Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 21
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III
Capitolo XXI - Dell’elezione eterna: mediante la quale Dio ha predestinato alcuni alla salvezza e altri alla condanna
3:21:1 - Utilità e necessità della dottrina dell’elezione
Ora, che il patto di vita non sia predicato in modo uguale a tutte le persone, e che, anche là dove è predicato, non sia accolto da tutte nello stesso modo, in questa diversità appare un segreto mirabile del giudizio di Dio. Non vi è alcun dubbio che tale varietà serva al suo beneplacito. Se dunque è cosa evidente che ciò avviene per la volontà di Dio - che la salvezza sia offerta ad alcuni e negata ad altri - da qui sorgono questioni grandi e profonde, che non possono essere risolte se non insegnando alle persone credenti ciò che devono ritenere riguardo all’elezione e alla predestinazione di Dio.
Questa materia appare molto intricata a molti, perché non trovano alcuna ragione per cui Dio predestini alcuni alla salvezza e altri alla morte. Ma risulterà dal seguito che essi stessi si avviluppano per mancanza di buon senso e di discernimento. Anzi, in questa oscurità che li spaventa, vedremo quanto questa dottrina non solo sia utile, ma anche dolce e saporita per il frutto che ne deriva. Infatti, non saremo mai persuasi come conviene che la fonte della nostra salvezza sia la misericordia gratuita di Dio, finché la sua elezione eterna non ci sia resa chiara: poiché essa illumina per contrasto la grazia di Dio, nel fatto che egli non adotta indistintamente tutte le persone nella speranza della salvezza, ma concede ad alcune ciò che nega ad altre.
Tutti confessano quanto l’ignoranza di questo principio diminuisca la gloria di Dio e quanto sottragga alla vera umiltà: cioè il non porre tutta la causa della nostra salvezza in Dio solo. Poiché questo è tanto necessario da conoscere, notiamo attentamente ciò che dice l’apostolo Paolo: che Dio è conosciuto rettamente solo quando si riconosce che egli elegge senza riguardo ad alcuna opera coloro che ha decretato in sé stesso. “Il residuo”, dice, “è stato salvato secondo l’elezione della grazia” (Romani 11:5). Se è per grazia, non è più per opere; altrimenti la grazia non sarebbe più grazia. Se è per opere, non è più grazia; altrimenti l’opera non sarebbe più opera.
Se è necessario che siamo ricondotti all’elezione di Dio per sapere che otteniamo la salvezza soltanto per la sua pura liberalità, coloro che cercano di attenuare questa dottrina oscurano, per quanto dipende da loro, ciò che dovrebbe essere celebrato e magnificato a piena voce, e strappano la radice dell’umiltà. L’apostolo Paolo testimonia chiaramente che, quando la salvezza del popolo è attribuita all’elezione gratuita di Dio, allora appare che egli salva, per il suo beneplacito, chi vuole, e non per rendere un salario che non può essere dovuto.
Coloro che chiudono la porta affinché non si osi avvicinarsi a gustare questa dottrina fanno torto non meno alle persone che a Dio: perché senza questo punto nulla basta a umiliarci debitamente, né sentiremo abbastanza profondamente quanto siamo obbligati a Dio. Cristo stesso ne è testimone, quando promette che tutto ciò che il Padre gli ha affidato non andrà perduto (Giovanni 10:28), affinché siamo resi saldi e liberati dal timore in mezzo a tanti pericoli e assalti mortali.
Da ciò dobbiamo ccogliere che tutti coloro che non si riconoscono come appartenenti al popolo particolare di Dio sono miseri, perché vivono in continuo tremore. E dunque coloro che chiudono gli occhi davanti a queste utilità e vogliono rovesciare questo fondamento pensano molto male al proprio bene e a quello di tutte le persone credenti. È anche da qui che procede l’esistenza stessa della Chiesa, la quale - come dice molto bene Bernardo - non potrebbe essere trovata né riconosciuta tra le creature, poiché in modo mirabile è nascosta nel seno della beata predestinazione e sotto la massa della dannazione degli esseri umani.
Ma prima di entrare più a fondo in questo argomento, mi è necessario fare una prefazione rivolta a due tipi di persone. Poiché questa disputa sulla predestinazione è in sé alquanto oscura, la curiosità umana l’ha resa ancora più intricata e pericolosa. L’intelletto umano infatti non sa frenarsi, ma si smarrisce in lunghi giri e si eleva troppo in alto, desiderando - se fosse possibile - non lasciare nulla di segreto a Dio. Poiché vediamo molti cadere in questa audacia, anche persone altrimenti non malvagie, è necessario ammonirle su come debbano comportarsi in questa materia.
