Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 22
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III
Capitolo XXII
Conferma di questa dottrina mediante testimonianze della Scrittura
3:22:1 - L’elezione non fondata sulla prescienza dei meriti
Ciò che abbiamo detto non è privo di contraddizione presso molti, e soprattutto per quanto riguarda l’elezione gratuita dei fedeli. Essi infatti ritengono che Dio scelga tra gli esseri umani questo o quello, secondo quanto prevede che saranno i meriti di ciascuno; e che quindi adotti coloro che egli prevede non essere indegni della sua grazia, mentre lascia nella loro condanna quelli che conosce come inclini alla malizia e all’empietà. Così costoro fanno della prescienza di Dio come di un velo, non solo per oscurare la sua elezione, ma per far credere che essa tragga origine da altrove.
Questa opinione è comunemente accolta, non soltanto dal popolo semplice, ma anche da coloro che si reputano dotti; e di fatto vi sono sempre stati uomini rinomati che l’hanno seguita. Lo riconosco apertamente, affinché non si pensi che, appellandosi ai loro nomi, si sia fatto un grande progresso contro la verità; la quale in questo punto è così certa da non poter essere scossa, e così manifesta da non poter essere oscurata dall’autorità degli esseri umani.
Vi sono anche alcuni che, non essendo esercitati nella Scrittura, non meritano alcun credito né reputazione, e tuttavia sono tanto più audaci e temerari nel diffamare una dottrina che ignorano; e non è giusto che una tale arroganza sia tollerata. Essi intentano causa a Dio, perché, scegliendo alcuni secondo la sua volontà, lascia gli altri. Ma poiché è noto che la cosa sta così, che cosa otterranno contendendo e borbottando contro Dio?
Noi non diciamo nulla che non sia confermato dall’esperienza: Dio è sempre stato libero di fare grazia a chi gli è parso bene. Non chiederò loro per quale motivo la discendenza di Abramo sia stata preferita a tutte le nazioni, benché sia evidente che ciò avvenne per un privilegio la cui causa non può essere trovata fuori di Dio. Ma anche concedendo loro questo, rispondano almeno al perché essi siano esseri umani piuttosto che buoi o asini: poiché, essendo in potere di Dio farli cani, li ha invece formati a sua immagine.
Permetteranno forse agli animali bruti di lamentarsi della loro condizione, accusando Dio come se si fosse comportato crudelmente verso di loro? Certamente non vi è maggiore ragione perché gli esseri umani godano della prerogativa che hanno ottenuto senza alcun merito, di essere persone, di quanta ve ne sia perché sia lecito a Dio distribuire diversamente i suoi benefici secondo il giudizio che gli è proprio.
Se poi si passa alle persone, ambito nel quale l’ineguaglianza è loro più odiosa, almeno dovrebbero tremare quando viene loro posto davanti l’esempio di Gesù Cristo; e così essere un poco frenati, per non ciarlare con tanta sfrontatezza di un mistero così alto.
Ecco un uomo mortale, concepito dalla stirpe di Davide: con quali virtù diranno che abbia meritato di essere, già nel grembo della madre vergine, capo degli angeli, Figlio unigenito di Dio, immagine e gloria del Padre, luce, giustizia e salvezza del mondo? Sant’Agostino ha saggiamente considerato questo: che nel capo della Chiesa abbiamo uno specchio chiarissimo dell’elezione gratuita, affinché non ci sembri strano il medesimo fatto nelle membra; vale a dire che il Signore Gesù non è stato fatto Figlio di Dio per una vita ben vissuta, ma che un tale onore gli è stato dato affinché rendesse gli altri partecipi dei suoi doni.
Se qualcuno domandasse perché gli altri non siano ciò che egli è, perché noi siamo separati da lui da una distanza così grande, perché noi siamo corrotti mentre egli è la purezza stessa, parlando in questo modo non manifesterebbe soltanto la propria stoltezza, ma anche la propria impudenza. E se questi individui continuano a voler togliere a Dio la libertà di eleggere o riprovare chi gli piace, che prima spoglino Gesù Cristo di ciò che gli è stato dato.
Ora bisogna ascoltare attentamente ciò che la Scrittura pronuncia riguardo a ciascuno. Certamente san Paolo, insegnando che siamo stati eletti in Cristo prima della creazione del mondo (Efesini 1:4), toglie ogni considerazione della nostra dignità: è come se dicesse che, poiché nella stirpe universale di Adamo il Padre celeste non trovava nulla degno della sua elezione, ha rivolto lo sguardo al suo Cristo, per eleggere come membra del suo corpo coloro che voleva ricevere alla vita.
Pertanto, questo sia stabilito tra i fedeli: Dio ci ha adottati in Cristo come suoi eredi, perché in noi stessi non eravamo capaci di una tale eccellenza. Lo afferma anche altrove, quando esorta i Colossesi a rendere grazie a Dio per averli resi idonei a partecipare all’eredità dei santi (Colossesi 1:12). Se l’elezione di Dio precede questa grazia, mediante la quale egli ci rende idonei a ottenere la gloria della vita futura, che cosa potrà trovare in noi che lo abbia mosso a eleggerci?
