Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 2
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro 3
Capitolo II
Della fede: dove sono spiegate la sua definizione e le cose che le sono proprie
3:2:1 - Necessità di una retta definizione della fede e suo oggetto in Cristo
Ma tutte queste cose saranno facili a intendersi, quando avremo posto una definizione più chiara della fede, per mostrare bene ai lettori quale sia la sua forza e natura. Ora conviene richiamare alla memoria ciò che abbiamo insegnato in precedenza: cioè che Dio, ordinandoci mediante la Legge ciò che dobbiamo fare, se manchiamo anche minimamente, ci minaccia del giudizio della morte eterna e ci tiene così stretti, come se dovesse fulminare sulle nostre teste. Inoltre è da notare che, poiché non solo è per noi cosa difficile, ma supera tutte le nostre forze ed è fuori della nostra capacità adempiere la Legge come è richiesto, se guardiamo solo a noi stessi e consideriamo soltanto ciò che abbiamo meritato e di quale condizione siamo degni, non ci resta una sola goccia di speranza; ma, come poveri rigettati da Dio, siamo oppressi dalla condanna. In terzo luogo, abbiamo dichiarato che vi è un solo mezzo per liberarci da una calamità così miserabile e farcene uscire: cioè quando Gesù Cristo appare come Redentore, per la cui mano il Padre celeste, avendo pietà di noi, secondo la sua infinita misericordia ha voluto soccorrerci, a condizione però che abbracciamo con ferma fede questa misericordia e riposiamo in essa con costanza di speranza per perseverarvi.
Ora resta da considerare bene quale debba essere questa fede, mediante la quale tutti coloro che sono adottati da Dio come figli entrano in possesso del regno di Dio, poiché una qualunque opinione, o anche una qualunque persuasione, non sarebbe sufficiente a compiere una cosa così grande. Perciò dobbiamo applicare con cura il nostro studio a ricercare la natura e la vera proprietà della fede, vedendo che la maggior parte del mondo è come intorpidita in questo punto. Infatti, sentendo questo nome, non concepiscono altro che una volontà di assentire alla storia dell’Evangelo; e perfino quando nelle scuole di teologia si disputa della fede dicendo in modo grossolano che Dio ne è l’oggetto, si sviano miseramente le anime in speculazioni vane, invece di indirizzarle a un fine certo. Poiché, essendo Dio in una luce inaccessibile, è necessario che Cristo ci venga incontro per guidarci a Lui. Per questo è chiamato la luce del mondo e, altrove, la via, la verità e la vita, perché nessuno viene al Padre, che è la fonte della vita, se non per mezzo di Lui; dato che Lui solo conosce il Padre e il suo ufficio è di manifestarlo ai suoi fedeli (1 Timoteo 6:16; Giovanni 8:12; Giovanni 14:6; Luca 10:22).
Secondo questa ragione, Paolo protesta (1 Corinzi 2:2) di non aver stimato degno di essere conosciuto altro che Gesù Cristo; e negli Atti non si gloria d’altro che di aver conosciuto la fede in Gesù Cristo; e in un altro luogo riferisce la parola che gli è stata rivolta: “Io ti mando ai popoli, affinché ricevano il perdono dei peccati e abbiano parte all’eredità dei santi mediante la fede in me” (Atti 26:17-18). Altrove ancora egli dice che la gloria di Dio ci è visibile nel volto di Cristo, e che questo è lo specchio nel quale ci è data ogni conoscenza (2 Corinzi 4:6). È vero che la fede guarda a un solo Dio; ma bisogna aggiungervi un secondo punto, cioè credere in Gesù Cristo, che Egli ha mandato, poiché Dio ci resterebbe nascosto molto lontano se il Figlio non ci illuminasse con i suoi raggi. A questo fine il Padre ha posto in Lui tutti i suoi beni, per manifestarsi nella sua persona e, mediante tale comunicazione, esprimere la vera immagine della sua gloria. Come dunque è stato detto che dobbiamo essere tratti dallo Spirito per essere spinti a cercare il Signore Gesù, così d’altra parte dobbiamo essere avvertiti di non cercare il Padre altrove che in questa immagine. Di ciò Agostino parla molto saggiamente, dicendo che, per ben dirigere la nostra fede, dobbiamo sapere dove dobbiamo andare e per quale via. Subito dopo conclude che la via per preservarci da ogni errore è conoscere colui che è Dio e uomo. Infatti noi tendiamo a Dio e, mediante l’umanità di Gesù Cristo, siamo condotti a Lui. Del resto, quando Paolo menziona la fede che abbiamo in Dio, non intende rovesciare ciò che così spesso ripete della fede, che ha tutta la sua fermezza in Gesù Cristo; e Pietro congiunge ottimamente le due cose, dicendo che mediante Cristo crediamo in Dio (1 Pietro 1:21).
3:2:2 - Confutazione della fede implicita dei teologi sorbonici
Questo male dunque, come molti altri infiniti, deve essere imputato ai teologi sorbonici[1], i quali hanno coperto quanto più hanno potuto Gesù Cristo come con un velo; mentre, se non lo guardiamo direttamente, non possiamo che vagare per molti labirinti. Oltre a ciò, con la loro definizione piena di tenebre essi diminuiscono la virtù della fede e quasi la annientano, avendo costruito una fantasia di fede che chiamano implicita o avvolta; con questo nome, attribuendo alla più grossolana ignoranza che si possa trovare il titolo di fede, ingannano il povero popolo e lo rovinano. Anzi, per parlare più apertamente e secondo verità, questa fantasia non solo seppellisce la vera fede, ma la distrugge del tutto.
È forse credere non comprendere nulla, purché si sottometta il proprio giudizio alla Chiesa? Certamente la fede non consiste nell’ignoranza, ma nella conoscenza, e questa non solo di Dio, ma anche della sua volontà. Poiché non otteniamo la salvezza perché siamo pronti ad accettare come vero tutto ciò che la Chiesa avrà determinato, o perché le rimettiamo l’incarico di indagare e conoscere; ma in quanto conosciamo Dio come Padre benevolo verso di noi, per la riconciliazione compiuta in Cristo, e in quanto riceviamo Cristo come dato a noi per giustizia, santificazione e vita. È mediante questa conoscenza, e non sottomettendo il nostro spirito a cose ignote, che otteniamo l’ingresso nel regno dei cieli. Infatti l’Apostolo, dicendo che si crede con il cuore per la giustizia e si fa confessione con la bocca per la salvezza (Romani 10:10), non intende che basti credere implicitamente ciò che non si comprende, ma richiede una pura e chiara conoscenza della bontà di Dio, nella quale consiste la nostra giustizia.
3:2:3 - La vera fede non è ignoranza, ma conoscenza di Dio e di Cristo
È vero che non nego che, poiché siamo avvolti dall’ignoranza, molte cose ci siano nascoste e lo saranno finché, spogliati di questo corpo mortale, saremo più vicini a Dio; in tali cose confesso che nulla è più opportuno che sospendere il nostro giudizio e, nel frattempo, fermare la nostra volontà a rimanere in unità con la Chiesa. Ma è una derisione attribuire sotto questo pretesto il titolo di fede a una pura ignoranza. Poiché la fede consiste nella conoscenza di Dio e di Cristo (Giovanni 17:3), non nella riverenza verso la Chiesa.
E di fatto vediamo quale abisso essi abbiano aperto con questa implicazione o avvolgimento che chiamano fede: cioè che gli ignoranti ricevono tutto ciò che viene loro presentato sotto il titolo della Chiesa, senza alcuna discrezione, perfino gli errori più grossolani che si possano loro proporre. Questa facilità così sconsiderata, benché faccia precipitare l’uomo nella rovina, è nondimeno scusata da loro, poiché non crederebbe nulla con determinazione, ma sotto questa condizione aggiunta: “Se tale è la fede della Chiesa”. In questo modo fingono di tenere la verità nell’errore, la luce nella cecità e la scienza nell’ignoranza. Ora, per non fermarci a lungo a confutare queste follie, ammoniamo soltanto i lettori a confrontarle con la nostra dottrina, poiché la chiarezza stessa della verità fornirà argomenti sufficienti per confonderle. Non è infatti questione tra noi se la fede sia avvolta in molte tenebre d’ignoranza; ma essi determinano che coloro che si astengono dal sapere e perfino si compiacciono della loro stupidità credano debitamente e come si richiede, purché acconsentano all’autorità e al giudizio della Chiesa senza sapere nulla; come se la Scrittura non insegnasse ovunque che l’intelligenza è congiunta con la fede.
3:2:4 - La fede è imperfetta e avvolta, ma reale, nei credenti
Noi confessiamo invece che la fede, finché siamo pellegrini nel mondo, è sempre avvolta: non solo perché molte cose ci sono ancora ignote, ma perché, essendo circondati da molte nubi di errori, non comprendiamo tutto ciò che sarebbe desiderabile. Infatti la somma sapienza dei più perfetti consiste nel progredire e avanzare ulteriormente, rendendosi docili e mansueti. Perciò Paolo esorta i fedeli che, se differiscono tra loro in qualche cosa, attendano una più ampia rivelazione (Filippesi 3:15). E l’esperienza ci insegna che non comprendiamo ciò che sarebbe da desiderare finché non siamo spogliati della nostra carne.
Ogni giorno, leggendo la Scrittura, incontriamo molti passi oscuri che ci rimproverano e ci convincono della nostra ignoranza; e con questa briglia Dio ci mantiene nella modestia, assegnando a ciascuno una certa misura e porzione di fede, affinché il più grande dottore e il più abile sia pronto a essere ammaestrato. Abbiamo molti bei e notevoli esempi di tale fede implicita nei discepoli del nostro Signore Gesù, prima che fossero pienamente illuminati. Vediamo quanto sia stato loro difficile gustare i primi rudimenti, come abbiano esitato e dubitato in cose anche molto piccole, e quanto poco abbiano progredito, pur pendendo assiduamente dalle labbra del loro Maestro. Anzi, giunti al sepolcro, la risurrezione, della quale avevano udito tanto parlare, appare loro come un sogno.
Poiché Gesù Cristo aveva già reso testimonianza che essi credevano, non è lecito dire che fossero del tutto privi di fede; infatti, se non fossero stati persuasi che Gesù Cristo doveva risorgere, ogni affetto di seguirlo sarebbe stato spento in loro. Così anche le donne non furono mosse da superstizione a ungere con aromi un corpo morto, nel quale non vi fosse alcuna speranza di vita; ma, sebbene dessero credito alle parole del Figlio di Dio, che sapevano essere verace, tuttavia la rozzezza che ancora occupava i loro spiriti teneva la loro fede avvolta nelle tenebre, cosicché si trovarono smarrite. Per questo si dice che, avendo visto con gli occhi la verità delle parole del nostro Signore Gesù, finalmente credettero: non perché allora avessero cominciato a credere, ma perché il seme della fede, che era come morto nei loro cuori, riprese vigore per fruttificare. Vi era dunque in loro una vera fede, ma avvolta: poiché avevano ricevuto con quella riverenza che si conviene il Figlio di Dio come loro unico dottore; inoltre, istruiti da Lui, lo ritenevano autore della loro salvezza; infine credevano che fosse venuto dal cielo per raccogliere, mediante la grazia di Dio suo Padre, nell’eredità immortale coloro che gli sarebbero stati veri discepoli. E di ciò non si deve cercare prova migliore e più familiare di quanto ciascuno sente sempre in sé, cioè una certa incredulità mescolata con la fede.
3:2:5 - Preparazioni alla fede e falsa ignoranza
Allo stesso modo possiamo chiamare fede ciò che, a parlare propriamente, non è che una preparazione ad essa. Gli evangelisti raccontano che molti credettero, i quali furono soltanto rapiti dai miracoli di Gesù Cristo e presi da ammirazione per Lui, senza andare oltre il riconoscerlo come il Redentore promesso, benché conoscessero ben poco, quasi nulla, della dottrina dell’Evangelo. Tale riverenza, che li aveva domati per sottometterli a Gesù Cristo, è adornata del titolo di fede, sebbene fosse solo un piccolo inizio.
Così l’ufficiale di corte, che aveva creduto alla promessa di Gesù Cristo riguardo alla guarigione di suo figlio, quando tornò a casa credette di nuovo, secondo Giovanni: infatti, dapprima aveva tenuto come un oracolo del cielo ciò che aveva udito dalla bocca di Gesù Cristo; poi si era sottomesso alla sua autorità per riceverne la dottrina (Giovanni 4:53; Giovanni 8:30). Tuttavia bisogna sapere che egli si era reso così docile e disposto a imparare che il verbo “credere” nel primo luogo di questo passo di Giovanni indica una fede particolare, mentre nel secondo si estende più oltre, collocando quest’uomo nel numero dei discepoli del nostro Signore, che facevano professione di aderire a Lui.
Giovanni ci propone un esempio abbastanza simile nei Samaritani, i quali, avendo creduto alla parola annunciata loro dalla donna, accorsero ardentemente a Gesù Cristo: questo fu un inizio di fede; ma dopo averlo udito dissero: “Non crediamo più per la tua parola, ma perché l’abbiamo udito noi stessi e sappiamo che egli è il Salvatore del mondo” (Giovanni 4:42). Da queste testimonianze appare che anche coloro che non sono ancora istruiti nei primi elementi, purché siano inclini e pronti a ubbidire a Dio, sono chiamati fedeli: non propriamente, ma perché Dio, nella sua liberalità, fa questo onore alla loro disposizione. Del resto, una tale docilità con desiderio di apprendere è ben diversa da quella grossolana ignoranza nella quale ristagnano e si addormentano coloro che si accontentano della loro fede implicita, quale i papisti immaginano. Poiché, se Paolo condanna severamente coloro che, imparando, non giungono mai alla conoscenza della verità, di quanto maggiore biasimo e vituperio sono degni coloro che deliberatamente desiderano di non sapere nulla (2 Timoteo 3:7)?
3:2:6 - La fede nasce dall’Evangelo ed è inseparabile dalla Parola
Ecco dunque la vera conoscenza di Gesù Cristo: che lo riceviamo quale ci è offerto dal Padre, cioè rivestito del suo Evangelo. Poiché, come egli è stato destinato a essere il fine della nostra fede, così, d’altra parte, non tenderemo mai rettamente a lui se non essendo guidati dall’Evangelo. E infatti è lì che ci sono aperti i tesori della grazia; i quali, restando chiusi, Gesù Cristo ci gioverebbe ben poco. Perciò Paolo congiunge la dottrina con la fede con un vincolo inseparabile, dicendo: “Voi non avete imparato così Cristo, se siete stati istruiti su quale sia la sua verità” (Efesini 4:20-21). Non che io restringa la fede in tal modo all’Evangelo da non confessare che ciò che insegnarono Mosè e i Profeti bastasse allora per edificarla bene; ma poiché nell’Evangelo essa ha una manifestazione più ampia, Paolo non senza ragione lo chiama dottrina della fede (1 Timoteo 4:6). Per questa ragione egli dice in un altro luogo che, all’avvento della fede, la Legge è stata abolita, intendendo con questa parola la nuova maniera d’insegnare portata dal Figlio di Dio, poiché egli ha molto meglio chiarito la misericordia del Padre; e, essendo stato stabilito per noi maestro e dottore, ci ha attestato più familiarmente la nostra salvezza (Romani 10:4).
Tuttavia il procedimento ci sarà più facile se scendiamo per gradi dal generale allo speciale. In primo luogo, siamo avvertiti che vi è una corrispondenza della fede con la Parola, dalla quale essa non può essere separata né distolta, non più dei raggi dal sole che li produce. Perciò Dio grida per mezzo di Isaia: “Ascoltatemi, e l’anima vostra vivrà” (Isaia 55:3)! Giovanni mostra pure che questa è la fonte della fede, dicendo: “Queste cose sono state scritte affinché crediate” (Giovanni 20:31). E il profeta, volendo esortare il popolo a credere: “Oggi”, dice, “se udite la sua voce” (Salmi 95:8). In breve, questo verbo “udire” comunemente è preso per “credere”.
In conclusione, Dio non invano distingue con questo segno i figli della Chiesa dagli stranieri: che egli li istruirà per averli come scolari. A ciò corrisponde il fatto che Luca qua e là pone questi due termini come equivalenti: “fedeli” e “discepoli”; anzi estende questo titolo perfino a una donna (Atti 6:1-2, 7; Atti 9:1, 10, 19, 25, 26, 36; Atti 11:26, 29; Atti 13:52; Atti 14:20, 28; Atti 20:1).
