Letteratura/Istituzione (traduzione 2026)/Libro 3 - Cap. 23
Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana (1560) |
Nuova fedele traduzione 2026 dall'originale francese a cura di Paolo E. Castellina con l'assistenza dell' I. A. Chat-GTP |
Libro III
Capitolo XXIII
Confutazione delle calunnie con cui questa dottrina è sempre stata ingiustamente biasimata
3:23:1 - L’elezione implica necessariamente la riprovazione
Ora, quando l’intelletto umano ode queste cose, la sua intemperanza non riesce a contenersi dal sollevare turbamenti e sommosse, come se una tromba avesse suonato all’assalto. Qui molti, fingendo di voler difendere l’onore di Dio affinché non gli sia attribuito nulla ingiustamente, ammettono sì l’elezione, ma negano che vi siano dei riprovati. Questo però è un discorso troppo stolto e puerile, poiché l’elezione non potrebbe sussistere se non fosse posta in contrapposizione alla riprovazione.
Si dice che Dio separa coloro che adotta alla salvezza; sarebbe dunque una sciocchezza grossolana affermare che coloro che non sono eletti ottengano per caso, o acquistino con la propria industria, ciò che è dato dall’alto solo a pochi. Pertanto, quelli che Dio lascia fuori eleggendo, li riprova: e non per altra causa se non perché vuole escluderli dall’eredità che ha predestinato ai suoi figli.
Del resto, l’audacia degli uomini non è sopportabile se non accetta di essere frenata dalla Parola di Dio, quando si tratta del suo consiglio incomprensibile, che perfino gli angeli adorano. Abbiamo udito poco fa che l’indurimento è tanto nella mano e nella libertà di Dio quanto la misericordia. E infatti abbiamo visto che san Paolo non si tormenta, come fanno certi dottori freddi, nel voler scusare Dio con menzogne. Egli mostra semplicemente che non è lecito a un vaso di terra contendere con colui che lo ha formato (Romani 9:20-21).
Inoltre, coloro che non possono sopportare che Dio riprovi alcuni, come si districheranno da questa sentenza di Cristo: Ogni pianta che il Padre mio non ha piantato sarà sradicata (Matteo 15:13)? Essi odono che tutti coloro che il Padre non ha degnato di piantare nel suo campo come alberi santi sono apertamente destinati alla perdizione. Se negano che ciò sia segno di riprovazione, non vi sarà nulla di così chiaro che non divenga oscuro per loro.
Ma se non cessano di abbaiare e di ringhiare, la nostra fede si mantenga in questa sobrietà: ascoltare l’ammonimento di san Paolo, che non vi è motivo di contendere contro Dio, se da una parte, volendo mostrare la sua ira e manifestare la sua potenza, egli sopporta con grande pazienza e dolcezza gli strumenti dell’ira preparati per la perdizione (Romani 9:22); e dall’altra, manifesta le ricchezze della sua gloria verso i vasi di misericordia, che ha preparato per la gloria.
Notiamo bene che san Paolo, per troncare ogni detrazione e mormorio, attribuisce all’ira e alla potenza di Dio un dominio sovrano: poiché è cosa del tutto irragionevole chiamare in giudizio i profondi giudizi di Dio, che sommergono tutti i nostri sensi.
La risposta che costoro adducono è frivola: che Dio non rigetti del tutto coloro che sopporta con pazienza, ma sospende il suo favore verso di loro per vedere se, per caso, si pentiranno. Come se san Paolo attribuisse a Dio una pazienza mediante la quale egli attenda la conversione di coloro che dice essere preparati alla perdizione. E sant’Agostino, commentando questo passo, osserva prudentemente che quando la pazienza è congiunta alla potenza e alla virtù di Dio, egli non solo permette, ma governa attivamente.
I nostri avversari presentano un’altra replica: che san Paolo, dicendo che i vasi d’ira sono preparati per la perdizione, aggiunge che Dio ha disposto alla salvezza i vasi di misericordia; come se con queste parole intendesse che Dio è autore della salvezza dei fedeli, e che a lui ne spetti la lode, mentre coloro che periscono si preparerebbero da sé, per il loro libero arbitrio, senza essere riprovati da lui.
Ma anche concedendo che san Paolo abbia voluto, con questo modo di esprimersi, attenuare ciò che poteva apparire aspro a prima vista, non vi è alcun motivo di attribuire questa preparazione, per la quale si dice che i riprovati sono destinati a perire, ad altro che al consiglio segreto di Dio; come nello stesso luogo san Paolo aveva già esposto, dicendo che Dio ha suscitato Faraone e poi che indurisce chi vuole, da cui segue che il suo consiglio incomprensibile è causa dell’indurimento.
Almeno questo punto l’ho guadagnato con sant’Agostino, delle cui parole mi servirò: Dio, trasformando i lupi in pecore, li riforma con una grazia più potente per domare la loro durezza; e così gli ostinati non si convertono perché Dio non dispiega verso di loro una grazia simile, della quale egli non è privo, se volesse usarla.
3:23:2 - La volontà di Dio come regola suprema della giustizia
Questo basterà a tutte le persone timorate di Dio e modeste, che ricordano di essere umane; ma poiché i cani che ringhiano contro vomitano molte specie di bestemmie, dovremo rispondere a ciascuna. Gli uomini carnali, essendo pieni di follia, disputano qui contro Dio in molti modi, come se lo ritenessero soggetto alle loro censure.