Anzitutto ricordino che, quando indagano sulla predestinazione, entrano nel santuario della sapienza divina. Chi vi si introduce con eccessiva sicurezza non riuscirà mai a saziare la propria curiosità e finirà in un labirinto senza uscita. Non è giusto che le cose che Dio ha voluto rimanessero nascoste siano passate al setaccio dagli esseri umani, né che l’altezza della sua sapienza, che egli ha voluto fosse adorata piuttosto che compresa, sia sottomessa al giudizio umano. I segreti della sua volontà che ha ritenuto opportuno comunicarci, egli li ha attestati nella sua Parola. E ha ritenuto opportuno comunicarci tutto ciò che ha visto essere per noi utile e vantaggioso.
3:21:2 - La Scrittura come unico limite legittimo della conoscenza
“Siamo entrati nella via della fede”, dice Agostino; “restiamovi saldamente: essa ci condurrà fino alla camera del Re celeste, dove sono nascosti tutti i tesori della scienza e della sapienza”. Il Signore Gesù non portava invidia ai suoi apostoli, quando diceva loro: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma non sono per ora alla vostra portata” (Giovanni 16:12). Dobbiamo camminare, progredire e crescere, affinché i nostri cuori diventino capaci di ciò che ora non comprendiamo. Se la morte ci sorprende mentre siamo in cammino, conosceremo fuori di questo mondo ciò che non abbiamo potuto conoscere qui.
Se questa considerazione prende dimora in noi - cioè che la Parola di Dio è l’unica via per indagare legittimamente ciò che possiamo conoscere di lui, e l’unica luce per contemplare ciò che ci è lecito vedere - essa ci tratterrà facilmente da ogni temerarietà. Sapremo infatti che, uscendo dai confini della Scrittura, cammineremo fuori strada e nelle tenebre, e non potremo che errare, inciampare e cadere a ogni passo.
Teniamo dunque soprattutto presente questo: che non è follia minore cercare una conoscenza della predestinazione diversa da quella che ci è data nella Parola di Dio, che voler camminare su rocce inaccessibili o vedere nelle tenebre. E non vergogniamoci di ignorare qualcosa in una materia in cui vi è un’ignoranza più dotta del sapere. Siamo piuttosto lieti di astenerci dal desiderare una scienza la cui ricerca è folle, pericolosa e persino perniciosa.
Se la curiosità del nostro intelletto ci sollecita, teniamo sempre a portata di mano questa sentenza per reprimerla: “Come non è bene mangiare troppo miele, così non è gloria cercare la propria gloria” (Proverbi 25:27). Nulla infatti serve meglio a distoglierci da questa audacia che vedere come essa non possa produrre altro che rovina.
3:21:3 - Contro la falsa modestia che sopprime la dottrina
Vi sono altri che, volendo rimediare a questo male, cercano quasi di seppellire ogni memoria della predestinazione; almeno ammoniscono di guardarsi dall’indagarla, come se fosse cosa pericolosa. Sebbene questa modestia - di non accostarsi ai misteri di Dio se non con grande sobrietà - sia lodevole, tuttavia, poiché essi scendono troppo in basso, non giovano affatto agli spiriti umani, che non si lasciano così facilmente imbrigliare.
Per mantenere una giusta misura, dobbiamo tornare alla Parola di Dio, nella quale abbiamo una regola sicura di conoscenza. La Scrittura è la scuola dello Spirito Santo: come nulla vi è omesso che sia salutare e utile da conoscere, così nulla vi è insegnato che non sia opportuno sapere. Dobbiamo dunque guardarci dall’impedire alle persone credenti di indagare ciò che la Scrittura insegna sulla predestinazione, affinché non sembri che vogliamo privarle del bene che Dio ha loro comunicato, o accusare lo Spirito Santo di aver pubblicato ciò che sarebbe stato meglio tacere.
Permettiamo dunque alla persona cristiana di aprire orecchie e intelletto a tutta la dottrina che Dio le rivolge, purché conservi sempre questa temperanza: che, quando vede la bocca di Dio chiusa, chiuda anch’essa la via dell’indagine. Questa sarà una buona barriera di sobrietà: seguire Dio mentre insegna, e cessare di voler comprendere quando egli pone fine all’insegnamento.
Il pericolo che costoro temono non è di tale importanza da doverci impedire di prestare ascolto a Dio in tutto ciò che dice. È notevole la sentenza di Salomone: “La gloria di Dio è nascondere una cosa” (Proverbi 25:2). Ma poiché la pietà e il buon senso mostrano che non si deve intendere questo in senso assoluto, occorre fare una distinzione, affinché, sotto il pretesto della modestia, non ci compiaciamo di un’ignoranza brutale.
Mosè distingue chiaramente: “Le cose occulte appartengono all'Eterno, al nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre” (Deuteronomio 29:29). Egli esorta il popolo ad applicarsi alla dottrina della Legge, perché Dio ha voluto renderla pubblica; e tuttavia lo trattiene entro i limiti dell’insegnamento dato, perché non è lecito alle persone mortali introdursi nei segreti di Dio.