Perciò, se la fede declina anche di poco da questo bersaglio al quale deve mirare, non conserva più la sua natura, ma diviene una credulità incerta e un errore vagante qua e là. La Parola stessa è il fondamento sul quale essa è sostenuta e appoggiata: se gliene si toglie, subito inciampa. Si tolga dunque la Parola, e non resterà più alcuna fede. Non disputiamo qui se il ministero dell’uomo sia necessario per seminare la Parola onde la fede sia concepita: ciò lo tratteremo altrove. Ma diciamo che la Parola, da qualunque parte ci sia recata, è come uno specchio nel quale la fede deve guardare e contemplare Dio. Perciò, sia che Dio si serva in ciò dell’opera dell’uomo, sia che operi con la sua sola virtù, nondimeno egli si rappresenta sempre mediante la sua Parola a coloro che vuole attirare a sé.
Perciò anche Paolo chiama la fede obbedienza resa all’Evangelo; e altrove loda il servizio e la prontezza della fede che erano nei Filippesi (Romani 1:5; Filippesi 2:17). Infatti nella fede non si tratta soltanto di intendere che vi è un Dio, ma principalmente è richiesto di comprendere quale sia la sua volontà verso di noi. Poiché non ci è utile soltanto sapere quale egli sia in sé, ma quale egli voglia essere per noi. Abbiamo dunque già che la fede è una conoscenza della volontà di Dio tratta dalla sua Parola. Il fondamento di essa è la persuasione che si ha della verità di Dio: finché il tuo cuore non ne abbia una certezza risoluta, la Parola ha in te un’autorità ben debole, o del tutto nulla. Inoltre, non basta credere che Dio è verace e che non può mentire né ingannare, se tu non hai questa risoluzione: che tutto ciò che procede da lui è verità ferma e inviolabile.
3:2:7 - La fede si appoggia sulla promessa della grazia e definizione della fede
Ma poiché il cuore dell’uomo non è confermato nella fede da ogni singola parola di Dio, bisogna ancora ricercare a che cosa la fede propriamente guarda nella Parola. Era una voce di Dio quella detta ad Adamo: “Tu morrai certamente”; era una voce di Dio quella detta a Caino: “Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (Genesi 2:17; Genesi 4:10); ma tali sentenze non potevano se non scuotere la fede, tanto meno stabilirla. Non neghiamo però che l’ufficio della fede sia di dare consenso alla verità di Dio tutte le volte che egli parla, e qualunque cosa dica, e in qualunque maniera; ma ora cerchiamo che cosa la fede trovi in quella Parola per appoggiarsi e riposare.
Se la nostra coscienza non vede altro che indignazione e vendetta, come non tremerà d’orrore? E se una volta ha Dio in orrore, come non lo fuggirà? Ora, la fede deve cercare Dio, non fuggirlo. È dunque evidente che non abbiamo ancora la definizione piena, poiché non deve essere reputato fede conoscere qualunque volontà di Dio. E che sarà se, al posto di “volontà”, il cui messaggio talora è triste e spaventoso, poniamo “benevolenza” o “misericordia”? Certamente in questo modo ci avviciniamo più alla natura della fede. Perché allora siamo dolcemente indotti a cercare Dio, dopo aver conosciuto che la nostra salvezza è in lui, ciò che egli ci dichiara assicurandoci che se ne prende cura.
Perciò abbiamo bisogno di avere una promessa della sua grazia, nella quale egli attesta di essere per noi Padre propizio; poiché senza di essa nessuno può accostarsi a lui, e il cuore dell’uomo non può riposare se non su di essa. Secondo questa ragione, nei Salmi questi due termini, misericordia e verità, sono spesso congiunti, come in un accordo indissolubile: perché non ci gioverebbe nulla sapere che Dio è verace, se non ci invitasse a sé quasi attirandoci con la sua clemenza; e non sarebbe possibile a noi comprendere la sua misericordia, se egli non ce la offrisse con la sua voce.
Gli esempi sono: “Ho proclamato la tua verità e la tua santità; non ho celato la tua bontà e la tua verità; la tua bontà e la tua verità mi custodiscono” (Salmi 40:11-12). E ancora: “La tua misericordia giunge fino ai cieli, la tua verità fino alle nubi”. E ancora: “Tutte le vie di Dio sono clemenza e verità per coloro che custodiscono il suo patto”. E ancora: “La sua misericordia è moltiplicata su di noi, e la sua verità dura in eterno”. E ancora: “Canterò al tuo nome per la tua misericordia e la tua verità” (Salmi 25:10; Salmi 36:6; Salmi 117:2; Salmi 138:2). Tralascio di riportare ciò che dicono spesso i Profeti: che Dio, in quanto è benigno, è anche fedele nelle sue promesse. Poiché sarebbe temerità da parte nostra concepire che Dio ci sia propizio, se egli stesso non lo attestasse e non ci prevenisse invitandoci, affinché la sua volontà non ci sia dubbia o oscura.
Ora, abbiamo già visto che egli ha stabilito suo Figlio come unico pegno del suo amore, e che senza di lui non appaiono in alto e in basso se non segni d’ira e di odio. Inoltre, poiché la conoscenza della bontà di Dio non può avere grande importanza se non ci fa riposare in lui, bisogna escludere ogni intelligenza mescolata di dubbio e che non stia ferma, ma vacilli come esitante. E ben lungi dall’essere capace l’intelletto umano, accecato e oscurato com’è, di penetrare e arrivare a conoscere la volontà di Dio; e il cuore, che è solito ondeggiare nel dubbio e nell’incertezza, di essere assicurato per riposare in tale persuasione. Perciò è necessario che l’intelletto umano sia illuminato altrove e che il cuore sia confermato, prima che la Parola di Dio ottenga piena fede in noi.
Ora abbiamo una definizione intera della fede, se determiniamo che essa è una ferma e certa conoscenza della buona volontà di Dio verso di noi, fondata sulla promessa gratuita data in Gesù Cristo, rivelata al nostro intelletto e sigillata nel nostro cuore dallo Spirito Santo.
3:2:8 - Confutazione della distinzione sorbonica tra fede formata e informata
Ma prima di procedere oltre, sarà necessario porre alcuni proemi per sciogliere alcuni nodi che altrimenti potrebbero impedire i lettori e ritardarli. In primo luogo dobbiamo confutare la distinzione che ha sempre avuto corso tra i sorbonisti, circa la fede che essi chiamano formata e informata. Poiché immaginano che coloro che non sono toccati da alcun timore di Dio o da alcun sentimento di pietà non cessino per questo di credere tutto ciò che è necessario alla salvezza, come se lo Spirito Santo, illuminando il nostro cuore alla fede, non fosse testimone della nostra adozione. Ora, benché contro tutta la Scrittura essi vogliano, con la loro arroganza, che tale conoscenza sia fede, non sarà bisogno di disputare molto o di dibattere più a lungo contro la loro definizione, purché sia ben spiegato ciò che la Scrittura ce ne mostra. Da ciò apparirà quanto stupidamente e bestialmente essi borbottino, piuttosto che parlino, di una cosa tanto alta. Ne ho già toccato una parte; dedurrò poi il resto al suo luogo.
Per ora dico che non si può fingere nulla di più fuori proposito della loro fantasticheria. Essi intendono che un assentimento, per il quale i disprezzatori di Dio accetterebbero come vero ciò che è contenuto nella Scrittura, debba essere reputato fede. Ora bisognava vedere anzitutto se ciascuno chiami a sé la fede con la propria industria, oppure se sia lo Spirito Santo che, mediante essa, ci attesti la nostra adozione. Perciò essi farneticano come bambini quando domandano se la fede, essendo formata dalla carità sopraggiunta, sia la medesima fede o diversa. E con tale scherzo è manifesto che non hanno mai concepito nulla del dono singolare dello Spirito, mediante il quale la fede ci è ispirata.
Poiché l’inizio del credere contiene in sé la riconciliazione per la quale l’uomo ha accesso a Dio. Se dunque essi pesassero bene questa sentenza di Paolo, che si crede con il cuore per la giustizia (Romani 10:10), non si trastullerebbero più a qualificare così la fede con virtù sopraggiunte. Quand’anche non avessimo altra ragione che questa, basterebbe a decidere ogni controversia: cioè che l’assenso che rendiamo a Dio non è nel cervello ma nel cuore, e più nell’affezione che nell’intelletto. Per questo motivo l’obbedienza della fede è così lodata, e Dio non preferisce altro servizio a essa (Romani 1:5); e a buon diritto, poiché non ha cosa più preziosa della sua verità, la quale è sottoscritta dai credenti, come dice Giovanni Battista, quasi mettendo il proprio sigillo o segno in una lettera (Giovanni 3:33).
Poiché ciò non deve essere messo in dubbio, concludo in una parola: che coloro i quali dicono che la fede è formata quando vi sopravviene qualche buona affezione come un accessorio estraneo non fanno che vaneggiare, poiché l’assenso non può essere senza buona affezione e senza riverenza di Dio. Ma si presenta un argomento molto più chiaro. Poiché, dato che la fede abbraccia Gesù Cristo secondo che ci è offerto dal Padre (ed egli ci è offerto non solo come giustizia, remissione dei peccati e riconciliazione, ma anche come soddisfazione e fonte d’acqua viva), nessuno potrà mai conoscerlo debitamente né credere in lui, se non afferra questa santificazione dello Spirito. Oppure, se qualcuno vuole questo ancora più chiaramente: la fede è posta nella conoscenza di Cristo, e Cristo non può essere conosciuto senza la santificazione del suo Spirito; ne segue che la fede non deve in alcun modo essere separata da una buona affezione.
3:2:9 - 1 Corinzi 13 e la “fede” come dono di miracoli, non fede salvifica
Coloro che sono soliti affermare ciò che dice Paolo, cioè che se uno avesse una fede così perfetta da trasportare i monti e non avesse carità (1 Corinzi 13:2), non è nulla, volendo da queste parole fare una fede informata che sia senza carità, non considerano che cosa significhi il vocabolo “fede” in quel passo. Poiché, avendo Paolo disputato dei diversi doni dello Spirito, tra i quali aveva nominato le lingue, le potenze e le profezie, ed avendo esortato i Corinzi ad applicare il loro studio ai più eccellenti e più utili, cioè a quelli dai quali poteva venire maggior frutto e utilità a tutto il corpo della Chiesa, aggiunge che mostrerà loro ancora una via più eccellente (1 Corinzi 12:10, 31): cioè che tutti questi doni, benché siano eccellenti per natura, nondimeno sono come da nulla stimare se non servono alla carità, poiché sono dati per l’edificazione della Chiesa, e se non vi si riferiscono perdono la loro grazia e il loro pregio.
Per provarlo egli usa una divisione, ripetendo le stesse grazie di cui aveva fatto menzione prima, ma chiamandole con nomi diversi. Così ciò che aveva dapprima chiamato potenza lo chiama fede, intendendo con l’uno e con l’altro vocabolo la potenza di fare miracoli. Ora, poiché questa potenza, sia che la si chiami fede o potenza, è un dono particolare di Dio (come sono il dono delle lingue, delle profezie e altri simili), che un uomo malvagio può avere e di cui può abusare, non c’è da meravigliarsi se è separata dalla carità.
Ma tutta la colpa di questi poveri è che, benché il vocabolo “fede” abbia diversi significati, non osservando questa diversità, combattono come se fosse sempre preso nello stesso modo. Il luogo di Giacomo che essi adducono per confermare pure il loro errore sarà spiegato altrove. Infatti, benché per modo d’insegnare concediamo che vi siano diverse specie di fede quando vogliamo mostrare quale sia la conoscenza di Dio presso gli empi, nondimeno riconosciamo e confessiamo con la Scrittura una sola fede nei figli di Dio.
È vero che molti credono che vi sia un Dio e ritengono che ciò che è contenuto nell’Evangelo e nella Scrittura sia vero, con lo stesso giudizio con cui si suole giudicare vero ciò che si legge nelle storie o ciò che si è visto con gli occhi. Ve ne sono che vanno oltre: poiché tengono la Parola di Dio per un oracolo indubitabile, non disprezzano affatto i suoi comandamenti e sono in qualche modo mossi dalle sue promesse. Diciamo che tali persone non sono senza fede, ma è detto impropriamente, perché non impugnano con una empietà manifesta la Parola di Dio, e non la rigettano né la disprezzano, ma piuttosto mostrano qualche apparenza di obbedienza.
3:2:10 - L’ombra della fede: credere per un tempo e l’esempio di Simone il mago
Tuttavia, come questa ombra o immagine della fede è di nessuna importanza, così è indegna di un tale titolo. E benché vedremo fra poco più ampiamente quanto essa differisca dalla verità della fede, nondimeno non nuocerà per nulla farne ora una breve dimostrazione. Si dice che Simone il mago credette, il quale poco dopo manifestò la sua incredulità (Atti 8:13, 18). Che gli sia reso testimonianza di fede, non intendiamo con alcuni che egli l’abbia soltanto simulata a parole, senza averne nulla nel cuore; ma piuttosto pensiamo che, vinto dalla maestà dell’Evangelo, vi aggiunse una fede qualunque, riconoscendo in tal modo Cristo come autore di vita e di salvezza, da accettarlo volentieri come tale.
In questo senso il Signore dice in Luca 8 che costoro credono per un tempo, nei quali il seme della Parola è soffocato prima di fruttificare, oppure si secca e perisce prima di aver messo radice (Luca 8:7, 14). Non dubitiamo che tali siano toccati da qualche gusto della Parola, per riceverla con desiderio, e siano colpiti dalla sua virtù, tanto che nella loro ipocrisia non solo ingannano gli esseri umani, ma anche i propri cuori. Poiché si persuadono che la riverenza che portano alla Parola di Dio sia la più vera pietà che possano avere, perché non reputano altra empietà al mondo se non quando quella Parola è manifestamente vituperata o disprezzata.
Ora, qualunque sia questa ricezione dell’Evangelo, essa non penetra fino al cuore per rimanervi confitta; e benché talvolta sembri mettere radici, nondimeno non sono vive. Tanta vanità ha il cuore umano, tanto è pieno di diverse tane di menzogna, di tale ipocrisia è avvolto, che spesso inganna sé stesso. Tuttavia coloro che si gloriano di un tale simulacro di fede intendano che in questo non sono in nulla superiori al diavolo (Giacomo 2:19). Certamente i primi, dei quali abbiamo parlato, sono molto inferiori, poiché rimangono storditi udendo cose che fanno tremare i diavoli; gli altri gli sono simili in questo: che il sentimento che ne hanno finalmente sfocia in terrore e spavento.
3:2:11 - Fede temporanea dei reprobi e sigillo speciale della grazia negli eletti
So che attribuire la fede ai reprobi sembra a taluni cosa dura e strana, poiché Paolo la pone come frutto della nostra elezione (1 Tessalonicesi 1:4). Ma questo nodo sarà facile da sciogliere, perché, sebbene non vi siano che coloro che sono predestinati alla salvezza i quali Dio illumina nella fede e ai quali fa veramente sentire l’efficacia dell’Evangelo, tuttavia l’esperienza mostra che i reprobi sono talora toccati quasi da un sentimento simile a quello degli eletti, tanto che, secondo il loro giudizio, dovrebbero essere tenuti nel numero dei fedeli. Perciò non vi è assurdità in ciò che l’Apostolo dice, che essi gustano per un tempo i doni celesti, e in ciò che Gesù Cristo dice, che essi hanno una fede temporanea (Ebrei 6:4-6; Luca 8:13); non perché comprendano quale sia la virtù dello Spirito né perché la ricevano con sincerità e vivacemente, né perché abbiano la vera luce della fede, ma perché Dio, per tenerli convinti e renderli tanto più inescusabili, si insinua nei loro intelletti, per quanto la sua bontà può essere gustata senza lo Spirito di adozione.
Se qualcuno replica che i fedeli dunque non avranno dove assicurarsi e non potranno giudicare come siano adottati da Dio, rispondo che, benché vi sia grande somiglianza e affinità tra gli eletti e coloro che hanno una fede caduca e transitoria, tuttavia la fiducia di cui parla Paolo (Galati 4:6), cioè l’osare invocare Dio come Padre a piena voce, ha vigore solo negli eletti. Perciò, come Dio rigenera gli eletti soltanto in perpetuo mediante il seme incorruttibile e non permette che mai questo seme che ha piantato nei loro cuori perisca, così non v’è dubbio che egli non sigilli nei loro cuori in modo speciale la certezza della sua grazia, affinché sia pienamente ratificata. Ma ciò non impedisce che lo Spirito Santo non abbia qualche operazione più bassa nei reprobi.
Tuttavia i fedeli sono avvertiti di esaminarsi accuratamente e con umiltà, affinché, al posto della certezza della fede che devono avere, non si insinui nel loro cuore qualche presunzione della carne con negligenza. Vi è un altro punto: i reprobi non concepiscono mai il sentimento della grazia di Dio se non in modo confuso; così che afferrano piuttosto l’ombra che il corpo e la sostanza, poiché lo Spirito Santo non sigilla propriamente la remissione dei peccati se non agli eletti, affinché ne abbiano una fiducia particolare per trarne profitto. Tuttavia si può dire in qualche modo che i reprobi credono che Dio sia loro propizio, poiché accettano il dono della riconciliazione, benché in modo confuso e senza ferma risoluzione. Non che essi partecipino con i figli di Dio della medesima fede o rigenerazione, ma perché sotto il velo dell’ipocrisia sembra che abbiano con essi un principio comune di fede.
