vita; ma, dopo aver posto ogni fiducia di salvezza nella bontà di Dio, confidando nondimeno che Egli è il protettore dei poveri, per vendicare le ingiurie e difenderli quando sono afflitti ingiustamente, gli raccomandano la loro causa, nella quale sono oppressi pur essendo innocenti.
D’altra parte, presentandosi con i loro avversari davanti al trono di Dio, non allegano un’innocenza che potrebbe reggere alla sua purezza, se fosse passata al setaccio secondo il suo rigore; ma, poiché sanno bene che la loro sincerità, giustizia e semplicità sono gradite a Dio in confronto alla malizia, scelleratezza e astuzia dei loro avversari, non esitano a invocare Dio come giudice tra loro e gli iniqui.
Così, quando Davide diceva a Saul: «Il Signore renda a ciascuno secondo la giustizia e la verità che troverà in lui» (1 Samuele 26:23), non intendeva che Dio esaminasse ciascuno in sé stesso e lo ricompensasse secondo i suoi meriti; ma protestava davanti a Dio quale fosse la sua innocenza in confronto all’iniquità di Saul.
Anche san Paolo, quando si gloria della buona testimonianza della sua coscienza, d’aver compiuto il suo ufficio in semplicità e integrità (2 Corinzi 1:12; Atti 23:1), non intende appoggiarsi a questa gloria quando verrà al giudizio di Dio; ma, costretto dalle calunnie dei malvagi, difende contro la loro maldicenza la sua lealtà e rettitudine, che sapeva essere nota e gradita a Dio. Poiché vediamo ciò che dice altrove: che non si sente colpevole, ma che con ciò non è giustificato (1 Corinzi 4:4). Egli riteneva dunque che il giudizio di Dio sia ben altro dell’opinione degli esseri umani.
Perciò, benché i fedeli chiamino Dio a testimone e giudice della loro innocenza contro la malvagità degli ipocriti, tuttavia quando hanno a che fare con Dio solo, gridano tutti con una sola voce: «Signore, se tu tieni conto delle iniquità, chi potrà reggere?» (Salmi 130:3). E ancora: «Signore, non entrare in giudizio con il tuo servitore, perché nessun vivente sarà giustificato davanti a te» (Salmi 143:2). E diffidando delle loro opere confessano volentieri che la sua bontà è migliore della vita (Salmi 63:3).
3:17:15 - Integrità imperfetta e accoglienza paterna: la vita promessa come frutto del perdono
Vi sono altri luoghi quasi simili dai quali qualcuno potrebbe essere trattenuto. Salomone dice che chi cammina nell’integrità è giusto; e ancora che nella via della giustizia si trova vita e non vi sarà morte (Proverbi 20:7; 12:28). E secondo questa ragione Ezechiele annuncia che chi farà giustizia e giudizio vivrà certamente (Ezechiele 18:9, 21; 33:15).
Rispondo che noi non vogliamo negare, dissimulare o oscurare nulla di tutto ciò; ma che venga avanti uno solo con una tale integrità. Se non si trova alcun mortale che possa farlo, o bisogna che tutti periscano al giudizio di Dio, oppure che abbiano rifugio alla sua misericordia.
Tuttavia non neghiamo che l’integrità che hanno i fedeli, benché sia imperfetta e vi sia molto da riprendere, sia loro come un grado verso l’immortalità. Ma da dove viene questo, se non dal fatto che quando il Signore ha accolto una persona nell’alleanza della sua grazia, non passa al setaccio le sue opere secondo i loro meriti, ma le accetta per benignità paterna, senza che esse ne siano degne?
Con queste parole non intendo soltanto ciò che insegnano gli scolastici, cioè che le opere hanno il loro valore dalla grazia di Dio che le accetta. Infatti, dicendo così, essi intendono che le opere, che altrimenti sarebbero insufficienti per acquistare la salvezza, ricevono la loro sufficienza dal fatto che Dio le stima e le accetta secondo il patto della Legge. Io invece dico al contrario: che tutte le opere, in quanto sono contaminate sia da altre trasgressioni sia dalle loro proprie macchie, non possono valere nulla se non in quanto il Signore non imputa le macchie di cui sono segnate e perdona alla persona tutte le sue colpe: e questo è dare giustizia gratuita.
Non è poi il caso di allegare qui le preghiere che talvolta san Paolo fa, desiderando per i fedeli una perfezione così grande da essere trovati irreprensibili e senza colpa al giudizio del Signore (Efesini 1:4; Filippesi 2:15; 1 Tessalonicesi 3:13, e altri passi). Gli antichi eretici celestiani si servivano di tali testimonianze per provare che l’essere umano può avere perfetta giustizia nella vita presente. Noi rispondiamo, con sant’Agostino, ciò che riteniamo sufficiente: che tutti i fedeli devono sì aspirare a quel fine, di comparire un giorno davanti a Dio puri e senza macchia; ma poiché il miglior stato e il più perfetto che possiamo avere nella vita presente non è altro che progredire di giorno in giorno, allora giungeremo a quel fine quando, spogliati della nostra carne peccatrice, aderiremo pienamente al nostro Dio.
Benché io non voglia essere ostinato nel resistere a chi volesse attribuire ai santi il titolo di perfezione, purché la definisca con sant’Agostino, il quale scrive così nel terzo libro a Bonifacio: quando chiamiamo perfetta la virtù dei santi, alla sua perfezione è richiesta la conoscenza dell’imperfezione: cioè che i santi, in verità e in umiltà, riconoscano quanto siano imperfetti.
Riassunto del Capitolo 3:17