Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 19
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Capitolo 19 - Della libertà cristiana
(Chapitre XIX - De la liberté Chrestienne)
3:19:1 - Necessità e pericoli della dottrina della libertà cristiana
Dobbiamo ora trattare della libertà cristiana, la quale non deve essere dimenticata quando ci si propone di raccogliere in una breve sintesi la sostanza della dottrina evangelica. Essa è infatti cosa assolutamente necessaria, e senza la sua conoscenza le coscienze difficilmente osano intraprendere alcunché senza esitazione: spesso dubitano, si arrestano, tremano e vacillano continuamente.
Notiamo che essa è un corollario della giustificazione, e che ci aiuta grandemente a comprenderne la virtù. Tutte le persone che temono Dio riconosceranno che il frutto di questa dottrina è inestimabile, sebbene gli schernitori di Dio e i beffardi la deridano con le loro facezie, perché, intorpiditi dalla loro ubriachezza spirituale, si abbandonano a ogni eccesso.
Questo è dunque il luogo opportuno per trattarne. E benché ne abbiamo già fatto menzione altrove, era tuttavia utile riservare una trattazione completa a questo punto: poiché non appena si parla di libertà cristiana, subito alcuni sciolgono le briglie alle loro concupiscenze; altri invece sollevano grandi tumulti, se contemporaneamente non si pone un freno a quegli spiriti leggeri che corrompono le cose migliori che possano essere loro presentate.
Infatti alcuni, sotto il pretesto di questa libertà, rigettano ogni obbedienza a Dio e si concedono ogni licenza alla carne; altri, al contrario, si oppongono e non vogliono sentir parlare di una libertà che, a loro avviso, sovverte ogni ordine, modestia e discrezione.
Che fare dunque, stretti in un simile dilemma? Sarebbe forse meglio accantonare la libertà cristiana per evitare tali pericoli? Ma, come si è detto, senza la sua conoscenza né Gesù Cristo, né la verità dell’Evangelo, né il riposo interiore delle anime possono essere conosciuti rettamente.
Al contrario, dobbiamo impegnarci affinché questa dottrina, tanto necessaria, non sia omessa né sepolta, e al tempo stesso reprimere le obiezioni assurde che da essa possono sorgere.
3:19:2 - Prima parte: libertà della coscienza davanti alla Legge nella giustificazione
La libertà cristiana, a mio giudizio, si articola in tre parti.
La prima consiste in questo: che le coscienze dei fedeli, quando si tratta di cercare certezza della loro giustificazione, si innalzino al di sopra della Legge e dimentichino ogni giustizia che provenga da essa. Poiché, come è stato mostrato, la Legge non lascia nessuno giusto, o dobbiamo essere esclusi da ogni speranza di giustificazione, oppure dobbiamo esserne liberati: e liberati in modo tale da non avere alcun riguardo alle nostre opere.
Infatti chiunque pensasse di dover apportare anche una minima parte di opere per ottenere giustizia, non potrebbe stabilirne né il limite né la misura, ma si renderebbe debitore dell’intera Legge.
Perciò, quando si tratta della nostra giustificazione, dobbiamo deporre ogni considerazione della Legge e delle opere, per abbracciare unicamente la misericordia di Dio e distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo a uno solo: Gesù Cristo.
Qui non si tratta di sapere se siamo giusti, ma come noi, ingiusti e indegni, possiamo essere reputati giusti. Se le coscienze vogliono avere qualche certezza in questo, non devono concedere alcuno spazio alla Legge.
Ciò non significa tuttavia che la Legge sia superflua per i credenti: essa continua a insegnare, esortare e stimolare al bene, benché non abbia posto nel giudizio delle loro coscienze davanti a Dio.
Queste due cose, benché distinte, devono essere accuratamente discernute. Tutta la vita dei cristiani deve essere una meditazione ed esercizio di pietà, poiché essi sono chiamati alla santificazione (Efesini 1:4; 1 Tessalonicesi 4:3). In questo sta l’ufficio della Legge: ammonirli su ciò che devono fare, affinché siano spinti ad amare la santità e l’innocenza.
Ma quando le coscienze sono inquietate su come possano trovare Dio propizio, su che cosa dovranno rispondere e su quale fiducia potranno reggersi se sono chiamate davanti al giudizio di Dio, allora non bisogna consultare la Legge, né considerare ciò che essa richiede, ma presentare Gesù Cristo solo come giustizia, il quale supera ogni perfezione della Legge.
3:19:3 - La libertà cristiana nell’Epistola ai Galati
In questo punto si concentra quasi tutta l’argomentazione dell’Epistola ai Galati. È facile dimostrare quanto siano perversi quegli interpreti che affermano che l’apostolo Paolo combatta solo per la libertà dalle cerimonie.
Infatti egli dice che Cristo è stato fatto maledizione per noi, per liberarci dalla maledizione della Legge, e che dobbiamo rimanere nella libertà con cui Cristo ci ha liberati, senza lasciarci sottomettere di nuovo a un giogo di schiavitù (Galati 3:13; 5:1 e seguenti).