Non nego che Dio non illumini i loro intelletti fino al punto di far loro conoscere la sua grazia; ma egli distingue così questo sentimento che dà loro dalla testimonianza che imprime nei cuori dei suoi fedeli, che la fermezza e la vera efficacia che hanno i fedeli resta sempre sconosciuta agli altri. E infatti Dio non si mostra mai propizio ai reprobi come se li traesse dalla morte per prenderli in sua custodia, ma soltanto fa loro sentire la sua misericordia presente come per una folata. Vi sono solo gli eletti ai quali egli fa questo bene di radicare la fede viva nel cuore, per farli perseverare fino alla fine. Così è sciolta l’obiezione che si potrebbe fare, cioè che, se Dio mostra loro la sua grazia, essa dovrebbe essere stabile e permanente. Infatti nulla impedisce che Dio faccia risplendere in alcuni per un tempo un sentimento della sua grazia, che poi svanisce.
3:2:12 - Differenza tra fede vera e sentimento fugace nei reprobi
Parimenti, benché la fede sia una conoscenza della buona volontà di Dio verso di noi e una certa persuasione della sua verità, tuttavia non è da meravigliarsi che l’apprensione che i leggeri e incostanti hanno dell’amore di Dio svanisca. Poiché, benché essa sia vicina alla fede, tuttavia differisce molto da essa. Confesso bene che la volontà di Dio è immutabile e che la sua verità non varia; ma dico che i reprobi non giungono mai fino a quella rivelazione segreta della loro salvezza che la Scrittura attribuisce solo ai fedeli. Nego dunque che essi comprendano la volontà di Dio come immutabile o che abbraccino con costanza la sua verità, perché si fermano in un sentimento soggetto a essere scosso e a dissolversi, come un albero che non è piantato abbastanza in profondità per gettare radici vive: benché per qualche anno produca fiori e foglie e perfino qualche frutto, tuttavia col tempo si secca e muore.
In breve, se l’immagine di Dio poté essere cancellata dall’intelletto e dall’anima del primo uomo a causa della sua ribellione, non è meraviglia se Dio sparge qualche raggio della sua grazia sui reprobi e poi permette che si spenga. Non vi è neppure nulla che impedisca che egli dia ad alcuni una conoscenza leggera e volubile del suo Evangelo, che si cancella, e che invece lo imprima in altri in modo tale che non ne siano mai privati. Teniamo dunque fermo questo punto: che, per quanto piccola o debole sia la fede negli eletti, nondimeno, poiché lo Spirito di Dio è per loro caparra e pegno infallibile della loro adozione, l’impronta che egli mette nel loro cuore non può mai essere cancellata. Quanto al fatto che la luce dei reprobi non è se non come un’aspersione che si perde e si riduce a nulla, ciò non significa che lo Spirito Santo inganni o frodi, poiché egli non vivifica il seme che getta nei loro cuori per farlo rimanere incorruttibile come negli eletti.
Passo oltre: poiché l’esperienza e la Scrittura ci mostrano che i reprobi sono talvolta toccati dal sentimento della grazia di Dio, non può essere che essi non siano mossi nel cuore a qualche desiderio di amarlo. Così in Saul vi fu per un tempo qualche buona affezione di consacrarsi a Dio: vedendosi trattare da lui paternalmente, era attirato da tale dolcezza della sua bontà. Ma, come la stima che i reprobi hanno dell’amore paterno di Dio non è ben confitta nel profondo del loro cuore, così essi non lo amano cordialmente come figli, ma sono spinti da un’affezione mercenaria. Poiché è solo a Gesù Cristo che è stato dato lo Spirito dell’amore di Dio, e a condizione che egli lo comunichi alle sue membra. E infatti la parola di Paolo non si estende oltre gli eletti: che l’amore di Dio è sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato (Romani 5:5).
Ora egli parla dell’amore che genera la fiducia d’invocare Dio; e vediamo, al contrario, che Dio si adira in modo mirabile contro i suoi figli, che tuttavia non cessa di amare: non perché li odi in sé, ma vuole spaventarli con il sentimento della sua ira, per umiliare in loro ogni orgoglio della carne, per scuotere e destare ogni pigrizia, e per sollecitarli al ravvedimento. Perciò, nello stesso tempo, essi lo riconoscono adirato contro di loro e contro i loro peccati, e nondimeno si fidano che sarà loro propizio, poiché hanno in lui il loro rifugio con fiducia ferma; e non è per finzione che lo pregano di placarsi.
Per queste ragioni appare che molti che non hanno in sé una vera fede radicata hanno tuttavia qualche apparenza: non perché facciano solo mostra davanti agli uomini, ma perché, spinti da uno zelo improvviso, ingannano sé stessi con una falsa opinione. E non v’è dubbio che siano prevenuti da una lentezza e pesantezza che impedisce loro di esaminare debitamente il cuore come sarebbe richiesto. È molto verosimile che tali fossero quelli di cui parla Giovanni, quando dice che Gesù Cristo non si fidava di loro, benché credessero in lui, perché egli li conosceva tutti e sapeva ciò che era nell’uomo (Giovanni 2:24-25). Del resto, se molti non cadevano dalla fede comune (uso questo termine “comune” per la grande somiglianza che vi è tra la fede caduca e fragile e quella viva e permanente), Gesù Cristo non avrebbe detto ai suoi discepoli: “Se dimorate nella mia parola, sarete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:31-32). Egli si rivolge a coloro che avevano già ricevuto la sua dottrina e li esorta a progredire nella fede, affinché non spengano con la loro negligenza la luce che era stata loro data.
Perciò Paolo riserva la fede come un tesoro particolare agli eletti (Tito 1:1), significando che quelli che si dissolvono e svaniscono non vi hanno messo radice viva. Come anche il Signore Gesù ne parla in Matteo: “Ogni pianta che il Padre mio non ha piantato sarà sradicata” (Matteo 15:13). Vi sono altri ipocriti più grossolani e più spessi, che non si vergognano di voler ingannare Dio e gli uomini; ed è contro tali che Giacomo grida così aspramente, poiché sotto un falso velo profanano malvagiamente la fede (Giacomo 2:14). Per questo anche Paolo non richiederebbe ai figli di Dio una fede non finta, se molti non si vantassero troppo arditamente di avere ciò che non hanno e, con non so quale trucco o vano colore, ingannassero il mondo e talvolta sé stessi. Perciò egli paragona la buona coscienza a un cofano nel quale la fede è custodita, dicendo che in molti la fede è perita perché non era munita di questa custodia (1 Timoteo 1:5, 19).
3:2:13 - Diverse accezioni del termine “fede” nella Scrittura
Dobbiamo anche notare i diversi significati di questa parola. Infatti “fede” spesso equivale a dire sana e pura dottrina quanto alla religione, come nel luogo che abbiamo poco fa citato. E quando Paolo comanda che i diaconi siano istruiti nei misteri della fede con pura coscienza (1 Timoteo 3:9). E quando si lamenta che alcuni si sono ribellati dalla fede; e, al contrario, quando dice che Timoteo è stato nutrito nella dottrina della fede; e quando avverte che le vane ciarle profane e le opposizioni della scienza falsamente così chiamata sono causa che molti si allontanano dalla fede; i quali in un altro luogo egli chiama riprovati quanto alla fede (1 Timoteo 4:1, 6; 2 Timoteo 2:16; 2 Timoteo 3:8). E ancora, quando comanda a Tito di ammonire quelli che gli sono affidati a essere sani nella fede (Tito 1:13; Tito 2:2), intendendo con questo termine “sanità” una pura semplicità di dottrina, che facilmente si corrompe per la leggerezza degli uomini e si snatura.
E infatti, poiché tutti i tesori della scienza e della sapienza sono nascosti in Gesù Cristo (Colossesi 2:3), che la fede possiede, non senza ragione questo termine si applica a tutta la somma della dottrina celeste dalla quale la fede non può essere separata. D’altra parte, la parola “fede” in alcuni passi si restringe a un oggetto particolare, come quando Matteo dice che Gesù Cristo vide la fede di coloro che calavano il paralitico dal tetto; e quando Gesù Cristo dice di non aver trovato una tale fede in Israele come nel centurione (Matteo 9:2; Matteo 8:10). Infatti è verosimile che egli fosse del tutto intento e preso dalla guarigione del suo figlio, come mostra dalle sue parole quanto si preoccupasse; ma poiché, accontentandosi della sola risposta di Gesù Cristo, non chiede la sua presenza corporea e protesta che basta che egli abbia detto la parola, per questa circostanza la sua fede è così magnificata.
Abbiamo anche avvertito che Paolo (1 Corinzi 13:2) prende la fede per il dono di fare miracoli, che talvolta è comunicato a coloro che non sono rigenerati dallo Spirito di Dio e non lo temono con sincerità e rettitudine. Talvolta egli usa questo stesso nome per significare l’istruzione che riceviamo per essere edificati nella fede. Infatti non vi è dubbio che, quando egli scrive che la fede sarà abolita (1 Corinzi 13:10), ciò si riferisca al ministero della Chiesa e alla predicazione che oggi serve alla nostra infermità. In tutti questi modi di parlare vi è una certa convenienza che appare a prima vista.
Del resto, quando il nome di fede è trasferito impropriamente a una falsa professione o a un titolo preso in prestito, o a un travestimento, non deve essere giudicato più duro o più strano che quando il timore di Dio è preso per un servizio confuso e vizioso che gli si rende. Così è detto nella storia sacra che i popoli trasferiti in Samaria e nella regione vicina temettero gli dèi inventati e il Dio d’Israele, cosa che è come mescolare il cielo con la terra. Ma noi ora domandiamo che cosa sia la fede che distingue i figli di Dio dagli increduli, mediante la quale invochiamo Dio come nostro Padre, mediante la quale passiamo dalla morte alla vita, e mediante la quale il Signore Gesù, nostra salvezza eterna e vita, abita in noi. Mi pare d’aver spiegato brevemente e chiaramente la sua proprietà e natura.
3:2:14 - La fede come conoscenza che supera il senso e si fonda sulla certezza
Ora resta di esaminare di nuovo tutte le parti della definizione che ne ho data. Quando la chiamiamo conoscenza, non intendiamo una apprensione come quella che gli uomini hanno delle cose sottoposte ai loro sensi, poiché essa supera tanto ogni senso umano che lo spirito deve salire sopra sé stesso per giungervi. E perfino quando vi è giunto, non comprende ciò che intende; ma, avendo per certo e pienamente persuaso ciò che non può comprendere, intende più mediante la certezza di questa persuasione che se comprendesse qualche cosa umana secondo la sua capacità. Perciò Paolo parla molto bene dicendo che dobbiamo comprendere quale sia la lunghezza, la larghezza, la profondità e l’altezza, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Efesini 3:18-19). Poiché ha voluto significare insieme entrambe le cose: cioè che ciò che il nostro intelletto comprende di Dio mediante la fede è del tutto infinito, e che questo modo di conoscere oltrepassa ogni intelligenza.
Tuttavia, poiché il Signore ha manifestato ai suoi servitori il segreto della sua volontà, che era nascosto a tutti i secoli e generazioni, per questo la fede è giustamente chiamata conoscenza (Colossesi 1:26; Colossesi 2:2). Giovanni pure la chiama scienza, quando dice che i fedeli sanno di essere figli di Dio (1 Giovanni 3:2). E infatti lo sanno per certo, essendo confermati nella persuasione della verità di Dio più che istruiti mediante dimostrazione o argomento umano. Questo significano anche le parole di Paolo: che, abitando in questo corpo, siamo come in pellegrinaggio lontani da Dio, poiché camminiamo per fede e non per visione (2 Corinzi 5:6-7). In ciò egli mostra che le cose che intendiamo mediante la fede ci sono assenti e sono nascoste alla nostra vista. Da qui concludiamo che l’intelligenza della fede consiste più in certezza che in comprensione.
3:2:15 - La certezza della fede e la fiducia come suo carattere
Aggiungiamo che questa conoscenza è certa e ferma, per esprimere quanto solida sia la sua costanza. Poiché, come la fede non si contenta di un’opinione dubbiosa e volubile, così non nasce da un pensiero oscuro e perplesso, ma richiede una certezza piena e stabilita, quale si suole avere delle cose ben provate e ben comprese. Infatti l’incredulità è così profondamente radicata e così strettamente attaccata ai cuori degli uomini, e noi siamo così inclinati ad essa, che, benché ciascuno confessi che Dio è fedele, nessuno può esserne ben persuaso senza grande e difficile combattimento. Specialmente quando le tentazioni ci premono, i dubbi e gli scosse manifestano il male che era nascosto.
Perciò non senza ragione lo Spirito Santo, per magnificare l’autorità della Parola di Dio, le attribuisce titoli eccellenti, per rimediare alla malattia di cui parlo. E affinché rendiamo piena fede a Dio nelle sue promesse, ecco perché Davide pronuncia che le parole di Dio sono parole pure, argento ben raffinato sette volte in vaso scelto. E ancora: la Parola di Dio è ben purgata ed è scudo per coloro che in essa confidano (Salmi 12:7; Salmi 18:31). Salomone, confermando quasi con le stesse parole, dice: la Parola di Dio è come argento ben provato (Proverbi 30:5). Ma poiché il Salmo 119 è quasi tutto su questo argomento, sarebbe superfluo citarne di più.
Del resto, ogni volta che Dio così esalta la sua Parola, egli riprende indirettamente la nostra incredulità, poiché mira solo a togliere e sradicare dai nostri cuori ogni diffidenza, dubbio e disputa perversa. Vi sono molti che concepiscono la misericordia di Dio in modo tale che ne ricevono ben poca consolazione, perché tuttavia sono stretti in una miserabile angoscia, dubitando se egli sarà loro misericordioso: poiché limitano troppo strettamente la sua clemenza, che pur pensano di conoscere. Così la considerano: la reputano grande e ampia, sparsa su molti, apparecchiata per tutti; ma, dall’altra parte, dubitano se essa giungerà fino a loro, o piuttosto se essi potranno giungere ad essa. Questo pensiero, restando a metà strada, non è che a metà; perciò non conferma tanto lo spirito in tranquillità e sicurezza quanto lo inquieta di dubbio e sollecitudine.
Ma vi è un altro sentimento nella certezza che nella Scrittura è sempre congiunta con la fede: cioè porre fuori di dubbio la bontà di Dio come ci è proposta. E ciò non può avvenire senza che noi ne sentiamo veramente la dolcezza e ne facciamo esperienza in noi stessi. Per questo l’Apostolo deduce dalla fede la confidenza e dalla confidenza la franchezza, dicendo che per mezzo di Cristo abbiamo franchezza e accesso con fiducia, mediante la fede in Gesù Cristo (Efesini 3:12). Con queste parole egli mostra che non vi è retta fede nell’uomo se non quando egli osa presentarsi davanti a Dio con cuore assicurato; e questa franchezza non può esserci se non vi è una certa fiducia della benevolenza di Dio. E ciò è tanto vero che il nome di fede spesso è preso per fiducia.
3:2:16 - Punto principale della fede: appropriazione delle promesse e certezza dell’eredità
Qui sta il punto principale della fede: che noi non pensiamo che le promesse di misericordia, che ci sono offerte dal Signore, siano solamente vere fuori di noi e non in noi, ma piuttosto che, ricevendole nel nostro cuore, le facciamo nostre. Da tale ricevimento procede la fiducia che Paolo altrove chiama pace (Romani 5:1), a meno che qualcuno preferisca dedurre questa pace dalla fiducia come cosa conseguente. Ora questa pace è una sicurezza che dà riposo e letizia alla coscienza davanti al giudizio di Dio; coscienza che senza di essa necessariamente è meravigliosamente turbata e quasi lacerata, se non che, dimenticando Dio e sé stessa, si addormenta per un poco di tempo. Dico bene: per un poco di tempo, perché non gode a lungo di questa miserabile dimenticanza senza che subito sia punta e trafitta al vivo dal giudizio di Dio, il cui ricordo di ora in ora le si presenta innanzi.