Questo punto è espresso ancora più chiaramente da un’altra affermazione: “Dio ci ha eletti prima della fondazione del mondo, secondo il beneplacito della sua volontà” (Efesini 1:4), affinché fossimo santi, irreprensibili e immacolati davanti a lui. Egli oppone il beneplacito di Dio a tutti i meriti che si potrebbero immaginare.
3:22:2 - L’elezione antecedente a ogni dignità umana
Affinché la prova sia più certa, è necessario esaminare questo passo più da vicino, poiché, una volta ben congiunte le sue parti, esso non lascia alcun dubbio. Parlando degli eletti, è certo che l’apostolo si rivolge ai fedeli, come egli stesso subito chiarisce. Perciò coloro che deviano questa affermazione, come se san Paolo magnificasse una grazia concessa in generale all’epoca in cui l’Evangelo è stato predicato, si costruiscono una spiegazione troppo grossolana.
Inoltre, quando san Paolo afferma che i fedeli sono stati eletti prima che il mondo fosse creato, egli abbatte ogni considerazione di dignità. Quale differenza vi potrebbe infatti essere tra coloro che non erano ancora nati e che, alla nascita, sarebbero stati uguali in Adamo?
Quando poi aggiunge che essi sono stati eletti in Cristo, ne consegue che ciascuno è eletto fuori di sé stesso e, inoltre, che gli uni sono separati dagli altri, poiché è evidente che non tutti sono membra di Gesù Cristo. Ciò che segue - che essi sono stati eletti affinché fossero santi - distrugge l’errore già menzionato, cioè che l’elezione derivi dalla prescienza. Queste parole infatti affermano con forza che tutto il bene e la virtù presenti nelle persone sono frutto ed effetto dell’elezione.
Se si domanda una causa più alta del perché alcuni siano eletti piuttosto che altri, san Paolo risponde che Dio li ha predestinati secondo il beneplacito della sua volontà. Con queste parole egli annienta tutti i mezzi che gli esseri umani immaginano di avere in sé stessi per essere eletti: dichiara infatti che tutti i benefici che Dio ci concede per la vita spirituale scaturiscono da questa fonte, cioè che egli ha eletto coloro che ha voluto, e che prima ancora che fossero nati ha preparato e riservato per loro la grazia che intendeva concedere.
3:22:3 - Il beneplacito di Dio esclude ogni merito
Ovunque regna questo beneplacito di Dio, nessuna opera entra in considerazione. È vero che l’apostolo non sviluppa qui questo punto, ma bisogna intendere il confronto come egli lo spiega altrove: “Egli ci ha chiamati con una santa vocazione, non secondo le nostre opere, ma secondo il suo proponimento e la grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità” (2 Timoteo 1:9).
Ho già mostrato che le parole che egli aggiunge subito dopo - “affinché fossimo santi e immacolati” - ci liberano da ogni scrupolo. Infatti, se diciamo che Dio ci ha eletti perché prevedeva che saremmo stati santi, capovolgiamo l’ordine stabilito da san Paolo. Possiamo dunque argomentare con sicurezza in questo modo: poiché Dio ci ha eletti affinché fossimo santi, non lo ha fatto perché prevedeva che saremmo stati tali; poiché queste due cose sono incompatibili: che i fedeli ricevano la loro santità dall’elezione e che, grazie a tale santità, siano stati eletti.
La sofisticheria alla quale costoro ricorrono sempre non vale nulla in questo caso: ossia che, sebbene Dio non ricompensi con l’elezione meriti precedenti, tuttavia conferisca l’elezione in vista di meriti futuri. Quando infatti si dice che i fedeli sono stati eletti affinché fossero santi, è chiaramente indicato che tutta la santità che essi dovevano avere trae origine e inizio dall’elezione. E come potrebbe essere coerente che ciò che è prodotto dall’elezione ne sia la causa?
L’apostolo rafforza ulteriormente quanto detto, aggiungendo che Dio ci ha eletti secondo il decreto della sua volontà, che egli aveva stabilito in sé stesso. Questo equivale a dire che egli non ha considerato nulla al di fuori di sé nel prendere tale decisione. Perciò aggiunge subito dopo che tutta la somma della nostra elezione deve essere ricondotta a questo fine: che noi siamo a lode della grazia di Dio. Ora, la grazia di Dio non meriterebbe di essere l’unica esaltata nella nostra elezione, se questa non fosse gratuita. E non sarà gratuita se Dio, nell’eleggere i suoi, tiene conto delle opere che ciascuno compirà.