«Ecco», dice Paolo, «io vi dichiaro che, se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla». E ancora: «Chi si fa circoncidere è debitore dell’intera Legge»; «Voi che cercate di essere giustificati per mezzo della Legge siete decaduti dalla grazia».
In queste affermazioni egli tratta certamente di qualcosa di ben più elevato della semplice libertà dalle cerimonie.
È vero che Paolo discute delle cerimonie, poiché polemizza contro i falsi apostoli che volevano reintrodurre nella Chiesa cristiana le antiche ombre della Legge, abolite con la venuta di Gesù Cristo. Ma per risolvere la questione doveva risalire più in alto, alla vera radice del problema.
Anzitutto, poiché le figure giudaiche oscuravano la chiarezza dell’Evangelo, egli dimostra che in Gesù Cristo abbiamo il pieno compimento di tutte le realtà che esse prefiguravano.
In secondo luogo, poiché i seduttori inculcavano l’idea perversa che l’osservanza delle cerimonie fosse un’opera meritoria per ottenere la grazia di Dio, Paolo insiste soprattutto su questo punto: gli esseri umani non possono ottenere giustizia davanti a Dio per mezzo di alcuna opera, tanto meno per mezzo di pratiche esteriori.
Egli mostra inoltre che, mediante la morte di Cristo, siamo stati liberati dalla condanna della Legge (Galati 4:5), che altrimenti grava su tutto il genere umano, affinché le nostre coscienze trovino riposo. Questo argomento è propriamente attinente al tema che stiamo trattando.
Infine, Paolo difende la libertà delle coscienze, dichiarando che esse non sono vincolate all’osservanza delle cose indifferenti.
3:19:4 - Seconda parte: obbedienza libera e filiale
La seconda parte della libertà cristiana, che dipende dalla prima, consiste in questo: che le coscienze non servano la Legge come costrette da una necessità legale, ma che, liberate dalla Legge, obbediscano volontariamente alla volontà di Dio.
Finché sono soggette alla Legge, esse vivono in continuo timore e terrore, e non possono mai disporsi a un’obbedienza libera e sincera, se prima non ottengono questa liberazione.
Un esempio chiarirà meglio lo scopo di questo discorso. Il comandamento della Legge è che amiamo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Deuteronomio 6:5).
Per adempiere questo comandamento, l’anima dovrebbe essere libera da ogni altro pensiero, il cuore purificato da ogni altro desiderio e tutte le forze interamente dedicate a Dio. Ma anche le persone più avanzate nella via del Signore sono ben lontane da questo traguardo.
Sebbene amino Dio con sincerità e affetto vero, una grande parte del loro cuore e della loro anima è ancora occupata da affezioni carnali, che li trattengono e impediscono loro di correre verso Dio come dovrebbero.
Essi vogliono, aspirano, si sforzano, ma non giungono mai a quella perfezione richiesta. Se guardano alla Legge, vedono che tutto ciò che fanno è maledetto. Né ci si inganni pensando che un’opera non sia del tutto cattiva solo perché è imperfetta e che Dio accetti ciò che vi è di buono: la Legge, richiedendo un amore perfetto, condanna ogni imperfezione, a meno che la sua rigorosa esigenza non sia previamente mitigata.
Chi dunque stima la propria opera la esamini attentamente, e troverà che ciò che giudicava buono è, proprio perché imperfetto, una trasgressione della Legge.
3:19:5 - La differenza tra servi e figli
Ecco dunque come tutte le nostre opere sono soggette alla maledizione della Legge, se sono misurate secondo la sua regola. E come potrebbero le povere anime trovare coraggio nel compiere opere dalle quali si aspettano solo maledizione?
Al contrario, quando, liberate da questo rigido comando — o piuttosto da tutta la sua severità — esse si vedono chiamate da Dio con dolcezza paterna, allora lo seguiranno con gioia e libertà di cuore dovunque egli le conduca.
In breve, coloro che sono prigionieri sotto i vincoli della Legge assomigliano ai servi, ai quali i padroni assegnano ogni giorno una certa quantità di lavoro: essi non pensano di aver fatto nulla e non osano presentarsi davanti ai loro padroni se non hanno compiuto perfettamente quanto è stato loro ordinato.
I figli, invece, che sono trattati con maggiore benevolenza dai loro padri, non temono di presentare opere rozze e incomplete, persino difettose, confidando che la loro obbedienza e la loro buona volontà saranno gradite, anche se non hanno fatto tutto ciò che avrebbero voluto.
Così dobbiamo essere anche noi, come figli, senza dubitare che il nostro ottimo e benigno Padre accolga i nostri servizi, benché imperfetti e macchiati da difetti. Egli stesso lo conferma per mezzo del profeta: «Io li risparmierò come un padre risparmia il figlio che lo serve» (Malachia 3:17). Qui il termine “risparmiare” indica un sopportare benignamente, dissimulando i difetti, poiché si parla appunto di servizio.