Insomma, non vi è alcun vero fedele se non colui che, assicurato da una certa persuasione che Dio gli è Padre propizio e benevolo, attende ogni cosa dalla sua benignità; se non colui che, appoggiato alle promesse della buona volontà di Dio, concepisce un’attesa indubitabile della sua salvezza, come l’Apostolo mostra con queste parole: “Se riteniamo fino alla fine la fiducia e il vanto della nostra speranza” (Ebrei 3:14). Dicendo così, egli attesta che nessuno spera rettamente in Dio se non chi osi con franchezza gloriarsi d’essere erede del regno celeste. Non vi è, dico di nuovo, alcun fedele se non colui che, appoggiato sull’assicurazione della sua salvezza, osa senza dubbio insultare il diavolo e la morte, come l’Apostolo insegna nella conclusione che ne fa ai Romani: “Io sono persuaso che né la morte né la vita, né gli angeli né i principati né le potenze, né le cose presenti né le cose future, non potranno separarci dall’amore di Dio che è in Gesù Cristo” (Romani 8:38). Perciò egli stesso non stima che gli occhi del nostro intelletto siano ben illuminati se non quando contempliamo quale sia la speranza dell’eredità eterna alla quale siamo chiamati (Efesini 1:18). E tale è la sua dottrina ovunque: che non comprendiamo bene la bontà di Dio se non quando in essa abbiamo una grande sicurezza.
3:2:17 - La certezza della fede non esclude i dubbi: la lotta dei credenti
Ma qualcuno obietterà che i fedeli ne hanno ben altra esperienza, poiché non solo, nel riconoscere la grazia di Dio verso di loro, sono inquieti e agitati dai dubbi (cosa che accade loro ordinariamente), ma talvolta sono anche grandemente atterriti e spaventati. Tale e così forte è la veemenza delle tentazioni che sopportano per scuoterli. Ciò sembra poco convenire con una tale certezza della fede di cui abbiamo parlato. Perciò questa difficoltà deve essere da noi sciolta, se vogliamo che la dottrina data sopra rimanga integra.
Quando insegniamo che la fede deve essere certa e assicurata, non immaginiamo una certezza che non sia toccata da alcun dubbio, né una sicurezza che non sia assalita da alcuna sollecitudine; anzi, al contrario, diciamo che i fedeli hanno una battaglia perpetua contro la loro propria diffidenza, tanto è vero che non collochiamo la loro coscienza in un riposo pacifico che non sia agitato da alcuna tempesta. Tuttavia, comunque essi siano assaliti, neghiamo che mai cadano o decadano dalla fiducia che hanno una volta concepita certa della misericordia di Dio.
La Scrittura non propone esempio di fede più memorabile e più singolare che nella persona di Davide, soprattutto se si considera tutto il corso della sua vita; e tuttavia egli stesso dichiara, con molte lamentele, quanto sia lontano dall’essere stato sempre tranquillo nel suo spirito e quanto la sua fede gli abbia dato riposo. Quando rimprovera alla sua anima di turbarsi oltre misura, a che tende se non a infuriarsi contro la sua incredulità? “Anima mia”, dice, “perché ti abbatti? perché ti agiti in me? Spera in Dio” (Salmi 42:6; Salmi 43:5). E infatti tale spavento era un segno manifesto di diffidenza, come se egli avesse pensato di essere abbandonato da Dio.
Altrove egli fa una confessione ancora più ampia: “Ho detto nel mio smarrimento: Sono rigettato dal cospetto dei tuoi occhi” (Salmi 31:23). E in un altro luogo egli si dibatte in sé con tale perplessità e angoscia che entra perfino in disputa sulla natura di Dio: “Ha forse dimenticato di usare misericordia? rigetterà per sempre?” (Salmi 77:10). Aggiunge ancora una sentenza più dura: “Ho detto: mi conviene morire. Ecco un cambiamento della mano di Dio”; poiché, come uomo disperato, pronuncia che tutto è finito. E non solo confessa d’essere agitato dai dubbi, ma, come oppresso e vinto, non si riserva alcuna speranza, perché Dio lo ha abbandonato e ha rivolto la sua mano a rovinarlo, quella stessa mano con la quale era solito soccorrerlo.
Perciò non senza causa egli esorta la sua anima a ritornare al suo riposo (Salmi 116:8), poiché aveva sperimentato che essa fluttuava qua e là tra le onde della tentazione. E tuttavia è cosa meravigliosa che la fede sostenga i cuori dei fedeli in mezzo a tali scosse e così dure, e sia veramente come la palma che si raddrizza contro ogni peso e non cessa di rialzarsi quando è caricata. Così Davide, benché sembrasse schiacciato, nel riprendersi e nel rimproverare la propria debolezza, non cessò di elevarsi a Dio. Ora colui che, combattendo contro la propria infermità, nelle sue angosce si sforza di perseverare nella fede e di avanzarvi, è già vittorioso per la maggior parte. Questo si vede nell’altro passo di Davide: “Attendi il Signore; fortificati, egli ti darà coraggio; attendi dunque il Signore” (Salmi 27:14). Egli si rimprovera di timidità, e ripetendolo due volte confessa di essere stato soggetto a molti turbamenti; e tuttavia non solo gli dispiacciono i suoi vizi, ma si adopera e si sforza di correggerli.
Se lo si vuole confrontare con un esame con il re Acaz, vi si troverà grande diversità. Isaia è mandato a quell’ipocrita per rimediare alla paura che lo aveva preso. Gli reca questo messaggio: “Sta’ in guardia e sta’ tranquillo; non temere” (Isaia 7:4 e seguenti). Eppure quel misero, già preso da spavento (come era stato detto poco prima che era scosso come la foglia sull’albero), ricevuta la promessa non cessa di tremare. È dunque la giusta ricompensa e punizione dell’incredulità, agitarsi in modo tale che chi non cerca apertura nella fede per venire a Dio, nella tentazione si ritrae e si allontana. Al contrario, i fedeli, benché siano curvati sotto il peso, anzi quasi sommersi, prendono coraggio e costanza per vincere, non però senza grande difficoltà e fatica.
E poiché sono convinti della loro debolezza, pregano con il profeta: “Signore, non togliere per sempre dalla mia bocca la parola della verità” (Salmi 119:43). Con queste parole egli intende che i fedeli talvolta diventano muti, quasi che la loro fede fosse abbattuta; tuttavia non vengono meno né voltano le spalle come vinti, ma proseguono il loro combattimento e destano la loro pigrizia, almeno per non cadere nella stupidità lusingando sé stessi.
3:2:18 - Divisione tra spirito e carne: la lotta interiore non annulla la fede
Per intendere meglio questo è necessario ricorrere alla divisione dello spirito e della carne di cui abbiamo parlato altrove, la quale si mostra chiaramente in questo luogo. Perciò il cuore del fedele sente in sé questa divisione: in parte è pieno di letizia per la conoscenza della bontà di Dio, in parte è punto d’amarezza per il sentimento della propria calamità; in parte riposa sulla promessa dell’Evangelo, in parte trema per il sentimento della propria iniquità; in parte afferra la vita con gioia, in parte ha orrore della morte.
Questa diversità nasce dall’imperfezione della fede, poiché mai durante la vita presente giungiamo a quella felicità che, purificati da ogni diffidenza, abbiamo pienezza di fede in noi. Da qui procede questa battaglia, quando la diffidenza che resta ancora nella carne si leva per impugnare e rovesciare la fede. Ma qui mi si dirà: se un tale dubbio è mescolato con la certezza nel cuore del fedele, non torniamo sempre a questo, che la fede non ha certa e chiara conoscenza della volontà di Dio, ma solo oscura e perplessa? A ciò rispondo di no. Poiché, benché siamo distratti da pensieri diversi, non ne segue che siamo separati dalla fede. Se siamo agitati qua e là dagli assalti dell’incredulità, non ne segue che siamo gettati nell’abisso di essa. Se siamo scossi, non vuol dire che cadiamo; perché l’esito di questa battaglia è sempre tale che la fede prevale sopra queste difficoltà, dalle quali, pur essendo assediata, sembra talora essere in pericolo.
3:2:19 - La minima fede illumina certamente: similitudine del carcere e della finestra
Insomma, non appena la minima goccia di fede che si possa immaginare è posta nell’anima nostra, subito cominciamo a contemplare il volto di Dio benigno e propizio verso di noi. È vero che ciò avviene da lontano, ma con uno sguardo così indubitabile che sappiamo bene che non vi è alcun inganno. Poi, poiché progrediamo, come conviene che progrediamo assiduamente, avanzando ci accostiamo più da presso per averne una visione più certa. Inoltre, la continuità fa sì che la conoscenza ne divenga più familiare. Così vediamo che l’intelletto, illuminato della conoscenza di Dio, è dapprima avvolto in grande ignoranza, che poco a poco viene tolta.
Tuttavia, per la sua ignoranza o per vedere più oscuramente ciò che vedeva, non gli è impedito di godere di una conoscenza evidente della volontà di Dio: che è il primo e principale punto nella fede. Come se qualcuno, rinchiuso in una bassa prigione, avesse la luce del sole solo obliquamente e a metà, attraverso una finestra alta e stretta: non avrebbe una visione piena e libera del sole, e tuttavia non cesserebbe di avere una luce certa e di riceverne l’uso. Così, benché noi, rinchiusi nella prigione di questo corpo terreno, abbiamo da ogni parte molta oscurità, se abbiamo la minima scintilla della luce di Dio che ci scopre la sua misericordia, ne siamo sufficientemente illuminati per avere ferma sicurezza.
3:2:20 - Conoscenza parziale e assalti dell’incredulità: la fede combatte le tentazioni
L’una e l’altra cosa ci è mostrata propriamente dall’Apostolo in diversi luoghi. Poiché, dicendo che conosciamo in parte, profetizziamo in parte, e vediamo in enigma come in uno specchio (1 Corinzi 13:9-12), egli indica quanto piccola porzione della sapienza divina ci sia distribuita nella vita presente. E benché queste parole non significhino soltanto che la fede è imperfetta mentre portiamo il peso della nostra carne, ma ci avvertano che a causa della nostra imperfezione abbiamo bisogno di essere continuamente esercitati nella dottrina, tuttavia comportano che non possiamo comprendere nella nostra piccolezza le cose che sono infinite. Paolo pronuncia ciò di tutta la Chiesa; e non vi è alcuno di noi che non senta un grande impedimento e rallentamento nella propria rozzezza, che gli impedisce di avanzare come sarebbe da desiderare.
Ma egli mostra in un altro passo quanto grande sia la certezza della minima goccia che ne abbiamo, attestando che per mezzo dell’Evangelo contempliamo a viso scoperto la gloria di Dio, senza impedimento, per essere trasformati nella stessa immagine (2 Corinzi 3:18). È ben necessario che, in tale ignoranza, vi siano molti scrupoli e molte paure, poiché il nostro cuore per natura è inclinato all’incredulità. Inoltre sopraggiungono tentazioni infinite per numero e di diverse specie, che di ora in ora muovono meravigliosi assalti.
Specialmente la coscienza, pressata dal peso dei propri peccati, ora si lamenta e geme in sé stessa, ora si accusa; talvolta è punta tacitamente, talvolta è apertamente tormentata. Perciò, sia che le cose avverse diano qualche apparenza dell’ira di Dio, sia che la coscienza ne trovi occasione in sé stessa, l’incredulità si arma di ciò per combattere la fede, dirigendo tutte le sue armi a questo scopo: farci stimare che Dio ci è avversario e adirato, affinché non speriamo alcun bene da lui e lo temiamo come nostro nemico mortale.
3:2:21 - La fede armata della Parola: scudo contro gli assalti e scintilla che non si spegne
Per sostenere tali assalti, la fede è provvista della Parola di Dio. Quando è assalita da questa tentazione, che Dio sia contrario e nemico in quanto affligge, essa oppone al contrario questa difesa: che egli è misericordioso anche nell’affliggere, poiché i castighi che fa procedono dall’amore più che dall’ira. Essendo battuta da questo pensiero, che Dio è giusto giudice per punire ogni iniquità, essa mette innanzi questo scudo: che la misericordia è pronta per tutte le colpe, quando il peccatore si rivolge alla clemenza del Signore. In tal modo l’anima fedele, per quanto sia meravigliosamente tormentata, tuttavia alla fine supera ogni difficoltà e non permette mai che le sia tolta e scossa la fiducia che ha nella misericordia di Dio; anzi, al contrario, tutti i dubbi dai quali è esercitata si volgono in una più grande certezza di questa fiducia.
Ne abbiamo esperienza nel fatto che i santi, quando si vedono fortemente premuti dalla vendetta di Dio, non cessano tuttavia di rivolgergli le loro lamentele; e quando sembra che non debbano essere affatto esauditi, ancora lo invocano. Infatti, a che pro si lamenterebbero con colui dal quale non attenderebbero alcun sollievo? e come sarebbero indotti a invocarlo se non sperassero di riceverne qualche aiuto? Così i discepoli, che Gesù Cristo rimprovera per la debolezza della fede, gridavano bene che perivano; e tuttavia imploravano il suo aiuto (Matteo 8:25). E infatti, riprendendoli come deboli nella fede, egli non li rigetta dal numero dei suoi per metterli con gli increduli, ma li incita a ritrarsi da un tale vizio.
Affermiamo dunque di nuovo ciò che è stato detto sopra: che la radice della fede non è mai del tutto strappata dal cuore fedele, ma vi resta sempre confitta, benché, essendo scossa, sembri inclinare qua e là; che la sua luce non è mai tanto spenta o soffocata che non ne rimanga almeno qualche scintilla; e che da ciò si può giudicare che la Parola, essendo seme incorruttibile di vita, produce frutto simile a sé, il cui germoglio non si secca né perisce mai. Questo mostra Giobbe quando dice che non cesserà di sperare in Dio, anche se egli lo uccidesse (Giobbe 13:15).
Ora, è proprio così che i santi non hanno mai maggior materia di disperazione che quando sentono la mano di Dio levata per confonderli, secondo ciò che possono stimare dallo stato delle cose presenti. È vero. L’incredulità non regna dentro il cuore dei fedeli, ma li assale da fuori; e non li ferisce mortalmente, ma li molesta soltanto, oppure li ferisce in modo che la piaga è curabile. Infatti, come dice Paolo, la fede ci è data come scudo (Efesini 6:16). Essa dunque, posta innanzi per resistere al diavolo, riceve in tal modo i colpi che li respinge, o almeno li spezza in modo che non penetrino fino al cuore.
Perciò, quando la fede è scossa, è come se un soldato, per quanto robusto, fosse costretto da un colpo impetuoso a indietreggiare e a ritirarsi; quando è ferita, è come se lo scudo d’un soldato ricevesse qualche rottura per la violenza d’un colpo, solo fino a essere incrinato e non trafitto. Poiché l’anima fedele verrà sempre al di sopra per dire con Davide: “Se cammino in mezzo all’ombra della morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me, Signore” (Salmi 23:4). È certamente cosa spaventosa camminare nell’oscurità della morte, e non può essere che i fedeli, per quanta fermezza vi sia in loro, non ne abbiano grande orrore; ma poiché questo pensiero prevale nel loro spirito, che hanno Dio presente e che egli ha cura della loro salvezza, la paura è vinta da tale sicurezza.
“Quali macchinazioni e assalti faccia il diavolo contro di noi”, dice Agostino, “finché non occupa il luogo del cuore dove abita la fede, egli è cacciato fuori”. Perciò, se si giudica dall’esperienza, non solo i fedeli sfuggono vittoriosi da tutti gli assalti, tanto che, avendo raccolto vigore, sono pronti a rientrare in combattimento meglio che mai; ma si compie anche in loro ciò che Giovanni dice nella sua epistola: “La vostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo” (1 Giovanni 5:4), poiché egli intende che non solo sarà vittoriosa in una battaglia o in dieci, ma ogni volta che sarà assalita, vincerà.
3:2:22 - Timore santo che conferma la fede: ammonimenti contro superbia e negligenza
Vi è un’altra specie di paura e tremore, per la quale non solo non si diminuisce la certezza della fede, ma piuttosto essa ne è confermata: quando i fedeli, stimando che gli esempi della vendetta di Dio eseguita sugli empi debbano essere per loro ammaestramenti affinché non provochino l’ira di Dio con gli stessi delitti, si guardino più diligentemente dal male; oppure quando, riconoscendo la loro miseria, imparano a dipendere totalmente da Dio, senza il quale si vedono più caduchi e incerti d’un soffio di vento.
Infatti l’Apostolo, dopo aver proposto i castighi che Dio aveva inflitto al popolo d’Israele, incute ai Corinzi un timore di non cadere nello stesso peccato (1 Corinzi 10:5 e seguenti): con ciò egli non rovescia in alcun modo la loro fiducia, ma li desta soltanto dalla loro pigrizia, la quale suole piuttosto seppellire la fede che stabilirla. Parimenti, quando dalla rovina dei Giudei trae occasione di esortare chi sta in piedi a guardarsi bene dal cadere (1 Corinzi 10:11-12; Romani 11:20), non ci comanda di vacillare come se fossimo incerti della nostra fermezza, ma toglie ogni arroganza e temeraria confidenza nella nostra propria virtù, affinché noi che siamo gentili non insultiamo i Giudei al posto dei quali siamo stati sostituiti.