Anzitutto domandano a quale scopo Dio si adiri contro le sue creature, che non lo hanno provocato con alcuna offesa; poiché perdere e distruggere coloro che gli piace sarebbe cosa più consona alla crudeltà di un tiranno che alla rettitudine di un giudice. Così pare loro che gli uomini abbiano buona causa di lamentarsi di Dio, se per il suo puro volere, senza loro merito, sono predestinati alla morte eterna.
Se tali pensieri talvolta sorgono nella mente dei fedeli, essi saranno sufficientemente armati per respingerli, purché considerino quale temerarietà sia persino indagare le cause della volontà di Dio, dal momento che essa è, e a buon diritto deve essere, la causa di tutte le cose che accadono. Poiché se essa avesse una causa, sarebbe necessario che tale causa la precedesse e le fosse in qualche modo legata: cosa che non è lecito immaginare.
La volontà di Dio è infatti la regola suprema e sovrana della giustizia, cosicché tutto ciò che egli vuole deve essere ritenuto giusto proprio perché egli lo vuole. Pertanto, quando si domanda: Perché Dio ha fatto così? si deve rispondere: Perché lo ha voluto. Se si va oltre chiedendo: Perché lo ha voluto? si chiede qualcosa di più grande e più alto della volontà di Dio stessa, cosa che non si può trovare.
Dunque, la temerarietà umana si moderi e non cerchi ciò che non esiste, per non rischiare di non trovare ciò che è. Questo freno sarà sufficiente a trattenere tutti coloro che vorranno meditare i segreti di Dio con riverenza.
Quanto agli empi, che non si curano di bestemmiare apertamente Dio, il Signore si difenderà abbastanza da sé con la sua giustizia, senza che noi gli facciamo da avvocati, quando, togliendo ogni tergiversazione alle loro coscienze, li condannerà fino al punto che non potranno sfuggire.
Dicendo questo, tuttavia, non approviamo la fantasticheria dei teologi papisti riguardo alla potenza assoluta di Dio: ciò che essi ne blaterano è profano e deve esserci in abominio. Non immaginiamo neppure un Dio privo di legge, poiché egli è legge a sé stesso. E infatti, come dice Platone, gli uomini, essendo soggetti a cattive cupidigie, hanno bisogno di legge; ma la volontà di Dio, in quanto è pura da ogni vizio ed è la regola suprema della perfezione, è la legge di tutte le leggi.
Diciamo tuttavia che Dio non è tenuto a renderci conto di ciò che fa; e d’altra parte, noi non siamo giudici idonei né competenti per pronunciarsi su questa materia secondo il nostro senso. Perciò, se pretendiamo più di quanto ci è lecito, ci deve spaventare questa minaccia del Salmo: che Dio risulterà vincitore quando sarà giudicato dagli uomini mortali (Salmo 51:6).
3:23:3 - La colpa della perdizione risiede nell’uomo, non in Dio
Ecco dunque come Dio può reprimere i suoi nemici tacendo. Ma affinché non sopportiamo che il suo santo Nome sia oggetto di scherno, egli ci fornisce nella sua Parola le armi per resistere alla loro furia. Se dunque qualcuno ci assale con questo argomento, chiedendo perché Dio abbia predestinato alcuni alla dannazione che non l’avevano meritata, dal momento che ancora non esistevano, gli domanderemo a nostra volta in che cosa egli ritenga che Dio sia debitore all’uomo, se lo considera nella sua natura.
Poiché siamo tutti corrotti e contaminati dai vizi, non può accadere che Dio non ci abbia in odio; e ciò non per una crudeltà tirannica, ma per un’equità ragionevole. Se tutti gli esseri umani, per la loro condizione naturale, sono colpevoli di condanna mortale, di quale iniquità, vi prego, si lamenteranno coloro che Dio ha predestinato alla morte?
Che tutti i figli di Adamo si presentino per contendere e disputare contro il loro Creatore, perché per la sua provvidenza eterna, prima della loro nascita, sono stati destinati a una calamità perpetua: quando Dio li avrà condotti a riconoscersi, che cosa potranno mormorare contro ciò?
Se sono tutti tratti da una massa corrotta, non c’è da meravigliarsi che siano soggetti alla dannazione. Non accusino dunque Dio di iniquità, dal momento che per il suo giudizio eterno sono ordinati a una dannazione alla quale la loro stessa natura li conduce, come essi avvertono, loro malgrado.
Da ciò appare quanto sia perverso il loro desiderio di ribellarsi, poiché consapevolmente sopprimono ciò che sono costretti a riconoscere: che trovano in sé stessi la causa della loro dannazione. Così, per quanto dissimulino, non possono assolversi.
Quand’anche io concedessi loro cento volte ciò che è verissimo, cioè che Dio è autore della loro dannazione, essi non cancelleranno tuttavia la loro colpa, che è incisa nella loro coscienza e si presenta loro davanti ogni volta.
3:23:4 - La caduta di Adamo e il giudizio di Dio
Essi replicano ancora, chiedendo se non siano stati predestinati per decreto di Dio a quella corruzione che diciamo essere la causa della loro rovina. Se così è, quando periscono nella loro corruzione, non è altro se non che portano la calamità nella quale Adamo, per volontà di Dio, è caduto e ha precipitato tutti i suoi discendenti. Dio non sarà dunque ingiusto nel giocare così crudelmente con le sue creature?