3:21:4 - La dottrina non va taciuta per timore dei blasfemi
Confesso che i malvagi e i blasfemi trovano subito in questa materia della predestinazione occasione per criticare, cavillare, ringhiare o deridere. Ma se temiamo la loro insolenza, dovremmo tacere i principali articoli della fede, poiché quasi nessuno di essi sfugge alle loro bestemmie. Uno spirito ribelle non si scandalizza meno quando sente dire che in un’unica essenza divina vi sono tre persone, che quando ode che Dio ha previsto, nel creare l’essere umano, ciò che gli sarebbe accaduto. Né mancheranno di deridere quando si dirà che il mondo è stato creato da non molto tempo, chiedendo come mai la potenza di Dio sia rimasta inattiva così a lungo.
Dovremmo forse, per reprimere tali sacrilegi, tacere la divinità di Cristo e dello Spirito Santo? O la creazione del mondo? Al contrario, la verità di Dio è così potente, qui come altrove, da non temere la maldicenza degli empi. Agostino lo dimostra molto bene nel trattato Del dono della perseveranza. I falsi apostoli, diffamando la dottrina di Paolo, non riuscirono a farlo vergognare.
Che alcuni ritengano questa disputa pericolosa anche tra le persone credenti - perché contraria alle esortazioni, perché scuote la fede, perché turba e abbatte i cuori - è un’obiezione frivola. Agostino non nasconde che gli veniva rimproverato di predicare troppo liberamente la predestinazione, ma confuta facilmente tali accuse.
Per ora chiedo a tutte le persone in generale di non cercare ciò che Dio ha voluto rimanesse nascosto, e di non trascurare ciò che ha manifestato, affinché non siamo condannati né per eccessiva curiosità né per ingratitudine. È molto buona la sentenza di Agostino: possiamo seguire con sicurezza la Scrittura, che si adatta alla nostra debolezza come una madre all’infermità del suo bambino quando gli insegna a camminare.
Quanto a coloro che vorrebbero abolire del tutto la predestinazione per non turbare le anime deboli, con quale colore, vi prego, maschereranno il loro orgoglio? Poiché implicitamente accusano Dio di stolta imprudenza, come se non avesse previsto il pericolo che essi credono saggiamente di evitare. Chi rende odiosa la dottrina della predestinazione parla apertamente contro Dio, come se egli avesse pubblicato per errore ciò che non può che essere nocivo alla Chiesa.
3:21:5 - Elezione e prescienza: distinzione necessaria
Chiunque voglia essere ritenuto persona timorata di Dio non oserà negare apertamente la predestinazione, mediante la quale Dio ha ordinato alcuni alla salvezza e altri alla dannazione eterna. Tuttavia molti la eludono con cavilli, soprattutto coloro che vogliono fondarla sulla prescienza. Noi diciamo che Dio prevede tutte le cose come le dispone; ma confondere questo con l’affermare che egli elegge o rigetta in base a ciò che prevede è un grave errore.
Quando attribuiamo a Dio la prescienza, intendiamo che tutte le cose sono sempre state e restano eternamente presenti al suo sguardo, così che nulla è per lui futuro o passato. Egli non le contempla come immagini, ma le vede realmente come presenti. Questa prescienza si estende a tutto il mondo e a tutte le creature.
Chiamiamo predestinazione il consiglio eterno di Dio, mediante il quale ha determinato ciò che voleva fare di ogni persona. Non le crea tutte nella medesima condizione, ma ordina alcune alla vita eterna e altre alla dannazione eterna. Così, in base al fine per cui ciascuno è creato, diciamo che è predestinato alla vita o alla morte.
Dio ha dato testimonianza di questa predestinazione non solo nei singoli, ma in tutta la discendenza di Abramo, posta come esempio per mostrare che è suo diritto ordinare, secondo il suo beneplacito, la condizione di ogni popolo. Quando l’Altissimo divise le nazioni e distribuì i figli di Adamo, la sua porzione fu il popolo d’Israele (Deuteronomio 32:8). In Abramo, come in un tronco secco e morto, fu scelto un popolo e separato dagli altri. La causa non appare, se non per abbattere ogni motivo di vanto e mostrare che tutta la dignità d’Israele risiede nell’amore gratuito di Dio.
Mosè lo ripete più volte: Dio non li ha scelti perché fossero più numerosi, ma perché li ha amati (Deuteronomio 7:8). Il cielo e la terra appartengono al Signore, eppure egli ha preso piacere nei loro padri (Deuteronomio 10:14-15). Essi sono un popolo particolare (Deuteronomio 23:5), protetto dall’amore di Dio. I fedeli lo confessano: “Egli ha scelto per noi la nostra eredità” (Salmi 47:4). Nulla è attribuito al merito umano, neppure a Giacobbe.
