Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 20

Da Tempo di Riforma Wiki.
Vai alla navigazione Vai alla ricerca

Indice generale

Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560)

Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP 

Libro 3

Capitolo XX

Della preghiera, che è il principale esercizio della fede, e mediante la quale riceviamo quotidianamente i benefici di Dio


3:20:1 - La preghiera come necessaria conseguenza della fede

Da quanto è stato trattato fin qui, vediamo chiaramente quanto l’essere umano sia spogliato e privo di ogni bene, e come tutto ciò che concerne la sua salvezza gli manchi. Perciò, se vuole avere di che provvedere alla propria necessità, deve uscire da sé stesso e cercare altrove il suo soccorso. Inoltre, ci è stato spiegato che il nostro Signore si offre liberamente a noi nel suo Figlio Gesù Cristo, presentandoci in lui, al posto della nostra miseria, ogni felicità; al posto della nostra povertà, ogni abbondanza; e aprendo in lui tutti i suoi tesori e le sue ricchezze celesti, affinché tutta la nostra fede guardi a questo Figlio dilettissimo, tutta la nostra attesa sia da lui, e tutta la nostra speranza riposi in lui.

Questa è davvero una filosofia segreta e nascosta, che non può essere compresa per sillogismi; ma la comprendono coloro ai quali il Signore ha aperto gli occhi per vedere chiaramente nella sua luce. Poiché siamo istruiti dalla fede a riconoscere che ogni bene che ci è necessario e che manca in noi stessi si trova in Dio e nel suo Figlio, il nostro Signore Gesù Cristo, nel quale il Padre ha posto tutta la pienezza delle sue benedizioni e larghezze, affinché da lì, come da una fonte ricchissima, ne attingiamo tutti; resta dunque che cerchiamo in lui, e che con preghiere e suppliche gli chiediamo ciò che abbiamo appreso essere in lui.

Altrimenti, riconoscere Dio come Signore, autore e dispensatore di tutti i beni, che ci invita a chiederli a lui, e nondimeno non rivolgerci a lui, non domandargli nulla, non ci gioverebbe affatto; anzi, sarebbe come se qualcuno disprezzasse e lasciasse sepolto e nascosto sotto terra un tesoro, che gli era stato indicato. Per questo l’Apostolo, volendo mostrare che la vera fede non può esistere senza che ne segua l’invocazione, stabilisce quest’ordine: come la fede procede dall’Evangelo, così per mezzo di essa siamo istruiti a pregare Dio (Romani 10:14). Ed è ciò che aveva detto poco prima: che lo Spirito di adozione, il quale suggella nei nostri cuori la testimonianza dell’Evangelo, ci dà coraggio e libertà per esporre a Dio i nostri desideri, suscitando in noi gemiti ineffabili, e gridando: «Abba, Padre» (Romani 8:15, 26).

Occorre dunque ora trattare più ampiamente questo punto, del quale in precedenza avevamo parlato solo incidentalmente e di passaggio.


3:20:2 - La preghiera come accesso reale ai tesori di Dio

È dunque per mezzo della preghiera che abbiamo accesso alle ricchezze che possediamo in Dio. Essa è come una comunicazione tra le persone e Dio, mediante la quale, introdotte nel suo vero tempio che è il cielo, lo richiamano alle sue promesse, quasi sollecitandolo a renderle presenti; affinché, per esperienza, egli mostri loro, quando la necessità lo richiede, che ciò che avevano creduto vero sulla base della sua semplice parola non era né menzogna né cosa vana.

Per questo non vediamo che Dio ci proponga qualcosa da sperare da lui, senza insieme comandarci di chiederla mediante la preghiera. È dunque del tutto vero quanto abbiamo detto: per mezzo della preghiera cerchiamo e troviamo i tesori che sono mostrati e insegnati alla nostra fede nell’Evangelo. Quanto poi l’esercizio della preghiera sia necessario, e in quanti modi ci sia utile, non lo si potrebbe mai spiegare a sufficienza a parole.

Non senza motivo il Padre celeste testimonia che tutta la certezza della nostra salvezza consiste nell’invocazione del suo nome (Gioele 2:32), poiché mediante essa otteniamo la presenza della sua provvidenza, con cui veglia su di noi; della sua potenza, con cui ci difende e sostiene la nostra debolezza; della sua bontà, con cui ci accoglie in grazia, benché carichi di peccati. In breve, mediante la preghiera lo chiamiamo affinché si dichiari pienamente presente a noi.

Da ciò deriva un riposo singolare per le nostre coscienze. Infatti, dopo aver esposto al Signore la necessità che ci opprime da vicino, abbiamo motivo sufficiente per riposare, sapendo che nulla della nostra miseria è nascosto a colui la cui buona volontà verso di noi è certa, e il cui potere di soccorrerci è indubitabile.


3:20:3 - Perché Dio vuole essere pregato, pur conoscendo ogni cosa

Qualcuno potrebbe tuttavia obiettare se Dio non conosca già senza avvertimento il luogo in cui siamo oppressi e ciò che ci è necessario; e sembrerebbe dunque cosa superflua sollecitarlo con le preghiere, poiché siamo soliti sollecitare coloro che non pensano ai nostri affari o che dormono. Ma chi argomenta così non comprende il fine per cui il Signore ha istituito i suoi a pregare. Egli non lo ha ordinato a causa di sé stesso, ma a motivo nostro.

È giusto che il suo diritto gli sia reso, quando le persone riconoscono che tutto ciò che è loro utile e desiderabile proviene da lui, e lo attestano mediante la preghiera; ma l’utilità di questo sacrificio, con cui Dio è onorato, ricade su di noi. Perciò i santi Padri, quanto più erano certi dei benefici di Dio verso di sé e verso gli altri, tanto più erano stimolati a pregarlo.

Basti l’esempio di Elia, il quale, pur essendo certo del consiglio di Dio, promette con sicurezza la pioggia al re Acab; e tuttavia non smette di pregare con grande cura e intensa angoscia, mandando per sette volte il suo servo a osservare se la pioggia giungesse (1 Re 18:41-43). Non perché dubitasse della promessa di cui era stato messaggero, ma perché sapeva che il suo dovere era ricorrere a Dio con ogni umiltà, affinché la sua fede non si addormentasse nella pigrizia.

Perciò, sebbene Dio vegli e faccia la guardia per preservarci anche quando siamo così intorpiditi da non percepire i mali che ci circondano; e sebbene talvolta ci soccorra prima ancora di essere invocato, nondimeno è per noi sommamente necessario implorarlo assiduamente. Anzitutto affinché il nostro cuore sia infiammato da un ardente desiderio di cercarlo, amarlo e onorarlo sempre, abituandoci ad avere in lui il nostro rifugio in ogni necessità, come unico porto di salvezza. Inoltre, affinché il nostro cuore non sia mosso da alcun desiderio che non osiamo subito presentare davanti a lui, esponendo sotto i suoi occhi ogni nostra affezione, e, per così dire, spiegando tutto il nostro cuore davanti a lui.

Ancora, affinché siamo disposti a ricevere i suoi benefici con vera riconoscenza e rendimento di grazie, sapendo mediante la preghiera che essi provengono dalla sua mano. Inoltre, affinché, avendo ottenuto ciò che chiedevamo, riconosciamo che egli ha esaudito i nostri desideri, e siamo così più ardentemente spinti a meditare la sua bontà, gustando con maggiore gioia i beni che ci concede, sapendo di averli ottenuti mediante le nostre preghiere.

Infine, affinché la sua provvidenza sia confermata nei nostri cuori, poiché sperimentiamo di fatto, secondo la nostra misura, che egli non solo promette di non abbandonarci mai e ci concede di cercarlo e invocarlo nella necessità, ma ha anche la mano sempre tesa per soccorrere i suoi, e non li nutre di parole vane, ma li sostiene realmente come occorre.

Per tutte queste ragioni il Padre pieno di clemenza, pur non dormendo né cessando mai, spesso mostra come se dormisse o cessasse, affinché siamo stimolati a pregarlo e invocarlo, secondo quanto è opportuno alla nostra pigrizia e dimenticanza. È dunque del tutto perverso sostenere che sia superfluo sollecitare con le nostre richieste la provvidenza di Dio, la quale veglia senza essere sollecitata; poiché, al contrario, il Signore non afferma invano che sarà vicino a tutti coloro che invocano il suo nome in verità (Salmo 145:18).

È ugualmente folle affermare che non vi sia motivo di chiedere ciò che il Signore è spontaneamente pronto a concedere, poiché egli vuole che consideriamo i benefici che riceviamo dalla sua gratuita liberalità come concessi in risposta alle nostre preghiere. Lo testimonia quella memorabile sentenza del Salmo, insieme a molte altre: «Gli occhi del Signore sono sui giusti, e le sue orecchie attente alle loro preghiere» (Salmo 34:15). Qui è mostrato che Dio provvede di sua spontanea volontà alla salvezza dei fedeli, ma vuole al tempo stesso che essi esercitino la loro fede nel ricercarlo, per risvegliarsi da ogni negligenza. Così gli occhi di Dio vegliano per soccorrere la necessità dei ciechi; ma egli vuole anche, in risposta, i nostri gemiti, per confermare il suo amore verso di noi. Sono dunque entrambe vere queste affermazioni: che il guardiano d’Israele non dorme né sonnecchia (Salmo 121:4), e tuttavia che si ritira come se ci avesse dimenticati, quando ci vede pigri e muti.


3:20:4 - La disposizione interiore richiesta per una preghiera retta

Ora, la prima regola per istituire bene e debitamente la preghiera è questa: che non siamo disposti con la mente e con il cuore se non come conviene a coloro che entrano in colloquio con Dio. Quanto all’intelletto, ciò avverrà se, sciolto da ogni sollecitudine e da ogni pensiero carnale che possa distoglierlo o impedirgli di guardare Dio in modo retto e puro, si applica interamente all’intenzione di pregare, e, per quanto possibile, si innalza al di sopra di sé stesso.

Non richiedo tuttavia che esso sia così libero da non essere toccato da alcuna sollecitudine o afflizione; poiché, anzi, è necessario che il fervore della preghiera sia acceso in noi dall’angoscia e da una grande tribolazione. Vediamo infatti che i santi servitori di Dio si mostrano spesso in tormenti profondi, gridando al Signore dalla profondità degli abissi e dal baratro della morte (Salmo 130:1). Intendo però dire che occorre respingere lontano ogni cura estranea, che trascina la mente qua e là, abbassandola a terra e allontanandola dal cielo.

Quando dico che l’intelletto deve elevarsi al di sopra di sé stesso, intendo che non deve portare davanti alla faccia del Signore nulla di ciò che la nostra ragione folle e accecata è solita immaginare, né restare rinchiuso nella propria vanità, ma elevarsi a una purezza degna di Dio, quale egli richiede.


3:20:5 - Attenzione, riverenza e misura nelle richieste rivolte a Dio

Due cose meritano di essere osservate con particolare attenzione. La prima è che chi si prepara a pregare vi applichi tutti i suoi sensi e le sue cure, senza lasciarsi distrarre, come spesso accade, da pensieri volubili. Nulla infatti è più contrario alla riverenza dovuta a Dio di tale leggerezza, che nasce da una licenza con cui ci permettiamo di divagarci, come se Dio fosse quasi nulla per noi. Tanto più dobbiamo impegnarci in questo, quanto più sperimentiamo quanto sia difficile raccoglierci; poiché nessuno è così esercitato nella preghiera da non essere talvolta assalito da fantasie che interrompono o deviano il corso dell’orazione.

Qui dobbiamo considerare quanto sia cosa vile e inescusabile che, mentre Dio ci chiama e ci accoglie a parlare familiarmente con lui, noi abusiamo di una così grande benevolenza, mescolando il cielo con la terra, incapaci di tenere la mente legata a lui; come se avessimo a che fare con una persona da nulla, interrompiamo il discorso mentre lo preghiamo e svolazziamo qua e là. Sappiamo dunque che nessuno è mai debitamente preparato a pregare se non chi è toccato dalla maestà di Dio, e si presenta davanti a lui spogliato di ogni pensiero e affezione terrena.

A questo tende il gesto di alzare le mani verso l’alto, affinché le persone comprendano quanto siano lontane da Dio se non elevano i loro sensi al cielo per avvicinarsi a lui. Così dice il Salmo: «Ho elevato l’anima mia a te». E la Scrittura usa spesso questa espressione di “elevare la preghiera” (Salmo 25:1; Isaia 37:4), affinché coloro che desiderano essere esauditi non si avviliscano nelle proprie bassezze.

La seconda cosa è che non chiediamo nulla se non ciò che Dio ci permette. Sebbene egli ci comandi di spandere i nostri cuori davanti a lui (Salmo 62:9; 145:18), non lascia però briglie sciolte alle nostre affezioni folli, sconsiderate o persino perverse. Quando promette di fare secondo il desiderio dei fedeli, non si sottomette al loro capriccio. Qui si sbaglia comunemente molto: molti osano importunare Dio con ogni sorta di follia, senza alcuna riverenza, chiedendo ciò che non oserebbero nemmeno confidare agli esseri umani. I pagani stessi hanno deriso e detestato tale audacia; e tuttavia questo vizio ha regnato in ogni tempo.

Perciò Dio non permette che la sua bontà sia esposta alla derisione; ma, mantenendo il suo diritto di sovranità, sottomette i nostri desideri alla sua volontà, frenandoli come con una briglia. Dobbiamo dunque osservare questa regola dell’apostolo Giovanni: «Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualcosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce» (1 Giovanni 5:14).

Poiché però tutte le nostre facoltà sono troppo deboli per giungere a tale perfezione, dobbiamo cercare un rimedio adeguato. Come l’intelletto deve essere rivolto attentamente a Dio, così è necessario che l’affetto del cuore lo segua; ma entrambi languiscono e si smarriscono. Perciò Dio, per soccorrere tale debolezza, ci dona il suo Spirito come maestro, che ci insegna ciò che è lecito chiedere e governa le nostre affezioni. Poiché non sappiamo come né che cosa pregare, egli viene in nostro aiuto e intercede per noi con gemiti ineffabili (Romani 8:26-27). Non che lo Spirito preghi o gema propriamente, ma perché ci innalza nella fiducia, ci spinge a richieste buone e sante, e suscita in noi quei sospiri che danno forza alla preghiera, a cui le sole forze della nostra natura non basterebbero.

Non per questo dobbiamo cedere alla pigrizia, come se delegassimo allo Spirito l’ufficio di pregare; al contrario, egli opera in noi in modo tale da stimolare la nostra vigilanza e il nostro impegno, affinché Dio sperimenti quanto la fede inciti vigorosamente i nostri cuori.


3:20:6 - Seconda regola: pregare con viva coscienza del bisogno e ardore del desiderio

La seconda regola è questa: che, pregando, sentiamo sempre la nostra indigenza e mancanza, e, essendo veramente persuasi di avere bisogno di tutto ciò che domandiamo, uniamo alle nostre richieste un’affezione ardente. Poiché molti bofonchiano le loro preghiere per puro adempimento, o le leggono dai loro libri come se facessero corvée a Dio; e, benché confessino che il modo di pregare dovrebbe provenire da un desiderio del cuore, perché sarebbe una grande disgrazia essere privi dell’aiuto di Dio che implorano, tuttavia è evidente che lo fanno per abitudine, mentre intanto il loro cuore è freddo come ghiaccio e non pensano affatto a ciò che chiedono.

È vero: sono spinti a pregare da un sentimento generale e confuso della loro necessità; ma esso non li sollecita fino al punto di fermarsi a cercare sollievo dalla loro povertà. Ora, difficilmente si potrebbe trovare cosa più detestabile a Dio di questa finzione, quando chi chiede perdono dei propri peccati pensa tuttavia di non essere peccatore, o almeno non pensa di esserlo: poiché così Dio è apertamente deriso. E tutto il mondo, come dicevo poco fa, è pieno di questa perversità: ciascuno domanda a Dio, per dovere, ciò che crede di avere altrove e non da lui, o ciò che pensa di avere già in mano.

Sembra più lieve la colpa che dirò ora; ma non è per questo tollerabile: che molti, senza essere toccati da una viva meditazione, bofonchiano ugualmente le loro preghiere, perché non sono stati istruiti oltre, se non a “sacrificare” a Dio in questo modo. Ma i fedeli devono guardarsi bene dal presentarsi mai davanti alla faccia di Dio per domandare qualcosa, se non lo desiderano ardentemente, e anzi se non desiderano ottenerlo da lui.

Ancor di più: benché a prima vista le cose che concernono la gloria di Dio non sembrino servire a provvedere alle nostre necessità, non dobbiamo tuttavia domandarle con minor ardore e veemenza. Quando, per esempio, supplichiamo che il nome di Dio sia santificato (Matteo 6:9; Luca 11:2), dobbiamo, per così dire, avere fame e sete di questa santificazione.


3:20:7 - Pregare sempre: necessità variabile, ma povertà continua e richiesta di pentimento

Se qualcuno obietta che non siamo sempre oppressi e costretti da uguale necessità, lo concedo. E questa distinzione è stata ben notata da Giacomo, quando dice: «C’è qualcuno fra voi che soffre? Preghi. Chi è allegro, canti inni di lode a Dio» (Giacomo 5:13). Così il senso umano ci mostra che, poiché siamo fin troppo pigri, Dio ci sprona a pregare secondo il bisogno e secondo ciò che la situazione richiede. Questo è il tempo opportuno di cui parla Davide (Salmo 32:6; 94:19). Infatti, come insegna in molti luoghi, quanto più affanni, incomodità, paure e altre forme di tentazioni ci molestano, tanto più l’accesso a Dio ci è libero, come se egli ci chiamasse per nome.

Tuttavia resta vero anche ciò che dice Paolo: che dobbiamo pregare in ogni tempo (Efesini 6:18; 1 Tessalonicesi 5:17). Poiché, anche se avessimo prosperità quanto desideriamo e fossimo circondati da ogni motivo di gioia, non passa un minuto senza che la nostra povertà ci stimoli a pregare. Se uno ha grande provvista di grano e di vino, non potrà comunque godere di un pezzo di pane se la benedizione di Dio non persevera verso di lui: i suoi granai e le sue cantine non gli impediranno di pregare per il suo pane quotidiano. E se consideriamo bene l’infinito numero dei pericoli che incombono sul nostro capo e senza fine ci minacciano, la paura e lo sgomento non ci lasceranno essere negligenti, ma ci insegneranno che vi è occasione di pregare a ogni ora.

Questo, però, si comprende ancor meglio dalle povertà spirituali. Quando mai tanti peccati, dei quali ciascuno si sente colpevole, ci lasceranno in pace, senza che preghiamo per ottenere perdono? Quali tregue ci daranno le tentazioni, da non aver sempre bisogno di correre in aiuto? Inoltre, il desiderio di vedere avanzare il regno di Dio e glorificato il suo nome deve rapirci a tal punto, non a intervalli ma assiduamente, che l’opportunità di farne preghiere ci sia sempre presente.

Non è dunque senza motivo che ci è così spesso comandato di essere assidui nelle preghiere. Non parlo ancora della perseveranza, di cui si farà menzione fra poco. Ma la Scrittura, ammonendoci a pregare continuamente, rimprovera il nostro torpore, perché non sentiamo quanto tale cura e diligenza ci siano necessarie.

Con questa regola è chiusa la porta a ogni ipocrisia e a tutte le astuzie e sofisterie con cui le persone cercano di mentire a Dio: costoro sono respinti lontano dal privilegio d’invocare Dio, il quale promette di essere vicino a tutti quelli che lo invocano in verità e dichiara che coloro che lo cercheranno con tutto il loro cuore lo troveranno (Salmo 145:18; Giovanni 9:31). Ma chi si compiace nelle proprie lordure non aspira affatto a questo.

Perciò la preghiera ben ordinata richiede pentimento; ed è dottrina comunissima nella Scrittura che Dio non esaudisce gli ingiusti, ma che le loro preghiere sono esecrabili davanti a lui, come pure i loro sacrifici. È giusto che coloro che chiudono il cuore trovino le orecchie di Dio chiuse, e che quelli che provocano la sua severità con durezza lo sperimentino inesorabile.

Per mezzo del profeta Isaia egli minaccia gli ipocriti dicendo che, per quanto moltiplichino le loro preghiere, non li esaudirà, perché le loro mani sono piene di sangue (Isaia 1:15). E in Geremia: «Io ho gridato e hanno rifiutato di ascoltare; grideranno a loro volta, e io non li ascolterò» (Geremia 11:7, 8, 11). Poiché egli considera come grande ingiuria che gli empi, i quali contaminano in tutta la loro vita il suo nome santo, se ne facciano un mantello per vantarsi di essere dei suoi. Di qui il lamento in Isaia: che i Giudei si avvicinano a lui con le labbra, mentre i loro cuori ne sono lontani (Isaia 29:13). Egli non limita questo alle sole preghiere, ma mostra che ogni finzione, in qualunque parte del suo servizio, gli è abominevole.

A questo torna anche la parola di Giacomo: «Voi pregate e non ottenete, perché pregate male, per spendere nei vostri piaceri» (Giacomo 4:3). È vero che le preghiere dei santi non sono fondate sulla loro dignità (come vedremo fra poco); tuttavia l’avvertimento di Giovanni non è superfluo: che siamo certi di ricevere da Dio ciò che chiediamo, perché osserviamo i suoi comandamenti (1 Giovanni 3:22), e perché una cattiva coscienza ci chiude la porta. Ne segue che nessuno prega debitamente Dio, né può essere esaudito da lui, se non lo serve in purezza e rettitudine. Pertanto chiunque si dispone a pregare, si dispiaccia dei propri vizi e assuma l’affetto e la condizione di un povero mendicante: cosa che non può avvenire senza ravvedimento.


3:20:8 - Terza regola: spogliarsi di ogni fiducia in sé e pregare in umiltà

La terza regola si unisca alle due precedenti: che tutti coloro che si presentano a Dio in preghiera depongano ogni fantasia di propria gloria e si spoglino di ogni opinione sulla loro dignità; in breve, che abbandonino ogni fiducia in sé stessi, dando a Dio tutta la gloria mediante la loro umiltà, affinché, presumendo anche solo un poco di sé, non inciampino davanti alla faccia di Dio con la loro vana superbia.

Abbiamo molti esempi di questa modestia che si abbassa, e che abbatte ogni altezza nei servitori di Dio; e quello che è più santo, tanto più è umiliato e abbassato quando deve comparire davanti al Signore. Così Daniele, che ha così grande testimonianza dalla bocca di Dio, prega nondimeno così: «Non presentiamo le nostre suppliche davanti a te per le nostre giustizie, ma per le tue grandi misericordie. Esaudiscici, Signore; Signore, sii propizio; ascolta e opera, per amor di te stesso, poiché il tuo nome è invocato sul tuo popolo e sul tuo santo luogo» (Daniele 9:18-19). Non si deve dire che egli, secondo l’uso comune, si mescoli agli altri come membro del popolo; ma piuttosto si confessa peccatore e si rifugia nella misericordia di Dio, dicendo espressamente: «Dopo aver confessato i miei peccati e quelli del mio popolo».

