Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 18
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Capitolo XVIII
È un cattivo ragionamento dire che siamo giustificati dalle opere, perché Dio promette loro una ricompensa
3:18:1 - I testi biblici che parlano di una retribuzione secondo le opere
Veniamo ora a spiegare i passi nei quali si dice che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere (Matteo 16:27), come quelli che seguono: «Ciascuno riceverà secondo ciò che avrà fatto nel corpo, sia bene sia male» (2 Corinzi 5:10). «Gloria e onore a chi opera il bene; tribolazione e angoscia sull’anima del malvagio» (Romani 2:6, 9, 10). Parimenti: «Quelli che avranno fatto il bene risorgeranno a vita» (Giovanni 5:29). E ancora: «Venite, voi che siete benedetti dal Padre mio: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Matteo 25:34-35), e così via.
A questi è bene aggiungere anche i passi nei quali la vita eterna è chiamata ricompensa. Come quando è detto che la remunerazione sarà data all’uomo secondo l’opera delle sue mani. Oppure: «Chi ubbidisce al comandamento di Dio sarà ricompensato» (Proverbi 12:14; 13:13). Ancora: «Rallegratevi, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli» (Matteo 5:12; Luca 6:23). E infine: «Ciascuno riceverà la sua ricompensa secondo la propria fatica» (1 Corinzi 3:8).
Quanto al fatto che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere, la questione si risolve senza grande difficoltà. Questa espressione infatti indica piuttosto un ordine di conseguenza, non la causa per la quale Dio ricompensa gli esseri umani. Non vi è alcun dubbio che il Signore segue questi gradi nel compimento della nostra salvezza: dopo averci eletti, ci chiama; dopo averci chiamati, ci giustifica; dopo averci giustificati, ci glorifica (Romani 8:30).
Sebbene dunque, per la sua sola misericordia, egli accolga i suoi nella vita, tuttavia, poiché li conduce a essa per mezzo del cammino delle buone opere, per adempiere in loro il suo disegno secondo l’ordine che ha stabilito, non vi è nulla di sorprendente nel dire che essi sono coronati secondo le loro opere, mediante le quali sono preparati a ricevere la corona dell’immortalità. Ed è per questo stesso motivo che si dice che essi operano la loro salvezza (Filippesi 2:12), quando, applicandosi alle buone opere, meditano la vita eterna.
Infatti, sebbene sia loro comandato di operare per il cibo che non perisce (Giovanni 6:27), quando si acquistano la vita credendo in Gesù Cristo, è subito aggiunto che il Figlio dell’uomo darà loro questo cibo. Ne segue che il termine operare non è in opposizione alla grazia, ma indica soltanto zelo e impegno. Non ne consegue dunque né che essi siano autori della propria salvezza, né che la loro salvezza proceda dalle buone opere.
Che cosa avviene allora? Subito dopo essere stati chiamati alla comunione di Cristo mediante la conoscenza dell’Evangelo e l’illuminazione dello Spirito Santo, la vita eterna ha inizio in loro; e poi il Signore porta a compimento l’opera che ha iniziato in loro, fino al giorno di Gesù Cristo (Filippesi 1:6). Ora, l’opera di Dio è compiuta in loro quando, vivendo nella giustizia e nella santità, rappresentando l’immagine del Padre celeste, si manifestano come suoi figli legittimi.
3:18:2 - La vita eterna non è salario di servi, ma eredità di figli
Quanto al termine ricompensa, non dobbiamo permettere che ci induca a fare delle opere la causa della nostra salvezza. Prima di tutto, sia ben fermo nel nostro cuore che il regno dei cieli non è salario di servi, ma eredità di figli, della quale godranno soltanto coloro che Dio ha adottato come suoi figli (Efesini 1:5), e che ne godranno non per altra ragione se non per questa adozione. Infatti, «il figlio della schiava non sarà erede, ma il figlio della donna libera» (Galati 4:30).
E in effetti, negli stessi passi nei quali lo Spirito Santo promette la vita eterna come ricompensa delle opere, chiamandola espressamente eredità, egli mostra che essa ci viene da altrove. In questo modo Cristo, chiamando gli eletti del Padre a possedere il regno dei cieli, ricorda sì le opere che intende ricompensare, ma aggiunge subito che lo possederanno per diritto di eredità (Matteo 25:34). San Paolo, allo stesso modo, esorta i servi che compiono fedelmente il loro dovere a sperare nella retribuzione del Signore, ma aggiunge immediatamente che si tratta di una retribuzione di eredità (Colossesi 3:24).