Rispondo confessando che è stato per la volontà di Dio che tutti i figli di Adamo siano caduti in questa miseria nella quale ora sono trattenuti. Ed è ciò che dicevo fin dall’inizio: che bisogna sempre ricondursi al solo beneplacito di Dio, che ne tiene la causa nascosta in sé stesso. Ma non ne segue che si possa così diffamare Dio.
Poiché noi opporremo san Paolo in questo modo: O uomo, chi sei tu che vuoi contendere con Dio? Il vaso dirà forse al vasaio che lo ha fatto: perché mi hai fatto così? Il vasaio non ha forse il potere di fare, dalla medesima massa di argilla, un vaso per uso onorevole e un altro per uso ignobile? (Romani 9:20-21).
Essi negheranno che la giustizia di Dio sia così debitamente difesa, dicendo che si tratta di un sotterfugio, quale usano coloro che non hanno una giustificazione sufficiente. Ma io dico che è tutt’altro. Quale ragione più ferma e solida si potrebbe addurre che ammonirci a considerare chi è Dio? Come potrebbe colui che è giudice del mondo commettere iniquità?
Se è proprio della sua natura fare giustizia, egli ama naturalmente la giustizia e odia ogni iniquità. Pertanto l’Apostolo non ha cercato un nascondiglio, come se fosse stato colto in difficoltà, ma ha voluto mostrare che la giustizia di Dio è troppo alta ed eccellente per essere ridotta alla misura umana o compresa nella piccolezza dell’intelletto umano.
Egli confessa che i giudizi di Dio hanno una profondità che può sommergere gli intelletti di tutti, se vogliono penetrarvi; ma non sarebbe forse cosa del tutto irragionevole voler sottomettere le opere di Dio a questa condizione, che quando non ne comprendiamo la ragione, osiamo biasimarle?
A questo proposito vi è una sentenza notevole di Salomone, che pochi comprendono: Il creatore di tutti è grande; egli darà ai folli e ai trasgressori la loro ricompensa (Proverbi 26:10). Egli esclama, ammirando la grandezza di Dio, poiché è in suo potere punire i folli e i trasgressori, benché non li abbia resi partecipi del suo Spirito.
È infatti una follia prodigiosa negli uomini pretendere di racchiudere ciò che è infinito e incomprensibile nella misura così angusta del loro intelletto. San Paolo chiama eletti gli angeli che sono rimasti nella loro integrità (1 Timoteo 5:21). Se la loro costanza è stata fondata nel beneplacito di Dio, la ribellione dei demoni mostra che essi non sono stati trattenuti, ma piuttosto lasciati. Di ciò non si può addurre altra causa che la riprovazione, nascosta nel segreto consiglio di Dio.
3:23:5 - L’ignoranza fiduciosa davanti all’abisso dei giudizi di Dio
Venga dunque un manicheo o un celestiano o qualsiasi altro eretico a calunniare la provvidenza di Dio: io rispondo con san Paolo che non è necessario renderne la ragione, poiché essa, per la sua grandezza, supera del tutto la nostra intelligenza. Quale assurdità vi è in ciò? Vorranno forse che la potenza di Dio sia così limitata da non poter fare nulla oltre ciò che il nostro spirito può comprendere?
Io affermo con sant’Agostino che Dio ha creato alcuni che prevedeva sarebbero andati in perdizione eterna, e che ciò è avvenuto perché lo ha voluto. Ora, perché lo ha voluto, non sta a noi chiederlo, poiché non possiamo comprenderlo. E d’altra parte, non conviene disputare se la volontà di Dio sia giusta o no, poiché con questo nome si deve intendere una regola infallibile di giustizia.
Che senso ha dunque dubitare che vi sia iniquità là dove la giustizia appare chiaramente? Non vergogniamoci quindi di chiudere la bocca agli empi alla maniera di san Paolo; e ogni volta che oseranno abbaiare come cani, rispondiamo loro: Chi siete voi, poveri miserabili, che intentate accusa contro Dio, non avendo altra ragione se non che egli non ha abbassato la grandezza delle sue opere alla vostra rozzezza, come se ciò che egli fa fosse iniquo solo perché è nascosto a noi?
L’inestimabile altezza dei giudizi di Dio vi dovrebbe essere sufficientemente nota dalle esperienze che egli ne dà. Sapete che essi sono chiamati un abisso profondo (Salmo 36:6). Pensate ora alla vostra piccolezza, per vedere se comprenderà ciò che Dio ha decretato in sé stesso.
A che vi giova dunque precipitarvi, per una curiosità furiosa, in questo abisso che sapete per ragione dovervi essere mortale? Perché ciò che è scritto della sapienza incomprensibile di Dio e della sua potenza tremenda, tanto nella storia di Giobbe quanto in tutti i profeti, non vi frena con timore e riverenza?
Se i vostri spiriti si accapigliano in alcune questioni, non abbiate vergogna di abbracciare il consiglio di sant’Agostino (Romani 11:33): Uomo, dice, ti aspetti una risposta da me? Ma anch’io sono uomo; ascoltiamo dunque entrambi colui che ci dice: O uomo, chi sei tu? Certamente un’ignoranza fiduciosa è migliore di una scienza temeraria.
Cerca dei meriti: non troverai che punizione. O profondità! Pietro rinnega Gesù Cristo; il ladrone crede in lui. O profondità! Cerchi la ragione di queste cose? Io ne resto stupito. Argomenta quanto vuoi, e io mi meraviglierò. Disputa, e io crederò. Vedo l’altezza, non giungo alla profondità. Paolo ha trovato dove riposarsi, mettendosi in ammirazione. Egli dice che questi giudizi di Dio sono imperscrutabili, e tu vieni a scandagliarli? Dice che le sue vie sono inesplorabili, e tu vuoi seguirle passo passo?