Egli non parla là soltanto ai fedeli, ma si rivolge anche agli ipocriti che si gloriavano nell’apparenza esteriore. Poiché non ammonisce ciascuno in particolare, ma, fatta comparazione tra Giudei e gentili e mostrato che il rigetto dei Giudei era giusta pena della loro infedeltà e ingratitudine, esorta similmente i gentili a non insuperbirsi né innalzarsi, per timore di perdere la grazia di adozione che avevano da poco ricevuta. E come, dopo il rigetto generale dei Giudei, restavano nondimeno alcuni tra loro che non erano caduti dal patto di Dio, così potevano esservi alcuni tra i gentili che, spogli di vera fede, si sarebbero gonfiati d’una vana presunzione della carne e avrebbero così abusato della bontà di Dio a loro rovina.
Tuttavia, anche se le parole di Paolo fossero prese come rivolte ai fedeli, non vi è alcuna difficoltà per il nostro intento. Poiché è una cosa riprendere la temerità dalla quale i santi sono talora sollecitati secondo la carne, per mostrare loro che non devono abbandonarsi a folle presunzione; altra cosa è spaventare la coscienza in modo che non riposi affatto, con piena sicurezza, nella misericordia di Dio.
3:2:23 - “Timore e tremore” come umiltà: fiducia fondata sulla diffidenza di sé
Parimenti, quando insegna che operiamo la nostra salvezza con timore e tremore (Filippesi 2:12), non chiede altro se non che ci abituiamo ad appoggiarci alla potenza del Signore con grande abbassamento di noi stessi. E infatti nulla può muoverci tanto a porre la certezza e la fiducia della nostra fede in Dio quanto la diffidenza di noi stessi e la stretta angoscia che abbiamo dopo aver riconosciuto la nostra miseria. In questo senso bisogna intendere ciò che dice il profeta: “Entrerò nel tuo tempio nella moltitudine della tua bontà e vi adorerò con timore” (Salmi 5:7), dove egli congiunge molto appropriatamente la franchezza della fede, che si appoggia sulla misericordia di Dio, con il timore e il santo tremore, dai quali è necessario che siamo toccati quando, comparendo davanti alla maestà di Dio, per la luce di essa comprendiamo quali siano le nostre lordure.
Perciò Salomone dice con verità che beato è l’uomo che continuamente fa temere il suo cuore (Proverbi 28:14), poiché per indurimento si cade in rovina. Ma egli intende un timore che ci renda più diligenti e prudenti, non uno che ci affligga fino alla disperazione: cioè quando il nostro coraggio, confuso in sé, si riconforta in Dio; abbattuto in sé, si rialza in lui; diffidando di sé, sussiste nella speranza che ha in lui.
Perciò nulla impedisce che i fedeli sentano timore e tremore e insieme godano di consolazione che li assicura, poiché da una parte considerano la loro vanità, dall’altra guardano alla verità di Dio. Qualcuno domanderà come spavento e fede possano abitare nella medesima anima. Rispondo: nello stesso modo in cui, al contrario, sollecitudine e noncuranza si trovano spesso congiunte. Infatti, benché gli empi si fortifichino quanto possono di stupidità per non essere sollecitati da alcun timore di Dio, tuttavia il giudizio di Dio li perseguita, sì che non possono giungere a ciò che cercano.
Non vi è dunque inconveniente che Dio ammaestri i suoi all’umiltà pungendoli con molti timori, affinché, combattendo virtuosamente, siano tuttavia trattenuti in modestia come da una briglia. Ciò appare anche dal filo del testo: tale è stata l’intenzione dell’Apostolo quando assegna la causa di questo timore e tremore, cioè che Dio ci dà per pura grazia il volere e l’operare. E a questo senso si riferisce la parola del profeta, che i figli d’Israele temeranno a causa di Dio e della sua bontà (Osea 3:5). Poiché non solo la pietà genera riverenza verso Dio, ma la dolcezza della sua grazia, per quanto soave, insegna agli uomini a stupire con timore, affinché dipendano del tutto da Dio, abbassandosi sotto la sua potenza.
3:2:24 - Contro la “fiducia mescolata con incredulità”: Cristo non è dietro di noi ma in noi
Tuttavia, con ciò non intendo approvare la folle immaginazione che oggi hanno alcuni semi-papisti. Poiché, non potendo più sostenere quell’errore grossolano che per lungo tempo si è tenuto nelle scuole di teologia, cioè che la fede sia soltanto un’opinione dubbiosa, ricorrono a un altro sotterfugio, mettendo avanti una fiducia mescolata con incredulità. Finché guardiamo a Cristo, confessano bene che lì troviamo piena materia di speranza; ma poiché siamo sempre indegni dei beni che ci sono offerti in Gesù Cristo, vogliono che, riguardo alla nostra indegnità, vacilliamo e siamo in bilico. Insomma, pongono così la coscienza tra speranza e paura, che ora inclina all’una ora all’altra. Inoltre congiungono tanto la paura alla speranza che la prima spegne la seconda quando domina; e la seconda fa il medesimo a sua volta.
Così Satana, quando vede che con una menzogna chiara e aperta non può più distruggere la certezza della fede, si sforza di minarla di nascosto e come sotterra. E vedo bene quale sarebbe questa fiducia che, a ogni colpo, sarebbe abbattuta dalla disperazione. La loro fantasia è che, guardando Cristo, siamo certi della nostra salvezza; e, tornando a noi, siamo certi della nostra condanna. Da ciò concludono che fiducia e disperazione debbano regnare a turno nei nostri cuori, come se dovessimo concepire Gesù Cristo dietro di noi e non piuttosto abitante in noi. Infatti speriamo la salvezza da lui non perché ci appaia da lontano, ma perché, avendoci uniti al suo corpo, ci rende partecipi non solo di tutti i suoi beni ma anche di sé stesso.
Perciò, dal fondamento che essi prendono, io trarrò un argomento del tutto contrario: che, considerando ciò che siamo, vediamo la nostra condanna come a occhio; ma in quanto Gesù Cristo ci è comunicato con tutti i suoi beni, tanto che tutto ciò che egli ha è fatto nostro, e noi siamo fatti sue membra e una stessa sostanza con lui, perciò la sua giustizia seppellisce i nostri peccati, la salvezza che egli ha in mano abolisce la nostra condanna; egli si pone innanzi con la sua dignità per fare sì che la nostra indegnità non appaia davanti a Dio.
E infatti la cosa sta così: che in nessun modo dobbiamo separare Gesù Cristo da noi, ma tenere fermamente l’unione con la quale egli ci ha congiunti a sé; ciò che ci insegna l’Apostolo quando dice che il nostro corpo è ben morto a causa del peccato, ma lo Spirito di Gesù Cristo che abita in noi è vita a causa della sua giustizia (Romani 8:10). Secondo il vaneggiamento di costoro egli avrebbe dovuto dire: Gesù Cristo ha bensì la vita in sé; ma noi, in quanto siamo peccatori, restiamo nei legami della condanna e della morte. Ma egli parla ben altrimenti, insegnando che la condanna che meritiamo da noi stessi è inghiottita dalla salvezza che è in Cristo. E per provarlo reca questa ragione: che Gesù Cristo abita in noi, non che egli sia fuori di noi; e che non solo aderisce a noi con un legame indissolubile, ma, per una congiunzione ammirabile e superiore al nostro intelletto, si unisce di giorno in giorno sempre più a noi in una medesima sostanza.
Tuttavia non nego, come ho poco fa accennato, che vi siano alcune interruzioni della fede, secondo che la nostra fragilità cede qua e là, sospinta dagli impeti che Satana le suscita. Così la luce della fede è talvolta soffocata dalle tenebre della tentazione, quando esse sono troppo spesse e oscure; nondimeno essa non cessa di tendere sempre verso Dio.
3:2:25 - Bernardo: l’anima nulla in sé, “qualcosa” nel cuore di Dio
E a ciò si accorda Bernardo[2], trattando di proposito questa questione, nell’omelia quinta della dedicazione del tempio:
“Pensando talvolta all’anima, mi pare di trovarvi due cose contrarie. Se la considero quale è in sé e da sé, non posso parlarne meglio che dicendo che è ridotta a nulla. Che bisogno è ora di raccontare tutte le sue miserie? quanto è carica di peccati, circondata di tenebre, avvolta da lusinghe, bollente di concupiscenze, soggetta a passioni, piena di illusioni, sempre inclinata al male, tesa a ogni vizio, infine piena d’ignominia e confusione? Se perfino tutte le giustizie dell’uomo, presentate davanti a Dio, sono come contaminazione e lordura, che saranno le ingiustizie a confronto? (Isaia 64:6). Se vi sono tenebre nella luce, che sarà delle tenebre stesse? Che dunque dire? Per certo l’uomo non è che vanità; l’uomo è ridotto a nulla; l’uomo non è nulla.
Ma come non è del tutto nulla, se Dio lo magnifica? come non è nulla, se Dio gli pone il suo cuore? Coraggio, fratelli: benché noi non siamo nulla nei nostri cuori, troveremo forse nel cuore di Dio qualcosa che ci è nascosto. O Padre di misericordia! o Padre dei miserabili! come metti il tuo cuore su di noi? Poiché il tuo tesoro è là dove è il tuo cuore (Matteo 6:21). Ora, come siamo il tuo tesoro se non siamo nulla? Tutti i popoli davanti a te sono come se non fossero; sono reputati per nulla; sì, davanti a te, ma non dentro di te. Quanto al giudizio della verità non sono nulla, ma non quanto all’affetto della pietà e bontà: poiché tu chiami le cose che non sono come se fossero. Perciò le cose che tu chiami non sono nulla e tuttavia hanno essere, in quanto tu le chiami. Poiché, benché non siano nulla quanto a sé, non cessano d’essere in te, secondo questa parola di Paolo: non per opere di giustizia, ma per Dio che chiama (Romani 9:12).
Dopo che Bernardo ha parlato così, egli congiunge queste due considerazioni nel modo che segue: ‘Certo, le cose che sono congiunte insieme non si distruggono l’una l’altra’. E poi ne dà una dichiarazione ancora più facile, concludendo così: ‘Se, avendo queste due considerazioni, guardiamo diligentemente che cosa siamo, o piuttosto come in una vediamo che non siamo nulla e nell’altra quanto siamo magnificati, la nostra gloria sarà temperata in buona misura e forse sarà accresciuta. Certo, essa sarà stabilita, ma per farci gloriarci in Dio e non in noi. Se pensiamo così, che se Dio vuole salvarci, saremo liberati, ciò ci farà un po’ respirare; ma bisogna salire più alto e cercare la città di Dio, cercare il suo tempio, cercare la sua casa, cercare il segreto del matrimonio che egli ha con noi. Così non dimenticheremo l’una cosa per l’altra, ma con timore e riverenza diremo che siamo qualcosa; sì, nel cuore di Dio; siamo qualcosa, non per la nostra dignità, ma in quanto egli ci stima degni per la sua grazia’.”
3:2:26 - Il timore di Dio: reverenza filiale e timore servile come freno della carne
Ora, il timore di Dio, che in tutta la Scrittura è attribuito ai fedeli e che ora è chiamato principio della sapienza, ora la sapienza stessa (Proverbi 1:7; Salmi 111:10; Proverbi 9:10; Giobbe 28:28), benché sia uno, tuttavia procede da un duplice affetto. Poiché Dio ha in sé la reverenza tanto di un padre quanto di un padrone. Perciò, chiunque voglia onorarlo rettamente, si studierà di rendersi verso di lui figlio ubbidiente e servo pronto a fare il suo dovere. L’ubbidienza che gli è resa come a nostro Padre, egli la chiama per mezzo del suo profeta onore; il servizio che gli è fatto come a nostro padrone, lo chiama timore. “Il figlio”, dice, “onora suo padre e il servo il suo padrone. Se io sono vostro Padre, dov’è l’onore che mi dovete? Se io sono vostro padrone, dov’è il timore?” (Malachia 1:6). Tuttavia, benché li distingua, all’inizio li congiunge, comprendendo l’uno e l’altro sotto il termine onorare. Perciò, il timore di Dio sia per noi una reverenza mescolata di tale onore e di tale timore. E non è meraviglia se uno stesso cuore riceve insieme queste due affezioni.
È vero che chi considera quale Padre gli sia Dio ha motivo sufficiente, anche se non vi fosse alcun inferno, di aver maggior orrore di offenderlo che di morire; ma d’altra parte, poiché la nostra carne è inclinata a sciogliere il freno per fare il male, è necessario per trattenerla avere in mente questo pensiero: che il Signore, sotto la cui potenza siamo, ha ogni iniquità in abominio; e che coloro che avranno provocato la sua ira vivendo malvagiamente non eviteranno la vendetta.
3:2:27 - “La carità perfetta caccia via il timore”: non il timore filiale, ma il tremore dell’incredulità
Ciò che Giovanni dice, che il timore non è con la carità, ma che la carità perfetta caccia via il timore (1 Giovanni 4:18), non contraddice affatto: poiché egli parla del tremore dell’incredulità, dal quale è ben lontano questo timore dei fedeli. Gli empi infatti non temono Dio perché abbiano paura di incorrere nella sua offesa, se potessero farlo senza punizione; ma perché sanno che egli è potente nel vendicarsi, hanno orrore tutte le volte che si parla loro della sua ira. E anzi temono la sua ira, perché la reputano vicina e di ora in ora attendono che venga a schiacciarli.
Al contrario, i fedeli, come è stato detto, temono più l’offesa che la punizione; e non sono atterriti dal timore d’essere puniti come se l’inferno fosse già presente per inghiottirli, ma per mezzo di esso sono ritratti, affinché non incorrano nel pericolo. Perciò Paolo, parlando ai fedeli, dice: “Non vi ingannate: per queste cose l’ira di Dio suole venire sui figli della ribellione” (Efesini 5:6; Colossesi 3:6). Egli non li minaccia che l’ira di Dio scenderà su di loro, ma li esorta a considerare che l’ira di Dio è preparata per i malvagi a causa di quei peccati che aveva prima enumerati, affinché non aspettino di seguirli per venire nella medesima perdizione.
E nondimeno non avviene spesso che i reprobi siano ben destati e punti da una semplice minaccia; ma al contrario, essendo intorpiditi nella negligenza, benché Dio tuoni dal cielo, finché sia solo con parole, essi si induriscono nella ribellione. Quando però sentono i colpi della sua mano, allora sono ben costretti a temere, vogliano o no. Questo timore è comunemente chiamato servile, per distinguerlo da una soggezione franca e volontaria, quale deve essere nei figli verso i loro padri. Alcuni inseriscono più sottilmente una terza specie, poiché il timore servile e forzato ci prepara a temere Dio debitamente e così ci dà un’affezione intermedia per passare oltre.
3:2:28 - La fede guarda alla benevolenza di Dio: da essa discende la certezza della vita presente e futura
Inoltre, sotto la benevolenza di Dio, alla quale diciamo che la fede guarda, bisogna intendere che otteniamo il possesso della salvezza e della vita eterna. Poiché, se nulla può mancarci quando abbiamo Dio propizio, deve bastarci per certezza di salvezza che Dio ci renda certi del suo amore verso di noi. “Mostra il tuo volto”, dice il profeta, “e saremo salvati” (Salmi 80:3). Perciò la Scrittura pone la somma della nostra salvezza in questo punto: che il Signore, avendo abolito ogni inimicizia, ci ha ricevuti nella sua grazia (Efesini 2:14). Con ciò significa che, essendo Dio riconciliato con noi, non ci resta alcun pericolo che ogni cosa non ci torni in bene.
Perciò la fede, apprehendendo l’amore di Dio, comprende in esso le promesse della vita presente e futura, e ferma certezza di tutti i beni: sì, quella che si può avere per la Parola dell’Evangelo. Infatti la fede non si promette certamente lunghi anni, grandi onori o abbondanza di ricchezze in questa vita, poiché il Signore non ha voluto che alcuna di queste cose ci fosse assicurata; ma si contenta di questa certezza: che, quand’anche molte assistenze di questa vita ci vengano meno, Dio non ci verrà mai meno. La principale certezza di essa riposa nell’attesa della vita futura, che ci è stata posta dalla Parola di Dio fuori di ogni incertezza.
Tuttavia, quali che siano le calamità e miserie che possano avvenire a coloro che il Signore una volta ha ricevuti nel suo amore, esse non possono impedire che la sola benevolenza di Dio non sia per loro piena felicità. Perciò, quando abbiamo voluto esprimere la somma di ogni beatitudine, abbiamo posto la grazia di Dio, dalla cui fonte ci provengono tutte le specie di beni. E ciò è facile da notare nella Scrittura, che ci richiama sempre alla carità di Dio quando parla non solo della salvezza eterna ma di qualunque bene abbiamo. Per questa ragione Davide attesta che la bontà di Dio, quando è sentita dal cuore fedele, è più dolce e desiderabile di qualunque vita (Salmi 63:4). Insomma, anche se tutto ci venisse secondo desiderio, se restiamo incerti dell’amore o dell’odio di Dio, la nostra felicità sarà sempre maledetta e quindi infelice. Ma se Dio ci mostra uno sguardo paterno, le nostre stesse miserie saranno beate, poiché ci saranno voltesi in aiuto alla salvezza.