Vediamo dunque come, con parole esplicite, Cristo e i suoi apostoli si guardino bene dal ricondurre la beatitudine eterna alle opere, ma la riconducano all’adozione di Dio. Perché allora, si dirà, fanno menzione anche delle opere? A questa domanda si può rispondere con un solo esempio tratto dalla Scrittura.
Prima della nascita di Isacco, ad Abramo era stato promesso che avrebbe avuto una discendenza nella quale sarebbero state benedette tutte le nazioni della terra, e che la sua progenie sarebbe stata come le stelle del cielo e la sabbia del mare (Genesi 15:5; 17:1; 18:10). Molto tempo dopo, egli si prepara a sacrificare suo figlio Isacco, secondo il comando di Dio. Dopo aver mostrato una tale ubbidienza, riceve questa promessa: «Ho giurato per me stesso, dice il Signore, poiché hai fatto questo e non hai risparmiato il tuo figlio unico per compiacermi, io ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e la sabbia del mare; e nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra, perché hai ubbidito alla mia voce» (Genesi 22:16-18).
Che cosa udiamo qui? Abramo aveva forse meritato con la sua ubbidienza quella benedizione che gli era stata promessa prima ancora che il comando gli fosse dato? Qui vediamo chiaramente e senza ambiguità che il Signore ricompensa le opere dei fedeli con gli stessi benefici che aveva loro già donato prima delle opere, quando essi non avevano ancora pensato di fare alcunché, e quando non vi era alcuna causa per cui egli dovesse loro fare del bene, se non la sua misericordia.
3:18:3 - Le opere come via ordinata verso il compimento della promessa
Tuttavia non vi è inganno né derisione nel fatto che Dio dica di ricompensare mediante le opere ciò che aveva donato gratuitamente prima delle opere. Poiché egli vuole che, per meditare il compimento e il godimento delle cose promesse, ci esercitiamo nelle buone opere e che, attraverso di esse, camminiamo verso la beata speranza che ci ha proposta nel cielo, a buon diritto il frutto delle promesse è assegnato alle opere, dal momento che esse sono come mezzi per condurci al possesso.
Entrambe queste realtà sono espresse molto bene dall’apostolo quando dice che i Colossesi si applicavano alla carità a motivo della speranza che era loro riservata nei cieli, della quale avevano udito parlare nella dottrina veritiera dell’Evangelo (Colossesi 1:4-5). Dicendo che avevano conosciuto mediante l’Evangelo che l’eredità celeste era preparata per loro, egli mostra che la speranza è fondata in Cristo solo, e non in alcuna opera.
A ciò si accorda quanto dice Pietro, che siamo custoditi dalla potenza di Dio mediante la fede, per la salvezza pronta a essere manifestata nel tempo stabilito (1 Pietro 1:5). E quando dice che per questa ragione si sforzano di fare il bene, mostra che i fedeli devono correre per tutta la vita al fine di afferrare il premio.
Affinché poi non pensiamo che la ricompensa promessa dal Signore debba essere misurata secondo i meriti, egli ci propone una parabola nella quale si paragona a un padre di famiglia che manda nella sua vigna tutti quelli che incontra: alcuni alla prima ora del giorno, altri alla seconda, altri alla terza, e alcuni all’undicesima. Quando viene la sera, egli distribuisce a tutti una ricompensa uguale (Matteo 20:1 ss.).
L’esposizione di questa parabola è molto bene e brevemente formulata nel libro intitolato De vocatione Gentium, attribuito a sant’Ambrogio. Poiché si tratta di un Dottore antico, preferisco usare le sue parole piuttosto che le mie. «Con questa similitudine», egli dice, «il Signore ha voluto mostrare che la vocazione di tutti i fedeli, sebbene presenti una certa varietà nell’apparenza esteriore, appartiene interamente alla sua sola grazia. Coloro che, dopo aver lavorato una sola ora, sono resi uguali a quelli che hanno lavorato tutto il giorno, rappresentano la condizione di coloro che Dio, per magnificare l’eccellenza della sua grazia, chiama alla fine della loro vita, per ricompensarli secondo la sua clemenza: non pagando loro il salario del lavoro, ma riversando su di loro le ricchezze della sua bontà, come li ha eletti senza le loro opere; affinché anche coloro che hanno lavorato a lungo, e non ricevono più degli ultimi, comprendano che ricevono tutto dal dono della sua grazia e non come salario delle loro fatiche».