Pertanto, ciò che Cristo disse ai suoi discepoli risulta vero per tutti i fedeli: “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi” (Giovanni 15:16). Con queste parole egli non solo esclude ogni merito precedente, ma indica anche che essi non avevano nulla in sé stessi per cui dovessero essere eletti, se non che egli li aveva prevenuti con la sua misericordia. In questo senso va intesa anche l’affermazione di san Paolo: “Chi gli ha dato per primo, e gli sarà restituito?” (Romani 11:35). Egli intende mostrare che la bontà di Dio precede talmente gli esseri umani da non trovare in loro nulla, né nel passato né nel futuro, che possa appartenerle.
3:22:4 - L’esempio di Giacobbe ed Esaù
Inoltre, nell’epistola ai Romani, dove l’apostolo affronta questo argomento più dall’alto e lo sviluppa più ampiamente, egli afferma che non tutti coloro che discendono da Israele sono Israele (Romani 9:6). Infatti, sebbene tutti fossero benedetti per diritto ereditario, non tutti sono giunti ugualmente a questa successione.
L’origine della disputa nasceva dall’orgoglio e dalla falsa vanteria del popolo giudaico: attribuendosi il nome di Chiesa, essi volevano che ci si fermasse a loro e che non si credesse all’Evangelo se non con il loro consenso. Così oggi i papisti sarebbero ben disposti a collocarsi al posto di Dio sotto l’ombra del nome di Chiesa, di cui si ornano.
San Paolo, pur concedendo che la discendenza di Abramo sia santa a motivo dell’alleanza, sostiene tuttavia che vi sono molti estranei; non soltanto perché si sono corrotti degenerando dai loro padri, ma perché l’elezione speciale di Dio è superiore a tutto e solo essa ratifica l’adozione. Se alcuni fossero stati stabiliti nella speranza della salvezza per la loro pietà e altri ne fossero stati esclusi per la loro sola ingratitudine e ribellione, san Paolo parlerebbe in modo goffo e insensato, richiamando i lettori all’elezione segreta, che in tal caso non sarebbe pertinente.
Ma se è la volontà di Dio - la cui causa non appare al di fuori di lui e non è lecito cercare altrove - a distinguere i figli d’Israele gli uni dagli altri, è folle immaginare che la condizione di ciascuno abbia origine in ciò che essi possiedono in sé stessi.
San Paolo prosegue introducendo l’esempio di Giacobbe ed Esaù. Sebbene entrambi fossero figli di Abramo e racchiusi nel grembo della loro madre, il trasferimento del diritto di primogenitura a Giacobbe fu un mutamento straordinario; e tuttavia l’apostolo sostiene che in questo si manifestò l’elezione dell’uno e la riprovazione dell’altro.
Quando si chiede l’origine e la causa di ciò, i sostenitori della prescienza la pongono tanto nei vizi quanto nelle virtù: ritengono infatti di poter dire che Dio, nella persona di Giacobbe, ha mostrato di eleggere coloro che sono degni della sua grazia, e nella persona di Esaù di riprovare coloro che ne sono indegni. Ma vediamo che cosa dice san Paolo al contrario: “Prima che i due gemelli fossero nati e avessero fatto alcunché di bene o di male, affinché il proposito di Dio secondo l’elezione rimanesse fermo, non in base alle opere, ma a colui che chiama, fu detto: Il maggiore servirà il minore; come è scritto: Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù” (Romani 9:11).
Se la prescienza avesse avuto qualche valore nel distinguere i due, a che scopo sarebbe stato menzionato il tempo? Se si supponesse che Giacobbe sia stato eletto perché tale dignità gli sarebbe stata acquisita dalle sue future virtù, perché san Paolo avrebbe detto che non era ancora nato? E avrebbe aggiunto inutilmente che nessuno dei due aveva fatto né bene né male. L’apostolo invece scioglie perfettamente il nodo affermando che l’adozione non proviene dalle opere, ma dalla vocazione di Dio.
3:22:5 - La gratuità assoluta dell’elezione
Che cosa potranno dunque addurre, per oscurare queste parole, coloro che attribuiscono qualche ruolo alle opere nella nostra elezione, siano esse precedenti o future? Essi sovvertono completamente quanto afferma l’apostolo: che la differenza tra i due fratelli non dipende da alcuna considerazione delle opere, ma dalla pura vocazione di Dio, il quale ha deciso ciò che doveva accadere prima ancora che essi nascessero.
Questa sottigliezza dei sofisti non sarebbe sfuggita a san Paolo, se avesse avuto qualche fondamento. Ma poiché egli sapeva che Dio non può prevedere nulla di buono nell’essere umano se non ciò che egli stesso ha deciso di concedergli mediante la grazia della sua elezione, lascia cadere questa perversa opinione che antepone le buone opere alla loro causa e origine.