Non otterremo nulla andando oltre: non soddisferemo la loro petulanza. E d’altra parte, Dio non ha bisogno di altra difesa se non di quella che ha usato per mezzo del suo Spirito, parlando per la bocca di san Paolo; e anzi, disimpariamo a parlare correttamente quando non parliamo secondo Dio.
3:23:6 - L’obiezione della “necessità” e il nodo fra predestinazione e colpa
Vi è un’altra obiezione che l’empietà solleva, la quale tuttavia non mira tanto a biasimare Dio quanto a scusare il peccatore; benché, a dire il vero, il peccatore non possa giustificarsi senza infamia davanti al Giudice. Vediamo dunque quale sia.
Perché, dicono, Dio imputerebbe come vizio agli uomini cose alle quali egli ha imposto necessità per mezzo della sua predestinazione? Che cosa potrebbero fare? Potrebbero forse resistere ai suoi decreti? Ma sarebbe invano, anzi non possono farlo affatto. Non è dunque giusto che Dio punisca cose la cui causa principale risiede nella sua predestinazione.
Io non mi servirò qui della difesa che comunemente adducono i dottori ecclesiastici: cioè che la prescienza di Dio non impedisce che l’uomo sia ritenuto peccatore, poiché Dio prevede i suoi vizi, non i propri. I cavillatori infatti non si accontenterebbero di questo, ma andrebbero oltre, dicendo che Dio, se avesse voluto, avrebbe potuto prevenire i mali che ha previsto. Poiché non lo ha fatto, egli, con deliberato consiglio, ha creato l’uomo affinché si comportasse in quel modo. Ora, se l’uomo è stato creato in una condizione tale da dover poi fare tutto ciò che fa, non gli si possono imputare come colpa cose che non può evitare e alle quali è vincolato dalla volontà di Dio.
Consideriamo dunque come sciogliere questa difficoltà. Anzitutto, dobbiamo tenere per risoluto ciò che dice Salomone: che Dio ha creato ogni cosa per sé stesso, persino l’empio per il giorno della sua perdizione (Proverbi 16:4). Pertanto, poiché la disposizione di tutte le cose è nella mano di Dio, ed egli può mandare la vita o la morte secondo il suo piacere, egli dispensa e ordina con il suo consiglio che alcuni, fin dal grembo materno, siano destinati certamente alla morte eterna, per glorificare il suo nome nella loro perdizione.
Se qualcuno, per scusare Dio, adduce che per la sua provvidenza egli non impone loro alcuna necessità, ma, vedendo quale perversità saranno, li crea in tale condizione, costui dirà qualcosa, ma non dirà tutto. Gli antichi dottori talvolta si sono serviti di questa soluzione, ma come con esitazione. I sorbonisti invece vi si arrestano del tutto, come se non vi fosse nulla da replicare.
Da parte mia, concederei volentieri che la sola prescienza non impone alcuna necessità alle creature, sebbene non tutti lo ammettano: poiché vi sono alcuni che ne fanno la causa di tutte le cose. Tuttavia mi pare che Lorenzo Valla, benché non fosse un uomo particolarmente esercitato nella Scrittura, abbia distinto con più sottigliezza: egli mostra che questa controversia è vana, poiché la vita e la morte sono atti della volontà di Dio piuttosto che della sua prescienza.
Se Dio prevedesse soltanto ciò che accade agli uomini, senza disporlo e ordinarlo mediante il suo beneplacito, questa questione non sarebbe sollevata senza ragione: cioè quale necessità introdurrebbe la provvidenza di Dio. Ma poiché egli non vede le cose avvenire per altra ragione se non perché ha determinato che avvenissero, è follia disputare su ciò che fa la sua prescienza, quando è evidente che tutto avviene per sua ordinanza e disposizione.
3:23:7 - La caduta di Adamo: Dio non solo previde, ma ordinò e volle
Gli avversari obiettano che non si trova espresso parola per parola che Dio abbia determinato che Adamo dovesse cadere in una rovina mortale; quasi che, pur attestando nella Scrittura di fare tutto ciò che vuole, egli avesse creato la più nobile delle sue creature senza ordinarne il fine e la condizione.
Essi dicono che Adamo fu creato con il suo libero arbitrio per procurarsi la sorte che avrebbe voluto; e che Dio non aveva determinato nulla su di lui, se non di trattarlo secondo i suoi meriti. Se una simile invenzione così fredda fosse accolta, dove sarebbe l’infinita potenza di Dio, per la quale egli dispone ogni cosa secondo il suo segreto consiglio, che non dipende da altro?
Eppure, loro malgrado, la predestinazione di Dio si manifesta in tutta la discendenza di Adamo, poiché non è avvenuto per natura che tutti siano caduti dalla salvezza per la colpa di uno solo. Che cosa impedisce loro di confessare del primo uomo ciò che sono costretti, loro malgrado, a concedere di tutto il genere umano? Perché dunque perdere tempo in tergiversazioni?
La Scrittura pronuncia alto e chiaro che tutte le creature mortali sono state assoggettate alla morte nella persona di un uomo. Poiché ciò non può essere attribuito alla natura, bisogna che provenga dal mirabile consiglio di Dio. È una grossolana distrazione che questi avvocati, che pretendono di difendere la giustizia di Dio, si fermino a un filo di paglia e saltino sopra travi enormi.