È inoltre da notare che in tutti i passi nei quali la vita eterna è chiamata ricompensa delle buone opere, essa non è intesa come la comunione che abbiamo con Dio quando ci riceve in nostro Signore Gesù per farci suoi eredi, ma come il possesso o il godimento della beatitudine nel suo regno. Questo è ciò che esprimono anche le parole di Cristo quando dice: «Nel secolo a venire avrete la vita eterna» (Marco 10:30); e ancora: «Venite, possedete il regno» (Matteo 25:34).
Per questa ragione san Paolo chiama la rivelazione che avverrà nell’ultimo giorno la nostra adozione, e subito dopo spiega questo termine come la redenzione del nostro corpo (Romani 8:18 ss.). Del resto, come chi è alienato da Dio è nella morte eterna, così chiunque è accolto nella grazia di Dio per comunicare ed essere unito a lui è trasferito dalla morte alla vita; e questo avviene per la sola grazia dell’adozione. E se costoro insistono ostinatamente sul termine ricompensa, opporremo loro sempre ciò che dice san Pietro: che la vita eterna è la ricompensa della fede (1 Pietro 1:9).
3:18:4 - Le promesse non esaltano il merito, ma sostengono la debolezza
Non pensiamo dunque che lo Spirito Santo, mediante le promesse sopra ricordate, voglia attribuire alle opere una dignità tale da farle meritare una ricompensa. La Scrittura non ci lascia nulla di cui poterci vantare davanti a Dio; al contrario, essa è interamente volta a confondere il nostro orgoglio, umiliarci, abbatterci e annientarci del tutto.
Ma con queste promesse lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza, che altrimenti verrebbe subito meno e cadrebbe, se non fosse così sostenuta e consolata. Consideri ciascuno quanto sia difficile rinunciare e abbandonare non solo tutte le cose che ama, ma anche sé stesso. E tuttavia questa è la prima lezione che Cristo impartisce ai suoi discepoli, cioè a tutti i fedeli; e per tutta la loro vita li mantiene sotto la disciplina della croce, affinché non pongano il loro cuore nella cupidigia o nella fiducia dei beni terreni.
In breve, egli li tratta in modo tale che, ovunque si volgano, per quanto il mondo possa estendersi, non vedano altro che disperazione. Così san Paolo dice che siamo i più miserabili di tutti gli uomini, se speriamo soltanto in questa vita (1 Corinzi 15:19). Affinché dunque non perdiamo coraggio in tali angustie, il Signore ci soccorre e ci ammonisce ad alzare lo sguardo e guardare più lontano, promettendoci che troveremo in lui la nostra beatitudine, che non vediamo in questo mondo.
Per questo egli la chiama ricompensa, salario e retribuzione: non valutando il merito delle opere, ma indicando che essa è una compensazione per le miserie, le tribolazioni e gli oltraggi che sopportiamo sulla terra. Non vi è quindi nulla di male nel chiamare, sull’esempio della Scrittura, la vita eterna remunerazione, poiché con essa il Signore trasferisce i suoi servitori dal lavoro al riposo, dall’afflizione alla prosperità, dalla tristezza alla gioia, dalla povertà all’abbondanza, dall’ignominia alla gloria; in una parola, muta tutti i mali che hanno sopportato in beni incomparabilmente maggiori.
Non vi sarà neppure alcun inconveniente nel considerare la santità di vita come la via per la quale Dio conduce i suoi eletti alla manifestazione della gloria, purché non la si intenda come una via che apra l’accesso alla gloria celeste. Infatti, è suo beneplacito glorificare coloro che ha santificato (Romani 8:30). Purché soltanto non immaginiamo alcuna proporzione tra merito e ricompensa, errore nel quale i sofisti cadono perversamente, perché non tengono conto del fine che abbiamo esposto.