Davide ci offre un esempio simile: «Signore, non entrare in giudizio con il tuo servo, perché nessun vivente sarà giustificato davanti a te» (Salmo 143:2). Così prega Isaia a nome del popolo: «Ecco, tu ti sei adirato con noi, perché abbiamo peccato… siamo stati tutti come cosa impura, e tutte le nostre giustizie come un panno contaminato… Nessuno invoca il tuo nome… tu hai nascosto la tua faccia da noi… Ora dunque, Signore, tu sei nostro Padre… non adirarti fino all’estremo… ricorda piuttosto che noi siamo tuo popolo» (Isaia 64:5-9). Qui si vede come essi non riposino in altra fiducia se non in questa sola: che, sapendosi appartenere a Dio, non disperano che egli li accolga sotto la sua custodia.

Geremia non fa altrimenti: «Se le nostre iniquità testimoniano contro di noi, fa’ misericordia per amor del tuo nome» (Geremia 14:7). Perciò ciò che è scritto nella profezia attribuita a Baruc, benché l’autore sia incerto, è detto santissimamente: che l’anima triste e desolata per la grandezza del suo male… gli occhi che vengono meno… rendono gloria a Dio; e che non presentiamo le nostre preghiere secondo le giustizie dei padri, ma perché Dio è misericordioso abbia pietà di noi, poiché abbiamo peccato davanti a lui (Baruc 2:18-20).


3:20:9 - La preparazione vera: chiedere misericordia con confessione franca dei peccati

In conclusione, l’inizio e la preparazione del pregare bene è chiedere misericordia con umile e sincera confessione delle nostre colpe. Non bisogna sperare che il più santo del mondo ottenga alcunché da Dio, finché non sia gratuitamente riconciliato con lui. E Dio non può essere propizio se non a coloro ai quali perdona le offese. Perciò non è meraviglia che i santi si aprano la porta alla preghiera con questa chiave, come appare in molti passi dei Salmi. Davide, pur chiedendo altre cose oltre alla remissione dei peccati, dice nondimeno: «Dimentica i peccati della mia giovinezza… non ricordarti delle mie trasgressioni… ricordati di me secondo la tua misericordia»; e ancora: «Guarda alla mia afflizione e al mio travaglio, e perdona tutti i miei peccati» (Salmo 25:6-7, 18).

Qui vediamo anche che non basta chiamarci a conto ogni giorno per i peccati appena commessi, se non riportiamo alla memoria anche quelli che, con il lungo tempo trascorso, potrebbero essere dimenticati. Lo stesso profeta, in un altro passo, dopo aver confessato un grande misfatto, risale fino al grembo materno, nel quale già era stato macchiato dal contagio generale (Salmo 51:7): non per attenuare la colpa col pretesto che tutte le persone sono corrotte in Adamo, ma per ammassare i peccati di tutta la sua vita, così che, condannandosi severamente, trovi Dio più pronto a perdonare.

Benché i santi non chiedano sempre perdono con parole espresse, tuttavia, se pesiamo diligentemente le loro preghiere, ci accorgiamo subito che essi hanno preso coraggio di pregare nella sola misericordia di Dio, e che da qui sempre cominciano: placare la sua ira e ricomporsi con lui. Poiché se ciascuno interroga la propria coscienza, è ben lungi dal potersi scaricare liberamente davanti a Dio dei propri desideri e passioni: avrà anzi orrore di avvicinarsi a lui, se non confida d’essere accolto per pura misericordia.

Vi è anche un’altra confessione implicita: quando chiedono che Dio ritiri la sua mano per non punirli, riconoscono il castigo che hanno meritato; poiché sarebbe sovvertire ogni ordine voler togliere l’effetto lasciando la causa. Non dobbiamo imitare i malati stolti, che, non curandosi della radice della malattia, vogliono solo guarire gli accidenti che li infastidiscono: chiedono che si tolga il dolore, ma non si tocchi la febbre. Noi, invece, dobbiamo cercare che Dio ci sia propizio prima ancora di chiedere che dichiari la sua favorevolezza con segni esterni; perché egli vuole mantenere questo ordine.

E ci gioverebbe ben poco sentirne la liberalità, se la coscienza non lo sentisse placato e favorevole verso di noi, in modo da renderlo amabile. Questo è mostrato dalla parola di Gesù Cristo: volendo guarire il paralitico, egli disse: «I tuoi peccati ti sono perdonati» (Matteo 9:2), elevando i cuori al desiderare il principale, cioè che Dio ci riceva in grazia; e poi ne dichiarò il frutto aiutandoci.

Inoltre, oltre alla confessione specifica dei vizi presenti, la confessione generale con cui ci riconosciamo peccatori e che rende favorevole la preghiera non deve mai essere omessa: poiché le preghiere non saranno esaudite, se non hanno il loro fondamento nella misericordia gratuita di Dio. A questo si riferisce la parola di Giovanni: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarceli e purificarci da ogni iniquità» (1 Giovanni 1:9). Perciò nella Legge le preghiere furono consacrate con effusione di sangue, affinché il popolo fosse ammonito di non essere degno di un privilegio così onorevole come invocare Dio, finché non fosse purificato dalle sue contaminazioni e riponesse tutta la fiducia nella bontà e misericordia di Dio.


3:20:10 - Quando i santi rivendicano la loro giustizia: non merito, ma testimonianza di rigenerazione e buona coscienza

È vero che talvolta sembra che i santi rivendichino le loro giustizie come aiuto per ottenere più facilmente da Dio ciò che chiedono; come quando Davide dice: «Custodisci la mia anima, perché io sono pio» (Salmo 86:2); e Ezechia: «Ricòrdati, o Signore, che ho camminato davanti a te in verità e ho fatto ciò che è buono ai tuoi occhi» (Isaia 38:3; 2 Re 20:4). Tuttavia, con questo modo di parlare, essi non intendono altro che testimoniare, mediante la rigenerazione, che sono figli di Dio, ai quali egli ha promesso d’essere propizio.

Egli insegna per mezzo del profeta, come abbiamo visto, che i suoi occhi sono sui giusti e le sue orecchie attente alle loro richieste (Salmo 34:15); e parimenti, per mezzo dell’apostolo Giovanni, che otterremo ciò che domandiamo, osservando i suoi comandamenti (1 Giovanni 3:22). Con queste sentenze egli non intende che le preghiere siano valutate secondo il merito delle opere; ma vuole stabilire la fiducia di coloro che sentono la coscienza pura e integra, senza ipocrisia: cosa che deve esserci universalmente in tutti i fedeli.

Infatti ciò che dice, in Giovanni, il cieco cui era stata restituita la vista è pura verità: che Dio non esaudisce i peccatori (Giovanni 9:31), intendendo per “peccatori” coloro che, senza alcun desiderio di fare il bene, sono addormentati nei loro peccati; poiché nessuno potrà davvero dedicarsi a invocare Dio, se nello stesso tempo non aspira a onorarlo e servirlo.

Queste proteste dei santi, in cui ricordano la loro purezza o innocenza, corrispondono dunque a tali promesse, affinché sia loro concesso ciò che Dio ha promesso ai suoi servitori. Inoltre si troverà che spesso hanno usato quasi lo stesso modo di pregare quando, paragonandosi ai loro nemici, chiedevano a Dio di liberarli dalla loro malizia. E non è meraviglia se, in tale confronto, hanno allegato la sincerità del loro cuore, per muovere Dio, per l’equità della loro causa, ad aiutarli e sostenerli.

Non togliamo dunque questo bene all’anima fedele: che essa non possa godere della sua buona coscienza davanti a Dio, e che con ciò non si confermi nelle promesse con cui il Signore consola i suoi veri servitori. Ma insegniamo che tutta la fiducia di ottenere da Dio ciò che chiediamo è fondata soltanto sulla sua santa clemenza, senza alcuna considerazione del nostro merito.


3:20:11 - Quarta regola: umiltà e fiducia insieme, e la fede come guida della preghiera

La quarta regola sarà questa: che, essendo così abbattuti e domati in vera umiltà, tuttavia prendiamo coraggio a pregare, sperando con certezza d’essere esauditi. A prima vista sembrano cose contrarie: congiungere, insieme al sentimento dell’ira di Dio, una certa fiducia nella sua benevolenza. E tuttavia esse si accordano bene, se, oppressi dai nostri vizi, siamo rialzati dalla sola bontà di Dio. Infatti, come abbiamo insegnato sopra che la fede e il pentimento sono compagni congiunti da un legame inseparabile, e tuttavia l’una ci spaventa e l’altro ci rallegra, così devono incontrarsi anche nelle nostre preghiere.

Questo accordo di timore e sicurezza è espresso da Davide in poche parole, quando dice nel Salmo quinto: «Entrerò nel tuo santuario nella moltitudine della tua bontà; vi adorerò con timore» (Salmo 5:7). Sotto la “bontà di Dio” egli comprende la fede; ma non esclude il timore, perché non solo la maestà di Dio ci induce e costringe a portargli riverenza, ma la nostra indegnità ci fa deporre ogni presunzione e audacia, per tenerci nel timore.

Non dobbiamo immaginare una fiducia che addolcisca l’anima e le dia un riposo soave per addormentarla, liberandola da ogni inquietudine e perplessità. “Bagnarsi” così nelle proprie comodità è cosa da chi, avendo tutto a piacere, non è toccato da alcuna preoccupazione, da alcun desiderio, né turbato da alcun timore. Ora, è un ottimo stimolo ai santi per invocare Dio il fatto che, oppressi dalla necessità, essi siano agitati nelle loro afflizioni quasi fino a venir meno in sé stessi, finché la fede non provvede al bisogno. In tali angosce la bontà di Dio risplende loro, così che, stanchi e curvi sotto il peso dei mali, gemono e tremano, in pena e in ansietà per l’avvenire. Tuttavia, rimettendosi a quella bontà che li illumina, si sollevano e si ristorano, per essere pazienti nelle difficoltà e sperare buon esito e liberazione.

Perciò è richiesto che la preghiera del fedele proceda da questa doppia disposizione e contenga l’una e l’altra, rappresentandole: che egli gemisca per i mali presenti, e sia angosciato da quelli che possono sopraggiungere; ma che, nel contempo, ricorra a Dio, senza dubitare che egli sia pronto a stendere la mano per soccorrerlo. Poiché non si può esprimere a sufficienza quanto Dio sia irritato dalla nostra diffidenza, se gli chiediamo beni che non ci aspettiamo di ricevere da lui.

Perciò nulla è più conforme alla natura delle preghiere che imporre loro questa legge: che non volino a caso, ma seguano la fede come guida. A questo principio ci conduce Gesù Cristo dicendo: «Qualunque cosa domandiate, credete di riceverla, e vi sarà concessa» (Matteo 21:22). Lo conferma altrove: «Tutto ciò che domanderete credendo, vi sarà dato» (Marco 11:24). E Giacomo, seguendo lo stesso pensiero, dice: «Se a qualcuno manca la sapienza, la chieda a colui che dona a tutti semplicemente e senza rinfacciare; ma la chieda con fede, senza esitare» (Giacomo 1:5-6). Opponendo la fede all’“esitare”, che significa perplessità e dubbio, egli esprime bene ciò che la fede comporta. E non meno degno di nota è ciò che aggiunge: che quelli che pregano Dio oscillando e non possono risolversi nel cuore se saranno esauditi o no, non ne ricavano nulla. Perciò li paragona ai flutti del mare, sbattuti qua e là e sospinti dal vento. E altrove chiama “preghiera della fede” quella che è ben ordinata per essere accolta da Dio (Giacomo 5:15). Di fatto, quando Dio pronuncia così spesso che darà a ciascuno secondo la sua fede (Matteo 8:13; 9:29), mostra abbastanza che senza di essa non siamo degni di ottenere nulla. In breve, è la fede che ottiene tutto ciò che viene concesso alle nostre preghiere.

Questo è anche il senso di quella bella sentenza di Paolo, non considerata come merita da molti intorpiditi: «Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno, se non hanno udito? La fede dunque viene dall’udire, e l’udire viene dalla parola di Dio» (Romani 10:14, 17). Deducendo dalla fede l’inizio del pregare, come passando di grado in grado, egli mostra chiaramente che Dio non può essere invocato in modo puro da nessuno se non da coloro ai quali la sua clemenza e benevolenza sia stata conosciuta mediante la predicazione dell’Evangelo, anzi familiarmente esposta.


3:20:12 - Contro la “pietà dubbiosa”: pregare con certezza d’essere amati ed esauditi

I nostri avversari pensano poco a questa necessità. Perciò, quando insegniamo ai fedeli a pregare Dio con ferma sicurezza, essendo risoluti che egli li ama e li vuole esaudire, ai papisti pare che diciamo la cosa più irragionevole del mondo. Se però avessero vera esperienza e pratica di che cosa sia pregare Dio, riconoscerebbero che non lo si può pregare rettamente senza essere certi del suo amore e della sua bontà.

E poiché nessuno può comprendere la forza della fede se non chi ne ha l’esperienza nel cuore, non gioverebbe disputare contro di loro, visto che mostrano di non averne avuto se non una vana immaginazione. L’invocazione di Dio è infatti ciò che principalmente ci dimostra che cosa valga questa certezza e quanto sia necessaria. Chi non lo vede, scopre di avere una coscienza meravigliosamente insensibile.

Lasciando dunque questi ciechi, restiamo fermi nella sentenza di Paolo: che nessuno può invocare Dio se non colui che ha conosciuto la sua misericordia mediante l’Evangelo ed è certo di trovarla sempre pronta quando la cerca. Che preghiera sarebbe dire: “Signore, è vero che dubito se tu voglia esaudirmi; ma poiché sono in angoscia, ricorro a te, affinché tu mi soccorra, se ne sono degno”? I santi, le cui preghiere leggiamo nella Scrittura, non hanno fatto così. E lo Spirito Santo non ci insegna a fare così, quando, per mezzo dell’Apostolo, ci comanda di andare al trono celeste di Dio con fiducia per ottenere grazia (Ebrei 4:16); e altrove, quando dice che abbiamo libertà e accesso presso Dio con fiducia per la fede in Cristo (Efesini 3:12).

Perciò, se vogliamo pregare con frutto, dobbiamo tenere con tutte e due le mani questa sicurezza di ottenere ciò che chiediamo, che Dio ci comanda di avere e alla quale tutti i santi ci esortano col loro esempio. Non vi è altra preghiera gradita a Dio se non quella che procede da tale presupposto di fede, fondata in tale certezza di speranza. Egli avrebbe potuto, pare, contentarsi del solo nome di “fede”; ma non solo aggiunge “fiducia”, la munisce anche di libertà e ardire, per distinguerci con questo segno dagli increduli, i quali pregano Dio insieme a noi, ma alla ventura.

Per questo, a nome di tutta la Chiesa, è detto: «La tua misericordia sia su di noi, secondo che abbiamo sperato in te» (Salmo 33:22). Il profeta pone la stessa condizione altrove: «Io so che il Signore sarà con me nel giorno in cui griderò a lui» (Salmo 56:10). E ancora: «Al mattino mi presenterò a te e starò in guardia» (Salmo 5:3). Da queste parole appare che le preghiere sono gettate invano nell’aria se non è congiunta la speranza, che ci sia come un’alta torre dalla quale attendiamo Dio con pacata fiducia.

A questo mira l’ordine che Paolo va osservando: prima di sollecitare i fedeli a pregare in Spirito in ogni tempo con vigilanza e assiduità, li ammonisce a prendere lo scudo della fede, l’elmo della salvezza e la spada spirituale, che è la parola di Dio (Efesini 6:16-18).

I lettori ricordino che la fede non è rovesciata né scossa dal riconoscimento delle nostre miserie, povertà e fanghi. I fedeli si sentono quasi schiacciati dall’ammasso dei peccati; riconoscono non solo d’essere vuoti di ogni bene che possa procurare loro favore presso Dio, ma anche carichi di molte colpe, per le quali giustamente dovrebbero essere atterriti. Tuttavia non cessano di offrirsi a lui; e questo sentimento non li spaventa fino a impedir loro di rifugiarsi in lui, poiché proprio questa è l’unica via d’entrata.

La preghiera non è ordinata affinché ci gloriamo davanti a Dio o stimiamo qualcosa di nostro, ma per confessare le nostre colpe, condannarle, deplorare le nostre miserie: come i figli si lamentano familiarmente con i loro padri, per scaricarsi nel loro grembo. Anzi, il peso dei peccati, poiché ci è insopportabile, deve essere pungolo per incitarci a pregare: così insegna il profeta col suo esempio: «Guarisci l’anima mia, perché ho peccato contro di te» (Salmo 41:4). Confesso che tali pungoli sarebbero mortali se Dio non prevenisse; ma questo buon Padre, nella sua infinita clemenza e dolcezza, ci ha dato un rimedio opportuno per placare i turbamenti, addolcire le ansie e togliere i timori, attirandoci a sé: così non solo ha tolto ogni ostacolo, ma ci ha liberati da ogni scrupolo per renderci il cammino facile.


3:20:13 - Dio comanda di pregare e promette di esaudire: il fondamento dell’audacia santa

Anzitutto, comandandoci di pregare, egli ci accusa di una vergognosa contumacia se non ubbidiamo. Non poteva dare comando più espresso di quello del Salmo: «Invocami nel giorno dell’afflizione» (Salmo 50:15). Ma poiché nulla, in ciò che concerne la religione e il servizio di Dio, ci è più spesso raccomandato nella Scrittura, non mi soffermerò a lungo.

«Chiedete», dice il Maestro celeste, «e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (Matteo 7:7): qui, oltre al comando, è aggiunta anche la promessa, com’è necessario. Infatti, benché tutti confessino che si debba ubbidire a ciò che Dio ordina, la maggior parte indietreggerebbe quando egli li chiama, se non promettesse d’essere propizio, anzi di venire incontro per accoglierli.

Comunque sia, è certo che tutti quelli che tergiversano per non venire direttamente a Dio non sono soltanto ribelli e selvatici, ma anche convinti d’incredulità, perché diffidano delle sue promesse. E questo è tanto più notevole in quanto gli ipocriti, sotto colore d’umiltà e modestia, disprezzano con fierezza il precetto di Dio e non prestano fede alla sua parola quando egli li invita con tanta benevolenza; anzi, lo defraudano della principale parte del suo servizio. Egli, dopo aver ripudiato i sacrifici nei quali pareva risiedere allora tutta la santità, dichiara che questo è il principale e più prezioso: invocare il suo nome nel giorno della necessità. Perciò, quando egli ci richiede ciò che gli appartiene e ci spinge a ubbidire con cuore franco, non vi sono belle scuse per dubitare che possano assolverci.

Così, tanti sono i passi della Scrittura che ci comandano di pregare, tante sono le bandiere innalzate davanti a noi per ispirarci la fiducia di farlo. Sarebbe temerità avanzarci davanti alla faccia di Dio, se egli non prevenisse chiamandoci. Perciò egli apre e appiana la via con la sua voce, come protesta per mezzo del profeta: «Io dirò loro: Voi siete il mio popolo; ed essi mi risponderanno: Tu sei il nostro Dio» (Zaccaria 13:9). Vediamo come egli venga incontro al suo popolo e voglia essere seguito: e non bisogna temere che la melodia che egli stesso detta non gli sia dolce e gradita.

Soprattutto ci venga alla mente quel titolo solenne attribuitogli dal Salmo, che farà facilmente superare ogni ostacolo: «Tu sei il Dio che esaudisce le preghiere: a te verrà ogni carne» (Salmo 65:2). Non possiamo desiderare nulla di più amabile di questo: che Dio sia rivestito di tale titolo, con cui ci certifica che nulla è più conforme alla sua natura che concedere ciò che chiedono coloro che lo supplicano. E il profeta conclude che la via è aperta non a pochi, ma a tutte le creature mortali.

A questa stessa regola Davide, per ottenere ciò che domanda, allega a Dio la promessa che gli era stata fatta: «Tu, Signore, hai rivelato all’orecchio del tuo servo la tua intenzione; perciò il tuo servo ha trovato il coraggio di pregarti» (2 Samuele 7:27). Da ciò raccogliamo che sarebbe stato perplesso e smarrito, se la promessa non lo avesse rassicurato. E altrove dice in forma generale che Dio farà la volontà di quelli che lo temono (Salmo 145:19).

Si può notare in molti Salmi che il filo del discorso sembra interrompersi per considerazioni sulla potenza di Dio, sulla sua bontà o sulla fermezza delle sue promesse: sembrerebbe che Davide spezzasse a sproposito le sue richieste; ma i fedeli sanno per esperienza che il loro ardore si raffredderebbe presto, se non alimentassero il fuoco cercando conferma. Perciò non è superfluo, pregando, meditare sia la natura di Dio sia la sua parola; e, sull’esempio di Davide, non disdegniamo d’intrecciare tutto ciò che può dare vigore a spiriti deboli o languenti.


3:20:14 - Le promesse rendono la preghiera filiale: nessun merito, ma parola di Dio e sincerità

È meraviglioso che una così grande dolcezza di promesse ci tocchi tanto freddamente e poco, o non ci muova affatto; e che la maggior parte preferisca, con giri e circuiti, lasciare la fonte di acque vive per correre a cisterne secche, invece di ricevere la liberalità di Dio quando si offre da sé (Geremia 2:13).

«Il nome del Signore è una fortezza invincibile», dice Salomone; «il giusto vi correrà e sarà salvato» (Proverbi 18:10). E Gioele, dopo aver profetizzato un’orribile desolazione imminente, aggiunge questa promessa degna di memoria: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gioele 2:32), che, come testimonia Pietro, si estende a tutto il corso dell’Evangelo (Atti 2:21). Eppure, a fatica se ne troverebbe uno su cento che, per questo, sia spinto ad avvicinarsi a Dio.

Egli stesso grida per mezzo di Isaia: «Mi invocherete e io vi esaudirò; anzi, prima che preghiate, vi risponderò» (Isaia 58:9; 65:24). E altrove rende lo stesso onore alla Chiesa: «Egli griderà a me e io lo esaudirò; sarò con lui nelle avversità per liberarlo» (Salmo 91:15).

Non intendo raccogliere qui tutti i passi su questa materia, ma sceglierne i più notevoli, per farci gustare quanto benevolmente Dio ci inviti a sé e quanto la nostra ingratitudine resti senza scampo, quando la pigrizia ci fa ancora indugiare dopo essere stati così vivamente pungolati. Ci risuonino dunque sempre nelle orecchie parole come queste: «Dio è vicino a quelli che lo invocano, a quelli che lo invocano in verità» (Salmo 145:18), e quelle di Isaia e Gioele, dove Dio assicura che sarà attento ad ascoltare le preghiere, anzi che quasi se ne diletta come di un sacrificio di soave odore, quando gli affidiamo i nostri pesi e gettiamo su di lui le nostre sollecitudini.