Questa certezza ci è sommamente necessaria: senza di essa, ogni nostro impegno sarebbe vano. Infatti Dio non si considera onorato dalle nostre opere, se non quando esse sono realmente compiute per il suo onore; e come potremmo farle a suo onore, se siamo oppressi da timori e dubbi, incerti se egli ne sia offeso o onorato?
3:19:6 - La libertà dalla Legge come consolazione contro il peccato residuo
Questa è la ragione per cui l’autore dell’Epistola agli Ebrei riconduce tutte le buone opere degli antichi padri alla fede, e ne valuta il valore in base alla fede (Ebrei 11:2, 17).
Abbiamo un passo notevole su questa libertà anche nell’Epistola ai Romani, dove l’apostolo Paolo conclude che il peccato non deve dominarci, poiché non siamo più sotto la Legge, ma sotto la grazia (Romani 6:14).
Dopo aver esortato i fedeli a non lasciare che il peccato regni nel loro corpo mortale, a non offrire le loro membra come strumenti di iniquità al peccato, ma a consacrarsi a Dio come persone risuscitate dai morti, e a offrire le loro membra come strumenti di giustizia a Dio, egli aggiunge questa consolazione.
Poiché, altrimenti, avrebbero potuto obiettare di portare ancora in sé una carne piena di concupiscenze, e che il peccato abita ancora in loro, Paolo introduce questa consolazione, dedotta dalla libertà dalla Legge, come se dicesse:
Benché i fedeli non sentano ancora il peccato completamente estinto in loro, né la piena vita della giustizia, tuttavia non devono scoraggiarsi né perdere coraggio, come se Dio fosse adirato contro di loro a causa di questi residui di peccato; poiché, per la grazia di Dio, essi sono stati liberati dalla Legge, affinché le loro opere non siano più esaminate secondo la sua regola.
Coloro che traggono da ciò la conclusione che si possa peccare liberamente, poiché non siamo più sotto la Legge, comprendano bene che questa libertà non appartiene loro in alcun modo: poiché il suo fine è precisamente quello di incitarci e guidarci al bene.
3:19:7 - Terza parte: libertà di coscienza nelle cose indifferenti
La terza parte della libertà cristiana ci insegna a non fare scrupolo davanti a Dio delle cose esteriori che, di per sé, sono indifferenti, e ci istruisce che possiamo usarle o non usarle liberamente.
La conoscenza di questa libertà è per noi estremamente necessaria: perché, se viene meno, le nostre coscienze non avranno mai riposo e cadranno senza fine nella superstizione.
Oggi molti pensano che sia un errore sollevare discussioni sul fatto che sia lecito mangiare carne, che l’osservanza dei giorni o l’uso di determinati vestiti sia libero, e altre simili questioni, che giudicano futili. Ma queste cose hanno molta più importanza di quanto comunemente si creda.
Infatti, una volta che le coscienze sono state imbrigliate e messe in catene, entrano in un labirinto infinito e in un abisso profondo, dal quale poi è difficile uscire.
Se una persona comincia a dubitare se le sia lecito usare il lino per abiti, camicie, fazzoletti o tovaglie, presto non sarà più sicura se possa usare la canapa; alla fine comincerà a esitare persino sull’uso della stoppa.
Si chiederà se possa mangiare senza tovaglia, se possa fare a meno del fazzoletto. Se qualcuno giunge a pensare che una carne un po’ più delicata delle altre non sia lecita, finirà per non osare mangiare con coscienza tranquilla né pane nero né cibi comuni, domandandosi sempre se non potrebbe mantenersi con alimenti ancora più vili.
Se fa scrupolo di bere buon vino, poi non oserà bere in pace di coscienza neppure vino aspro o annacquato, né infine acqua più limpida o migliore delle altre. In breve, arriverà al punto di considerare un grande peccato persino camminare su un filo di paglia di traverso.
Qui non è in gioco una lotta leggera nella coscienza, ma una questione decisiva: se piaccia o no a Dio che usiamo queste cose o che ce ne asteniamo, poiché dalla sua volontà devono procedere tutti i nostri consigli e tutte le nostre azioni.
Ne consegue che alcuni, per disperazione, sono gettati in un abisso che li inghiotte; altri, dopo aver scacciato ogni timore di Dio, passano sopra ogni ostacolo, poiché non vedono più alcuna via.
Tutti coloro che sono avvolti in tali dubbi, ovunque si volgano, hanno sempre davanti a sé uno scandalo di coscienza.
3:19:8 - La libertà deve essere esercitata nella fede e con rendimento di grazie
«Io so», dice l’apostolo Paolo, «che nulla è impuro in sé stesso; ma per chi considera una cosa impura, per lui essa è impura» (Romani 14:14).
Con queste parole egli sottomette tutte le cose esteriori alla nostra libertà, purché la certezza di questa libertà sia salda nella nostra coscienza davanti a Dio. Ma se un’opinione superstiziosa ci getta nello scrupolo, le cose che per loro natura erano pure diventano per noi contaminate.
Per questo egli aggiunge: «Beato chi non condanna sé stesso in ciò che approva; ma chi ha scrupolo ed agisce contro il proprio giudizio è condannato, perché non agisce per fede; e tutto ciò che non proviene dalla fede è peccato» (Romani 14:22-23).