Quale derisione sarebbe, infatti, che Dio ci chiami a una meta e che noi volgiamo lo sguardo altrove? Nulla è più chiaro del fatto che la ricompensa è promessa alle buone opere non per gonfiare il nostro cuore di gloria, ma per alleviare la debolezza della nostra carne. Chi dunque da ciò vuole dedurre un merito delle opere, o metterle in bilancia, si allontana molto dal fine retto che Dio si propone.
3:18:5 - La “corona di giustizia” come dono di grazia
Pertanto, quando la Scrittura dice che Dio, come giusto giudice, renderà ai suoi servitori la corona di giustizia (2 Timoteo 4:8), non solo rispondo con sant’Agostino: «Come potrebbe rendere la corona come giusto giudice, se prima non avesse dato la grazia come Padre misericordioso? E come vi sarebbe giustizia, se la grazia non avesse preceduto, quella grazia che giustifica l’empio? E come questa corona potrebbe essere resa come dovuta, se tutto ciò che abbiamo non ci fosse stato dato senza essere dovuto?»; ma aggiungo anche: come potrebbe imputare giustizia alle nostre opere, se non coprisse con la sua indulgenza ciò che in esse è ingiusto? Come potrebbe reputarle degne di ricompensa, se non cancellasse con la sua infinita benignità ciò che in esse è degno di pena?
Aggiungo questo al dire di sant’Agostino, poiché egli è solito chiamare la vita eterna grazia, dal momento che ci è data come dono gratuito di Dio, anche quando è resa in relazione alle opere. Ma la Scrittura ci umilia ancora di più, e tuttavia ci innalza. Infatti, oltre a vietarci di gloriarci delle opere, poiché sono doni gratuiti di Dio, ci mostra anche che esse sono sempre contaminate da impurità, tanto da non poter soddisfare né piacere a Dio se esaminate secondo il rigore del suo giudizio; ma affinché il nostro zelo non si affievolisca, è anche detto che esse piacciono a Dio, perché egli le sopporta.
E sebbene sant’Agostino parli in modo un po’ diverso da noi, tuttavia quanto al senso e alla sostanza concordiamo pienamente. Infatti, nel terzo libro a Bonifacio, dopo aver paragonato due uomini - uno di vita così santa e perfetta da essere considerato come un angelo, l’altro di vita buona e onesta, ma non di così grande perfezione - egli conclude così: «Questo secondo, che sembra inferiore all’altro quanto alla vita, è tuttavia molto più eccellente a motivo della retta fede che ha in Dio; per mezzo di essa egli vive, si accusa dei suoi peccati, in tutte le sue buone opere loda Dio, attribuendo a lui ogni gloria e prendendo su di sé l’ignominia, ricevendo da lui il perdono delle colpe e il desiderio di fare il bene; e così, lasciando questo mondo, sarà ricevuto in paradiso».
Per quale motivo, se non per la fede? La quale, sebbene non salvi l’uomo senza le opere - poiché è viva e opera mediante la carità - tuttavia è ciò per cui i peccati sono perdonati. Infatti, come dice il profeta: «Il giusto vivrà per fede» (Abacuc 2:4); e senza di essa anche le opere che sembrano buone si trasformano in peccati. In questo passo egli confessa chiaramente ciò che noi sosteniamo sopra ogni cosa: che la giustizia delle opere dipende e procede dal fatto che esse sono ricevute da Dio con il perdono, cioè nella misericordia e non nel giudizio.
3:18:6 - “Fatevi amici con le ricchezze ingiuste”: le opere come tesoro trasferito al cielo
Vi sono altri passi che hanno quasi lo stesso significato di quelli che abbiamo appena spiegato. Come quando è detto: «Fatevi degli amici con le ricchezze d’iniquità, affinché, quando verrete a mancare, essi vi ricevano nel regno di Dio» (Luca 16:9). Parimenti: «Insegna ai ricchi di questo mondo a non insuperbirsi e a non riporre la loro speranza nell’incertezza delle ricchezze, ma nel Dio vivente. Esortali a fare il bene, a essere ricchi in buone opere e a farsi un buon tesoro per l’avvenire, affinché afferrino la vita eterna» (1 Timoteo 6:17-19).