Io domando loro ancora come sia avvenuto che la caduta di Adamo abbia coinvolto tanti popoli con i loro figli senza alcun rimedio, se non perché così è piaciuto a Dio. Qui queste lingue così abili a ciarlare devono diventare mute.
Confesso che questo decreto deve spaventarci; tuttavia non si può negare che Dio abbia previsto, prima di creare l’uomo, a quale fine egli sarebbe giunto; e che lo abbia previsto perché lo aveva così ordinato nel suo consiglio. Se dunque qualcuno accusa qui la provvidenza di Dio, agisce temerariamente. Per quale motivo infatti si biasimerebbe il Giudice celeste perché non ha ignorato ciò che doveva accadere? Se vi è dunque qualche lamento, giusto o almeno verosimile, esso si rivolge piuttosto alla sua ordinanza.
E ciò che dico non deve apparire strano: che Dio non solo ha previsto la caduta del primo uomo e in essa la rovina di tutta la sua posterità, ma l’ha anche voluta. Poiché, come appartiene alla sua sapienza avere la prescienza di tutte le cose future, così appartiene alla sua potenza reggere e governare tutto con la sua mano.
E sant’Agostino scioglie e chiarisce molto bene questa questione, come molte altre: Noi confessiamo per la nostra salvezza ciò che crediamo rettamente: che Dio, Signore e Maestro di tutte le cose, che ha creato tutte le cose buone, e ha conosciuto che il male sarebbe sorto dal bene, e ha pure conosciuto che apparteneva alla sua onnipotente bontà convertire il male in bene piuttosto che non permettere alcun male, ha disposto in tal modo la vita degli angeli e degli uomini da voler mostrare anzitutto ciò che poteva il libero arbitrio, e poi ciò che poteva il beneficio della sua grazia e il suo giusto giudizio.
3:23:8 - Volontà e permesso: la volontà di Dio come “necessità” degli eventi
Alcuni ricorrono qui alla distinzione fra volontà e permesso, dicendo che gli empi periscono con il permesso di Dio, ma non per sua volontà. Ma perché diremmo che egli lo permette, se non perché lo vuole?
Benché, di per sé, non sia affatto verosimile che l’uomo si sia procurato la dannazione per sola permissione e non per ordinanza di Dio; come se Dio non avesse ordinato la condizione nella quale voleva che fosse la principale e più nobile delle sue creature.
Non dubito dunque di confessare semplicemente con sant’Agostino che la volontà di Dio è la necessità di tutte le cose, e che necessariamente deve avvenire ciò che egli ha ordinato e voluto, come tutto ciò che egli ha previsto avverrà certamente.
Ora, se i pelagiani, o i manichei, o gli anabattisti, o gli epicurei (poiché con queste quattro sette abbiamo a che fare trattando questa materia) adducono per loro scusa la necessità alla quale sarebbero costretti dalla predestinazione di Dio, non portano nulla che giovi alla causa. Poiché, se la predestinazione non è altro che l’ordine e la dispensazione della giustizia divina, che resta irreprensibile benché occulta, e poiché è certo che essi non erano indegni d’essere predestinati a tale fine, è altresì certo che la rovina nella quale cadono per la predestinazione di Dio è giusta ed equa.
Inoltre, la loro perdizione procede in tal modo dalla predestinazione di Dio che la causa e la materia se ne troveranno in loro. Il primo uomo cadde perché Dio giudicò ciò opportuno. Perché lo giudicò, non lo sappiamo. Tuttavia è certo che non lo giudicò se non perché vedeva che ciò serviva alla gloria del suo Nome. E quando si parla della gloria di Dio, pensiamo anche alla sua giustizia: poiché ciò che merita lode deve essere equo.
L’uomo dunque cade secondo ciò che era stato ordinato da Dio; ma cade per la propria colpa. Il Signore aveva dichiarato poco prima che tutte le cose da lui fatte erano molto buone (Genesi 1:31). Da dove viene dunque la perversità dell’uomo, se non dal fatto che si è distolto dal suo Dio? Affinché non si pensasse che essa venisse dalla creazione, il Signore aveva approvato con la sua testimonianza tutto ciò che aveva posto nell’uomo. Egli dunque, con la propria malizia, ha corrotto la buona natura che aveva ricevuto dal Signore; e con la sua caduta ha trascinato in rovina tutta la sua discendenza.
Perciò contempliamo piuttosto, nella natura corrotta dell’uomo, la causa della sua dannazione, che gli è evidente, invece di cercarla nella predestinazione di Dio, dove essa è nascosta e del tutto incomprensibile. E non ci sia gravoso sottomettere fino a questo punto il nostro intelletto alla sapienza infinita di Dio, cedendogli in molti segreti. Poiché, nelle cose che non è lecito né possibile sapere, l’ignoranza è dotta; il desiderio di saperle è una specie di follia.
3:23:9 - Perché la “necessità” non scusa il peccatore
Forse qualcuno dirà che io non ho ancora portato una ragione per frenare questa scusa bestemmiosa che condanno. Confesso che non è possibile impedire che l’empietà mormori e detragga sempre; tuttavia mi pare di aver detto quanto basta per togliere all’uomo non solo ogni ragione di mormorare, ma anche ogni copertura.