Coloro che, stretti in simili difficoltà, osano tutto contro la propria coscienza per mostrarsi audaci e risoluti, non si allontanano forse da Dio?
D’altra parte, quelli che sono più sensibili al timore di Dio, costretti a fare molte cose contro la propria coscienza, sono assaliti da paure continue e alla fine vengono meno.
Tutti costoro, sia chi agisce con temerarietà contro la coscienza, sia chi vive nel timore e nella confusione, non ricevono i doni di Dio con rendimento di grazie; e tuttavia, come testimonia l’apostolo Paolo, solo mediante il rendimento di grazie tali doni sono santificati per il nostro uso (1 Timoteo 4:4-5).
Per rendimento di grazie intendo quello che procede da un cuore che riconosce la bontà e la liberalità di Dio nei suoi doni. Molti sanno bene che le cose di cui fanno uso sono beni di Dio e lo lodano per le sue opere; ma, se non ritengono che queste cose siano state date loro da Dio, come potranno rendergli grazie come al loro benefattore?
Vediamo dunque a quale fine tende questa libertà: a permetterci di usare i doni di Dio senza scrupolo di coscienza né turbamento dell’animo, secondo l’uso per il quale ci sono stati destinati; affinché, mediante questa fiducia, le nostre anime abbiano pace e riposo davanti a Dio e riconoscano la sua generosità verso di noi.
In questo sono comprese tutte le cerimonie la cui osservanza è libera, affinché le coscienze non siano costrette a osservarle come necessarie, ma sappiano che il loro uso è affidato alla discrezione, secondo ciò che è utile all’edificazione.
3:19:9 - Abusi della libertà: licenza carnale e ostentazione
Occorre ora considerare attentamente che la libertà cristiana, in tutte le sue parti, è una realtà spirituale. Tutta la sua forza consiste nel pacificare davanti a Dio le coscienze timorose: sia quando esse lottano con il dubbio del perdono dei peccati, sia quando sono in ansia per sapere se le loro opere, imperfette e macchiate dalla carne, siano gradite a Dio, sia quando sono perplesse riguardo all’uso delle cose indifferenti.
Essa è dunque male intesa da coloro che la usano per mascherare le loro cupidigie carnali, abusando dei doni di Dio per la propria voluttà, oppure da coloro che pensano di non possederla se non la ostentano davanti agli esseri umani, senza alcun riguardo per i fratelli deboli.
Nel primo modo si commettono oggi grandi colpe: pochi sono coloro che, avendo abbondanza, non si dilettino in banchetti, vesti sfarzose ed edifici di grande apparato, con una pompa disordinata, e che non desiderino essere ammirati per queste cose, compiacendosi grandemente della propria magnificenza.
Tutto ciò viene sostenuto e giustificato sotto il pretesto della libertà cristiana. Si dice che queste cose sono indifferenti: il che è vero, se usate con indifferenza. Ma quando sono desiderate con cupidigia, ostentate con orgoglio e abbandonate senza misura, allora sono contaminate da tali vizi.
L’apostolo Paolo distingue molto bene le cose indifferenti: «Tutto è puro per i puri; ma per i contaminati e gli increduli nulla è puro, perché la loro mente e la loro coscienza sono contaminate» (Tito 1:15).
Perché, infatti, sono condannati i ricchi che hanno già la loro consolazione, coloro che sono sazi, che ridono, che dormono su letti d’avorio, che accumulano casa su casa, i cui banchetti sono accompagnati da arpe, cetre, tamburelli e vino? (Luca 6:24; Amos 6:1-6; Isaia 5:8).
Certo, l’avorio, l’oro e le ricchezze sono buone creature di Dio, permesse e persino destinate all’uso umano; non è proibito ridere, essere sazi, acquisire beni, godere della musica o bere vino. Tutto questo è vero.
Ma quando qualcuno, nell’abbondanza dei beni, si seppellisce nelle delizie, inebria l’anima e il cuore nei piaceri presenti e ne cerca sempre di nuovi, si allontana molto dall’uso santo e legittimo dei doni di Dio.
Si eliminino dunque la cupidigia disordinata, la superfluità eccessiva, la vana pompa e l’arroganza, per usare i doni di Dio con coscienza pura. Quando i cuori saranno ricondotti a questa sobrietà, allora si avrà la regola del buon uso.
Se questa temperanza viene meno, anche i piaceri più comuni e di poco valore eccederanno la misura. È infatti molto vero che spesso sotto una veste modesta abita un cuore di porpora, e talvolta sotto la seta e il velluto si nasconde un cuore umile.
Ciascuno dunque viva nel proprio stato, poveramente, moderatamente o riccamente, ma in modo tale che tutti riconoscano di essere nutriti da Dio per vivere, non per abbandonarsi alle delizie; e comprendano che questa è la legge della libertà cristiana: saper, con l’apostolo Paolo, accontentarsi di ciò che si ha, sapere vivere nell’umiliazione e nell’onore, nella fame e nell’abbondanza, nella povertà e nell’opulenza (Filippesi 4:12).