Vediamo che le buone opere sono paragonate a ricchezze, delle quali si dice che godremo nella beatitudine futura. Io rispondo che non avremo mai la vera intelligenza di ciò che qui è detto, se non volgiamo gli occhi al fine al quale lo Spirito Santo indirizza le sue parole.
Se è vero ciò che Cristo dice, cioè che il nostro cuore si ferma là dove è il nostro tesoro (Matteo 6:21), allora, come i figli di questo secolo sono tutti presi e interamente intenti ad accumulare ciò che appartiene alla felicità della vita presente, così i fedeli, vedendo che questa vita svanirà come un sogno, devono inviare altrove le cose delle quali vogliono godere per sempre, nel luogo dove devono vivere eternamente.
Perciò dobbiamo seguire l’esempio di coloro che si trasferiscono da un luogo a un altro per abitarvi stabilmente: essi mandano avanti tutti i loro beni, e non si rattristano di privarsene per breve tempo, anzi si reputano tanto più felici quanto più possiedono nel luogo dove devono terminare la loro vita. Se crediamo che il cielo è la nostra patria e la nostra vera abitazione, conviene piuttosto trasferirvi le nostre ricchezze, che trattenerle qui per poi abbandonarle quando dovremo partire all’improvviso.
E qual è il modo di trasferirle? È quello di soccorrere i bisogni dei poveri, ai quali tutto ciò che si dona il Signore lo riconosce come dato a lui stesso (Matteo 25:40). Da qui viene quella bella promessa: che chi dà ai poveri presta a Dio a interesse (Proverbi 19:17). E ancora: «Chi semina largamente, raccoglierà largamente» (2 Corinzi 9:6).
Infatti tutta la carità che esercitiamo verso le nostre sorelle e i nostri fratelli è come depositata nelle mani di Dio. Egli dunque, come fedele custode, un giorno ci renderà il tutto con larghissimo interesse. Che cosa dunque? dirà qualcuno: le opere di carità sono di tale stima presso Dio da essere come ricchezze affidate a lui? E chi avrebbe orrore di parlare così, dal momento che la Scrittura lo attesta così apertamente?
Ma se qualcuno, per oscurare la benignità di Dio, vuole stabilire la dignità delle opere, queste testimonianze non gli saranno d’aiuto per confermare il suo errore. Infatti da esse non possiamo inferire altro se non che la bontà e l’indulgenza di Dio sono meravigliose verso di noi: poiché, per incitarci a fare il bene, egli ci promette che nessuna buona opera che compiremo andrà perduta, sebbene tutte siano indegne non solo di essere ricompensate, ma perfino di essere da lui accettate.
3:18:7 - “Trovati degni del regno”: dignità come conformità a Cristo, non merito
Ma essi insistono con maggiore forza sulle parole dell’Apostolo, il quale, consolando i Tessalonicesi nelle loro tribolazioni, dice che esse sono inviate affinché siano trovati degni del regno di Dio, per il quale soffrono (2 Tessalonicesi 1:5). «Infatti», dice, «è cosa giusta presso Dio rendere afflizione a quelli che vi affliggono, e a voi riposo quando il Signore Gesù sarà rivelato dal cielo». Parimenti l’autore dell’Epistola agli Ebrei dice: «Dio non è tanto ingiusto da dimenticare la fatica che avete sostenuto e l’amore che avete mostrato nel suo nome, avendo largito dei vostri beni ai suoi fedeli» (Ebrei 6:10).
Io rispondo al primo passo che san Paolo non intende affermare alcuna dignità di merito, ma vuole soltanto dire che, come il Padre celeste ci ha eletti per essere suoi figli, così vuole anche che siamo resi conformi al suo Figlio primogenito (Romani 8:29). Come dunque Cristo doveva prima soffrire per entrare nella gloria che gli era destinata, così è necessario che attraverso molte tribolazioni entriamo nel regno dei cieli (Luca 24:26; Atti 14:22).
Pertanto, quando sopportiamo afflizioni per il nome di Cristo, in noi sono impresse le marche con le quali il Signore è solito segnare le pecore del suo gregge. Secondo questa ragione, dunque, siamo stimati degni del regno di Dio: perché portiamo nel nostro corpo le marche di Gesù Cristo, che sono le insegne dei figli di Dio.