I riprovati vogliono apparire scusabili nel peccare, perché non possono sfuggire alla necessità di peccare, soprattutto poiché essa procederebbe dall’ordinanza e volontà di Dio. Io nego che ciò li scusi, poiché questa ordinanza di Dio, della quale essi si lamentano, è equa. E benché la sua equità ci sia ignota, essa è nondimeno certissima: da cui concludiamo che essi non patiscono alcuna pena che non sia imposta dal giustissimo giudizio di Dio.
Insegniamo anche che essi agiscono perversamente, volendo entrare nei segreti di Dio, ai quali non si può accedere, per cercare l’origine della loro dannazione e lasciando da parte la corruzione della loro natura, dalla quale essa procede realmente.
Che questa corruzione non debba essere imputata a Dio appare dal fatto che egli ha reso buona testimonianza alla sua creazione. Infatti, benché per l’eterna provvidenza di Dio l’uomo sia stato creato per giungere a questa miseria nella quale si trova, egli tuttavia ne ha preso la materia da sé stesso e non da Dio. Poiché non è perito per altra ragione se non perché è degenerato dalla natura pura che Dio gli aveva data, in perversità.
3:23:10 - “Dio non fa accezione di persone”: senso biblico e risposta all’obiezione
Gli avversari di Dio hanno ancora un’altra assurdità per diffamare la sua predestinazione. Poiché, parlando di coloro che il Signore sottrae alla condizione universale degli uomini per farli eredi del suo regno, non assegniamo altra causa se non il suo beneplacito, essi concludono che vi sarebbe dunque in Dio accezione di persone, cosa che la Scrittura nega ovunque; pertanto o bisogna dire che la Scrittura si contraddice, oppure che Dio considera i meriti di coloro che elegge.
Anzitutto, ciò che la Scrittura dice, che Dio non fa accezione di persone, è in un senso diverso da quello che essi intendono. Infatti, con il termine persone essa non indica l’uomo in sé, ma le cose che appaiono all’occhio nell’uomo e che gli procurano favore, grazia, dignità, o al contrario odio, disprezzo o infamia: come ricchezze, credito, nobiltà, cariche onorifiche, patria, bellezza del corpo e simili; oppure povertà, ignobiltà, mancanza di credito, mancanza d’onore, ecc.
In questo senso san Pietro e san Paolo mostrano che Dio non ha riguardo alla qualità delle persone (Atti 10:34; Romani 2:10; Galati 3:28), perché non fa distinzione fra Greco e Giudeo per accogliere l’uno e respingere l’altro soltanto a motivo della nazione. San Giacomo usa lo stesso linguaggio quando dice che Dio nel suo giudizio non stima le ricchezze (Giacomo 2:5). San Paolo pure lo adopera altrove per mostrare che Dio non fa differenza tra padrone e servo quando giudica l’uno e l’altro (Colossesi 3:25; Efesini 6:9).
Perciò non vi sarà alcuna contraddizione nel dire che Dio elegge, secondo il suo beneplacito, senza merito alcuno, coloro che gli piace, riprovando e respingendo gli altri. Tuttavia, per soddisfare più pienamente, esporremo così la cosa.
Essi domandano come accada che, tra due uomini che non differiscono in nulla quanto ai meriti, Dio ne lasci uno e scelga l’altro. Io domando loro a mia volta se pensano che in colui che è eletto vi sia qualcosa che inclini il cuore di Dio ad amarlo. Se confessano che non vi è nulla, come è necessario, seguirà che Dio non guarda l’uomo, ma trae dalla propria bontà la materia per fargli del bene.
Pertanto, il fatto che Dio elegga l’uno respingendo l’altro non viene da un riguardo per l’uomo, ma dalla sola misericordia di Dio, la quale deve essere libera di mostrarsi dove vuole e quando vuole. E abbiamo già visto che Dio, fin dal principio, non ha eletto molti nobili, sapienti o ricchi ed eccellenti (1 Corinzi 1:26), per umiliare l’orgoglio della carne; tanto è vero che il suo favore non è legato ad alcuna apparenza.
3:23:11 - Misericordia e giudizio: Dio non deve grazia a nessuno
È dunque falsamente e malvagiamente che alcuni accusano Dio d’ineguaglianza di giustizia, perché nella sua predestinazione non fa lo stesso a tutti gli uomini. Se Dio, dicono, trova tutti colpevoli, li punisca tutti ugualmente; se li trova innocenti, si astenga dal rigore verso tutti.
Ma essi trattano Dio come se gli fosse proibito usare misericordia; o come se, quando vuole esercitarla, fosse costretto a rinunciare del tutto al suo giudizio. Che altro chiedono infatti, se non che, poiché tutti hanno offeso, tutti siano puniti ugualmente? Noi confessiamo che l’offesa è universale; ma diciamo che la misericordia di Dio soccorre alcuni. Allora soccorra tutti, dicono. Ma noi replichiamo che è giusto che egli si mostri anche giusto giudice nel punire. Se non vogliono sopportare questo, non cercano forse di togliere a Dio la facoltà di usare misericordia, oppure di permettergliela solo a condizione che smetta di giudicare?
Perciò queste sentenze di sant’Agostino sono assai appropriate: Poiché la massa universale del genere umano è caduta in condanna in Adamo, gli uomini che sono presi per essere posti in onore non sono strumenti della loro propria giustizia, ma della misericordia di Dio; e degli altri che sono posti nell’ignominia non si deve assegnare altra causa che il suo giudizio, senza accusarlo d’iniquità.