Abbiamo dunque le affermazioni dell’apostolo: che la salvezza dei fedeli è fondata sul beneplacito dell’elezione di Dio e che tale favore non è ottenuto mediante opere, ma proviene dalla sua bontà gratuita. Abbiamo anche, come in uno specchio, un’immagine che ce lo rappresenta chiaramente: Esaù e Giacobbe sono fratelli, generati dagli stessi genitori e nello stesso grembo; mentre sono ancora nel ventre materno, tutto è uguale in entrambi; tuttavia il giudizio di Dio li distingue, eleggendone uno e rigettando l’altro.
Non vi era che il diritto di primogenitura che avrebbe potuto far preferire l’uno all’altro; eppure anche questo viene messo da parte, e ciò che è negato al primogenito viene dato al secondogenito. Anzi, in molti altri casi sembra che Dio abbia deliberatamente disprezzato la primogenitura, per togliere alla carne ogni motivo di gloria: rigettando Ismaele, pone il suo affetto su Isacco; abbassando Manasse, preferisce Efraim (Genesi 48:19).
3:22:6 - La primogenitura come segno visibile dell’elezione e il senso biblico della “prescienza”
Se qualcuno replicasse che non bisogna trarre conclusioni sulla vita eterna da cose inferiori e di poco conto, e che sarebbe una burla dedurre che colui che è stato innalzato all’onore della primogenitura sia stato per ciò stesso adottato nell’eredità celeste - come fanno molti, che non risparmiano neppure san Paolo, dicendo che egli avrebbe abusato delle testimonianze della Scrittura applicandole a questa materia - io rispondo, come ho detto sopra, che l’apostolo non ha parlato così inconsideratamente, né ha voluto piegare in altro senso i testi della Scrittura; ma vedeva ciò che tali persone non possono considerare: vale a dire che Dio ha voluto, mediante un segno corporeo, figurare l’elezione spirituale di Giacobbe, la quale altrimenti era nascosta nel suo consiglio segreto.
Infatti, se non riconduciamo alla vita futura la primogenitura data a Giacobbe, la benedizione che egli ricevette sarebbe del tutto ridicola, poiché non ne avrebbe ricavato altro che miseria e calamità, l’esilio dal paese natale e molte angosce. San Paolo dunque, vedendo che Dio con quella benedizione esteriore aveva testimoniato a suo servitore una benedizione permanente e non caduca, preparata nel regno dei cieli, non esitò a trarre argomento dal fatto che Giacobbe aveva ricevuto la primogenitura per provare che egli era stato eletto da Dio.
Dobbiamo anche ricordare che la terra di Canaan è stata un pegno dell’eredità dei cieli. Perciò non si deve dubitare che Giacobbe sia stato incorporato in Gesù Cristo per essere compagno degli angeli in una medesima vita. Giacobbe dunque è eletto, Esaù ripudiato; e sono distinti dall’elezione di Dio, benché non differissero affatto per meriti.
Se si domanda la causa, san Paolo la presenta così: che a Mosè fu detto: “Avrò pietà di chi avrò pietà, e userò misericordia a chi userò misericordia” (Romani 9:15; Esodo 33:19). E che cosa significa ciò? Certamente il Signore dichiara apertamente che non trova in noi alcuna ragione per farci del bene, ma che attinge tutto dalla sua misericordia, poiché è opera propria sua la salvezza dei suoi.
Poiché Dio fonda la tua salvezza in sé soltanto, perché discenderai a te stesso? E poiché ti assegna la sola sua misericordia come causa totale, perché ti volgerai ai tuoi meriti? E poiché vuole trattenere ogni tuo pensiero nella sua sola bontà, perché lo convertirai in parte a considerare le tue opere?
Perciò bisogna venire a quella piccola porzione di popolo che san Paolo, in un altro passo, dice essere stata “preconosciuta” da Dio (Romani 11:2): non come immaginano certi agitatori, che Dio preveda tutto stando ozioso e senza intervenire in nulla, ma secondo il senso in cui questa parola è spesso usata nella Scrittura. Quando san Pietro dice negli Atti che Gesù fu consegnato alla morte “secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio” (Atti 2:23), egli non presenta Dio come uno spettatore che contempla in ozio, ma come autore della nostra salvezza. Ne segue che la sua prescienza implica l’intervenire e il porre mano all’opera.
Lo stesso apostolo, dicendo che i fedeli ai quali scrive sono “eletti secondo la prescienza di Dio” (1 Pietro 1:2), esprime con questa parola la predestinazione, mediante la quale Dio si è scelto figli quali ha voluto. E aggiungendo il nome di “proposito” come sinonimo, non fa altro che avvertire che Dio non esce mai da sé stesso per cercare altrove la causa della nostra salvezza, poiché tale termine indica una determinazione ferma e stabilita.
In questo senso egli dice nello stesso capitolo che Gesù Cristo è l’Agnello “preconosciuto” prima della creazione del mondo (1 Pietro 1:20; Galati 1:15, 16). Infatti non vi sarebbe nulla di più scialbo e freddo che dire che Dio abbia soltanto guardato dall’alto da dove dovesse venire la salvezza del genere umano.