A questo si riferiscono anche queste affermazioni: che portiamo nel nostro corpo la mortificazione di Cristo, affinché la sua vita sia manifestata in noi; che siamo resi conformi alle sue sofferenze per giungere alla somiglianza della sua risurrezione (Galati 6:17; 2 Corinzi 4:10; Filippesi 3:10).
Quanto alla ragione aggiunta da san Paolo, cioè che è cosa giusta presso Dio dare riposo a chi ha faticato, essa non serve a provare alcuna dignità delle opere, ma soltanto a confermare la speranza della salvezza. È come se dicesse: come è conforme al giusto giudizio di Dio vendicarsi sui vostri nemici per gli oltraggi e le molestie che vi hanno arrecato, così è conforme che egli vi conceda sollievo e riposo dalle vostre miserie.
L’altro passo, dove si dice che le buone opere non devono essere dimenticate da Dio, al punto che quasi si darebbe a intendere che Dio sarebbe ingiusto se le dimenticasse, va inteso in questo senso: che il Signore, per scuotere la nostra pigrizia, ci ha dato speranza che nulla di ciò che faremo per il suo nome andrà perduto.
Ricordiamoci però che questa promessa, come tutte le altre, non ci gioverebbe in nulla se non la precedesse l’alleanza gratuita della sua misericordia, sulla quale riposa tutta la certezza della nostra salvezza. Avendo questo, dobbiamo avere ferma fiducia che la retribuzione non sarà negata dalla liberalità di Dio alle nostre opere, sebbene esse ne siano più che indegne.
L’Apostolo dunque, per confermarci in questa attesa, dice che Dio non è ingiusto da non mantenere la sua promessa. Perciò questa giustizia di Dio si riferisce più alla verità della sua promessa che all’equità di renderci ciò che ci sia dovuto.
In questo senso vi è un detto notevole di sant’Agostino, il quale, come quel santo uomo non ha esitato a ripetere molte volte, così deve essere ben impresso nella nostra memoria: «Il Signore», dice, «è fedele, e si è fatto debitore verso di noi, non ricevendo da noi qualcosa, ma promettendoci tutto gratuitamente».
3:18:8 - “La carità è più grande”: non perché giustifica di più, ma perché è più fruttuosa
I nostri farisei adducono anche queste affermazioni di san Paolo: «Se avessi tutta la fede del mondo, fino a trasportare i monti, e non avessi carità, non sono nulla». E ancora: «Ora dunque rimangono queste tre cose: fede, speranza, carità; ma la carità è la più grande» (1 Corinzi 13:2, 13). E ancora: «Soprattutto abbiate in voi la carità, che è il vincolo della perfezione» (Colossesi 3:14).
Dalle prime due essi si sforzano di provare che siamo giustificati dalla carità piuttosto che dalla fede, poiché essa sarebbe una virtù più eccellente. Ma questa sottigliezza è facile da confutare.
Abbiamo già spiegato altrove che ciò che è detto nel primo passo non ha nulla a che vedere con la vera fede. Confessiamo che il secondo passo deve intendersi della vera fede, alla quale egli antepone la carità come più grande: non come se fosse più meritoria, ma perché è più fruttuosa, si estende più lontano, giova a molti e mantiene sempre il suo vigore, mentre l’uso della fede è per un tempo.
Se guardiamo all’eccellenza, a buon diritto l’amore di Dio avrebbe il primo grado, del quale san Paolo qui non fa menzione. Infatti egli non mira ad altro se non a far sì che ci edifichiamo reciprocamente in Dio mediante la carità.
Ma poniamo pure che la carità sia più eccellente della fede in ogni modo: quale persona di sano giudizio, e persino di mente equilibrata, inferirà da ciò che essa giustifica di più? La forza giustificante della fede non consiste in una dignità dell’opera: poiché la nostra giustificazione consiste nella sola misericordia di Dio e nel merito di Cristo. Il fatto che la fede sia detta giustificare non è se non perché essa afferra la giustizia che le è offerta in Cristo.
Ora, se si interrogano i nostri avversari su quale base attribuiscono alla carità la forza di giustificare, essi risponderanno: perché è una virtù gradita a Dio, e per il suo merito, in quanto accolta dalla bontà divina, la giustizia ci è imputata. Da ciò vediamo quanto proceda bene il loro argomento.