3:19:10 - La libertà non va esercitata senza riguardo per i fratelli deboli
La seconda colpa, di cui abbiamo parlato, è anch’essa grave e diffusa: quella di coloro che, come se la loro libertà non fosse piena né sicura se non ha gli esseri umani come testimoni, la esercitano con imprudenza e senza discernimento. Con questo uso sconsiderato, spesso offendono i fratelli più deboli.
Si vedono oggi alcuni che pensano di non custodire bene la propria libertà se non la dimostrano mangiando carne il giorno di venerdì. Non li rimprovero per il fatto che mangiano carne; ma bisogna respingere questa falsa opinione, secondo cui non si avrebbe libertà se non la si ostentasse in ogni occasione.
La libertà, infatti, non ci procura nulla davanti agli esseri umani, ma davanti a Dio, ed è presente tanto nell’astensione quanto nell’uso.
Se qualcuno ha la vera comprensione di questo, per cui davanti a Dio è indifferente mangiare carne o uova, vestirsi di rosso o di nero, questo gli basta. La coscienza è già liberata, ed è proprio alla coscienza che spettava il frutto di questa libertà.
Anche se si astenesse dalla carne per tutta la vita, o usasse sempre un solo colore nei vestiti, non sarebbe per questo meno libero. Anzi, in ciò stesso è libero, perché si astiene con coscienza libera.
Queste persone mancano gravemente, poiché non tengono conto della debolezza del fratello, che deve essere da noi sostenuta in modo tale da non fare nulla con leggerezza che possa scandalizzarla.
Qualcuno obietterà che talvolta è opportuno mostrare la propria libertà davanti agli altri. Lo concedo anch’io; ma bisogna farlo con grande attenzione, in modo da non disprezzare la cura dovuta ai deboli, che il nostro Signore ci ha raccomandato in modo particolare.
3:19:11 - Scandalo dato e scandalo preso: deboli e farisei
Dirò dunque qui qualcosa sugli scandali: come discernerli, quali dobbiamo evitare e quali possiamo disprezzare, affinché ciascuno possa determinare quanta libertà gli sia possibile esercitare tra gli esseri umani.
Dobbiamo osservare la distinzione comune che dice che vi è uno scandalo che si dà e uno scandalo che si prende; poiché tale distinzione ha evidente testimonianza nella Scrittura e esprime abbastanza propriamente ciò che essa intende.
Se dunque qualcuno, per leggerezza intemperante o temerarietà indiscreta, in un tempo o in un luogo inopportuno fa qualcosa per cui i deboli e gli inesperti vengono scandalizzati, si potrà dire che ha dato scandalo, poiché è per sua colpa che tale scandalo è sorto. In generale si può dire che lo scandalo è “dato” quando la colpa proviene dall’autore dell’atto.
Si chiama invece scandalo preso quando qualcosa che non è stata fatta né con intemperanza né con indiscrezione, viene tuttavia trascinata dagli altri, per cattiveria e malizia, a occasione di scandalo. Qui lo scandalo non è stato dato: sono gli empi che, senza motivo, lo prendono.
Nel primo genere di scandalo si offendono solo i deboli; nel secondo si offendono coloro che, con la loro rigidezza e acrimonia, hanno sempre qualcosa da mordere e da riprendere. Perciò chiameremo il primo scandalo dei deboli, e il secondo scandalo dei farisei; e modereremo l’uso della nostra libertà in modo tale che essa ceda e si sottometta all’ignoranza dei fratelli deboli, non alla rigidezza dei farisei.
L’apostolo Paolo mostra ampiamente in molti luoghi quanto dobbiamo concedere ai deboli: «Accogliete chi è debole nella fede». E ancora: «Non giudichiamoci più gli uni gli altri; piuttosto preoccupiamoci di non porre inciampo al fratello o occasione di caduta» (Romani 14:1, 13), e molte altre parole dello stesso tenore, che è meglio rivedere nel loro contesto che riportare qui. La sostanza è questa: noi che siamo forti dobbiamo sopportare la debolezza dei deboli e non compiacere noi stessi, ma ciascuno compiaccia il prossimo nel bene, per l’edificazione (Romani 15:1).
Altrove dice ancora: «Guardate che questa vostra libertà non diventi un inciampo per i deboli» (1 Corinzi 8:9). «Mangiate di tutto ciò che si vende al mercato, senza porre domande per motivo di coscienza… lo dico riguardo alla vostra coscienza, non a quella altrui… in breve, siate tali da non dare scandalo né ai Greci, né ai Giudei, né alla chiesa di Dio» (1 Corinzi 10:25, 32).
E in un altro passo: «Siete stati chiamati a libertà, fratelli; soltanto non fate della libertà un’occasione per la carne, ma servitevi gli uni gli altri per mezzo dell’amore» (Galati 5:13).
Certamente è così. La nostra libertà non ci è stata data contro il prossimo debole — al quale la carità ci sottomette, rendendoci servi in tutto — ma ci è stata data affinché, avendo pace con Dio nelle nostre coscienze, viviamo pacificamente anche con gli esseri umani.