Così, “il popolo preconosciuto” vale quanto una piccola porzione mescolata in una grande folla che pretende falsamente il nome di Dio. San Paolo, per abbattere la vanteria di coloro che si coprono del titolo esteriore come di una maschera per usurpare un posto onorevole nella Chiesa, dice che “il Signore conosce quelli che sono suoi” (2 Timoteo 2:19). Egli distingue dunque un duplice popolo: l’uno è tutta la discendenza di Abramo; l’altro è una parte tratta da essa, che Dio si riserva come un tesoro nascosto, non esposto alla vista delle persone.
E non c’è dubbio che egli prenda ciò da Mosè, il quale dice che Dio farà misericordia a chi vorrà, anche in mezzo a quel popolo eletto, benché la loro condizione fosse, in apparenza, eguale. Come se dicesse: benché l’adozione fosse comune in quel popolo, tuttavia Dio si era riservato una grazia particolare, come un tesoro singolare, verso quelli a cui gli sarebbe piaciuto; e che l’alleanza comune non impedisce che egli separi dal rango comune un piccolo numero di eletti.
E volendo mostrarsi ministro e dispensatore in piena libertà, dichiara espressamente che non farà misericordia a questo piuttosto che a quello, se non perché gli piace così fare. Poiché, se la misericordia si presentasse solo a coloro che la cercano, è vero che essi non ne verrebbero respinti; ma allora essi prevengono o acquistano in parte quel favore del quale Dio si riserva tutta la lode.
3:22:7 - La testimonianza di Cristo: il Padre dona, il Figlio custodisce, la fede segue l’elezione
Ascoltiamo ora ciò che pronuncia su tutta questa questione il sovrano Maestro e Giudice. Vedendo tanta durezza nei suoi uditori, che quasi non traevano profitto e che la sua dottrina era quasi inutile, per rimediare allo scandalo che i deboli ne avrebbero potuto concepire, egli esclama: “Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me; e questa è la volontà del Padre: che di tutto ciò che egli mi ha dato io non perda nulla” (Giovanni 6:37, 39).
Notate bene: quando siamo affidati alla protezione del Signore Gesù, ciò procede dal dono del Padre; e questo ne è il vero principio.
Qualcuno forse invertirà qui l’ordine, replicando che Dio riconosce tra i suoi quelli che si danno a lui di buon grado per fede. Ma Gesù Cristo insiste su un solo punto: che anche se tutto il mondo fosse scosso da infinite ribellioni, il consiglio di Dio rimane fermo, anzi più stabile dei cieli, quanto all’elezione.
Si dice che gli eletti appartenevano al Padre celeste prima che egli li desse al suo Figlio unigenito. Non si tratta di un’appartenenza naturale: al contrario, egli rende soggetti a sé coloro che gli erano estranei, attirandoli. C’è troppa chiarezza in queste parole per mascherarle con qualunque cavillo: “Nessuno può venire a me se il Padre non lo attira” (Giovanni 6:65); e “chi ha udito e imparato dal Padre viene a me” (Giovanni 6:44).
Se tutti indistintamente piegassero il ginocchio davanti a Gesù Cristo, l’elezione sarebbe comune; ma ora appare una grande diversità: solo un piccolo numero crede. Perciò lo stesso Signore Gesù, dopo aver detto che i discepoli datigli sono possesso del Padre, aggiunge poco dopo: “Io non prego per il mondo, ma per quelli che tu mi hai dati, perché sono tuoi” (Giovanni 17:9).
Da dove viene che il mondo intero non appartenga al suo Creatore, se non in questo senso: che la grazia sottrae dalla maledizione e dall’ira di Dio un piccolo pugno di persone che altrimenti sarebbero perdute, mentre lascia il mondo nella perdizione alla quale era destinato?
Del resto, benché Cristo si ponga come in mezzo tra il Padre e noi, non per questo rinuncia ad attribuirsi anche lui il diritto di eleggere insieme al Padre: “Non parlo di tutti; io so chi ho scelto” (Giovanni 13:18; 15:19). Se si domanda da dove li abbia scelti, egli risponde: “dal mondo”, che egli esclude dalle sue preghiere quando raccomanda al Padre i suoi discepoli.
Notiamo bene inoltre che, dicendo di sapere chi ha scelto, egli designa una parte del genere umano, distinta dal comune non per virtù proprie, ma perché separata da un decreto celeste. Ne segue che tutti quelli dell’elezione, di cui Gesù Cristo si dichiara autore, non sono eccellenti sopra gli altri per propria iniziativa.
Quando, altrove (Giovanni 6:70), egli mette Giuda nel numero degli “eletti”, benché fosse un diavolo, ciò si riferisce all’ufficio apostolico: ufficio che, pur essendo come uno specchio del favore di Dio (come san Paolo spesso riconosce in sé), non porta con sé la speranza della salvezza eterna. Giuda, tradendo slealmente la sua carica, poté diventare peggiore di un diavolo; ma di coloro che Gesù Cristo ha unito al suo corpo, egli non permetterà che alcuno perisca (Giovanni 10:28), poiché, per mantenere la loro salvezza, dispiegherà la potenza di Dio, più forte di ogni cosa, come ha promesso.