E ancora: Ciò che Dio rende a coloro che ha riprovato è la punizione che era loro dovuta; e a coloro che ha eletto dà la grazia che non era loro dovuta. Questo può mostrarsi equo e irreprensibile con la similitudine di un creditore, al quale è lecito rimettere il debito a uno e esigerlo da un altro.
Il Signore dunque può dare grazia a chi vuole, perché è misericordioso; e non darla a tutti, perché è giusto giudice. E dando ad alcuni ciò che non meritano, può mostrare la sua grazia gratuita; non dandolo a tutti, mostra ciò che tutti meritano. Poiché san Paolo, scrivendo che Dio ha rinchiuso tutti sotto il peccato affinché faccia misericordia a tutti, aggiunge subito che egli non deve nulla a nessuno, perché nessuno gli ha dato qualcosa per poter pretendere ricompensa (Romani 11:32, 35).
3:23:12 - Predestinazione e santità: risposta all’accusa di “fatalismo morale”
Gli avversari della verità si servono ancora di un’altra calunnia per rovesciare la predestinazione: che, una volta stabilita, ogni sollecitudine e cura di vivere bene cade. Chi sarà, dicono, colui che, udendo che la morte o la vita gli sono già decretate dall’immutabile consiglio di Dio, non pensi subito che poco importa come viva, poiché la predestinazione di Dio non può essere impedita né favorita dalle sue opere? Così ognuno si abbandonerà e si lascerà trasportare disordinatamente dovunque lo conduca la sua cupidigia.
Questa obiezione non è del tutto falsa: poiché vi sono alcuni porci che insozzano la predestinazione di Dio con tali bestemmie, e sotto questa copertura si fanno beffe di ogni ammonimento e richiamo. Dio sa bene, dicono, ciò che ha deliberato una volta di fare di noi: se ha determinato di salvarci, ci condurrà alla salvezza a suo tempo; se ha determinato di dannarci, ci affaticheremmo invano per salvarci.
Ma la Scrittura, mostrando con quanta riverenza e timore dobbiamo pensare a questo mistero, istruisce i figli di Dio a un senso ben diverso e condanna la malvagia audacia e furia di tali persone. Essa infatti non ci parla della predestinazione per gonfiarci di temerarietà o per spingerci a frugare con audacia illecita i segreti inaccessibili di Dio, ma piuttosto perché, in umiltà e modestia, impariamo a temere il suo giudizio e a magnificare la sua misericordia: a questo fine tenderanno tutti i fedeli.
Il grugnito di questi porci è ben confutato da san Paolo. Essi dicono che non si curano di vivere dissolutamente perché, se sono del numero degli eletti, i loro vizi non impediranno loro di giungere alla salvezza; ma san Paolo insegna invece che il fine della nostra elezione è che viviamo in santità e irreprensibilità (Efesini 1:4). Se lo scopo della nostra elezione è vivere santamente, essa deve piuttosto spronarci e stimolarci a meditare la santità che a cercare una copertura per la negligenza.
Quanto sono diverse queste due cose: non curarsi di fare il bene perché l’elezione basta alla salvezza, e dire che l’uomo è eletto affinché si dedichi a fare il bene! Come potremo dunque sopportare queste bestemmie, che rovesciano così malvagiamente tutto l’ordine della predestinazione?
Quanto all’altra parte, cioè quando dicono che chi è riprovato da Dio perderebbe tempo applicandosi a vivere puramente e nell’innocenza, in ciò sono convinti di menzogna impudente. Poiché da dove procederebbe un tale impegno, se non dall’elezione di Dio? Siccome tutti coloro che sono del numero dei riprovati, essendo strumenti destinati all’ignominia, non cessano di provocare l’ira di Dio con innumerevoli delitti e di confermare, con segni evidenti, il giudizio di Dio decretato contro di loro, ben lungi dal resistervi invano.
3:23:13 - Predestinazione ed esortazioni: l’esempio di Paolo e la difesa di Agostino
Altri ancora calunniano maliziosamente e impudentemente questa dottrina, come se rovesciasse tutte le esortazioni a vivere bene e santamente. Di tale accusa sant’Agostino fu gravemente caricato ai suoi tempi; ma se ne è purgato molto bene nel libro a Valentino intitolato Della correzione e della grazia, la cui lettura potrà rasserenare tutte le persone timorate di Dio. Tuttavia ne toccherò qui una parte, che, spero, basterà a soddisfare tutti gli spiriti pacifici e ben disposti.
Abbiamo già visto quale araldo sia stato san Paolo nel proclamare ad alta voce l’elezione di Dio: per questo si è forse raffreddato, fino a non poter ammonire ed esortare? Che questi buoni zelanti paragonino la loro vivacità alla sua: troveranno solo gelo in loro, rispetto all’ammirevole ardore che è in lui.
E infatti questo principio toglie ogni scrupolo: che non siamo stati chiamati all’impurità (1 Tessalonicesi 4:7), ma perché ciascuno possieda il proprio vaso in onore, ecc. E ancora: che siamo opera di Dio, creati per le buone opere che egli ha preparato affinché camminassimo in esse (Efesini 2:10).
In breve, chiunque sia mediamente esercitato in san Paolo comprende senza lunga dimostrazione come egli concili le cose che questi agitatori vogliono far credere contraddittorie. Gesù Cristo comanda di credere in lui; tuttavia, quando dice che nessuno può venire a lui se non gli è dato dal Padre (Giovanni 6:44, 65), non dice nulla che non sia vero.