È frutto singolare e inestimabile delle promesse di Dio poter rivolgergli richieste non in dubbio e tremore, ma che, armati della sua parola, osiamo invocarlo Padre, poiché egli stesso ci suggerisce un nome tanto amabile, senza il quale la sua maestà ci atterrirebbe.

Resta dunque che, nutriti da tali esortazioni, siamo pienamente persuasi di avere materia sufficiente per trovare Dio propizio e benevolo: poiché le nostre preghiere non sono fondate su alcun merito, ma tutta la loro dignità e la fiducia di ottenere dipendono dalle promesse di Dio e ne hanno il loro sostegno, senza bisogno d’altro appoggio.

Così dobbiamo risolverci che, benché non siamo eccellenti in una santità pari a quella lodata nei santi Padri, Profeti e Apostoli, tuttavia, poiché il comandamento di pregare è comune con loro e la fede è comune se ci sottomettiamo alla parola di Dio, noi siamo loro compagni in questo diritto e privilegio. Dio, infatti, proclamando d’essere propizio verso tutti, dà certa speranza anche ai più miserabili di ottenere ciò che chiedono.

Notiamo bene queste formule generali, nelle quali nessuno è escluso dal più grande al più piccolo. Portiamo solo sincerità di cuore, dispiacere e odio di noi stessi, umiltà e fede, affinché l’ipocrisia non profani il nome di Dio con un’invocazione finta e truccata. È certo che questo buon Padre non respingerà né disprezzerà coloro che non solo esorta a venire a lui, ma sollecita in ogni modo possibile.

Da qui Davide ha tratto quel modo di pregare già citato: «Ecco, Signore, tu hai parlato all’orecchio del tuo servo; perciò il tuo servo ha trovato il coraggio di pregarti… Ora dunque, Signore, tu sei Dio, e le tue parole sono verità… comincia dunque e fa’» (2 Samuele 7:27-28). E altrove: «Compi verso il tuo servo ciò che la tua parola promette» (Salmo 119:76; 79:9). Anche tutto il popolo d’Israele, facendo scudo nelle sue preghiere del ricordo dell’alleanza, ha mostrato che non bisogna pregare con timore servile quando Dio stesso comanda di pregare.

E così seguirono l’esempio dei loro padri, specialmente di Giacobbe: il quale, dopo aver confessato d’essere molto inferiore alle grazie già ricevute, tuttavia si arrischiò a domandarne altre, perché Dio gli aveva promesso di esaudirlo (Genesi 32:10-12).

Qualunque pretesto adduca l’incredulo, è certo che, non avendo rifugio in Dio quando la necessità lo stringe, non cercandolo e non implorando il suo aiuto, egli lo defrauda dell’onore dovuto, come se si fabbricasse dèi estranei e idoli: poiché così nega che Dio sia autore di ogni bene.

Al contrario, nulla libera di più i fedeli da scrupoli quanto armarsi di questo pensiero: che pregando obbediscono al comandamento di Dio, il quale dichiara che nulla gli è più gradito dell’ubbidienza; e perciò nulla deve trattenerli dal correre lietamente. Qui è ancora meglio chiarito ciò che dicevo: che l’audacia indubitabile che la fede ci dà nel pregare si accorda bene con il timore, la riverenza e la sollecitudine prodotte in noi dalla maestà di Dio: non è strano, dunque, se egli rialza chi è abbattuto.

Così si conciliano passi che sembrano contrari: Geremia e Daniele dicono che “gettano” le loro preghiere davanti a Dio (Geremia 42:9; Daniele 9:18) e ancora: «Che la nostra preghiera cada davanti alla faccia di Dio» (Geremia 42:2); al contrario spesso si dice che i fedeli “innalzano” la loro preghiera. Ezechia parla così quando chiede a Isaia d’intercedere per Gerusalemme (2 Re 19:4) e Davide domanda che la sua preghiera salga come profumo (Salmo 141:2). La ragione è che i fedeli, persuasi dell’amore paterno di Dio, vengono francamente a lui senza dubitare del soccorso promesso; ma non sono mossi da un’assicurazione che li renda negligenti o presuntuosi: si accostano per i gradi delle promesse, restando sempre abbassati sotto di lui in umiltà.


3:20:15 - Casi difficili: preghiere imperfette esaudite e la regola generale della promessa

Qui sorgono diverse questioni. La Scrittura racconta che Dio talvolta ha concesso richieste che non procedevano da un cuore pacificato e ben ordinato. È vero che Iotam aveva giusta causa di maledire gli abitanti di Sichem e desiderare che fossero sterminati (Giudici 9:20); ma, essendo mosso dall’ira e da un desiderio di vendetta, sembra che Dio, concedendogli ciò che domanda, approvi passioni impetuose e disordinate. Non vi è dubbio che Sansone fosse trasportato da simile ardore quando disse: «O Dio, fortificami, affinché mi vendichi di questi incirconcisi» (Giudici 16:28): in questo desiderio c’era qualche parte di buon zelo, ma dominava anche una cupidigia viziata ed eccessiva. Dio gli concede ciò che chiede.

Sembrerebbe di poter concludere da ciò che, benché le preghiere non siano formate secondo la regola della parola di Dio, tuttavia ottengono il loro effetto. Rispondo che la legge permanente data per tutti i secoli non dev’essere abolita da alcuni esempi singolari. Inoltre, Dio talvolta ha ispirato in alcuni movimenti particolari, e da ciò nasce questa diversità, perché così li ha sottratti alla regola comune.

Occorre notare la risposta che Gesù diede ai discepoli, quando volevano seguire inconsideratamente lo zelo di Elia: «Voi non sapete di quale spirito siete» (Luca 9:55). Ma bisogna andare oltre: i desideri che Dio concede non gli sono sempre graditi; ma, poiché è utile per l’istruzione di tutti che ciò che dice la Scrittura sia approvato dall’esperienza, egli soccorre i poveri ed esaudisce i gemiti di coloro che sono ingiustamente afflitti e ricorrono a lui. Perciò esegue i suoi giudizi quando gli oppressi gli presentano le loro lamentele, per quanto indegne esse siano di ottenere qualcosa. Quante volte, punendo la crudeltà degli empi, la rapina, la violenza, gli eccessi e altri delitti, e abbattendo l’audacia e la potenza tirannica dei grandi del mondo, egli ha mostrato coi fatti di voler soccorrere chi era ingiustamente calpestato, benché fossero poveri ciechi che, pregando, parevano battere l’aria!

Soprattutto, nel Salmo centosette si vede chiaramente che preghiere che non giungono fino al cielo per fede non sono tuttavia senza effetto. Là sono raccolte le preghiere che la necessità strappa agli increduli, per un sentimento naturale, come ai fedeli, alle quali tuttavia Dio si mostra favorevole nell’esito (Salmo 107:6, 13, 19). Dio, concedendo richieste simili a urla, mostra forse che esse gli siano gradite? No; piuttosto, così fa risplendere maggiormente la sua misericordia, quando anche gli increduli non sono respinti, e ricevono ciò che chiedono, benché egli non sia loro propizio. Inoltre, egli vuole stimolare meglio i suoi veri servitori a pregare, vedendo che talvolta anche le grida dei profani non restano senza frutto.

Tuttavia i fedeli non devono per questo deviare dalla legge loro data, né invidiare coloro che sono esauditi così, come se avessero guadagnato molto ottenendo il proprio desiderio. Abbiamo mostrato altrove che Dio esaudì in tal modo il pentimento finto del re Acab (1 Re 21:29), per mostrare quanto più facilmente si placherà verso i suoi eletti quando verranno a riconciliarsi con lui mediante una conversione retta. E perciò si lamenta dei Giudei: dopo averlo cercato nella loro afflizione con bella apparenza e averlo sperimentato pronto a perdonare, tornarono subito alla loro malizia e ribellione (Salmo 106:43). Ciò appare più chiaramente nel libro dei Giudici: quel popolo, spesso oppresso, pianse; e benché nelle lacrime vi fosse solo ipocrisia e menzogna, tuttavia fu liberato dalla mano dei nemici (Giudici 2:18; 3:9, 12, 15).

In breve, come Dio fa risplendere il suo sole indifferentemente sui buoni e sui cattivi (Matteo 5:45), così non disprezza i gemiti di coloro che hanno giusta causa e la cui afflizione è degna di soccorso, benché il cuore non sia retto. Tuttavia non li esaudisce per la loro salvezza, più di quanto si mostri salvatore di chi disprezza la sua bontà quando li nutre.

Si può muovere una questione più difficile riguardo ad Abramo e Samuele: l’uno, senza una parola specifica, prega per Sodoma; l’altro per Saul contro espressa proibizione (Genesi 18:23-32; 1 Samuele 15:11, 35; 16:1). Lo stesso si dica di Geremia, che voleva distogliere con la preghiera la rovina di Gerusalemme. Benchè siano stati respinti, sembra duro privarli della fede. Ma questa soluzione basterà agli spiriti pacati: appoggiandosi al principio generale che Dio comanda d’aver pietà anche degli indegni, essi non furono privi di fede a causa di tale compassione, benché nella particolarità fossero stati ingannati nel loro giudizio.

Sant’Agostino parla prudentemente a questo proposito: come pregano i santi con fede per chiedere a Dio contro ciò che egli ha decretato? Perché pregano secondo la sua volontà: non quella nascosta e immutabile, ma quella che egli ispira loro, per esaudirli in un altro modo, come egli sa distinguere nella sua sapienza. Questa è una sentenza ben formulata: poiché, secondo il suo consiglio incomprensibile, egli modera così tutto ciò che accade nel mondo, che le preghiere dei santi, benché vi sia qualche mescolanza di inavvertenza ed errore insieme alla fede, non sono vane né senza frutto. Tuttavia ciò non deve essere tratto come esempio da seguire, né scusa i santi, che qui hanno oltrepassato misura.

Perciò, dove non vi è alcuna promessa certa, dobbiamo pregare Dio con “se” e condizione. Di ciò siamo avvertiti da Davide quando prega così: «Risvegliati, Signore, per sostenere il diritto che mi hai ordinato» (Salmo 7:6). Egli mostra di essere munito di una promessa particolare per chiedere quel beneficio temporale, del quale altrimenti non sarebbe stato certo.


3:20:16 - Le quattro regole non richiedono perfezione assoluta: Dio perdona difetti e imperfezioni nelle preghiere dei suoi

Ora dobbiamo anche osservare che ciò che abbiamo detto delle quattro regole del pregare bene non dev’essere inteso con tale rigore, come se Dio respingesse ogni preghiera nella quale non trovi perfetta fede, pentimento con zelo ardente, e una moderazione così esatta nel formulare le richieste che non vi sia nulla da correggere. Abbiamo detto che, benché Dio ci dia libertà, nel pregare, di trattare con lui con familiarità, tuttavia dobbiamo sempre conservare questa riverenza e modestia: non lasciar andare le redini a tutti i desideri, quali che siano, e non desiderare più di quanto ci sia lecito per sua concessione. Inoltre, affinché la maestà di Dio non venga disprezzata, dobbiamo innalzare i nostri spiriti in alto, per essere, sciolti dal mondo, disposti a riverirlo puramente.

Nessuno ha mai compiuto tutto ciò con l’integrità richiesta. Tralasciando il volgo, quante sono le lamentele di Davide che sanno di eccesso e di qualche traboccamento! Non che deliberatamente egli volesse contendere o litigare con Dio, o mormorare contro i suoi giudizi; ma perché, venendo meno nella sua debolezza, non trovò miglior sollievo che scaricare così i suoi dolori e affanni. E un simile “balbettare” è sopportato da Dio, ed è perdonato alla nostra rozzezza e stoltezza quando, senza riflettere, ci sfugge qualche desiderio: e infatti non vi sarebbe alcuna libertà di pregare senza tale indulgente benevolenza.

Inoltre, benché Davide fosse ben risoluto a sottomettersi del tutto al beneplacito di Dio e pregasse con pazienza non meno che con desiderio di ottenere ciò che chiedeva, tuttavia gli accade talvolta di gettare, anzi con impeto, passioni turbate, assai lontane dalla prima regola che abbiamo stabilito. Ciò appare in particolare alla fine del Salmo trentanovesimo, dove la violenza della tristezza lo trascina fino a non potersi contenere in alcuna misura: «Allontanati da me, finché io svanisca e non sia più» (Salmo 39:13). Parrebbe un uomo disperato, che non desideri altro che marcire nel suo male, non vedendo la mano di Dio. Non che, con cuore ribelle o indurito, egli si abbandoni a tale furia o voglia scacciare Dio come fanno i reprobi; ma soltanto si lamenta che l’ira di Dio gli è insopportabile.

Spesso, in tali tentazioni, ai fedeli sfuggono desideri non ben regolati dalla norma della parola di Dio: poiché, spaventati, non valutano abbastanza ciò che è lecito e conveniente. È vero che tutte le preghiere contaminate da tali vizi meriterebbero di essere riprovate; ma Dio risparmia i suoi santi e seppellisce tali difetti, purché essi ne gemano, se ne riprendano e ritornino subito in sé.

Essi peccano anche contro la seconda regola, poiché devono combattere con la loro freddezza, e il loro bisogno e miseria non li pungono abbastanza acutamente da farli pregare come sarebbe richiesto. Inoltre può accadere loro di divagare a tal punto che la mente si smarrisca. È dunque necessario che Dio perdoni anche in questo, affinché le loro preghiere, che sono languide, o a metà formate, o spezzate, o errabonde, non cessino per questo d’essere accolte e di avere efficacia.

Dio ha impresso naturalmente nei cuori delle persone questo principio: che le preghiere non sono rette né quali devono essere se la mente non è elevata in alto. Di qui viene il gesto di alzare le mani, come abbiamo detto, usato in ogni tempo e presso tutte le nazioni, e che dura ancora oggi. Ma quanti se ne troveranno che, facendo ciò, non siano convinti della propria pesantezza e fiacchezza, mentre l’anima striscia a terra?

Quanto al chiedere perdono dei peccati, benché nessuno dei fedeli dimentichi questo punto pregando Dio, tuttavia quelli che sono davvero esercitati nella preghiera sanno di non offrire neppure la decima parte di quel sacrificio di cui parla Davide: «Il sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto; tu non disprezzerai un cuore contrito e umiliato» (Salmo 51:17). Così devono sempre chiedere un duplice perdono: da un lato, poiché si riconoscono colpevoli di molti peccati di cui non sono tanto toccati da dolersene quanto dovrebbero, supplicano che tale lentezza non sia messa in conto nel giudizio di Dio; dall’altro, secondo il progresso fatto nel pentimento e nel timore di Dio, essendo feriti dalla tristezza d’aver offeso Dio, domandano d’essere ricevuti a misericordia.

Soprattutto, la debolezza della fede o l’imperfezione dei fedeli sporca e corrompe le preghiere, se la bontà di Dio non previene. E non è meraviglia se Dio sopporta tale difetto: egli li prova talvolta così aspramente e li espone ad allarmi così duri, quasi volesse di proposito abolire la loro fede. È dura tentazione quando i fedeli sono costretti a gridare: «Signore, fino a quando ti adirerai contro la preghiera del tuo servo?» (Salmo 80:4), come se pregandolo non facessero che irritarlo di più. Così, quando Geremia dice: «Dio ha chiuso la porta alla mia preghiera» (Lamentazioni 3:8), non v’è dubbio che egli fosse scosso da perturbazione violentissima.

Molti esempi simili nella Scrittura mostrano che la fede dei santi è stata spesso mescolata con dubbi e perplessità, e agitata a tal punto che, credendo e sperando, hanno scoperto in sé incredulità. Ora, quando non giungono dove sarebbe desiderabile, tanto più devono sforzarsi di correggere i loro vizi per avvicinarsi alla regola perfetta del pregare; e, intanto, riconoscere in quale profondità di mali sono immersi: poiché, cercando rimedi, attirano nuove malattie. Infatti, non c’è preghiera che Dio non potrebbe a buon diritto disprezzare, se non chiudesse gli occhi a tante macchie che la contaminano.

Non dico queste cose perché i fedeli siano arditi nel perdonarsi anche solo un poco; ma perché, riprendendosi con severità, si sforzino di superare tali ostacoli. E benché Satana cerchi di chiudere loro ogni via per escluderli dalla preghiera, tuttavia vadano oltre, certi che, anche se sono trattenuti da molti impedimenti, il loro affetto e impegno non cessano di piacere a Dio e le loro richieste di essere approvate, purché si sforzino d’avanzare verso quella meta a cui non arrivano così presto.


3:20:17 - Cristo Mediatore e Avvocato: la base reale della nostra fiducia nel pregare

Ma poiché ogni persona è indegna di rivolgersi a Dio e di presentarsi davanti alla sua faccia, per rialzarci da questa confusione che abbiamo, o dovremmo avere, in noi stessi, il Padre celeste ci ha dato il suo Figlio, il nostro Signore Gesù Cristo, per essere nostro mediatore e avvocato presso di lui (1 Timoteo 2:5; 1 Giovanni 2:1), affinché, guidati da lui, possiamo avvicinarci a Dio con libertà, certi che, avendo un tale intercessore, che in nulla può essere respinto dal Padre, nulla ci sarà negato di tutto ciò che domanderemo nel suo nome.

A questo deve riferirsi tutto ciò che abbiamo insegnato sopra circa la fede. Poiché, se la promessa ci assegna Gesù Cristo come mediatore, e la speranza di ottenere ciò che chiediamo non si fonda su di lui, essa si priva di questo bene del pregare. Infatti, quando l’orribile maestà di Dio ci viene alla mente, è impossibile che non siamo atterriti, e che il sentimento della nostra indegnità non ci spaventi e cacci lontano, finché Gesù Cristo non venga avanti e si ponga in mezzo per mutare il trono di gloria terribile in trono di grazia: come l’Apostolo ci esorta ad osare presentarci con piena fiducia per ottenere misericordia e trovare grazia, per essere aiutati al bisogno (Ebrei 4:16).

Perciò, come ci è comandato d’invocare Dio, e come è data la promessa che chi lo invoca sarà esaudito, così espressamente ci è comandato d’invocare Dio nel nome del nostro Signore Gesù Cristo, e abbiamo la promessa d’essere esauditi in tutto ciò che domanderemo nel suo nome. «Finora», dice egli, «non avete chiesto nulla nel mio nome: chiedete e riceverete… D’ora innanzi chiederete nel mio nome; e ciò che chiederete, io lo farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio» (Giovanni 14:13; 16:24). Da ciò appare chiaramente che tutti coloro che invocano Dio in un nome diverso da quello di Gesù Cristo disubbidiscono al comandamento di Dio e contravvengono alla sua volontà; e non hanno alcuna promessa di ottenere alcunché, poiché, come dice Paolo, in Gesù Cristo tutte le promesse di Dio sono “Sì”, e per mezzo di Gesù sono “Amen” (2 Corinzi 1:20), cioè ferme, certe, assicurate e adempiute.


3:20:18 - “In quel giorno chiederete nel mio nome”: perché Cristo raccomanda più esplicitamente la sua intercessione dopo l’ascensione

Conviene notare diligentemente la circostanza del tempo: Gesù Cristo comanda ai discepoli di rifugiarsi nella sua intercessione dopo che sarà salito al cielo. «In quel giorno», dice, «chiederete nel mio nome» (Giovanni 16:26). È certissimo che fin dal principio nessuno ha pregato ed è stato esaudito se non per la grazia del mediatore. Per questo Dio aveva ordinato nella Legge che solo il sommo sacerdote, al quale era lecito entrare nel santuario, portasse sulle spalle i nomi delle dodici tribù d’Israele e altrettante pietre preziose sul petto (Esodo 28:9-12, 21), e che il popolo restasse lontano per presentare le sue richieste per bocca del sacerdote. Anche i sacrifici erano uniti alle preghiere per ratificarle e dar loro efficacia.

Così quella cerimonia e ombra serviva a mostrare che tutti noi siamo esclusi dalla faccia di Dio e abbiamo bisogno di un mediatore che compaia per noi, ci porti sulle sue spalle e ci tenga legati al suo petto, affinché siamo esauditi nella sua persona. Inoltre, che le preghiere, mai senza qualche contaminazione, siano purificate mediante l’aspersione del sangue. Vediamo anche come i santi, per ottenere ciò che chiedevano, fondavano la speranza sui sacrifici istituiti per questo scopo: come quando Davide dice: «Dio si ricordi della tua offerta e renda gradito il tuo olocausto» (Salmo 20:3). Da ciò si vede che Dio, fin dal principio, è stato placato dall’intercessione di Gesù Cristo per esaudire i desideri dei fedeli.

Perché dunque Gesù Cristo stabilisce una “nuova ora” in cui i discepoli cominceranno a pregare nel suo nome? Se non perché questa grazia, essendo oggi più manifesta, merita d’essere tanto più raccomandata. Poco prima egli aveva detto: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome: chiedete» (Giovanni 16:24), non perché fossero del tutto ignoranti dell’ufficio di mediatore (tutti i Giudei ne erano impregnati), ma perché non avevano ancora compreso apertamente che Gesù Cristo, salito al cielo, doveva essere avvocato in modo più proprio e più immediato di prima.

Perciò, per addolcire la tristezza concepita per la sua assenza, egli dichiara il fatto attribuendosi l’ufficio d’intercessore, avvertendoli che fino ad allora erano stati privi di un beneficio singolare, del quale avrebbero goduto quando avessero avuto più piena libertà d’invocare Dio, poiché il loro avvocato sarebbe stato in cielo. Come dice l’Apostolo, per il suo sangue ci è stata dedicata una via “nuova” (Ebrei 10:19-20). E tanto meno è scusabile la nostra perversità, se non abbracciamo fermamente questo beneficio inestimabile destinato a noi.


3:20:19 - Cristo unica via a Dio: le intercessioni reciproche dei santi dipendono da lui e non lo oscurano

E poiché egli è la via unica e la sola entrata che abbiamo a Dio, se non lo prendono come via e ingresso, non hanno nulla che possa farli avvicinare a Dio, e non troverebbero nel suo trono che ira, terrore e giudizio. E poiché Dio lo ha segnato e marcato in modo singolare come nostro capo e guida, chi si allontana da lui o devia anche solo un poco, per quanto dipende da lui, si sforza di cancellare il marchio di Dio.