Quanto all’offesa dei farisei, le parole del Signore ci mostrano come dobbiamo comportarci: egli comanda di lasciarli e di non farne caso, perché sono ciechi e guide di ciechi (Matteo 15:14). I discepoli lo avevano avvertito che essi si erano scandalizzati della sua dottrina; egli risponde che bisogna disprezzarli e non curarsi della loro offesa.
3:19:12 - Quando cedere e quando resistere: Timoteo e Tito
La questione resta tuttavia ancora dubbia, se non comprendiamo chi dobbiamo considerare deboli e chi invece farisei; senza tale discernimento non vedo come possiamo usare la nostra libertà in mezzo agli scandali, poiché l’uso ne sarebbe sempre molto pericoloso.
Ma mi pare che l’apostolo Paolo determini chiaramente, sia per dottrina sia per esempi, fino a che punto dobbiamo moderare la libertà e quando, invece, dobbiamo conservarla anche a costo di scandalo.
Prendendo Timoteo come compagno, lo circoncise; e non volle mai acconsentire a circoncidere Tito (Atti 16:3; Galati 2:3). Le azioni sono diverse, e tuttavia non vi fu alcun mutamento di intenzione o di volontà.
Nella circoncisione di Timoteo, benché fosse libero in ogni cosa, egli si fece servo di tutti, e si fece per i Giudei come Giudeo, per guadagnare i Giudei; per quelli sotto la Legge come se fosse sotto la Legge, per guadagnare quelli sotto la Legge; per i deboli come debole, per guadagnare i deboli; tutto a tutti, per salvarne alcuni (1 Corinzi 9:19-22), come egli stesso ha scritto.
Qui abbiamo una buona misura nell’uso della libertà: cioè quando possiamo, senza danno, astenercene con qualche frutto.
Al contrario, egli dichiara a quale fine tendeva quando rifiutò costantemente di circoncidere Tito, scrivendo così: «Neppure Tito, che era con me, benché fosse greco, fu costretto a circoncidersi; e questo a causa di falsi fratelli introdottisi di nascosto per spiare la nostra libertà che abbiamo in Gesù Cristo, allo scopo di ricondurci in servitù… ai quali non cedemmo nemmeno per un momento, affinché la verità dell’Evangelo rimanesse con noi» (Galati 2:3-5).
Qui abbiamo ugualmente la necessità di custodire la libertà, quando essa viene scossa nelle coscienze deboli dai comandamenti dei falsi apostoli.
In ogni cosa dobbiamo servire alla carità e avere riguardo all’edificazione del prossimo.
«Tutte le cose mi sono lecite» (dice l’apostolo in un altro passo), «ma non tutte sono utili. Tutte le cose mi sono lecite, ma non tutte edificano. Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello del prossimo» (1 Corinzi 10:23-24).
Non c’è regola più chiara e più certa di questa: dobbiamo usare la libertà quando ciò torna all’edificazione del prossimo; se invece non è utile al prossimo, dobbiamo astenercene.
Vi sono alcuni che pretendono di seguire la prudenza di Paolo nel restringere la libertà, ma in realtà non cercano affatto di servire la carità: per assicurare la propria quiete e tranquillità desiderano che ogni menzione della libertà sia sepolta. Eppure talvolta non è meno utile e necessario, per l’edificazione del prossimo, usare la libertà che restringerla per il suo bene.
Il cristiano deve dunque pensare che Dio gli ha sottomesso tutte le cose esterne, affinché sia più libero di compiere tutto ciò che appartiene alla carità verso il prossimo.
3:19:13 - Gli scandali non devono farci omettere ciò che è necessario
Tutto ciò che ho insegnato sull’evitare gli scandali va riferito alle cose indifferenti, che di per sé non sono né buone né cattive. Le cose necessarie, invece, non devono essere omesse per timore di scandalo. Poiché, come la nostra libertà deve essere regolata e sottomessa alla carità verso il prossimo, così la carità deve essere sottomessa alla purezza della fede.
È vero che bisogna avere riguardo alla carità, ma in modo tale che, per amore del prossimo, Dio non sia offeso.
Non approvo l’intemperanza di coloro che non fanno nulla se non con tumulti, e preferiscono rompere violentemente tutto piuttosto che scucire; ma, dall’altra parte, non accetto neppure la ragione di quelli che, trascinando gli altri col loro esempio in mille bestemmie, fingono che sia loro necessario fare così per non essere di scandalo al prossimo, quasi che nel frattempo non edificassero le coscienze del prossimo nel male; soprattutto quando restano sempre nello stesso fango, senza speranza di uscirne.
Se poi si tratta di istruire il prossimo, con dottrina o con esempio di vita, essi dicono che bisogna nutrirlo di latte, e per fare ciò lo mantengono in opinioni cattive e perniciose. L’apostolo Paolo ricorda davvero di aver nutrito i Corinzi di latte (1 Corinzi 3:2); ma se la Messa fosse esistita allora, avrebbe forse sacrificato per dar loro da bere latte? No, perché il latte non è veleno.