Perciò la predicazione faccia il suo corso per condurre gli uomini alla fede, per farli progredire e per trattenerli nella perseveranza; e tuttavia ciò non impedisce che la predestinazione sia conosciuta, affinché coloro che obbediscono all’Evangelo non si inorgogliscano come se ciò venisse da loro, ma si glorino in Dio. Gesù Cristo non dice invano: Chi ha orecchi per udire, oda (Matteo 13:9). Così, quando predichiamo ed esortiamo, coloro che hanno orecchi obbediscono volentieri; quanto agli altri, si compie in loro ciò che dice Isaia: che udendo non odono (Isaia 6:9).
E perché gli uni li hanno e gli altri no? (dice sant’Agostino) Chi conosce il consiglio del Signore? Dovremo forse negare ciò che è manifesto, perché ciò che è occulto non si può comprendere?
Queste parole sono fedelmente tratte da sant’Agostino; ma poiché i suoi stessi termini avranno forse più autorità dei miei, ne citerò quanto basta.
Se alcuni, dice, si volgono a negligenza e fiacchezza sotto il pretesto della predestinazione e si abbandonano alle loro concupiscenze secondo la loro inclinazione, dobbiamo forse stimare falso ciò che si dice? Se Dio ha previsto che saranno buoni, lo saranno, per quanto ora siano dediti alla malizia; e se ha previsto che saranno cattivi, lo saranno, per quanto oggi camminino in qualche bontà.
Dovremo dunque rinunciare o tacere ciò che è vero riguardo alla prescienza di Dio, soprattutto quando, tacendolo, si dà occasione ad altri errori?
È una cosa sopprimere ciò che è vero, altra cosa la necessità di dichiararlo.
E prosegue mostrando che, se tacere una verità nuoce a chi potrebbe comprenderla e giova solo a chi comunque non ne trarrebbe profitto, è meglio parlare del vero. Conclude poi brevemente:
Se gli apostoli e i dottori della Chiesa che li hanno seguiti hanno fatto entrambe le cose: cioè trattare rettamente dell’eterna elezione di Dio e mantenere i fedeli nella regola della santa vita, che cosa dicono questi nuovi dottori, costretti e convinti dalla verità invincibile, quando affermano che non si deve predicare al popolo la predestinazione, benché ciò che se ne dice sia vero? E tuttavia bisogna predicarla, affinché coloro che hanno orecchi per udire, odano.
E chi li avrà, se non quelli che li hanno ricevuti da colui che ha promesso di darli? E se chi non ha ricevuto tale dono rigetta la buona dottrina, mentre chi lo ha la accoglie e ne beve, beva e viva. Poiché, come bisogna predicare le buone opere affinché Dio sia debitamente servito, così bisogna predicare la predestinazione affinché chi ha orecchi per udire si glori in Dio e non in sé stesso (Matteo 13:9).
3:23:14 - Prudenza pastorale: dire il vero senza scandalizzare i semplici
Tuttavia, poiché questo santo dottore aveva un singolare desiderio di edificare, egli ammonisce a moderare in tal modo il modo di insegnare ciò che è vero, da evitare, per quanto possibile, lo scandalo. Egli mostra che ciò che si dice veramente può essere conforme all’utilità.
Se qualcuno parlasse così al popolo: Ciò che voi non credete è perché siete predestinati a perire, non solo alimenterebbe la pigrizia, ma lusingherebbe la malizia. Se andasse oltre dicendo che, perseverando nell’incredulità, mostrerebbero di essere riprovati, sarebbe più un maledire che un insegnare. Perciò sant’Agostino vuole che tali persone siano respinte, come prive di discernimento e turbamento per i semplici; e tuttavia mantiene che nessuno trae profitto dalla correzione se colui che fa progredire anche senza correzione non vi aggiunge la sua misericordia.
E perché egli aiuta l’uno e non l’altro, non spetta all’argilla giudicarne, ma al vasaio.
E aggiunge: quando gli uomini, mediante la predicazione, vengono o ritornano sulla via della giustizia, chi opera nei loro cuori per dare loro la salvezza se non colui che dà l’incremento mentre i ministri piantano e annaffiano? (1 Corinzi 15:10). Se a lui piace salvare, non vi è alcun libero arbitrio che gli resista. Non c’è dunque dubbio che le volontà degli uomini non possano resistere a quella di Dio, il quale fa tutto ciò che vuole in cielo e in terra e perfino ciò che avverrà, poiché fa ciò che gli piace delle volontà umane.
E quando vuole attirare gli uomini, li lega forse con vincoli corporei? Egli tiene i cuori dall’interno, li spinge e li trae per mezzo delle volontà che egli stesso ha formato in loro.
Ma ciò che aggiunge non deve essere dimenticato: poiché non sappiamo chi appartenga al numero e alla compagnia dei predestinati oppure no, dobbiamo essere disposti a desiderare la salvezza di tutti. Pertanto, ci sforzeremo di rendere partecipi della nostra pace tutti quelli che incontriamo; ma essa riposerà solo sui figli della pace.
In breve: per quanto dipende da noi, dobbiamo usare verso tutti una correzione salutare e severa come medicina, affinché non periscano né facciano perire altri; ma spetta a Dio rendere la nostra correzione utile a coloro che egli ha predestinato.
Riassunto del capitolo 3:23