Noi diciamo che la fede giustifica, non perché ci meriti la giustizia per la sua dignità, ma perché è lo strumento mediante il quale otteniamo gratuitamente la giustizia di Cristo. Essi, lasciando da parte la misericordia di Dio e non facendo alcuna menzione di Cristo, nel quale consiste tutta la somma della giustizia, sostengono invece che siamo giustificati mediante la carità, perché essa è più eccellente.
È come se qualcuno sostenesse che un re è più adatto a fare una scarpa che un calzolaio, perché è molto più degno e più nobile. Questo solo argomento basta a farci comprendere che tutte le scuole sorboniche non hanno mai gustato che cosa sia la giustificazione per fede.
E se qualche contestatore replica a ciò che ho detto, sostenendo che io prendo il nome di fede in san Paolo in significati diversi e che non vi sarebbe alcuna ragione di esporlo così diversamente in uno stesso luogo, ho una ragione molto buona per farlo. Poiché, dal momento che tutti i doni da lui menzionati si riducono in qualche modo alla fede e alla speranza, in quanto appartengono alla conoscenza di Dio, egli, facendo un sommario alla fine del capitolo, li comprende tutti sotto questi due termini.
È come se dicesse: e la profezia, e le lingue, e il dono d’interpretare, e la conoscenza mirano a questo fine: condurci alla conoscenza di Dio. Ora, in questa vita mortale noi conosciamo Dio solo mediante fede e speranza. Pertanto, quando nomino fede e speranza, comprendo insieme tutti questi doni.
Queste tre cose dunque rimangono: fede, speranza e carità; cioè, qualunque varietà di doni vi sia, tutti si riferiscono a queste tre, fra le quali la carità è la principale.
Dal terzo passo essi inferiscono che, se la carità è il vincolo della perfezione, allora è anche vincolo della giustizia, la quale non sarebbe altro che perfezione. Ma anzitutto, anche se lasciassimo stare il fatto che san Paolo chiama qui perfezione l’armonia di un’assemblea ben ordinata i cui membri sono uniti insieme, e anche se concedessimo che l’essere umano è perfetto davanti a Dio per la carità, che cosa concluderebbero di nuovo da ciò?
Io risponderò sempre, al contrario, che non giungeremo mai a questa perfezione se non quando avremo compiuto la carità. E di qui potrò inferire che, poiché tutte le persone del mondo sono ben lontane dal compimento della carità, a esse è tolta ogni speranza di perfezione.
3:18:9 - “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti”: la Legge come specchio, Cristo come rifugio
Non voglio inseguire tutte le testimonianze che questi litigiosi sorbonici raccolgono sconsideratamente qua e là dalla Scrittura per combattere contro di noi. Poiché fanno alcune allegazioni così ridicole, che non potrei nemmeno toccarle senza diventare sciocco come loro.
Concluderò dunque questa materia dopo aver spiegato un detto di Cristo del quale essi si compiacciono straordinariamente: quando egli risponde al dottore della Legge che lo interrogava su ciò che è necessario per la salvezza: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Matteo 19:17).
Che cosa vogliamo di più? dicono loro, poiché l’autore stesso della grazia ci comanda di acquistare il regno di Dio mediante l’osservanza dei comandamenti.
Come se non fosse cosa notoria che Cristo ha sempre conformato le sue risposte alle persone con le quali aveva a che fare. In questo passo egli era stato interrogato da un dottore della Legge sul modo di ottenere la beatitudine eterna, e non semplicemente, ma in questa forma: che cosa devono fare le persone per giungere alla vita?
Sia la persona di chi parlava, sia la domanda, inducevano il Signore a rispondere così. Infatti quel dottore, gonfio di una falsa opinione della giustizia legale, era accecato dalla fiducia nelle sue opere. Inoltre egli non chiedeva altro se non quali fossero le opere di giustizia mediante le quali si acquista la salvezza.
A buon diritto dunque egli viene rimandato alla Legge, nella quale abbiamo uno specchio perfetto della giustizia. Anche noi predichiamo ad alta voce e chiaramente che bisogna osservare i comandamenti, se si cerca la giustizia nelle opere. E questa è una dottrina necessaria che tutte le persone cristiane conoscano: infatti, come potrebbero rifugiarsi in Cristo se non sanno di essere cadute in una rovina di morte? E come conoscerebbero quanto si sono smarrite dal cammino della vita, se non hanno udito qual è quel cammino?