Così Paolo, raccogliendo tutte le avversità che possono accaderci, si gloria che per esse non saremo mai separati dall’amore di Dio (Romani 8:35). E pregando per i fedeli, comincia sempre dalla grazia, dalla quale ogni prosperità ha la sua origine e fonte. Similmente Davide oppone a ogni paura che potrebbe turbarci la sola favorevolezza di Dio: “Se camminassi nell’oscurità della morte, non temerei, quando tu sarai con me” (Salmi 23:4). Al contrario, sentiamo come i nostri cuori vacillino se, contentandosi della grazia di Dio, non cerchino in essa la loro pace e riposo, avendo ben impressa questa parola: “Beato è il popolo di cui l’Eterno è il Dio e la gente che egli si è scelta per eredità” (Salmi 33:12).
3:2:29 - Fondamento della fede: la promessa gratuita di misericordia, propria dell’Evangelo
Poniamo a fondamento della fede la promessa gratuita, poiché in essa propriamente consiste la fede. Infatti, benché essa tenga Dio per verace in tutto e per tutto, sia che comandi o proibisca, o prometta o minacci; benché riceva in ubbidienza i suoi comandamenti, custodisca i suoi divieti e tema le sue minacce; tuttavia propriamente comincia dalla promessa, in essa si arresta e in essa prende il suo fine. Poiché cerca la vita in Dio, la quale non si trova nei comandamenti né nelle minacce, ma nella sola promessa di misericordia, e ancora gratuita: poiché le promesse condizionali, rimandandoci alle opere, non promettono altrimenti la vita se non che noi la troviamo in noi stessi.
Se dunque non vogliamo che la fede tremi e vacilli da una parte e dall’altra, bisogna appoggiarla su una tale promessa di salvezza che ci sia volontariamente e per pura liberalità offerta dal Signore, più in considerazione della nostra miseria che della nostra dignità. Perciò l’Apostolo attribuisce questo titolo in modo particolare all’Evangelo: che sia chiamato “Parola di fede” (Romani 10:8), titolo che non concede né ai comandamenti né alle promesse della Legge, poiché nulla può assicurare la fede se non questa ambasciata della benignità di Dio, per la quale egli riconcilia il mondo a sé.
Di qui viene la corrispondenza che spesso pone tra fede ed Evangelo: quando dice che l’Evangelo gli è stato affidato “in ubbidienza della fede”; che esso è “potenza di Dio in salvezza a tutti i credenti”; e che “in esso la giustizia di Dio è rivelata di fede in fede” (Romani 1:5, 16, 17). E non è meraviglia, poiché, essendo l’Evangelo il ministero della riconciliazione con Dio, non vi è altro sufficiente testimonianza della benevolenza di Dio verso di noi, la cui conoscenza è richiesta nella fede (2 Corinzi 5:18).
Quando dunque diciamo che la fede deve essere appoggiata sulla promessa gratuita, non neghiamo che i fedeli ricevano e riveriscano la Parola di Dio in ogni parte; ma destiniamo alla fede la promessa di misericordia come suo proprio scopo. In verità i fedeli devono ben riconoscere Dio come giudice e punitore dei malfatti; tuttavia guardano specialmente alla sua clemenza, in quanto egli è descritto loro così: benigno e misericordioso, tardo all’ira, inclinato alla bontà, benevolo verso tutti ed espandendo la sua misericordia su tutte le sue opere (Salmi 86:5; 103:8; 145:8).
3:2:30 - Risposta a Piggio: la fede non si ferma alle minacce, ma trova fermezza solo nella promessa gratuita e nell’unione con Cristo
Non mi curo del fatto che Piggio[3] e cani simili a lui abbaiano, dicendo che questa restrizione che poniamo squarcia la fede prendendone solo un pezzo. Confesso bene, come ho già detto, che la verità di Dio, sia che minacci sia che presenti la grazia, è il fine generale della fede. Perciò l’Apostolo dice che fu per fede che Noè temette il diluvio prima che venisse (Ebrei 11:7). Su questo, questi sofisti argomentano che, se la fede produce in noi una paura delle punizioni che devono avvenire, allora, nel darne la definizione, non dobbiamo escludere le minacce con cui Dio vuole spaventare i peccatori.
Ma essi ci fanno grande torto e calunniano falsamente, come se dicessimo che la fede non debba guardare la Parola di Dio in tutto e per tutto. Poiché noi tendiamo solo a due punti: primo, che la fede non si arresta mai finché non si appoggia sulla promessa gratuita di salvezza; secondo, che per essa non siamo resi graditi a Dio se non in quanto essa ci unisce a Cristo; e questi due punti sono ben notabili.
È questione di quella fede che distingue i figli di Dio dai reprobi e i fedeli dagli increduli. Se uno crede che Dio non comandi nulla se non giustamente e non minacci se non a buon fine, sarà per questo chiamato fedele? Ognuno dirà di no. Non vi sarà dunque alcuna fermezza nella fede se essa non si tiene alla misericordia di Dio. D’altra parte, perché disputiamo della fede se non per conoscere il mezzo della salvezza? Ora, come salva la fede, se non perché per essa siamo innestati nel corpo di Cristo? È dunque a buon diritto che, volendo definirla, insistiamo sul suo principale effetto e aggiungiamo questa nota che separa i fedeli dagli increduli.
In breve, gli empi non hanno nulla da mordere nella nostra dottrina se non vogliono accusare Paolo insieme con noi, il quale chiama l’Evangelo “dottrina di fede” (Romani 10:8) e gli attribuisce questo titolo speciale.
3:2:31 - La Parola come fondamento necessario della fede e della speranza
Dobbiamo ricavare nuovamente da quanto detto l’articolo già esposto, cioè che la Parola non è meno necessaria alla fede di quanto la radice viva lo sia a un albero per produrre frutto. Infatti, secondo la sentenza di Davide, nessuno può sperare in Dio se prima non ha conosciuto il suo nome (Salmi 9:11). Ora, questa conoscenza non nasce dall’immaginazione di ciascuno, ma secondo che Dio stesso si rende testimone della sua bontà. Ciò che Davide conferma altrove, dicendo: Sia il tuo soccorso secondo la tua parola. E ancora: Ho sperato nella tua parola: salvami (Salmi 119:41). Qui bisogna notare la corrispondenza tra la fede e la Parola, dalla quale poi procede la salvezza.
Tuttavia, non escludo affatto la potenza di Dio, sulla quale, se la fede non si fonda, essa non renderà mai a Dio l’onore che gli è dovuto. Può sembrare che Paolo dica una cosa fredda o banale quando afferma che Abramo credette che Dio fosse potente da compiere ciò che aveva promesso; e quando parla di sé stesso: So in chi ho creduto, e sono persuaso che egli è potente da custodire il mio deposito fino a quel giorno (Romani 4:21; 2 Timoteo 1:12). Ma se ciascuno pesa e considera bene i dubbi che incessantemente si insinuano nei nostri spiriti per farci diffidare della potenza di Dio, giudicherà che coloro che la magnificano come essa merita non hanno fatto poco progresso nella fede.
Noi confessiamo tutti che Dio fa tutto ciò che vuole; ma poiché la più piccola tentazione del mondo ci spaventa e ci getta nell’orrore, è evidente che sminuiamo troppo la potenza di Dio, alla quale preferiamo le minacce di Satana, sebbene abbiamo le promesse di Dio per difenderci contro di esse. Questa è la ragione per cui Isaia, volendo imprimere nei cuori dei Giudei la fiducia della loro salvezza, esalta in modo così magnifico la potenza infinita di Dio. Talvolta potrebbe sembrare che, avendo iniziato a parlare del perdono dei peccati e della misericordia, egli divaghi con lunghi e superflui giri quando aggiunge quanto siano meravigliose le opere di Dio nel governo del cielo e della terra; tuttavia non c’è nulla che non serva allo scopo. Infatti, se la potenza di Dio non ci sta davanti agli occhi, a stento le orecchie accoglieranno la Parola, o comunque non la stimano come merita.
Dobbiamo anche notare che, in questo contesto, la Scrittura ci parla di una potenza efficace di Dio, perché la fede, come abbiamo detto altrove, la applica sempre al proprio uso e la mette in opera per il proprio beneficio. Soprattutto essa si propone le opere di Dio, mediante le quali egli si è manifestato come Padre. Da qui deriva il fatto che il ricordo della redenzione è così spesso rievocato ai Giudei: da ciò essi potevano apprendere che Dio, essendo stato una volta autore della loro salvezza, l’avrebbe mantenuta fino alla fine. Davide pure ci ammonisce con il suo esempio che i benefici che Dio ha conferito a ciascuno in particolare devono servire a confermare la sua fede per il tempo futuro. E anche se sembra che Dio ci abbia abbandonati, dobbiamo estendere il nostro pensiero più lontano, affinché i benefici passati ci diano buona fiducia; come è detto in un altro Salmo: Mi sono ricordato dei giorni antichi, ho meditato in tutte le tue opere. E ancora: Ricorderò le opere del Signore, ricorderò le tue meraviglie antiche (Salmi 143:5; 77:11).
Tuttavia, poiché tutto ciò che concepiamo della potenza di Dio e delle sue opere è confuso e privo di fermezza senza la sua Parola, non diciamo senza motivo che non può esserci fede finché Dio non ci illumina mediante la testimonianza della sua grazia. Ma qui si potrebbe sollevare una questione riguardo a Sara e Rebecca, le quali, spinte, a quanto pare, da un buon zelo di fede, sono tuttavia uscite dai limiti della Parola. Sara, infatti, per l’ardente desiderio che aveva della discendenza promessa, diede a suo marito la sua serva come moglie (Genesi 16:5). Non si può negare che abbia errato in molti modi; ma per ora considero solo questo difetto: che, rapita dal suo zelo, non si è mantenuta entro i confini della Parola di Dio. Tuttavia è certo che quel desiderio le procedeva dalla fede.
Rebecca, dopo che Dio le aveva rivelato l’elezione di Giacobbe, fa ricorso a un artificio cattivo e perverso affinché egli sia benedetto da Isacco (Genesi 27:9), che era testimone e ministro della grazia di Dio: corrompe suo figlio inducendolo a mentire; in breve, corrompe la verità di Dio con molte frodi e menzogne, e, esponendo la promessa di Dio al disprezzo e alla derisione, la annulla per quanto sta in lei. E tuttavia questo atto, per quanto vizioso e degno di riprensione, non fu del tutto privo di fede. Infatti le fu necessario superare molti scandali per desiderare con tanta forza una cosa piena di turbamenti, fastidi e pericoli, senza alcuna speranza apparente di vantaggio.
Allo stesso modo, non potremo mai spogliare del tutto di fede il santo patriarca Isacco, poiché, pur essendo stato ammonito da Dio che il diritto di primogenitura era stato trasferito al figlio minore, non cessò tuttavia di essere più inclinato verso il figlio maggiore Esaù. Certamente tali esempi ci mostrano che spesso errori si mescolano alla fede, ma in modo tale che essa mantiene sempre il grado sovrano quando è vera e retta. Infatti, come l’errore particolare di Rebecca non rese inutile o nullo l’effetto della benedizione, così non annullò la fede che dominava nel suo cuore in generale, e che fu l’inizio e la causa di tale atto.
Tuttavia Rebecca mostrò quanto l’intelletto umano sia soggetto a scivolare e a deviare dal buon cammino non appena si concede anche il minimo spazio per agire di proprio impulso. E sebbene il difetto e la debolezza che si trovano nella fede non la spengano del tutto, siamo nondimeno ammoniti quanto dobbiamo ascoltare attentamente Dio, per restare come attaccati alla sua bocca. In questo modo è confermato quanto abbiamo detto: la fede, se non è appoggiata sulla Parola, presto si dissolve, come sarebbe accaduto agli spiriti di Sara, Isacco e Rebecca, che, smarritisi nelle loro deviazioni, si sarebbero subito dissolti, se non fossero stati trattenuti da una briglia segreta nell’obbedienza alla Parola.
3:2:32 - Tutte le promesse di Dio sono confermate in Cristo
Inoltre, non senza ragione racchiudiamo tutte le promesse in Cristo, poiché l’Apostolo racchiude tutto l’Evangelo nella conoscenza di Lui; e in un altro luogo insegna che tutte le promesse di Dio sono in Lui “sì” e “amen”, cioè ratificate (Romani 1:17; 1 Corinzi 2:2; 2 Corinzi 1:20). La ragione di ciò è evidente. Infatti, qualunque bene il Signore prometta, in ciò testimonia la sua benevolenza: sicché non vi è alcuna promessa di Dio che non sia testimonianza del suo amore.
E ciò non è contraddetto dal fatto che gli empi, quanto più ricevono benefici dalla sua mano, tanto più si rendono colpevoli di un giudizio più grave. Poiché, non riconoscendo che i beni che possiedono provengano da Dio, o anche se lo riconoscono, non stimando la sua bontà nei loro cuori, non possono comprendere la bontà di Dio più di quanto possano farlo le bestie brute, le quali, secondo la loro natura, ricevono anch’esse i frutti della sua liberalità, senza tuttavia riconoscerla minimamente.
Parimenti non contrasta con quanto diciamo il fatto che, rigettando le promesse loro offerte, essi accumulino su di sé una vendetta più grave. Infatti, sebbene l’efficacia delle promesse si manifesti pienamente solo quando sono da noi ricevute, la loro verità e natura non sono mai annullate dalla nostra infedeltà o ingratitudine. Poiché il Signore, mediante le promesse, invita gli esseri umani non solo a ricevere i frutti della sua benignità, ma anche a riconoscerli e stimarli come tali, egli manifesta in esse il suo amore.
Bisogna dunque ritornare a questo punto: ogni promessa è testimonianza dell’amore di Dio verso di noi. Ora, è indubitabile che nessuno è amato da Dio fuori di Cristo, poiché Egli è il Figlio diletto nel quale riposa l’affetto del Padre, e da Lui questo amore si riversa su di noi, come insegna Paolo quando dice che siamo stati resi graditi nel Diletto (Matteo 3:17; 17:5; Efesini 1:6). È dunque necessario che, per mezzo di Cristo, questa amicizia giunga fino a noi.
Per questa ragione l’Apostolo lo chiama nostra pace; e altrove lo presenta come il vincolo mediante il quale la volontà del Padre è congiunta a noi (Efesini 2:14; Romani 8:3). Da ciò segue che dobbiamo sempre guardare a Lui quando ci viene offerta una promessa, e che Paolo parla rettamente quando insegna che tutte le promesse di Dio sono confermate e compiute in Lui (Romani 15:8).
Potrebbe sembrare che alcuni esempi contrastino con questo. Infatti, non è verosimile che Naaman il Siro, quando interrogò il profeta su come servire rettamente Dio, fosse istruito circa il Mediatore (2 Re 5:17-19). È anche difficile credere che Cornelio, pagano e romano, comprendesse ciò che non era noto nemmeno a tutti i Giudei; e tuttavia le sue elemosine furono gradite a Dio, come lo fu il sacrificio di Naaman (Atti 10:31). Né l’uno né l’altro avrebbero potuto ottenere ciò senza la fede. Lo stesso vale per l’eunuco al quale fu mandato Filippo: essendo uomo di paese lontano, non avrebbe mai intrapreso un viaggio così faticoso per adorare a Gerusalemme se non avesse avuto qualche fede nel cuore (Atti 8:27, 31). Tuttavia, interrogato da Filippo circa il Mediatore, egli confessa la propria ignoranza.
Confesso dunque che la loro fede era in parte velata, non solo quanto alla persona di Gesù Cristo, ma anche quanto alla sua virtù e all’ufficio che gli era stato affidato da Dio Padre. Tuttavia è certo che essi erano imbevuti di alcuni principi che davano loro un certo gusto di Gesù Cristo. Ciò non deve sembrare nuovo. L’eunuco non sarebbe mai venuto da un paese così lontano per adorare un Dio sconosciuto a Gerusalemme. E Cornelio, essendosi dato alla religione dei Giudei, non avrebbe potuto vivere tra loro senza familiarizzarsi con i rudimenti della pura dottrina della Legge. Quanto a Naaman, non sarebbe stato verosimile che Eliseo, dandogli istruzioni su cose piccole e leggere, avesse trascurato ciò che era principale.
Pertanto, sebbene la conoscenza di Gesù Cristo fosse oscura in loro, non vi è alcun motivo per renderla del tutto nulla, tanto più che essi si esercitavano nei sacrifici della Legge, che dovevano essere distinti dalle cerimonie dei pagani per il loro fine, cioè per Gesù Cristo.