Dio rimprovera spesso Israele per non aver meritato tale onore, essendo un popolo di dura cervice (Deuteronomio 9:6). I profeti ricordano questa elezione per umiliarli. Coloro che vogliono fondare l’elezione sulla dignità umana non possono replicare: Dio stesso dichiara di aver scelto un popolo piccolo, disprezzato e perverso.
Questo principio dell’elezione gratuita è richiamato quando Israele è esortato alla gratitudine e alla fiducia: “È lui che ci ha fatti, e non noi stessi” (Salmi 100:3). La negazione non è superflua: serve a escludere ogni pretesa umana. Così anche altrove: “Beata la nazione il cui Dio è l'Eterno” (Salmi 33:12). La terra promessa è segno visibile dell’elezione segreta.
Talvolta il termine “eleggere” si applica anche ai segni storici dell’elezione, come in Isaia 14:1; Isaia 41:9; Zaccaria 2:12, senza che l’elezione eterna venga meno.
3:21:6 - Il secondo grado dell’elezione all’interno del popolo eletto
Aggiungiamo ora un secondo grado di elezione, più ristretto, affinché la grazia speciale di Dio risplenda ancor più. Dio ha rigettato alcuni della discendenza di Abramo e ne ha conservati altri nella sua Chiesa, per mostrare che li considerava suoi. Ismaele era inizialmente uguale a Isacco, avendo ricevuto la circoncisione; tuttavia fu escluso. Poi Esaù, poi una moltitudine infinita.
La promessa passò in Isacco (Genesi 21:12), poi in Giacobbe. Saul fu riprovato (1 Samuele 15:23). Dio scelse Giuda e non Efraim (Salmi 78:67-68). Questi cambiamenti mostrano il segreto mirabile della grazia divina.
Confesso che Ismaele ed Esaù caddero per loro colpa, ma resta vero che Dio li aveva preferiti al resto del mondo, come dice il Salmo 147:20. Notiamo dunque due gradi: già nell’elezione di Israele Dio non è obbligato a nulla; l’ineguaglianza mostra che la sua bontà è veramente gratuita.
Malachia lo sottolinea: Esaù era fratello di Giacobbe, eppure Dio ha amato Giacobbe e odiato Esaù (Malachia 1:2-3). Israele è doppiamente colpevole di ingratitudine.
3:21:7 - Elezione particolare, Cristo e certezza della salvezza
Sebbene sia stato chiarito che Dio elegge secondo il suo consiglio segreto, l’elezione gratuita non è ancora pienamente esposta finché non si considerano le persone singole, alle quali Dio non solo offre la salvezza, ma ne assegna una certezza tale che l’esito non resta sospeso. Queste sono comprese nella “semenza unica” di cui parla Paolo (Romani 9:8; Galati 3:16).
Molti discendenti di Abramo furono recisi come membra corrotte; perciò, affinché l’elezione sia ferma ed efficace, bisogna risalire al capo, Cristo, mediante il quale il Padre ha unito a sé gli eletti. Uniti al loro capo, essi non possono mai essere recisi dalla salvezza.
Paolo osserva che solo un residuo appartiene veramente a Cristo (Romani 11:5). La vocazione esterna senza l’efficacia segreta dello Spirito è una grazia intermedia tra la riprovazione generale e l’elezione dei veri figli di Dio. Non tutti coloro che sono chiamati esteriormente ricevono lo Spirito di rigenerazione.
L’adozione comune di Israele era un’immagine visibile di un bene più grande, riservato agli eletti veri. Per questo Paolo distingue i figli secondo la carne dai figli spirituali (Romani 9:7-8). Non era vano essere figli di Abramo, ma il consiglio immutabile di Dio ha dispiegato la sua efficacia solo nei figli spirituali.
Concludiamo dunque, come mostra chiaramente la Scrittura: Dio ha decretato una volta per tutte, con il suo consiglio eterno e immutabile, chi voleva salvare e chi voleva destinare alla perdizione. Questo consiglio, quanto agli eletti, è fondato sulla sua misericordia senza riguardo a dignità umane. Quanto ai reprobi, l’accesso alla vita è loro chiuso secondo un giudizio occulto ma giusto.
La vocazione degli eletti è segno della loro elezione; la giustificazione ne è un’ulteriore conferma, fino alla gloria che ne è il compimento. Al contrario, privando i reprobi della conoscenza della sua Parola o della santificazione del suo Spirito, Dio manifesta quale sarà la loro fine. Tralascerò molte fantasie inventate per rovesciare la predestinazione, e mi limiterò a considerare le obiezioni che possono sorgere tra persone istruite o semplici, o che sembrano mettere in dubbio la giustizia di Dio.
Riassunto del capitolo 3:21