Quanto a ciò che egli dice altrove: “Padre, nessuno di quelli che tu mi hai dato è perito, se non il figlio della perdizione” (Giovanni 17:12), benché sia un modo di dire improprio, non contiene alcuna ambiguità. In sostanza: Dio, mediante un’adozione gratuita, crea figli per sé quelli che vuole; e la causa intrinseca (come si dice) dell’elezione risiede in lui, poiché egli non guarda che al suo beneplacito.
3:22:8 - L’autorità dei Padri: Agostino ritrattò e confutò la tesi dei “meriti previsti”
Qualcuno mi dirà che sant’Ambrogio, Girolamo, Origene hanno scritto che Dio distribuisce la sua grazia tra gli esseri umani secondo quanto conosce che ciascuno ne farà buon uso. Concedo anche di più: che sant’Agostino fu un tempo della stessa opinione. Ma dopo aver progredito meglio nella conoscenza della Scrittura, non solo la ritrattò come falsa, ma la confutò con forza.
E anzi, rimproverando i pelagiani perché perseveravano in tale errore, usa parole come queste: chi non si stupirebbe che una sottigliezza così grande sia sfuggita all’apostolo? Poiché, avendo proposto quel caso straordinario di Esaù e Giacobbe e avendo posto la domanda: “Che dire dunque? c’è forse ingiustizia in Dio?”, egli avrebbe dovuto rispondere che Dio aveva previsto i meriti dell’uno e dell’altro, se avesse voluto sbrigarsela in breve. Ma non dice così: riconduce tutto al giudizio e alla misericordia di Dio (Romani 9:14).
Altrove, dopo aver mostrato che l’essere umano non ha alcun merito prima dell’elezione, afferma che l’argomento tratto dalla prescienza contro la grazia di Dio è qui abbattuto come frivolo. Essi dicono: siamo stati eletti prima della creazione del mondo perché Dio ha previsto che saremmo stati buoni, e non perché ci avrebbe resi tali. Ma Cristo non parla così quando dice: “Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi”; infatti, se ci avesse scelti perché prevedeva che saremmo stati buoni, avrebbe anche previsto che noi avremmo scelto lui (Giovanni 15:16).
Che la testimonianza di sant’Agostino abbia un qualche peso presso coloro che volentieri si fermano all’autorità dei Padri; tanto più che egli non sopporta d’essere separato dagli altri antichi dottori, ma mostra che i pelagiani lo calunniavano accusandolo di essere solo nella sua opinione. Egli cita, nel libro De la predestinazione dei santi, capitolo 19, un detto di sant’Ambrogio: che Gesù Cristo chiama quelli ai quali vuole fare misericordia; e un altro: se Dio avesse voluto, avrebbe reso devoti anche quelli che non lo erano; ma egli chiama chi gli piace e converte chi vuole.
Se volessi comporre un intero volume con le sentenze di sant’Agostino, ne avrei abbastanza per trattare questo argomento; ma non voglio caricare i lettori di tanta prolissità. Poniamo dunque che sant’Agostino e sant’Ambrogio non dicano nulla, e consideriamo la cosa in sé.
San Paolo aveva sollevato una questione difficilissima: se Dio agisca giustamente nel fare grazia solo a chi gli piace. Avrebbe potuto scioglierla in una parola, dicendo che Dio considera le opere. Perché dunque non lo fa? Perché continua il suo discorso in modo da lasciarci nella stessa difficoltà? Non c’è altra ragione se non che non doveva farlo. Lo Spirito Santo, che parlava per la sua bocca, non avrebbe omesso ciò.
Egli dunque risponde senza tergiversare: che Dio accoglie in grazia i suoi eletti perché gli piace; e che fa misericordia perché gli piace. Poiché quella testimonianza di Mosè: “Avrò pietà di chi avrò pietà…” (Esodo 33:19) significa questo: Dio non è mosso ad avere pietà e bontà da altra causa se non perché lo vuole. Perciò rimane vero ciò che sant’Agostino dice altrove: che la grazia di Dio non trova persone che debbano essere elette, ma rende le persone tali da poter essere elette.
3:22:9 - Contro la sottigliezza di Tommaso d’Aquino: non cercare nella predestinazione ciò che Dio non vuole che vediamo
Quanto a me, non mi curo di quella sottigliezza di Tommaso d’Aquino: che, sebbene la prescienza dei meriti non possa essere chiamata causa della predestinazione dal lato di Dio, tuttavia lo possa essere dal nostro lato; come quando si dice che Dio ha predestinato i suoi eletti a ricevere la gloria mediante i loro meriti, perché ha voluto dar loro la grazia mediante la quale meritano quella gloria.