In questo modo Gesù Cristo è costituito unico mediatore, per la cui intercessione il Padre ci diventa propizio ed esaudibile. Tuttavia lasciamo ai santi le loro intercessioni, con le quali si raccomandano a Dio reciprocamente per la salvezza gli uni degli altri, come Paolo ne fa menzione (1 Timoteo 2:1). Ma richiediamo che tali intercessioni siano in modo tale che dipendano sempre e solo da quella di Gesù Cristo; ben lungi dall’essere diminuzioni di essa. Poiché, come procedono dall’affetto di carità con cui siamo legati insieme come membra, così si riferiscono all’unità del nostro capo.

Dunque, poiché sono fatte nel nome di Cristo, non testimoniano che nessuno può essere aiutato o soccorso dalle preghiere altrui se non per il mezzo in cui Gesù Cristo è l’intercessore? E come l’intercessione di Gesù Cristo non impedisce che noi ci soccorriamo nella Chiesa con le nostre preghiere, così deve restare fermo che tutte le intercessioni della Chiesa devono dirigersi e riferirsi a quella sola.

Guardiamoci anche dall’ingratitudine: Dio, sopportando la nostra indegnità, non solo concede a ciascuno licenza di pregare per sé, ma ci riceve e ci ammette a supplicare gli uni per gli altri. Che orgoglio sarebbe, se Dio ci fa l’onore di costituirci procuratori della sua Chiesa, noi che meriteremmo d’essere respinti anche pregando per noi stessi, e tuttavia abusassimo di tale liberalità oscurando l’onore di Gesù Cristo!


3:20:20 - Confutazione dei sofisti: Cristo è mediatore anche dell’intercessione, non solo della redenzione

È dunque pura menzogna ciò che oggi balbettano i sofisti: che Cristo sarebbe mediatore della redenzione e i fedeli lo sarebbero dell’intercessione. Come se Cristo, compiuta una mediazione temporale, avesse rimesso ai suoi servitori l’ufficio eterno e perpetuo! È un “bel” onore che gli fanno, assegnandogli una porzione così piccola dell’onore che gli è dovuto. Ma la Scrittura dice ben altro: alla sua semplicità deve attenersi il fedele, lasciando stare questi ingannatori.

Quando Giovanni dice: «Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Avvocato presso il Padre, Gesù Cristo» (1 Giovanni 2:1-2), non intende che egli sia stato un tempo nostro avvocato, ma gli assegna un ufficio perpetuo d’intercessore. E Paolo afferma che, essendo seduto alla destra del Padre, egli intercede ancora per noi (Romani 8:34). E quando altrove lo chiama unico mediatore di Dio e degli uomini (1 Timoteo 2:5), non guarda forse alle preghiere di cui aveva parlato poco prima? Avendo detto che bisogna supplicare per tutte le persone, per confermare questo, aggiunge che c’è un solo Dio e un solo Mediatore, per dare a tutte le persone accesso a lui.

E infatti Agostino non lo intende diversamente, dicendo: «I cristiani si raccomandano a Dio gli uni gli altri nelle loro preghiere; ma colui che prega per tutti, senza che alcuno preghi per lui, quello è il vero e unico mediatore». Paolo, benché fosse uno dei membri principali, tuttavia, essendo membro, sapendo che il Signore Gesù, vero sommo sacerdote, era entrato nel santuario di Dio per tutta la Chiesa non per figura o immagine, ma in verità, si raccomanda alle preghiere dei fedeli e non si fa mediatore tra Dio e gli uomini; ma chiede che tutte le membra del corpo preghino per lui come egli prega per loro, poiché tutti devono avere cura e compassione reciproca (Romani 15:30; Efesini 6:19; Colossesi 4:3; 1 Corinzi 12:25).

Così le preghiere reciproche di tutte le membra che ancora faticano sulla terra devono salire al capo che è salito al cielo, nel quale abbiamo remissione dei peccati. Poiché, se Paolo fosse mediatore, lo sarebbero anche gli altri apostoli; e vi sarebbero molti mediatori, cosa che non concorderebbe con ciò che egli dice altrove: che c’è un solo mediatore di Dio e degli uomini; e in lui anche noi siamo “uno”, se custodiamo l’unità della fede nel vincolo della pace (Efesini 4:3).

Agostino aggiunge ancora, sul Salmo novantaquattresimo: «Se cerchi il tuo mediatore per introdurti a Dio, egli è in cielo e prega là per te, come è morto per te sulla terra». Non intendiamo che egli, in ginocchio, faccia umile supplica; ma, con l’Apostolo, che egli compare davanti alla faccia di Dio in modo tale che la virtù della sua morte vale come intercessione perpetua. E inoltre, essendo entrato nel santuario celeste, egli solo può presentare le preghiere del popolo, che non ha accesso immediato a Dio.


3:20:21 - I santi defunti: nessuna via d’accesso a Dio se non Cristo; l’invocazione dei santi profana la sua unica intercessione

Quanto ai santi che, usciti da questo mondo, vivono con Cristo: se attribuiamo loro qualche preghiera, non immaginiamo che abbiano altra via di pregare se non Cristo, che è l’unica via; né che le loro richieste siano accettate da Dio in un altro nome. Poiché la Scrittura, distogliendoci da ogni altra cosa, ci richiama all’unico Cristo; poiché il Padre celeste vuole che tutte le cose siano raccolte in lui; è stata una grandissima stoltezza, anzi una vera follia, pretendere un accesso tale tramite loro da essere distolti da lui.

Che ciò sia avvenuto un tempo e avvenga ancora oggi dove domina il papato, chi potrebbe negarlo? Per avere Dio propizio, si allega il merito dei santi; si invoca Dio nel loro nome, lasciando il più delle volte Gesù Cristo da parte. Che cos’è questo se non trasferire a loro l’ufficio di intercessione unica, che sopra abbiamo rivendicato a Cristo?

Inoltre, quale angelo o quale diavolo ha mai rivelato agli esseri umani una sola sillaba sull’intercessione dei santi, così come è stata inventata? Nella Scrittura non ve n’è nulla. Perché dunque l’hanno escogitata? Certo, quando la mente umana cerca tali “aiuti secondari” che non le sono dati dalla parola di Dio, mostra apertamente la sua diffidenza. E se si chiama a testimone la coscienza di chi si ferma all’intercessione dei santi, si troverà che ciò non viene da altro se non dal fatto che vivono nell’incertezza, come se Cristo venisse meno, o come se fosse troppo severo.

In questo dubbio fanno grande disonore a Cristo e lo spogliano del titolo di unico mediatore; titolo che, essendogli stato dato dal Padre come prerogativa singolare, non dev’essere trasferito altrove. E così oscurano la gloria della sua incarnazione, annullano la sua croce, rovesciano la lode di tutto ciò che egli ha fatto e sofferto, poiché tutto tende a questo solo fine: che egli sia riconosciuto unico mediatore.

Parimenti respingono la benevolenza di Dio, che si dichiarava verso di loro come Padre: egli non sarà loro Padre se non reputano Gesù Cristo loro fratello. E rinunciano pienamente a ciò, se non lo stimano affezionato verso di loro con un amore fraterno, tenero e dolce quanto mai. Perciò la Scrittura ce lo presenta in modo singolare, ci manda a lui e vuole che in lui ci fermiamo. «Egli è», dice sant’Ambrogio, «la nostra bocca, per cui parliamo al Padre; il nostro occhio, per cui vediamo il Padre; la nostra mano destra, per cui ci offriamo al Padre: senza questo mediatore non vi è alcun accesso a Dio, né per noi né per tutti i santi». Se addicono come scusa che la conclusione di tutte le loro preghiere solenni nei templi è che siano gradite a Dio per Gesù Cristo, è un sotterfugio frivolo: perché l’intercessione di Gesù Cristo non è meno profanata quando la si mescola alle preghiere e ai meriti dei santi defunti, che se lo si lasciasse del tutto da parte e si nominassero soltanto loro. Inoltre, in tutte le loro litanie, inni e prose, dove magnificano i santi fino in fondo, non c’è alcuna menzione di Gesù Cristo.


3:20:22 - La superstizione senza freno: santi “specializzati”, patroni personali e invocazioni sacrileghe

Ora, su questo punto, la follia è traboccata a tal punto che possiamo contemplare dal vivo la natura della superstizione: la quale, una volta che ha lasciato andare le redini, non smette di divagare senza misura. Infatti, da quando si è cominciato a rivolgere il pensiero ai santi come intercessori, a poco a poco si è attribuita a ciascuno una “competenza” particolare: sicché, secondo la varietà delle faccende, ora l’uno ora l’altro sono stati implorati come avvocati.

Inoltre ciascuno ha scelto il suo santo particolare, mettendosi sotto la sua protezione come sotto la protezione di Dio. E così è avvenuto non solo (come il profeta rimproverava agli israeliti) che gli dèi siano stati stabiliti secondo il numero delle città, ma secondo la moltitudine delle persone, poiché ciascuno ha avuto il proprio.

Ora, se essi hanno la loro affezione fissata nella volontà di Dio, se guardano a essa e a essa riferiscono tutti i loro desideri, chiunque assegni loro altra preghiera che desiderare l’avvento del regno di Dio li stima in modo troppo grossolano e carnale, e addirittura li offende. Da qui si può giudicare come debba essere considerata la fantasia comune: pensare che i santi siano inclini verso ciascuno nella misura in cui si rende loro onore.

Infine, molti non si sono trattenuti da un orribile sacrilegio, invocandoli non come patroni o avvocati, ma come governatori della loro salvezza. Ecco dove cadono i miseri esseri umani quando, una volta, escono dai loro limiti, cioè dalla parola di Dio. Tralascio altri mostri d’empietà più pesanti ed enormi, ai quali, benché i papisti siano detestabili a Dio, agli angeli e alle persone, tuttavia non se ne curano e non ne provano vergogna.

Gettandosi in ginocchio davanti all’immagine di santa Barbara, santa Caterina e simili santi fabbricati a loro piacere, balbettano il Padre nostro. E lungi dal correggere o reprimere questa furia, coloro che si dicono prelati, curati o predicatori piuttosto l’approvano, perché vi fiutano guadagno.

Ma, anche se cercano di lavarsi le mani di un sacrilegio così vile, dicendo che non si commette nelle loro messe o nei loro vespri, con quale colore difenderanno quelle bestemmie che leggono a piena voce, dove pregano sant’Eligio o san Medardo di guardare dal cielo i loro servitori per aiutarli? E persino dove supplicano la vergine Maria di comandare a suo Figlio di concedere loro le richieste?

Un tempo fu proibito nel concilio di Cartagine che una preghiera fatta all’altare fosse indirizzata ai santi. Ed è verosimile che i buoni vescovi di allora, non potendo frenare del tutto l’impeto del popolo, cercassero almeno quel rimedio a metà: che le preghiere pubbliche non fossero infettate dalle devozioni insensate introdotte dai bigotti, come dire: Santa Maria, o San Pietro, prega per noi. Ma gli altri sono traboccati ancora di più, anzi con importunità diabolica, non esitando ad attribuire a questo e a quello ciò che è proprio di Dio e di Gesù Cristo.


3:20:23 - I tentativi di “fondare” l’intercessione dei santi sulla Scrittura: angeli, Geremia, Ezechiele; confutazione

Quanto a coloro che si sforzano di mostrare che tale intercessione sia fondata nella Scrittura, perdono tempo. Si fa spesso menzione, dicono, delle preghiere degli angeli; e non solo: vi è testimonianza che le preghiere dei fedeli sono portate dalle loro mani davanti alla faccia di Dio. Lo concedo. Ma se vogliono paragonare i santi defunti agli angeli, devono provare che essi sono spiriti incaricati di procurare la nostra salvezza (Ebrei 1:14), e che hanno l’ufficio e il mandato di guidarci in tutte le nostre vie (Salmo 91:11); che sono intorno a noi, che ci ammoniscono e consolano, e vegliano sempre per conservarci (Salmo 34:8). Tutte queste cose sono attribuite agli angeli, non ai santi.

Ora, dagli uffici diversi con cui la Scrittura distingue gli angeli dagli esseri umani, appare che è davvero “saltare di palo in frasca” parlare degli uni e degli altri confusamente, senza distinzione. Nessuno oserebbe fare da avvocato in un tribunale terreno davanti a un giudice, se non è ricevuto e accettato: da dove viene dunque una così grande licenza a questi vermi o rospi, di stabilire patroni e avvocati davanti a Dio, senza che la grazia abbia mai dato loro questo incarico?

Dio ha voluto assegnare agli angeli la cura della nostra salvezza; di qui viene che essi assistono alle assemblee pubbliche, e che la Chiesa è per loro un teatro dove contemplano con ammirazione la grande e multiforme sapienza di Dio. Coloro che trasferiscono ad altri ciò che è proprio degli angeli pervertono e confondono l’ordine stabilito da Dio, che dovrebbe essere inviolabile.

Con uguale leggerezza applicano altri testi. Allegano ciò che il Signore disse a Geremia: «Se Mosè e Samuele fossero davanti a me per supplicarmi, il mio cuore non si piegherebbe verso questo popolo» (Geremia 15:1). E argomentano: se Dio non avesse voluto significare che i morti pregano per i viventi, perché parlare così di Mosè e Samuele, già morti?

Al contrario, io ragiono così: poiché è evidente che Mosè e Samuele non pregavano allora per il popolo d’Israele, ne segue che i morti non fanno alcuna preghiera per i viventi. Chi, tra i santi, avrebbe avuto tale sollecitudine per il popolo, se non Mosè, che ha superato tutti in umanità, bontà e sollecitudine paterna? Ora, dalle parole del profeta si può inferire che allora egli non faceva alcuna richiesta. Se dunque essi cercano queste sottili cavillosità per concludere che i morti pregano per i viventi perché Dio ha detto «Se Mosè e Samuele pregassero…», io avrò una ragione più apparente: Mosè non pregava nel bisogno estremo del popolo; e, se pregasse, non sarebbe esaudito. Dunque è verosimile che nessun altro preghi, poiché Mosè supera tutti gli altri in bontà e clemenza. Ecco quanto avanzano con le loro cavillazioni: ferirsi con la spada di cui credevano d’essere armati.

In realtà è una derisione forzare questa frase oltre il suo senso semplice: il Signore non significa altro se non che non perdonerà quel popolo, quand’anche avesse un Mosè per avvocato o un Samuele, per le cui preghiere un tempo aveva fatto tanto. Lo stesso senso si ricava chiaramente da un passo simile di Ezechiele: «Se questi tre uomini, Noè, Daniele e Giobbe, fossero nella città, non libererebbero né figlio né figlia con la loro giustizia, ma solo le loro anime» (Ezechiele 14:14, 16). Qui, senza dubbio, egli ha voluto dire: se i due fossero risuscitati e vivessero nella città; poiché il terzo, Daniele, era ancora vivente, e si sa che allora, essendo ancora nel fiore della giovinezza, era un esempio singolare di vera pietà.

Lasciamo dunque da parte coloro di cui la Scrittura attesta apertamente che hanno terminato il loro corso. Perciò Paolo, parlando di Davide, non dice che egli aiuti i suoi successori con le preghiere, ma solo che «ha servito la sua generazione» (Atti 13:36).


3:20:24 - Anche concedendo che i santi preghino: non segue che vadano invocati; manca comandamento, promessa e comunicazione con i defunti

Essi ribattono poi domandando se voglio togliere ai santi ogni affetto d’amore, poiché in vita furono così ardenti in dilezione e pietà. Rispondo: come non voglio frugare curiosamente che cosa facciano o a che cosa pensino, così non è verosimile che siano agitati qua e là da desideri diversi; è piuttosto probabile che, con volontà ferma, cerchino il regno di Dio, che non consiste meno nella confusione degli empi che nella salvezza dei fedeli.

Se ciò è vero, non c’è dubbio che la loro carità sia racchiusa nella comunione del corpo di Cristo e non si estenda oltre quanto la natura di tale comunione comporta. Inoltre, anche se concedessimo che pregano in qualche modo per noi, non ne seguirebbe che abbandonino il loro riposo per distrarsi qua e là prendendosi cura delle cose terrene; e tanto meno che per questo debbano essere invocati.

E non si può dedurre ciò dal fatto che i viventi sulla terra si raccomandano alle preghiere gli uni degli altri: perché questo serve a mantenere la carità tra loro, quando si comunicano insieme le necessità e se le assumono reciprocamente; lo fanno per comando di Dio e non sono privi di promesse: questi sono i due punti principali nella preghiera. Tutte queste ragioni mancano ai morti: con i quali il Signore non ci ha lasciato alcuna comunicazione, avendoli tolti dalla nostra compagnia; né a loro verso di noi, per quanto si può congetturare (Ecclesiaste 9:5-6).

E se qualcuno pretende che sia impossibile che non conservino la stessa carità che ebbero in vita, poiché sono uniti a noi dalla fede, io domando ancora: chi ci ha rivelato che abbiano orecchie così lunghe da estendersi fino alle nostre parole? Che abbiano occhi così acuti da considerare le nostre necessità? È vero che i sofisti vaneggiano nelle loro scuole che la luce della faccia di Dio è tanto grande che, contemplandola come in uno specchio, i santi possono vedere ciò che avviene quaggiù. Ma affermare questo, e soprattutto con l’audacia con cui lo fanno, che cos’è se non voler entrare, con i nostri sogni storditi, nei segreti giudizi di Dio senza la sua parola, mettere sotto i piedi la Scrittura, che tante volte dichiara la prudenza della nostra carne nemica della sapienza di Dio (Romani 8:7), condanna universalmente la vanità del nostro senso e abbatte tutta la nostra ragione per condurci alla sola volontà di Dio?


3:20:25 - I testi addotti: Genesi 48:16, memoria dell’alleanza; “per amore di David”; e il vero fondamento è la promessa in Cristo

Gli altri testi che portano per sostenere le loro menzogne sono da loro perversamente corrotti. Giacobbe, dicono, in punto di morte chiese che il suo nome e quello dei suoi padri Abrahamo e Isacco fosse invocato sui suoi successori (Genesi 48:16). Prima di tutto, vediamo che cosa sia questa forma d’invocazione presso gli israeliti. Essi non chiamano i loro padri in aiuto, ma chiedono a Dio che si ricordi dei suoi servitori Abrahamo, Isacco e Giacobbe. Dunque il loro esempio non serve affatto a coloro che rivolgono parole ai santi.

Ma poiché questi “ceppi” non considerano, nella loro pesantezza e insipienza, che cosa significhi invocare il nome di Giacobbe e a quale fine lo si debba invocare, non è meraviglia se sbagliano così grossolanamente nel modo. Per comprenderlo, bisogna notare che questa locuzione si trova altrove nella Scrittura: Isaia dice che il nome degli uomini è invocato sulle donne quando esse li riconoscono come mariti, essendo sotto tutela e soggezione (Isaia 4:1). L’invocazione del nome di Abrahamo sugli israeliti consiste dunque in questo: che, avendolo per padre della loro stirpe, conservano la memoria del suo nome come di loro padre.

E Giacobbe non fa ciò perché si preoccupi tanto della propria fama; ma perché giudica che tutta la felicità della sua posterità stia in questo: che essa goda, come per successione, dell’alleanza che Dio aveva fatto con lui. Desidera dunque per loro quello che riconosce essere il bene principale: che siano reputati nel numero dei suoi figli e riconosciuti come suo lignaggio. Questo non è altro che trasmettere di mano in mano la successione dell’alleanza.

I successori, facendo nelle loro preghiere tale memoria, non si rifugiano nell’intercessione dei morti, ma allegano davanti al Signore il ricordo della promessa con cui egli ha attestato che sarebbe loro propizio e liberale a causa di Abrahamo, Isacco e Giacobbe.

Del resto, che i fedeli non si siano affatto appoggiati ai meriti dei loro padri, lo dichiara sufficientemente il profeta, parlando a nome di tutta la Chiesa: «Signore Dio, tu sei nostro Padre: Abrahamo non ci ha conosciuti e Israele ci ha ignorati. Tu sei, Signore, nostro Padre e nostro redentore». E tuttavia, dicendo così, aggiunge: «Signore, volgi la tua bontà verso di noi per amore dei tuoi servitori» (Isaia 63:16-17). Non perché immaginino un’intercessione, ma perché ricordano il beneficio dell’alleanza.

Ora, poiché abbiamo il Signore Gesù, nella cui mano l’alleanza eterna di misericordia non solo è stata fatta, ma anche confermata, di chi vorremmo piuttosto invocare il nome nelle nostre preghiere? Che questi venerabili dottori vogliano, sotto il pretesto di queste parole, fare dei santi degli intercessori, io domando loro: perché, in una folla così grande, quasi in un formicaio di santi, non hanno lasciato un piccolo angolo ad Abrahamo, padre di tutta la Chiesa? È troppo noto da quale fango e da quale feccia traggano i loro santi. Mi rispondano: è cosa decente che Abrahamo, che Dio ha preferito a tutti e innalzato al grado supremo d’onore, sia dimenticato e messo sotto i piedi?

Ecco il punto: poiché tutti sanno bene che tale costume non è mai stato della Chiesa antica, questi grossolani, per nascondere la novità, hanno taciuto dei santi vissuti sotto la Legge, come se introducendo varietà di nomi si scusassero d’aver introdotto una pratica nuova e bastarda.

Quanto a ciò che alcuni allegano dal Salmo, dove i fedeli pregano Dio d’aver pietà di loro in favore di Davide (Salmo 132:1, 10), non solo non aiuta l’intercessione dei santi, ma è ciò che più propriamente la abbatte. Perché, se consideriamo quale posto abbia avuto Davide, vedremo che qui egli è separato da tutta la compagnia dei santi affinché Dio ratifichi il patto fatto con lui. Lo Spirito Santo guarda dunque alla promessa più che alla persona dell’uomo e insieme, sotto questa figura, insinua l’intercessione di Gesù Cristo. Poiché ciò che fu singolare in Davide, in quanto figura di Gesù Cristo, è certo che non può competere agli altri.


3:20:26 - L’esempio dei santi esauditi serve a confermare la nostra fede nelle promesse, non a fondare la loro “intercessione”

Ma alcuni sono mossi da questo ragionamento: che le preghiere dei santi sono state spesso esaudite. Perché? Certo, perché hanno pregato. «Hanno sperato in te», dice il profeta, «e sono stati preservati; hanno gridato e non sono stati confusi» (Salmo 22:5-6). Preghiamo dunque anche noi sul loro esempio, affinché siamo, come loro, esauditi.

Ma è un ragionare contro ogni ordine ragionevole dire (come fanno i nostri avversari) che non sarà esaudito nessuno, se non coloro che lo sono già stati. Quanto migliore è l’argomento di Giacomo! «Elia», dice, «era una persona simile a noi; e pregò che non piovesse, e per tre anni e sei mesi non cadde pioggia sulla terra; poi pregò di nuovo, e il cielo diede la pioggia e la terra produsse il suo frutto» (Giacomo 5:17-18). E allora? Ne conclude forse che Elia abbia una prerogativa singolare alla quale dobbiamo ricorrere? No: al contrario, egli mostra la virtù perenne della preghiera pura e santa, per esortarci a pregare allo stesso modo.