Essi dunque mentono, facendo finta di nutrire coloro che in realtà feriscono crudelmente sotto l’apparenza di dolcezza.
E anche se concedessimo che tale dissimulazione possa essere buona per un certo tempo, fino a quando continueranno ad abbeverare i loro figli sempre con lo stesso latte? Se non crescono mai fino a poter sopportare un po’ di cibo solido, è certo che non sono mai stati nutriti con buon latte.
Due ragioni mi impediscono ora di combattere più a fondo contro costoro: la prima è che le loro sciocchezze non meritano di essere respinte, non avendo né gusto né sapore; la seconda è, per evitare ripetizioni, poiché ho trattato questo argomento in libri appositi.
Solo che i lettori tengano fermo questo punto: che, quando per mezzo di certi scandali il diavolo e il mondo cercano o di distoglierci da ciò che Dio comanda, o di rallentarci affinché non seguiamo la regola della sua Parola, dobbiamo disprezzare tutto ciò per proseguire con animo lieto la nostra corsa. Inoltre, qualunque pericolo ci minacci, non ci è lecito deviare neppure di poco dall’autorità di Dio; e non ci è lecito tentare nulla senza il suo permesso, qualunque copertura cerchiamo.
3:19:14 - Libertà della coscienza e potere umano: un bene pagato col sangue
Poiché è così, e le coscienze dei fedeli, per il privilegio della libertà che hanno in Gesù Cristo, sono liberate dai vincoli e dalle osservanze necessarie di quelle cose che il Signore ha voluto fossero indifferenti, concludiamo che esse sono libere ed esentate dal potere di tutti gli esseri umani.
Non sarebbe infatti conveniente né che la lode dovuta a Gesù Cristo per un tale beneficio fosse oscurata, né che il frutto ne fosse perduto per le coscienze.
Non si deve considerare cosa di poca importanza ciò che vediamo essere costato così caro a Gesù Cristo: egli non l’ha acquistato né con oro né con argento, ma col proprio sangue. Tanto che l’apostolo Paolo non esita a dire che la morte di Cristo diventa vana per noi, se ci mettiamo in soggezione degli esseri umani.
Paolo non tratta d’altro per diversi capitoli dell’Epistola ai Galati, se non di questo: che Cristo è per noi sepolto, o meglio del tutto spento, se le nostre coscienze non restano ferme nella loro libertà; e in essa certamente cadrebbero, se potessero essere legate, a piacere degli esseri umani, da leggi e costituzioni (Galati 5:1, 4).
Ma, come questa è una cosa molto degna di essere conosciuta, così ha bisogno di essere spiegata più chiaramente. Infatti, non appena oggi si dice una parola per togliere le costituzioni umane, subito si sollevano grandi clamori: in parte da persone sediziose, in parte da calunniatori, come se ogni obbedienza fosse respinta e rovesciata.
3:19:15 - Due regimi nell’essere umano: spirituale e civile
Per prevenire questo inconveniente, dobbiamo notare che nell’essere umano vi è un duplice regime.
Uno è spirituale, per il quale la coscienza è istruita e ammaestrata nelle cose di Dio e in ciò che appartiene alla pietà. L’altro è politico o civile, per il quale l’essere umano è formato ai doveri di umanità e di civiltà che devono essere mantenuti tra le persone.
Di solito si chiamano questi due regimi giurisdizione spirituale e temporale: termini appropriati, con cui si indica che il primo riguarda la vita dell’anima e il secondo serve a questa vita presente; non tanto per nutrire o vestire, quanto per stabilire certe leggi grazie alle quali le persone possano vivere onestamente e giustamente le une con le altre.
Il primo ha la sua sede nell’anima interiore; il secondo forma e disciplina soltanto i costumi esteriori.
I lettori mi permettano dunque di chiamare l’uno Regno spirituale e l’altro civile o politico. E, poiché li distinguiamo, dobbiamo considerarli ciascuno a parte, senza confonderli. Poiché è come se nell’essere umano ci fossero due mondi, che possono essere governati da re diversi e da leggi diverse.
Questa distinzione ci servirà da avvertimento: ciò che l’Evangelo insegna sulla libertà spirituale non deve essere tirato contro diritto e ragione nella sfera della vita civile, come se i cristiani non dovessero essere soggetti alle leggi umane perché le loro coscienze sono libere davanti a Dio; o come se fossero esenti da ogni servitù secondo la carne perché sono liberi secondo lo spirito.
Inoltre, poiché nel giudicare delle costituzioni che sembrano concernere il regime spirituale ci si può ingannare, bisogna discernere anche tra esse, per sapere quali devono essere ritenute legittime, come conformi alla Parola di Dio, e quali invece devono essere rigettate.
Quanto alla politica civile, riserviamo di trattarne altrove. Mi astengo anche, per ora, dal parlare delle leggi ecclesiastiche, perché tale deduzione si addice meglio al quarto libro, dove si parlerà della potenza della Chiesa.
Sia dunque questa la conclusione per la presente materia.