Al contrario: poiché Dio non vuole che noi consideriamo nella nostra elezione altro che la sua pura bontà, è una perversa affettazione voler guardare oltre. E se volessi contendere per sottigliezza, avrei ben di che abbattere quella sofisticheria: egli sostiene che la gloria è in qualche modo preordinata agli eletti per i loro meriti, perché Dio dà loro prima la grazia per meritarla.
Ma che dire, se io replicassi che la grazia dello Spirito Santo che il Signore dona ai suoi serve l’elezione e la segue più che precederla, poiché è conferita a coloro ai quali l’eredità di vita era già stata assegnata? Questo infatti è l’ordine tenuto da Dio: giustifica dopo aver eletto. Ne seguirebbe che la predestinazione di Dio, per cui egli ha deliberato di chiamare i suoi alla salvezza, è causa della sua deliberazione di giustificarli, più che il contrario.
Ma lasciamo questi dibattiti, superflui tra coloro che pensano di avere sapienza sufficiente nella Parola di Dio. È stato molto bene detto da un antico dottore: “Quelli che assegnano ai meriti la causa dell’elezione, vogliono sapere più di quanto sia opportuno”.
3:22:10 - Obiezione sulla chiamata universale: la predicazione è generale, il dono della fede è raro
Alcuni obiettano che Dio sarebbe in contraddizione con sé stesso se, chiamando in generale tutte le persone a sé, ne ricevesse poi solo pochi eletti. Perciò - se li si volesse credere - la generalità delle promesse annullerebbe la grazia speciale, affinché tutti siano sullo stesso piano.
Io riconosco che alcuni dotti e di spirito moderato parlano così, non tanto per opprimere la verità quanto per respingere molte questioni contorte e frenare la curiosità di molti; e la loro intenzione è lodevole. Tuttavia il loro consiglio non è molto buono, perché la tergiversazione non è mai scusabile. Quanto poi a coloro che si spingono oltre latrando come mastini, la loro cavillazione è troppo frivola, e il loro errore è grossolano.
Come si accordino queste due cose - che tutti siano chiamati al ravvedimento e alla fede mediante la predicazione esterna, e che tuttavia lo spirito di ravvedimento e di fede non sia dato a tutti - l’ho già spiegato altrove e dovrò ancora ripeterne tra poco qualcosa. Io nego ciò che essi pretendono, perché è falso in due modi.
Dio infatti, minacciando di far piovere su una città e mandare siccità su un’altra, e annunciando altrove la fame della sua Parola (Amos 4:7; 8:11), non si lega a una legge che lo obblighi a chiamare tutti allo stesso modo. E quando proibisce a san Paolo di predicare in Asia, e lo distoglie dalla Bitinia per trarlo in Macedonia (Atti 16:6), mostra che gli è libero distribuire il tesoro della salvezza a chi gli piace.
Inoltre, Isaia dichiara ancora più apertamente come le promesse di salvezza siano assegnate in modo particolare agli eletti: è di loro che dice che saranno suoi discepoli, e non di tutto il genere umano (Isaia 8:16). Da ciò appare che coloro che vogliono che la dottrina di salvezza giovi a tutti senza eccezione si ingannano gravemente, poiché il frutto ne è riservato in modo speciale ai figli della Chiesa.
Ci basti per ora questo: quando Dio invita tutti a ubbidirgli, tale generalità non impedisce che il dono della fede sia raro. La causa è indicata da Isaia: il braccio di Dio non è rivelato a tutti (Isaia 53:1). Se il profeta dicesse che l’Evangelo è malvagiamente disprezzato perché molti gli resistono con ostinata ribellione, quelli che pretendono una salvezza comune a tutti avrebbero qualche appiglio; ma ne sono esclusi.
È vero: l’intenzione del profeta non è diminuire la colpa degli esseri umani dicendo che la fonte della loro cecità è che Dio non manifesta loro la sua potenza; egli avverte soltanto che, poiché la fede è un dono singolare di Dio, le orecchie sono colpite invano dalla sola predicazione esterna.
Vorrei però che questi buoni dottori mi dicessero se è la sola Parola predicata che ci rende figli di Dio, oppure la fede. Certamente, quando in Giovanni è detto che tutti quelli che credono in Gesù Cristo diventano figli di Dio (Giovanni 1:12), non si fa un ammasso confuso di tutti gli uditori; ma si assegna un rango speciale ai credenti: essi non sono nati da sangue, né da volontà della carne, né da volontà di persona, ma da Dio.
Se replicano che vi è un consenso reciproco tra Parola e fede, io rispondo: sì, quando la fede c’è. Ma non è cosa nuova che il seme cada tra spine o su pietre, non solo perché la maggior parte delle persone è ribelle a Dio e lo mostra nei fatti, ma anche perché non tutti hanno occhi per vedere e orecchi per udire.