Infatti noi riconosciamo troppo debolmente la prontezza e benignità di Dio a esaudire i suoi, se non siamo confermati, mediante l’esperienza dei santi che sono stati esauditi, in una fiducia più certa nelle sue promesse: nelle quali egli non dice che le sue orecchie saranno inclinate ad ascoltare uno o due, o un piccolo numero, ma tutti coloro che invocheranno il suo nome.

La loro ignoranza è tanto meno scusabile, in quanto sembra che, deliberatamente, disprezzino tanti avvertimenti della Scrittura. Davide è stato spesso liberato dalla potenza di Dio: è stato per attirarlo a sé, oppure per far sì che oggi noi siamo soccorsi dai suoi suffragi? Egli parla ben diversamente: «I giusti tengono l’occhio su di me per vedere quando tu mi esaudirai» (Salmo 142:7). E altrove: «I giusti lo vedranno e si rallegreranno, e spereranno nel Signore» (Salmo 52:8; 40:4). «Ecco, il povero ha gridato a Dio, ed egli gli ha risposto» (Salmo 34:7).

Vi sono molte sentenze simili, nelle quali egli induce Dio a esaudirlo con questa ragione: che i fedeli non saranno confusi, ma, per tale esempio, prenderanno coraggio a sperare bene. Ci basterà un solo passo per ora: «Per questa ragione», dice, «ogni santo ti pregherà nel tempo opportuno» (Salmo 32:5). Cito tanto più volentieri questo luogo perché questi miscredenti, che hanno la lingua a nolo per sostenere con il loro parlare sfrontato la tirannia del papa, non si sono vergognati di farne scudo per provare l’intercessione dei santi.

Ora Davide non ha voluto altro che mostrare il frutto che doveva procedere dalla clemenza e umanità di Dio, quando gli avrebbe concesso la sua richiesta. In generale dobbiamo notare che l’esperienza della grazia di Dio, verso di noi e verso gli altri, è un aiuto non piccolo per confermare la fedeltà della sua parola.

Non citerò i molti passi in cui Davide si propone i benefici di Dio già ricevuti come motivo di fiducia per l’avvenire: leggendo i Salmi li si incontra ovunque. E questo lo aveva dal patriarca Giacobbe, che un tempo ne aveva dato l’esempio: «Signore, io sono ben al di sotto delle tue misericordie e della verità che hai compiuto verso il tuo servitore» (Genesi 32:10), ecc.

Egli allega sì la promessa, ma non soltanto quella: congiunge anche l’effetto, per essere più incoraggiato a confidare che Dio sarà sempre verso di lui come lo aveva già sperimentato; poiché egli non è come gli esseri umani mortali, che si stancano d’essere stati troppo liberali o vedono esaurirsi le loro risorse; ma vuole essere stimato secondo la sua propria natura. Così Davide sa ben fare: «Tu mi hai riscattato», dice, «o Dio di verità» (Salmo 31:5). Dopo aver attribuito a Dio la lode della sua salvezza, aggiunge che egli è veritiero: poiché, se non fosse sempre uguale a sé stesso, non si potrebbe ricavare dai suoi benefici un argomento abbastanza saldo per pregarlo con fiducia. Ma quando sappiamo che, tutte le volte che egli ci aiuta e ci soccorre, dà prova della sua clemenza e fedeltà, non dobbiamo temere che voglia deluderci o che la nostra attesa sia confusa quando verremo a lui.


3:20:27 - Conclusione: l’invocazione è culto dovuto a Dio solo; l’intercessione è propria di Cristo; nessun comando né promessa per invocare i defunti

La conclusione generale torna qui: poiché la Scrittura ci insegna che una parte principale del servizio di Dio è invocarlo, e che egli stima più questo omaggio che tutti i sacrifici; è un sacrilegio manifesto rivolgere preghiera a qualcun altro. Perciò è detto nel Salmo: «Se abbiamo steso le nostre mani verso dèi stranieri, il Signore non ne farà inchiesta?» (Salmo 44:20-22).

Inoltre, poiché Dio vuole essere invocato solo con fede, e in particolare ci comanda di formare le nostre preghiere secondo la regola della sua parola; infine, poiché la fede, fondata su di essa, è la vera madre della preghiera, non appena ci si distoglie dalla Parola, la preghiera è subito snaturata.

Ora è stato mostrato che, in tutta la Scrittura, questo onore è riservato a un solo Dio. Quanto all’intercessione, abbiamo visto che il suo ufficio è proprio di Gesù Cristo e che nessuna preghiera è gradita a Dio se questo Mediatore non la santifica.

Abbiamo inoltre mostrato che, benché i fedeli si facciano reciprocamente richieste e suppliche gli uni per gli altri, ciò non diminuisce in nulla l’intercessione di Gesù Cristo: poiché tutti, dal primo all’ultimo, si appoggiano su di essa per raccomandare a Dio sé stessi e le sorelle e i fratelli.

Abbiamo però avvertito che è stolto e fuori proposito estendere ciò ai defunti, ai quali non leggiamo che sia mai stato comandato di pregare per noi. La Scrittura ci esorta spesso a rendere questo dovere gli uni verso gli altri; quanto ai morti, non se ne trova una sola sillaba. Anzi, Giacomo, congiungendo queste due cose, «confessatevi i peccati gli uni agli altri» e «pregate gli uni per gli altri» (Giacomo 5:16), esclude tacitamente coloro che non vivono più nel mondo.

Così questa sola ragione dovrebbe bastare per condannare l’errore di invocare i santi o di chiederli come patroni: che il principio del pregare bene e dovutamente procede dalla fede, e la fede viene dall’udire la parola di Dio (Romani 10:17), nella quale non si fa mai menzione dei santi come intercessori. È stata dunque pura superstizione attribuire loro uno stato e un ufficio che Dio non ha dato.

E benché la Scrittura sia piena di molte forme di preghiera, non vi si troverà un solo esempio in cui i fedeli abbiano cercato avvocati tra i morti; e tuttavia nella papato non si pensa che le preghiere valgano nulla senza ciò.

Inoltre è notorio che tale superstizione è nata da pura incredulità, perché non ci si è accontentati di Gesù Cristo come mediatore, o lo si è spogliato del tutto di questa lode. Ciò si mostra facilmente dalla loro impudenza: poiché non hanno argomento più forte per sostenere la loro fantasticheria sull’intercessione dei santi che questo, cioè che siamo indegni di accostarci familiarmente a Dio. Noi confessiamo che ciò è verissimo; ma da questo concludiamo che essi non lasciano a Gesù Cristo nulla, poiché tengono per nulla che egli sia nostro mediatore e avvocato, e non degnano di metterlo in conto, fermandosi invece a san Giorgio, sant’Ippolito e simili maschere.


3:20:28 - Due aspetti della preghiera: richiesta e ringraziamento; tutto è santificato da Parola e preghiera; il ringraziamento frena il mormorio

Ora, benché la preghiera, a parlare propriamente, comprenda solo richieste e suppliche, tuttavia vi è una tale affinità tra domanda e rendimento di grazie che non c’è inconveniente a congiungerle. Del resto, le specie che Paolo ricorda a Timoteo si riferiscono alla prima parte, che è supplicare e chiedere a Dio.

Così noi spargiamo davanti a lui i nostri desideri per domandare sia ciò che serve a magnificare il suo nome e avanzare la sua gloria, sia i beni che sono per il nostro uso e profitto. Nel rendere grazie gli rendiamo l’omaggio dovuto ai suoi benefici, attestando con lode che tutto il bene che abbiamo ci viene dalla sua liberalità.

Davide ha compreso queste due parti dicendo: «Invocami nel giorno della necessità: io ti libererò e tu mi glorificherai» (Salmo 50:15). La Scrittura non senza ragione ci ammonisce di esercitarci senza sosta in entrambe. Poiché, come abbiamo detto altrove e l’esperienza lo mostra fin troppo, la nostra indigenza è così grande e siamo da ogni lato tanto costretti e premuti da molte angustie, che tutti hanno motivo di sospirare assiduamente davanti a lui e di supplicarlo di aiutarli. E anche se alcuni non sono battuti da avversità, i più santi devono essere pungolati dai propri peccati a pregare. E poi gli allarmi innumerevoli che vengono loro mossi a ogni ora devono sospingerli doppiamente.

Quanto al sacrificio di lode e ringraziamento, non possiamo interromperlo senza grande colpa; poiché Dio non cessa di accumulare benefici su benefici per costringerci a riconoscerlo, per quanto pigri e tardivi noi siamo. In breve: le larghezze dei suoi benefici che ridondano su di noi sono così ampie e continue, e i miracoli delle sue opere, ovunque si guardi, appaiono così grandi, eccellenti e infiniti, che non ci mancherà mai causa e materia di lodarlo, glorificarlo, esaltarlo e ringraziarlo in ogni cosa e dovunque.

E affinché ciò sia spiegato meglio: poiché tutta la nostra speranza e tutto il nostro bene sono così in Dio-come è stato sopra abbastanza mostrato-che né noi né ciò che è nostro e ci riguarda può prosperare se non per la sua benedizione, dobbiamo continuamente raccomandare a lui noi e tutto ciò che è nostro. Inoltre, tutto ciò che proponiamo, diciamo e facciamo deve essere proposto, detto e fatto sotto la sua mano e volontà e nella speranza del suo aiuto. Poiché il Signore maledice tutti quelli che, confidando in sé stessi o in altri, progettano e deliberano i loro piani e intraprendono qualcosa fuori della sua volontà e senza invocarlo e implorare il suo aiuto (Giacomo 4:13-14; Isaia 30:1; 31:1).

E poiché è stato già detto più volte che non gli si rende l’onore dovuto se non lo si riconosce autore di ogni bene, segue che dobbiamo ricevere tutto come dalla sua mano con continuo ringraziamento, e che non c’è modo buono di usare dei suoi benefici-che egli continuamente ci elargisce-se non siamo anche continui nel lodarlo e ringraziarlo. Infatti quando Paolo dice che tutti i beni di Dio ci sono santificati dalla sua Parola e dalla preghiera (1 Timoteo 4:5), dimostra che senza la Parola e la preghiera non ci sono santificati. Per Parola intende la fede che corrisponde a quella Parola, alla quale bisogna credere. Così, senza preghiera e senza fede, nessun bene di Dio ci è santificato.

Perciò Davide ci dà un buon insegnamento quando, avendo ricevuto un nuovo beneficio da Dio, dice che un nuovo cantico gli è stato messo in bocca (Salmo 40:4): indicando che il nostro silenzio non è senza ingratitudine se passiamo sopra qualche sua grazia senza lode; poiché ogni volta che egli ci fa del bene, ci dà materia di benedirlo.

Così Isaia, proclamando una grazia singolare di Dio, esorta i fedeli a cantare un cantico nuovo e non usuale (Isaia 42:10). In questo senso va inteso anche ciò che Davide dice altrove: «Signore, tu aprirai le mie labbra, e la mia bocca annuncerà la tua lode» (Salmo 51:17). Allo stesso modo Ezechia e Giona attestano che lo scopo della loro liberazione sarà celebrare la bontà di Dio nel tempio (Isaia 38:20; Giona 2:10).

Questa regola è data a tutti i fedeli da Davide: «Che renderò al Signore per tutto ciò che mi ha largito? Prenderò il calice della salvezza e invocherò il nome di Dio» (Salmo 116:12-13). E tutta la Chiesa l’ha seguita, come vediamo nell’altro Salmo: «Signore, salvaci, affinché lodiamo il tuo nome e ci gloriamo nella tua lode» (Salmo 106:47). E ancora: «Egli ha guardato alle preghiere del desolato e non ha disprezzato le loro richieste. Questo sarà scritto per la posterità, e il popolo creato di nuovo benedirà il Signore, affinché il suo nome sia proclamato in Sion e la sua lode in Gerusalemme» (Salmo 102:18-19, 22).

Anzi, ogni volta che i fedeli supplicano Dio di soccorrerli per amore del suo nome, protestando d’essere indegni di ottenere alcunché nel proprio nome, si obbligano a rendergli grazie e promettono d’usare puramente e rettamente dei suoi benefici pubblicandoli ad alta voce. Così Osea, parlando della redenzione futura della Chiesa: «O Dio, togli l’iniquità e accogli il bene; e noi ti renderemo i vitelli delle nostre labbra» (Osea 14:3).

E infatti i benefici di Dio non solo richiedono che lo onoriamo con la bocca, ma naturalmente ci spingono ad amarlo. «Io amo il Signore», dice Davide, «perché ha udito la voce della mia preghiera» (Salmo 116:1). Altrove, narrando gli aiuti ricevuti: «Io ti amerò, o Dio, mia forza» (Salmo 18:1-2). Poiché nessuna lode piace a Dio se non sgorga da questa fonte d’amore.

Inoltre dobbiamo osservare questa regola di Paolo: tutte le richieste che non portano con sé il ringraziamento sono perverse e viziose. Egli dice: «I vostri desideri siano manifestati a Dio in ogni preghiera e supplica con rendimento di grazie» (Filippesi 4:6). Poiché molti, presi da dispiacere, irritazione, impazienza, amarezza di dolore e paura, nel pregare mormorano e si indignano; egli ammonisce i fedeli a frenare tali passioni in modo che, prima ancora d’ottenere ciò che chiedono, non cessino di benedire Dio con cuore allegro. E se le preghiere e i ringraziamenti devono essere così compiuti, quanto più dobbiamo esservi dediti quando Dio ci dà di godere ciò che desideriamo!

Infine, come abbiamo insegnato che le nostre preghiere, altrimenti impure, sono consacrate dall’intercessione di Gesù Cristo, così l’apostolo, comandando di offrire sacrifici di lode per mezzo di Gesù Cristo (Ebrei 13:15), ci avverte che non abbiamo bocca abbastanza pura né degna per celebrare il nome di Dio se non per la sacrificatura di Gesù Cristo. Da ciò concludo che gli esseri umani sono stati orribilmente incantati nella papato, dove la maggior parte si stupisce quando Gesù Cristo è nominato avvocato. È la ragione per cui Paolo comanda di pregare e rendere grazie senza interruzione (1 Tessalonicesi 5:17-18): affinché i nostri desideri siano elevati a Dio in tutte le cose, in ogni affare, in ogni tempo e luogo, con la maggiore assiduità possibile, aspettando ogni bene da lui e rendendogli omaggio; poiché egli ci dà continuo motivo di pregare e lodare.


3:20:29 - “Pregare continuamente”: dimensione privata e pubblica; ore stabilite e ordine; contro le ripetizioni superstiziose e la preghiera-esibizione

Ora, pregare così continuamente, benché si intenda principalmente di ciascuno in particolare, appartiene anche in qualche modo alle preghiere pubbliche; benché esse non possano essere continue e non si possano né debbano fare se non secondo l’ordinamento stabilito dal comune consenso della Chiesa, come si vede che è buono radunarsi. Perciò ci sono ore determinate, indifferenti rispetto a Dio ma necessarie per l’uso degli esseri umani, affinché si abbia riguardo alla comodità di tutti e, come dice Paolo, tutto si faccia nella Chiesa con buon ordine e concordia (1 Corinzi 14:40).

Tuttavia ciò non impedisce che ogni Chiesa debba sempre spronarsi a un uso più frequente della preghiera, specialmente quando si vede premuta da qualche necessità. Quanto alla perseveranza-che è in qualche modo vicina alla continuità-avremo occasione di parlarne alla fine.

Questo però non serve affatto a sostenere la superstiziosa prolissità e ripetizione delle preghiere, che ci è proibita dal Signore (Matteo 6:7). Egli non proibisce di perseverare nella preghiera, né di tornarvi a lungo e spesso e con affetto veemente; ma ci insegna a non confidare di costringere Dio a concedere le nostre richieste importunandolo con vana loquacità, come se potesse essere piegato dal chiacchiericcio alla maniera delle persone.

Sappiamo che gli ipocriti, non pensando dentro di sé che hanno a che fare con Dio, fanno le loro pompe nel pregare come in un trionfo. Come il fariseo (Luca 18:1 ss.) che ringraziava Dio di non essere come gli altri, si compiaceva davanti alle persone, come se volesse acquistarsi reputazione di santità confessandosi debitore verso Dio.

Questa lunghezza di pregare oggi ha credito nella papato e procede dalla stessa fonte: alcuni, balbettando molte Ave Maria e ripetendo cento volte un rosario, perdono una parte del tempo; altri, come canonici e frati, abbaiando sul pergamena giorno e notte e biascicando il loro breviario, vendono le loro conchiglie al popolo. Poiché una tale garrulità è come prendersi gioco di Dio come di un bambino, non dobbiamo stupirci se Gesù Cristo le chiude la porta, perché non entri nella sua Chiesa, dove non si devono udire altre preghiere che quelle cordiali e di retta integrità.

C’è un secondo abuso vicino a questo, che anche Gesù Cristo condanna: cioè che gli ipocriti, per meglio ostentarsi, cercano molti testimoni e preferiranno piazzarsi in pieno mercato piuttosto che rinunciare a darsi valore nelle loro preghiere per essere lodati dal mondo.

Poiché lo scopo della preghiera è-come è stato detto-che i nostri spiriti siano elevati e tesi a Dio per desiderare la sua gloria e confessare le sue lodi e per chiedergli aiuto nelle nostre necessità, possiamo riconoscere che il principale della preghiera sta nel cuore e nello spirito; anzi, a dir meglio, che la preghiera propriamente non è altro che questo desiderio interiore che si rivolge e si indirizza a Dio, il quale conosce i segreti dei cuori.

Perciò il Signore Gesù Cristo, volendoci dare una buona regola di preghiera, ci comandò di entrare nella nostra camera e, chiusa la porta, pregare in segreto il Padre celeste, affinché egli, che vede e penetra tutti i segreti, ci esaudisca (Matteo 6:6). Dopo averci distolti dall’esempio degli ipocriti che, con ostentazione ambiziosa, cercano gloria e favore del popolo, egli aggiunge conseguentemente ciò che bisogna fare: entrare nella camera e pregare a porta chiusa.

Con queste parole, come intendo, egli ci istruisce a cercare un ritiro che ci aiuti a rientrare nel cuore con tutta la mente, promettendoci che a tali affetti interiori del cuore avremo vicino Dio, del quale i nostri corpi devono essere i veri templi. Egli non ha voluto negare che sia lecito e necessario pregare in altri luoghi, ma solo dichiarare che la preghiera è cosa segreta e che sta principalmente nel cuore e nello spirito, del quale richiede tranquillità, fuori da affetti carnali e da ogni turbamento di sollecitudini terrene.

Non senza ragione lo stesso Signore Gesù, volendo darsi del tutto alla preghiera, si ritirava fuori dal rumore delle persone (Matteo 14:23; Luca 5:16): lo faceva per ammonirci col suo esempio a non disprezzare quegli aiuti con cui il nostro cuore è più elevato all’affetto di pregare bene, essendo troppo fragile di per sé e incline a disperdersi. Tuttavia, come egli non cessava di pregare in mezzo alla folla se l’opportunità lo richiedeva, così noi non dobbiamo far difficoltà a levare le mani al cielo in ogni luogo tutte le volte che ne avremo bisogno (1 Timoteo 2:8).

Dobbiamo inoltre risolverci in questo: chi rifiuta di pregare nell’assemblea dei fedeli non sa che cosa sia pregare da solo, in luogo appartato o in casa; e, al contrario, chi non tiene conto di pregare in privato e da solo, anche se frequenta le assemblee pubbliche, non vi saprà fare preghiere se non frivole e piene di vento, poiché si dedica più all’opinione delle persone che al giudizio segreto di Dio.

E affinché le preghiere comuni della Chiesa non fossero disprezzate, Dio le ha ornate di titoli eccellenti, soprattutto quando ha chiamato il suo tempio «casa di preghiera» (Isaia 56:7), mostrando che la preghiera è la parte principale del suo servizio e che, comandando di edificare il tempio, egli innalzava una bandiera per radunare i fedeli a rendergli questo omaggio di comune accordo.

Vi è anche l’insigne promessa aggiunta: «Signore, la lode ti attende in Sion, e là ti sarà reso il voto» (Salmo 65:1). Con queste parole il profeta significa che le preghiere della Chiesa non sono mai vane né senza frutto, poiché Dio dà sempre motivo ai suoi di offrirgli sacrificio e cantare con gioia. E benché le ombre della Legge siano cessate, tuttavia, piché Dio ha voluto anche con tale cerimonia nutrire tra noi l’unità della fede, non c’è dubbio che questa promessa ci appartenga; promessa che Gesù Cristo ha confermato con la sua bocca e Paolo insegna che resterà sempre in vigore.


3:20:30 - Templi e preghiera comune: utilità legittima, ma nessuna “santità” del luogo; Dio si invoca in spirito e verità

Ora, come Dio ordina a tutto il suo popolo di fare preghiere in comune, così è necessario che per questo vi siano templi assegnati. Coloro che rifiutano di comunicare col popolo di Dio nella preghiera non possono scusarsi con il pretesto di dire che entrano nelle loro camere per obbedire al comandamento di Dio. Infatti colui che promette di fare tutto ciò che due o tre, radunati nel suo nome, chiederanno (Matteo 18:19), attesta abbastanza che non respinge le preghiere manifeste, purché ne sia tolta ogni ambizione e cupidigia di gloria e, al contrario, vi sia vera e pura affezione nel profondo del cuore.

Se questo è l’uso legittimo dei templi (come certo è), dobbiamo guardarci dal considerarli come abitazioni proprie di Dio (come si è fatto per lunghi anni) e come luoghi in cui il Signore ci presti l’orecchio più da vicino; oppure dal attribuire loro una qualche santità segreta che renda la nostra preghiera migliore davanti a Dio. Poiché se noi siamo i veri templi di Dio, dobbiamo pregarlo in noi, se vogliamo invocarlo nel suo vero tempio.

E quanto a questa opinione grossolana e carnale, lasciamola ai Giudei e ai pagani, poiché abbiamo il comandamento di invocare il Signore in spirito e verità senza differenza di luogo (Giovanni 4:23). È vero che anticamente il tempio era consacrato per comando di Dio per offrire preghiere e sacrifici; ma ciò era per il tempo in cui la verità era figurata sotto quelle ombre. Ora che la verità ci è manifestata chiaramente, non permette che ci fermiamo a un tempio materiale.

E anche allora il tempio non era raccomandato ai Giudei con la condizione che dovessero rinchiudere la presenza di Dio entro quelle mura, ma per esercitarli a contemplare l’effigie e immagine del vero tempio. Perciò coloro che in qualche modo stimavano che Dio abitasse nei templi costruiti da mani d’uomo furono severamente ripresi da Stefano, come i loro predecessori erano stati ripresi da Isaia (Atti 7:48; Isaia 66:1).