Non vi sarebbe alcuna difficoltà (come ho detto), se non che molti si confondono, non discernendo bene tra polizia civile e coscienza; tra giurisdizione esterna e civile e giudizio spirituale, la cui sede è nella coscienza. Un passo dell’apostolo Paolo rende la difficoltà ancora maggiore: quando dice che bisogna obbedire ai magistrati non solo per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza (Romani 13:1, 5). Da ciò sembrerebbe seguire che la coscienza è soggetta alle leggi politiche. Se fosse così, tutto ciò che abbiamo detto e dobbiamo ancora dire sul regime spirituale cadrebbe.
Per sciogliere questo scrupolo, è opportuno sapere anzitutto che cosa sia la coscienza; e la parola stessa può darne qualche indicazione. Come diciamo “scienza” per indicare ciò che l’intelletto ha compreso, così, quando le persone hanno un sentimento del giudizio di Dio che è come un secondo testimone, il quale non permette di seppellire le colpe, ma le cita davanti al tribunale del grande Giudice e le tiene come prigioniere, tale sentimento si chiama coscienza.
Essa è come un mezzo tra Dio e gli esseri umani: poiché, avendo tale impressione nel cuore, non possono cancellare con l’oblio la conoscenza del bene e del male; e sono incalzati finché si riconoscono colpevoli quando hanno peccato. Questo è ciò che intende Paolo dicendo che la coscienza rende testimonianza insieme con le persone, quando i loro pensieri le accusano o le assolvono davanti al giudizio di Dio (Romani 2:15).
Una semplice conoscenza potrebbe essere come soffocata; ma questo sentimento, che trascina l’essere umano davanti al tribunale di Dio, è come una sentinella posta a vegliare, a spiare e a scoprire ciò che egli vorrebbe volentieri nascondere, se potesse. Da qui il proverbio antico: la coscienza è come mille testimoni.
Per la stessa ragione l’apostolo Pietro chiama “risposta di buona coscienza” un riposo e una tranquillità dello spirito, quando la persona credente, appoggiandosi alla grazia di Cristo, si presenta con franchezza davanti a Dio (1 Pietro 3:21). E l’autore dell’Epistola agli Ebrei, dicendo che i fedeli non hanno più coscienza di peccato, significa che ne sono liberati e assolti, non avendo più rimorso che li accusi (Ebrei 10:2).
3:19:16 - Che cosa significa “legare la coscienza”: Dio come fine, non gli esseri umani
Perciò, come le opere hanno riguardo agli esseri umani, così la coscienza ha Dio come suo fine: e dunque la buona coscienza non è altro che un’integrità interiore del cuore.
A questo proposito l’apostolo Paolo dice che il compimento della Legge è amore, proveniente da coscienza pura e da fede non finta (1 Timoteo 1:5). Altrove mostra in che cosa la coscienza differisca dal semplice sapere, dicendo che alcuni hanno fatto naufragio nella fede perché si erano allontanati da una buona coscienza (1 Timoteo 1:19). Con ciò egli intende un vivo desiderio di onorare Dio e uno zelo retto di vivere in purezza e santità.
Talvolta il nome “coscienza” è applicato anche a ciò che riguarda gli esseri umani, come quando Paolo dice negli Atti di essersi sforzato di avere sempre una buona coscienza davanti a Dio e davanti agli esseri umani (Atti 24:16); ma ciò si intende perché i frutti esteriori della coscienza giungono fino agli esseri umani. Tuttavia, a parlare propriamente, la coscienza, come ho detto, ha Dio come fine e come riferimento.
Perciò diciamo che una legge lega la coscienza quando obbliga la persona in modo assoluto, senza riguardo al prossimo, come se avesse a che fare direttamente e soltanto con Dio.
Esempio: Dio ci comanda non solo di avere il cuore puro da ogni impurità, ma anche di guardarci da ogni parola volgare e da ogni licenza che conduca all’incontinenza. Anche se non ci fosse alcun essere umano sulla terra, io sono tenuto in coscienza a osservare tale legge. Se dunque mi abbandono a qualche impurità, non pecco soltanto perché scandalizzo i fratelli, ma sono colpevole davanti a Dio, avendo trasgredito ciò che egli mi aveva proibito tra lui e me.
Diversa è la considerazione nelle cose indifferenti: dobbiamo astenercene quando potremmo offendere i fratelli, ma con coscienza franca e libera. L’apostolo Paolo lo mostra parlando della carne sacrificata agli idoli: «Se qualcuno ne fa scrupolo, non mangiarne per motivo di coscienza; non della tua, ma di quella dell’altro» (1 Corinzi 10:28-29).
La persona credente che ne fosse avvertita peccerebbe, scandalizzando il prossimo col suo mangiare; ma, benché Dio le comandi di astenersi, per amore del prossimo, dal mangiare quella carne e le sia necessario sottomettersi, tuttavia la sua coscienza resta sempre in libertà.
Vediamo dunque come questa legge imponga soggezione soltanto all’atto esteriore, e tuttavia lasci la coscienza libera.
Riassunto del capitolo 3:19.