3:2:33 - La Parola senza lo Spirito non giova: la fede richiede illuminazione e conferma del cuore
Ora, questa semplice dichiarazione che abbiamo nella Parola di Dio sarebbe sufficiente a generare la fede in noi, se non fosse che la nostra cecità e ostinazione vi si oppongono. Ma poiché il nostro spirito è inclinato alla vanità, non può mai aderire alla verità di Dio; e poiché è ottuso, non può vedere la sua luce. Perciò la Parola, da sola, non giova a nulla senza l’illuminazione dello Spirito Santo. Da qui risulta che la fede è al di sopra di ogni intelligenza umana.
E non basta che l’intelletto sia illuminato dallo Spirito di Dio, se il cuore non è anche confermato dalla sua potenza. In questo punto i teologi sorbonici errano gravemente, poiché ritengono che la fede sia un semplice assenso alla Parola di Dio, che risiede nell’intelletto, lasciando da parte la fiducia e la certezza del cuore.
La fede è dunque un dono singolare di Dio, e in due modi. Primo, in quanto l’intelletto dell’uomo è illuminato per comprendere la verità di Dio; poi, in quanto il cuore è in essa fortificato. Infatti lo Spirito Santo non solo inizia la fede, ma la accresce gradualmente, finché non ci abbia condotti al regno dei cieli.
Per questo Paolo esorta Timoteo a custodire il buon deposito mediante lo Spirito Santo che abita in noi (2 Timoteo 1:14). Se qualcuno obietta che lo Spirito ci è dato mediante la predicazione della fede (Galati 3:2), la risposta è facile. Se vi fosse un solo dono dello Spirito, sarebbe improprio dire che lo Spirito procede dalla fede, poiché Egli ne è l’autore e la causa; ma poiché Paolo parla dei doni che Dio conferisce alla sua Chiesa per condurla, mediante diversi accrescimenti, alla perfezione, non è sorprendente che li attribuisca alla fede, che ci prepara e ci dispone a riceverli.
È vero che al mondo appare una dottrina strana affermare che nessuno può credere in Cristo se non colui al quale è dato in modo particolare; ma ciò avviene in parte perché gli esseri umani non considerano quanto alta e difficile da comprendere sia la sapienza celeste, né quanto grande sia la loro rozzezza e incapacità di intendere i misteri di Dio; e in parte perché non tengono conto di quella fermezza del cuore, che è la parte principale della fede.
3:2:34 - La fede supera l’intelligenza naturale: lo Spirito è l’unico vero maestro interiore
Questo errore è facile da confutare. Infatti, come dice Paolo, chi conosce ciò che è nell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? (1 Corinzi 2:11). Come potrebbe dunque la creatura essere certa della volontà di Dio? E se la verità di Dio ci è dubbia persino nelle cose che vediamo con i nostri occhi, come potrebbe esserci ferma e indubitabile quando il Signore ci promette cose che l’occhio non vede e che l’intelletto non può comprendere?
In questo campo la prudenza umana è così ottusa, che il primo grado per progredire nella scuola del Signore è rinunciare ad essa. Infatti essa, come un velo interposto, ci impedisce di comprendere i misteri di Dio, che non sono rivelati se non ai piccoli. Non è la carne e il sangue che li rivelano (Matteo 11:25; 16:17; Luca 10:21); l’uomo naturale non è capace di intendere le cose spirituali, anzi la dottrina di Dio gli appare follia, perché essa può essere conosciuta solo spiritualmente (1 Corinzi 2:14).
Perciò l’aiuto dello Spirito Santo è qui necessario, o piuttosto solo la sua potenza regna in questo ambito. Nessun uomo ha conosciuto il segreto di Dio o è stato suo consigliere; ma lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio, e per mezzo di Lui conosciamo la mente di Cristo (Romani 11:34; 1 Corinzi 2:10, 16).
Nessuno può venire a me, dice il Signore Gesù, se il Padre che mi ha mandato non lo attira. E ancora: Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da Lui, viene a me (Giovanni 6:44, 45). Come dunque non possiamo avvicinarci a Cristo se non siamo tratti dallo Spirito di Dio, così, quando siamo tratti, siamo completamente elevati al di sopra della nostra intelligenza. Infatti l’anima, illuminata da Lui, riceve quasi un occhio nuovo per contemplare i segreti celesti, dalla cui luce prima era abbagliata.
Così l’intelletto umano, rischiarato dalla luce dello Spirito Santo, comincia allora a gustare le cose che appartengono al regno di Dio, delle quali prima non aveva alcun sentimento. Perciò, benché il Signore Gesù spieghi molto bene e chiaramente i misteri del suo regno ai due discepoli di cui parla Luca, non ottiene alcun frutto finché non apre loro la mente per comprendere le Scritture (Luca 24:27, 45; Giovanni 16:13). Allo stesso modo, dopo che gli apostoli furono istruiti dalla sua bocca divina, fu ancora necessario che fosse loro inviato lo Spirito di verità, per dare accesso ai loro intelletti alla dottrina che avevano ricevuto prima con le orecchie.
La Parola di Dio è simile al sole: essa risplende per tutti coloro ai quali è annunciata, ma senza efficacia per i ciechi. Ora, noi siamo tutti ciechi per natura in questo ambito; perciò non può entrare nel nostro spirito se non quando lo Spirito di Dio, che è il maestro interiore, le apre l’accesso con la sua illuminazione.
3:2:35 - La fede è opera sovrana di Dio e dono particolare dello Spirito
Quando in precedenza abbiamo trattato della corruzione della nostra natura, abbiamo mostrato più ampiamente quanto gli esseri umani siano incapaci di credere da sé stessi; perciò non annoierò i lettori ripetendo ciò che è già stato detto. Ci basti questo: quando Paolo parla di “spirito di fede” (2 Corinzi 4:13), intende la fede stessa che ci è data, e che non possediamo per natura. Perciò egli prega Dio che compia nei Tessalonicesi il suo beneplacito e l’opera della loro fede con potenza (2 Tessalonicesi 1:11). Chiamando la fede opera di Dio e attribuendole questo titolo di beneplacito o grazia gratuita, egli dichiara che essa non nasce dal movimento proprio dell’uomo.
E non contentandosi di ciò, aggiunge che è un’opera eccellente nella quale Dio dispiega la sua potenza. Quando dice ai Corinzi che la fede non dipende dalla sapienza umana ma dalla potenza di Dio (1 Corinzi 2:4), sebbene parli dei miracoli esteriori, tuttavia, poiché i reprobi non ne traggono alcun profitto e non vi vedono nulla, egli comprende anche quel suggello interiore con cui la verità di Dio è impressa nei nostri cuori, come egli stesso insegna altrove.
Dio, per rendere tanto più evidente e luminosa la sua liberalità in un dono così eccellente, non lo elargisce indistintamente a tutti, ma lo distribuisce con privilegio particolare a coloro che gli piace. Questo lo abbiamo già dimostrato con testimonianze solide. E Agostino, fedele interprete di questa dottrina, parla così:«Il nostro Salvatore, per mostrare che il credere è dono e non merito, dice: Nessuno viene a me se il Padre non lo attira, e se non gli è dato dal Padre (Giovanni 6:44). È cosa mirabile che due ascoltino: uno disprezza, l’altro sale. Colui che disprezza, imputi a sé stesso la colpa; colui che sale, non si attribuisca l’onore.»
E altrove: «Perché è dato all’uno e non all’altro? Non mi vergogno di dire che è un segreto profondo della croce, un segreto dei giudizi di Dio che io non conosco, e che non ci è lecito indagare. Da lì proviene tutto ciò che possiamo. Vedo bene ciò che posso: da dove venga il poterlo fare, non lo vedo, se non nel fatto che è da Dio. Perché chiama l’uno e non l’altro? Questo è troppo alto per me: è un abisso, una profondità della croce. Posso gridare nell’ammirazione, non posso spiegarlo con la disputa.»
La conclusione è questa: Gesù Cristo, illuminandoci nella fede, ci innesta nel suo corpo, per renderci partecipi di tutti i suoi beni.
3:2:36 - La Parola deve essere radicata nel cuore e sigillata dallo Spirito
Resta ora da dire che ciò che l’intelletto ha ricevuto deve essere piantato nel cuore. Infatti, se la Parola di Dio vola soltanto nel cervello, non è ancora ricevuta per fede. Ma la sua vera ricezione avviene quando ha messo radice nel profondo del cuore, per diventare una fortezza invincibile capace di sostenere e respingere tutti gli assalti delle tentazioni. Ora, se è vero che la vera intelligenza del nostro spirito consiste nell’illuminazione dello Spirito di Dio, la sua potenza appare ancora più evidentemente in questa conferma del cuore: poiché nel cuore vi è più diffidenza che nell’intelletto cecità, ed è più difficile dare certezza al cuore che istruire l’intelletto.
Perciò lo Spirito Santo serve come un sigillo, per suggellare nei nostri cuori le stesse promesse che aveva dapprima impresso nel nostro intelletto; e come una caparra, per confermarle e ratificarle. Dopo che avete creduto, dice l’Apostolo, siete stati suggellati con lo Spirito della promessa, che è la caparra della nostra eredità (Efesini 1:13-14). Vedete come egli mostra che i cuori dei fedeli sono marcati dallo Spirito Santo come da un sigillo, e lo chiama Spirito della promessa, perché ci rende l’Evangelo indubitabile? Similmente ai Corinzi: Dio, dice, ci ha unti, ci ha segnati e ha dato la caparra del suo Spirito nei nostri cuori. E altrove, parlando della fiducia e della franchezza della nostra speranza, pone come fondamento di essa la caparra del suo Spirito (2 Corinzi 1:21-22; 5:5).
3:2:37 - La fede è agitata da lotte, ma resta salda nella sua fortezza
Tuttavia non ho dimenticato ciò che ho detto sopra, e che l’esperienza ci rinnova continuamente: la fede è agitata da molti dubbi, inquietudini e angosce, al punto che le anime dei fedeli raramente sono in pieno riposo; o almeno non possono sempre rassicurarsi tranquillamente. Ma per quanto duri e violenti siano gli assalti che devono sopportare, essi ne escono sempre vincitori, e, respingendo le tentazioni, rimangono nella loro fortezza.
Questa sola certezza basta a nutrire e conservare la fede, quando siamo ben risoluti in ciò che è detto nel Salmo: Il Signore è il nostro rifugio e il nostro aiuto nel bisogno; perciò non temeremo, anche se la terra fosse sconvolta e i monti precipitassero nel profondo del mare (Salmi 46:2-3). Altrove ci è mostrato quanto questo riposo sia soave, quando Davide dice che si è coricato, ha dormito e si è rialzato in pace, perché era sotto la custodia di Dio (Salmi 3:6). Non che egli abbia sempre goduto di tale gioia e sicurezza in modo continuo e senza alcun turbamento; ma, nella misura in cui gustava la grazia di Dio secondo la sua fede, si gloria di disprezzare con franchezza tutto ciò che può turbare il suo spirito.
Perciò la Scrittura, volendoci esortare alla fede, ci comanda di riposare. Come in Isaia: La vostra forza sarà nel silenzio e nella fiducia. E nel Salmo: Taci e attendi il Signore. A ciò corrisponde quanto dice l’Apostolo: Avete bisogno di perseveranza (Isaia 30:15; Salmi 37:7; Ebrei 10:36).
3:2:38 - La dottrina della “congettura morale” distrugge la certezza della fede
Da qui si può giudicare quanto sia perniciosa la dottrina dei teologi sofisti, secondo la quale non possiamo ritenere in noi nulla della grazia di Dio se non per una congettura morale, nella misura in cui ciascuno si reputa non indegno di essa. Certo, se dovessimo stimare quale sia l’affetto di Dio verso di noi dalle opere, confesso che non potremmo comprenderlo neppure con la minima congettura possibile; ma poiché la fede deve rispondere alla semplice e gratuita promessa di Dio, non resta più alcun luogo al dubbio.
Infatti, di quale fiducia saremo armati contro il diavolo, se pensiamo che Dio ci sia propizio solo a questa condizione, cioè se meritiamo che lo sia? Ma poiché abbiamo destinato a questa materia un trattato a parte, non la perseguiremo ulteriormente per ora; soprattutto perché è cosa manifesta che non vi è nulla di più contrario alla fede della congettura, o di qualunque altro sentimento vicino al dubbio e all’ambiguità.
Per confermare questo errore, essi hanno sempre sulle labbra un passo dell’Ecclesiaste, che corrompono malvagiamente, cioè che nessuno sa se è degno di odio o di amore (Ecclesiaste 9:1). Anche lasciando da parte il fatto che questa sentenza è stata resa male nella traduzione comune, anche i bambini possono vedere ciò che Salomone ha voluto dire: vale a dire che, se qualcuno vuole giudicare dalle cose presenti chi sia amato o odiato da Dio, si affaticherà invano, poiché prosperità e avversità sono comuni tanto al giusto quanto all’empio, tanto a chi serve Dio quanto a chi non ne tiene conto. Da ciò segue che Dio non testimonia sempre il suo amore verso coloro che fa prosperare temporalmente, né dichiara la sua ira verso coloro che affligge.
Egli dice ciò per confutare la vanità dell’intelletto umano, che è così ottuso nel considerare cose tanto necessarie. Poco prima aveva detto che non si può discernere in che cosa differisca l’anima dell’uomo da quella della bestia, poiché sembra che entrambe muoiano della stessa morte (Ecclesiaste 3:19). Se qualcuno volesse inferire da ciò che la dottrina dell’immortalità dell’anima è fondata solo su congettura, non lo giudicheremmo forse giustamente folle? Costoro dunque sono sani di mente, quando concludono che non vi è alcuna certezza della grazia di Dio tra gli uomini, poiché essa non può essere compresa mediante l’osservazione carnale delle cose presenti?
3:2:39 - La certezza della fede fondata sulla testimonianza dello Spirito
Essi obiettano che è presunzione temeraria attribuirsi una conoscenza indubitabile della volontà divina. Glielo concederei, se noi pretendessimo di assoggettare all’esiguità del nostro intelletto il consiglio incomprensibile di Dio. Ma quando diciamo semplicemente con Paolo che abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo Spirito che procede da Dio, per conoscere i beni che Dio ci ha donato (1 Corinzi 2:12), che cosa possono mormorare contro ciò senza fare ingiuria allo Spirito di Dio?
Ora, se è un sacrilegio orribile sospettare che una rivelazione proveniente da Lui sia menzognera, incerta o ambigua, in che cosa sbagliamo affermando la certezza di ciò che Egli ci ha rivelato? Ma essi replicano che è temerario da parte nostra gloriarci così dello Spirito di Cristo. In questo mostrano una grande stoltezza. Chi avrebbe mai pensato che coloro che vogliono farsi maestri di tutto il mondo potessero mancare così gravemente nei primi elementi del Cristianesimo? Questo mi sembrerebbe incredibile, se i loro scritti non lo attestassero.
Paolo dichiara che non vi sono figli di Dio se non quelli che sono guidati dal suo Spirito (Romani 8:14). Costoro vogliono che i figli di Dio siano guidati dal loro spirito, essendo vuoti di quello di Dio. Paolo insegna che non possiamo chiamare Dio “Padre” se non perché lo Spirito imprime in noi questa invocazione, ed è Lui solo che rende testimonianza alla nostra anima che siamo figli di Dio (Romani 8:16). Costoro, pur non proibendoci l’invocazione di Dio, ci tolgono però lo Spirito, per la cui guida dovremmo invocarlo. Paolo nega che chi non è guidato dallo Spirito di Cristo sia suo (Romani 8:9); costoro fabbricano un Cristianesimo che non ha bisogno dello Spirito di Cristo. Paolo non ci dà alcuna speranza della risurrezione beata, se non sentiamo lo Spirito Santo dimorare in noi (Romani 8:11); costoro immaginano una speranza vuota di tale sentimento.
Forse risponderanno che non negano la necessità dello Spirito Santo, ma che per umiltà e modestia dobbiamo pensare di non averlo. Se così è, che cosa intende l’Apostolo quando comanda ai Corinzi di esaminarsi per vedere se Gesù Cristo abita in loro, aggiungendo che chi non ha questa conoscenza è riprovato (2 Corinzi 13:5-6)? Ora, noi sappiamo che Egli dimora in noi per mezzo dello Spirito che ci ha dato, come dice Giovanni (1 Giovanni 3:24).
Che cosa facciamo dunque, se non rimettere in dubbio le promesse di Gesù Cristo, quando vogliamo essere servitori di Dio senza il suo Spirito, mentre Egli ha dichiarato che lo avrebbe effuso su tutti i suoi (Isaia 44:3)? Che cosa facciamo se non derubare lo Spirito Santo della sua gloria, separando da Lui la fede, che è opera propriamente proveniente da Lui? Poiché queste sono le prime lezioni che dobbiamo apprendere nella nostra religione, è un grande accecamento accusare i cristiani di arroganza, quando si gloriano della presenza dello Spirito Santo, senza il quale non vi è alcun Cristianesimo. Essi dimostrano con il loro esempio quanto sia vero ciò che dice il Signore: che il suo Spirito è sconosciuto al mondo, e che solo coloro nei quali Egli dimora lo conoscono (Giovanni 14:17).