3:20:31 - Parola e canto nella preghiera: inutili senza il cuore; buoni se servono l’affetto interiore e l’edificazione comune

Ugualmente, da ciò risulta chiarissimo che il parlare e il cantare, se se ne fa uso nella preghiera, non sono stimati nulla davanti a Dio e non giovano in nulla presso di lui, se non provengono dall’affetto e dal profondo del cuore; anzi, al contrario, lo irritano e provocano la sua ira contro di noi, se procedono e sgorgano soltanto dalla bocca: perché questo è abusare del suo santissimo Nome e prendersi gioco della sua maestà, come egli dichiara mediante il suo profeta. Infatti, benché parli in generale di tutte le finzioni, include anche questo abuso insieme agli altri. «Questo popolo», dice, «si avvicina a me con la sua bocca e con le sue labbra mi onora, ma il suo cuore è lontano da me. Mi temono secondo il comandamento e le dottrine degli esseri umani. Perciò io farò a questo popolo una grande meraviglia e un prodigio grande e spaventoso: la sapienza di tutti i loro saggi perirà, e l’intelligenza dei loro prudenti e anziani sarà annientata» (Isaia 29:13-14; Matteo 15:8).

Non diciamo però che la parola o il canto non siano buoni: al contrario, li stimiamo molto, purché seguano l’affetto del cuore e servano ad esso. Infatti, così facendo, aiutano l’intenzione della persona, altrimenti fragile e facilmente distratta se non viene sostenuta in ogni modo, e la trattengono nel pensiero di Dio. Inoltre, poiché tutte le nostre membra, ciascuna al suo posto, devono glorificare Dio, è bene che anche la lingua, che è stata creata specialmente da Dio per annunciare e magnificare il suo Nome, sia impiegata a questo fine, sia nel parlare sia nel cantare. E ciò è richiesto soprattutto nelle preghiere che si fanno pubblicamente nelle assemblee dei cristiani, nelle quali dobbiamo mostrare che, come onoriamo Dio con un solo spirito e una sola fede, così lo lodiamo con una parola comune e quasi con una sola bocca (Romani 15:6): e questo davanti alle persone, affinché ciascuno oda manifestamente la confessione di fede che ha la sua sorella o il suo fratello, e ne sia edificato e stimolato a imitarla.


3:20:32 - Il canto nelle chiese: antichità e utilità; la moderazione necessaria; critica della musica fatta solo per l’orecchio

Quanto al modo di cantare nelle chiese, dirò di passaggio questo: che non soltanto esso è antichissimo, ma che anche gli apostoli stessi lo hanno praticato, come si può dedurre da queste parole di Paolo: «Canterò con la bocca e canterò con l’intelligenza» (1 Corinzi 14:15). E ai Colossesi: «Istruendovi ed esortandovi a vicenda con inni, salmi e cantici spirituali, cantando nei vostri cuori al Signore con grazia» (Colossesi 3:16). Nel primo passo egli mostra che si deve cantare con il cuore e con la lingua; nel secondo loda i canti spirituali mediante i quali i fedeli si edificano reciprocamente.

Tuttavia, vediamo da ciò che dice Agostino che ciò non è stato sempre universale. Egli racconta che si cominciò a cantare a Milano al tempo di Ambrogio, quando Giustina, madre dell’imperatore Valentiniano, perseguitava i cristiani, e che l’uso del canto passò da lì alle chiese occidentali. Egli aveva detto poco prima che questo modo era venuto dalle regioni d’Oriente, dove lo si era sempre praticato. Mostra anche, nel secondo libro delle Ritrattazioni, che l’uso fu accolto in Africa ai suoi tempi.

E certamente, se il canto è adattato a quella gravità che conviene avere davanti a Dio e davanti ai suoi angeli, esso è un ornamento che dà più grazia e dignità alle lodi di Dio ed è un buon mezzo per incitare i cuori e infiammarli a maggiore ardore di preghiera; ma bisogna sempre guardarsi che le orecchie non siano più attente all’armonia del canto che gli spiriti al senso spirituale delle parole. Agostino confessa in un altro luogo di aver temuto questo, dicendo che avrebbe desiderato che ovunque si osservasse il modo di cantare che aveva Atanasio, cioè un modo che somiglia più alla lettura che al canto; ma aggiunge, d’altra parte, che quando ricordava il frutto e l’edificazione che aveva ricevuto udendo cantare nella chiesa, si inclinava piuttosto alla parte contraria, cioè ad approvare il canto.

Quando dunque se ne farà uso con tale moderazione, non vi è dubbio che sia un modo santissimo e utile; come, al contrario, i canti e le melodie composte solo per compiacere le orecchie, come sono tutti i motivetti e i ritornelli della papato e tutto ciò che essi chiamano musica spezzata e artificiosa e canti a quattro parti, non si addicono affatto alla maestà della chiesa, e non può essere che non dispiacciano grandemente a Dio.


3:20:33 - Le preghiere pubbliche devono essere in lingua comprensibile; condanna dell’uso di lingue estranee e del formalismo senza cuore

Da ciò risulta anche che le preghiere pubbliche non si devono fare in lingua greca tra i latini, né in latino tra francesi o inglesi (come è stata dappertutto l’usanza fino a qui), ma nella lingua comune del paese, che possa essere compresa da tutta l’assemblea, poiché devono essere fatte per l’edificazione di tutta la chiesa, alla quale non viene alcun frutto da un suono non compreso.

E anche quelli che non avevano alcun riguardo né alla carità né all’umanità avrebbero dovuto almeno lasciarsi smuovere un poco dall’autorità di Paolo, le cui parole sono abbastanza evidenti: «Se tu rendi grazie con una lingua non compresa, colui che occupa il posto di chi non sa, come dirà “Amen” alla tua benedizione, poiché non capisce ciò che tu dici? Tu rendi bene grazie, ma l’altro non è edificato» (1 Corinzi 14:16).

Chi potrebbe dunque non stupirsi dell’audacia così sfrenata che hanno avuto e hanno ancora i papisti, i quali, contro il divieto dell’apostolo, cantano e urlano in una lingua straniera e sconosciuta, nella quale molto spesso essi stessi non capiscono una sillaba, e non vogliono che gli altri capiscano?

Ora Paolo ci mostra che dobbiamo seguire un’altra via: «Che farò dunque? Pregherò con la voce, pregherò con l’intelligenza. Canterò con la voce, canterò con l’intelligenza». In quel passo egli usa la parola “spirito” là dove noi abbiamo messo “voce”, intendendo il dono delle lingue, del quale molti, volendosi vantare, abusavano separandolo dall’intelligenza.

Tuttavia dobbiamo sempre ricordare che non può essere che la lingua senza il cuore, sia nella preghiera privata sia in quella pubblica, non sia grandemente sgradita a Dio. Inoltre, l’ardore e la veemenza della volontà devono essere così grandi che superino tutto ciò che la lingua può esprimere.

Infine, nella preghiera privata la lingua non è necessaria, se non in quanto l’intelligenza non è sufficiente a muoversi da sé; oppure perché, per impeto veemente, essa spinge la lingua e la costringe ad agire. Infatti, benché talvolta le migliori preghiere si facciano senza parlare, nondimeno spesso accade che l’affetto del cuore sia così ardente da spingere la lingua e le altre membra senza alcuna ostentazione ambiziosa.

Da qui veniva che Anna, madre di Samuele, mormorava tra le sue labbra volendo pregare (1 Samuele 1:13). E i fedeli sperimentano ogni giorno qualcosa di simile in sé, quando nelle loro preghiere emettono voci e sospiri senza averci pensato.

Quanto agli atteggiamenti e modi esteriori del corpo che si è soliti osservare (come inginocchiarsi e prosternarsi), sono esercizi mediante i quali ci sforziamo di prepararci a una maggiore riverenza verso Dio.


3:20:34 - Il Padre nostro come “formulario” donato da Cristo: misericordia verso la nostra ignoranza; preghiamo “quasi con la sua bocca”

Ora, oltre a questo, dobbiamo imparare non soltanto il modo di pregare, ma lo stesso stile e formulario che il Padre celeste ci ha dato per mezzo del suo carissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo (Matteo 6:9; Luca 11:2). In ciò possiamo riconoscere una bontà e dolcezza incomprensibili.

Infatti, oltre al fatto che ci ammonisce e ci esorta a tornare a lui in tutte le nostre necessità come figlie e figli che ricorrono al loro padre ogni volta che il bisogno li stringe, poiché egli sa che non possiamo comprendere abbastanza quanto grande sia la nostra povertà e miseria, né capire che cosa sia bene domandargli e che cosa sia utile e proficuo, egli ha voluto venire incontro alla nostra ignoranza e supplire da sé al difetto del nostro spirito.

Egli ci ha dato un formulario di preghiera nel quale, come in una tavola, ha messo davanti ai nostri occhi tutto ciò che è lecito desiderare e domandare da lui, tutto ciò che può servirci e giovarci, e tutto ciò di cui abbiamo bisogno e che è necessario chiedergli. Da questa benignità e mansuetudine possiamo trarre una consolazione singolare: perché vediamo e siamo certi che non gli rivolgiamo una richiesta illecita, importuna o estranea, e non domandiamo cosa che non gli sia gradita quando, seguendo la sua regola, preghiamo quasi con la sua bocca.

Platone, vedendo l’ignoranza delle persone nei desideri e nelle richieste che rivolgono a Dio-le quali spesso non possono essere concesse se non a loro grande danno-dichiara che il modo migliore di pregare è quello trasmesso da un poeta antico: chiedere a Dio di farci il bene, sia che lo domandiamo sia che non lo domandiamo, e di allontanare da noi il male anche quando noi desidereremmo che ci avvenisse.

In ciò egli ha un buon giudizio, per quanto possa averlo un pagano, poiché vede quanto sia pericoloso chiedere a Dio ciò che la nostra cupidigia ci suggerisce. E insieme mostra abbastanza la nostra miseria: che non possiamo, senza pericolo, aprire bocca per domandare alcunché a Dio, se non quando lo Spirito Santo ci conduce alla forma retta del pregare (Romani 8:26).

E tanto più questo privilegio merita d’essere stimato da noi, in quanto il Figlio di Dio quasi ci mette in bocca le parole che liberano i nostri spiriti da ogni scrupolo e dubbio.


3:20:35 - Sei richieste, non sette; struttura: tre per la gloria di Dio, tre per i nostri bisogni; utilità per noi senza diventare il fine

Questa preghiera o regola del pregare contiene sei richieste. Infatti non ho ragione di essere d’accordo con quelli che la dividono in sette articoli, poiché l’evangelista, parlando così: «Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno», lega insieme queste due membra per farne una sola domanda. Come se dicesse: non permettere che siamo vinti dalla tentazione, ma piuttosto dà soccorso alla nostra fragilità e liberaci, affinché non soccombiamo. E di fatto, gli antichi dottori concordano in questa spiegazione. Da ciò è facile giudicare che ciò che è aggiunto in Matteo e che alcuni hanno preso come una settima richiesta non è che una spiegazione della sesta e deve essere riferito ad essa.

Ora, benché la preghiera sia tale che in ogni sua parte dobbiamo guardare principalmente all’onore di Dio; e benché ci sia utile che tutto ciò che è contenuto avvenga come lo domandiamo, tuttavia le prime tre richieste sono specialmente ordinate a desiderare la gloria di Dio, la quale sola in esse dobbiamo considerare senza alcun riguardo a noi stessi. Le altre tre contengono specialmente le cose che dobbiamo chiedere per i nostri bisogni.

Così, quando preghiamo che il Nome di Dio sia santificato, poiché Dio vuole provare se lo amiamo e onoriamo gratuitamente o come mercenari, dobbiamo farlo senza riguardo al nostro profitto, ma solo per considerazione della sua gloria, senza altra affezione, senza altro fine o intenzione. E tuttavia ciò stesso si volge a nostra grande utilità e profitto: poiché quando il Nome di Dio è santificato come noi preghiamo, esso diventa anche la nostra santificazione.

Ma, come ho detto, non dobbiamo però fissare lo sguardo su tale profitto; tanto che, anche se ogni profitto ne venisse a noi escluso e non ne dovesse derivare nulla, non dobbiamo per questo cessare di desiderare e chiedere con la preghiera questa santificazione del Nome di Dio e le altre cose simili che appartengono alla sua gloria.

Lo si vede nell’esempio di Mosè e di Paolo, ai quali non fece male distogliere il loro affetto da sé stessi fino a desiderare, con zelo veemente e infiammato, la loro perdizione, affinché, anche a loro danno se fosse stato necessario, la gloria di Dio fosse esaltata e il suo regno moltiplicato (Esodo 32:32; Romani 9:3).

D’altra parte, quando chiediamo che ci sia dato il nostro pane quotidiano, benché chiediamo cosa che riguarda noi e il nostro profitto, tuttavia dobbiamo prima cercare in ciò la gloria di Dio: in modo che, se ciò non dovesse servire a quella gloria, non vorremmo farne richiesta né desiderarlo o volerlo.

Ora cominciamo a esporre la Preghiera.


3:20:36 - “Padre nostro”: l’accesso filiale passa per Cristo; dolcezza del Nome e fiducia contro ogni ricerca di aiuti altrove

“Padre nostro che sei nei cieli.”

Anzitutto, qui, all’inizio di questa preghiera, appare ciò che abbiamo detto prima: che tutte le nostre preghiere devono essere presentate e rivolte a Dio nel nome di Gesù Cristo, poiché nessuna gli può essere gradita sotto un altro nome. Infatti, nel chiamare Dio Padre nostro, ci rivolgiamo a lui nel nome di Gesù Cristo; perché non potremmo chiamare Dio “Padre” e sarebbe arroganza e temerarietà usurpare il nome di figlie e figli, se non fossimo resi tali dalla sua grazia in Gesù Cristo.

Egli, essendo il suo vero, naturale e proprio Figlio, ci è dato da lui come fratello, affinché ciò che egli possiede per natura divenga nostro per dono e adozione, se con fede certa accogliamo questo grande beneficio. Così dice Giovanni: che Dio Padre ha dato a tutti quelli che credono nel suo Figlio unigenito questo grande privilegio e prerogativa di essere fatti figli e figlie di Dio (Giovanni 1:12).

Perciò egli si chiama “Padre nostro” e vuole essere da noi così chiamato, liberandoci da ogni diffidenza mediante la grande dolcezza racchiusa in questo Nome. Non si può infatti trovare alcun affetto d’amore pari all’amore paterno. Perciò non poteva darci argomenti più certi della sua infinita carità verso di noi che questo: aver voluto che fossimo chiamati suoi figli e sue figlie (1 Giovanni 3:1).

E il suo amore verso di noi è ancora più grande di qualunque amore dei padri terreni verso i loro figli, poiché egli è perfetto, al di sopra di tutti, in bontà e misericordia. Così, anche se fosse possibile che tutti i padri della terra perdessero ogni amore e affetto paterno e abbandonassero i loro figli, egli nondimeno non potrebbe mai mancarci, poiché non può rinnegare sé stesso (Salmi 27:10; Isaia 63:16; 2 Timoteo 2:13).

Abbiamo infatti la sua promessa, data mediante il suo Figlio, nostro redentore: “Se voi, che siete malvagi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste, che è tutto buono!” E ancora per mezzo del profeta: “Una madre può forse dimenticare i suoi figli? e anche se li dimenticasse, io non ti dimenticherò mai” (Matteo 7:11; Isaia 49:15).

E se siamo suoi figli, come un figlio non può rifugiarsi sotto la protezione di uno straniero senza mostrare o la durezza e disumanità, o la povertà e debolezza del proprio padre, così non possiamo cercare aiuto altrove che presso il Padre celeste senza disonorarlo, come se fosse o povero e impotente, o duro e crudele.


3:20:37 - I peccati non devono chiuderci la bocca: la misericordia del Padre e l’“Abba” dello Spirito ci spingono a pregare con santa franchezza

Non dobbiamo addurre come scusa che i nostri peccati dovrebbero renderci timorosi di rivolgerci a lui, poiché, per quanto egli sia benigno e pronto al perdono, tuttavia con le nostre offese lo abbiamo irritato contro di noi.

Infatti, se tra gli esseri umani il figlio non può avere miglior avvocato presso il padre che ha offeso se non sé stesso, quando, in umiltà e obbedienza, riconoscendo la colpa, viene a chiedere misericordia-poiché allora un cuore paterno non può mentire, e necessariamente si piega e si commuove davanti a tali suppliche-che farà questo Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione (2 Corinzi 1:3)? Non esaudirà forse i pianti e i gemiti dei suoi figli e delle sue figlie che pregano per sé stessi, tanto più che è lui a invitarli e a esortarli a farlo, piuttosto che ascoltare tutte le richieste che potrebbero fare per loro altri, presso i quali essi si rifugiassero diffidando e dubitando della sua bontà e clemenza?

Egli ci fa comprendere questa grande misericordia paterna mediante la parabola nella quale ci è rappresentato il padre che non aspetta che il figlio, che si era allontanato da lui, aveva dissipato i beni e lo aveva gravemente offeso, gli domandi perdono con parole; ma lo previene, lo riconosce da lontano e, vedendolo tornare, gli corre incontro, lo abbraccia, lo consola e lo accoglie nella grazia (Luca 15:20).

Proponendoci in un uomo l’esempio di una clemenza così grande, egli ha voluto insegnarci quanto più grazia, dolcezza e benignità dobbiamo attendere da lui, che non solo è Padre, ma è, sopra tutti i padri, buonissimo e compassionevole, se noi veniamo a consegnarci alla sua misericordia, benché siamo stati ingrati, ribelli e cattivi figli.

E per darci maggiore certezza che egli è tale Padre proprio per noi, se siamo cristiani, non ha voluto soltanto essere chiamato “Padre”, ma ha voluto espressamente che lo chiamiamo “nostro”. Come se gli dicessimo: Padre, che sei così dolce verso i tuoi figli e così pronto a perdonare, noi, tuoi figli, ti supplichiamo, certi che tu sei nostro Padre, che verso di noi non hai altro affetto e volontà che paterni, benché siamo indegni di un tale Padre, qualunque malizia abbiamo avuto e qualunque imperfezione o povertà vi sia in noi.

Ma poiché il nostro cuore è troppo angusto per comprendere una tale immensità del suo favore, non solo Gesù Cristo ci è stato dato come pegno e caparra della nostra adozione, ma egli ci ha dato anche il suo Spirito Santo come testimone, il quale ci dà libertà di gridare ad alta voce: “Abba, Padre” (Galati 4:6). Perciò ogni volta che la nostra debolezza ci trattiene, ricordiamoci di supplicarlo affinché, correggendo la nostra paura, ci guidi e ci spinga a pregare con franchezza mediante questo Spirito di magnanimità.


3:20:38 - “Nostro” e non “mio”: la preghiera forma un cuore fraterno; include la comunità dei credenti e desidera il bene di tutti

E poiché qui non ci è data una dottrina per cui ciascuno, individualmente, lo chiami “mio Padre”, ma piuttosto tutti insieme lo chiamiamo Padre nostro, siamo ammoniti quanto debba essere fraterna l’affezione gli uni verso gli altri, noi che siamo tutti figli e figlie di un medesimo Padre, e per un medesimo diritto e titolo della sua pura liberalità.

Infatti, poiché egli è Padre comune di tutti, dal quale viene tutto il bene che possiamo avere (Matteo 23:9), non dobbiamo avere nulla di così separato e diviso tra noi da non essere pronti, con animo lieto e con generosa liberalità di cuore, a comunicarlo reciprocamente quando vi sia bisogno.

E se siamo pronti, come dobbiamo esserlo, a soccorrerci e aiutarci a vicenda, non c’è nulla con cui possiamo giovare di più alle nostre sorelle e ai nostri fratelli che raccomandarli a questo buonissimo Padre: poiché quando egli ci è favorevole, nulla ci manca. E certamente dobbiamo anche questo a tale Padre: come chi ama davvero e di cuore desidera il bene e l’onore del padre di famiglia, così ama e procura il bene di tutta la sua casa.

Allo stesso modo, se abbiamo buona affezione verso questo Padre celeste, è ben giusto che la mostriamo verso il suo popolo, la sua casa e la sua eredità, che egli ha tanto onorato da chiamarla la pienezza del suo Figlio unigenito (Efesini 1:23).

Perciò la preghiera della persona cristiana deve essere così regolata e misurata da essere comune, e comprendere tutti quelli che le sono fratelli e sorelle in Gesù Cristo (Efesini 1:23): non soltanto quelli che vede e conosce oggi come tali, ma tutti gli esseri umani che vivono sulla terra, dei quali non sappiamo ciò che il Signore ha determinato di fare; ma dobbiamo desiderare per loro ogni bene e sperare il meglio.

Tuttavia dobbiamo raccomandare in modo particolare, sopra gli altri, i domestici della fede, che Paolo ci raccomanda specialmente in ogni cosa; cioè quelli che conosciamo e che, per quanto possiamo giudicare, sono realmente credenti e servitori di Dio (Galati 6:10). In breve: tutte le nostre preghiere devono essere così comuni da guardare sempre alla comunità che il Signore ha posto nel suo regno e nella sua casa.


3:20:39 - Preghiere particolari legittime: purché ordinate al bene comune; analogia con l’elemosina

E tuttavia ciò non impedisce che possiamo pregare in modo particolare, per noi e per altri, purché il nostro affetto non si discosti dalla considerazione del bene e della conservazione di questa comunità, ma vi sia interamente riferito.

Infatti, benché in sé tali preghiere siano formulate in modo particolare, tuttavia, poiché tendono a questo fine, non cessano di essere comuni. Tutto ciò si comprende facilmente con una similitudine: il comandamento di Dio di soccorrere l’indigenza di tutti i poveri è generale; e tuttavia, quelli che, a tale scopo, esercitano misericordia e distribuiscono i propri beni a chi vedono o sanno essere nel bisogno, ubbidiscono davvero, anche se non danno a tutti coloro che non hanno minor necessità-o perché non li possono conoscere tutti, o perché non possono bastare a tutti.

Allo stesso modo, non contravvengono alla volontà di Dio quelli che, considerando questa comune società della chiesa, fanno preghiere particolari, mediante le quali, con parole particolari ma con animo pubblico e comune affezione, raccomandano a Dio sé stessi o altri, dei quali egli ha voluto far loro conoscere più da vicino la necessità.

E benché non tutto sia identico tra preghiera ed elemosina-poiché possiamo soccorrere con i nostri beni solo chi di cui conosciamo la povertà, mentre possiamo e dobbiamo aiutare con la preghiera anche quelli che non conosciamo e che sono lontani da noi quanto si voglia-ciò avviene mediante la generalità della preghiera, nella quale sono compresi tutti i figli e le figlie di Dio, nel cui numero sono anche coloro.