Se poi domandano: “Che senso ha che Dio chiami a sé quelli che sa che non verranno?”, sant’Agostino risponda per me: “Vuoi discutere con me di questa materia? Piuttosto stupisciti con me e grida: O profondità! Accordiamoci nello stupore, per non perire nell’errore”.
Inoltre, se l’elezione è madre della fede, come san Paolo attesta, il loro argomento si ritorce contro di loro: la fede non è generale perché l’elezione, da cui procede, è particolare. Quando san Paolo dice che i credenti sono colmati di ogni benedizione spirituale, poiché Dio li ha eletti prima della creazione del mondo (Efesini 1:3-4), è facile concludere, secondo l’ordine della causa e dell’effetto, che tali ricchezze non sono comuni a tutti, perché Dio non ha eletto se non quelli che ha voluto.
Per questo in un altro luogo egli parla espressamente della “fede degli eletti” (Tito 1:1), affinché non sembri che ciascuno si procuri la fede da sé, ma che questa gloria risieda in Dio: quelli che egli ha eletto sono gratuitamente illuminati da lui.
San Bernardo dice molto bene che quelli che egli lega a sé come amici lo ascoltano a parte; e così Cristo si rivolge specialmente a loro dicendo: “Non temere, piccolo gregge” (Luca 12:32). E chi sono costoro? Quelli che egli ha conosciuti e predestinati a essere conformi all’immagine del suo Figlio.
Tuttavia, perché citare san Bernardo, quando udiamo dalla bocca del Maestro che solo quelli che sono da Dio possono vedere (Giovanni 6:46)? Con ciò egli significa che tutti quelli che non sono rigenerati dall’alto sono accecati e storditi rispetto a lui.
È vero che la fede è congiunta all’elezione, purché sia posta in grado inferiore: come appare altrove, quando Gesù Cristo dice che è volontà del Padre che egli non perda nulla di ciò che gli è stato dato, e che la volontà del Padre è che chiunque crede nel Figlio non perisca (Giovanni 6:39-40). Se Dio volesse che tutti fossero salvati, ordinerebbe Gesù Cristo come guardiano di tutti e li unirebbe tutti al suo corpo mediante il vincolo della fede. Ma è evidente che la fede è un pegno singolare del suo amore paterno, che egli conserva come nascosto per i figli che ha adottato.
Perciò Cristo dichiara che le pecore seguono il pastore perché conoscono la sua voce e non seguono l’estraneo perché non ne conoscono la voce (Giovanni 10:4-5). Da dove viene questa distinzione, se non dal fatto che le orecchie sono forate dallo Spirito Santo (Salmi 40:7; Giovanni 10:26)? Nessuno diventa pecora da sé: è formato e preparato dalle grazie celesti a esserlo. E perciò Gesù Cristo dice che la nostra salvezza è sicura per sempre, perché è custodita dalla potenza invincibile di Dio (Giovanni 10:29). Ne conclude che gli increduli non sono sue pecore, perché non sono nel numero di quelli che Dio ha promesso tramite Isaia di fare suoi discepoli (Giovanni 10:26; Isaia 8:18; 54:13).
Infine, poiché nei testi citati si parla espressamente di perseveranza, ciò mostra che l’elezione è costante e ferma, senza alcuna variazione.
3:22:11 - I riprovati: la volontà di Dio come causa ultima anche dell’indurimento
Trattiamo ora dei riprovati, dei quali san Paolo parla nello stesso passo. Come Giacobbe, senza aver meritato alcunché con le sue buone opere, è accolto in grazia, così Esaù, senza aver offeso, è rigettato da Dio (Romani 9:13).
Se dirigiamo il nostro pensiero alle opere, facciamo ingiuria all’apostolo, come se non avesse visto ciò che a noi è evidente. Ma che egli non l’abbia trascurato appare chiaramente, poiché insiste proprio su questo: mentre essi non avevano fatto né bene né male, l’uno fu eletto e l’altro riprovato; donde egli conclude che il fondamento della predestinazione non risiede nelle opere.
Inoltre, avendo posto la questione se Dio sia ingiusto, non porta come difesa - la più evidente e sicura - che Dio abbia reso a Esaù secondo la sua malizia; ma propone una soluzione del tutto diversa: che Dio suscita i riprovati per esaltare in essi la sua gloria.
Infine, conclude: Dio fa misericordia a chi gli piace e indurisce chi gli piace (Romani 9:18). Vediamo dunque come egli riporti l’una e l’altra cosa al beneplacito di Dio.
Se quindi non possiamo assegnare altra ragione per cui Dio accoglie i suoi eletti se non perché gli piace, non avremo neppure altra ragione per cui rigetta gli altri se non la sua volontà. Poiché, quando si dice che Dio indurisce o fa misericordia secondo il suo beneplacito, ciò è per ammonirci a non cercare alcuna causa fuori della sua vol
Riassunto del capitolo 3:22