3:2:40 - La fede abbraccia anche la certezza della perseveranza
Infine, per rovesciare da ogni lato i fondamenti della fede, la assalgono ancora da un altro lato: cioè che, anche se possiamo formulare un giudizio sulla grazia di Dio in base alla giustizia in cui ora ci troviamo, tuttavia la certezza della nostra perseveranza resta sospesa. Ma che bella fiducia di salvezza ci resterebbe, se non potessimo fare altro che supporre per congettura - che essi chiamano morale - di essere attualmente nella grazia di Dio, senza sapere che cosa accadrà domani!
L’Apostolo parla ben diversamente, dicendo che è certo che né angeli, né potenze, né principati, né la morte, né la vita, né le cose presenti, né le future potranno separarci dall’amore con cui Dio ci abbraccia in Gesù Cristo (Romani 8:38-39). Essi cercano di sfuggire con una soluzione frivola, dicendo che l’Apostolo aveva ciò per rivelazione speciale; ma sono troppo stretti per poter scappare così facilmente, poiché egli tratta dei beni che derivano dalla fede in generale a tutti i fedeli, e non di ciò che sperimentava solo in sé stesso.
Ma, dicono, egli stesso cerca di incuterci timore, ricordandoci la nostra debolezza e incostanza, quando dice che chi sta in piedi deve guardarsi dal cadere (1 Corinzi 10:12). È vero; ma egli non ci dà un timore per spaventarci, bensì per insegnarci a umiliarci sotto la potente mano di Dio, come spiega Pietro (1 Pietro 5:6).
Inoltre, che follia è limitare la certezza della fede a un breve tempo, quando essa deve propriamente oltrepassare la vita presente per estendersi all’immortalità futura? Perciò, quando i fedeli riconoscono che proviene dalla grazia di Dio il fatto che, illuminati dal suo Spirito, godano per fede della contemplazione della vita futura, è tutt’altro che questa gloria debba essere accusata di arroganza; anzi, chi si vergogna di confessarlo dimostra estrema ingratitudine, più che modestia o umiltà, poiché sopprime e oscura la bontà di Dio, che avrebbe dovuto magnificare.
3:2:41 - La fede come sostanza delle promesse e origine della carità
Poiché, a mio giudizio, la natura della fede non poteva essere espressa meglio né più chiaramente che mediante la sostanza delle promesse, nelle quali essa ha il suo proprio fondamento su cui appoggiarsi, senza il quale inciamperebbe subito, o piuttosto svanirebbe, ecco perché ho tratto dalle promesse la definizione che ho posto; la quale tuttavia non discorda dalla descrizione che ne fa l’Apostolo, secondo l’argomento che egli tratta. Egli dice che la fede è un fondamento delle cose che si sperano, e una dimostrazione delle cose che non si vedono (Ebrei 11:1).
Infatti, con il termine Hypostase egli intende la fermezza sulla quale le anime dei fedeli si appoggiano. Come se dicesse che la fede è un possesso certo e infallibile delle cose che Dio ci ha promesso. A meno che qualcuno non preferisca intendere il termine Hypostase come fiducia: cosa che non mi dispiace, benché io preferisca attenermi alla prima spiegazione, che è più ricevuta.
Inoltre, per significare che fino all’ultimo giorno, quando i libri saranno aperti (Daniele 7:10), le cose che appartengono alla nostra salvezza sono troppo alte per essere comprese dai nostri sensi, o viste dai nostri occhi, o toccate dalle nostre mani; e che quindi non le possediamo se non superando la capacità dei nostri intelletti e alzando lo sguardo sopra tutto ciò che si vede nel mondo, in breve, superando noi stessi; per questa ragione egli aggiunge che tale certezza di possedere riguarda cose poste nella speranza, e perciò non si percepiscono. Poiché l’evidenza, come dice Paolo, è diversa dalla speranza: e non speriamo le cose che vediamo (Romani 8:24).
Nel chiamarla mostra o prova delle cose non apparenti, oppure, come Agostino spesso interpreta, testimonianza per la quale siamo convinti, egli parla come se dicesse che essa è un’evidenza di ciò che non appare, una visione di ciò che non si vede, una chiarezza delle cose oscure, una presenza delle cose assenti, una dimostrazione delle cose nascoste. Infatti i misteri di Dio, e soprattutto quelli che appartengono alla nostra salvezza, non si possono contemplare nella loro natura; ma li consideriamo soltanto nella Parola di Dio, della cui verità dobbiamo essere tanto persuasi, da ritenere per fatto compiuto tutto ciò che essa dice.
Come dunque potrebbe sorgere in noi il coraggio di riconoscere e gustare una tale bontà di Dio, senza essere al tempo stesso infiammati ad amarla? Poiché una tale abbondanza di dolcezza, come quella che Dio ha riservato a coloro che lo temono, non può essere veramente compresa senza muovere il cuore. E non lo può muovere senza attrarlo ed elevarlo a sé. Perciò non è meraviglia se tale affetto non entra mai in un cuore perverso e storto, poiché essa ci apre gli occhi per darci accesso a tutti i tesori di Dio e ai santi segreti del suo regno, che non devono essere contaminati dall’ingresso di un cuore immondo.
Ora, ciò che i Sorbonisti insegnano, che la carità precede la fede e la speranza, non è che pura fantasia: poiché è soltanto la fede che per prima genera in noi la carità. Bernardo parla molto meglio: Io credo, dice, che la testimonianza della coscienza, che Paolo chiama la gloria dei fedeli (2 Corinzi 1:12), consista in tre punti. Prima di tutto, e prima di ogni cosa, è necessario credere che non puoi avere remissione dei peccati se non per la pura gratuità di Dio; in secondo luogo, che non puoi avere alcuna buona opera se Egli stesso non te la dà; in terzo luogo, che non puoi meritare con le opere la vita eterna, se essa non ti è anche data gratuitamente. Poco dopo aggiunge: Queste cose non basterebbero, se non per fare l’inizio; poiché credendo che i peccati non ci possono essere rimessi se non da Dio, dobbiamo nel medesimo tempo essere risoluti che Egli ce li ha rimessi, finché siamo persuasi, per la testimonianza dello Spirito Santo, che la nostra salvezza è ben sicura. Poiché Dio ci perdona i peccati, Egli stesso ci dona i meriti e ci ridà la ricompensa, non potremmo fermarci solidamente a questa introduzione che egli aveva posto. Tuttavia questo punto e altri simili saranno trattati altrove: ora ci basti comprendere che ciò proviene dalla fede.
3:2:42 - La fede genera la speranza e la speranza sostiene la fede nelle tentazioni
Ora, dovunque vi sia questa fede viva, non può essere che essa non porti sempre con sé la speranza della salvezza eterna, o piuttosto che non la generi e produca. Poiché, se questa speranza non è in noi, per quanto belle chiacchiere ornate di parole facciamo sulla fede, è certo che non ne possediamo nulla. Infatti, se la fede, come è stato detto, è una certa persuasione della verità di Dio, tale che essa non può mentire, ingannare né deludere, chiunque ne abbia concepito una ferma certezza, attende ugualmente che il Signore adempirà le sue promesse, che egli tiene per vere: cosicché, in sostanza, la speranza non è altro che l’attesa dei beni che la fede ha creduto essere stati veramente promessi da Dio.
Così la fede crede che Dio è veritiero; la speranza attende che egli manifesti a suo tempo la sua verità. La fede crede che egli è nostro Padre; la speranza attende che egli si comporti sempre come tale verso di noi. La fede crede che la vita eterna ci è donata; la speranza attende che la otterremo un giorno. La fede è il fondamento sul quale la speranza riposa; la speranza nutre e mantiene la fede. Poiché, come nessuno può aspettarsi nulla da Dio se prima non ha creduto alle sue promesse, così, d’altra parte, la debolezza della nostra fede deve essere sostenuta con l’attendere e sperare pazientemente, affinché non veniamo meno.
Perciò Paolo parla benissimo, quando pone la nostra salvezza nella speranza (Romani 8:24), la quale, aspettando Dio in silenzio, trattiene la fede perché non inciampi per eccessiva fretta; la conferma perché non vacilli nelle promesse di Dio, o ne abbia qualche dubbio; la ricrea e la conforta perché non si stanchi; la conduce fino alla sua meta finale, perché non venga meno a metà del cammino, o anche al primo giorno; infine, rinnovandola e restaurandola di giorno in giorno, le dà forza continua per perseverare.
Vedremo ancora più chiaramente in quante maniere sia necessario che la fede venga confermata dalla speranza, se consideriamo da quante specie di tentazioni sono assaliti coloro che hanno una volta ricevuto la Parola di Dio. Anzitutto, il Signore, ritardando le sue promesse, spesso ci tiene sospesi più di quanto vorremmo. In questo punto è compito della fede fare ciò che dice il Profeta: cioè che, se le promesse di Dio sono tardive, non per questo dobbiamo cessare di attenderle (Abacuc 2:3).
Talvolta poi non solo Dio ci lascia languire, ma dà persino l’impressione di essere adirato con noi: qui è necessario che la fede ci soccorra, affinché, seguendo quanto dice l’altro Profeta, possiamo aspettare il Signore anche se egli ci ha nascosto la sua faccia (Isaia 8:17). Si levano anche degli schernitori, come dice Pietro, che domandano dove siano le promesse e dove sia la venuta di Gesù Cristo (2 Pietro 3:4), poiché, dalla creazione del mondo, tutte le cose vanno nello stesso modo. Anzi, perfino la carne e il mondo ci suggeriscono questo pensiero. Qui è necessario che la fede, sostenuta e appoggiata sulla speranza, sia piantata e si fermi del tutto a contemplare l’eternità del regno di Dio, per considerare mille anni come un giorno (Salmi 90:4; 2 Pietro 3:8).
3:2:43 - Fede e speranza: distinzione, unione e confutazione del “doppio fondamento”
Per questa affinità e somiglianza, la Scrittura talvolta confonde questi due termini, fede e speranza: come quando Pietro dice che la potenza di Dio ci custodisce per fede fino alla rivelazione della salvezza; cosa che sarebbe stata più adatta alla speranza che alla fede. Tuttavia ciò non avviene senza ragione, poiché abbiamo mostrato che la speranza non è altro che fermezza e perseveranza della fede. Talvolta poi sono congiunte insieme: come nella stessa Epistola: affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio (1 Pietro 1:5, 21).
E Paolo ai Filippesi ricava l’attesa dalla speranza (Filippesi 1:20), poiché, sperando pazientemente, teniamo a freno i nostri desideri fino a che sia venuto il tempo opportuno di Dio. Ciò sarà più facile da comprendere dal capitolo 10 della Lettera agli Ebrei che ho già citato. Paolo, in un altro luogo, benché parli impropriamente, intende tuttavia lo stesso quando dice: noi aspettiamo mediante lo Spirito, per fede, la speranza della giustizia (Galati 5:5), cioè perché, avendo ricevuto la testimonianza dell’Evangelo circa l’amore gratuito di Dio, attendiamo che Dio renda manifesto e reale ciò che ancora è nascosto sotto la speranza.
Ora non è difficile vedere quanto gravemente abusi il maestro delle Sentenze, facendo un doppio fondamento della speranza, cioè la grazia di Dio e il merito delle opere. Infatti, essa non può avere altro scopo che la fede. E noi abbiamo mostrato chiaramente che la fede ha per unico scopo la misericordia di Dio, e che del tutto in essa si ferma, senza guardare altrove. Ma è bene ascoltare la bella ragione che egli adduce: Se osi, dice, sperare qualcosa senza averlo meritato, non è speranza ma presunzione.
Vi prego, amici miei, chi sarà mai colui che non si senta spinto a maledire tali bestie, che ritengono temerario e presuntuoso credere con certezza che Dio è veritiero? Poiché, dal momento che Dio ci comanda di aspettare ogni cosa dalla sua bontà, essi dicono che è presunzione riposarsi e acquietarsi in essa. Ma un tal maestro è degno dei discepoli che ha avuto nelle scuole dei sofisti, cioè i Sorbonisti. Noi invece, quando vediamo che Dio apertamente comanda ai peccatori di avere una certa speranza di salvezza, presumiamo con franchezza tanto della sua verità che, mediante la sua misericordia, rigettando ogni fiducia nelle nostre opere, speriamo senza alcun dubbio ciò che egli ci promette. Facendo così, troveremo che Colui che ha detto: Vi sia fatto secondo la vostra fede (Matteo 9:29), non ci ingannerà.
Sommario del capitolo 3:2:43
Note
- ↑ Con l’espressione teologi sorbonici, Calvino si riferisce ai dottori di teologia della Sorbona, la Facoltà teologica dell’Università di Parigi, che nel XVI secolo rappresentava uno dei centri più autorevoli della teologia scolastica tardo-medievale e della difesa ufficiale del cattolicesimo romano contro la Riforma. Questi teologi, fortemente influenzati dall’aristotelismo scolastico e da autori come Pietro Lombardo, sostenevano una concezione della fede come assenso intellettuale privo di certezza soggettiva, accompagnato da una speranza fondata in parte sulla grazia di Dio e in parte sul merito delle opere. Calvino prende frequentemente di mira il pensiero sorbonico perché esso non rappresentava una posizione marginale, ma costituiva la dottrina accademica dominante, insegnata ai futuri sacerdoti e predicatori e imposta come norma teologica ufficiale. Egli ritiene che questa teologia, pur presentandosi come prudente e umile, finisca in realtà per svuotare la fede della sua certezza evangelica, sostituendo alla fiducia nelle promesse gratuite di Dio una congettura morale sempre esposta al dubbio e alla paura. Per questo Calvino considera necessario confutarla sistematicamente, non solo per motivi polemici, ma per difendere la natura stessa della fede cristiana così come è annunciata nell’Evangelo e attestata dalle Scritture.
- ↑ Con il nome Bernardo, Calvino si riferisce a Bernardo di Chiaravalle, abate cistercense e uno dei più autorevoli teologi spirituali del Medioevo latino. Bernardo non fu un teologo scolastico nel senso tecnico successivo, ma un dottore monastico, profondamente radicato nella Scrittura, nella predicazione patristica e nella vita spirituale, con un linguaggio fortemente biblico, pastorale e cristocentrico. Calvino lo cita spesso in termini favorevoli perché in Bernardo riconosce un testimone autorevole della teologia della grazia anteriore alla scolastica tardo-medievale. In particolare, Bernardo insiste con chiarezza sul fatto che la salvezza è interamente dono di Dio, che l’essere umano non possiede nulla di cui gloriarsi davanti a Dio e che ogni bene, dall’inizio alla fine, procede dalla misericordia divina in Cristo. Per Calvino, queste affermazioni anticipano in modo notevole i principi centrali della Riforma, soprattutto sul primato della grazia e sull’esclusione di ogni vanto umano. L’uso positivo di Bernardo ha anche una funzione polemica e apologetica: Calvino mostra così che la dottrina riformata non è una novità arbitraria, ma trova risonanze profonde nella migliore tradizione medievale, in contrasto con la teologia sorbonica e con la scolastica degenerata del suo tempo. Bernardo diventa quindi, per Calvino, un alleato storico e una voce rispettata che conferma come l’Evangelo della grazia non sia un’invenzione moderna, ma una verità antica spesso oscurata e poi riscoperta.
- ↑ Con il nome italianizzato Piggio, Calvino si riferisce ad Albert Pighius, teologo e polemista cattolico del XVI secolo, originario dei Paesi Bassi, formatosi nell’ambiente umanistico e scolastico e attivo come strenuo oppositore della Riforma protestante. Pighius fu uno dei più influenti difensori della dottrina romana contro Lutero e Calvino, in particolare sui temi della giustificazione, del libero arbitrio e della certezza della fede. Calvino lo cita spesso in modo polemico perché Pighius rappresenta, in forma colta e sistematica, la posizione teologica secondo cui la fede cristiana non può mai raggiungere una certezza personale della salvezza, ma deve restare una speranza fondata anche sulla cooperazione umana e sui meriti delle opere. In questo senso, Pighius incarna per Calvino una teologia che, pur parlando di grazia, nega di fatto la libertà e la solidità delle promesse evangeliche, riducendo la fede a una convinzione instabile e subordinata all’autovalutazione morale. Il confronto con Pighius non è quindi occasionale o marginale: Calvino lo assume come interlocutore emblematico della teologia romano-cattolica del suo tempo, proprio perché il suo pensiero mostra con chiarezza ciò che la Riforma rifiuta con decisione, cioè una fede priva di certezza, incapace di offrire pace alla coscienza e di glorificare pienamente la gratuità della grazia di Dio in Cristo.