A questo si può riferire l’esortazione di Paolo ai fedeli del suo tempo ad alzare al cielo mani pure (1 Timoteo 2:8). E avvertendoli che la porta sarebbe stata chiusa alle loro preghiere dalla discordia, egli comanda loro di congiungersi e unirsi in vero accordo.


3:20:40 - “Che sei nei cieli”: non localizzazione, ma elevazione della mente

Trascendenza, immutabilità, provvidenza; fede che prega senza perdersi in dèi immaginari.

Poi si dice: “che sei nei cieli.” Non dobbiamo intendere o pensare che Dio sia rinchiuso o contenuto nel cerchio del cielo. Salomone confessa che i cieli non possono contenerlo (1 Re 8:27). E Dio stesso, mediante il profeta, dice che il cielo è il suo trono e la terra lo sgabello dei suoi piedi (Isaia 66:1; Atti 7:49; 17:24). Con ciò egli dichiara che non è contenuto in un luogo determinato, ma che è ovunque e riempie ogni cosa.

Tuttavia, poiché la nostra ignoranza e debolezza non possono altrimenti comprendere e concepire la sua gloria, potenza, sublimità e altezza, egli ce le significa mediante il cielo, che è la cosa più alta e piena di gloria e maestà che possiamo contemplare. E poiché i nostri sensi, ogni volta che afferrano qualcosa, sono soliti tenerlo come “legato” a un luogo, Dio ci è posto al di sopra di ogni luogo, affinché, quando vogliamo cercarlo, ci eleviamo al di sopra di ogni sentimento dell’anima e del corpo.

Inoltre, con questo modo di parlare, egli è sottratto a ogni corruzione o mutamento. Infine, ci è significato che egli contiene e governa il mondo con la sua potenza. Perciò “che sei nei cieli” equivale a dire: di grandezza e altezza infinita, di essenza incomprensibile, di potenza ineffabile, di immortalità eterna.

Questo dunque deve muoverci a elevare i nostri cuori e i nostri spiriti quando pensiamo a Dio, per non immaginare di lui nulla di carnale o terreno, né volerlo misurare secondo la nostra ragione mondana o assoggettarlo ai nostri sentimenti. Allo stesso modo, deve servire a confermare in lui la nostra fiducia, poiché ci indica che egli governa con la sua provvidenza il cielo e la terra.

La somma è questa: sotto il nome di Padre ci è posto davanti quel Dio che ci è apparso nell’immagine del suo Figlio, affinché lo invochiamo con certezza di fede; e che non soltanto questo nome di Padre, per la sua familiarità, deve confermare la nostra fiducia, ma anche trattenere i nostri spiriti, affinché non si disperdano verso dèi sconosciuti o inventati, ma, guidati dall’unigenito Figlio, salgano diritto a colui che è il solo Padre degli angeli e degli esseri umani.

In secondo luogo, poiché il suo trono è stabilito nei cieli, siamo ammoniti che, essendo lui governatore del mondo, non veniamo a lui invano, poiché di sua volontà si prende cura delle sue creature. “Chi si accosta a lui”, dice l’apostolo, “deve credere che egli è, e che egli ricompensa coloro che lo cercano” (Ebrei 11:6). Gesù Cristo qui attribuisce entrambe queste cose al suo Padre: affinché la nostra fede sia fissata in lui; e affinché siamo persuasi che egli non dimentica la nostra salvezza, poiché si degna di estendere la sua provvidenza fino a noi.

Questi sono i principi con i quali Paolo ci dispone a pregare bene: infatti, prima di esortarci a esporre a Dio le nostre richieste, pone questa prefazione: “Non angustiatevi di nulla… il Signore è vicino” (Filippesi 4:5-6). Da ciò risulta che quelli che non hanno ben fissato questo articolo-che l’occhio di Dio è sui giusti (Salmi 33:18) - non fanno che attorcigliare le loro preghiere in sé stessi, restando nel dubbio e nella perplessità.


3:20:41 - Prima richiesta: “Sia santificato il tuo nome”

(vergogna della nostra profanazione; reverenza, Parola e opere; estinzione dell’empietà)

La prima richiesta è: che il nome di Dio sia santificato; la necessità della quale dovrebbe farci arrossire profondamente. Che cosa si potrebbe pensare di più vile che vedere la gloria di Dio oscurata, in parte dalla nostra ingratitudine, in parte dalla nostra malizia? e, cosa peggiore, che per il nostro orgoglio e per le nostre furie sfrenate essa sia, per quanto sta in noi, abolita?

È vero che la santità del nome di Dio risplende a dispetto degli empi, anche se dovessero scoppiare con i loro eccessi sacrileghi. E non senza motivo il profeta esclama: “O Dio, come il tuo nome è conosciuto, così la tua lode si estende fino alle estremità della terra” (Salmi 48:10). Infatti, dovunque Dio si manifesta, è impossibile che le sue virtù non vengano alla luce: potenza, bontà, sapienza, giustizia, misericordia, verità, le quali ci rapiscono in ammirazione e ci spingono a celebrare la sua lode.

Perciò, poiché la sua santità viene così oltraggiata sulla terra, se non possiamo mantenerla come sarebbe desiderabile, almeno dobbiamo aver cura di pregare Dio che la mantenga. In sintesi, chiediamo che a Dio sia reso l’onore che gli è dovuto: che le persone non parlino né pensino mai di lui se non con una singolare riverenza. A questa si oppone il disprezzo, che porta alla profanazione; vizio sempre troppo comune nel mondo, e che anche oggi è troppo in voga. Da qui la necessità di questa richiesta, che sarebbe superflua se vi fosse in noi un po’ di vera pietà.

Ora, se il nome di Dio è debitamente santificato quando, separato da ogni altro, è innalzato in gloria, non solo ci è qui comandato di pregare Dio che lo conservi integro, libero da ignominia e disprezzo; ma anche che egli domi e abbassi tutto il mondo a onorarlo e venerarlo come conviene. Infatti, poiché Dio si rivela a noi in parte nella sua Parola e in parte nelle sue opere, egli non è debitamente santificato da noi se non gli rendiamo, in entrambe, ciò che gli appartiene: cioè se abbracciamo tutto ciò che procede da lui, e se la sua severità non è tra noi meno stimata e lodata della sua clemenza, poiché nella varietà delle sue opere egli ha impresso ovunque segni della sua gloria, che a buon diritto devono trarre lode da ogni lingua.

Così la Scrittura avrà piena autorità su di noi; e qualunque cosa avvenga, nulla impedirà che Dio sia benedetto come merita nel corso del governo del mondo. Questa richiesta tende anche a questo: che ogni empietà che contamina questo nome santo e sacro perisca; che tutte le detrazioni e i mormorii, e anche le derisioni che oscurano o diminuiscono questa santificazione, siano estirpati; e che Dio, reprimendo e mettendo sotto i piedi tali sacrilegi, faccia sì che la sua maestà cresca ogni giorno in maggiore splendore.


3:20:42 - Seconda richiesta: “Venga il tuo regno”

(Due aspetti: mortificazione e ubbidienza; crescita della Chiesa; rovesciamento dei nemici; compimento al ritorno di Cristo).

La seconda richiesta è: che il regno di Dio venga. Benché non contenga nulla di nuovo o di separato dalla prima, tuttavia non è distinta senza ragione. Se consideriamo la nostra lentezza e durezza, abbiamo bisogno che ci venga ripetuto spesso ciò che dovrebbe esserci tanto più noto.

Dopo dunque che ci è stato ordinato di pregare Dio che abbatta e, infine, distrugga tutto ciò che insozza il suo sacro nome, viene aggiunta una seconda domanda, simile e del tutto conforme: che il suo regno venga. E benché altrove abbiamo esposto e definito la natura di questo regno, qui lo ripeterò in breve: Dio è tenuto per Re quando le persone, rinunciando a sé stesse e disprezzando il mondo e questa vita terrena, si dedicano alla giustizia di Dio per aspirare alla vita celeste.

Vi sono dunque due parti di questo regno: la prima è che Dio corregga e abbatta, mediante la potenza del suo Spirito, tutte le concupiscenze della carne che si levano in gran numero per combattere contro di lui. La seconda è che egli pieghi e formi tutti i nostri sensi, per assoggettarli al suo impero.

Perciò, chi vuole seguire un buon ordine in questa richiesta deve cominciare da sé, desiderando di essere purificato da tutte le corruzioni che turbano nel suo cuore lo stato pacifico del regno di Dio e ne infettano la purezza. Inoltre, poiché la Parola di Dio è come il suo scettro regale, ci è qui comandato di pregare che egli assoggetti gli spiriti e i cuori di tutte le persone a una ubbidienza volontaria ad essa. Ciò avviene quando egli li tocca e li muove con un’ispirazione segreta, facendo loro conoscere quale sia la potenza della sua Parola, affinché essa abbia la preminenza e sia tenuta nel grado d’onore che merita.

Poi possiamo discendere ai malvagi, che resistono al suo impero con ostinazione e furore disperato. Dio dunque innalza il suo regno abbassando tutto il mondo, ma in modi diversi: doma i desideri disordinati degli uni, e spezza e infrange l’orgoglio degli altri, poiché è indomabile.

Dobbiamo desiderare che ciò avvenga ogni giorno: che Dio raccolga chiese da ogni parte del mondo, le moltiplichi in numero, le arricchisca dei suoi doni, vi stabilisca il buon ordine; e, al contrario, che rovesci tutti i nemici della sua pura dottrina, dissipi i loro consigli, abbatta i loro sforzi. Da qui appare che non senza motivo ci è comandato di avere a cuore la crescita continua del regno di Dio: poiché lo stato delle persone non va mai così bene da avere tutte le macchie dei vizi pienamente purgate e una piena integrità fiorente.

La perfezione si estende fino all’ultimo avvento di Gesù Cristo, nel quale Dio sarà tutto in tutte le cose, come dice Paolo (1 Corinzi 15:28). Così questa preghiera deve ritirarci dalle corruzioni del mondo che ci separano da Dio, affinché il suo regno abbia in noi forza e vigore. Deve anche accendere in noi desiderio e impegno di mortificare la nostra carne; e infine istruirci a portare pazientemente la croce, poiché Dio vuole che il suo regno sia avanzato con tali mezzi.

Non ci deve dispiacere che la persona esteriore si consumi, purché l’interiore sia rinnovata: la condizione del regno di Dio è tale che, vedendoci assoggettati alla sua giustizia, egli ci renda partecipi della sua gloria. Ciò avviene quando egli dà ogni giorno nuovo splendore alla sua verità per cacciare, far svanire e perfino abolire del tutto le menzogne e le tenebre di Satana e del suo regno; e quando custodisce i suoi, li guida in ogni rettitudine per mezzo del suo santo Spirito e li conferma nel perseverare nel bene.

All’opposto, egli rovina le cospirazioni malvagie dei suoi nemici, sventa le loro imboscate e frodi, previene la loro malizia e abbatte la loro ribellione, finché cancelli del tutto, con lo Spirito della sua bocca, l’Anticristo e stermini ogni empietà con lo splendore del suo avvento.


3:20:43 - Terza richiesta: “Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo”

(Non la volontà segreta, ma l’ubbidienza volontaria; rinuncia di sé; rinnovamento interiore; gloria di Dio come fine).

La terza richiesta è: che la volontà di Dio sia fatta in terra come in cielo. Essa dipende dal suo regno e non può esserne separata; tuttavia non è aggiunta invano, a motivo della nostra durezza, che non comprende facilmente che cosa significhi che Dio regna nel mondo.

Perciò non sarà male prenderla quasi come spiegazione: allora Dio sarà Re del mondo quando tutti saranno ordinati sotto la sua volontà. Ma qui non si tratta della sua volontà segreta, con la quale dispone tutte le cose e le conduce al fine che gli piace. Infatti, benché Satana e gli empi si agitino e si scaglino contro di lui, egli ha il suo consiglio incomprensibile, mediante il quale non solo sa deviare i loro sforzi, ma li conduce al giogo e fa sì che essi stessi compiano ciò che egli ha decretato.

Qui invece dobbiamo intendere un’altra volontà di Dio: quella che ci chiama a un’ubbidienza volontaria. Per questo il cielo è posto a confronto con la terra: gli angeli servono Dio di buon grado e sono intenti a eseguire i suoi comandamenti (Salmi 103:20). Ci è dunque comandato di pregare che, come in cielo non si fa nulla se non ciò che Dio ha ordinato e gli angeli si regolano in pace in ogni rettitudine, così la terra sia domata e ogni contumacia e perversità sia abbattuta, affinché sia soggetta all’impero di Dio.

Chiedendo questo, dobbiamo rinunciare a tutti i desideri della nostra carne: poiché chi non rassegna e sottomette del tutto le proprie affezioni a Dio, si oppone -per quanto sta in lui- alla volontà divina, perché tutto ciò che procede da noi è viziato. Così, mediante questa preghiera, siamo condotti a rinunciare a noi stessi, affinché Dio ci governi secondo il suo beneplacito.

E non solo questo: ma chiediamo anche che, riducendo a nulla la nostra natura perversa, egli crei in noi spiriti e cuori nuovi, affinché non sentiamo alcun moto di concupiscenza ribelle a lui, ma abbiamo un pieno consenso alla sua volontà. In breve: che non vogliamo nulla da noi stessi, ma che il suo Spirito conduca i nostri cuori e ci insegni interiormente ad amare ciò che gli piace e odiare ciò che gli dispiace; e, di conseguenza, che egli spezzi e annienti tutti gli appetiti che si oppongono alla sua volontà.

Questi sono i tre primi articoli della preghiera: in essi dobbiamo avere davanti agli occhi la sola gloria di Dio, dimenticando ogni riguardo per noi stessi e senza cercare il nostro utile, benché da essi ci venga un utilissimo profitto.

E benché tutte queste cose avverranno certamente a loro tempo anche se non ci pensassimo e non le desiderassimo, tuttavia dobbiamo desiderarle e chiederle, per attestare con ciò che siamo servitori di Dio, servendo al suo onore come al nostro Signore e Padre, per quanto sta in noi. Perciò, tutti coloro che non sono toccati da un tale affetto di promuovere la gloria di Dio -pregando che il suo nome sia santificato, che il suo regno venga e che la sua volontà sia fatta- non meritano di essere tenuti nel numero dei figli e delle figlie e dei servitori di Dio. E come queste cose avverranno nonostante la loro resistenza, così sarà per la loro rovina e confusione.


3:20:44 - Seconda parte: la richiesta del pane quotidiano

(Fiducia nella provvidenza per il corpo; sobrietà contro cupidigia; benedizione che rende “nostro” il pane; esempio della manna).

Segue la seconda parte della preghiera, nella quale scendiamo a ciò che ci è utile; non perché lasciamo da parte la gloria di Dio o la mettiamo sotto i piedi (alla quale, come testimonia Paolo, dobbiamo riferire anche il bere e il mangiare) (1 Corinzi 10:31), ma secondo quanto abbiamo già avvertito: nelle prime tre richieste Dio ci rapisce a sé per provare meglio l’onore che gli rendiamo; poi ci concede di pensare anche a ciò che ci è necessario, però con questa condizione: che non desideriamo nulla se non affinché, in tutti i benefici che egli ci elargisce, la sua gloria risplenda tanto più, poiché nulla è più equo che vivere e morire per lui.

In questa richiesta domandiamo a Dio le cose che ci conservano e sovvengono alle nostre necessità; e con esse chiediamo in generale tutto ciò che il nostro corpo richiede per il suo uso, sotto gli elementi di questo mondo: non solo ciò con cui siamo nutriti e vestiti, ma tutto ciò che Dio sa e conosce esserci buono e utile, affinché possiamo usare i beni che egli ci dà in pace e tranquillità. In breve, con questa domanda ci consegniamo a lui, ci mettiamo nella sua provvidenza per essere nutriti, mantenuti e custoditi da lui.

Questo buonissimo Padre non disdegna di prendere anche il nostro corpo sotto la sua protezione, per esercitare la nostra fede in queste cose basse e piccole, quando attendiamo da lui tutto ciò che ci occorre fino a una briciola di pane e a una goccia d’acqua. La nostra perversità infatti è tale che ci preoccupiamo molto più del corpo che dell’anima; e così molte persone che osano confidare in Dio per l’anima, nondimeno restano in ansia per il corpo e dubitano sempre di che cosa vivranno e di che cosa si vestiranno. Da qui si vede quanto questa ombra di vita corruttibile valga per noi più dell’immortalità eterna.

Al contrario, coloro che, confidando in Dio, si sono liberati dall’ansietà per il corpo, attendono da lui con sicurezza anche le cose più grandi: salvezza e vita eterna. Non è dunque un esercizio leggero per la fede sperare da Dio proprio quelle cose che solitamente ci tormentano tanto. E abbiamo fatto grande progresso quando siamo liberati da questa incredulità quasi radicata nelle ossa.

Non mi pare conveniente interpretare questo passo del “pane sovrasostanziale”: se nella vita fragile non riconosciamo a Dio l’ufficio di Padre che nutre, la preghiera risulterebbe mancante e come spezzata. L’obiezione-che non sarebbe degno di persone spirituali coinvolgere Dio nelle cose terrene-è troppo profana: come se la sua benedizione e favore paterni non risplendessero anche nel cibo e nella bevanda che ci dà; o come se fosse scritto invano che la pietà ha promesse per la vita presente e per quella futura (1 Timoteo 4:8).

E benché la remissione dei peccati sia più preziosa del nutrimento del corpo, Gesù Cristo ha posto prima ciò che è minore per condurci poi alle due richieste seguenti, proprie della vita celeste: così egli ha sopportato la nostra lentezza.

Ci ordina dunque di pregare per il pane quotidiano affinché siamo contenti della porzione che il Padre celeste distribuisce a ciascuno e non cerchiamo guadagno con astuzie e frodi illecite. E dobbiamo notare che il pane diventa nostro per titolo di donazione: poiché non vi è industria né fatica che ci possa acquistare qualcosa se la benedizione di Dio non si stende su di noi (Levitico 26:20). Anzi, nessuna quantità di cibo ci gioverebbe se la bontà di Dio non lo trasformasse per noi in nutrimento. Perciò la sua liberalità è necessaria tanto ai ricchi quanto ai poveri: anche con granai pieni, essi si consumerebbero come secchi e vuoti se la grazia di Dio non desse loro di godere del pane.

Le parole “oggi / quotidiano” servono a frenare la cupidigia disordinata delle cose passeggere, che trascina con sé altri mali: se abbiamo abbondanza, la gettiamo spesso in voluttà, delizie, ostentazioni e superfluità. Perciò ci è comandato di chiedere solo ciò che basta al bisogno, come “al giorno la sua porzione”, con fiducia che, se il Padre ci nutre oggi, non ci dimenticherà domani.

Così, anche se abbiamo grandi beni e provviste, dobbiamo sempre chiedere il pane quotidiano, persuasi che ogni sostanza non è nulla se il Signore non la rende efficace spargendo su di essa la sua benedizione; e che perfino ciò che è già nelle nostre mani non è davvero nostro se non nella misura in cui piace a Dio di concedercene l’uso ora per ora.

Poiché l’arroganza umana fatica a crederlo, il Signore ne ha dato un esempio memorabile nutrendo nel deserto il suo popolo con la manna, per avvertirci che l’essere umano non vive di pane soltanto, ma della parola che esce dalla bocca di Dio (Deuteronomio 8:3; Matteo 4:4). Ciò significa che è la sua sola potenza a sostenere vita e forze, benché ci sia dispensata attraverso mezzi corporei. E al contrario egli lo mostra quando spezza la forza del pane, tanto che chi mangia languisce di fame (Levitico 26:26), o quando toglie all’acqua la sua virtù, tanto che chi beve inaridisce di sete.

Ne consegue che chi non si accontenta del pane quotidiano ma desidera l’infinito, o chi riposa nell’abbondanza confidando nelle ricchezze e nondimeno pronuncia questa richiesta, non fa che beffarsi di Dio: i primi domandano ciò che odiano-solo pane quotidiano-e cercano di nascondere la loro avarizia; i secondi chiedono ciò che non attendono da Dio perché pensano di possederlo già.

Dicendo “il pane nostro” si manifesta ancora più ampiamente la grazia di Dio che rende nostro ciò che non ci era dovuto. E non mi oppongo a chi pensa che qui sia indicato anche il pane guadagnato con giusto lavoro senza danno altrui; poiché ciò che si acquista ingiustamente non è mai davvero nostro.

Dicendo “dacci” intendiamo che, da qualunque parte o mezzo ci venga, esso è sempre puro e gratuito dono di Dio, anche quando ci giunge tramite il lavoro delle nostre mani o qualche altra via.


3:20:45 - Quinta richiesta: “Rimetti a noi i nostri debiti”

(Peccato come debito; remissione gratuita in Cristo; contro perfezionismo e soddisfazioni; condizione del perdono reciproco come segno e prova).

Segue: “Rimetti a noi i nostri peccati (o debiti).” In questa richiesta e nella seguente Gesù Cristo ha compreso tutto ciò che concerne la salvezza delle nostre anime: l’alleanza spirituale di Dio con la chiesa consiste in questi due membri: scrivere la sua legge nei nostri cuori e essere propizio alle nostre iniquità (Geremia 31:33; 33:8). Qui Cristo comincia dal perdono; poi aggiungerà la seconda grazia: che Dio ci difenda con la potenza del suo Spirito e ci sostenga con il suo aiuto affinché restiamo invincibili contro le tentazioni.

Chiamando i peccati “debiti”, egli significa che ne dobbiamo la pena e che sarebbe impossibile soddisfarla se non fossimo liberati mediante questa remissione, che è un perdono della misericordia gratuita: Dio cancella liberamente i debiti senza ricevere pagamento, contentandosi della sua misericordia in Gesù Cristo, il quale si è offerto una volta per noi come compenso di tutte le nostre colpe. Perciò, coloro che confidano di placare Dio con i loro meriti o che cercano il perdono altrove, o che vogliono riscattarsi con soddisfazioni, non possono partecipare a questa remissione gratuita (Romani 3:24) e, pregando così, non fanno che sottoscrivere la loro accusa e ratificare la condanna.

Quanto a quelli che si immaginano una perfezione tale da esentarli dal bisogno di chiedere perdono, abbiano pure i loro discepoli: è certo però che strappano a Cristo chiunque attirino a sé; perché Cristo, inducendo i suoi a confessare la colpa, non riceve e non riconosce che peccatrici e peccatori. Non per nutrire le colpe, ma perché sa che i fedeli non sono mai così spogliati delle infermità della carne da non restare debitori davanti al giudizio di Dio. È desiderabile poterci presentare puri, e dobbiamo tendervi; ma poiché Dio riforma in noi la sua immagine a poco a poco, e resta sempre qualche contagio, egli ha provveduto questo rimedio.