Perciò non sono rettamente istruite a trovare rifugio in Cristo per recuperare la salvezza, finché non comprendono quale opposizione vi sia tra la loro vita e la giustizia di Dio contenuta nella Legge.
La somma è questa: se cerchiamo la salvezza nelle nostre opere, dobbiamo osservare i comandamenti, che ci istruiscono a una giustizia perfetta. Ma non dobbiamo fermarci qui, se non vogliamo venir meno a metà strada, perché nessuno di noi è capace di osservarli. Poiché dunque siamo tutti esclusi dalla giustizia della Legge, abbiamo bisogno di un altro rifugio e di un altro soccorso, cioè la fede in Cristo.
Perciò, come il Signore Gesù in questo passo rimanda alla Legge quel dottore della Legge, che egli sapeva gonfio di vana fiducia nelle sue opere, affinché si riconosca povero peccatore soggetto a condanna, così in un altro luogo consola con la promessa della sua grazia coloro che sono umiliati da tale riconoscimento, e li consola senza fare menzione della Legge: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò sollievo; e troverete riposo per le vostre anime» (Matteo 11:28-29).
3:18:10 - La fede chiamata “opera” e l’errore di bilanciare peccati e opere
Infine, dopo che i nostri avversari sono stanchi di stravolgere la Scrittura, cercano di coglierci con cavilli e vane sofisterie. Essi obiettano anzitutto che la fede è chiamata opera (Giovanni 6:29), e che dunque sbagliamo a opporla alle opere come cosa diversa.
Come se la fede, in quanto ubbidienza alla volontà di Dio, ci acquistasse la giustizia per il suo merito; e non piuttosto in quanto, ricevendo la misericordia di Dio, ci rende certi della giustizia di Cristo che, per la gratuita bontà del Padre celeste, ci è offerta nell’Evangelo.
Se non mi soffermo a confutare tali sciocchezze, i lettori mi perdoneranno: esse sono così leggere e frivole che si spezzano da sé. Tuttavia mi sembra opportuno rispondere a un’obiezione che essi fanno, e che, poiché ha una certa apparenza e colore di ragione, potrebbe mettere scrupolo nelle persone semplici.
Poiché, dicono, le cose contrarie passano per una medesima regola: se ogni peccato ci è imputato a ingiustizia, è conveniente che ogni buona opera sia imputata a giustizia. Quelli che rispondono che la condanna delle persone procede propriamente dalla sola incredulità e non dai peccati particolari, non mi soddisfano.
Concedo certamente che la fonte e la radice di tutti i mali è l’incredulità: perché è l’inizio dell’abbandonare e quasi rinnegare Dio, da cui seguono tutte le trasgressioni della sua volontà. Ma quanto al fatto che essi sembrano voler contrapporre, in una medesima bilancia, le buone opere e le cattive, per stimare la giustizia o l’ingiustizia dell’essere umano, sono costretto a oppormi.
Infatti la giustizia delle opere consiste in una perfetta ubbidienza alla Legge. Perciò nessuno può essere giusto per opere, se non segue rettamente la Legge di Dio per tutta la sua vita. Appena devìa qua o là, cade nell’ingiustizia. Da ciò appare che la giustizia non consiste in qualche poche buone opere, ma in un’osservanza intera e compiuta della volontà di Dio.
Ma giudicare l’iniquità è cosa ben diversa. Chiunque commetta adulterio o rubi, per un solo delitto è colpevole di morte, in quanto ha offeso la maestà di Dio. A questo punto abusano i nostri sofisti, perché non considerano ciò che dice san Giacomo: che chi trasgredisce un comandamento è colpevole di tutti; poiché Dio, che ha proibito di uccidere, ha anche proibito di rubare (Giacomo 2:10-11), e così via.
Perciò non deve sembrare assurdo quando diciamo che la morte è la giusta ricompensa di ogni peccato, poiché essi sono tutti degni dell’ira e della vendetta di Dio. Ma sarebbe un cattivo ragionamento capovolgere la cosa e dire che la persona possa acquistare la grazia di Dio con una sola buona opera, mentre con molte colpe provoca la sua ira.
Riassunto del capitolo 3:18