Se Cristo, con l’autorità ricevuta dal Padre, ci comanda di avere per tutta la vita rifugio nel chiedere perdono dei difetti, chi potrà sopportare quei nuovi dottori che, sotto un fantasma di perfetta santità, abbagliano i semplici facendo credere di essere senza colpa? Questo, dice Giovanni, è fare Dio bugiardo (1 Giovanni 1:10). Con ciò essi lacerano l’alleanza di Dio: dei due articoli ne raschiano via uno e così la rovesciano tutta; e sono crudeli perché schiacciano le anime nel disperare; e infine sono sleali perché cercano di addormentarsi in una stupidità contraria alla misericordia di Dio.

Se obiettano che, desiderando la venuta del regno, chiediamo anche l’abolizione dei peccati, è una sofisticheria puerile: nella prima tavola della preghiera siamo portati a mirare alla perfezione; qui ci è posta davanti la nostra infermità. Le due cose concordano benissimo: aspirando al fine, non disprezziamo i rimedi necessari.

Infine chiediamo che questa remissione ci sia fatta come noi la facciamo ai nostri debitori, cioè come perdoniamo chi ci ha fatto torto. Non che perdoniamo la colpa del peccato-che appartiene a Dio solo (Isaia 43:25) -ma il perdono che dobbiamo fare consiste nel togliere dal cuore ira, odio e desiderio di vendetta, e nel dimenticare le offese senza conservare malanimo.

Perciò non dobbiamo chiedere a Dio remissione dei nostri peccati se, da parte nostra, non rimettiamo-nel modo detto-a tutti coloro che ci hanno offeso o ci offendono. Se tratteniamo odio, coltiviamo vendetta o pensiamo come nuocere a chi ci è nemico; e se non ci sforziamo di tornare in grazia con loro, riconciliarci, avere pace, amore e carità, e far loro del bene: allora chiediamo a Dio che non ci perdoni. E questo significa chiedere che non ci sia remissione. Che cosa dunque ottengono persone così, se non una condanna più grave?

Da notare: questa condizione “come noi perdoniamo” non è posta perché il nostro perdono meriti il perdono di Dio, ma per sostenere la debolezza della nostra fede: è un segno che ci conferma che, con la stessa certezza con cui sappiamo di aver perdonato di cuore, possiamo essere certi che Dio ci perdona. Inoltre, con ciò egli esclude dal numero dei suoi figli e figlie chi è vendicativo e ostinato nelle inimicizie e tuttavia osa chiamarlo “Padre”. Gesù Cristo lo ha espresso in modo particolare in Luca.


3:20:46 - “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal maligno”

(Natura delle tentazioni; destra e sinistra; differenza fra tentazione di Dio e del diavolo; necessità della forza divina).

La sesta richiesta, come abbiamo detto, corrisponde alla promessa che Dio ci ha fatto di imprimere la sua legge nei nostri cuori. Ma poiché non possiamo servire Dio senza combattere continuamente, e anzi con grandi e difficili sforzi, qui gli domandiamo che ci munisca di armi forti e ci difenda con il suo aiuto, affinché siamo capaci di ottenere la vittoria. In ciò siamo avvertiti che non solo abbiamo bisogno di essere ammorbiditi, piegati e formati dalla grazia dello Spirito Santo all’ubbidienza di Dio, ma anche di essere fortificati dal suo soccorso, per essere resi invincibili contro le imboscate di Satana e contro i suoi assalti.

Ora, vi sono molte e diverse specie di tentazioni. Tutte le cattive concezioni del nostro intelletto che ci inducono a trasgredire la Legge -suscitate dalla nostra concupiscenza o mosse in noi dal diavolo- sono tentazioni. Anche cose che, in sé, non sono malvagie, tuttavia per l’astuzia del diavolo diventano tentazioni quando ci sono poste davanti agli occhi affinché, mediante il loro oggetto, siamo distolti e deviati da Dio (Giacomo 1:2, 14; Matteo 4:1, 3; 1 Tessalonicesi 3:5).

Di queste ultime tentazioni, alcune sono “a destra” e altre “a sinistra”. A destra: ricchezze, potere, onori e simili; le quali spesso, per l’apparenza del bene e lo splendore che mostrano, abbagliano lo sguardo delle persone e, con la loro dolcezza, le inebriano fino a far loro dimenticare Dio. A sinistra: povertà, ignominia, disprezzo, afflizioni e simili; per la durezza e difficoltà delle quali le persone si scoraggiano, perdono coraggio, abbandonano ogni fiducia e speranza, e infine si alienano del tutto da Dio.

Con questa sesta domanda chiediamo dunque a Dio nostro Padre che non ci permetta di soccombere a tali tentazioni che combattono contro di noi -sia quelle prodotte dalla nostra concupiscenza, sia quelle proposte dal diavolo- ma che piuttosto con la sua mano ci sostenga e ci fortifichi, affinché, nella sua potenza, possiamo restare saldi e resistere a tutti gli assalti del maligno nemico, qualunque pensiero egli introduca nel nostro intelletto; e che possiamo volgere al bene tutto ciò che egli ci propone da una parte e dall’altra, cioè: che non ci innalziamo per alcuna prosperità e che non ci scoraggiamo né disperiamo per alcuna avversità.

Tuttavia non preghiamo qui di non sentire mai alcuna tentazione: anzi, abbiamo grande bisogno di essere svegliati, pungolati e stimolati, per non essere troppo pigri e addormentati. Per questo Davide non invano desiderava di essere provato dal Signore; e il Signore non prova senza causa i suoi, castigandoli a loro istruzione con ignominia, povertà, tribolazioni e altre forme di croce (Salmi 26:2; Genesi 22:1; Deuteronomio 8:2; 13:3; 2 Pietro 2:9).

Ma Dio tenta in un modo, e il diavolo in un altro. Il diavolo tenta per perdere, per dannare, per confondere, per far precipitare. Al contrario, Dio tenta per sperimentare la sincerità dei suoi servitori, provandoli; e per accrescere la loro forza spirituale, per mortificare, purgare e bruciare la carne esercitandola: carne che, se non fosse repressa così, si scaramuccerebbe e si ribellerebbe oltre misura.

Inoltre, il diavolo assale con tradimento e all’improvviso, per opprimere prima che ci si pensi; ma Dio non ci lascia tentare oltre le nostre forze: anzi, con la tentazione dà anche l’uscita, affinché possiamo sopportare e portare tutto ciò che egli ci manda (1 Corinzi 10:13).

Non importa molto intendere con “il maligno” il diavolo o il peccato: Satana è l’avversario che macchina la nostra rovina; il peccato sono le armi di cui egli si serve per opprimerci e ferirci. La nostra richiesta dunque è che non siamo vinti né oppressi da alcuna tentazione; ma che, per la potenza del Signore, restiamo forti e fermi contro ogni potenza contraria. Questo è “non soccombere alla tentazione”: e così, accolti nella sua salvaguardia e assicurati dalla sua protezione e difesa, siamo vincitori sul peccato, sulla morte, sulle porte dell’inferno e su tutto il regno del diavolo; questo è “essere liberati dal maligno”.

Qui bisogna notare con diligenza che non è in nostro potere entrare in combattimento contro il diavolo -così forte e così grande combattente- né sostenere i suoi assalti e resistere alla sua violenza. Altrimenti, invano o per scherno chiederemmo a Dio ciò che avremmo da noi stessi. Coloro che, confidando in sé, si preparano a combattere, non comprendono bene che nemico hanno davanti, né quanto egli sia forte e astuto in guerra, né come sia armato di tutto punto.

Noi chiediamo dunque di essere liberati dalla sua potenza come dalla gola di un leone furioso e affamato (1 Pietro 5:8), pronti a essere subito lacerati dai suoi artigli e dai suoi denti e infine inghiottiti, se il Signore si allontanasse anche solo un poco da noi; e tuttavia certi che, se il Signore è presente come aiuto e combatte per noi, senza la nostra forza, nella sua potenza faremo prodezze (Salmi 60:14).

Gli altri si confidino quanto vogliono nel loro libero arbitrio e nella potenza che credono di avere da sé: per noi basta che stiamo saldi per la sola virtù di Dio e possiamo tutto ciò che possiamo.

In questa richiesta è compreso più di quanto appaia. Poiché lo Spirito di Dio è la nostra forza per combattere Satana, non otterremo mai la vittoria se prima non siamo liberati dalla debolezza della nostra carne, riempiti della sua forza. Perciò, domandando di essere liberati da Satana e dal peccato, chiediamo che nuove grazie di Dio ci siano accresciute continuamente, finché, giunti alla perfezione, possiamo trionfare su ogni male.

Ad alcuni pare fuori luogo chiedere a Dio di non indurci in tentazione, poiché -dice Giacomo- è cosa contraria alla sua natura tentare qualcuno (Giacomo 1:13-14). Ma la questione è già in parte risolta: propriamente parlando, la nostra cupidigia è causa di tutte le tentazioni nelle quali siamo vinti; e quindi la colpa deve essere imputata a noi. Giacomo non intende altro se non mostrare che è vano e ingiusto tentare di gettare su Dio i vizi di cui ci sentiamo colpevoli.

Ciò però non impedisce che Dio, quando gli piace, ci sottometta a Satana, il quale ci precipita in una mente riprovata e in cupidigie enormi e così ci spinge in tentazione, per un giudizio giusto ma occulto e nascosto: spesso infatti la ragione di ciò che Dio fa è sconosciuta alle persone, benché certa a lui. Concludo dunque che questo modo di parlare non è improprio, se siamo ben persuasi che non sono “minacce da bambini” quando Dio annuncia tante volte di esercitare la sua ira e vendetta sui reprobi colpendoli di accecamento e durezza di cuore.


3:20:47 - Le tre richieste “nostre” e la dossologia

(Comunione della Chiesa; “Amen” come ardore e certezza fondata in Dio)

Queste tre ultime richieste, con le quali raccomandiamo a Dio noi stessi e tutte le cose che ci concernono, mostrano chiaramente ciò che abbiamo detto: le preghiere dei cristiani devono essere comuni e tendere all’edificazione e al profitto generale della Chiesa e all’avanzamento pubblico della comunione dei fedeli. Infatti, in esse nessuno domanda che qualcosa gli sia dato “a parte”: ma tutti insieme chiediamo il nostro pane, che i nostri peccati ci siano rimessi, che non siamo indotti in tentazione e che siamo liberati dal maligno.

Dopo tutte le richieste è aggiunta la ragione da cui procede una così grande audacia di chiedere e fiducia di ottenere. Benché questa ragione non sia espressa nei libri latini, tuttavia è così conveniente qui che non va omessa: “Poiché a te appartengono il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli.” In questo abbiamo un riposo fermo e tranquillo per la fede. Se le nostre preghiere dovessero essere raccomandate a Dio per la nostra dignità, chi oserebbe anche solo aprire la bocca davanti a lui? Ora invece, benché siamo più che miseri, più che indegni e non abbiamo nulla con cui stimarci davanti a Dio, avremo sempre motivo di pregare e non perderemo mai la fiducia, poiché al nostro Padre non possono essere tolti il regno, la potenza e la gloria.

Infine, per concludere la preghiera, è posto Amen, con cui è espressa l’ardente brama di ottenere tutte le domande che abbiamo presentato a Dio, e insieme è confermata la nostra speranza che tutto ciò che abbiamo chiesto ci è concesso e certamente sarà compiuto: poiché ci è promesso da Dio, che non può mentire. Questo si accorda con ciò che abbiamo citato sopra: “Signore, fa’ ciò che chiediamo per amore del tuo nome, e non per amore di noi o della nostra giustizia.” I santi, parlando così, mostrano a quale fine pregano e confessano di essere indegni di ottenere alcunché se Dio non trova in sé stesso la ragione per concederlo; perciò tutta la loro fiducia è nella sola bontà di Dio, che egli ha per natura.


3:20:48 - Perfezione e sufficienza dell’orazione del Signore

(Nulla da aggiungere che non vi sia ricondotto).

Vediamo che tutto ciò che dobbiamo e che possiamo chiedere a Dio è descritto e contenuto in questa preghiera- regola e formulario del pregare- che ci è stata data dal nostro buon Maestro Gesù Cristo, il quale dal Padre è stato ordinato Dottore e che egli vuole sia l’unico ascoltato e ubbidito (Matteo 17:5). Egli è sempre stato la sapienza eterna in quanto Dio; e, in quanto fatto uomo, è stato il grande ambasciatore e messaggero di Dio verso le persone.

Questa preghiera è tanto perfetta che ogni altra cosa che vi si aggiunga-e che non vi si possa ricondurre-è contro Dio e non ci sarà mai concessa da lui. Qui infatti Cristo ci ha dichiarato tutto ciò che gli è gradito, tutto ciò che ci è necessario e tutto ciò che egli vuole darci. Perciò coloro che vogliono andare oltre e presumono di chiedere a Dio qualcosa che non sia compreso e inteso in questa preghiera: (1) vogliono aggiungere del loro alla sapienza di Dio (cosa blasfema); (2) non si accontentano della volontà di Dio e non si tengono sotto di essa; (3) non saranno esauditi, perché non pregano nella fede.

Che non possano pregare così nella fede è certissimo: qui infatti non hanno alcuna parola di Dio su cui appoggiarsi; e se la fede non si appoggia sulla Parola, non può esistere. Quindi coloro che, lasciata la regola del Maestro, si danno licenza di seguire nelle loro preghiere ciò che detta la fantasia, non solo non hanno Parola di Dio, ma per quanto possono le si oppongono.

Per questo Tertulliano ha parlato molto bene e propriamente chiamandola “preghiera legittima”, indicando tacitamente che tutte le altre sono irregolari e illecite.


3:20:49 - Non vincolo di sillabe, ma vincolo di sostanza

(Altre preghiere bibliche; unità di senso; nulla oltre la “somma” contenuta qui).

Non vogliamo però che ciò sia inteso come se dovessimo essere legati a questa preghiera in modo tale da non poter cambiarne una sillaba o usare altre parole nel pregare. Nella Scrittura infatti vi sono molte preghiere diverse nelle parole rispetto a questa, ma scritte dallo stesso Spirito, e il loro uso ci è molto utile. Molte altre sono suggerite continuamente ai fedeli dallo stesso Spirito, pur non essendo identiche nelle parole.

Noi insegniamo soltanto che nessuno deve cercare, attendere o richiedere altro se non ciò che è sommariamente compreso in questa preghiera. E benché la domanda sia diversa nelle parole, non deve variare nel senso. È certo che tutte le altre preghiere della Scrittura e quelle di cui i fedeli si servono si riconducono a questa. Non se ne può trovare un’altra che non solo possa esserle preferita, ma neppure equiparata nella perfezione: non vi è stato lasciato fuori nulla di ciò che si può pensare per la lode di Dio e nulla di ciò che la persona deve desiderare per il proprio vero bene. Tutto vi è compreso con tale pienezza che a tutti è tolta la speranza di inventare un formulario migliore. Ricordiamoci: è la dottrina della sapienza di Dio, che ha insegnato ciò che ha voluto e ha voluto ciò che era necessario.


3:20:50 - Ore di preghiera senza superstizione

(Prontezza in afflizione e gratitudine in prosperità; non legare Dio a tempo, luogo e modo; la volontà di Dio come “briglia” alla nostra).

E poiché -come si è detto- dobbiamo sempre sospirare e pregare senza cessare, avendo i nostri cuori elevati a Dio, tuttavia, poiché la nostra fragilità ha bisogno di molti aiuti e la nostra pigrizia ha grande bisogno di essere svegliata, è bene che ciascuno stabilisca per sé alcune ore, le quali non passino senza preghiera, e in cui tutta l’affezione del cuore sia pienamente applicata.

Per esempio: quando ci alziamo al mattino, prima di iniziare il lavoro e ciò che dobbiamo fare durante il giorno; quando è tempo di prendere il pasto e ricevere i beni di Dio; e dopo averlo preso; e quando, finito il lavoro del giorno, è tempo di riposare. Purché però non sia una superstiziosa osservanza delle ore, come se, avendo assolto in quei momenti il dovere verso Dio, avessimo poi “saldato” tutto il resto del tempo; ma che sia una disciplina per la nostra debolezza, esercitata e stimolata il più spesso possibile.

Soprattutto dobbiamo avere grande sollecitudine: ogni volta che siamo afflitti da qualche perplessità o incidente, o vediamo che altri lo sono, dobbiamo subito correre con il cuore a Dio invocando il suo aiuto. E non dobbiamo lasciar passare alcuna prosperità che ci accada-o che sappiamo accaduta ad altri-senza dichiarare, con lode e ringraziamento, di riconoscere la sua potenza e bontà.

Infine, in ogni preghiera dobbiamo guardarci con cura dal voler assoggettare o legare Dio a circostanze determinate, o dal fissargli e limitargli tempo, luogo, modo e maniera di compiere ciò che chiediamo. Come in questa preghiera siamo istruiti a non imporgli legge né condizioni, ma a lasciare tutto al suo beneplacito: perché ciò che farà sia fatto nel modo, nel tempo e nel luogo che gli sembrerà buono.

Per questo, prima di chiedergli qualcosa per noi e per le nostre necessità, gli domandiamo prima che sia fatta la sua volontà: così gli sottomettiamo già la nostra, affinché, trattenuta come da una briglia, non presuma di volerlo piegare a sé, ma lo costituisca Signore e Direttore di tutte le sue affezioni.


3:20:51 - Perseveranza nella preghiera: attendere il tempo di Dio

(Rimedio contro l’impazienza che “tenta” Dio)

Se, avendo così i nostri cuori formati in questa ubbidienza, permettiamo di essere governati dalle leggi della sua provvidenza divina, impareremo facilmente a perseverare nella preghiera e ad attendere con pazienza il Signore, rimandando i nostri desideri all’ora della sua volontà; certi da parte sua che, anche se egli non ci appare, tuttavia ci è sempre presente, e che a suo tempo mostrerà di non aver mai avuto orecchie sorde alle nostre preghiere, che agli occhi delle persone parevano da lui respinte e disprezzate.

Questo ci sarà di meravigliosa consolazione, affinché non ci desoliamo e non disperiamo, anche se talvolta Dio non ci soddisfa ai primi desideri, come sogliono fare coloro che, trasportati da un ardore veemente, invocano Dio in modo tale che, se al primo colpo egli non li visita e non dà loro subito aiuto, immaginano immediatamente che egli sia adirato e indignato contro di loro; e, perduta ogni speranza di essere esauditi, cessano di invocarlo. Al contrario, differendo la nostra speranza con buona moderazione, perseguiamo questa perseveranza che ci è tanto raccomandata nella Scrittura.

Infatti si vede spesso nei Salmi che Davide e gli altri fedeli, quando pare che non abbiano fatto altro che “battere l’acqua” pregando e che Dio abbia fatto il sordo, non desistono per questo dal pregare (Salmi 22:2). E in verità non si attribuisce alla Parola di Dio l’autorità che merita se non le si aggiunge fede, anche quando tutto ciò che si vede pare contrario.

Inoltre questo ci sarà un buon rimedio per guardarci dal tentare Dio, e dal provocarlo e irritarlo contro di noi con la nostra impazienza e importunità: come fanno coloro che non vogliono accordarsi con lui se non mercanteggiando con certi patti e condizioni; e quasi fosse servo e soggetto alle loro cupidigie, vogliono ridurlo sotto le leggi della loro domanda; alle quali, se egli non ubbidisce subito, essi si adirano, brontolano, parlano male, mormorano e si infuriano. A costoro, spesso, nella sua furia e indignazione egli concede e dà ciò che nella sua misericordia e nel suo favore nega e rifiuta ad altri. Ne abbiamo l’esempio nei figli d’Israele, ai quali sarebbe stato molto meglio non essere esauditi da Dio, che ottenere le carni e le quaglie che egli diede loro nella sua ira (Numeri 11:18, 33).


3:20:52 - Anche quando non “sentiamo” frutto

(La fede sa ciò che i sensi non colgono; Dio esaudisce spesso in modo diverso; necessità della pazienza nelle prove).

E se perfino alla fine, dopo lunga attesa, il nostro senso non può comprendere che abbiamo tratto profitto dalle nostre preghiere e non ne avverte alcun giovamento, nondimeno la fede ci assicurerà ciò che il senso non avrà potuto percepire: cioè che abbiamo ottenuto da Dio tutto ciò che è stato buono; poiché tanto spesso il Signore promette di prendersi cura delle nostre afflizioni che ci gravano, dopo che una volta gliele avremo esposte, e così farà sì che possediamo nella povertà ogni abbondanza, nell’afflizione ogni consolazione. Infatti, anche se tutto viene meno, il Signore Dio non ci verrà mai meno, poiché non può frustrare l’attesa e la pazienza dei suoi. Egli ci basterà da solo per ogni cosa, perché in sé contiene tutti i beni, che poi ci rivelerà nel giorno del suo giudizio, quando manifesterà pienamente il suo regno.

C’è inoltre da notare che, anche quando Dio ci concede subito le nostre preghiere, tuttavia non risponde secondo la forma espressa; ma, tenendoci “in sospeso” quanto all’apparenza, ci esaudisce in modo ammirabile e mostra che non lo abbiamo pregato invano. È ciò che intendeva Giovanni dicendo: “Se sappiamo che egli ci ascolta quando gli chiediamo qualcosa, sappiamo che abbiamo ottenuto le richieste che gli abbiamo domandate” (1 Giovanni 5:15). Sembra una freddezza superflua di parole, ma è una dichiarazione molto utile per avvertirci che, anche se Dio non ci accontenta e non ci gratifica nei nostri desideri, non per questo cessa di essere benigno e propizio verso di noi, cosicché la nostra speranza, appoggiandosi sulla sua Parola, non sarà mai frustrata.

Ai fedeli è tanto necessario sostenersi con questa pazienza, che nulla lo è di più. Non resisterebbero infatti, se non vi si appoggiassero. Poiché il Signore non usa prove leggere per mettere alla prova i suoi: non solo li esercita abbastanza duramente, ma spesso li riduce a necessità estreme e li lascia a lungo in esse, prima di dar loro gusto e sapore della sua dolcezza. E come dice Anna: prima di vivificare, egli mortifica; prima di mettere in vita, getta negli inferi (1 Samuele 2:6).

Che cosa potrebbero fare, essendo così afflitti, desolati e già mezzo morti, se non perdere ogni coraggio e cadere nella disperazione, se non fosse che questo pensiero li rialza: che sono guardati da Dio e che avranno buona uscita da tutto ciò che al presente soffrono e sopportano? E tuttavia, benché si appoggino su questa certezza, non cessano di pregare: perché, se nella nostra preghiera non vi è costanza di perseverare, la nostra preghiera non giova a nulla.


Riassunto del capitolo 3:20